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venerdì 10 novembre 2017

MAXMAGNUS





Max Bunker
Magnus
MAXMAGNUS
1000voltemeglio Publishing
2017 - 68 pagine

brossurato, 9.99 euro

Come scrive Max Bunker nella sua presentazione di questa nuova edizione del suo capolavoro, "dopo quasi cinquant'anni queste storie sono ancora fresche a dimostrazione di quanto nulla cambi nella gestione del potere".
La "controfavola" delle avventure di Re Maxmagnus e del suo malefico braccio destro si dipana lungo una serie di short-stories, pubblicate uno dopo l'altra sulla rivista Eureka a partire dal marzo 1968. Il racconto è un capolavoro di satira, la "summa" dell'umorismo amaro e grottesco di Magnus & Bunker, il loro prodotto più riuscito. In un reame immaginario e in un medioevo da metafora senza date, dove si rispettano le leggi della favola più che quelle della storia, un Re avido e approfittatore, Maxmagnus, e il suo Amministratore Fiduciario sfruttano e derubano in maniera ignobile i poveri contadini, tra i quali maturano lentamente i germi della rivolta. Nel contorno, si muove un teatrino di altri personaggi, quali la Regina manesca e megera, la figlia dei sovrani bruttissima e stupida, il "vicino di regno" Re Porcione, maghi e streghe, briganti, un gruppo di rivoluzionari di professione di chiaro stampo marxista. Ma il personaggio più riuscito è senza dubbio l'Amministratore Fiduciario, vero e proprio Machiavelli degli intrighi di corte, astuto, ladro e imbroglione, degna spalla, comunque, dell'altrettanto turpe Re. Quando negli ultimi episodi della serie scoppia la rivolta e la sorte arride agli insorti, l'Amministrazione non esita a cambiare bandiera schierandosi contro il sovrano. Alla fine, dopo la rivoluzione, tutto rimane com'è: il popolo continua a essere sfruttato, l'Amministratore continua a estorcere balzelli, ma questa volta in nome della "repubblica popolare" anziché della monarchia; i poveracci sono rimasti poveracci ma hanno la grande opportunità di essere tutti uguali, e di chiamarsi l'un l'altro "cittadino". La musica, insomma, è sempre quella: sono solamente cambiati i suonatori.
Significativa, a questo proposito, l'ultima scena di "Capitolazione!", l'episodio che chiude la serie delle short-stories. I rivoltosi hanno occupato il palazzo e mandato in esilio il re. "Siamo noi che comandiamo, ora le tasse le pagheranno solo i ricchi", dice il primo rivoluzionari.; "I poveri saranno esentati, solo i ricchi pagheranno a favore dei meno abbienti", dice il secondo. "Una cosa vi è sfuggita - li corregge l'Amministratore, appena passato dalla loro parte - vi dimenticate che ora i ricchi siamo noi". Così l'ultima vignetta della serie ricalca la prima, dalla quale tutto era iniziato. L'Amministratore riscuote i tributi della plebe, ma adesso sul suo cappello è appuntata la stella rivoluzionaria. "Ecco qui, è tutto quanto possiedo, cittadino amministratore", dice il primo dei tartassati. "E che altro ti serve, cittadino straccione? Hai fatto il tuo dovere e puoi morire contento".
Non sfugga la valenza anticomunista di questo finale, così come la lunga serie di malefatte del Re e dell'Amministratore avevano una chiara connotazione anticapitalista. Insomma, se è vero che Maxmagnus è un fumetto che non a caso nasce nel Sessantotto, è vero anche che riesce a far satira in tutte le direzioni, colpendo a destra e a manca senza doppiopesismi né cerchiobottismi. Insomma, se con il Sessantotto va in crisi il principio di autorità e l'imperativo della satira è dissacrare, il sarcasmo di Magnus e Bunker dissacra anche il Sessantotto.
Analizzando il contenuto umoristico, Maxmagnus può essere considerato come la "prova generale" di Alan Ford. Le avventure dell'avido Re Maxmagnus, in quei brevi ma ficcanti episodi che sono un gioiello di sintesi narrativa, sono la più divertente satira politica dei rapporti fra governanti e governati che mai sia stata realizzata. Probabilmente ancora più divertente dello stesso Alan Ford, nel quale la satira politica è solo un elemento di una più ampia satira sociale.
«Il medioevo di Maxmagnus - ha scritto Francesco Manetti sulle colonne del "Fumetto" dell'Anafi - è in realtà l'Italia odierna, dove il cittadino è costantemente tartassato da uno Stato ingordo, qui incarnato dall'Amministratore, che passa il suo tempo a scovare nuovi modi per truffare il popolo e persino Sua Maestà. Due personaggi negativi, due antieroi per una saga dal sapore profetico».
A dar retta al calendario, Magnus & Bunker avrebbero creato la coppia Re-Ministro qualche tempo prima di dar vita ad Alan Ford. Maxmagnus infatti esordì sulle pagine di Eureka nel 1968, mentre le avventure del Gruppo TNT avrebbero cominciato a essere raccontate solamente nel maggio dell'anno successivo. Tuttavia il "prima" ha in questo caso un valore piuttosto limitato, perché se si considera la lunghissima gestazione di Alan - la cui preparazione durò parecchi mesi, come ha più volte testimoniato Bunker - la nascita dei due personaggi può essere considerato un parto gemellare. Si potrebbe dire, con questo, che l'approdo del duo Secchi-Raviola sul pianeta del fumetto comico e satirico era inevitabile, quasi un'esigenza richiesta dalla natura stessa della loro ispirazione. Va del resto segnalato come il marchio di fabbrica dell'osannata coppia Magnus & Bunker è così evidente che non solo il nome del re e del reame (Maxmagnus, appunto) si rifà agli pseudonimi dei due creatori, ma gli stessi personaggi hanno le sembianze del soggettista (il Re) e del disegnatore (l'Amministratore).
Il segno di Magnus ha qui raggiunto la maturità, scivolando in un tratto grottesco e caricaturale che - pur con le successive correzioni - rimarrà per sempre una delle caratteristiche del disegnatore bolognese. Le caratterizzazioni grafiche dei vari personaggi (il re pancione ed ozioso, il rivoluzionario segaligno e con gli occhiali spessi da intellettuale, la plebe cenciosa e ignorante, i banchieri grassi ed eleganti) costituiscono anzi un sicuro elemento della buona riuscita del personaggio. L'episodio del luglio 1970 è l'ultimo della serie: alcuni mesi dopo tutte le avventure del Re e del suo fido amministratore vennero raccolte in volume, ottenendo nel 1971 il "Dattero d'oro" al 24° Salone dell'Umorismo di Bordighera come miglior fumetto dell'anno. Un seguito, tuttavia, ci fu. Alla fine degli anni settanta Bunker tentò infatti di riproporre le avventure di Maxmagnus in una nuova edizione, "rivista e corretta" sotto forma di storie lunghe che però ricalcavano l'intelaiatura di fondo della serie di short-stories. I soggetti erano sempre firmati da Max Bunker, ma i disegni - non essendo Magnus più disponibile - vennero affidati a Leone Cimpellin.

