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martedì 10 giugno 2025

SOLO BAGAGLIO A MANO

 

 
Gabriele Romagnoli
SOLO BAGAGLIO A MANO
Feltrinelli
2017, brossurato
90 pagine, 9 euro

Più che leggere il libro (peraltro molto breve) sembra di ascoltare una conferenza, quella di un viaggiatore che ha viaggiato in 75 paesi di quattro continenti e vissuto in otto diverse città del mondo. Una conferenza sicuramente affascinante ma certamente non un saggio di psicologia basato su studi clinici o un manuale strutturato lungo un percorso compiuto. Il giornalista Gabriele Romagnoli (1960) salta di palo in frasca incuriosendo i suoi lettori raccontando aneddoti, ricordando avvenimenti, citando letture. L’intento, esposto nel primo capitolo, è questo: “trarrò qui alcune conclusioni dai miei viaggi e traslochi dandone per certa una e basta: cercate di portare soltanto il bagaglio a mano”. Del resto, viene citato un proverbio napoletano secondo il quale “l’ultimo vestito è senza tasche”. Viaggiare leggeri è una scelta di vita che impone di decidere quali sono le cose davvero importanti, e quali inutili zavorra. Il grande viaggiatore è quello con il piccolo bagaglio. Il consiglio è quello di sfrondare e ridurre all’essenziale persino la rubrica dei numeri salvati sul telefonino. Un esempio del vantaggio del resettare, liberare spazio, non accumulare il superfluo è dato dall’incubo che rappresenta per tutti l’esperienza di un trasloco: “il peggior trauma dopo un lutto”. Un trauma liberatorio, perché fa scoprire la quantità di cose inutili da cui siamo appesantiti. Possedere significa in realtà essere posseduti. Accumulare, secondo l’autore, è una malattia socialmente pericolosa. Persino riguardo ai ricordi: ricordare tutto fa male. A un certo punto Romagnoli arriva a paragonare il vantaggio dell’essere “maneggevole e veloce” alla necessità di rappresentare un bersaglio mobile sotto il tiro dei cecchini. Chi è più lento viene ucciso. Conta che nessuno e niente ci ancori. “Perché accettare situazioni o rapporti che ti impongono di essere ciò che non sei? Di un oggetto di valore, facile da reimmettere sul mercato, si dice: è un assegno circolare. Circolare, muoversi, scambiare, cambiare. Ne hai il diritto. Oggi se questo, sei qui. Domani potresti voler provare a essere un altro e altrove. Portando con te chi conta e quel che conta. O facendoti portare da loro, giacché tu per primo non devi essere una zavorra”. Del bagaglio a mano, però, deve far parte quello che Romagnoli chiama “Piano B”. Qualcosa che prevede una via d’uscita in caso di necessità. Fin qui, ho cercato di riferire il senso di “Solo bagaglio a mano” riducendo la valigia rappresentata dalla dissertazione a un borsellino per gli spiccioli, però credo che potrei scrivere un pamphlet lungo, ovviamente, il doppio in difesa della consolazione rappresentata dagli oggetti, dalle abitudini, dalle persone, dai libri che ci somigliano e di cui perciò tanti di noi si circondano. E’ vero che l’ultimo vestito è senza tasche, ma che bello averne tante in tutti quelli precedenti, da riempire di sassi e legnetti, figurine e spaghi.


domenica 29 settembre 2024

AGOSTINO



Alberto Moravia
AGOSTINO
Bompiani
1989, brossurato
142 pagine, 8000 lire

A volte i libri devono aspettare il momento giusto della vita di un lettore per riuscire a farsi apprezzare, o addirittura amare. Confesso di aver avuto per la prima volta per le mani “Agostino”, di Alberto Moravia (1907-1990), durante gli anni del liceo, e di aver smesso di leggerlo, infastidito se non disgustato, dopo il primo capitolo, giunto a pagina venti. Mi era sembrato che l’argomento fosse un insano rapporto edipico fra madre e figlio, o quantomeno che si parlasse, più o meno morbosamente, di un adolescente attratto dal corpo della giovane mamma, o di lei innamorato. Mi parve qualcosa di cui non volevo sapere niente, e lasciai perdere il romanzo. Ma, convinto come sono che un libro iniziato lo si deve finire per forza, e con il bagaglio di letture e conoscenze maturato in oltre quarant’anni dal primo tentativo, eccomi a recuperare il racconto, anche perché, tutto sommato, poco più di cento pagine si leggono, volendo, in una sera. E mi sono accorto così che il romanzo comincia in realtà con il secondo capitolo, e la narrazione dà luogo a uno sviluppo del tutto diverso, in cui la figura della madre di Agostino si dissolve piano piano, fino a trasformarsi in qualcosa da cui il figlio si vuole allontanare, alla scoperta del resto del misterioso e conturbante universo femminile, e ancora di più alla scoperta del resto del mondo. Pubblicato per la prima volta nel 1943 in una edizione semiclandestina a causa della censura fascista che giudicò il romanzo troppo scabroso (in realtà, anche i temi dell’omosessualità, della pedofilia e della prostituzione vengono affrontati senza compiacimento, per allusioni, lasciando immaginare cose non dette), si ebbe una edizione definitiva nel 1945, a guerra conclusa. La vicenda è ambientata durante un’assolata estate in Versilia, e Agostino, che frequenta uno stabilimento balneare riservato ai benestanti, scopre l’esistenza delle spiagge popolari dove bivaccano ragazzi di strada da cui viene “iniziato” alla vita così com’è, al di là delle protettive braccia della mamma, fuori dalla bambagia. Non gli si rivela il “male” del mondo, ma la sua “non purezza”. L'adolescente scopre che vivere è crescere, scegliere, imparare a cavarsela, a fidarsi e a non fidarsi. La scrittura di Moravia è magistrale. Insomma, lieto di averti ritrovato, Agostino.



venerdì 2 giugno 2023

LUMACHINO



Bruno Quagliotti
LUMACHINO
STORIA DI UN PARTIGIANO
Tielleci Editore
2003, brossurato
132 pagine, p.n.i.
 
