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domenica 8 febbraio 2026

ANDRA’ TUTTO BENE

 


 

Leo Ortolani
ANDRA’ TUTTO BENE
Feltrinelli
2020, cartonato
530 pagine, 22 euro


La sera di sabato 7 marzo 2020, Giuseppe Conte annunciava che quattordici province italiane sarebbero state dichiarate “zona rossa” per contrastare la diffusione di un virus che si stava dimostrando molto contagioso. Tra queste c’era anche Parma, dove vive Leo Ortolani, “uno dei più importanti e apprezzati fumettisti italiani”, come spiega una nota in appendice a “Andrà tutto bene”. Ho scritto in “appendice” per restare in tema con l’argomento medico-sanitario del libro, naturalmente. Altrettanto naturalmente, l’argomento è quello del lockdown conseguente alla pandemia dal coronavirus Covid-19. Il termine “pandemia” sottintende che il problema riguardava mezzo mondo, compreso dunque il sottoscritto: a mia volta, infatti,  la sera di quel sabato di marzo, al pari di Ortolani, apprendevo che si stava dichiarando off limits anche l’intera Lombardia. Il decreto governativo avrebbe portato la data del giorno seguente, domenica 8. 
Nei miei programmi, il lunedì ancora successivo avrei dovuto trovarmi dietro la mia scrivania, nella redazione della Sergio Bonelli Editore, per occuparmi delle uscite in edicola del parco testate legato a Zagor. Ero a casa, come tutti i weekend, lontano dalla Lombardia: ho capito che se non fossi tornato a Milano prima che chiudessero il cancello, mi sarebbe stato impossibile svolgere il mio lavoro di editor in via Buonarroti. Così, mentre centinaia di persone cercavano di lasciare la città in fuga scapiccolata in direzione Sud, io risalivo verso Nord. Ho trascorso l’intero lockdown da solo, lontano dai congiunti e dalla fidanzata, rintanato nel mio bilocale milanese, da cui uscivo ogni mattina per raggiungere a piedi l’ufficio semideserto, con la gran parte dei colleghi che lavorava in smart working (io lo smart working non l’ho mai sopportato, mi  ritengo un animale da redazione). Ma non sono qui per parlare di me, ma di Leo Ortolani (di cui, peraltro, su questo blog ho parlato spesso). 
Dunque, mentre io facevo vita solitaria in Lombardia, Ortolani si ritrovava segregato con la famiglia. Scrive: “Veniamo sommersi da un’ondata di virologi, fabbricanti di mascherine, esperti di mascherine, carenza di mascherine, l’amuchina come fosse il Graal, corridori, complottisti, portatori di cane, appassionati di crostate, autocertificazioni e morti. Tanti morto”. Passano due mesi così, e Leo comincia a raccontare il proprio lockdow a fumetti, con vignette pubblicate in Rete. “Ogni giorno ho realizzato una striscia sull’emergenza da Covid-19. Ogni giorno ho cercato di far sorridere i lettori, come se la striscia fosse una pillola di zucchero per togliersi di bocca il sapore della tragedia. Mi piace pensare che abbiano aiutato”. In tutto, i giorni di quarantena sono cinquantasette, e le strisce altrettante. Il diario quotidiano di Ortolani si interrompe con il passaggio alla Fase 2. Ci sarebbero state, purtroppo, molte altre fasi, drammatiche e grottesche al tempo stesso, ma “Andrà tutto bene” si conclude con il 3 maggio. Il cartonato che raccoglie le strisce disegnate durante la Fase 1 è datato luglio 2020, praticamente è un instant book. Rileggerle a distanza di tempo fa una strana impressione, suscita ricordi, smuove barconi abbandonati, forse si sorride meno di quanto facevamo in corso d’opera. Il talento di Ortolani resta straordinario: catartico humor nero (a volte nerissimo), satira di costume, sbeffeggiamenti politici, autoironia, tempi comici perfetti. Il tutto senza ricorrere al complottismo (perfettamente comico esso stesso). 
E io? Scusate se torno a parlare di me, ma sicuramente sarete curiosi di sapere che cosa ha pubblicato in Rete il sottoscritto, tutti i giorni, durante il lockdown. Ecco, ho intrattenuto i miei follower su Twitter (quando ancora si chiamava così) twittando quotidianamente aforismi (finiti raccolti in un volume intitolato “Mi ritiro per delirare”) e epigrammi (dati alle stampe in una silloge, “Versacci”). Dato che se ne presenta l’occasione, riporto qui di seguito una selezione dei primi, che sono comunque tutti reperibili sul mio blog nel post “Andrà tutto beh"). Anche a me piace pensare che abbiano aiutato.


ANDRA' TUTTO BEH


Un altro virus al coronavirus: “complimenti per la trasmissione”.

Sopravviveranno solo gli asociali.

Ma chi manifesta i sintomi, si può definire manifestante?

“Abbiamo fatto le analisi e lei risulta non avere il coronavirus ma la leucemia fulminante.” “Che culo!”

Essere ignoranti come capre non ci darà l’immunità di gregge.

Una volta delle città si sapeva dire il nome dello stadio o dell’aeroporto, adesso dell’ospedale.

E io che pensavo che la pandemia forse un dolce come il pandoro, il panettone, il panforte e il pan di Spagna.

Si scoprirà presto che i contagiati sono solo quelli con Saturno contro.

Ma un bel contagio di ninfomania, non era meglio?

Si scoprirà che hanno diffuso il coronavirus per distrarci dalla meteora in arrivo.

L’Epidemia tutte le feste si porta via.

Siccome si può avere il virus senza sintomi, stare bene non promette niente di buono.

Il coronavirus passerà alla storia come il primo virus trasmesso dallo spritz.

Due sono stati i grandi temi dell’informazione durante il lockdown: il numero di morti da Covid e quando sarebbe ripreso il campionato di calcio.

Ma se mi facessero il tampone, potrei dire di essere stato tamponato?

La pandemia mi ha fatto scoprire città che non avevo mai sentito nominare prima: Codogno e Wuhan.

Sono contento di star male con un sacco di sintomi fastidiosissimi che però non assomigliano a quelli del coronavirus. 

Quando andavo a scuola io, le epidemie non succedevano mai.

Il focolaio domestico.

Chi vive la quarantena separato dall’anima gemella, passato il pericolo si sposa. Chi la vive in casa con lei, passato il pericolo divorzia.

Pur di avere qualcosa da fare in casa ho lavato anche i piatti puliti.

Se continuo a ingrassare, quando finirà la quarantena non potrò uscire perché non passerò dalla porta.

Stando tutti in casa risolveremo il problema del coronavirus, ma arriverà quello delle piaghe da decubito.

Tifo per il papa che prega per la fine della pandemia come per lo stregone che fa la danza della pioggia davanti a tutta la tribù speranzosa, e non piove.

Papa sta bene e vuole che d’ora in poi lo si chiami Sua Sanità.

Quando esco di casa spero che la polizia mi fermi, così almeno scambio due parole con qualcuno.

Una conseguenza positiva c’è: vietate le riunioni di condominio.

Ma i virus avranno virus più piccoli che li contaminano? 

Quando si dice che l’epidemia sta raggiungendo il picco, significa che cominceranno ad ammalarsi quelli in montagna?

La chiamano Fase 2 per non chiamarla Lato B, che darebbe meglio l’idea.

Per Pasquetta farò una gita fuori porta fino al sesto piano del palazzo lungo le scale.

Bisogna evitare i luoghi troppi frequentati. Le edicole e le librerie, perciò, vanno benissimo.

Lockdwn. I fumetti continuano a uscire. Beati loro.

La piccola soddisfazione di pensare che se il paziente muore, muore anche lo stupidissimo virus.

Però, dai, meglio morire in una catastrofe epocale piuttosto che inciampando come scemi su uno scalino.

Come dolce pasquale invece delle colombe ci vorrebbero le pipistrelle.

Ma di amuchina quanta se ne deve bere, per immunizzarsi?

Il Tocilizumab era un farmaco usato anche dagli antichi Aztechi.

Secondo me il collutorio Listerine stermina più virus dell’amuchina.

State in casa! “Obbedisco!” (Giuseppe Garibaldi) 

Muoiono i già gravi di altre patologie. “Virus, tu uccidi un uomo morto!” (Francesco Ferrucci) 

Il virus uccide anche gli studiosi. “Eppur si muore...” (Galileo Galilei) 

Contagi anche tra famigliari. “Tu quoque, Brute, infetti mi?” (Giulio Cesare)

Se il virus fosse stato inventato nei laboratori cinesi sarebbe la prima cosa inventata senza copiare.

