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domenica 23 ottobre 2022

STORIA DELLA PIRATERIA

 

 


 

Philip Gosse

STORIA DELLA PIRATERIA

Sansoni Editore

Prima edizione 1962

cartonato

 

Così comincia la premessa dell'autore: «Scrivere una storia della pirateria dalle sue prime origini sarebbe impresa impossibile. Equivarrebbe in sostanza a scrivere la storia marittima del mondo. Le pagine seguenti intendono mostrare quali sono state le condizioni geografiche e sociali che hanno preceduto la nascita della pirateria; intendono tracciare le fasi di sviluppo e di declino, le sue forme e le sue fortune; descriverne i rappresentanti più significativi e, infine, indicare come l'organizzazione delle nazioni, con l'aiuto della navigazione a vapore e del telegrafo, ne abbia decretata la fine (...) Una delle maggiori difficoltà che lo storico della pirateria deve superare è la diffidenza dimostrata dai suoi eroi nel render conto delle loro gesta. Per motivi di facile intuizione, il pirata favorito dalla sorte non cercava la notorietà, ma preferiva ritirarsi nell'ombra col suo bottino e ben pochi tra essi si lasciavano indurre a scrivere la propria biografia. Un'altra difficoltà consiste nel determinare chi sia pirata e chi non lo sia. In genere questo problema si presenta di facile soluzione, ma vi sono casi limite. Risulta difficile stabilire se Francis Drake, ad esempio, fosse o no pirata (...) In linea di massima, i corsari di questo tipo vanno esclusi dalla rigorosa categoria di pirata».

Come si vede, l'argomento è vastissimo, assai più vasto anche di quello che appare da queste prime righe. E per di più, oltremodo affascinante. Philip Gosse scrive un saggio di godibile lettura e ad ampio raggio, tuttavia per ovvii motivi non del tutto esaustivo (su ciascuno dei principali pirati ci sarebbero da scrivere libri più ampi di questo). Si sorvola, ed è un peccato, sui pirati dell'antichità (a loro è dedicato un capitoletto in appendice). Si comincia in pratica con i pirati barbareschi, i mori e gli arabi che infestavano il mediterraneo nel Medioevo. Il quadro che se ne dà è avvincente e terribile allo stesso tempo (credo che fossero i peggiori pirati in assoluto). Poi si passa a trattare dei pirati del Nord, vichinghi e inglesi in particolare. Quindi è la volta dei bucanieri e dei filibustieri dei Caraibi e dell'America del Nord, per arrivare ai pirati dell'Africa e dell'Oriente. Pur procedendo per sommi capi, in molte circostanze si forniscono dettagliati esempi di imprese clamorose o di impiccagioni celebri, di fughe rocambolesche e di disavventure tragicomiche o drammaticissime. Il quadro dà comunque forti sensazioni, notevoli emozioni. Io sono in possesso di una edizione del 1962 ma ne esistono di più recenti.

 

 

