domenica 28 maggio 2023

EROI E GRANDI CAPI INDIANI

 

 


Charles Eastman
EROI E GRANDI CAPI INDIANI
Racconti di Nativi Americani 
a cura di Raffaella Milandri 
Mauna Kea Edizioni
2023
148 pagine, 16 euro


È uscita nel marzo 2023 la prima edizione italiana di “Eroi e Grandi Capi Indiani” (Indian Heroes and Great Chieftains, del 1918) di Charles A. Eastman, uno dei maggiori autori nativi americani del secolo scorso. L’opera è curata dalla Mauna Kea Edizioni, che sta portando avanti un grande lavoro di recupero e traduzione di opere della letteratura nativa, con autori come Mourning Dove, Zitkala-Sa, Luther Standing Bear e altri, che finalmente sono pubblicati anche in Italia.
In questa serie di ritratti, arricchita da foto originali, si legge tanto orgoglio e fierezza da parte dell’autore nel presentare l’anima dei Nativi Americani, attraverso i valori che hanno animato questi sakem e le loro gesta. Certo, non tutti sono stati eroi immacolati (basti pensare al personaggio controverso di Hole in the Day), ma la maggioranza di queste figure storiche di nativi americani ebbe vite e comportamenti esemplari, in quella che è stata la drammatica lotta per la sopravvivenza dei popoli pellerossa, da Sitting Bull (Toro Seduto) a Red Cloud (Nuvola Rossa), da Crazy Horse (Cavallo Pazzo) a Chief Joseph (Capo Giuseppe) e altri. I grandi Capi Indiani sono raccontati da un Indiano: Eastman, Dakota egli stesso, ha incontrato diversi di loro in prima persona, o ha raccolto le loro storie da di chi li ha conosciuti. I capi Dakota, Lakota e Cheyenne sono quelli più rappresentati. Questa edizione è tradotta e annotata da Raffaella Milandri, attivista per i diritti umani dei Popoli Indigeni, esperta studiosa dei Nativi Americani e antropologa - di cui altre volte abbiamo segnalato le opere in questo spazio.

sabato 27 maggio 2023

L'UOMO SENZA PASSATO

 

 



Claudio Nizzi
Claudio Villa
L'UOMO SENZA PASSATO
Sergio Bonelli Editore
2022, cartonato
282 pagine, 28 euro
 