sabato 19 marzo 2016

IL RE DI DARKWOOD




IL RE DI DARKWOOD
di Guido Nolitta e Galleno Ferri
Sergio Bonelli Editore
2016, cartonato a colori
180 pagine, 24 euro

Si può essere eroi senza avere un segreto nel passato? Probabilmente no, almeno stando a quelli di carta, le cui origini sono da sempre parte integrante del loro mito. Basterà pensare a come è nato l'Uomo Ragno o quali tragici eventi hanno dato vita a Batman. Del resto, sono le esperienze e i drammi vissuti a forgiare gli individui, e noi siamo quello che siamo stati. Zagor non fa eccezione. Guido Nolitta decise di raccontarcene il passato in un paio di albi della Collana Zenith usciti nel gennaio e nel febbraio del 1970, ristampando strisce di poco precedenti. Lo Spirito con la Scure è diventato tale per un'ansia di redenzione dopo una vendetta sanguinosa a che era servita a cancellare il dolore che l'aveva causata ma, anzi, ne aveva provocato molto di più. Eppure, tutto comincia con il ricordo e il rimpianto di anni sereni, di una felicità destinata a frantumassi nel modo più brusco e crudele.
“Mi toccò la più meravigliosa infanzia che un bimbo possa desiderare”, racconta Zagor all’amico Cico, accingendosi a rivelargli il segreti del suo passato. “La vita della foresta mi offriva continue occasioni di affascinanti scoperte – prosegue lo Spirito con la Scure – e crebbi come un piccolo selvaggio vivendo nel bosco a contatto con gli animali”. In realtà, il futuro Re di Darkwood non viene su soltanto affidandosi alla scuola della natura, ma anche grazie alle cure di sua madre Betty. La quale, con amore, gli fa da maestra nella loro casa sul Clear Water, insegnandogli “quelle cognizioni che ella stessa aveva appreso anni prima nelle scuole europee”. La giovane donna, dunque, non è nata in America ma vi è giunta dal Vecchio Continente, sbarcando al seguito dei tanti immigrati che giungevano in cerca di fortuna nel Nuovo Mondo. Scopriremo i retroscena di questo sbarco nel volume gigante "La storia di Betty Wilding". Guido Nolitta non dice mai, nel corso di questa avventura, quale sia il vero nome di Zagor: soltanto il cognome, Wilding (quello del padre) ci è noto. In uno “Speciale” del 1995, finalmente scopriremo che il nostro eroe si chiama Patrick. Nel momento in cui Mike Wilding, il papà di Zagor, entra in scena, ha l’aspetto di un trapper e, da quel che si può vedere nelle poche pagine in cui Nolitta e Ferri ce lo mostrano, vive cacciando e commerciando pellicce, che ottiene anche dagli indiani in cambio di coperte e utensili. Il figlio, che stravede per lui (ed è contraccambiato), non sospetta che in realtà l’uomo nasconda nel suo passato un tragico segreto, risalente agli anni in cui era stato un ufficiale dell’esercito americano. Proprio la scoperta del perché suo padre avesse dovuto abbandonare i gradi e la divisa segnerà indelebilmente la vita del giovane Patrick, e lo porteranno a scegliersi il ruolo e la missione di “Spirito con la Scure”. E’ dunque una figura controversa, quella dell’ex-militare, in grado di creare angoscia, turbamento e sensi di colpa nell’unico erede, il quale, a un certo punto della saga, in un altro albo memorabile (il n° 400, uscito nel 1998), cercherà un chiarimento con il genitore, andando addirittura a cercarlo nel regno dei morti, al di là del “Ponte dell’Arcobaleno”. Il vero nome di “Wandering” Fitzy, il vagabondo che salva Zagor dalle acque dopo che il padre e la madre del piccolo Patrick sono stati massacrati dagli indiani, è Nathaniel Fitzgeraldson. L’uomo è originario di Boston dove, in passato, era stato un grosso commerciante: “ma poi ne ebbi abbastanza della città, dell’amministrazione, dei ricevimenti e di tutto il resto e feci fagotto. Partii allora per queste regioni selvagge e cominciai una nuova, splendida vita”, racconta egli stesso al giovane Wilding, di cui diventa una sorta di padre adottivo. Anche nel suo passato c’è però un terribile segreto, che verrà svelato nello “Speciale” del 1995. Poeta errabondo, filosofo contemplativo, pacifista convinto, cacciatore senza fucile (usa soltanto il tomahawk), “Wandering” dà di sé una definizione di due parole: “sono un uomo libero, libero da tutte le convenzioni, le ipocrisie che rendono schiavi gli uomini che amano definirsi civili”. Il futuro Spirito con la Scure non avrebbe potuto sperare in un mentore migliore. Un altro imprescindibile personaggio di questa storia è Salomon Kinsky. “E’ uno strano tipo, a metà tra il contadino e il predicatore, che vive con una piccola tribù di Abenaki: pare che abbia convertito alla nostra religione un mucchio di quei pagani. Gli indiani gli devono molto: è grazie a lui che hanno imparato a coltivare la terra”. Il proprietario di un emporio nei presso del lago Ontario descrive con queste parole Kinsky, l’uomo che guidò l’attacco dei pellerossa alla capanna sul Clear Water. “Un predicatore che si trasforma in uno spietato assassino e un gruppo di pacifici contadini pronti a diventare dei sanguinari selvaggi”, commenta Zagor. In realtà, per quanto Kinsky abbia le caratteristiche del fanatico, le sue azioni hanno una spiegazione. Forse, Patrick avrebbe fatto meglio ad ascoltare i consigli di Fitzy e non cercare di consumare a tutti i costi la sua vendetta, scoprendo il segreto di Salomon e, nello stesso tempo, quello di suo padre. Però, in questo caso, non sarebbe nato lo Spirito con la Scure. A farlo nascere concorrono non poco i Sullivan. 
“Ma allora voi siete degli acrobati!” esclama Patrick Wilding, non ancora diventato lo Spirito con la Scure, allorché incontra per la prima volta la famiglia Sullivan. “Non soltanto”, risponde il capofamiglia, “siamo anche attori, giocolieri, prestigiatori e illusionisti!”. La famiglia di teatranti e di saltimbanchi è composta da tre persone: il padre Tobia, e i fratelli Orazio e Romeo. Sono proprio loro a cucire il costume di Zagor, a suggerirgli il nome d’arte e l’uso di un grido di guerra. A loro si devono anche la regia e gli “effetti speciali” della prima entrata in scena del futuro Re di Darkwood, di fronte all’assemblea dei capi indiani. 
Il volume della Sergio Bonelli Editore, che ristampa un classico decisamente imperdibile del fumetto italiano,con il corredo di una bella introduzione di Graziano Frediani, recupera alcune strisce di raccordo realizzate da Gallieno Ferri per l'edizione cartonata Cepim degli anni Settanta, ormai introvabile.