domenica 19 gennaio 2020

IL CERCHIO CELTICO




IL CERCHIO CELTICO
Björn Larsson
Iperborea
2000, brossurato
420 pagine

Pubblicato nel 1992, “Il cerchio celtico” è il secondo romanzo dello scrittore svedese Björn Larsson (1953). Precede di tre anni il suo lavoro più conosciuto, e probabilmente il suo capolavoro, “La vera storia del pirata Long John Silver”, del 1995. Leggendo le noti biografiche dell’autore colpisce come entrambi questi libri siano stati scritti a bordo di un veliero, il “Rustica”, con il quale Larsson naviga in giro per il mondo (quando non è impegnato nelle sue lezioni di letteratura francese all’università di Lund). E a pensarci bene non potrebbe essere che così, perché si resta impressionati dalle descrizioni di traversate a vela, con ogni evidenza scritte da qualcuno che se ne intende e che ama il mare, anche quando si tratta di varcare passaggi impossibili come alcuni sulle coste della Scozia, attraverso muri d’acqua creati dalle correnti atlantiche che si scontrano con quelle del Mare del Nord. “Rustica” è anche il nome della barca a vela che fa sa protagonista, più dell’io narrante Ulf e degli altri personaggi, al “Cerchio celtico”, a bordo del quale vien davvero voglia di percorrere il Canale di Caledonia. Come vien voglia di partire immediatamente per le isole Ebridi o le Orcadi, di perdersi nel dedalo di isole della costa occidentale scozzese. Ulf è un provetto skipper (per passione, non per mestiere), che vive proprio a bordo del suo veliero ancorato, in inverno, in porto della Danimarca. E’ lì che si mi batte in un misterioso personaggio, MacDuff, giunto dalla Scozia sulle tracce di un catamarano di un finlandese di nome Pekka. E’ proprio Pekka a consegnare a Ulf il diario di bordo della propria imbarcazione, prima di scomparire nel nulla per essere poi ritrovato cadavere e con la testa tagliata. Ulf, insieme all’amico Torben coinvolto quasi per caso (coltissimo in storia e letteratura ma inesperto come marinaio), decide di ripercorrere all’indietro, con il “Rustica” la rotta di Pekka, il quale sembra aver scoperto una organizzazione segreta ramificata ovunque nelle terre che furono celtiche, i cui adepti non esitano a uccidere chi venga a sapere qualcosa dei loro piani. E in effetti Ulf e Torben vengono tampinati ovunque da gente tutt’altro che benintenzionata nei loro confrontri, gente che prima cerca di capire se gli occupanti del “Rustica” sono i diportisti che dicono di essere, poi passa decisamente a dar loro la caccia. La rotta del veliero conduce il lettore dalla Danimarca fino alla costa orientale della Scozia, attraverso il Mare del Nord, insidiosissimo in inverno (si dice, nel libro, che il Mare del Nord è il più grande cimitero di navi del mondo), poi su quella a Ovest. La setta del Cerchio Celtico predica la formazione di una nazione indipendente basata sul ripristino dell’antica potenza dei Celti, in Irlanda, Scozia, Paesi Baschi e Bretagna, dove le radici e la lingua dei popoli celtici vengono oppresse e perseguitate. Si scopre così, e c’è del vero, che esistono centinaia di Druidi moderni che perpetuano le conoscenze degli antichi (mai scritte, solo orali, com’era tradizione) e centinaia di ramificazioni e culti segreti, alcuni più oltranzisti, altri più moderati, tutti convinti comunque che esista un eterno presente celtico che le persecuzioni, politiche e religiose, non hanno mai trasformato in passato. Da un certo punto di vista, si può persino parteggiare per la causa di una nazione che rivendica il proprio diritto a esistere e al recupero della propria identità. Certo, se i metodi devono essere quelli dell’IRA o dei terroristi baschi, la simpatia va a farsi benedire.  Le avventure del “Rustica” permettono al lettore di approfondire la conoscenza dei Celti, e personalmente sono stato ben lieto di scorgere una qualche assonanza fra le mie due storie di Zagor con la setta dei “Servi di Cromm” e il Cerchio Celtico di Larsson. Singolarmente, il romanzo non ha una conclusione, Ulf e Torben a un certo punto interrompono le loro indagini e ciò che davvero stanno tramando i loro avversari non viene del tutto svelato: c’è un epilogo in cui si spiega qual è la sorte dei due navigatori e del “Rustica”, ma la minaccia della setta da cui sono stati braccati viene tutt’altro che sventata.

domenica 10 febbraio 2019

ISOLE NELLA CORRENTE




Ernest Hemingway
ISOLE NELLA CORRENTE
Oscar Mondadori
Introduzione di Fernanda Pivano
2000, brossurato
530 pagine -  lire 15.000

