Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post

martedì 30 agosto 2022

STUCK

 



Stefano Fantelli
STUCK - INTRAPPOLATI NELL'OSCURITA'
Cronenter Films
brossurato, 2022
136 pagine

"Stuck - Intrappolati nell'oscurità" è un breve romanzo horror di Stefano Fantelli (da qualche tempo al lavoro al lavoro anche su Zagor), "liberamente ispirato" all'omonimo film di Alessio De Bernardi, datato 2020. Sono soltanto 120 pagine di racconto, ma che vi terranno inchiodati là dove vi metterete a leggerle (lo assicura Sergio Stivaletti nella sua prefazione e, per quel che può valere, lo confermo anch'io). Che significa "liberamente ispirato"? L'ho chiesto all'autore, secondo il quale non si tratta di una novelization, ma di un prodotto volutamente del tutto autonomo, in cui soltanto una parte ripercorre la trama dell'horror movie e l'altra (addirittura la più lunga) risulta originale, con personaggi, come Giarone, che nel film non ci sono (Giarone e il paese di Borgomascherato compaiono del resto in un precedente romanzo di Fantelli, evidentemente intenzionato a creare un proprio microcosmo). Il racconto si dipana suddiviso in brevi capitoli fulminanti che alternano tre diverse linee quattro diverse linee temporali: gli anni della guerra (per l'esattezza il 1942), il 1963, il 2018, e un momento imprecisato in cui una misteriosa dodicenne scrive un diario raccontando dell’amicizia nata fra lei e una creatura che vive in una grotta. La maggior parte della vicenda è comunque quella ambientata ai giorni nostri, quando due diverse squadre scendono in un complesso di gallerie sotterranee costruite e abbandonate da nazisti. Il primo gruppo intende esplorarlo, il secondo va alla ricerca dei compagni che non hanno fatto ritorno. Non è troppo spoilerare (ma se temete eccessive rivelazioni saltate le righe che seguono) accennare al fatto che durante la Guerra i nazisti avevano usato il bunker da poco riscoperto per eseguire esperienti genetici volti a creare supersoldati dotati della forza e della resistenza dei topi, gli “extratedeschi”, come li chiamava Giarone, negli anni Sessanta, dopo essersi accorto delle creature che di notte osavano uscire allo scoperto dal loro rifugio sotterraneo. Il finale non è rassicurante e soprattutto il romanzo si chiude con un colpo di scena decisamente sconvolgente. Stefano Fantelli, Active Member della Horror Writes Association, si dimostra ancora una volta uno scrittore di razza. Di lui dice Claudio Chiaverotti: “Dopo aver letto ‘Stuck’ la scrittura di Fantelli diventerà una droga di cui non potrete fare a meno”. Di "Stuck" è stata realizzata anche una versione a fumetti, illustrata da Simona Simone.

martedì 12 settembre 2017

LA SOLUZIONE SETTE PER CENTO




Nicholas Meyer
LA SOLUZIONE SETTE PER CENTO
Il Giallo Mondadori Sherlock
2017, brossurato
200 pagine, 5.90 euro