Ho sempre considerato questa storia (apparsa originariamente sugli albi di Tex dal n° 423 al n° 425, usciti in edicola nel 1996) la migliore fra quelle realizzate in coppia da Claudio Nizzi e Claudio Villa, e sarei tentato di allargarmi a valutarla come la più bella scritta dal primo e disegnata dal secondo nell'ambito della loro produzione texiana, anche se giudicati separatamente. L'edizione cartonata del racconto in un volume di grande formato è dunque più che meritata, e il colore proposto per l'occasione non aggiunge comunque nulle alle tavole di Villa, bellissime anche, se non si più, in bianco e nero. Trattandosi di un classico molto noto e ristampato più volte (anche se mai così in grande) mi consentirete di non tener conto, parlandone, dello spoiler. In ogni caso consideratevi avvisati e non proseguite la lettura di questa recensione se non volete rovinarvi la sorpresa nel caso non abbiate prima già affrontato quella del racconto.
Partiamo con il rilevare come la maledizione di Taniah colpisca ancora. Era stata lei, la squaw di Tiger Jack, a inaugurare (cronologicamente, stando alla continuity interna) la catena di tristi sorti che lega inesorabilmente le belle compagne indiane dei nostri pards (l’unico immune è Carson, per ora). Taniah era morta  suicida per sottrarsi alle insane attenzioni di Don Liborio Torres, in una storia del 1992 (di Nizzi e Ticci). Dopo qualche tempo la sventura si abbatte sulla famiglia di Tex: muore atrocemente Lilyth, la moglie pellerossa del ranger, e ancora una volta per colpa dell'odio dei bianchi (straordinariamente evocativa, ricca di nostalgico colore e struggente per le parole pronunciate da Willer, è la sequenza che ritrae Tex, abbigliato da Aquila della Notte, giurare vendetta davanti alla tomba dell’amata consorte defunta: la si vede in un classico di Gianluigi Bonelli e Aurelio Galleppini del 1972,). E ora tocca al figlio di Lilyth e di Tex, Kit Willer, subire un'analoga, straziante perdita. Ripescato senza memoria dalle acque tumultuose del Little Colorado, dopo esservi caduto con una brutta ferita durante una conflitto a fuoco contro un gruppo di feroci contrabbandieri capeggiati dal vile Simon Gentry, Kit si innamora della sua salvatrice, Fiore di Luna, la più bella donna della tribù degli Ute. E' Fiore di Luna che fa rinascere Kit, battezzandolo con le fresche acque correnti d'Arizona e con un nuovo nome, Tonkawa, che significa "portato dal fiume". La passione che sboccia fra i due giovani rischia di scatenare un nuova guerra indiana: il bellicoso Falco Nero, gran testa calda degli Ute, vistosi respinto da Fiore di Luna che gli preferisce il nuovo arrivato, complotta contro il padre di lei, il saggio e pacifico capo Naso Piatto, e provoca numerosi morti. Sarà Kit a fermarlo per sempre, ma non riuscirà a evitare la fine di Fiore di Luna che, in un gesto di estremo sacrificio, intercetta una pallottola mortale destinata all'amato, sparata da quel serpente a sonagli di Simon Gentry, a cui ordini agiva Joe Galvez, il meticcio che aveva ferito Kit Willer. Galvez e Gentry finiscono tra le fiamme di Satanasso grazie alla mira di Tex, ma Fiore di Luna? "Ti ho voluto bene, Tonkawa… tanto! Sognavo di diventare la tua sposa", e la dolce Ute spira tra le braccia di un attonito Kit.
Né questo è l’unico dramma che rende indimenticabile il racconto. Straordinario il pathos trasmesso dalle scene in cui Tex dimostra la sua sofferenza di padre di fronte alla possibilità, purtroppo sempre più probabile, della morte del figlio scomparso nel fiume, di cui inizialmente viene ritrovato soltanto il cappello.  Fino alla scena clou, davvero sconvolgente, dei due Willer che si trovano di fronte da avversari e si sfidano a duello. Kit, vedendo in Tex solo “uno di quei cani” che avevano ucciso il padre di Fiore di Luna, gli spara contro ripetuti colpi di fucile. Disarmato da un proiettile di Aquila della Notte, lo aggredisce armato di coltello. “In nome di Dio, Kit! ...Torna in te!”: Grida Tex lottando, nel tentativo di fermare il figlio senza fargli del male. Tentativo che fortunatamente riesce. Anzi, proprio nel corso del combattimento Piccolo Falco urta violentemente la testa contro una pietra e recupera la memoria.
Quinta e ultima storia del Novecento texiano a portare la firma di Claudio Villa, ideatore peraltro dello spunto che è alla base della storia; e prima volta per la straordinario artista comasco nell’illustra le copertine di una sua avventura. Nizzi non poteva trovare spalla migliore per il suo ricco soggetto. Il disegno di Villa è in effetti potentissimo, travolgente. Mozza il fiato del lettore sia quando deve rappresentare scenari naturali (le fantastiche inquadrature dall’alto del covo di Gentry, per esempio), sia quando deve ritrarre volti umani, al quale riesce a infondere, con virtù divina, l’alito di vita (notare l’espressione di Tex, con gli occhi che brillano all’ombra della tesa del cappello, quando si accorge che i banditi hanno colpito Kit alla testa; oppure, ancora la faccia del Ranger, sconvolta dal dolore per la presunta perdita del figlio e nello stesso momento quasi impercettibilmente rischiarata da un lampo di speranza). Una storia da leggere e rileggere.

domenica 21 maggio 2023

EL MORISCO

 




 
Giovanni Luigi Bonelli – Guglielmo Letteri
EL MORISCO
Arnoldo Mondadori Editore
Collana Oscar Best Seller
Prima edizione giugno 1998
brossurato - 568 pagine - lire 16.000