“Isole nella corrente” è l’ultimo romanzo di Hemingway, uscito postumo dopo la sua morte, avvenuta nel 1961. Mary Hemingway, la figlia, si è occupata di curarne l’edizione raccogliendo i testi lasciati incompiuti dal padre. “Charles Scribner  Jr. e io abbiamo preparato insieme per la pubblicazione il manoscritto di Ernest – scrive Mary Hemingway-  A parte le normali correzioni nella grafia e nella punteggiatura, abbiamo operato alcuni tagli, perché io ero certa che Ernest stesso li avrebbe eseguiti. Il libro è interamente di Ernest. Noi non abbiamo aggiunto nulla”. A lettura avvenuta, si sente che il libro è davvero di Hemingway. C’è dentro la sua anima, ci sono anche fatti veri della sua vita, raccontati come solo lui poteva fare, anche se attribuiti a un protagonista, il pittore Thomas Hudson, che è chiaramente la sua controfigura. E c’è anche una vaga, ma continua, angoscia esistenziale che sfocia in riflessioni sul suicidio, chiaramente prodromiche al suicidio dell’autore stesso. Dunque, gli elementi autobiografici sono tanti, predominanti addirittura sull’intreccio romanzesco che anzi è poco sviluppato. Fernanda Pivano ricostruisce, nella sua lunga e interessante introduzione, la genesi delle tre parti dell’opera, pensate in tempi diverse e destinazioni diverse. In effetti, “Isole nella corrente” non è un romanzo unitario. “Nel primo episodio – scrive la Pivano – Bimini, il protagonista è presentato nella sua casa e nelle varie scene della sua vita abituale, nella quale si muovono soprattutto il suo amico scrittore Roger Davis e il padrone di un bar soprannominato Bobby. E’ tra questi personaggi che si svolgono alcuni tipici dialoghi hemingwayani: dialoghi da duri, pronunciati nel corso di azioni da duri, venati del sottofondo di malinconia tipica dei duri. Mentre avvengono questi dialoghi, il pittore sta aspettando l’arrivo dei suoi tre figli che vengono a trascorrere con lui una vacanza. Poi arrivano i figli, uno nato dalla prima moglie e due dalla seconda, e il pittore può mostrare senza ritegno le proprie qualità paterne, sia per l’amore col quale li circonda, sia per la sua abilità nell’allevarli da duri; nel corso di una caccia al pescespada uno dei tre ragazzi è descritto come in un vero e proprio rito di iniziazione, circondato dall’attenzione degli adulti e impegnato nella sua azione in un clima di rispetto e intensità quasi mistica”. In effetti, la scena della pesca, lunghissima, è non solo bella ma anche esemplificativa delle caratteristiche dell’opera intera: la scrittura comunica l’autore più che la trama di una storia. Dopo che i figli sono ripartiti, “il pittore riceve un telegramma che gli comunica la morte in un incidente d’auto dei due figli minori e della loro madre. L’ultima scena di questo primo episodio mostra il pittore in viaggio su una nave mentre legge i necrologi”. Il secondo episodio, Cuba, è ambientato a Cuba all’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Anche qui, tornano i temi cari a Hemingway. Belle le descrizioni del suo gatto, del suo rapporto con il bere, ma anche del succedersi delle sue storie d’amore, ciascuna destinata a lasciare comunque un segno. In pratica, però, non succede niente. Il terzo episodio, In Mare, “descrive il pittore mentre comanda la sua imbarcazione di irregolari americani alla ricerca di alcuni marinai tedeschi dispersi”. Nel corso dell’ultimo scontro, Hudson viene ferito, “forse mortalmente”. Questo terzo racconto è il più avventuroso e quello che ha più trama in senso romanzesco. Gli avvenimenti narrati fanno riferimento, di nuovo, a un episodio autobiografico. Lo spiega la Pivano: “Il riferimento è sicuramente quello alla perlustrazione compiuta da Hemingway nel mare di Cuba durante la Seconda Guerra Mondiale”. 