La collana "Sherlock" dedicata dal Giallo Mondadori ai romanzi apocrifi con protagonista il Detective di Baker Street, ovvero Sherlock Holmes, pubblica come suo trentatreesimo titolo, datato maggio 2017, uno dei più celebri falsi sherlockiani. Dico "falsi" senza voler dare un giudizio negativo sulla sterminata produzione letteraria che ha proseguito l'opera di Arthur Conan Doyle nella narrazione delle imprese del più famoso investigatore del mondo. Nella maggior parte dei casi gli autori si pongono il problema dell'aderenza al "canone" e dunque cercano di rispettare non soltanto la personalità e le caratteristiche del personaggio ma anche inseriscono le loro storie in precisi momenti della sua "biografia" con l'intento di non contraddire in niente ciò che Conan Doyle ha stabilito, sfruttando magari le cose non dette o lasciate in sospeso. Molto meno fedeli sono le trasposizioni cinematografiche o televisive ma questo è un altro paio di maniche. "The Seven-Per-Cent Solution" è un romanzo del 1974 che nel 1976 è divenuto anche un film. Si tratta di un testo degno di nota perché protagonisti non ne sono soltanto il Dottor Watson (l'io narrante) e Sherlock Holmes, ma anche Sigmund Freud, il padre della psicanalisi. Ma non basta: Nicholas Meyer (newyorkese classe 1945) si prende anche la responsabilità di svelare il motivo per cui Holmes si droga, perché consideri ossessivamente il professor Moriarty un suo acerrimo nemico e perché non riesca a legare con le figure femminili. Come se non bastasse, risolve in modo clamoroso il problema del Grande Iato. Cos'è il Grande Iato? Sono i mesi oscuri e misteriosi in cui Sherlock scompare, dato per morto in una cascata in Svizzera dopo il racconto "Il problema finale", per poi far ritorno molto tempo dopo in quello intitolato "Casa vuota". In realtà sappiamo che Conan Doyle voleva liberarsi del suo ingombrante personaggio per scrivere altro, e che furono le pressioni dei lettori a convincerlo, o forse a costringerlo, a riportarlo in vita. Meyer giustifica la faccenda, senza contraddire ciò che sappiamo, con il bisogno che aveva Holmes di completare la sua disintossicazione dalla cocaina iniziata grazie a Freud a Vienna nella primavera del 1891. In uno dei racconti canonici, Conan Doyle fa dire a Watson di aver aiutato Sherlock a liberarsi della sua tossicodipendenza, senza entrare nei particolari. Ne "La soluzione sette per cento" ecco tutti i particolari forniti fino alla dovizia: il biografo del Detective di Baker Street si accorge di come il suo amico cada sempre più preda al suo vizio e soffra di deliri e crisi di persecuzione. Così, d'accordo con Mycroft Holmes, il fratello di Sherlock, organizza una sorta di "trappola" per portare l'investigatore fino a Vienna, dove Freud gli svela la verità (non è stato accompagnato fin lì per un risolvere un caso misterioso ma per una cura) e lo prende in terapia. Però poi un caso misterioso si presenta eccome, ed è quello che serve perché Holmes ritrovi l'entusiasmo ed esca dal suo tunnel, visto che Freud da solo non basta. Il Detective deduce persino gli sviluppi che porteranno alla Prima Guerra Mondiale, Freud utilizzando i metodi del paziente traccia un azzeccato ritratto psicologico dell'Imperatore austriaco traendone spunto per perfezionare le sue teorie che porteranno alla psicanalisi. Non mancano le scene d'azione che contraddistinguono molte pagine di Conan Doyle. Un'ultima curiosità: il titolo allude alla percentuale di principio attivo psicotropo nelle dosi utilizzate da Holmes per drogarsi.

venerdì 28 agosto 2015

LE GANG DI NEW YORK





LE GANG DI NEW YORK
di Herbert Asbury
Garzanti
brossura, 2001
425 pagine, 10 euro