Quando la Sergio Bonelli Editore non distribuiva ancora i suoi prodotti in libreria (ai tempi, insomma, in cui c'erano ancora le edicole) i volumi destinati al circuito librario venivano, diciamo così, appaltati ad altre Case editrici, tra cui primeggiava la Mondadori. Accanto ai volumi cartonati, c'erano le edizioni Oscar , come questo volumre del 1998 dedicato a Tex, questa volta però con un quinto pard al suo fianco accanto ai soliti altri tre: El Morisco. Nella sua prefazione, Sergio Bonelli così descrive il personaggio: «A rendere vivo e indimenticabile El Morisco, tratteggiandone in maniera magistrale e definitiva i tratti somatici, ha contribuito in maniera sostanziale Gulglielmo Letteri, il disegnatore che ha firmato entrambi gli episodi qui raccolti e che è stato tra i primi ad alternarsi con Aurelio Galleppini, creatore grafico del celebre Ranger, sulle pagine della collana del Tex fin dal lontano 1965. Espediente narrativo di straordinaria efficacia, El Morisco costituisce la chiave con cui Tex, individuo quanto mai razionale e, come suol dirsi, con i piedi per terra, riesce ad accedere alle oscure dimensioni dell’extrasensoriale ma anche per lui altrettanto misteriose frontiere della scienza. Ma chi è, in realtà, El Morisco? Cosa nasconde nella sua strana abitazione, sulla cui facciata svettano inquietanti mascheroni dai denti digrignanti? E perché i suoi compaesani sono convinti, sin quasi all’ossessione, che parlare con lui porti sfortuna? Come scopriranno Tex e Carson ne “Il tesoro del tempio” (l’episodio in cui lo “sciamano” compare per la prima volta) nel corso di un’indagine che, partendo da un banale furto di bestiame, li metterà in contatto con un popolo dimenticato dal tempo, il corpulento individuo dalla pelle brunita che passa le sue giornate studiando volumi polverosi e maneggiando teche ripiene di tarantole, scorpioni e serpenti di ogni genere è, indubbiamente, una figura più unica che rara. Considerato alla stregua di uno stregone dalla popolazione della esolata cittadina di Pilares, dove vive circondati dall’ostilità e dal timore, il misterioso egiziano ha il modo di rivelare, avventura dopo avventura, doti di serio studioso e di accanito ricercatore scientifico, non privo di una salutare dose di ironia. In anni più recenti, Mauro Boselli ne ha svelato il vero nome, Ahmed Jamal, e il passato (sappiamo cioè come e perché è finito in Messico).
Per uno come lui – inguaribilmente curioso e totalmente privo di idee preconcette, e dunque disposto a confrontarsi con qualunque verità, per quanto incredibile possa sembrare – trovarsi coinvolto in casi come quelli che gli propone di volta in volta Tex è un autentico invito a noze. E, al suo fianco, non manca mai il suo “maggiordomo” e fedelissimo servitore, Eusebio: un meticcio messicano dall’aspetto tenebroso che tutti, a Pilares, considerano un rinnegato, essendosi prestato ad aiutare e proteggere uno straniero che intende studiare il mondo indigeno e la sua cultura, mettendone in luce riti e segreti tenuti per secoli gelosamente nacosti». Le due storie scelte da Bonelli sono due classici: “Il Signore degli Abissi” e “Diablero”. La prima, è servita da soggetto per il film di Duccio Tessari. Quando si dice che il fumetto non é un genere, ma un medium dotato di codici propri e perciò non inferiore agli altri mezzi di comunicazione, come il cinema, la musica, la prosa o la poesia, basterebbe citare questa storia per dimostrarlo. Infatti, i risultati di Tessari non sono stati proprio entusiasmanti. Eppure, Tex è un personaggio dal successo ormai cinquantennale, e la storia del Signore degli Abissi è un classico dei classici. Perché sul grande schermo il racconto non dà le stesse emozioni che garantisce sulla carta, considerando che si aggiungono sonoro e movimento? Appunto perché il fumetto gode di potenzialità proprie che gli permettono di sopravanzare, in alcuni casi, la stessa magia del cinema. Le immagini di un film, per quanto suggestive, sono più univoche di quelle disegnate, alle quali ogni lettore è chiamato ad aggiungere un quid di proprio per immaginarle vive, e dunque risultano più evocative. La breve apparizione del monaco rosso, impegnato a rimestare nel fango bollente in una caverna piena di fumo e crateri incandescenti, é molto più inquientate così come la disegna Letteri che come la filma Tessari. E quando, nel fumetto, il Signore degli Abissi scopre il suo cappuccio rivelando la faccia mostruosa (la scena più indimenticabile di tutta la storia, per quanto ne rappresenti soltanto un passaggio), il brivido é assicurato. Al cinema, non altrettanto. Ma chi è, il Signore degli Abissi?  E' un discendente degli Aztechi, ultimo depositario dell'antico segreto delle pietre verdi: un infernale prodotto delle viscere della terra, capaci di trasformare gli esseri viventi in mummie dure come il sasso. La vista delle vittime pietrificate semina il terrore attorno alla Valle dei Giganti, sulla Sierra Encantada, là dove un certo Tulac, novello Montezuma, vuole ricreare l'impero azteco. Il Signore degli Abissi ha messo a disposizione di Tulac le sue conoscenze, e si illude che l'antica civiltà di Tenochtitlan possa tornare a dominare il Messico. "Spero che il giorno della grande liberazione sia vicino - pensa il monaco coperto da un saio e da un cappuccio - Altrimenti i miei occhi non potranno assistere al trionfo di Xiuhtecutli!". Il monaco sente la fine vicina: ma nonostante le esalazioni vulcaniche della sua caverna gli abbiano corroso il volto e gli arti, non saranno quelle a ucciderle. Ci penseranno Tex e Carson, prima che lui abbia modo di soffiare nella cerbottana dardi con intarsiate le micidiali pietre, subito dopo averlmo visto abbassarsi il cappuccio e mostrare il volto orripilante. Quello che, sulla carta, fa davvero rabbrividire. La seconda storia ha per protagonista una fra le più belle donne viste sugli albi di Tex: Mitla. "Quella donna è un demonio in gonnella, e se vi dovesse capitare a tiro di fucile, dimenticate che ha l'aspetto di una femmina e premete il grilletto!". A parlare così è il saggio El Morisco, e certo da un illuminato uomo di scienza come lui non ci si aspetterebbero propositi tanto bellicosi. Ma come al solito, il “brujo” ha ragione da vendere. Da tempo due "diableros", spiriti maligni, terrorizzano gli apaches della Sierra del Hueso: si tratta di Mitla, una bellissima strega di origine atzteca, e suo fratello Guaimas, che grazie ai filtri della sorella è capace di trasformarsi in una sorta di gigantesco licantropo e di comandare i branchi di lupi che infestano la zona. Letteri, qui nel pieno della sua maturità, è tanto abile nel suscitare terrore con la figura del mostro mezzo uomo e mezza bestia, quanto nell’affascinare con l’incredibile bellezza di Mitla, forse il più ammaliante personaggio femminile dell’intera saga di Tex. Ma come spesso accade, la  regola greca del kalòs kai agatòs si ribalta: non sempre il bello è anche il buono. Anzi. La strega azteca, infatti, si rivela spietata e crudele, esattamente il “demonio in gonnella” di cui parlava El Morisco. Alla base del suo agire non c’è un interesse immediato o piano criminoso finalizzato alla ricchezza. C’è soltanto la volontà di potere e di dominio, e forse il desiderio di mortale rivalsa dettata dal suo sangue azteco contro i messicani di origine spagnola e le tribù indiane da sempre considerate barbare dalla stirpe di Montezuma. O forse, nella sua suprema malvagità, cerca il male per il gusto di farlo. "Un diablero è un diablero e basta - commenta lo stregone degli apaches, Mangos - Nascono già così, con la mente piena di cattive cose e il cuore malvagio!". Mitla in realtà non è una strega cattiva qualunque. E’ un personaggio assai più sofisticato: padrona si sé stessa e dello stesso fratello che le è succube, conoscitrice delle arti magiche delle perdute civiltà e donna d’azione pronta a scendere in campo in prima persona, giocando il tutto per tutto. E che fascino perverso emana allorché sceglie funghi e piante per i suoi filtri, con tutti i richiami che Bonelli padre lascia intuire alla cultura degli allucinogeni tipica delle civiltà precolombiane! Nella vicenda, su richiesta del Morisco, intervengono Tex e compagni. I quali, mentre tutta la zona è in preda al panico, riescono a mantenere una imperturbabile calma fra le rocce del deserto che fra le gole dei canyon che fra i ruderi del tempio azteco dove Mitla e il fratello hanno il loro covo. "Contro i diavoli di ogni genere - commenta Tex - abbiamo sempre pronti validi amuleti calibro 45!". Amuleti assai efficaci, e che fanno bene il loro lavoro, soprattutto nei confronti dei branchi di lupi comandati dall'uomo/bestia. Discorso a parte per Mitla, che è una donna e non può essere spedita all'inferno a colpi di Colt. Tex dichiara apertamente di volerla prendere viva, magari sparandole alle gambe. Fortuna che c'è la giustizia divina, che ancora una volta si presenta sotto forma di un provvidenziale serpente velenoso che morde la strega, spedendola pulitamente nel mondo dei più senza che Tex abbia bisogno di colpirla neppure con un fiore.