venerdì 11 marzo 2016

IL GRANDE GATSBY




IL GRANDE GATSBY
di Francis Scott Fitzgerald 
edizione con testo a fronte 
Marsilio, 2011
436 pagine, 24 euro

A convincermi a prendere in mano questo classico della letteratura americana, pubblicato nel 1925, è stata, la lettura del graphic novel "SuperZelda" della Minimum Fax, di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta,la biografia fumettata che ho recensito sul  blog "Freddo cane in questa palude". Zelda, personaggio in grado di rivaleggiare, come icona del suo tempo, con il marito, è Zelda Fitzgerald, la moglie di Francis Scott a cui "Il grande Gatsby" è dedicato ("Ancora una volta, a Zelda"). L'approdo al capolavoro di Fitzgerald è stato piacevolmente appassionante, nonostante il romanzo proietti il lettore in un contesto che sembra surreale: quello della New York degli anni Venti, simili per certi versi ai nostri anni Ottanta, sopra le righe, libertini, fatti di apparenza più che di sostanza, arrivisti, cinici, modaioli, festaioli, veloci, disinibiti, in corsa verso il disastro ma a suon di musica, come sul Titanic. La storia non è una storia, dato che alla fine i fatti principali accadono tutti fuori scena, raccontati come sono da un testimone, Nick Carraway, che non li conosce o non è presente mentre accadono, e che li racconta spostandoli nel tempo o collocandoli in modo sbagliato. Però, anche se Gatsby, il protagonista (negativo o positivo, vittima o carnefice, è difficile dirlo), non fa quasi niente mentre è alla ribalta del palcoscenico, cioè sotto gli occhi del narratore, quel che davvero succede o è successo viene fatto intuire al lettore, chiamato a cercare di decifrarlo, e perciò coinvolto e incuriosito. Il senso del racconto è la ricerca di una "grandezza" intesa come scalata sociale da parte dell'uomo che dà il titolo al romanzo: ci viene presentato (ed appare agli occhi del provinciale Nick, venuto dal Middle West a lavorare come agente di borsa a New York) con attributi mitici e leggendari (vive in una villa immensa, dà continuamente feste meravigliose, si favoleggia sulle sue imprese di guerra, sui suoi studi in Europa, sulle sue parentele altolocate, sulla sua ricchezza smisurata, sul suo gusto nel vestire ma anche sulla sua misteriosa solitudine, sul suo non bere, sulla sua malinconia). Ma chi è davvero Gatsby, che cosa vuole, perché è così inquieto? Perché tante feste, se poi non vi partecipa? Lentamente, Nick scopre che Gatsby coltiva il sogno di un amore per una ragazza, Daisy, conosciuta in gioventù, prima degli eventi bellici, quando i due si erano amati ma poi il destino li aveva separati. Adesso, Gatsby vuole riconquistarla nonostante lei si sia sposata con un altro. Ma ci sono altre cose che Nick scopre: la ricchezza di Gasby non deriva da eredità famigliare o da fortuna nel commercio, ma dal fatto di essere a capo di un'organizzazione malavitosa. E l'uomo ha umili, anzi, umilissime origini: tutta la sua ostentazione di ricchezza deriva dalla voglia di riscatto, di affermarsi in una società di cui, in passato, era vissuto ai margini. Se non aveva potuto sposare Daisy, era appunto perché era senza mezzi. Adesso i mezzi li ha, e la rivuole proprio perché la ragazza rappresenta quello che non aveva potuto avere. La fanciulla è un personaggio ambiguo, che nel finale segnerà appunto la rovina di Gatsby, il cui sogno di grandezza si interrompe in modo brusco e imprevedibile: se il personaggio di Fitzgerald rappresenta il sogno americano dell'uomo che costruisce il proprio destino, si tratta di un sogno destinato a infrangersi. L'edizione Marsilio, che gode di una strepitosa e moderna traduzione di Roberto Serrai, ha il testo inglese a fronte: è un piacere, di tanto in tanto, bearsi del suono delle frasi originarie, scoprendo come lo scrittore sappia davvero manovrare in modo magistrale le potenzialità della lingua.