 
E’ sempre affascinante sentire raccontare dalla viva voce dei protagonisti testimonianze dirette di avvenimenti che hanno scritto la Storia. E leggere “Lumachino – Storia di un partigiano” dà proprio l’impressione di ascoltare il protagonista, Bruno Quagliotti, come avendolo di fronte: il testo, infatti, non è organizzato in alcun modo, sembra (e probabilmente lo è) la trascrizione di un racconto orale che riferisce aneddoti in ordine sparso. L’autore, di professione cuoco, in più punti, si rivolge ai ragazzi di “quarta e quinta elementare”, perché “imparino a non dimenticare”, e fa riferimento ad alcune sue visite nelle scuole per raccontare agli studenti (pare molto giovani) i mesi (tra il 1943 e il 1945) in cui, dopo la caduta del Fascismo, scelse di unirsi ai partigiani e combattere i tedeschi sulle montagne attorno alle Valle del Taro, non distante da Mezzani, il paese nei pressi di Parma di cui era originario. Lumachino, questo il nome di battaglia che gli venne attribuito, non spende troppe parole per spiegare il motivo della scelta di arruolarsi tra i partigiani, la dà per scontata. La narrazione, scritta senza pretese letterarie ma indubbiamente capace di attirare empatia e simpatia, non ha risvolti politici né indaga sulle vicende belliche inquadrando infatti in un contesto storico ordinato, riguarda solo piccoli fatti di vita vissuta sulle montagne con tante marce, tanto freddo, tanta fame. Tuttavia, Lumachino riesce a inserire aneddoti anche buffi di scherzi e di battute fra compagni di battaglia. Viene data altrettanta importanza a uno scontro a fuoco con tedeschi quanto alle spedizioni mirate a cercare qualcosa da mettere sotto i denti, ma anche un paio di scarpe adatte a marciare in montagna. Scrive Lumachino: “Vi dico francamente che quelli sono stati i mesi più belli della mia vita, anche se ho rischiato parecchie volte di perderla a vent’anni”. E proprio con l’incoscienza dei vent’anni, e la leggerezza che evidentemente gli era propria,  Bruno Quagliotti esce indenne da situazioni in cui è stato a un passo dal venire catturato e fucilato, o ucciso in combattimento. Più volte lo sentiamo comunque raccontare di aver riservato ai nemici catturati un trattamento umano che invece a parti inverse probabilmente non avrebbe avuto, e di aver impedito a compagni con molti meno scrupoli dei suoi di rubare o uccidere senza necessità.

domenica 16 maggio 2021

LE PERSIANE VERDI

 
 

 
Georges Simenon
LE PERSIANE VERDI
Adelphi
2018, brossurato
224 pagine, 19 euro


«Tu non hai mai sognato una casa con le persiane verdi?».
«Non mi pare. No».
«Neanche quando eri piccolo?».
Lui preferì non rispondere.
«Già, ma tu sei del tutto privo di sensibilità. Non hai mai desiderato nemmeno una donna dolce con cui avere dei figli».

In questo dialogo, la chiave del titolo. A sognare la casa con le persiane è Yvonne Delobel, attrice (immaginaria) considerata in Francia una sorta di nuova Sarah Bernhardt, che, di quindici anni più anziana, ha sposato il giovane attore Emile Maugin quando ancora era un semplice comico di varietà. Proprio agli ultimi mesi di vita di Maugin è dedicato il romanzo, scritto da Simenon nel 1950 durante un soggiorno negli Stati Uniti. Yvonne era stata la prima moglie di Maugin, che quanto il racconto comincia è sposato con la terza, Alice, giovanissima e madre di una bambina a cui Emile ha accettato di fare da padre, perché lui è fatto anche così, di generosità che a tratti sembra folle in quanto contrasta con un atteggiamento burbero di fondo. Maugin ha 59 anni ed è un attore all’apice del successo. Acclamato in teatro, furoreggia sugli schermi al ritmo di cinque film l’anno. Tutto ciò che ha se lo è conquistato da solo, dopo essere nato da una famiglia poverissima e disgraziata della Vandea e aver fatto a lenti passi tutta la gavetta. Un consulto medico lo mette però di fronte a una ineludibile verità: il suo cuore, spossato dall’alcol, da una vita di strapazzi e dal superlavoro, è quello di un settantenne, non reggerà a lungo. Così, Emile comincia a fare i bilancio della propria vita. Ha paura della morte, ma deva farci i conti. La casa con la persiane verdi è il simbolo di una vita serena, di un focolare domestico: qualcosa del genere lo avrebbe fatto vivere meno inquieto? Perché Maugin è davvero uno spirito agitato in cerca di una felicità che non è in grado di dargli neppure il denaro, di cui pure dispone in quantità. Né il pubblico, né il teatro, né il sesso, né la parvenza di famiglia che si è creata (una sposa bambina e una figlia non sua) lo rendono felice. Per questo beve, perseguitato sia dai ricordi dell’infanzia da indigente che da quelli della miseria dei suoi inizi, sia dalla percezione del tempo che sfugge fra le dita e di un’ansia da cui non c’è riparo. Simenon scava anche in se stesso: pure a lui, negli anni Quaranta, come narra in “Memorie intime”, la propria autobiografia, era accaduto di subire una visita medica che gli aveva dato poco tempo da vivere, ma si era trattato di una diagnosi errata. Scava, però, nell’angoscia di ogni uomo inquieto che vede la morte come destino ineluttabile e si accorge di non aver saputo godere della propria vita. Chissà se una casa con le persiane verdi avrebbe cambiato il destino di Maugin. Destino che si compie per caso e all’improvviso, in quella Costa Azzurra dove, all’improvviso, per sfuggire all’ansia, Emile si trasferisce con Alice e la figlia e dove la piccola ferita di un amo in un piede basta a scatenare la più drammatica delle conseguenze. Non più drammatica, a dire il vero, della vita stessa: la morte sa essere anche una liberazione.