sabato 20 maggio 2023

SOTTO FALSO NOME

 

Bart D. Ehrman
SOTTO FALSO NOME
Carocci Editore
2018, brossurato
268 pagine, 17 euro

Il nome di Bart Ehrman, biblista di fama internazionale e professore presso l’università di Chapel Hill, nel North Carolina, è garanzia di un approccio scientifico alle materie di cui si occupa da decenni (la filologia biblica, la storia ebraica e quella del cristianesimo delle origini). Di lui ci siamo occupati più volte in questo spazio, e vi invito a leggere le altre recensioni dei suoi libri cliccando sui link elencati in fondo. In questo suo saggio del 2011, “Sotto falso nome”, si dedica a illustrare il diffusissimo fenomeno dei testi della letteratura cristiana antica che si definiscono pseudo-epigrafi, cioè scritti da qualcuno che si finge qualcun altro. Questo per  dare maggior peso alle proprie affermazioni, o per meglio contrastare quelle di altri. E’ il caso di alcune lettere di San Paolo contenute nel Nuovo Testamento, che si sanno essere (nonostante l’autore dica il contrario) non paoline. Ovviamente la casistica è molto varia, e riguarda testi apocrifi esclusi dal canone, testi anonimi tradizionalmente attribuiti a qualcuno senza che questo qualcuno affermi mai di essere chi si crede (è il caso dei quattro evangelisti), vangeli inverosimili e favolistici che si vogliono addirittura scritti in prima persona da Gesù, scambi di corrispondenza del tutto inventate fra filosofi latini (come Seneca) e cristiani (come San Paolo), testi polemici contro i falsi apostoli e gli eretici scritti proprio da falsi apostoli ed eretici. La disamina di Ehrman riguarda i primi (affascinanti) quattro secoli della storia del cristianesimo, e fa chiarezza sugli studi più recenti condotti sul tema. 
 