Una scritta in copertina avverte che si tratta del libro "che ha ispirato il film di Martin Scorzese", ed è vero. Però, va detto subito che non si tratta di un romanzo. E' un saggio. Estremamente avvincente, ma è un testo che oggi leggiamo come un libro di storia ma che quando fu scritto, nel 1927, raccontava quasi fatti di cronaca, tant'è vero che l'ultimo capitolo, il sedicesimo, intitolato "La scomparsa dei gangster" si conclude raccontando l'uccisione di un certo Little Augie, avvenuta il 16 ottobre di quello stesso anno. Le fonti che Asbury (uno dei più grandi giornalisti americani del secolo scorso, morto nel 1963) cita sono quasi tutte articoli di giornale e archivi di tribunali e della polizia. La parte più interessante, almeno per il sottoscritto, è comunque quella che racconta della prima metà dell'Ottocento, partendo in realtà dal riempimento del Collect (uno stagno che sorgeva alla periferia nord della New York di fine Settecento) su cui furono in pratica costruiti i Five Points. L'edificio simbolo è la Old Brewery, una fabbrica di birra dismessa che divenne il più celebre caseggiato della storia della città, lo stesso che si vede all'inizio del film di Scorsese, nelle cui viscere (un tempo depositi e magazzini) vivevano centinaia di persone stipate in condizioni di abbrutimento. La descrizione che Asbury fa, citando testimoni dell'epoca, della realtà quotidiana delle strade circostanti è impressionante. Chi legge il libro e poi si rivede il film riconosce mille particolari raccontati dall'autore, dal poliziotto che appende l'orologio a un palo della piazza certo di ritrovarlo (ma solo perché è colluso con i malavitosi), ai pompieri che lottano fra di loro invece di spegnere gli incendi, alla donna con i denti limati e fatti aguzzi che strappa gli orecchi a morsi e ne fa trofei sotto spirito, al bruto con la mazza su cui sono incise tante tacche quante sono state le sue vittime. La regola era che qualcosa apparteneva a qualcuno solo finché costui era in grado di difendersela, chi gliela portava via non commetteva una ingiustizia, dimostrava solo di essere più forte o più furbo. Impressionante anche la parte in cui si racconta della rivolta popolare conseguente alla coscrizione obbligatoria durante gli anni della Guerra Civile. 420 pagine che non lasciano indifferenti: certe atrocità sembrano medievali, ma risalgono davvero a un battito di ciglia fa.

martedì 4 agosto 2015

I PONTI DI MADISON COUNTY



Robert James Walker
I PONTI DI MADISON COUNTY
Romanzo – Sperling & Kupfer
Collana Sperling Paperback
Titolo originale: “The Bridges of Madison County”
Traduzione di Maria Barbara Piccioli
brossurato - 180 pagine

“Hanno avuto quattro giorni, quattro giorni soltanto in una vita intera”. Così i figli di Francesca Johnson commentano la breve, ma intensissima storia d’amore della loro madre con un fotografo di National Geographic, dopo averla scoperta. E’ la stessa Francesca a rivelarla loro, lasciando una lettera e tutte le testimonianze perché essi le ritrovino dopo la sua morte. Non so se I ponti di Madison County sia davvero, come pretende la scritta in copertina, “uno tra i più bei romanzi d’amore di tutti i tempi”. Di sicuro è uno tra i più bei romanzi d’amore che io abbia mai letto. 

La trama, trasportata in film in maniera splendida da Clint Eastwood, con Maryl Streep nel ruolo di Francesca, narra di Robert Kincaid inviato dalla rivista per cui lavora a realizzare un servizio fotografico sui ponti coperti della Contea di Madison, nello Iowa. Lì giunto a bordo del suo furgone, Robert incontra, per caso, Francesca, una donna di origini italiane sposata con Richard Johnson, proprietario di una fattoria nei dintorni di uno dei ponti. Francesca è sola in casa, perché il marito e i figli sono andati via, per una settimana, a una fiera del bestiame in Illinois. 

Tra Robert e Francesca scocca prima una reciproca simpatia, poi l’attrazione, poi l’amore. Intensissimo. Lei vive un’esistenza rassegnata nel tran tran della vita domestica, devota a un uomo per cui non ha ormai nessuna passione, e che non si accorge neppure se si depila oppure no. Lui, divorziato e lupo solitario, è l’opposto esatto del marito. Leggiamo infatti a pagina 61: “Francesca non fece commenti, ma si interrogava sul conto di un uomo al quale sembrava importante la differenza tra prato e pascolo, che si entusiasmava per le sfumature del cielo, che scriveva poesie. Che suonava la chitarra, si guadagnava da vivere con le immagini e portava la sua attrezzatura in due zaini. Che assomigliava al vento. Come il vento si muoveva. E forse dal vento era venuto”.