mercoledì 4 maggio 2016

IL GIRO DEL MONDO



IL GIRO DEL MONDO
di Agatha Christie
Oscar Mondadori
cartonato, 2013
360 pagine, 16 euro

"Album di lettere e fotografie", avverte il sottotitolo: si tratta in effetti di una raccolta di missive e di scatti fotografici, più ritagli di giornale, depliant e cartoline, che raccontano un viaggio intorno al mondo di dieci mesi compiuto da Agatha e Archibald Christie nel 1922. Le lettere e le foto sono opera della stessa Christie, in gran parte inviate alla madre in Inghilterra da tutti i porti in cui fece scalo. Agatha era sposata da qualche anno con l'uomo che le avrebbe lasciato il cognome con cui fu nota tutta la vita (lei in realtà si chiamava Miller), era madre da pochi mesi, aveva già scritto tre libri. Da Archie, la Christie si sarebbe divorziata alcuni anni dopo (e poi sarebbe "scomparsa" per qualche tempo dando luogo a un giallo sulla sua sorte che appassionò il giornali dell'epoca). Non si deve credere, tuttavia, che il giro del mondo dei Christie sia stato il tour di una coppia di ricchi sfaccendati. Al contrario, si trattò di un azzardo economico compiuto da una famigliola con pochi mezzi che investì in quell'esperienza quasi tutto ciò che possedeva. L'occasione fu offerta dalla proposta fatta ad Archie da un amico, il maggiore Belcher, incaricato di recarsi nei "dominion" della Corona per preparare l'Esposizione Universale dell'Impero Britannico del 1924 che si sarebbe tenuta a Londra. Belcher (un incredibile bluffatore incompetente e dal carattere impossibile che avrebbe provocato non pochi guai ai Christie) voleva Archie come assistente e lo convinse a lasciare il suo impiego e a partire con lui. La presenza della giovane moglie Agatha servì a motivarlo (e lei realizzò il sogno di viaggiare che aveva sempre avuto). Le tappe furono il Sud Africa, L'Australia, la Nuova Zelanda, le Hawaii e il Canada, prima del rientro in Inghilterra. Le foto scattate dalla Christie ci mostrano il mondo qual era negli anni Venti, sono numerosissime e suggestive. I suoi testi sono quelli di una affabulatrice nata, una scrittrice di razza anche nel rivolgersi alla madre. Una chicca da non perdere.

martedì 12 aprile 2016

PASSEGGERI NOTTURNI



Gianrico Carofiglio
PASSEGGERI NOTTURNI
Einaudi, 2016, 
brossurato, 100 pagine
12.50 euro

Sono un fan del Carofiglio giallista quando scrive le storie dell'avvocato Guerrieri, e già lì definirlo semplicemente "giallista" è riduttivo perché l'ex magistrato barese e, per fortuna (sua), anche ex politico, dimostra uno spessore letterario e una carica umana più che notevole, scandagliando nelle psicologie e nel sociale in modo coinvolgente. Sono però ormai parecchie le sue prove "libere", senza vincoli di genere, fra cui anche alcuni pamphlet in cui, per sfortuna (nostra), dà sfogo a quella vena, pur tenuta intelligente a bada, di supplenza intellettuale e moralisteggiante tipica di chi, forse per retaggio politico o culturale, si tiene comunque un tantino superiore. Ma niente di grave: Gianrico Carofiglio è comunque uno scrittore acuto e gradevole. Doti dimostrate una volta di più in questa raccolta di testi brevi (trenta, di tre pagine l'uno) che però è fuorviante definire "racconti". A parte rarissimi casi ("Il biglietto"), non c'è trama e non ci sono personaggi inventati. Il resto è costituito da elzeviri, ricordi di esperienze vissute, ritratti di gente incontrata, esercizi di stile, apologhi, lezioni di vita citazioni di cose lette (leggende urbane, racconti zen). E' come se Carofiglio avesse raccolto una sua rubrica di commenti, considerazioni, pensieri sparsi sul mondo e sulla vita, tenuta su un giornale. Tutto interessante, ben scritto, condivisibile, intelligente: ma non si tratta di racconti. La definizione più giusta potrebbe essere quella di "zibaldone", ma anche inquadrare il libro nella categoria degli almanacchi, come si fa in quarta di copertina, può andar bene. Viene in mente un Luca Goldoni più serioso e meno umoristico. Peccato per una certa insistenza (forse un tantino freudiana e compiaciuta) sul fatto che lui, Gianrico, frequenta i ristoranti del centro di Roma dove incontra i politici, va alle feste importanti, viene invitato ai congressi e insomma appartiene al bel mondo. Fa piacere comunque vedere Carofiglio in testa alle classifiche con una antologia di testi brevi, a sfatare il mito che in Italia gli scrittori vendono (se li vendono) soltanto romanzi.