 




domenica 14 maggio 2023

AVVENTURA A MANAUS

 

Guido Nolitta
Roberto Diso
AVVENTURA A MANAUS
Sergio Bonelli Editore
2023, cartonato
160 pagine, 24 euro

E’ sempre bello vedere valorizzati in volumi di grande formato gli episodi più significativi degli eroi dei fumetti distribuiti anni prima in edicola. In questo caso, il cartonato proposto dalla Bonelli Editore confeziona in una nuova, rilegata e commentata edizione lo Speciale Mister No n° 7, del luglio 1992, intitolato “Avventura a Manaus”, sceneggiato da Guido Nolitta e illustrato da Roberto Diso (il creatore del pilota amazzonico il primo, il rinnovatore grafico e principale disegnatore il secondo). Che sotto lo pseudonimo di Nolitta vi fosse lo stesso editore, Sergio Bonelli, nel 1992 non era più un mistero per nessuno, dopo che per anni egli stesso lo aveva tenuto nascosto. Riguardo invece le caratteristiche di Mister No, basterà dire che questo racconto le evidenzia tutte in modo paradigmatico: Jerry Drake (questo il suo vero nome) è un antieroe amante del quieto vivere, che si trova coinvolto suo malgrado nei guai da cui vorrebbe tenersi lontano; è uno statunitense che dopo aver combattuto nella Seconda Guerra Mondiale ha cercato di non rendersi più disponibile per una eventuale Terza trasferendosi armi e bagagli in Amazzonia, e più precisamente nella Manaus degli anni Cinquanta; si guadagna da vivere pilotando il suo scalcinato Piper a bordo del quale trasporta turisti, uomini d’affari e chiunque abbia bisogno di un passaggio aereo; alloggia in una anonima baracca, subisce il fascino femminile e dell’alcool, fa il perdigiorno bazzicando bar e locali notturni, spesso in compagnia di un amico tedesco soprannominato scherzosamente Esse-Esse. “Avventura a Manaus”, oltre a restituire in ogni pagina il ritratto di Jerry Drake, dipinge anche un quadro credibile e coinvolgente della sonnolenta città fluviale lungo il Rio delle Amazzoni, decadente e malandata dopo un passato da boom-town ai tempi del commercio della gomma,  e dei suoi abitanti che sembrano sempre in attesa di qualcosa che prima o poi succederà, ma che non fanno niente perché accada. Le 148 tavole di cui si compone il racconto si fanno ricordare per due caratteristiche principali: la prima, è che si svolgono tutte quante proprio a Manaus (mentre di solito Mister No parte per via aerea o lungo il fiume verso avventure nella foresta o sulle Ande o lungo la costa); la seconda, invece, è rappresentata dal singolare personaggio che ingaggia Jerry Drake perché gli faccia da guida lungo un viaggio che non comincerà mai: James Newman, aspirante autore di fumetti venuto in Amazzonia in cerca di spunti. C’è senza dubbio, in costui, il ricordo di Eddy Rufus, coprotagonista di una avventura di Zagor del 1972 (vent’anni esatti prima), sceneggiata sempre da Nolitta, in cui è uno scrittore di dime novels a recarsi a Darkwood per trovarvi fonti di ispirazione. La trovata, davvero brillante,  serve a Bonelli per parlare dei fumetti degli anni Trenta e Quaranta e dei loro autori (Milton Caniff soprattutto), riuscendo a mostrare, inseriti nelle tavole di Diso, schizzi e strisce di questi eroi di carta. Ovviamente Nolitta parla anche di se stesso, ed è divertente seguirlo nei suoi lunghi dialoghi (sempre verbosi ma assolutamente ipnotici e affascinanti) che assumono un valore quasi metafumettistico. Ci sono anche delle morali da trarre, a cominciare dal viaggio verso l’avventura che, nella realtà (quella in cui vive James Newton) non parte mai (l’avventura possono viverla solo gli eroi di carta): i guai che capitano allo sceneggiatore (e, per causa sua, a Mister No) non hanno niente di eroico. Tant’è vero che, alla fine, il personaggio a fumetti che Manaus è riuscita a ispirare a Newman ha il volto ha l’esatto aspetto di Jerry Drake. Perciò, c’è poca avventura, in “Avventura a Manaus”, ma tante emozioni e riflessioni per chi le sa cogliere. Roberto Diso è il maestro di sempre (basti vedere la vignetta di pagina 34 con i cani che inseguono un taxi, abbaiando). A corredo del volume c’è una lunga e interessante postfazione in cui Luigi Mignacco (il più importante sceneggiatore misternoiano dopo Nolitta) ripercorre le citazioni fumettistiche presenti non solo in questo volume ma in molte altre storie di Mister No. Mignacco segnala anche come “Avventura a Manaus” sia una delle ultime storie amazzoniche scritte da Sergio Bonelli, che poco dopo lasciò il personaggio in altre mani per una quindicina di anni, prima di tornare a occuparsene per la memorabile sequenza conclusiva che chiuse la serie nel 2006. Di questa sequenza ho parlato in questo stesso spazio recensendone il “making of” curato da Franco Busatta. Potete leggere la recensione qui:



sabato 13 maggio 2023

40 POESIE

 


 


Dario Bellezza
40 POESIE
Mondadori
I Miti Poesia
Prima edizione settembre 1996
brossurato – 70  pagine -  lire 3.900