C’è un altro virus cinese su cui occorrerebbe indagare: quello che nell’antichità trasformò un intero esercito in terracotta, il cui caso venne insabbiato.

Coronavirus: ecco a che cosa serviva la muraglia cinese.

Divertenti le scene viste in Rete in cui gli italiani si accaparrano la pasta. I cinesi hanno riso.

lunedì 8 dicembre 2025

ALLA SCOPERTA DELLA BD

 

 

 


 

Mauro Giordani
ALLA SCOPERTA DELLA BD
Index del fumetto franco-belga
Nona Arte
2025, brossurato
450 pagine, 29,90 euro
 
Sulla soglia del terzo Millennio, Alessandro Editore pubblicò un index alfabetico del fumetto d'Oltralpe intitolato "Alla scoperta della Bande Dessinée" e sottotitolato "Cento anni del fumetto franco-belga - Tutti i personaggi e gli autori in Italia fino all'anno 2000". Il compilatore delle dettagliate cronologie, particolarmente preziose in un'epoca senza Intelligenza Artificiale, era il certosino Mauro Giordani. Quel saggio contava 160 pagine (e, per la cronaca, costava 35.000 lire). Ne vedete la copertina più in basso. 
Venticinque anni dopo, lo stesso, infaticabile saggista aggiorna il suo lavoro quasi triplicandone la mole e mettendo a disposizione degli appassionati e dei collezionisti un monumentale catalogo che consente di rintracciare le edizioni italiane di tutti i fumetti, seriali e non, di origine francofona. Il titolo del nuovo volume abbrevia "Bande Dessinée" in "BD". Di ogni pubblicazione etichettabile come Bedé, Giordani fornisce la cronologia originale, quella tradotta nella Lingua del Sì, l'indicazione degli autori e degli editori, e persino una descrizione della trama e dei protagonisti. Colpisce la gran quantità di materiale inedito o da tempo irreperibile, e del resto mi stupisco sempre di come abbia mal funzionato lo scambio tra noi e i cugini. Personalmente aspetto la decina di titoli mancanti della mia amata Yoko Tsuno, ma quanti ce ne sono non tradotti di Spirou! Fra i dati forniti, l'indicazione del settimanale "Tintin", edito da Vallardi, purtroppo senza successo, nel 1955, quale primo contratto fra il pubblico italiano e il fumetto francofono. L'introduzione è firmata da un altro esperto di Bedé, Andrea Sani. Riguardo a Giordani, fra le tante altre cose, lo ricordiamo compilatore con Gisello Puddu della fondamentale guida al fumetto bonelliano "Tutto Bonelli", in due volumi.
 
 

 

domenica 7 dicembre 2025

ASTERIX IN LUSITANIA



 
Fabcaro
Didier Conrad
ASTERIX IN LUSITANIA
Panini Comix
2025, cartonato
50 pagine, 12.90 euro

Che dire? La quarantunesima avventura in volume di Asterix e Obelix è decisamente spassosa. Nessun segno di stanchezza, gag a volontà, trama divertente, disegni godibilissimi. La recensione potrebbe finire qui, con un invito spassionato (ma anche appassionato) alla lettura.
Tuttavia, per dovere deontologico di schedatore compulsivo, aggiungerò qualcosa. Segnalo che di Asterix ci siamo occupati più volte in questo spazio (potete trovare i post cliccando sul tasto “Indice Titoli” e scorrendo l’elenco alfabetico alla lettera A) ma ecco per comodità direttamente il link della recensione del volume precedente, il quarantesimo della serie (fate clic qui accanto).
Dei due creatori del personaggio, lo sceneggiatore René Goscinny e il disegnatore Albert Uderzo, il primo è morto nel 1977 (24 storie all'attivo), il secondo è scomparso nel 2020 e la sua ultima storia è stata "Il compleanno di Asterix e Obelix" del 2009 (quando fu autore anche della sceneggiatura). Dopodiché, per altri cinque volte le avventure degli eroi gallici sono state disegnate da Didier Conrad e scritte da Jean-Yves Ferri. Con “Asterix e l’Iris bianco” (del 2024) Conrad (quasi indistinguibile da Uderzo agli occhi del profano) viene confermato, mentre per la prima volta a scrivere i testi è Fabrice Caro, in arte Fabcaro – che, va detto, se la cava proprio bene. “Asterix in Lusitania” porta i gallici eroi in  trasferta, inutile dirlo, in Portogallo e scherza in modo esilarante su certe caratteristiche dei lusitani: la famosa malinconia che li porta a ostentate pessimismo cosmico, le piastrelle, il baccalà infilato dappertutto (anche fuori contesto, si veda la copertina del volume), le parole che finiscono in “ao” e perfino i capelli neri stirati con la brillantina (fa molto ridere vedere Obelix dover rinunciare alle trecce e ai baffi rossi per travestirsi da nativo portoghese).  Non mancano le gag che prendono in giro la contemporaneità, come quella in cui Asterix si deve registrare all’ingresso di un palazzo con una password che contenga almeno un numero e un carattere speciale. 
Insomma, prendete e godetene tutti.
 

 



venerdì 21 novembre 2025

ACQUE MISTERIOSE

 

Guido Nolitta
Franco Donatelli
ACQUE MISTERIOSE
Sergio Bonelli Editore
2025, cartonato
250 pagine, 29 euro