martedì 1 dicembre 2015

LONDON CALLING


LONDON CALLING
di Andrea Barattin
Kleiner Flug
2015, brossurato
90 pagine, 17 euro

Chi ha amato (nel mio caso, adorato) le vignette di Andrea Barattin (Belluno, 1987, donna) pubblicate in due strepitosi volumi editi da Slow Comics ("Ah, l'Amour!" e "Ah, l'Amour! 2") non può farsi sfuggire questo nuovo libro. Questa volta, niente sesso. Del resto, siamo inglesi. O meglio: tentano di diventare inglesi di adozione i due protagonisti: la stessa Andrea e il compagno Tommaso, che si trasferiscono a Londra in cerca di orizzonti più ampi, di lavoro e di fortuna. "London Calling" è un diario di viaggio e al tempo stesso una guida per italiani desiderosi di tentare la sorte tra le brume londinesi. Una guida a fumetti costellata di gag, ma non per questo meno efficace e pratica delle tante, tutte scritte, che si trovano in libreria. Nel finale, i due emigranti cambiano città per stabilirsi a Valencia, in Spagna, dove il clima è migliore e la vita meno cara: nonostante le traversie e le difficoltà, Londra ha comunque lasciato il segno nei loro cuori e ne sentono la nostalgia. Come arrivare in Inghilterra, dove andare, in che modo cercare lavoro, il problema della lingua e degli adempimenti burocratici, tutto viene raccontato in modo ironico ma esaustivo dalle garbatissime vignette di Andrea, il cui tratto grafico originale riesce perfettamente a veicolare contenuti apparentemente tecnici come i consigli sull'apertura di un conto in banca: "London Calling" potrebbe essere studiato nelle scuole di comics come un perfetto esempio del modo in cui il linguaggio del fumetto si può applicare persino alle guide pratiche per viaggiatori. A dispetto delle tante opportunità che effettivamente Londra offre a chi ci si trasferisce (sempre di più gli italiani), dopo aver letto le disavventure dei protagonisti di questo libro personalmente me ne terrò lontano, se non come turista toccata e fuga. E nel caso mi trasferirò a Valencia.

martedì 18 agosto 2015

POESIE RITROVATE



Giovedì 6 agosto, a Gavinana (PT), ho presentato, in una affollata piazzetta sotto il campanile delle pieve,  un mio nuovo libro: la raccolta commentata di oltre cento “poesie ritrovate” del poeta Giuseppe Geri. A questo autore, che si firmava “Geri di Gavinana”, avevo già dedicato un altro lavoro, "Il poeta delle piccole cose"). Le liriche sono state lette dall’attore Bruno Santini, applauditissimo dal pubblico. Della serata, Marco Ferrari ha fatto un esaustivo resoconto sulla rivista on line “Linee Future”, e ovviamente ne hanno parlato i giornali e le TV locali.

Il titolo “Poesie Ritrovate” fa riferimento al fortunato caso che ha messo a mia disposizione, e a disposizione di tutti, tre grossi quaderni contenenti alcune centinaia di composizioni inedite del cantore montanino. Si tratta di un tesoro di poesia ma anche e soprattutto di umanità, di sentimenti, di emozioni e di memorie. Memorie di un uomo ma anche di un territorio, di un’epoca, di una identità culturale. Per quanto le opere del Geri siano note soprattutto in ambito locale, non soltanto sulla montagna pistoiese ma anche in Garfagnana dove visse a lungo, lo spessore letterario e artistico della sua produzione trascende di gran lunga i limiti in cui si è diffusa e raggiunge valore universale. 

Giuseppe Geri nacque a Gavinana (nel come di San Marcello, in provincia di Pistoia) il giorno di Ognissanti del 1889. Frequentò soltanto la terza elementare, per il resto fu completamente autodidatta. Fu un “poeta operaio” e poi un “poeta pensionato”. Lavorò nelle officine di Limestre fino agli anni Trenta, poi per motivi aziendali fu costretto a trasferirsi a Fornaci di Barga, in provincia di Lucca. Fece spesso ritorno a Gavinana, quando il lavoro glielo permetteva, e anche a Fornaci non mancò di conquistare la simpatia degli abitanti del luogo, continuando a poetare nella sua nuova casa. Nel suo paese d’adozione fu così stimato e considerato che gli è stata dedicata persino una via.

Geri non si sposò mai, e scrisse di considerare la “musa” come una moglie e i suoi sonetti come dei figli. Morì nel 1975, e come aveva chiesto tornò a Gavinana per esservi sepolto.  Dotato di un innato senso metrico e di fresca inventiva poetica, durante tutta la vita scrisse poesie, rispondendo a un bisogno insopprimibile del suo animo. In una composizione dedicata al romano Trilussa, il pistoiese scrive: 

E pure sento anch’io, signor Trilussa,
quest’arte come un impeto divino
che tante volte all’anima mi bussa.


Luigi Russo

Alcune di queste composizioni vennero fatte leggere, all’inizio degli anni Venti, al critico letterario siciliano Luigi Russo (1892-1961), noto per i suoi studi sul Metastasio, professore universitario a Firenze e poi direttore della Scuola Normale di Pisa. Al Russo, che trascorreva sulla montagna pistoiese molti dei suoi momenti di vacanza, non sfuggirono del doti del poeta illetterato e si impegnò per promuovere la pubblicazione delle sue composizioni in una silloge intitolata “Fiori di bosco”, edita da Vallecchi nel 1929. In seguito, quando il professore compilò alcune sue antologie di poeti italiani a uso degli studenti delle scuole medie e superiori, non mancò di inserire qualche lirica del gavinanese. Commentando la propria presenza accanto a quella di figure quali Pascoli o D’Annunzio nel florilegio intitolato “L’ora mattutina”, Giuseppe Geri scrive:

Fra tutti quei colossi
io qui ci rappresento
come se non ci fossi
o edera aggrappata a un monumento.