Il libretto, come tutti quelli della collana “I Miti Poesia”, è esile ed essenziale. Ha il difetto di non avere nessun apparato critico, nessuna introduzione. C’è solo una breve nota biografica sul poeta, Dario Bellezza: nasce a Roma nel 1944, poco più che ventenne comincia a scrivere sulla rivista “Nuovi Argomenti” stringendo legami di stima e di amicizia con autori come Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante e Sandro Penna. Pasolini lo lancia nel 1971 con “Invettive e licenza”, definendolo “il miglior poeta della nuova generazione”. Nel 1976 vince il Premio Viareggio con “Morte Segreta”. Negli anni successivi continua a pubblicare sia di poesia sia di prosa. Ammalatosi di AIDS, muore a Roma nel 1996. Questo è quanto ci viene detto. Aggiungiamo noi che di Pasolini fu a lungo il curatore della corrispondenza. Ma era in contatto anche con Alberto Moravia, che scrisse la prefazione al suo romanzo d’esordio, “L’innocenza” (1970), a cui fecero seguito altri due testi autobiografici, “Lettere da Sodoma” (1972) e “Il carnefice” (1973), in cui racconta molto di sé. L’ispirazione poetica di Bellezza nasce spesso dalla sua omosessualità, narrata con un atteggiamento sofferto che è stato definito “maledettismo”, ossessivamente alla ricerca di un “bellissimo assassino” fra drogati e prostituti, anche di giovane età (cosa che lo accomuna a Pasolini). Tra le altre sue opere, “Angelo” (1979), “Turbamento” (1984), “L’amore felice” (1986) e “Nozze con il diavolo” (1995).
Fine del compitino, passiamo alle impressioni di un lettore (il sottoscritto) che si accosta per la prima volta a Dario Bellezza attraverso una breve selezione di 40 poesie scelte da “Invettive e licenze”, “Morte Segreta”, “Libro d’amore”, “Io”, “Serpenta”, “Libro di poesia” e “L’avversario”.
Viene fuori tutto il suo mal di vivere, il suo disagio esistenziale di omosessuale, ma non solo, di condannato all’ergastolo nel proprio corpo e alla schiavitù delle proprie passioni, ma anche alla schiavitù dell’indigenza.
“Dio! Non attendo che la morte. / Ignoro il corso della Storia. So solo / la bestia che è in me e latra”.  
E ancora: “Mia tomba / è questo  corpo vestito di poveri panni”.
La vita, del resto, è ostacolo al raggiungimento del sublime: “Non raggiungerò il Sublime perché sono vivo”.
E poi c’è il dramma della solitudine e quello del peccato: “Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro / ma non posso. Troppo ho peccato / di peccati non miei, attributi / a posteri, mancati inganni. / Cerco amori nuovi, violente sere. / Perdono chiedo a chi non amai. / Forse verrò domani ad un prato / verde -–e non sarò più solo”. “Dio, non punirci / ancora se siamo vivi”.
Tragici questi versi: “Sono un vigliacco impaurito dalle leggi / che parlano di corruzione dei minori. Ma cari / giudici, qua il minore sono io, l’infantile bestiaccia che rischia senza coraggio un atto / semplice e assurdo che si chiama orrore della vita”.
Benché poche, le 40 poesie qui selezionate rendono Dario Bellezza una scoperta.

venerdì 12 maggio 2023

C'ERA UN RAGAZZO CHE, COME ME...

 

 
 
 
Massimo Cavezzali
C'ERA UN RAGAZZO CHE, COME ME...
Storia a fumetti della canzone italiana 
Glenat Italia
Prima edizione 1988


Ho sempre detto con chiunque ne parlassi, che a me Massimo Cavezzali (1950-2023) piace sempre e comunque, in tutte le salse, dovunqe pubblicasse (e in effetti è riuscito a farsi pubblicare dovunque, da "Dolly" a "Orient Express", da "Lupo Alberto" a "Tango"). Trovo fantastico Ivan Timbrovic, godibilissima Ava, esilarante Dio, deliziose le Dolline. Tuttavia, se c'é un settore dove l'autore ha superato sé stesso, é la "satira musicale". Come definire altrimenti il genere, direi da lui inventato almeno in Italia? Anziché caricaturizzare i personaggi politici, lo faceva con i cantanti pop (ma anche con i rock). E lo faceva però con mano lieve, con amore. Del resto, il sentimento prevalente verso i politici é l'odio, ma come non amare la musica? Perciò, Cavezzali non offende, non deride, non mette alla berlina: racconta soltanto in modo garbato e spiritoso. La cosa interessante é che, a differenza di molti, Cavezzali non snobba i cantanti e le canzoni del versante "sanremese" della nostra musica leggera. Insomma, non si dedica solo ai De André e ai Guccini della situazione, ma celebra con uguale amore Al Bano e Romina, Edoardo Vianello e Little Tony, Rita Pavone e Caterina Caselli. Indimenticabili del resto le sue strisce su Vasco Rossi (una serie a parte) come su Piglia e Dalla (dove Dalla è Lucio e Piglia è De Gregori). La ricostruzione della storia della canzone italiana fatta da Cavezzali é peraltro non solo divertente, ma interessante. Cioè, fornisce notizie e perfino chiavi di lettura. E poi, le caricature sono davvero eccezionali: con pochissime linee, l'autore coglie la caratteristica di ogni volto e la trasferisce in modo simpaticissimo sulla carta. Inoltre, con un lavoro sopraffino, il nostro ha modificato le originali copertine dei dischi, offrendone una preziosa carrellata "cavezzalizzata" ma significativa e stimolante (quanti ricordi!). Si comincia con il Festival di San Remo del 1958, dove Modugno vince con "Nel blu, dipinto di blu". Si finisce con il 1987, con Morandi-Ruggeri-Tozzi che cantano "Si può dare di più". Nel 1989, sempre Glenat pubblica "Rock Story": stesso formato, stessa filosofia, stesso divertimento.
 