«Il mio amore per il soprannaturale è di vecchia data - spiega Sergio Bonelli, creatore ed editore di Zagor,  in un suo articolo intitolato "Il mare ghiacciato che è dentro di noi" (titolo che cita Kafka) - e risale a quando da bambino andavo al cinema a vedere i film di Frankenstein, dell'Uomo Lupo e di tutti i personaggi che hanno popolato l'universo di celluloide orrorifica degli anni Quaranta e Cinquanta. Ricordo che l'immagine di Boris Karloff sconvolta dal trucco mi terrorizzò per molte notti, così come l'ombra di Bela Lugosi mi sembrava dovesse apparire, all'improvviso, sulla parete della mia stanza. A parte la paura, mi divertivo tantissimo perché, e non sono il solo a dirlo, spavento e divertimento vanno, al cinema o sulla pagina stampata, a braccetto e formano un connubio indissolubile. E con il divertimento nacque, di pari passo con la mia carriera, anche un interesse professionale, quando con il nome-de-plume di Guido Nolitta, cominciai a scrivere sceneggiature, i miei miti cinematografici erano tutti lì, a disposizione, nell' immaginario scaffale della memoria.  Non dovevo far altro che creare un'occasione, un contesto perché prendessero vita anche sulle pagine di un fumetto e Zagor è stata l'occasione per poter dare sfogo a questa mia inclinazione». 
Sergio era un cinefilo a 360 gradi: non apprezzava soltanto i film horror ma ne divorava di tutti i generi, andando con il padre Gianluigi (il creatore di Tex) a vedere quelli western, così come i peplum, gli avventurosi, i gialli o quelli di guerra. Sapeva citare intere filmografie da vero appassionato ed esperto, dunque.  Prima di essere il “giocattolo” dei lettori, Zagor è stato il “giocattolo” di Sergio Bonelli, che saccheggiava il grande magazzino delle letture e dei film che aveva visto, scegliendo quello che, da ragazzo, gli aveva fatto paura e lo aveva lasciato a bocca aperta. Filtrando opportunamente le suggestioni ricevute, cercava di trasmettere gli stessi brividi a chi leggeva i suoi fumetti. “Acque misteriose”, avventura pubblicata per la prima volta nel 1974, nasce dal film “Il mostro della laguna nera” (1954). Ma si possono ricordare le evidenti fonti cinematografiche  di molte altre avventure zagoriane. Per esempio, la pellicola “Pericolosa partita” (1932) è alla base de “I cacciatori di uomini”. Potremmo continuare citando “L’uomo Lupo” (ispirato al film con Lon Chaney del 1941), o il personaggio di “Guitar” Jim che trae origine dal cowboy canterino interpretato da  Sterling Hayden nel 1954 in “Johnny Guitar” (1954), arrivando a “Il giorno della vendetta” (1958) su cui si basa il racconto “La rabbia degli Osages”. 
Sergio era abilissimo nel rielaborare le suggestioni cinematografiche rimescolando le carte e contaminandole fra loro fino a realizzare un prodotto del tutto originale, di cui è evidente l’ispirazione ma che non è sovrapponibile al modello di partenza. Fin dall’inizio della saga Nolitta si è divertito spesso a giocare con il suo pubblico non nascondendo i riferimenti ma anzi a “citandoli”, rendendoli palesi: il lettore coglie la strizzata d’occhio dello sceneggiatore che gli propone il rimando a un film famoso, ma subito dopo si lascia rapire dal suo talento di affabulatore che riusciva a rimescolare le carte e rendere perfettamente zagoriana una vicenda che al cinema aveva tutt’altro contesto e svolgimento. I film fanno parte del bagaglio di conoscenza di tutti noi: gli sceneggiatori di fumetti attingono dagli spunti offerti dalle pellicole come da un viaggio fatto, da un programma televisivo visto, da un libro letto. Le personali sensibilità, poi, servono a rielaborare il messaggio ricevuto, trasformandolo e rendendolo personale. C’è chi cerca di farlo quasi nascondendo la fonte originaria, ma tutti hanno altri autori usati come punto di riferimento; oppure c’è chi non esita a dichiarare da quale spunto sia partito, e dimostra il suo talento giocando a scombinarne gli elementi e a ricomporli in modo fa far risultare una figura diversa. E’ il caso appunto di molte storie di Zagor. 
In “Acque misteriose” Zagor accompagna di naturalisti Kruger e Meyer, sue vecchie conoscenze, in una regione inesplorata del Missouri dove, fra le acque di una malsana palude, vivono creature che non si trovano altrove: “Man mano che avanziamo verso Nord, le mutazioni si fanno più evidenti”, dice a un certo punto uno dei due professori. E un altro loro collega, Weiser, aggiunge: “Stiamo avvicinandoci alla zona più interessante, quella cioè dove qualche elemento ancora sconosciuto favorisce l’alterazione della specie animale”. Infatti, la spedizione si imbatte in api con la coda da scorpione, lucertole con le corna e pesci con le zampe. Weiser è talmente invasato dal suo desiderio di conoscenza da non riuscire a porvi dei limiti. Lo vediamo più volte insistere per proseguire le ricerche e avvicinarsi, nonostante i pericoli, sempre più all’epicentro delle mutazioni genetiche che trasformano, per motivi misteriosi, la fauna di una inesplorata zona del Missouri. A differenza dei suoi colleghi decisamente meno atletici, lui è anche in grado di performance fisiche non indifferenti: “sono stato un autentico campione in molte discipline sportive, all’università di Stoccarda”, afferma a un certo punto della storia. Questa vigoria gli consente anche, a un certo punto, di fare a meno della scorta di Zagor e separarsi dal resto del gruppo, per continuare da solo le sue indagini in cerca di quella fama e  di quella gloria  che non intende condividere con nessuno. Il che, non gli porterà fortuna.
Dicevamo che Kruger e Meyer sono vecchie conoscenze. La loro prima apparizione fu sceneggiata da Guido Nolitta nel 1963 per l’edizione francese di Zagor (salvo poi venire pubblicata anche in Italia e inserita nella serie italiana). I due sembrano un’affiatata coppia da film comico: se il professor Kruger, naturalista darwiniano ante litteram, ha l’aspetto e gli atteggiamenti del classico scienziato un po’ svampito, non meno svitato sembra il suo assistente Mayer che, pure, svolgendo mansioni di portaborse e guardia del corpo, dovrebbe essere un pochino di più con i piedi per terra e invece sembra condividere le stramberie del suo capo. Quando li rivediamo, appunto nell’avventura “Acque Misteriose”, sono sempre molto simpatici, ma meno macchiette. Nel 2013 c’è stato un loro ulteriore ritorno.
L’autore delle tavole a fumetti che compongono questo volume è Franco Donatelli. Un nome, il suo, che si è affiancato a quello del creatore grafico di Zagor per quasi trent’anni: la sua prima storia è datata 1967 e la morte ha sorpreso l’illustratore nel 1995. La “sua” foresta di Darkwood era diversa da quella di Ferri, che l'aveva creata. Acquitrinosa, piena di liane e di vegetazione intricata quella del disegnatore ligure, più asciutta e rocciosa, e con meno alberi, pronta a trasformarsi in montagna e deserto quella di Donatelli. Allo stesso modo, diversa era la sua interpretazione di Zagor, e a ben pensarci singolarmente diversa. Sì, perché mentre il problema di tutti i disegnatori che si sono cimentati e con l'atletica e dinamica figura dello Spirito con la Scure è che hanno dovuto fare i conti con il tratto impressionista ferriano, fatto di pennellate rapidi ed efficaci, cercando di adeguarsi a quella impostazione, Donatelli ha trovato invece fin da subito una sua strada personale, caratterizzando alla sua maniera Zagor, Cico e gli altri comprimari della serie, e benché la sua mano fosse sempre e comunque riconoscibilissima, non ha mai tradito lo spirito di personaggi creati da altri. Sapeva mettersi al servizio degli eroi e delle storie forse proprio perché era stato il primo, in assoluto, a mettersi al servizio della appena nata casa editrice "Audace" allorché Gianluigi e Tea Bonelli, nel 1940, l' avevano rilevata. Giovanissimo (era nato ad Alessandria nel 1925), era stato chiamato a fare da factotum in redazione. Il particolare segno di Donatelli ha reso graficamente alcune delle più belle storie di Zagor. Chi non ricorda, per esempio, storie memorabili come "Mohican Jack", "Libertà o morte", "Spedizione punitiva" e, appunto, "Acque misteriose"?  «Franco Donatelli, secondo me, era un artigiano - ha scritto di lui Graziano Frediani - nel senso più nobile e più antico del termine. Disegnava da sempre, con modestia e dedizione, mantenendo un ritmo produttivo costante e senza mai tradire uno standard qualitativo decisamente elevato».  Proprio Frediani firma, con Maurizio Colombo, l’illustratissima introduzione.





sabato 25 ottobre 2025

FRA TINO

 

Athos
FRA TINO
Sbam!
2021, brossurato
128 pagine, 12 euro

In occasione dei quaranta anni di Fra Tino sulle pagine del Giornalino prima e di Famiglia Cristiana poi (1982-2021), la benemerita Sbam! pubblica una raccolta di tavole autoconclusive (che nel corso del tempo hanno preso il posto delle prime strip) scelte dallo stesso autore, sia dei testi che dei disegni, Athos. Una appassionata introduzione di Roberto Orzetti spiega tutto ciò che c’è da sapere sul personaggio, il suo autore e sul perché di Fra Tino ci si debba innamorare. Io, che da parte mia ho parlato di Athos e del suo delicato fraticello recensendo “Il Natale di Fra Tino” (cliccate sul tutolo per leggere ciò che ho già detto), non posso che sottoscrivere il testo del prefatore e ripetere alcuni concetti già espressi e alcune notizie già date, cominciando da disegnatore, l’emiliano (ma milanese di adozione) Atos Careghi (classe 1939), in arte Athos, vignettista all’opera a partire dal 1951 anche su varie altre testate (da La Settimana Enigmistica alla Gazzetta dello Sport). Fra Tino è un personaggio a fumetti sui generis, perché le nuvolette che danno il nome, in Italia, al fumetto stesso, proprio non ci sono: le tavole, essenziali anche nel tratto, sono rigorosamente mute. Eppure ciò che raccontano, nella stessa maniera di un film senza sonoro o dello spettacolo di un mimo, è immediatamente comprensibile anche (e soprattutto) dai bambini a cui principalmente sembra rivolgersi il delicato autore. Sembra, perché poi la poesia delle immagini riesce a sorprendere e far sorridere anche i più grandi. Il protagonista è un candido fraticello pelato, che vive con un piccolo gruppo di confratelli in un convento in cui ognuno è dedito alle proprie mansioni ma dove uno dei divertimenti è giocarsi scherzi a vicenda e soprattutto giocarne a Fra Tino, forse il più giovane, che però riesce ogni volta a ribaltare la situazione. Il fraticello  colora i fiocchi di neve, vede il bello e il poetico in ogni cosa, ama ed è riamato dagli animali,come un novello San Francesco, però senza stigmate. Nonostante il saio indossato dai personaggi, non si nota un intento di propaganda religiosa o confessionale, ma è indubbio che le tavole di Athos, così solari e gioiose, solleticano la spiritualità e spingono a guardare con occhi incantati la realtà materiale. Una curiosità: in una postfazione di Fiorella Grandi si citano i nomi dei confratelli di Fra Tino, che sarebbero Fra Poco, Fra Tanto, Fra Inteso, Fra Stornato, Fra Cassone, Fra Gile e Fra Golino. Il dubbio è come si sappiano, questi appellativi, essendo le strisce di Athos del tutto mute. Azzardo un’ipotesi, che però nel volume non trova conferma: forse sono citati in qualche titolo dato a qualche tavola?



sabato 11 ottobre 2025

A TAVOLA CON GLI AUTORI

 

 
 
 
Autori Vari
A TAVOLA CON GLI AUTORI.
SCLS Presenta
2024, brossurato
140 pagina, p.n.i.