domenica 28 febbraio 2016

TEMPO DI UCCIDERE


TEMPO DI UCCIDERE
di Ennio Flaiano 
Edizione Mondolibri Mondadori 
su licenza Longanesi 
1968, cartonato
276 pagine

E' l'unico romanzo di Ennio Flaiano, brillante giornalista, critico letterario e cinematografico, sceneggiatore di film, autore di fulminanti aforismi, spirito libero e sagace (pescarese, classe 1910, morto nel 1972). Uscito nel 1947, vinse la prima edizione del Premio Strega, battendo inaspettatamente scrittori molto più illustri. E meritatamente, essendo "Tempo di uccidere" un libro imperdibile. Incredibilmente moderno, per stile, tematiche, ritmo, nonostante la data di uscita e le caratteristiche della narrativa dell'epoca. Accattivante e drammatico al tempo stesso, ugualmente al tempo stesso intriso di italianità e di universalità, è ambientato durante la Guerra d'Etiopia, durante il fascismo, un'esperienza a cui l'autore parecipò davvero, e di cui scrisse su invito di Leo Longanesi, che poi gli pubblicò il romanzo. Protagonista ne è un giovane tenente italiano, che rimane anonimo, il quale, per una serie di vicissitudini, si smarrisce nella boscaglia africana e lì si imbatte in una donna di colore che fa il bagno, nuda, in una pozza d'acqua. Un po' per forza, un po' rassegnazione, un po' anche per complicità, l'etiope cede alle pressioni del militare che consuma con lei un rapporto sessuale. Dopodiché, però, sembra non volerlo lasciare andare, come se lei intendesse instaurato fra loro due un qualche tipo di legame. L'uomo non sa come comportarsi, e per un paio di giorni si intrattiene con lei, che si chiama Mariam, tra gli alberi, l'ombra dei quali diventa la loro alcova. Ma, una notte, accade un incidente: spaventato dai movimenti di grossi animali, forse leoni, nei dintorni del bivacco, il tenente spara verso l'oscurità e uno dei proiettili, rimbalzando, colpisce l'addome della ragazza, ferendola gravemente. Angosciato, senza sapere che fare, dove andare, temendo conseguenze, preoccupato anche dalle sofferenze della donna, l'ufficiale decide di finirla con un colpo in testa. E quindi la seppellisce sotto un cumulo di pietre. Tornato al reparto, il militare crede di poter chiudere l'accaduto in un cofano della memoria e buttar via la chiave. Invece, una strana piaga che si crea su una mano lo convince di essere stato contagiato dalla lebbra: in effetti la donna viveva isolata, come era usanza presso le tribù africane. Il tenente si vede perduto, crede finito il suo matrimonio (ha una moglie in Italia), teme di finire in un ospedale per il resto dei suoi giorni, e si convince anche che il suo delitto finirà per essere scoperto: anzi, un vecchio etiope e un bambino di colore, gli unici sfuggiti a una strage che ha coinvolto il villaggio di Mariam, sembrano perseguitarlo, pur senza minacciarlo, come se sapessero ciò che ha fatto. Convinto di venire denunciato da un medico a cui ha mostrato la piaga, l'ufficiale approfitta di quaranta giorni di licenza per fuggire nella boscaglia, e si rifugia proprio presso il vecchio, con cui convive per più di un mese, tormentato dal rimorso e dalla convinzione di essere già braccato dai carabinieri che lo cercano. Alla fine, quando ha scoperto che il vecchio è il padre di Mariam e che sa tutto della sorte di lei, fra i due si è creato un legame: l'uomo esamina la ferita dell'assassino della figlia. Non è lebbra: basterà un suo impiastro per curarla. Il tenente torna al suo reparto: poiché era in licenza, nessuno lo cerca, nessuno vuole arrestarlo, nessuno lo accusa di niente. Anzi, è previsto un ritiro delle truppe e il ritorno a casa, in Italia. Un meraviglioso apologo sulla colpa, sul senso di colpa, sull'elaborazione della colpa, sul percorso da fare per uscirne fuori, sul perdono. Ma anche sulla percezione della realtà e su come i nostri atti, tutti, abbiano conseguenze imprevedibili. Una storia allucinata ma realistica al tempo stesso. Non c'è bisogno di abbandonare gli agganci al reale per proporre delle metafore. La realtà è la metafora di se stessa.