martedì 1 maggio 2018

LE AVVENTURE DI GORDON PYM




Edgar Allan Poe
LE AVVENTURE DI GORDON PYM


Rizzoli
2009, brossurato
240 pagine, 8 euro

Si tratta dell'unico romanzo di Poe, che per il resto scrisse soltanto racconti e poesie. Risale al 1837, quando l'autore aveva ancora 28 anni e, come scrive Michele Mari nella sua bella introduzione, "è una dimostrazione eloquente di come la vocazione possa più dell'intenzione". Infatti lo scrittore era partito con il proposito di scrivere un romanzo d'appendice da pubblicare a puntate, secondo la moda dell'epoca, sul "Southern Literary Messenger" di Richmond (solo successivamente uscì l'edizione in volume, con il titolo di "The Narrative od Arthur Gordon Pym of Nantucket"). Si sarebbe dovuto trattare di un racconto marinaresco, d'avventura, teso a cavalcare l'onda dell'interesse suscitato nel pubblico dei lettori dai resoconti delle esplorazioni di Cook e dalle cronache di naufragi e viaggi per mare. Anche in questo caso Poe sarebbe stato comunque un precursore, dato che sia il Moby Dick di Melville che i libri di Verne, London e Salgari sarebbero arrivati dopo (addirittura, molto dopo). Fatto sta che allo scrittore non riuscì di scrivere "solo" avventura. Quello che venne fuori fu un romanzo contaminato dall'orrore, dagli incubi, dall'angoscia ma anche, persino, nelle pagine finali, dal fantastico se non dalla fantascienza. Alcune delle scene a cui Poe ci fa assistere sono inquietanti fino a risultare intollerabili: penso soprattutto al cannibalismo fra i naufraghi che tirano a sorte chi di loro debba farsi uccidere dagli altri per venire mangiato e dare ai compagni una possibilità di sopravvivere. Ma sono horror anche la parte in cui si racconta dell'ammutinamento (con il cuoco di bordo che uccide decine di persone a colpi di mannaia), quella in cui il protagonista è prigioniero della stiva e rischia di morire di fame e di sete, quella della nave colpita dall'epidemia che va alla deriva con il suo carico di morti così come quella del vascello che non si ferma a soccorrere gli occupanti di un relitto, fino all'attacco degli abitanti dell'isola di Tsalal. Costoro, proprio come in un romanzo di Verne, vivono in una terra misteriosamente calda nell'Oceano Antartico (ancora quasi inesplorato negli in anni in cui uscì il romanzo) e dove si trovano piante e animali sconosciuti: si accenna persino al mito di Atlantide. Il racconto procede attraverso una narrazione in prima persona, senza dialoghi, come se stessimo leggendo un diario che riassume i fatti senza romanzarli, e infatti una prefazione e una postfazione danno l'idea che si tratti di una sorta di manoscritto trovato in una bottiglia (in senso metaforico), affidato da Gordon Pym allo stesso Poe. Il finale è incompleto: al lettore viene detto che al testo originale mancavano le pagine conclusive. Da leggere tutto d'un fiato, con gli occhi sbarrati. Da questo romanzo ho tratto una avventura di Zagor con Poe protagonista, dal titolo "Il mostro di Philadelphia".

mercoledì 16 novembre 2016

IL DIAVOLO NELLA BOTTIGLIA






IL DIAVOLO NELLA BOTTIGLIA
di Robert Louis Stevenson
Prìncipi & Princìpi
2011, cartonato
45 pagine, 12 euro

Al mare, sotto l'ombrellone, sulla spiaggia.
"Babbo, che cosa stai leggendo?"
"Un romanzo breve di Robert Louis Stevenson, l'autore de 'L'isola del Tesoro'. Oppure, se preferisci, un suo racconto lungo, Alice".
"Come si intitola?"
"'Il diavolo nella bottiglia'".
"E' bello?"
"Straordinariamente bello. Un gioiello. Pagine in cui non c'è una parola in più, né una di meno di quelle che ci devono essere".
"A me non sembra tanto lungo".
"In effetti, no. Potresti leggerlo qui sotto l'ombrellone, iniziandolo adesso e finendolo prima che sia ora di andare a mangiare".
"Perché non lo leggi tu a voce alta?"
"Va bene. Te lo leggo. Dimmi tu se ti stanchi e non vuoi più sentire il seguito".
Comincio a leggere. La storia de "Il diavolo nella bottiglia" è ipnotica: una volta capito il diabolico (è il caso di dirlo) meccanismo, non c'è modo di staccare gli occhi dal libro, curiosi di sapere come va a finire.
In poche parole, il succo è questo (spero che Stevenson non si rivolti nella tomba per come banalizzo la sua storia e la faccio breve).

Un giovane hawaiano senza troppi mezzi, di nome Keawe, il cui sogno più grande è vivere in una bella casa, incontra un giorno un ricco signore, che lo convince ad acquistare, per i pochi soldi che ha in tasca, una bottiglia scura, nella quale si agita una nebbia misteriosa, dicendogli che lì dentro vive un demone in grado di appagare ogni suo desiderio. Però, perché ciò si avveri, gli devono essere chiare tre regole: 1) se lui morirà possedendo quella bottiglia, finirà all'inferno perché in cambio dei suoi servìgi il diavolo pretende un'anima; 2) per evitare di finire all'inferno, dovrà cercare di vendere la bottiglia a qualcun altro, però a un prezzo inferiore a quello da lui pagato (se lo si vende a un prezzo superiore o uguale la bottiglia torna indietro); 3) la vendita deve essere fatta senza nascondere all'acquirente il patto che si sottintende accettato con l'acquisto (chi compra, deve conoscere le regole del gioco, insomma, e non può essere truffato non dicendogliele).