Questo aureo libretto, gustoso pezzo da collezione (imperdibile anche se introvabile) non contiene testi, a parte le due brevi prefazioni (una scritta da me, l’altra firmata da Corwin – uno dei curatori con Marco Corbetta e Ivano Carzaniga), e non propone neppure nessun bel disegno. Anzi, i disegni sono proprio brutti, improvvisati, raffazzonati, tirati via al punto da sembrare opera di ubriachi. Cosa che in effetti è, visto che gli autori (tutti professionisti del fumetto) li hanno realizzati al ristorante al momento del caffè e del giro degli amari, dopo un pasto annaffiato da vino e da birra, in occasione di pizzate, pranzi e cene organizzate dagli appassionati forumisti di SCLS, ovvero Spirito Con La Scure punto it, una community di lettori di Zagor molto attiva in Rete (la prima per nascita, ma non l’unica). Esiste infatti una sorta di rito, instauratosi e ufficializzatosi a partire dal 2007, quando già il forum esisteva comunque da alcuni anni, che prevede  il passaggio di mano in mano, tra gli “addetti ai lavori” presenti (cioè riservato agli autori zagoriani soliti fare comunella con i propri lettori), di un album da disegno su cui lasciare un disegno autografo improvvisato, magari con una battuta o una dedica accanto alla firma. Con il tempo gli album sono diventati numerosi (finito uno, se ne comincia un altro), tutti gelosamente conservati da Marco “Baltorr” Corbetta.  Nella foto qui sotto vedete Marcello Mangiantini all'opera appunto durante un raduno di SCLS (in questo caso, a Rimini) in un contesto conviviale.
 

 
Questo volumetto raccoglie gli schizzi realizzati dall’edizione 2007 di Lucca Comics fino all’evento svoltosi a Santa Margherita Ligure nel novembre 2014. Il primo disegnetto è un Cico di Marco Verni, l’ultimo uno Zagor che combatte contro un polpo opera di Gallieno Ferri su testi miei (il balloon dice “Questo me lo faccio con le patate!”). Lo potete vedere qui sotto.
 
 

 
I raduni conviviali del forum SCLS sono continuati anche in seguito, e proseguono tuttora, questo significa che potrebbe venire data alle stampe una seconda raccolta, cosa in cui in effetti confidiamo. Quando ho scritto che i disegni sono brutti, a inizio di recensione, ovviamente scherzavo: alcuni sono bellissimi, altri molto divertenti, tutti comunque da contestualizzare. In ogni caso dimostrano come la passione verso l’eroe di Darkwood unisca autori e lettori in una unica comunità. Ci sono schizzi persino di Sergio Bonelli, che più volte si è unito alle tavolate degli zagoriani, e i disegni degli autori realizzati poco dopo la sua morte (avvenuta nel settembre 2011) sono commossi e commoventi nel suo ricordo (uno porta la mia firma). Eccolo qui sotto.
 

 
 
Non cito tutti i disegnatori e gli sceneggiatori rappresentati nel libro, per non dimenticare nessuno, ma ci sono quasi tutti, a partire (unico di cui faccio il nome a parte Ferri e Bonelli) da Alessandro Piccinelli artefice della copertina (sì, è vero, ho citato anche me stesso, Mangiantini e Verni, ma en passant a sostegno del discorso). Riporto qui di seguito il testo della mia introduzione, intitolata “Gli abitanti di Darkwood”. In fondo, troverete uno schizzo di Sergio Bonelli.
 
 

 

GLI ABITANTI DI DARKWOOD
di Moreno Burattini

Nei miei ormai trentacinque anni di lavoro alle sceneggiature di Zagor, personaggio per il quale ho scritto oltre trentamila pagine di avventure, mi è capitato spesso di viaggiare per il mondo invitato a parlare dello Spirito con la Scure e della sua leggenda. Dovunque sono andato, ho incontrato schiere di lettori che condividevano con me la mia stessa passione (perché, prima di essere un autore, sono un appassionato). Li ho definiti “gli abitanti di Darkwood”, una comunità che unisce in un unico popolo tutti coloro che, qualunque sia la loro nazionalità, si emozionano di fronte ai racconti dell’eroe dalla casacca rossa. Ascolto da sempre i racconti dei lettori che mi spiegano quanto sia stato importante Zagor nella loro vita. Ma c’è un aneddoto che li vale tutti, riguardante Adnan Mehmedovic, di Sarajevo (in Bosnia Erzegovina e più in generale nei Balcani, lo Spirito con la Scure gode di grande popolarità). Adnan  mi ha narrato un toccante episodio riguardo gli anni della guerra nella ex-Yugoslavia, quando lui era bambino: avendo pochi minuti per scegliere cosa portare via dalla casa che doveva abbandonare, prese con sé un borsone con i fumetti di Zagor, che poi gli fecero grande compagnia nel tempo che trascorse da profugo. Gli albi dello Spirito con la Scure hanno aiutato tanti come lui a superare e sopportare quel periodo terribile. Nessuna meraviglia, dunque, che lettori accumunati dalla stessa passione sentano il bisogno di ritrovarsi come succedeva ai trappers delle foreste del Nord America nella prima metà dell’Ottocento. I “rendez-vous” dei mountain men ebbero il loro momento d’oro nell’arco di tredici anni. Il primo di essi, infatti, si svolse sul fiume Green, al confine tra Utah e Wyoming, nel luglio del 1825 (e si noti che Nolitta ambienta il raduno dell’albo “I cacciatori di uomini” su una isola fluviale chiamata Green Island). L’ultimo, più o meno dalle stesse parti, ebbe luogo nel giugno del 1837. Il convergere in una vasta radura di centinaia di persone intenzionate a far baldoria faceva sorgere un accampamento che veniva montato e smontato nel volgere di pochi giorni. Da molto più di tredici anni (sicuramente più di venti) gli zagoriani del forum Spirito con la Scure (per brevità, SCLS) si radunano periodicamente a Milano (nei pressi della Sergio Bonelli Editore) e in città sempre diverse in giro per l’Italia (ma ci sono stati raduni anche all’estero). Alcuni di queste riunioni di appassionati sono state filmate dal regista Riccardo Jacopino in documentario intitolato “Noi, Zagor” proiettato nell’ottobre 2013 in oltre cento sale cinematografiche di tutta Italia, dopo due anni di lavorazione. Si tratta di un entusiasmante viaggio “dietro le quinte”, in mezzo agli autori e ai loro collaboratori, fra le scrivanie e i tavoli da disegno di chi lavoro quotidianamente, da oltre cinquant’anni, alla realizzazione delle storie dello Spirito con la Scure. Ma è anche un reportage su tutto l’universo di emozioni che anima il pubblico, soprattutto quello della folta schiera di appassionati che popola i raduni dei fan così come gli incontri durante le fiere del fumetto, ma anche quello che colleziona gli albi e va a caccia dei numeri più rari. “Noi, Zagor” è davvero il più efficace possibile perché la comunità degli zagoriani comprende gli stessi autori, sceneggiatori e disegnatori, che spesso e volentieri si uniscono ai lettori nelle tavolate imbandite durante i raduni. E fra gli autori che hanno partecipato figurano anche Sergio Bonelli e Gallieno Ferri, i creatori dello Spirito con la Scure. Troverete infatti i loro autografi nelle pagine di questo libro, che raccoglie gli sketch schizzati dagli illustratori durante pranzi, cene o intervalli fra le conferenze, nel corso degli anni. Ci sono anche alcuni scarabocchi del sottoscritto, dei quali non mi vergogno come dovrei perché sono anch’io un abitante di Darkwood. 
 