giovedì 25 febbraio 2016

UN ANNO SULL’ALTIPIANO



UN ANNO SULL’ALTIPIANO
di Emilio Lussu
Tascabili Einaudi
brossurato,
216 pagine

“Il lettore non troverà, in questo libro, né il romanzo né la storia. Sono ricordi personali, riordinati alla meglio e limitati ad un anno, fra i quattro di guerra a cui ho preso parte. Io non ho raccontato che quello che ho visto e mi ha maggiormente colpito”: così Emilio Lussu presenta la sua opera nella prefazione del 1936, anno in cui la compose. La guerra a cui si allude è la Prima Guerra Mondiale, l’ “altipiano” del titolo è quello di Asiago. Il fronte è quello delle trincee fra italiani e austriaci. Vi credo di credermi sulla parola: è un libro da leggere. Uno di quelli di cui bisogna fare esperienza almeno una volta nella vita. Dopo averne divorate le pagine, ho voluto visitare personalmente i luoghi descritti da Lussu, e percorrere i fossati dell’Ortigara. Pubblicato a Parigi nel 1938, dato che l’autore si trovava in Francia in esilio perché perseguitato politico, “Un anno sull’altipiano” esce in Italia soltanto nel 1945 per Einaudi, e se ne capisce il motivo: è un libro micidiale nei confronti delle gerarchie militari, e decisamente smitizzante rispetto all’idea del “credere, obbedire e combattere”. La guerra ci appare in tutta la sua irrazionalità e il suo non senso: e pensare che Lussu era stato, prima di trovarsi al fronte, un acceso interventista. I fatti raccontati si svolgono tra il giugno del 1916 e il luglio del 1917, e non c’è una vera e propria trama ma un succedersi di episodi collegati fra di loro dalla figura dell’io narrante, all’epoca giovane tenente, e da alcuni personaggi ricorrenti, altri ufficiali ma soprattutto soldati della truppa, desiderosi per lo più soltanto di sopravvivere il più a lungo possibile, e pronti talvolta a farsi saltare le cervella da soli (ma anche, talvolta, mandati a morire in modo assurdo dai superiori ). Alcuni degli episodi sono agghiaccianti, come i racconti delle decimazioni (se un reparto sembrava non dar prova di ardimento bellico, si fucilava un soldato ogni dieci per convincere gli altri a un maggiore impegno). Talvolta, l’orrore sfuma in umorismo nero, come quando un alto ufficiale in visita viene volutamente fatto affacciare dai soldati da una feritoia dove si sa che un cecchino avversario piazza un colpo in testa a chiunque provi a sbirciare fuori. Non si esce indifferenti dall’Altopiano di Lussu, e si capisce come la storia dei soldati in trincea sia cosa diversa da quella studiata sui libri di scuola.

venerdì 29 gennaio 2016

IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI



IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI
di Giorgio Bassani
Universale Economica Feltrinelli
2012, brossurato
220 pagine, 9 euro

Ipnotico, affascinante, rilassante e inquietante al tempo stesso: quando un libro riesce ad assorbire totalmente il lettore e farlo entrare nelle proprie pagine è una magia che esorcizza la realtà e dona un rinfrancante senso di benessere. Chiusa l'ultima pagina del libro, mi sono posto la domanda che indubbiamente preme dentro a chiunque lo legga per tutta la durata del romanzo: è esistito davvero, il giardino dei Finzi-Contini? O Bassani si è inventato tutto? Facendo ricerche in rete, si scopre che il dibattito è controverso. Ne parleremo fra un attimo. Prima, due informazioni sullo scrittore e sulla sua opera più nota, resa tale grazie anche al film omonimo diretto da Vittorio De Sica. 

"Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d'Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l'ultima guerra. Ma l'impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d'aprile del 1957", così comincia il prologo del romanzo, uscito in realtà nel 1962, anno in cui vinse anche il premio Viareggio. 
Giorgio Bassani era nato a Bologna nel 1916, da genitori ebrei, ferraresi. A Ferrara, la città che fa da sfondo (o da protagonista) ai suoi principali racconti, trascorse l'infanzia e la giovinezza. Sfuggito alle persecuzioni fasciste dopo essere entrato in clandestinità, trascorse a Roma il resto della vita come scrittore e uomo pubblico. Proprio dalla sua esperienza degli effetti nefasti delle tragiche leggi razziali nasce "Il giardino dei Finzi-Contini". 
La trama è esile e si può raccontare in poche parole. L'anonimo io narrante, che si può tranquillamente identificare in Bassani stesso pur non essendolo, è un giovane ebreo ferrarese, nato in una famiglia borghese, benestante ma non ricca. L'appartenenza alla comunità israelitica e le comuni frequentazioni scolastiche lo fanno diventare amico di Alberto e Micòl Finzi-Contini, rampolli invece di una famiglia altolocata e dalle grandi risorse economiche, proprietaria di una villa e di un enorme parco. Tutti e tre i giovani sono studenti universitari, e si trovano a passare insieme l'estate del 1938 giocando quasi tutti i giorni a tennis nel campo privato dei Finzi-Contini. Con loro una varia compagnia di coetanei, tra cui spicca il milanese Giampiero Malnate, di idee marxiste. Il gruppo discute di politica, di letteratura, di musica, dei rispettivi studi. Su di loro grava però il giro di vite delle leggi razziali volute da Mussolini e l'incubo del regime hitleriano. L'io narrante si innamora di Micòl e costei sembra in un primo tempo dargli corda o incoraggiarlo, ma poi, al ritorno di una sua lunga assenza (per la laurea, conseguita a Venezia), quando lui si dichiara, la ragazza cambia atteggiamento e, dopo un lungo tergiversare, lo respinge, confessandogli che preferirebbe non vederlo più. Malnate aiuta l'amico respinto a superare la delusione d'amore, standogli vicino per tutta l'estate del 1939. Questi riesce effettivamente a dimenticare Micòl, convincendosi però, alla fine, che lei abbia una relazione segreta proprio con Malnate. 
Il romanzo si conclude con la fine del rapporto del protagonista con la ragazza, ma a questo punto siamo già all'invasione della Polonia da parte di Hitler, che scombina le idee anche dei marxisti che non si sarebbero aspettati un mancato intervento da parte di Stalin. Un epilogo racconta in breve della morte di Alberto per linfogranuloma, della fine di Giampiero Malnate, arruolatosi nel 1941 nel corpo di spedizione italiano inviato in Russia e non tornato mai più, e della deportazione nei campi di sterminio del'intera famiglia Finzi-Contini, catturata nell'autunno del 1943 dai nazifascisti. 
Il fascino del romanzo non sta tanto, dunque, nel succedersi di drammatici avvenimenti (le vicende storiche più tragiche restano alluse) ma nella ricostruzione emotiva di un periodo storico su cui incombeva la catastrofe, visto con gli occhi dei giovani di allora. Bassani riesce a rendere in maniera superlativa gli effetti delle leggi razziali la cui applicazione, inizialmente disattesa, si fa via via sempre più stringente, mentre i ragazzi ebrei ci appaiono per quel che sono, inseriti perfettamente nel tessuto sociale, informati, collegati con il circuito delle idee internazionali, pieni di voglia di vivere, di desideri, di curiosità: le persecuzioni si mostrano perciò insensate, folli, assurde negli effetti prima ancora che nelle premesse. Viene inoltre ricostruita la vita ferrarese dell'epoca, si scopre quanto effervescenti fossero i cinema, i teatri, i ristoranti, persino le case chiuse, un minuto prima che la Guerra spazzasse via tutto. La lingua di Bassani è curata e gradevole, musicale e puntuale al tempo stesso. Perfetta. 
Ma alla fine, quel che lo scrittore racconta è vero oppure no? E' ormai acquisito che tutto nacque dall'esperienza diretta di Giorgio Bassani sulle persecuzioni e sulle deportazioni nei campi di sterminio degli ebrei di Ferrara, ma i personaggi sono di fantasia. O meglio, ognuno di essi fa riferimento a più di una persona realmente esistita. In particolare, però, una figura ben identificabile è Silvio Finzi-Magrini, che sarebbe l' uomo la cui vicenda ha ispirato in Bassani la figura di Ermanno Finzi-Contini, capostipite della casata e padre di Micòl. Chi era allora proprio costei? Prima di morire, la narratrice Roseda Tumiati ricordò: «Riassume un certo numero di donne che Bassani ha amato e frequentato. Noi abbiamo pensato potesse essere mia sorella Caterina, bionda, occhi celesti, dolcissima. Giorgio ne era innamorato. Ne ha amata un' altra: piccola, enigmatica, affascinante. Ce n' era un' altra a Bologna che giocava bene a tennis». Insomma, un gioco di sovrapposizioni in un romanzo che non si può fare a meno di leggere.