Dopo “Fiori di bosco”, le poesie del cantore montanino comparvero su varie riviste e furono anche diffuse attraverso un intenso carteggio con letterati di tutta Italia. Sarebbero auspicabili studi accademici che approfondissero questi aspetti. Instancabile, comunque e soprattutto, fino al giorno della morte del poeta, la sua distribuzione di testi consegnati a mano a tutti quanti lo circondavano, a Gavinana come in Garfagnana. Una caratteristica del tutto singolare del modus operandi del Geri era, appunto, quello di scarabocchiare poesie improvvisate su foglietti di carta volanti, che poi il poeta regalava agli amici e, talvolta, anche agli sconosciuti. Alcuni venivano recuperati, e ci fu chi cominciò a raccoglierli e a batterli a macchina. Laura Tonietti, a cui si deve rendere merito per aver svolto questa attività, mise insieme circa 150 manoscritti. Proprio grazie alla raccolta dei foglietti affidati “al vento”, nel 1994 è uscito un libro postumo, a cura del Moto Club di Fornaci di Barga e di Milvio Sainati in particolare. “80 anni di poesia”, questo il titolo, si fregia anche di una prefazione di Gian Luigi Ruggio, all’epoca conservatore di Casa Pascoli a Castelnuovo. Nel 2012 è toccato al sottoscritto l’onore e l’onere di raccogliere una selezione delle cose migliori (almeno a mio giudizio) pubblicate nei due libri precedenti, in una antologia edita dall’Associazione Achilli di Gavinana e intitolata “Il poeta delle piccole cose”, corredato da un saggio critico a mia firma. Adesso, giunge il nuovo volumetto e che si deve, appunto, al ritrovamento di numerose altre composizioni inedite. 

Così riferisce l’accaduto Marco Ferrari, autore di un articolo uscito nel luglio 2015 sulla già citata rivista online “Linee Future”, che si occupa di cronaca pistoiese: “Sono emersi dal passato e si sono materializzati quasi per magia fra le mani di Roberto Geri, nipote di quel Geri di Gavinana conosciuto e ricordato da tutti in paese come il Poeta. Si tratta di tre manoscritti contenenti poesie per lo più inedite. Quaderni vergati a mano di cui si era persa la memoria e si ignorava l’esistenza. Grande è stata quindi l’emozione provata dal nipote Roberto nello sfogliare e leggere, non senza incredulità e commozione, le poesie dello zio risalenti a più di ottanta anni fa, e nel realizzare l’importanza del ritrovamento fatto”. 

Roberto Geri, dal canto suo, racconta: “Nell’aprile dello scorso anno, nel corso di lavori fatti nella casa di Gavinana, mi sono trovato nella necessità di spostare il baule dei ricordi dello zio, in cui tuttora sono custoditi gelosamente i libri a lui appartenuti. Un baule pesante. Per spostarlo si è reso necessario aprirlo e svuotarlo. Un’operazione fatta altre volte nel passato, ma questa volta è stato diverso. Il caso, il destino, o forse lo zio, di cui ricorrono i quaranta anni della dipartita, ha voluto che il mio sguardo si posasse, prima su uno, poi sul secondo e infine sul terzo, di quelli che a prima vista sembravano degli anonimi registri contabili, adagiati sul fondo del baule. Li ho tolti, impilati uno sopra l’altro, e posati sulla pila di libri che nel frattempo si era formata sul pavimento. Uno di questi, inavvertitamente è caduto e aprendosi, ha mostrato il suo contenuto. Se non mi fosse scivolato dalle mani, sicuramente non sarebbe mai stato aperto. Nell’atto di raccoglierlo e di chiuderlo, l’occhio si è posato sulla pagina aperta. Ho indugiato, la vista a quest’età è quella che è. Ho cercato di mettere a fuoco la scritta e ho letto, cosa strana, e forse non del tutto casuale, il titolo di una poesia: Il destino. Ho iniziato, distrattamente a sfogliare il libro dei conti, ma non c’erano numeri, né somme o sottrazioni, ma parole, versi, rime e poesie. Una dopo l’altra, pagina dopo pagina. La voce mi si è increspata e la vista mi si è fatta ancora più annebbiata. Ho chiamato mia moglie perché mi portasse gli occhiali da lettura”.

Roberto Geri
A questo punto Roberto Geri si rende conto che i tre quaderni sono pieni di poesie scritte a mano dallo zio Giuseppe, in gran parte materiale inedito. Si tratta di tre grossi manoscritti rilegati, grossomodo formato protocollo, ciascuno contenente circa cento composizioni. Sulla copertina dei primi si legge, scritto a mano:

Poesie di Giuseppe Geri
Gavinana
1925 (1)

Geri di Gavinana
Malinconie
1932 (2)

Sulla copertina del terzo non c’è alcuna scritta, ma subito all’interno leggiamo:

1943 (4)
e nella pagina successiva:
Geri di Gavinana
I canti di un montanino (titolo cancellato)
Sulle rive del Serchio (titolo definitivo)

Sembra evidente che manchi un volume (3). Non resta che sperare in un successivo ritrovamento.