 

 



venerdì 10 ottobre 2025

L’ANTICA MALEDIZIONE

 

 

Raffaele Della Monica
Gallieno Ferri
Jacopo Rauch
Gianni Sedioli
Marco Verni

L’ANTICA MALEDIZIONE
Zagor contro il Vampiro vol. 4
Sergio Bonelli Editore
2025, brossurato
432 pagine, 17 euro

“Zagor contro il Vampiro”, oltre a essere il titolo di un albo dello Spirito con la Scure divenuto oltre che a essere un classico è senza dubbio un cult (è il n° 86, dell’agosto 1972, e lo si deve ai testi di Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli, e ai disegni di Gallieno Ferri), è anche la denominazione di una collana antologica composta da cinque volumi che raccolgono tutte le avventure in cui l’eroe di Darkwood, nel corso della sua lunga saga, si scontra con il barone Bela Rakosi, non-morto dai canini aguzzi adatti a succhiare sangue. Non soltanto quelle, in verità, perché per esempio nel terzo volume, “Le nere ali della notte”, il Vampiro non compare, ma si seguono le vicende degli altri comprimari che intrecciano in maniera inestricabile il loro destino con il suo, come il dottor Metrevelic, Alan Parkman e Ylenia Varga. 
In questo quarto tomo, contenente due storie (una del 2016 e una del 2017) il tetro Rakosi torna nella prima ma, di nuovo, manca nella seconda. La sua assenza dalla scena è funzionale alla necessità di seguire le vicende del numeroso microcosmo di figure che si muovono attorno a lui e che danno vita (o danno non-morte) a una vera e propria saga ricca di comprimari e di caratteristi. 
Del resto, anche il romanzo di Bram Stoker del 1897, “Dracula”, considerato il capostipite di tutta l’incredibile proliferazione di racconti, film e fumetti, propone un variegato gruppo di personaggi a cui nel tempo se ne sono aggiunti altri nei sequel multimediali che continuano a venire proposti, come Abraham Van Helsing, un medico olandese, letterato e filosofo, che cerca di convincere dell’esistenza dei vampiri il suo allievo dottor Seward, chiamato a curare il male inspiegabile da cui sembra essere stata colpita Lucy Westenra, in realtà vittima dei canini del non-morto transilvanico trasferitosi a Londra. Il personaggio di Van Helsing compare in quasi quaranta opere cinematografiche ispirate al romanzo di Stoker. Ma anche Renfield, un paziente dello psichiatra dottor Seward, che soffre di ontomofagia, cioè ha la mania di nutrirsi di insetti, è stato reso protagonista di storie a lui dedicate. Il conte Dracula lo rende suo schiavo e, nel romanzo di Stoker, alla fine lo uccide. Il folle ha continuato a vivere sugli schermi cinematografici quale protagonista o coprotagonista di numerosi film. Insomma, da storia nasce storia. 
Nelle avventure di Zagor, e a Darkwood, terra della trasversalità tra i generi, là dove il western si contamina di continuo con l’avventura, l’umorismo, la fantascienza e l’horror, e dove hanno piena cittadinanza trapper e pellerossa come scienziati pazzi e licantropi, non poteva mancare anche un vampiro transilvanico venuto a cercare sangue fresco nel Nuovo Mondo. Guido Nolitta, portando avanti  la sua opera di mescolamento delle carte davanti agli occhi dei divertiti lettori, cita i film in cui il Dracula di Bram Stoker è interpretato da Bela Lugosi creando una palese assonanza fra il nome dell’attore e quello del suo tenebroso non-morto, a cui però il disegnatore Gallieno Ferri dà l’aspetto di un altro celebre vampiro cinematografico, Christopher Lee, senza dimenticare di citare, in una copertina, l’ombra del Nosferatu di Murnau. Proprio di Gallieno Ferri, la storia “L’antica maledizione” (la seconda contenuta nel volume) rappresenta l’ultima fatica, rimasta incompiuta. Uscita postuma in prima edizione nel 2017 (come Color Zagor n° 5), l’avventura scritta da Jacopo Rauch risulta disegnasta dal maestro ligure fino alla sessantatreesima tavola delle 126 di cui è composto il racconto: l’esatta metà.  Le pagine mancanti sono state terminate da Gianni Sedioli e Marco Verni, i due più fedeli continuatori della sua opera. Quando, il 2 aprile del 2016, la primavera che ce l’aveva regalato 87 anni prima se l’è portato via, Gallieno Ferri aveva da poco finito di disegnare la sua tavola di Zagor numero 20.810: la prima risaliva al 1961. Al momento della sua scomparsa deteneva tre record ancora imbattuti: era il disegnatore italiano con più anni di ininterrotta presenza in edicola con le cover dello stesso eroe (55); l’autore del maggior numero di tavole di un unico personaggio della scuderia Bonelli (Zagor in entrambi in casi); il copertinista più prolifico nel formato gigante che caratterizza la Casa editrice di Via Buonarroti  (838). A questi dati vanno aggiunte le tante copertine degli albi a striscia (233) e le tavole illustrate per Mister No (119) e Giubba Rossa (48). Questi dati, che si riferiscono soltanto alla sua produzione bonelliana (ne esiste una precedente, soprattutto destinata al mercato francese, che è difficile persino quantificare, tanto è estesa), danno un’idea della quantità del suo lavoro ma non bastano a rendere ragione della qualità che lo contraddistingueva. E’ commovente pensare a quanti sogni, emozioni, brividi, risate ci abbia regalato Gallieno in tanti anni: c’è una sua copertina per ogni momento della vita di chi è cresciuto con Zagor. Si tratta di un tesoro che nessuno potrà portarci via, al pari del ricordo delle storie di Sergio Bonelli, alias Guido Nolitta. Proprio a un character nolittiano e ferriano è dedicata “L’antica maledizione”: si tratta del dottor Metrevelic, un medico che, presentandosi ai lettori nel 1972, diceva di essere originario della Yugoslavia e aggiungeva anche di aver dedicato anni di studio, quando ancora viveva in Europa, allo studio delle leggende riguardanti i vampiri, ed era perciò un’autorità in materia. In effetti, si rivela risolutivo nella lotta contro il barone Rakosi. Lo  abbiamo ritrovato più volte pronto ad affrontare minacce vampiriche ma anche al fianco di Zagor in altri casi legati al mistero e al paranormale. Adesso, Jacopo Rauch ci svela qualcosa sul passato di Metrevelic, chiarendo anche chi fosse la madre di sua figlia Aline, di cui non sapevamo niente.  
Sempre del senese Rauch sono i testi della prima avventura contenuta nel volume: “Vampiri!”, illustrata da un ispirato Raffaele Della Monica. Qui lo sceneggiatore senese riprende i fili della narrazione interrottasi con “Le nere ali della notte”, una storia sempre sua datata 2009, riportando sulla scena la vampira “buona” Ylenia Varga e facendo far ritorno anche al cattivo Bela Rakosi, creduto morto nel rogo di una villa alla fine di un racconto di Mauro Boselli del 1998. I personaggi della saga si sono fatti numerosi: oltre a Metrevelic e Parkman ci sono Manfred Moore, promesso sposo di Frida Lang (un nome che a tutti gli zagoriani ricorda immediatamente un sorprendente bacio), Alec Wallace, ufficiale della Royal Navy, il colonnello Korasi, ex ufficiale asburgico, Jonas Weber, ridotto in schiavitù mentale dal vampiro, Kurt Svatek, capitano degli Ussari, vampiro rivale di Rakosi desideroso di assorbirne i poteri.  Insomma, vale la pena di leggere questo e gli altri volumi della serie. Annotazioni in calce: la cover è opera di Alessandro Piccinelli, che ha sostituto Ferri come copertinista, il lungo saggio introduttivo (sedici pagine) porta la mia firma.



martedì 20 maggio 2025

NERO: OSCURATO IL SOLE E SPENTE LE STELLE

 


Emiliano Mammucari
Matteo Mammucari
Alessio Avallone
NERO: OSCURATO IL SOLE E SPENTE LE STELLE
Sergio Bonelli Editore
2022, cartonato
80 pagine, 17 euro


“Una fortezza chiamata Tell Bashir esiste davvero e si trova a sud-ovest di Edessa. Era un nome troppo bello per abbandonarlo alle sabbie del tempo”. Così concludono la loro postfazione Emiliano e Matteo Mammucari, creatori della saga di Nero e sceneggiatori di questo secondo episodio, come del primo. Primo che era stato disegnato dal solo Emiliano, mentre il volume di cui vedete in alto la copertina porta la firma, per la parte grafica, del bravo Alessio Avallone, perfetto nell’inserirsi senza attriti di sorta in una narrazione già iniziata da altri. Della puntata precedente, intitolata “Così in terra” ci siamo già occupati in questo spazio: cliccate sul titolo per leggere la recensione che commenta l’inizio della saga.
Tell Bashir, dicevamo: un nome che soltanto a pronunciarlo evoca ciò che i disegni ci mostrano fin dalla seconda tavola, una fortezza araba nel deserto siriano, assediata dai franchi durante la terza Crociata e, apparentemente, destinata a cadere. Giova ribadire quel che avevamo segnalato in precedenza: la grande importanza della colorazione in supporto e valorizzazione dei disegni, proprio come strumento della narrazione (questo secondo episodio è colorato da Luca Saponti, già colorista del primo volume, e da Adele Matera); al contrario, la non importanza dell’aspetto religioso nella caratterizzazione degli eserciti in campo e degli eroi, tutti rivali fra loro o disposti ad allearsi, nonostante la fede, mossi da interessi e scopi personali, sulla scorta di avvenimenti del passato che continuano a guidare le loro scelte e le loro azioni. Il fatto che si parli di crociati e di musulmani non ha grande rilevanza, potrebbe trattarsi della guerra fra Sassoni e Normanni, o fra Mongoli e Cinesi, o fra Russi e Teutonici. “Oscurato il sole e spente le stelle” chiarisce meglio le caratteristiche dei personaggi. Nero, guerriero arabo ma cane sciolto, reca sulla fronte una cicatrice che ricorda un rito a cui fu sottoposto da bambino dal suo stesso padre che voleva immolarlo a un Djinn, un demone nascosto nella misteriosa Grotta del Sangue, rito che non finì bene e che l’indisciplinato eroe vorrebbe non si ripetesse mai più; lo Straniero, combattente cristiano disertore, segnato sul corpo a sua volta dagli artigli dello stesso demone, vuole invece che questi venga nuovamente evocato perché si metta al suo servizio; il Qadi, signore di Tell Bashir e zio di Nero, ritiene l’aiuto del Djinn l’unica speranza per salvare la sua fortezza; la Nizarita, una sorta di ninja musulmana, ha un conto aperto con Nero e lo vuole uccidere approfittando del trambusto. Tutti costoro si ritrovano alla Grotta del Sangue a breve distanza di tempo l’uno dall’altro, e sembra che uno di loro abbia iniziato il rito...