mercoledì 16 dicembre 2015

LA STANZA DEL VESCOVO



LA STANZA DEL VESCOVO
di Piero Chiara
Arnoldo Mondadori Editore

Collana Oscar 
Scrittori del Novecento 
Introduzione di Giancarlo Vigorelli    

2000, 
brossurato

176 pagine  
lire 12.000

La chiave di lettura di questo straordinario romanzo ambientato sul lago Maggiore nell’immediato secondo Dopoguerra, o se si vuole, la metafora che meglio o di più ne riassume il senso, è custodita all’interno della misteriosa cassa conservata da Temistocle Orimbelli nella “stanza del vescovo”, là dove, nella villa della moglie, venivano alloggiati gli ospiti. 
Nel capitolo XVI, scrive Piero Chiara, volgendo a conclusione il suo racconto dopo il suicidio del protagonista: “Il baule venne aperto. Sotto una divisa da capitano c’era una spada d’ordinanza, un pugnale, una machine-pistole tedesca, una rivoltella calibro 9 e un fucile Winchester, avvolti in pezzi di tela. Più sotto, pacchi di lettere di donne legati con lo spago e distinti ognuno con un nome. Ne lessi alcuni: Fanny, Lina, Bruna, Luciana, Marisa. In un angolo del baule, dentro una cappelliera di cuoio, c’era un cappello duro di marca inglese che sul marocchino interno portava stampate in oro le iniziali T.M.O. Fra le altre cianfrusaglie, come ferri di cavallo, talleri di Maria Teresa, pipe e oggettini in avorio, c’era una bussola tascabile, un reggipetto nero, due o tre paia di mutandine femminili, calze lunghe di seta e giarrettiere di velluto d’ogni colore. ‘Ricordi di guerra’, disse il Procuratore della Repubblica. In una specie di grossa tasca, dissimulata nel rivestimento interno del coperchio, vennero rinvenuti dei biglietti di banca a corso legale per il valore di circa un milione di lire. Era tutto quanto l’Orimbelli possedesse in proprio”. 
 



Un baule del genere, probabilmente, è quanto rimarrà di ciascuno di noi dopo la morte, e aprendolo, chi resterà, giudicherà che cosa possedessimo di proprio, che cosa di noi rimarrà a chi resta, il senso intero della nostra vita. Il baule dell’Orimbelli conteneva solo il necessario perché di lui si potesse fare solo del sarcasmo. “Ricordi di guerra”, mutandine e giarrettiere, giacché il protagonista del racconto, costretto a partire soldato, come ufficiale, per evitare uno scandalo, non aveva neppure combattuto ma si era limitato a sedurre con i suoi modi da raffinato marpione una donna dopo l’altra o, più verosimilmente, una donna contemporaneamente a un’altra. Del resto, in vita sua, non aveva fatto nient’altro che vivere alle spalle degli altri, laureandosi solo grazie alle bustarelle elargite da suo padre ai professori, e vivendo fra gli agi garantiti dalla villa della moglie, ma non avendo remore a tessere ogni genere di tresca a danno di chiunque, anche degli amici, senza scrupolo alcuno, ma senza neppure il coraggio di mostrarsi apertamente cinico e disincantato, ma anzi, sempre accampando scuse, inventando bugie, tessendo intrighi. L’ultimo, il più grave, l’omicidio della moglie, organizzato per ottenerne l’eredità e sposare una donna più giovane, e messo in atto sfruttando l’inconsapevole complicità dell’anonimo io narrante, anche lui raggirato in maniera subdola dai modi sfuggenti e insinuanti dell’Orimbelli, e inizialmente incapace di distinguere il vero e il falso, e anzi, portato a sottovalutare la sottile perfidia di un ometto in grado di presentarsi come simpaticamente inoffensivo. 