L'annotazione con il numero (4) sul terzo volume



Alcuni mesi di lavoro hanno permesso a chi scrive (a cui sono stati affidati in prestito i quaderni) di selezionare le composizioni contenute in questa antologia, essendo necessaria una scelta per motivi di spazio. Il criterio seguito è stato quello di non pubblicare le composizioni già note, anche quando se ne riscontrano versioni alternative con varianti più o meno notevoli (soprattutto nel primo quaderno ci sono molte poesie finite poi in “Fiori di bosco”, ma con versi diversi rispetto a quelli conosciuti). Tolto il materiale già edito, si sono scartate le poesie con riferimenti a persone e a fatti contingenti della vita privata del Geri, non immediatamente comprensibili, così come le tante “lettere in rima” con cui il gavinanese era uso scrivere ai suoi amici o corrispondenti, contenenti spesso ringraziamenti per favori o regali ricevuti o inviti a incontri conviviali. In presenza di opere di argomento molto simile (come l’alternarsi delle stagioni o il rimpianto della gioventù perduta) ho scelto di selezionare il componimento più rappresentativo. Sono stati privilegiati i testi più attuali e universali, quelli che possono parlare ancora oggi a tutti noi (il Geri, comunque, non ha perso niente della sua freschezza). Qualora l’interesse dei lettori lo richiedesse, esiste materiale sufficiente per riempire sicuramente altri libri come questo. 

Mi sento in dovere di segnalare che, trattandosi di testi manoscritti compilati in modo evidentemente frettoloso, pieni anche di cancellature e correzioni, ho ritenuto di dover intervenire qua e là per restituire ai versi la punteggiatura mancante o la sillaba sfuggita. Del resto, la presenza di versioni alternative (presumibilmente precedenti) di testi già noti fa ipotizzare che prima della pubblicazione a stampa di “Fiori di bosco” il poeta abbia rivisto e perfezionato i suoi lavori, forse indirizzato dallo stesso Luigi Russo. Dunque lo stesso tipo di ripulitura e di aggiustamento si è reso necessario anche per la raccolta che state per leggere. I quaderni del Geri restano comunque a disposizione, custoditi da Roberto Geri, per chiunque voglia studiarli o curarne una migliore e più completa edizione.


L’esame dei manoscritti permette di ricostruire un quadro più vivido e completo della vita del poeta, rispetto alle informazioni già note. Ci sono per esempio annotazioni dell’autore riguardo a certe composizioni da lui lette personalmente in alcune circostanze pubbliche (per esempio è rintracciabile una poesia dedicata alla località di Maresca, recitata dallo stesso autore nel teatro di quel paese), oppure relative alla pubblicazione di alcuni versi su quella o quell’altra rivista. Interessanti i testi che testimoniano avvenimenti storici o fatti di cronaca, come l’imperversare della “spagnola”, gli scontri fra “rossi e fascisti” o il primo avvento della radio.

"Una riconciliazione tra rossi e fascisti"
Le opere radunare in questo volume confermano quel che sappiamo su un aspetto importante della personalità dell’autore: il doppio registro della sua produzione, basata sull’alternarsi del comico e del malinconico. L’arguzia e l’umorismo di molte composizioni non devono far pensare al Geri come a un personaggio ilare, ma mascherano in realtà il suo eterno male di vivere (il che lo rende ancora più attuale e contemporaneo). Tuttavia il suo naturale sense of humor stempera l’amarezza della sua inquietudine.

In alcune poesie il poeta fa riferimento ai libri contenuti nella sua biblioteca e di cui lui amava leggere qualche pagina ogni sera, almeno finché gli occhi gli restavano aperti. Nonostante non mancasse mai di sottolineare il fatto di essere “senza scuola” e di non poter competere con i più colti di lui, tuttavia elenca gli autori di cui conosce le opere, come il Pascoli (ammette in un verso di sentirsi “pascoliano”), il Prati, il Tasso, Trilussa, il Fusinato.

Testimonia il Russo: «Ebbe amicizie con villeggianti di un qualche nome o fama, Cadorna, Michelangelo Billia, Carlo Delcroix, a cui prestò devozione di compagnia». Scrive ancora il critico: «L’autore è un operaio di Gavinana, che lavora nelle officine di Limestre, laggiù vicino a San Marcello Pistoiese. Se andate a Gavinana, insieme col Crocicchio, Pian de’ Termini, Rio Apiciano, Ferruccio, il Monumento, dopo i primi giorni che siete arrivato lassù, sentirete discorrere del Poeta. “Quello è il Poeta!” vi diranno premurosi i paesani, a stuzzicare e come a secondare la vostra curiosità di uomini libreschi. E vi indicano un giovane, che sale verso la quarantina, asciutto, con le mascelle serrate, con la fronte stempiata e lucida e bruna di sole, e con l’aria un po’ raccolta e un po’ trasognata, propria ai taciturni camminatori di questi monti. Vi provate a discorrerci: grande timidezza, brevità e imbarazzo di parole, che pure escono all’aria, sfiorate da un lieve palpito di arguzia. Si avverte subito la spiritualità e sincerità dell’uomo».



Se volete procurarvi il libro (costa 10 euro), scrivete o telefonate all'Associazione Musicale e Culturale Domenico Achilli – Piazzetta Aiale, 24 – 51028 Gavinana (PT) – Tel: 0573 66057 – Email: associazione.achilli@gmail.com

Quella che segue è un una brevissima scelta di alcune delle opere ritrovate del Geri.


Geri di Gavinana
POESIE RITROVATE

A una nuvola

Nuvola pellegrina
che vai raminga nell’oscurità,
dimmi: che porti? Quale novità?
Porti tempesta, grandine o la brina?
Dimmi, vieni dal mare?
Porti la pioggia o vento?
O nuvoletta, tu mi fai spavento,
cammina su nel ciel non ti fermare.
O forse cerchi l’altre tue sorelle?
Volete far vendetta?
O nuvoletta, vai, cammina in fretta,
cammina su nel ciel che c’è le stelle.