venerdì 25 aprile 2025

L'ALTRA PARTE




Vanna Vinci
L’ALTRA PARTE
Granata Press
Cartonato, 1993
70 pagine, 22.000 lire

Le volte in cui mi capita di essere invitato a parlare di come si raccontano le storie utilizzando i codici espressivi del fumetto, proietto sempre di fronte all’uditorio alcune vignette di Vanna Vinci. I disegni dell’autrice sarda non mancano mai di colpire gli astanti, che siano un pubblico maturo o scolaresche di ogni ordine e grado. Anzi, soprattutto i più piccoli rimangono affascinati di come, per esempio, un semplice sbuffo di vapore a forma di cuore che esala da una tazzina di caffè serva a farne percepire, attraverso gli occhi anziché il naso, l’aroma. Non è tutto qui, naturalmente: reputo magistrali un gran numero di tavole (per non dire tutte)  di Vanna, composte da vignette tanto eleganti e sofisticate quanto perfettamente al servizio del racconto, della narrazione, della storia. In un bel catalogo “Passaggi”, pubblicato in occasione di una mostra personale allestita del 2024 a Città di Castelli, una lunga intervista ripercorre la carriera della Vinci, iniziata sul finire degli anni Ottanta, e il titolo ben la riassume: “Il fumetto è una malattia”. “L’altra parte” è uno dei primissimi lavori dell’autrice, pubblicata prima sulla rivista “Nova Express”, diretta da Luigi Bernardi, e poi in volume da Granata Press (fra parentesi, che belli i volumi di Granata Press). Vanna è agli esordi, ma già c’è tutta la sua maestria, quella di "Lillian Browne", "Guarda che luna", "Tamara", "Frida", la Bambina Filosofica. “Io sono sempre il topo di campagna, a Milano non riuscivo a inserirmi”, racconta all’intervistatore parlando del suo primo giro, all'inizio dei Novanta, fra le case editrici milanesi in cerca di lavoro, forte dei suoi studi presso l’Istituto Europeo di Design di Cagliari, “ma propri lì, in solitudine, mi viene in mente la storia di una ragazza che è a Milano per un convegno, nello stesso hotel dove andavo io, e incontra questo tizio molto pallido, che poi si scopre essere un vampiro. Inizio a buttare giù il testo con la macchina da scrivere, senza alcuna cognizione di come si fa una sceneggiatura. Un testo con pochi dialoghi e un sacco di didascalie di pensiero”. Nasce così la storia, di uno strano tipo d’amore, di Agnese, studentessa in medicina, e del misterioso giovane rumeno Adrian Voda, inquietante e magnetico al tempo stesso. Agnese ne è turbata e attratta, lui, antesignano di Edward Cullen (il romanzo “Twilight” è del 2005), è un vampiro postmoderno che non dorme in una bara e non brucia alla luce del sole. La vicenda (segue un minimo di spoiler) minimale e priva di horror, avvicina sempre più Agnese ad Adrian e l’allontana dalla compagnia, che sembra alla ragazza sempre più fatua, dei suoi amici, fino all’accettazione di un’ “altra parte” della realtà, l’abbandono al mistero.


sabato 15 marzo 2025

IL NATALE DI FRA TINO

 

 
 
Athos
IL NATALE DI FRA TINO
Sbam!
2023, brossurato
80 pagine, 13 euro


Dopo aver dedicato, nel 2021, una prima antologia alle tavole di Fra Tino, la benemerita Sbam! aggiunge, due anni dopo, una seconda raccolta, questa volta a tema. Nel mezzo fra le due date c’è quella del quarantennale del personaggio, pubblicato a partire dal 1982 prima, e a lungo, sul “Giornalino” e poi ospitato su “Famiglia Cristiana”, sulle cui pagine ha potuto festeggiare i quattro decenni di ininterrotta produzione. Artefice dell’impresa, sia per i testi che per i disegni, l’emiliano (ma milanese di adozione) Atos Careghi (classe 1939), in arte Athos, vignettista all’opera a partire dal 1951 anche su varie altre testate (da “La Settimana Enigmistica” alla “Gazzetta dello Sport”). Fra Tino è un personaggio a fumetti sui generis, perché le nuvolette che danno il nome, in Italia, al fumetto stesso, proprio non ci sono: le tavole, essenziali anche nel tratto, sono rigorosamente mute. Eppure ciò che raccontano, nella stessa maniera di un film senza sonoro o dello spettacolo di un mimo, è immediatamente comprensibile anche (e soprattutto) dai bambini a cui principalmente sembra rivolgersi il delicato autore. Sembra, perché poi la poesia delle immagini riesce a sorprendere e far sorridere anche i più grandi. Il protagonista è un candido fraticello pelato, che vive con un piccolo gruppo di confratelli in un convento in cui ognuno è dedito alle proprie mansioni ma dove uno dei divertimenti è giocarsi scherzi a vicenda e soprattutto giocarne a Fra Tino, forse il più giovane, che però riesce ogni volta a ribaltare la situazione. Il fraticello  colora i fiocchi di neve, vede il bello e il poetico in ogni cosa,
ama ed è riamato dagli animali,come un novello San Francesco, però senza stigmate. Nonostante il saio indossato dai personaggi, non si nota un intento di propaganda religiosa o confessionale, ma è indubbio che le tavole di Athos, così solari e gioiose, solleticano la spiritualità e spingono a guardare con occhi incantati la realtà materiale. Si è detto che questa antologia è a tema: il tema è appunto, come suggerisce il titolo, quello delle festività natalizie. Una particolarità è che il volume si apre con la prima e unica storia lunga di Fra Tino, uscita nel 1990 (mentre il resto della produzione si sviluppa su singole tavole). 

sabato 2 novembre 2024

IL LEVIATANO

 

Rosie Andrews
IL LEVIATANO
Neri Pozza
2024, brossura
320 pagine, 19 euro

C’è un altro libro intitolato “Il Leviatano”, e l’ha scritto il filosofo inglese Thomas Hobbes nel 1651. Chiaramente, non è questo. Sia lui che Rosie Andrews, l’autrice del romanzo di cui ci stiamo occupando, fanno riferimento però allo stesso mostro citato da alcuni passi della Bibbia. Il Leviatano, di cui parlano Giobbe, Isaia, Amos e i Salmi, è una sorta di gigantesco serpente marino, un drago che incarna il caos primordiale, corrispondente a creature simili presenti in altre mitologie. Hobbes lo usa come simbolo del dispotismo dello stato che tiranneggia sui comportamenti dei singoli decidendo per loro. Rosie Andrews, in questo suo primo romanzo di grande successo, lo usa invece fuor di metafora (poi, una metafora si può sempre trovare, anche per la Vispa Teresa) raffigurandolo proprio come un mostro marino serpentiforme. Tuttavia, la scrittrice inglese non sceglie la strada del romanzone horror pronto per gli effetti speciali del cinema, o del kolossal catastrofico facendo emergere dall’Oceano una sorta di Godzilla. Al contrario, la vicenda proposta è minimalista: in parte racconto gotico, in parte romanzo storico (è ambientato nella contea di Norfolk, in Inghilterra, nel Seicento), in parte storia d’avventura e di mistero in cui il Leviatano si vede poco o punto. Eppure sembra esserci proprio lui nella possessione demoniaca che ha come vittima la sedicenne Esther Treadwater, improvvisamente diventata una “non Esther” per quel che dice, per quel che fa. Suo fratello Thomas, rientrato a casa dalla guerra, la trova trasformata e, indagando tra le carte del padre finito in stato comatoso, scopre che Esther non è sua sorella, ma fu adottata dopo essere stata salvata dal relitto di una nave affondata appunto dal Leviatano. Con l’aiuto di una donna accusata di stregoneria e strappata al supplizio, Chrissa Moore, e di un vecchio amico del padre, John Milton,  il razionale Thomas cerca con ogni mezzo di liberare la sorella dalla maledizione. Il tutto è ben raccontato, per carità, così come convince la ricostruzione degli ambienti e della società. Tuttavia, personalmente ho chiuso il libro arricciando il naso, vagamente deluso. Il collegamento fra il mostro marino e la possessione demoniaca di Esther non sembra convincente e resta sbilanciato il rapporto fra il potere distruttivo del Leviatano e la piccola posta in gioco costituita dalla salvezza della famiglia Treadwater.