Piero Chiara è abilissimo nel tratteggiare l’Orimbelli e i suoi modi suadenti e piccolo borghesi, portando lentamente alla scoperta della sua vera e squallida natura, fino all’apertura del baule, e al lascito di una vile eredità di cimeli femminili, armi mai usate, pochi soldi di certo non guadagnati. Il tutto, sullo scenario del lago Maggiore, dipinto in maniera straordinariamente efficace.



sabato 21 novembre 2015

LA MARCIA DELLA DISPERAZIONE


LA MARCIA DELLA DISPERAZIONE
di Guido Nolitta e Gallieno Ferri
Sergio Bonelli Editore
2015, brossurato
416 pagine, 15 euro
E' con questo volume (assieme a un piccolo gruppo di altri, in brossura e cartonati) che la Bonelli esordisce nel settore della produzione destinata distribuzione libraria, a partire dall'autunno 2015. Per Zagor, si è scelto di iniziare con una formato che ricorda da vicino quello degli Oscar Mondadori dedicati ai fumetti bonelliani, in modo da proseguire una tradizione più che decennale in passato premiata dal pubblico. In futuro, ci saranno proposte anche confezionate in altro modo. La storia chiamata a fare da apripistra è il classico dei classici, sicuramente posizionato nella top five di ogni lettore zagoriano con un saldo retroterra storico. Insieme a "Odissea Americana" o "Zagor Racconta", la "Marcia della Disperazione" è non soltanto un cult, ma anche un must. Non solo per il bacio di Frida, che pure ha regalato ai lettori che se lo trovarono inaspettatamente davanti nel 1974 (quando uscì la prima edizione dell'avventura) più emozioni di una invasione aliena su Darkwood, ma anche per la tensione drammatica che sorregge il racconto di Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli), ricco di personaggi memorabili. 
Il barone Max Von Swieten, per esempio, barone asburgico e nipote dell’imperatore d’Austria, annoiato come tutti i sangueblu, che ha la passione per la caccia e vuole provare emozioni insolite. Perciò, ha organizzato una costosa trasferta in America per mettersi alla prova nella caccia al bisonte, naturalmente in compagnia di altri sfaccendati amici altolocati e di tutto un codazzo di accompagnatrici, oltre che di servi e perfino di musicisti al seguito. Cinico e superficiale, abituato a far sistemare dai propri scagnozzi le pratiche “sgradevoli” come l’eliminazione (lontano dai suoi occhi) di chi lo infastidisce, il barone è costretto dagli eventi a cambiare atteggiamento. Si rende conto, infatti, di quanto sia stato folle il suo viaggio nelle grandi praterie e di come il suo titolo nobiliare nulla valga di fronte a Zagor e alla minaccia di Winter Snake.
Il fiero capo dei Kiowas, poi, è una di quelle figure che non si possono dimenticare dopo essersele trovate di fronte. “Il mio nome è Winter Snake e la mia capanna è colma di scalpi di nemici vinti in combattimento! Per questo sono stato scelto come capo dei Kiowa: perché non tempo nessuno!” E con queste parole che il bellicoso sakem di una tribù delle grandi praterie si presenta allo Spirito con la Scure, sottintendendo che, ovviamente, non teme neppure il Re di Darkwood. Fa così irruzione nella saga zagoriana un personaggio destinato a lasciare il segno, e a rimanerci a lungo, facendo ritorno in numerose occasioni. In questa prima storia, Winter Snake si propone come avversario: non, però, come nemico. Il capo Kiowa, fiero e aspro, difende infatti la sua gente, anche se nel farlo mette a repentaglio, oltre alla vita dei veri colpevoli, quelli di alcuni innocenti. Sarà difficile per Zagor risolvere la difficile situazione, apparentemente combattendo chi ha ragione e difendendo chi ha torto.
E quindi c'è lei, Frida Lang. “Mi ero proposta di mostrarmi degna di te, volevo farti capire che io sono diversa dalle altre donne del gruppo. Voglio che tu comprenda quale compagna potrei essere per un uomo che conduce una vita avventurosa come la tua”, sussurra Frida, abbracciando Zagor in una scena di questo volume. Figlia del colonnello Lang, segretario del barone Von Swieten, la ragazza è una giovane austriaca irretita dal fascino dell’uomo della frontiera che lo Spirito con la Scure incarna e rappresenta. Ma al di là dell’infatuazione del primo momento, la ragazza sembra avere davvero tutte le caratteristiche per far breccia nel cuore del Re di Darkwood: è bella, intelligente, sensibile, coraggiosa e intraprendente. “Io sono innamorata di te”, dice quando il nostro eroe si troverà a decidere quale futuro dare alla loro breve storia d’amore. Un futuro che in effetti ci sarà, dato che Frida tornerà, anni dopo la sua prima apparizione, di nuovo sulla scena, suscitando ancora batticuori e emozioni in tutti i lettori rimasti folgorati dalla scena del suo primo bacio. Peccato solo per il modo con il quale lo Spirito con la Scure qui se la dà a gambe deciso a interrompere sul nascere un rapporto che, comunque, di certo non avrebbe avuto vita facile. 
Vogliamo poi dimenticare "Memphis" Joe? Joe Shepard è stato caratterizzato graficamente da Gallieno Ferri in maniera efficacissima. Impossibile non guardarlo trovarlo odioso e antipatico fin dalla prima occhiata. E difatti la guida della comitiva dei nobili austriaci si rivela ben presto perfido e senza scrupoli, disposto, per denaro, a calpestare non solo le più elementari regole del diritto naturale, ma anche quelle del buon senso. La punizione che il destino ha in serbo per lui è terribile e catartica, e fa riflettere. 
Ci sono però anche i personaggi di contorno, come il violinista. “E’ buffo... non ho mai impugnato una pistola in tutta la mia vita, e ora devo usarla proprio contro di me!”, dice Klein, il violinista austriaco che il baron von Swieten ha portato con sé in America perché allietasse le serate della comitiva con il suono del suo strumento. E in effetti il musicista non è avvezzo alle armi da fuoco, abituato com’è a impugnare soltanto l’archetto con cui scivola sulle corde del violino. Per questo, dopo essere caduto da un dirupo ed essersi spezzato le gambe, chiede a Zagor di poterlo suonare un’ultima volta, prima di essere raggiunto dai Kiowas. Cercare di portarlo in salvo, infatti, vorrebbe dire segnare la fine di tutti gli altri fuggitivi. Un personaggio indimenticabile, per quanto protagonista di poche pagine. Insomma, un capolavoro, stampato peraltro con la cura che si merita e corredato da una bella prefazione di Graziano Frediani.

giovedì 27 agosto 2015

PRINCE VALIANT (1937-1938)