Un lutto

Vidi mia madre in lutto,
vidi mia madre in pianto,
ed io compresi tutto
del suo dolor, del pianto.

Mandò l’ultimo canto
la rondinella a sera,
vidi mia madre in pianto,
vidi una bara nera.



Le due sorelle

Io avevo due sorelle,
una bionda e l’altra mora,
tutte e due leggiadre e belle
e gentil come l’aurora.
Ma la bionda mi è sparita,
se ne è andata all’altra vita.
Mi hanno detto che lassù
più risplende il suo bel viso
dove è gioia ed è sorriso
ma non tornerà mai più.
E la mora sta lontana,
nella terra pascoliana.
Colgo e bacio il primo fiore:
il pensier quel bacio porta
su la viva e su la morta,
tutte e due lo stesso amore.

Giuseppe Geri di fronte alla sua casa

Nell’orto

Un noce, dei peri, un fiore appassito,
patate, fagioli adornano l’orto.
Non sono felice, ma pur mi conforto
all’ombra silente d’un pesco fiorito.
Mia madre mi guarda, sorride, ma mesta,
nel verde profondo del monte rimira,
mi chiama per nome, solleva la testa,
poi guarda nel cielo e sospira sospira…


Giuseppe Geri con i fratello Guido nel 1916


Il mio nome

Mi sento dir che son ricco d’ingegno,
che presto il nome mio verrà immortale:
non ci trovo fin qui nulla di male,
ma chi lo dice non darà nel segno!

Mi avessero provato nel disegno,
qualcosa avessi fatto di speciale…
per salir in alto, ci vorrebbe l’ale
e non la testa come me, di legno.

Forse perché dirò qualche strambotto
e scrivo qualche volta in poesia,
m’avranno preso per un uomo dotto.

Ma vi assicuro sulla fede mia
Appena so contar quattr’e quattr’otto.
Se questo basta, allora così sia…



Birichinate

Ero un ragazzo come tutti gli altri,
pieno di vita e pieno di clamore,
facevo per le strade anch'io rumore
come fan tutti i ragazzotti scaltri.

Tiravo sassi sulla banderuola,
azzoppavo ogni tanto una gallina,
saltavo volentieri la dottrina
e tante volte non andavo a scuola.

Andavo a nidi o pure a chiappar grilli,
(eran le cose a me più preferite),
mi arrampicavo sulla vecchia vite,
mandavo in casa dei sonori strilli.

Rompevo qualche pentola in cucina,
tribbiavo scarpe e non lavavo piatti,
mi divertivo a strapazzare i gatti
con tutta l'aria mia più birichina.

Poi mi ricordo quando la mia nonna
restava tutto il giorno a gola aperta
a chiamar “Peppe!” ed era cosa certa:
la facevo dannar, povera donna.





La radio

Si sente proprio gli uomini cantare,
tossire, bisbigliar, ripigliar fiato,
che vien per forza voglia di guardare
se dentro c’è qualcuno rimpiattato.
Chi parla dista più di mille miglia,
è cosa da destare meraviglia.

Pensar che con due fili e una cassetta
si sente quel che dicono a Milano:
se c'è al Teatro il ballo o l'operetta,
se parla in piazza qualche ciarlatano;
non da Milano sol, da mezzo mondo
si sente uno quando gira al tondo.

Io tante volte mi sbattezzerei
e dico: se si va di questo passo
un giorno o l’altro, ci scommetterei,
persino i morti si rivede a spasso.
Beati quelli che morranno allora,
che lo faranno sol per qualche ora.



Nostalgie paesane

Penso sovente alla mia casetta,
ai miei morti, lassù nel cimitero;
penso al crocicchio dall'aguzza vetta
dove salivo un dì gagliardo e fiero.
Penso agli amici con malinconia,
sento di Gavinana nostalgia.

È vero che non son tanto lontano,
ma non so quando potrò tornare.
Maturerà nei campi il biondo grano,
quant'acqua ancora scenderà nel mare!
Ritornerà la rondine alla gronda,
quando sarà per me l'ora gioconda?

Vorrei sentir cantare l'usignolo
nei boschi silenziosi di Batoni;
dove la sera tante volte solo
meditai versi per le mie canzoni;
vorrei vedere nella bella valle
ancora svolazzare le farfalle.

E queste grandi e piccole cosette
che per altri non hanno alcun valore,
io le conservo fra le mie dilette,
fra le memorie care del mio cuore;
mi lasciano nell'animo un rimpianto
e sgorga questo mio povero canto.




La bilancia

Perché venire al mondo,
perché restar tanti anni?
Chi mai chiese di nascere,
se non ci son che inganni?
Capisco che la vita
non è che una missione,
ma la bilancia pende
e senza paragone.

L'autografo de "Il gatto ne cassettone"


Il gatto nel cassettone

L'altra notte mi successe un fatto
che voglio raccontar, care persone.
Tutte le notti il mio signore gatto
se ne andava a dormir nel cassettone.

E io poggiai la sveglia sopra un piatto
ci misi un soldo per precauzione,
ché quando fosse l'ora dello scatto
facesse più solenne confusione.

Difatti all'ora che suonò la sveglia
il piatto, il soldo... fu un acciottolìo,
che il gatto, che dormiva, mi si sveglia

con la paura e fece un tal fottìo
per scappar fuori, che nel dormiveglia
ebbi paura più del gatto anch'io.

Fornaci di Barga


Novità?