Keawe torna a casa con la bottiglia e in breve tempo diventa ricchissimo, così da potersi permettere la villa dei suoi sogni. Non solo: poiché conosce una ragazza bellissima, Kokua, che lei si innamori di lui.
A questo punto, Keawe si impaurisce: ha tutto ciò che desidera, ma se gli capitasse di morire perderebbe l'anima. Il prezzo che lui ha pagato per comprarla è già molto basso, e più l'oggetto incantato passa di mano, più è difficile trovare il modo di farlo pagare di meno, dato che chi compra dovrà poi convincere un altro che egli sarà in grado di fare altrettanto. Si avvicina insomma il momento in cui la bottiglia resterà fatalmente in mano a qualcuno. Riesce però a vendere la bottiglia a un amico che sogna di possedere una nave: gli spiega che può averla, e riesce a liberarsi del demone.
Ma, dopo qualche anno, Keawe scopre di essere malato di una terribile malattia incurabile, che comporterà non solo la sua morte, ma lo strazio della bella Kokua che lo ama follemente. Per guarire, l'unico modo è cercare di ricomprare la bottiglia. Ma dove sarà finita? Ripercorrendo tutti i passaggi di mano, Keawe trova chi la possiede attualmente, il quale è ben lieto di vendergliela, ma... ormai il prezzo è così basso che, se lui la ricompra, non troverà più nessuno a cui cederla. Che fare, dunque?

Arrivato a questo punto, mi accorgo che non soltanto Alice non ha chiesto che smettessi di leggere e mi ascolta incantata, ma che tutte le persone sedute sotto gli ombrelloni attorno sono zitte a sentirmi a leggere, e aspettano che finisca il racconto.
 Però, guardo l'orologio.
"Ehi, ma è l'ora di andare a mangiare! ...Basta così, siamo già in ritardo! ...Il racconto lo finiremo stasera a casa".

domenica 22 maggio 2016

LA VERA STORIA DEL PIRATA LONG JOHN SILVER



LA VERA STORIA DEL PIRATA LONG JOHN SILVER
di Björn Larsson
Iperborea
1998, cartonato
500 pagine