domenica 29 settembre 2024

AGOSTINO



Alberto Moravia
AGOSTINO
Bompiani
1989, brossurato
142 pagine, 8000 lire

A volte i libri devono aspettare il momento giusto della vita di un lettore per riuscire a farsi apprezzare, o addirittura amare. Confesso di aver avuto per la prima volta per le mani “Agostino”, di Alberto Moravia (1907-1990), durante gli anni del liceo, e di aver smesso di leggerlo, infastidito se non disgustato, dopo il primo capitolo, giunto a pagina venti. Mi era sembrato che l’argomento fosse un insano rapporto edipico fra madre e figlio, o quantomeno che si parlasse, più o meno morbosamente, di un adolescente attratto dal corpo della giovane mamma, o di lei innamorato. Mi parve qualcosa di cui non volevo sapere niente, e lasciai perdere il romanzo. Ma, convinto come sono che un libro iniziato lo si deve finire per forza, e con il bagaglio di letture e conoscenze maturato in oltre quarant’anni dal primo tentativo, eccomi a recuperare il racconto, anche perché, tutto sommato, poco più di cento pagine si leggono, volendo, in una sera. E mi sono accorto così che il romanzo comincia in realtà con il secondo capitolo, e la narrazione dà luogo a uno sviluppo del tutto diverso, in cui la figura della madre di Agostino si dissolve piano piano, fino a trasformarsi in qualcosa da cui il figlio si vuole allontanare, alla scoperta del resto del misterioso e conturbante universo femminile, e ancora di più alla scoperta del resto del mondo. Pubblicato per la prima volta nel 1943 in una edizione semiclandestina a causa della censura fascista che giudicò il romanzo troppo scabroso (in realtà, anche i temi dell’omosessualità, della pedofilia e della prostituzione vengono affrontati senza compiacimento, per allusioni, lasciando immaginare cose non dette), si ebbe una edizione definitiva nel 1945, a guerra conclusa. La vicenda è ambientata durante un’assolata estate in Versilia, e Agostino, che frequenta uno stabilimento balneare riservato ai benestanti, scopre l’esistenza delle spiagge popolari dove bivaccano ragazzi di strada da cui viene “iniziato” alla vita così com’è, al di là delle protettive braccia della mamma, fuori dalla bambagia. Non gli si rivela il “male” del mondo, ma la sua “non purezza”. L'adolescente scopre che vivere è crescere, scegliere, imparare a cavarsela, a fidarsi e a non fidarsi. La scrittura di Moravia è magistrale. Insomma, lieto di averti ritrovato, Agostino.



lunedì 19 agosto 2024

L’ALBERGO DEI FANTASMI



Wilkie Collins
L’ALBERGO DEI FANTASMI
I Classici del Giallo Mondadori
1990, brossura
176 pagine, 5000 lire

Confesso la mia passione per i giallisti d’epoca. Non disdegno i moderni e i conremporanei, ma prediligo quelli attivi nella prima metà del secolo scorso. Wilkie Collins è ancora più datato. Nato nel 1824 e morto nel 1889, fu addirittura grande amico e collaboratore di Charles Dickens.  “L’albergo dei fantasmi”, noto anche come “L’albergo stregato” (The Hounted Hotel), è del 1879. Ma c’è  qualcosa per cui Collins viene soprattutto ricordato, ed è il tenebroso romanzo (di grandissimo successo) “La pietra della luna”, del 1868, che secondo T. S. Eliot è stato “Il primo e il più grande romanzo poliziesco inglese, un genere scoperto da Collins, non da Poe”. G. K. Chesterton, del resto, lo definì “il miglior romanzo poliziesco mai scritto” (almeno fino a quel momento). Comunque sia, un caposaldo. Proprio in ragione della fama dell’autore (la cui biografia riserva non poche sorprese), ho recuperato una vecchia edizione nei Classici del Giallo Mondadori de “L’albergo dei fantasmi” e non sono rimasto deluso. La narrazione, ambientata nel 1860, si svolge in parte a Londra e in parte a Venezia, là dove sorge, appunto, l’Hotel Palace, da poco inaugurato dopo una ristrutturazione tesa a recuperare un antico palazzo fatiscente che era stato pochi mesi prima teatro di una misteriosa scomparsa (quella di un accompagnatore turistico) e di una strana morte (quella del nobile inglese, Herbert Westwick, che lo aveva preso in affitto). Una delle stanze dell’albergo sembra infestata da oscure presenze che si manifestano con spettrali apparizioni, incubi e malesseri che colpiscono chi vi trascorre la notte, esalazioni di cattivi odori. La trama gialla (che fine ha fatto la persona scomparsa? Davvero il nobile che questi accompagnava è morto per malattia? Che senso hanno i suoi strani comportamenti di Herbert Wickwick precedenti al trapasso?) si intreccia con una storia d’amore che sembra uscita da un romanzo di Jane Austen (con una rigida suddivisione in classi della società) o di Charles Dickens. Non c’è un investigatore, ma due forti protagoniste femminili ben caratterizzate, Agnes Lockwood e la contessa Narona.


sabato 22 giugno 2024

LE AVVENTURE DI OLIVER TWIST

 


 
 
Charles Dickens
LE AVVENTURE DI OLIVER TWIST
Rizzoli
brossurato, 1981
482 pagine, 5000 lire