Nulla di nuovo c'è qui nel paese,
se piove un giorno quasi sembra un mese,
se un giorno è bello poi quell'altro piove
quaggiù a Fornaci non ci son nuove.

La settimana dura quanto un anno,
ma gli anni son veloci e se ne vanno,
l'ore son lunghe e non passan mai
ma i giorni volan e questi son guai.

Così pian, piano, via di questo passo,
senza profitto, senza fare chiasso,
ti annoi, sbadigli, fai la tua partita
e come un lampo passa anche la vita.

Mi pare un sogno, e mi sembra ieri,
che aveo vent'anni ed eran giorni fieri,
ma già di tempo ne è passato tanto;
e sempre avanti, via, con questo canto,
si arriva al giorno della dipartenza:
per tutti passerà la diligenza.

Sei giovani gavinanesi negli anni Venti. Giuseppe Geri è in alto al centro con i baffi.


Il destino

Ognuno segue del proprio destino
tutta la strada che in terra ci addita,
così trascorre tutta questa vita,
sino a quel giorno che viene il becchino

Non si sa se sia lontano o sia vicino
e quando è l'ora di farla finita,
ma per giocare l'estrema partita
ci vorrebbe di fare l'indovino.

C'è chi cammina, chi sempre in vettura,
c'è chi va a piedi per pestarsi i calli,
chi ha la testa grossa e chi l'ha dura.

Ma viaggiare a piedi e sui cavalli
quando vien quella che ci fa paura
finiscono poi tutti i suoni e i balli.



Perché?

Perché la notte nel buio profondo
sono le stelle chiare e lucenti?
E l'usignolo canta giocondo
nei più soavi, gentili accenti?

Perché del pero, fra il verde e il biondo,
lenti i suoi rami muovono lenti?
E sul cipresso dal ciuffo tondo
tanti uccelletti stanno contenti?

E perché il cane dorme tranquillo,
guardia fedele vicino all'aia,
e perché l'eco senti di squillo?

Perché il gallo canta e il cane abbaia,
se stride forte nel prato il grillo
o suona il passo della massaia?

Giuseppe Geri negli ultimi anni della sua vita


Acqua passata

Or della gioventù perdo l' impronte
e crescono gli affanni coi pensieri,
ma quattro rime sono sempre pronte,
o bene o male spesso e volentieri.

Prima mi alzavo al limpido orizzonte
e camminavo i taciti sentieri
quando trovavo qualche fresca fonte
bevevo sempre senza usar bicchieri.

Ora per quelle vie più non cammino
mi sento stanco e poi ci vedo poco
e foro ogni momento e vo pianino.

Ma un giorno o l'altro cambierò loco,
farò amicizia stretta col becchino,
e finirà per sempre questo gioco.

Pasqua 30 marzo 1975
(ultima poesia nota)


domenica 9 agosto 2015

IL SEGGIO VACANTE



IL SEGGIO VACANTE
di J.K.Rowling 
Salani, 2012
560 pagine

E' inutile (ma inevitabile) specificare come l'autrice sia la "mamma" di Harry Potter e che questo è il suo prima romanzo dopo la conclusione della saga di Hogwarts. Dire che, a differenza delle precedenti, questa è una storia per adulti è sbagliato per due motivi: primo, perché Harry Potter non è necessariamente una lettura per ragazzi; secondo, perché "Il seggio vacante" è fatto anche per solleticare le emozioni di un pubblico adolescente, avendo tra i suoi tanti personaggi anche alcune figure giovanili (peraltro, interessanti e problematiche). Succede così che come i romanzi con il maghetto sono stati letti (e molto amati) anche dagli adulti, questo senza maghetto può essere letto (e molto amato) anche dagli adolescenti. Per quanto mi riguarda, è un punto di merito. Sesso, violenza, dramma, droga, bullismo, tradimenti, vigliaccherie, vendette, insaporiscono la trama senza stravolgerla o disturbarla, perché sono funzionali a un racconto coinvolgente che parte in sordina e quasi, inizialmente, rischia di deludere. Poi, man mano che la narrazione ingrana le marce superiori, le pagine diventano ipnotiche e il ritmo di velocizza, al punto che diventa inevitabile chiedersi come il garbuglio di tante vicende tutte intrecciate fra di loro possa districarsi e quale sia il destino dei personaggi, che ancora verso la fine non si riesce a immaginare (e il finale non delude). Eppure, non capita niente di clamoroso, nel senso che non ci sono delitti, invasioni aliene o rivolte suburbane. La storia si svolge in un piccolo paese della provincia inglese, Pagford, dove tutti o quasi si conoscono, e dove, all'improvviso, muore Barry Fairbrother, un consigliere comunale, il cui seggio dunque rimane vacante. Si tratta di eleggere il suo successore, il quale, con il suo voto, potrà decidere il destino di un centro di assistenza ai tossicodipendenti di un quartiere popolare molto degradato. I moralisti e i benpensanti vorrebbero chiuderlo, e dunque cercano di far nominare consigliere un loro rappresentante. Lo stesso fanno i progressisti più liberali, proponendo un nome alternativo. In città si scatena così una lotta sotterranea fatta di malignità, di sorrisi di facciata e di sgambetti nascosti, mentre si intrecciano le storie di tanti abitanti, di tutte le estrazioni sociali, di tutte le età, di tutti i generi. Non c'è una sola famiglia in cui tutto fili liscio, e ci sono conflitti più o meno drammatici a tutti i livelli. Uno spaccato sociale che emoziona al punto da far dispiacere che i personaggi a cui ci siamo affezionati smettano di essere seguiti dalla penna acuta e garbata della scrittrice.