PRINCE VALIANT
di Hal Foster
Primo volume (1937-1938)
edizioni ReNoir Nona Arte
2013, 110 pagine, 
cartonato, euro 24,90 

Grande formato, tutto a colori, carta che cromaticamente dà l'effetto dell'edizione originale sui domenicali americani. Si tratta della nuova traduzione curata da Graziano Romani, che finalmente rende ragione dei testi in inglese in precedenza non italianizzati nel migliore dei modi. Di Romani è anche la traduzione dell'apparato critico iniziale, che offre due saggi molto interessanti: il primo, è la biografia di Harold Rudolf Foster (1892-1982, anni anagrammati) scritta da Brian M. Kane; il secondo, una lunga e rara intervista con lo stesso Foster (autore schivo che quasi mai rilasciò dichiarazioni), di Fred Schreiber. Già queste pagine, riccamente illustrate con foto e disegni, varrebbero il prezzo del volume. Poi però comincia la magia di una saga destinata a durare dagli anni Trenta fino ai giorni nostri (nel 1980 apparve l'ultima vignetta scritta da Foster, ma altri autori, per volontà del creatore, hanno proseguito la serie fino a oggi). Qualcuno potrebbe ritenere che in realtà Foster più che un fumettista sia uno straordinario illustratore, ma sarebbe sbagliato non considerare la sua opera parte della storia del fumetto, perché la mancanza dei balloon e il ricorso sistematico alle didascalie è una precisa scelta stilistica (il disegnatore non voleva che le nuvolette ingombrassero i suoi sfondi o disturbassero le azioni). Le vignette consequenziali di Foster, minuziose nei dettagli, raccontano una storia e caratterizzano personaggi secondo le regole del fumetto, balloon esclusi. Prima del Prince Valiant, l'autore aveva disegnato Tarzan, su testi altrui: ritenendo che le sceneggiature su cui lavorava fossero scadenti, si decise a lavorare su storie proprie, basate su una incredibile e certosina opera di ricerca e documentazione sull'epoca di Re Artù, e sui castelli medievali (argomento su cui Foster ha finito per essere un esperto). Ai nostri occhi di lettori del Ventunesimo secolo, le prime tavole di Prince Valiant possono sembrare datate (oggi racconteremmo le stesse, avvincenti avventure in modo diverso), ma non serve valutare l'opera di Foster nel contesto del suo tempo per apprezzarla: le tavole della saga sono comunque affascinanti e intriganti al massimo grado. Ne veniamo rapiti e non ne usciamo più. Qua e là si colgono vignette che danno un senso di deja vu: ci rendiamo conto che sono servite da modello ad altri fumettisti che hanno scelto Foster come modello. Fu lui a studiare per primo, o tra i primi (un altro fu Alex Raymond), il modo di risolvere i problemi delle ombre, dei movimenti, della resa dell'acqua, e via dicendo. Tanto di capello al maestro dei maestri.

mercoledì 29 luglio 2015

QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE VIA MERULANA



QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE VIA MERULANA
di Carlo Emilio Gadda
prefazione di Piero Citati, postfazione di Giorgio Pinotti
Garzanti
2013, 280 pagine, 12 euro

 "I capolavori sanno aspettare", mi ha scritto un amico dopo aver saputo che mi sono accinto alla lettura solo dopo quaranta anni dall'essere diventato un lettore consapevole. In effetti, affrontare il "Pasticciaccio" è indubbiamente una delle esperienze da fare nella vita. Bellissimo e complesso e appunto per questo non del tutto decifrabile né raccontabile (impossibile, credo, render conto fino in fondo della bellezza della complessità), il capolavoro lascia dentro la sensazione che la scrittura di tutto il resto sia misera cosa rispetto al caleidoscopio della sua lingua. Secondo Calvino, Gadda "cercò per tutta la vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l'inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento". 

La trama è sostenuta da un plot giallo che intriga di per sé: in un palazzo della Roma bene, durante i primi anni del Fascismo (nel 1927), si susseguono a breve di distanza di tempo due fatti criminosi: il primo, meno grave, la rapina di una anziana signora derubata, a mano armata, dei suoi ori; il secondo, l'efferato delitto di una donna, Liliana Balducci, sposata ma senza figli, trovata sgozzata dopo essere stata aggredita mentre era sola in casa. Le indagini sono affidate al commissario di polizia don Ciccio Ingravallo, molisano trapiantato nella Capitale, e i suoi interrogatori portano il racconto a investigare sia negli ambienti benestanti che in quelli più popolari della città e delle campagne circostanti. La descrizione della varia umanità che affolla e colora gli uni e gli altri è di una efficacia stupefacente, così come della realtà quotidiana della vita di quegli anni. 

Carlo Emilio Gadda
Per raccontare il suo caravanserraglio, nella versione definitiva del 1957, Gadda utilizza un linguaggio strepitoso, intrecciando il più sofisticato e barocco italiano (modellato comunque a modo suo) con termini e costruzioni sintattiche prese in prestito dai dialetti più disparati, per cui ogni personaggio viene descritto con le sfumature della sua parlata. Interi dialoghi sono in stretto romanesco, studiato e ristudiato attraverso varie rielaborazioni (Gadda era milanese e giunse nella Capitale, per lavorare in RAI, solo in età matura), ma si intrecciano parlate venete, napoletane, molisane, umbre, laziali lato. L'autore designa ogni oggetto, ogni moto dell'animo, ogni azione, con la parola, il verbo, l'espressione più consona e puntuale, andando a scovare o inventando onomatopee bellissime e termini desueti, scolpendo e modellando il testo come un artista rococò. Quando, a lettura terminata, si torna a leggere autori che si esprimono con il più basic dell'italiano, il confronto è spiazzante. Il giallo alla fine trova una parziale soluzione: sappiamo che Ingravallo sa, ma non ci viene detto esattamente com'è andata. Tuttavia, gli indizi sono sufficienti per trarre la somma da soli. Per Gadda la realtà è troppo complessa per poter giungere a venir semplificata nel nome di un assassino. O un'assassina.