Che dire, se non "straordinario"? La recensione potrebbe finire qui, con un invito (nel vostro interesse) a procurarvi il libro e leggerlo prima possibile. Ma, per dovere di curatore di un blog letterario, ecco qualche annotazione in più. Scritta nel 1995 a bordo di una barca a vela (la "Rustica") da un docente universitario svedese (titolare di una cattedra in letteratura francese) che trascorre in mare tutto il tempo che può, "La vera storia del pirata Long John Silver" è una scommessa azzardata perfettamente vinta. 
L'idea che sostiene il romanzo è audace e intrigante: far raccontare in prima persona a Long John Silver la propria vita (in pratica, pubblicare la sua autobiografia) come se il pirata senza una gamba protagonista de "L'isola del tesoro" fosse davvero esistito. Del resto, lo stesso capolavoro di Robert Louis Stevenson è scritto in prima persona da Jim Hawkins, il mozzo dell'"Hispaniola", e dunque Larsson può compiere la stessa operazione facendo redigere a Silver la propria versione dei fatti. In realtà, ciò che è raccontato nel "Treasure Island" viene dato per scontato: Long John narra ciò che accaduto prima e che ciò che accade dopo. 
La difficoltà dell'operazione è duplice. Innanzitutto, bisognava ricostruire dei fatti che non contraddicessero in niente ciò che Stevenson riferisce del pirata. Dunque Silver doveva conoscere il latino e sostenere conversazioni colte, essersi sposato con una donna di colore di nome Dolores, aver perso una gamba, aver militato nelle ciurme di England (pirata realmente esistito) e di Flint (pirata inventato), dimostrarsi un valente marinaio nonostante la menomazione, manifestare talento e carisma da vendere senza essere mai diventato (o non aver mai voluto diventare) un capitano, non essere un ubriacone né uno scialacquatore di ricchezze (caso più unico che raro nella storia della pirateria), saper ingannare e dissimulare con estrema intelligenza, riuscire a manovrare gli uomini, farsi rispettare e incutere terrore ma non risultare un assassino sconsiderato, rispettare un proprio codice, avere il dono di cavarsela sempre e comunque, e via dicendo. In secondo luogo, a quale scrittore non sarebbero tremate le gambe dovendo reggere il confronto con Stevenson, nel maneggiare un personaggio del genere? 
Larsson riesce nell'impresa e ci consegna un Long John Silver memorabile, a cominciare dal linguaggio con cui si esprime: colto e tagliente, lucido e colorito, in grado di trasmetterci l'ansia di libertà, la voglia di vivere e sopravvivere e il leonino impeto di ribellione (contro le autorità e contro Dio) di un pirata consapevole (anche se non da subito, ma dopo un percorso di crescita) del significato delle sue azioni. Abile con la penna e con la spada, in grado di uccidere a mani nude e con l'inganno, assertore dell'uguaglianza degli uomini nel bene e nel male ma pronto a disprezzare moralisti, ottusi e stupidi, coraggioso e astuto in pari grado, Long John Silver è un assassino in grado di sedurci, esattamente come il pirata di Stevenson riesce a farsi perdonare da Jim Hawkins e a colpire al cuore i lettori dell' "Isola del Tesoro". Larsson, inoltre, rende credibile un pirata letterario: dopo aver studiato a fondo la storia della pirateria, imbastisce una trama che permette di avere un quadro coerente ed esaustivo della vita in mare a cavallo tra Seicento e Settecento, sconvolgendoci per le sofferenze degli equipaggi e la facilità con cui centinaia e centinaia di uomini morivano per le tempeste ma anche e soprattutto per le dure condizioni a bordo delle navi, vessati da comandanti crudeli e sottoposti a regole rigide e alla pena di morte per ogni nonnulla. Non c'è da meravigliarsi se in molti, attaccati dai pirati, passavano dalla parte degli assalitori. Pirati che crepavano come mosche a loro volta, in combattimento, impiccati dopo la cattura, per malattia o per il troppo bere (letteralmente affogati nel rum). 
Di ciò che racconta, Larsson sottolinea la verosimiglianza: giri di chiglia, esecuzioni capitali, ammutinamenti, torture, trasporto di schiavi, contrabbando, arruolamenti forzati, c'è di tutto, ed è tutta storia. Non a caso Long John incontra a Londra lo scrittore Daniel Defoe, impegnato a scrivere la sua monumentale "Storia generale dei pirati": è proprio Silver, spiega Larsson, a fornire all'autore di "Robinson Crusoe" le notizie sui "gentiluomini di ventura" a patto di essere lasciato fuori, di non comparire (nella speranza di evitare la forca il più a lungo possibile). Naturalmente viene svelato come Long John ha perso la gamba, perché venga soprannominato "Barbecue", come mai Flint abbia sepolto il suo tesoro (i pirati non erano usi a farlo), e quindi c'è la parte con Silver vecchio ritiratisi in Madagascar, dove però gli inglesi lo vanno a cercare con la tenacia di un branco di cani da caccia. Il finale lascia con il dubbio che Long John se la possa essere cavata ancora un'ultima volta, prendendo per il naso la marina britannica e tutti noi lettori.

domenica 21 febbraio 2016

NOVECENTO



Alessandro Baricco
NOVECENTO
Feltrinelli
Collana Universale Economica
Trentunesima edizione febbraio 2000
brossurato 
70  pagine -  lire 7.000