Ci sono romanzi che si leggono da ragazzi e che poi, rileggendoli da adulti, sembrano tutt’altra cosa. “Le avventure di Oliver Twist” (o più propriamente “Oliver Twist”, dato che questo fu il titolo originario) è uno di questi. La prima impressione che ho ricavato dalla rilettura è che non si tratti in nessun modo di un libro per ragazzi. Perché accidenti mi venne dato in mano mentre frequentavo le elementari? Con ogni probabilità lo ebbi in regalo in una edizione purgata ed edulcorata, resta il fatto che veniva ritenuto un classico della letteratura per giovanissimi, al pari di “Pattini d’argento”, “Pel di Carota” e “Pollyanna”. A scanso di ogni equivoco, Charles Dickens si rivolgeva a un pubblico adulto. 
In secondo luogo, mi sono meravigliato di come Oliver Twist, il ragazzino il cui nome dà il titolo al romanzo, non ne sia il personaggio principale. Anzi, fra tutte le figure vividamente descritte e caratterizzate dall’autore, Oliver è la più sbiadita e insignificante. A pensarci bene, è addirittura la meno probabile: come può un bambino cresciuto in un orfanotrofio fra digiuni e percosse, restare incorrotto e incorruttibile, nutrire solo buoni sentimenti, dimostrare tutte le doti del figlio perfetto, proporsi come creatura adorabile? Se c’è un motivo per cui Oliver può attraversare l’inferno senza coprirsi di fuliggine, Dickens non ce lo spiega: non partecipiamo mai davvero ai pensieri del ragazzo, che sembra solo messo lì a dimostrare la cattiveria altrui. Vero è, tuttavia, che Oliver Twist è il primo bambino protagonista di un romanzo in lingua inglese. 
Ciò detto, il romanzo dello scrittore britannico, uscito a puntate mensili tra il 1837 e il 1939 sulla rivista “Bentley’s Miscellany” (e subito raccolto in volume), è ricchissimo di personaggi memorabili che sviluppano una trama non soltanto avvincente ma anche pregna di denunce sociali. L’affresco della Londra della prima metà dell’Ottocento è sconvolgente e drammatico, soprattutto antiromantico e contro ogni retorica celebrativa. La vita quotidiana per le strade sporche affollate di poveri, orfani, ammalati e criminali, affollate di una umanità disperata e abbrutita è descritta senza edulcorazioni, se non quelle riservate al sesso (prostituzione, promiscuità) a cui si allude senza esplicitare ciò che è comunque immediatamente chiaro. Lo stesso Oliver nasce da una relazione extraconiugale. Ci sono pagine crudelissime, come quella dell’uccisione di Nancy da parte di Bill Sikes, la morte dello stesso Sikes, l’impiccagione di Fagin, ma anche, nelle pagine iniziali, la fine di stenti di una giovane donna la cui madre anziana si chiede perché sia morta la figlia e non lei. 
Un’altra caratteristica del romanzo che mi è balzata agli occhi rileggendolo è il ricorso da parte dell’autore, assai più frequente di quanto si possa immaginare, al sarcasmo e all’ironia nel farsi beffe dell’ipocrisia della società dell’epoca, del suo sistema assistenziale ed educativo, ma anche di quello giudiziario. 
Personaggi memorabili, si diceva, e già ne abbiamo citati tre: il crudele Sikes, ladro e assassino; Nancy, la prostituta uccisa perché voleva redimersi; Fagin, il reclutatore di ragazzini da avviare sulla strada del crimine. Ma possiamo aggiungerci l’Artful Dodger, tradotto a volte maldestramente come “Trappolone” o più congruamente “l’Astuto Briccone” in altre occasioni; Monks, che trama perché il passato della madre di Oliver (Agnes Fleming, morta nel partorirlo) non venga mai scoperto; mister Bumble e sua moglie, la signora Corney, squallidi e corrotti nonostante la loro apparenza di persone per bene e i loro incarichi pubblici. Si sono discusse e studiate le fonti di ispirazione da cui Dickens attinse (per Fagin è stato citato lo Shylock di Shakespeare), resta il fatto che la rielaborazione dell’autore dà frutti originali. E poi i “buoni”(fin troppo buoni, in verità) mister Brownlow, che alla fine adotta Oliver, e miss Rose Maylie, che si rivela essere sua zia per una serie di acrobazie dell’intreccio da feuilleton. Senza che Dickens faccia professione di fede, ci si vede lo zampino della Provvidenza e alla fine i buoni ottengono la loro giusta ricompensa e i cattivi la sacrosanta punizione. In questo, l’ l’autore (di cui “Oliver Twist” è un’opera giovanile, essendo stata scritta a venticinque anni di età, lui nato nel 1812) rivela sua concezione, tutto sommato vittoriana, del bene destinato alla vittoria sul male attraverso una faticosa redenzione. 
Ho usato la parola “feuilleton”: non va infatti dimenticata la formula della pubblicazione a puntate, che creò (sarebbe accaduto anche in seguito per altre opere di Dickens) una forte attesa da parte dei lettori, con tentativi da parte di alcuni di scrivere finali alternativi prima che uscisse quello ufficiale, e critiche da parte di detrattori (mi ricorda qualcosa) a cui lo scrittore cercava di rispondere e che gli davano un feedback immediato in corso d’opera. Chissà se Dickens ne fu influenzato.


venerdì 21 giugno 2024

TAU ZERO

 
 

 
 
Paul Anderson
TAU ZERO
Editrice Nord
1989, brossurato
230 pagine

“Tau zero”, straordinario quanto a visione del tempo e dello spazio, è illuminante sulla concezione dell’universo come solo certi capolavori della fantascienza riescono essere. A scriverlo è Paul Anderson (1926-2001), statunitense ma di origini scandinave, uno fra gli autori di science-fiction più amati, a partire dagli anni Quaranta dello scorso secolo, dal pubblico di tutto il mondo e vincitore di numerosi Premi Hugo e Premi Nebula, con all’attivo cicli fantascientifici quali i racconti della Lega Psicotecnica e quelli dei Mercanti dello Spazio. “Tau zero” è la dimostrazione di come la SF possa aprire squarci su ipotesi che vanno oltre il futuro della Terra, del Sistema Solare, della Via Lattea, fino a concepire una possibile fine e un nuovo inizio dell’Universo stesso. Pubblicato per la prima volta nel 1970, scritto sulla scorta delle più audaci teorie scientifiche di allora (e per ora non confutate), il romanzo di Anderson immagina che cosa possa accadere a una astronave con a bordo cinquanta colonizzatori partiti dal nostro pianeta verso un mondo ritenuto abitabile nei paraggi del nostro sistema con la prospettiva di un viaggio lungo alcuni anni. La “Leonora Christine”, questo il nome della nave spaziale, viene lanciata in uno stato di accelerazione costante che deve portarla a una frazione della velocità della luce, per poi decelerare. Un incidente le impedisce però di rallentare e l’astronave si trova a viaggiare sempre più velocemente, senza che niente possa fermarla. Le leggi della fisica dicono che il tempo scorre diversamente per chi si muove rispetto a chi resta fermo. Più ci si avvicina alla velocità della luce, più ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, corrisponde ad anni, secoli, millenni trascorsi sulla Terra. E che cosa può accadere quando si supera il limite estremo previsto da Einstein? L’equipaggio della “Leonora Christine” vive questa incredibile esperienza ed assiste all’evoluzione dell’universo mentre lo attraversa tutto come un oggetto dalla massa incalcolabile. A bordo, i passeggeri subiscono traumi psicologici, qualcuno va in crisi, ad altri sembra di impazzire, serve chi tenga unito il gruppo. Al di là dell’aspetto scientifico (o fantascientifico), Anderson indaga, come suo solito, anche l’intreccio dei rapporti umani (e forse è questo l’aspetto più datato del romanzo). Una curiosità: le origini scandinave dello scrittore sono evidenziate dalla scelta di immaginare un futuro in cui lo svedese è una sorta di lingua franca e la Svezia, al termine di una guerra che ha visto contrapporsi il blocco occidentale e quello orientale, è stata scelta come nazione leader del rinnovato ordine mondiale perché sia Est che Ovest le riconoscono la funzione di mediatrice.


mercoledì 24 aprile 2024

ASTERIX E L’IRIS BIANCO


 

Fabcaro
Didier Conrad
ASTERIX E L’IRIS BIANCO
Panini Comics
2023, cartonato
50 pagine, 12.90 euro

Gli albi di Asterix entrano negli “anta”. “Asterix e l’Iris Bianco” è infatti il quarantesimo della serie (iniziata con “Asterix il Gallico” nel 1961). Dei due creatori, lo sceneggiatore René Goscinny e il disegnatore Albert Uderzo, il primo è morto nel 1977 (24 storie all'attivo), il secondo è scomparso nel 2020 e la sua ultima storia è stata "Il compleanno di Asterix e Obelix" del 2009 (autore anche della sceneggiatura). Dopodiché, per altri cinque volte le avventure degli eroi gallici sono state disegnate da Didier Conrad e scritte da Jean-Yves Ferri. Il precedente volume era stato "Asterix e il Grifone".
Conrad (praticamente indistinguibile da Uderzo) viene confermato, mentre per la prima volta a scrivere i testi è Fabrice Caro, in arte Fabcaro – che, va detto, se la cava piuttosto bene. Anzi, continua a essere incredibile come i continuatori della serie riescano a restare fedelissimi ai padri fondatori, pur facendo satira e ironia su temi della contemporaneità, come il traffico in autostrada, i ritardi dei treni ad alta velocità, il sushi e la nouvelle couisine, la moda delle discipline spirituali. Proprio una di queste, chiamata appunto “Iris Bianco”, crea scompiglio nel villaggio gallico di Asterix e Obelix. A ideare il nuovo metodo  caratterizzato da un “pensiero positivo” è il medico capo degli eserciti di Cesare, Vitiumvirtus, che così spiega: “Dentro di noi abbiamo tutti un fiore che aspetta di sbocciare nella gentilezza”. L’impatto della contagiosa filosofia dai connotati new age sui battaglieri Galli guidati da Abraracourcix è impressionante: arrivano persino a tollerare il canto del bardo Assurancetourix. Ma a cadere succube dei modi suadenti e poetici di Vitiumvirtus è soprattutto Beniamina, la moglie del capo, che si convince addirittura di voler abbandonare il rustico villaggio trasferendosi a Lutezia, cioè a Parigi, città senz’altro più consona al suo animo gentile e floreale. Asterix e Obelix partono subito nella missione di recupero, prima che la donna venga consegnata a Cesare, da cui sarebbe subito usata come ostaggio. Gag, battute, trovate in ogni tavola, tutte deliziose quando non esilaranti. Che bello avere sempre una nuova avventura di Asterix da aspettare, certi che gli autori non ci tradiranno mai.