E’ questa forse la chiave di lettura che spiega il resto della storia. Lui è il vento, che non si può recingere. Un vento che le faccia volare i capelli e scacci la nebbia, e che sfogli violentemente le pagine della sua vita. E' la passione di cui lei sente la mancanza. E neppure la passione si può recingere si può recingere. “Ormai quasi tutto quello che concerneva Robert Kincaid aveva cominciato ad apparirle erotico. Perché con Richard non era in quel modo? In parte, lo sapeva, a causa dell’inerzia che sempre provocano le abitudini protratte nel tempo. Capitava in tutti i matrimoni, in tutte le relazioni. L’abitudine conduce alla prevedibilità e la prevedibilità ha i suoi lati positivi, era consapevole anche di questo. Ma fra loro stava succedendo qualcos’altro. La prevedibilità è un conto, la paura di cambiare un altro. E Richard aveva paura dei cambiamenti, di ogni tipo di cambiamento, nell’ambito del loro matrimonio. Non voleva affrontare l’argomento in generale e, in particolare, non voleva parlare di sesso. L’erotismo era, per certi versi, una faccenda pericolosa, estranea al suo modo di pensare. Non era il solo, naturalmente, e in realtà non era neppure da biasimare. Da dove traeva origine la barriera che era stata eretta contro la libertà? Non solo nella loro fattoria, ma nell’intera cultura rurale. E forse anche in quella urbana. Perché quei muri e quelle recinzioni a impedire relazioni aperte, spontanee, tra uomini e donne? Perché quella mancanza di intimità, quell’assenza di erotismo?” (pagina 92).

I due si innamorano. Non solo si attraggano, si desiderano. Proprio si innamorano. “Tutte le emozioni, tutto il suo lavoro di ricerca e di riflessione, una vita di emozione tornarono ad assalirlo in quel momento. E si innamorò di Francesca Johnson, moglie di un agricoltore della Madison County, Iowa, originaria di Napoli. E lei s’innamorò di Robert Kincaid, fotografo e scrittore di Bellingham, Washington, arrivato al volante di un vecchio furgone” (pagina 94).

“Quel martedì sera, mentre ballavano in cucina, si erano gradatamente e spontaneamente avvicinati sempre di più l’uno all’altra. Premuto contro il suo petto, Francesca si chiedeva se lui percepiva i suoi seni attraverso la stoffa ed era certa che fosse così. Lui le rimandava sensazioni stupende. Avrebbe voluto che quel ballo durasse per sempre. Stava diventando di nuovo una donna. Aveva ritrovato lo spazio per ballare ancora. Ora lui stava sprofondando in lei, e lei in lui. Staccò la guancia dalla sua, lo guardò con i suoi occhi scuri, e quando lui la baciò ricambiò il suo bacio, un bacio lungo e dolce che era come un fiume” (pagina 106).

Robert e Francesca trascorrono insieme solo quattro giorni in tutta una vita. Ma sono quattro giorni che segnano le loro vite. Intensissimi. Struggenti. Ma sono quattro giorni soltanto. Al termine dei quali, Robert chiede a Francesca se voglia seguirlo. Lei risponde di no. Lui se ne va. Non senza esitazioni. Ma se ne va. Lei non lo ferma. La partenza di Robert Kincaid coincide con il ritorno di Richard Johnson. Lei resta con il marito. Perché? Perché lui parte, perché lei resta? Perché lui è il vento. Francesca sa che se partisse con lui, lo zavorrerebbe. E l’amore supremo è lasciare la libertà a chi si ama. E lui riparte perché sa di essere un lupo solitario: non può fermarsi, può solo essere seguito. “C’erano state delle donne prima di te, qualcuna, ma nessuna dopo – scrive Robert a Francesca – Non mi sono votato deliberatamente alla castità: è solo che non provo alcun interesse. Una volta ho avuto modo di osservare il comportamento di un’oca canadese la cui compagna era stata uccisa dai cacciatori. Si uniscono per la vita, sai. Dopo l’episodio, ha continuato ad aggirarsi intorno allo stagno per qualche giorno. L’ultima volta che l’ho vista, nuotava tutta sola tra il riso selvatico, ancora alla ricerca. Più o meno è così che mi sento anch’io”. E giù lacrime.