 

 

giovedì 11 maggio 2023

EVEREST

 
 

 
Roberto Mantovani
EVEREST
Edizioni White Star
Cartonato – 150  pagine

Pur mancando sul volume ogni indicazione sulla data di uscita, una fascetta ricorda il cinquantesimo anniversario della conquista dell’Everest da parte di Edmund Hillary e Tenzing Norgay, e dunque si può pensare che il libro sia uscito nel 2003, mentre nel testo la storia delle scalate si ferma al 1994, e dunque si tratta con ogni probabilità di un testo uscito qualche anno fa e ridistribuito per l’occasione. In ogni caso, il volume è molto bello e documentato, completo da tutti i punti di vista: ci sono straordinarie e spettacolari fotografie recenti e una emozionante raccolta di immagini d’epoca, a partire dalle illustrazioni  risalenti agli anni della scoperta dell’Everest, o Cima XV, che fin da subito venne identificata come aspirante alla corona della vetta più alta del mondo attraverso il sistema di rilevazione basato su teodoliti. Sir George  Everest, che fu un pioniere delle cartografia del subcontinente indiano, ebbe l’onore (non da lui richiesto) di dare il suo nome a quella montagna, di cui si ignorava il nome locale anche per l’impossibilità o l’enorme difficoltà di penetrare in Nepal o nel Tibet. Il volume ripercorre la storia delle prime esplorazioni e dei primi tentativi di scalata, con le ricognizioni di George Mallory e la sua misteriosa scomparsa, nel 1924, arrivando poi al dopoguerra con l’impresa di Hillary fino alle successive spedizioni che hanno aperto nuove vie alla cima dopo la via da Nord, tibetana, tentata all’inizio e la via da Sud, nepalese, la più battuta ai nostri giorni. E qui, il volume denuncia l’eccesso di spedizioni degli ultimi anni, quando l’Everest sembra diventata una meta turistica.



domenica 7 maggio 2023

L’AUTOMA

  
 

 
John Dickson Carr
L’AUTOMA
Il Giallo Mondadori
2023, brossurato
272 pagine, 6.90 euro

John Dickson Carr (1906-1971) scrittore statunitense ma dalle atmosfere inglesi, è uno dei maestri indiscussi del giallo “classico”, quello cioè in cui i delitti su cui si indaga avvengono in dimore signorili, in ambienti borghesi, e il colpevole va ricercato tra una ristretta cerchia di persone. Rispetto ad Agatha Christie, Dickson Carr si caratterizza per un minor realismo nelle sue trame ingegnose e diabolicamente architettate, e perciò per la costruzione di intrecci pieni di sorprese e di inquietanti misteri (non di rado si tirano in ballo una strega, il diavolo, un fantasma, salvo svelare che non c’è nulla di magico). Si susseguono trovate spiazzanti volte a meravigliare e a incuriosire il lettore giocando con lui sul filo del rasoio della credibilità. Credibilità che viene sempre rispettata, anche se le spiegazioni finali spesso scoprono appunto che di gioco intellettuale o perfino enigmistico si tratta. Del resto, lui stesso, nel suo romanzo più celebre, “Le tre bare”, spiega: "A me piace che i miei delitti siano sanguinosi e grotteschi, che le mie trame sprizzino vividezza di colore e fantasia, poiché non riesco a trovare affascinante una storia che si basi soltanto sul fatto che possa sembrare realmente accaduta. Mi sembra ragionevole sottolineare che la parola 'improbabile' è l'ultima che dovrebbe essere usata per condannare il romanzo poliziesco. Tutta la questione sta nella domanda: può questa cosa essere fatta? Se sì, non importa che sia 'probabile'". In effetti, fa notare Dickson Carr, se il colpevole di un delitto fosse la persona più "probabile" i lettori si sentirebbero delusi. E l'assassino de "Le tre bare" è in effetti il meno probabile che possa venire in mente, ma il meccanismo del giallo, una volta spiegato, è del tutto possibile, per quanto macchinoso. Non a caso Dickson Carr è considerato il genio dei delitti nelle “camere chiuse”. Ne “L’automa” (romanzo del 1938) non ci sono stanze chiuse dall’interno in cui è stato ucciso qualcuno, ma la vittima cade morta con la gola tagliata mentre si trova in bella vista in uno spazio aperto in giardino, sotto gli occhi di vari testimoni. Tutto nasce da una trovata davvero intrigante: la pretesa di uno sconosciuto di essere il vero Sir John Farnleigh, un sopravvissuto al naufragio del Titanic, che racconta di uno scambio di persona avvenuto appunto perché il pretendente e l’attuale Sir erano stati dati per dispersi. Colui che, a distanza di anni, è tornato a ereditare i possedimenti di famiglia, non sarebbe il vero erede. Ci sono buone ragioni per credere alle versioni dei fatti di entrambe le parti in causa, ma prima che si scopra la verità grazie a un testimone e alla prova delle impronte digitali, avviene un sorprendente delitto (no, a morire non è il testimone). A indagare sul caso giunge il corpulento criminologo Gideon Fell, l’investigatore più ricorrente nei romanzi di Dickson Carr. L’automa del titolo è un macchinario dalla forma umana e pieno di ingranaggi, risalente a vari secoli prima, che una volta si muoveva per il divertimento degli antichi proprietari, ma che adesso nessuno sa più come far funzionare. Non è lui l’assassino, però un piccolo ruolo nella soluzione ce l’ha.