Un monologo teatrale che funziona benissimo anche come romanzo, e che comunque ha ispirato un film molto spettacolare, pur essendo, in fondo, un qualcosa che inizialmente prevede solo la presenza scenica di un attore se non, addirittura, di una sola voce recitante. Sotto qualunque veste, comunque sia, il racconto funziona perché è una bella storia, e c’è alla base una bella idea. “Ho scritto questo testo per un attore, Eugenio Allegri, e un regista, Gabriele Vacis. Loro ne hanno fatto uno spettacolo. Non so se questo sia sufficiente per dire che ho scritto un testo teatrale: ma ne dubito. Adesso che lo vedo sottoforma di libro – scrive Baricco nella prefazione – mi sembra piuttosto un testo che sta in bilico tra una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce. Non credo che ci sia un nome, per testi del genere. Comunque, poco importa. A me sembra una bella storia, che valeva la pena di raccontare. E mi piace pensare che qualcuno la leggerà”. Sul piroscafo “Virginian”, che fa la spola tra l’Europa e l’America negli anni fra le due guerre, qualcuno abbandona un neonato che viene trovato e adottato dall’equipaggio. Viene chiamato Danny Boodman, dal nome del marinaio che se l’era preso a cuore, e TD Lemon Novecento per sovrappiù. Novecento cresce sulla nave, e finisce per non scenderne più. Impara a suonare il pianoforte e diventa un pianista straordinario, anche perché non c’è molto altro da imparare. In ogni caso, finisce per sapere tutto del mondo, ascoltando i racconti dei passeggeri, ma non osa mai scendere a terra. Quando alla fine il transatlantico viene fatto esplodere perché deve essere smantellato, Novecento muore con lui. Al di là della bellezza del racconto, nell’alternarsi di prosa e poesia, di poesia raccontata e di prosa poetica, chiara è la metafora di Novecento che incarna la condizione di tutti coloro che non osano scendere e posare i piedi su un mondo troppo grande che li intimorisce, e finiscono per vedere la realtà solo attraverso i racconti degli altri, gente comunque che a un certo punto se ne va, lasciandoli lì, impossibilitati a costruire rapporti veri. buoni solo a improvvisare concerti e sonate seducenti, che nessuno sentirà più perché non lasciano tracce.

sabato 2 gennaio 2016

GLI ULTIMI GIORNI DI P. B. SHELLEY



GLI  ULTIMI GIORNI DI P. B. SHELLEY
di Guido Biagi
La Vita Felice
2013, brossurato
36 pagine, 12 euro

Il poeta inglese Percy Bysshe Shelley, nato nel Sussex nel 1792, morì per il naufragio della sua barca nel mare antistante Viareggio nell'estate del 1822. Le circostanze della morte e del ritrovamento del cadavere, con il rogo del corpo che ne seguì e l'espiantazione del suo cuore consegnato poi alla vedova Mary Wollstonecraft (l'autrice di "Frankenstein") sono assolutamente romanzesche per quanto storiche. Guido Biagi, letterato fiorentino vissuto tra il 1855 e il 1925, scrisse questo suo documentatissimo saggio nel 1892, settant'anni dopo, cioè, i tragico fatti di cui narra. Poté, dunque, intervistare personalmente alcuni viareggini molto anziani che però, da giovani o da bambini, avevano assistito alla cremazione del corpo di Shelley sulla spiaggia, alla presenza di Lord Byron e di Edward Trelawany (l'uomo che quando il petto del poeta si aprì per il calore sulla lastra di metallo su cui i resti erano stati deposti, ne estrasse il cuore a costo di ustionarsi le mani). Di questi testimoni oculari non soltanto vengono citati i nomi, ma se ne forniscono anche i suggestivi ritratti realizzati durante le interviste. Maria Giuseppina Malfatti Angelantoni firma una preziosa prefazione alla ristampa del saggio, in cui si ricostruisci la genesi del libro ma anche si inserisce nel contesto di una storiografia anche più recente che comunque sulla materia non ha aggiunto niente che smentisca la ricostruzione puntuale del Biagi. Dal canto suo, Giulio Cesare Maggi aggiunge una postfazione che spiega la sorte che i resti di Percy ebbero dopo la cremazione e in particolare fa delle ipotesi sul famoso cuore incombusto. Va detto che il corpo non venne cremato per un rito pagano, come qualcuno sospettò creando scandalo nella società dell'epoca, ma perché le leggi del Granducato di Toscana, molto severe nel prevenire i rischi di epidemie, vietavano il trasporto di cadaveri in decomposizione, che dovevano essere o interrati o bruciati sul luogo del ritrovamento. Il Biagi ricostruisce comunque tutta la vicenda fin dal momento in cui Shelley e alcuni amici decisero di affittare una casa sul mare a Lerici, esattamente a San Terenzio (nei pressi di La Spezia), dove trascorrere l'estate e venne costruita una barca, uno shooner, con cui compiere viaggi lungo la costa e brevi escursioni. Il vascello, battezzato "Ariel", aveva degli evidenti difetti di fabbricazione a cui non fu dato peso. I giorni in Liguria precedenti la tragedia erano stati inquieti: a Mary incinta non piacevano la casa e la povertà del borgo, Percy, turbato, non riusciva a comporre e aveva avuto dei dissidi con Byron. Tuttavia si imbarcò, con il capitano Williams a cui era affidato l'Ariel, alla volta di Livorno per far visita a un amico, William Hunt, il 1° luglio 1822. Percy e Hunt fecero visita a Lord Byron a Pisa, poi l'Ariel riprese il mare per far ritorno a San Terenzio, nonostante tutti gli esperti marinai livornesi sconsiglissero la navigazione per la burrasca che si stava preparando. Hunt regalò a Percy una copia del poema "Hyperion" di Keats, che Shelley si mise in tasca: fu questo libro che permise il riconoscimento del cadavere quando, alcuni giorni dopo, il suo corpo fu ritrovato sulla spiaggia di Viareggio insieme a quello del capitano Williamson.