lunedì 1 maggio 2023

I NAUFRAGATORI DELL'OREGON

 
 

 
 
Emilio Salgari 
I NAUFRAGATORI DELL'OREGON
Fratelli Fabbri Editori
Collana Tigri e Corsari
1968, brossurato
160 pagine -  p.n.i.

Salgari a differenza di Omero, è sempre Salgari anche quando dorme. Lo dimostra questo suo romanzo "minore", gradevole e avvincente anche se non ci sono grandi personaggi e gli accadimenti non narrano della conquista di nessun impero.  I capitoli sono brevi e veloci, i dialoghi fulminanti e pittoreschi: sembra di leggere un fumetto. E con ogni probabilità, i romanzi di Salgari erano per la sua epoca quello che i fumetti sono stati in seguito: avventura, divertimento, ma anche veicolo di cultura presso tutti i ceti sociali. Meraviglia, da questo punto di vista, la straordinaria documentazione dell'autore, che non è strampalata ma precisa e fondata. E ricavata da chissà quali testi in anni in cui le biblioteche non erano alla portata di tutti e non erano certo ricche di volumi quali quelli che a lui servivano.  "I naufragatori dell'Oregon" non è certo un capolavoro. Ma io l'ho letto più di cento anni dopo la prima pubblicazione, e mi sono divertito. Basta questo per far capire che grand'uomo era quello che l'ha scritto.
L' "Oregon" è una nave che fra la spola fra le isole della Malesia e le Filippine. Durante un suo viaggio, trasporta due giovani occidentali che hanno ereditato una grossa fortuna e che si recano a prenderne possesso. Il loro cugino, un olandese abitante a Manila chiamato Wan-Baer, decide di farli sparire per mettere le mani per proprio conto sull'eredità. Ingaggia perciò un capitano di marina senza scrupoli, il bieco O'Paddy, perché faccia affondare l' "Oregon" speronandola in una notte di tempesta con una bagnarola a vapore destinata comunque al disfacimento. La manovra riesce solo a metà, perché l' "Oregon" non cola a picco subito, mentre la nave speronatrice sì. O'Paddy si trova a far parte dello stesso gruppo di naufraghi in cui si trovano anche i giovani cugini di Wan-Baer, Amely e Dik, scortati da un loro buon amico, il baldo Held. Del gruppo fa parte anche un viaggiatore siciliano, chiamato Lando (anche ne "La città del re lebbroso" compariva un personaggio italiano, segno che a Salgari piaceva arruffianarsi un po' il suo pubblico). O' Paddy si spaccia per un marinaio vittima della tempesta, e tutti, inizialmente, si fidano di lui. Ma di nascosto trama per portare alla rovina Amely e Dik e incassare la ricca ricompensa promessa da Wan-Baer. I naufraghi dell' "Oregon" (o meglio, solo il piccolo gruppo con O'Paddy, perché degli altri si perde ogni traccia) sbarcano sulle coste selvagge del Borneo e devono raggiungere una città civile attraversando l'intricata e insidiosa foresta, dove i complici di O'Paddy tendono loro degli agguati. In soccorso di Amely e Dik giungono per fortuna i daiaky tagliatori di teste, che "comprati" con l'offerta di buoni fucili, fanno da scorta ai nostri eroi. Alla fine O'Paddy paga il fio delle sue colpe e in punto di morte rivela il complotto ordito da Wan-Baer, a cui non resta che rinunciare all'eredità e darsi alla fuga.