mercoledì 9 dicembre 2015

LA ZATTERA DI GHIACCIO



LA ZATTERA DI GHIACCIO
di Rudolf Blaumanis
Sellerio
1995, brossurato,
64 pagine, 6.20 euro

"La zattera di ghiaccio" è un romanzo breve inserito nella collana "Il mare" diretta da Salvatore Mazzarella che scrive l'introduzione, mentre c'è una postfazione di Renzo Oliva che inquadra bene l'autore nel suo tempo e nella sua collocazione culturale e geografica. Rudolfs Blaumanis nacque infatti in Livonia (una regione della Lettonia) nel 1863 e morì in Finlandia nel 1908, dunque piuttosto giovane. Scrittore realistico con grande senso del dramma (tant'è vero che fu anche drammaturgo) si rivela in grado di raccontare in modo efficace storie della sua gente e delle sue terre. "La zattera di ghiaccio" ne è un esempio fulminante, fin dall'incipit: "Ancora soffiava il vento da sud-ovest, e ancor di più l'enorme lastra di ghiaccio, galleggiando, si spingeva in alto mare. Sul lastrone si trovavano quattordici pescatori e due cavalli". Dopo poche righe così, chi riuscirebbe a non proseguire, per capire che cosa è accaduto e che casa accadrà? I pescatori avevano fatto fori nel ghiaccio del Mar Baltico per calare in acqua le reti, e tirarle su con i cavalli, ma si erano accorti troppo tardi che la lastra su cui si trovavano si era staccata dalla costa e aveva cominciato ad andare alla deriva. Uno di loro si era gettato in acqua per cercare di raggiungere la riva a nuoto, ma era annegato dopo poche bracciate, vinto dal freddo, sotto gli occhi dei compagni. Il dramma comincia così. Niente per difendersi del gelo della notte, niente acqua da bere (il ghiaccio non disseta, come sanno bene gli esploratori artici e gli alpinisti), il pesce solo crudo da mangiare e dei cavalli da macellare, senza sapere bene come. Nessuna speranza di salvezza se non quella dell'arrivo di una nave in tempi rapidi, molto rapidi, visto che la zattera di ghiaccio comincia a frantumarsi. Una prima divisione separa il gruppo, e per i pochi rimasti dalla parte sbagliata, senza cibo, è la fine. I sopravvissuti cominciano a litigare, qualcuno nasconde agli altri la fiaschetta del liquore o vuole vendere il pesce che considera suo e non dividerlo. Si tira a sorte chi debba togliersi la camicia per issarla come una bandiera. Un padre incoraggia il figlio, in molti subentra il fatalismo. Finché arriva una piccola barca in soccorso: ma non c'è posto per tutti! Solo sette potranno essere salvati, e i naufraghi sono dieci. Come scegliere chi vivrà, e chi sarà condannato a morire? Il tutto raccontato con la prosa asciutta del narratore abituato a non sprecare parole inutili, com'è tipico della gente del nord.