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giovedì 9 ottobre 2025

L'URLANDO FURIOSO E ALTRE RIME DELL' "AVANTI!"

  


Alberto Cavaliere
L'URLANDO FURIOSO E ALTRE RIME DELL' "AVANTI!"
Lyriks, 2025
220 pagine, 16 euro

Chi conosca la mia passione per le composizioni satiriche in rima, testimoniata dai "Versacci", non può meravigliarsi di come sia rimasto incantato dalla raccolta, curata dal portentoso (rimatore anche lui) Gerimio Aderi, di alcuni componimenti di Alberto Cavaliere (1897-1967), geniale poeta, giornalista, uomo politico e di scienza, celebre anche per "La chimica in versi". Per chi non lo conosce, procurarsi questo libro, agile ma contenente una montagna di informazioni sull'autore, sarà una sorprendente scoperta. La silloge raccoglie componimenti di Alberto Cavaliere apparsi sulle colonne dell' "Avanti!" dal 1947 al 1955 e mai riproposti in volume, qui per la prima volta raccolti (ordinati per tematica e per anno di pubblicazione) con commento storico-metrico-letterario e note ai testi. I lettori più anziani ritroveranno lo straordinario componitore di versi che poteva udire alla radio o leggere sui giornali commentare la notizia del giorno e sempre con rime belle, inusitate, magistrali. I lettori più giovani, viceversa, potranno riscoprire, in queste rime scritte rincorrendo la cronaca, quel piacevolissimo narratore in versi che fu Alberto Cavaliere. La raccolta ha come punta di diamante un poemetto satirico in ottave  dell' "Urlando furioso", che  narra infatti di Mussolini, Hitler, Churchill, Wilson: di tutti i protagonisti, insomma, delle vicende della I e II guerra mondiale, che Cavaliere trasfigura nei paladini medievali, facendone eroi in negativo e non risparmiando frecciate satiriche soprattutto all'indirizzo dei gerarchi del Fascismo. Completano il volume l'elenco completo e ragionato delle opere, una ricca notizia biografica con un inedito in fac-simile di Alberto Cavaliere dalle carte dell'archivio di famiglia, nonché alcuni dei "Rataplan" letti alla radio negli Anni 50 dall'autore. Mi si permetta una ulteriore annotazione personale, oltre quella propinatavi all’inizio: nella sua introduzione, intitolata “Un prodigio dei prodigi nel rimare”, il curatore Gerimio Aderi scrive che la predisposizione naturale di Cavaliere per le rime, di cui era dominatore supremo, in perfetto accordo con i pensieri, “forse tra i suoi contemporanei il solo Giuseppe Geri di Gavinana (altro rimatore prodigioso) poteva eguagliare, ma senza scalzarlo”. A tal proposito, Aderi cita il libro “Il poeta delle piccole cose” (Cut-Up, 2023), dedicato proprio al Geri e curato dal sottoscritto (gavinanese per nascita e per costumi).


venerdì 16 febbraio 2024

CRONACHE DEL MONDO PRIMA DELLA RISOLUZIONE

 


Marco De Angelis
CRONACHE DEL MONDO PRIMA DELLA RISOLUZIONE
Sbam!
brossurato, 2023
210 pagine, 20 euro


“Reperti satirici sulla fine dell’umanità”, recita il sottotitolo, poco sopra l’illustrazione di copertina che mostra un robot scaldarsi bruciando libri in uno scenario da dopobomba. La cover non soltanto rende ragione dei contenuti interni ma ben spiega quale sia la portentosa magia di quegli umoristi che con la forza di una vignetta, senza bisogno di parole, comunicano un messaggio di portata planetaria, persino impossibile da spiegare nello spazio di un articolo di giornale o, talvolta, addirittura in quello di un libro. Il linguaggio dell’illustrazione satirica parla tutte le lingue, ed è per questo che lo possono comprendere anche gli illetterati senza bisogno di mediazione e fa paura ai censori, ai tiranni, ai terroristi. Marco De Angelis (Roma, 1955) è un mostro di bravura, persino più noto all’estero che in Italia, ed ha pubblicato su circa 200 testate ricevendo oltre 150 riconoscimenti internazionali. Per il suo tratto grafico lo si potrebbe paragonare a Quino. Sbam! Raccoglie duecento suoi lavori a colori in una sorta di “best of” suddiviso per temi: la guerra, l’ambiente, la tecnologia, la libertà, i migranti, il rapporto uomo-donna, il consumismo, la società. La riflessione di De Angelis non è mai faziosa e violenta, ma colpisce nel segno: si sorride amaramente e di solito si annuisce in silenzio. Due i testi a commento: l’introduzione di Thierry Vissol (direttore del Centro “Librexpression, del cui consiglio scientifico De Angelis fa parte) e una postfazione di Luigi F. Bona (direttore del Museo del Fumetto di Milano).

venerdì 23 giugno 2023

MI DICHIARO PRIGIONIERO POLITICO

 
 

 
 
 
Giovanni Bianconi
MI DICHIARO PRIGIONIERO POLITICO
Einaudi
2003, brossurato
316 pagine


Oltre al titolo, è significativo il sottotitolo: “Storie delle Brigate Rosse”. Non “Storia delle Brigate Rosse” ma “storie”. Cioè, sei storie (personali, a tratti intime) di sei brigatisti scelti non fra quelli di primo piano, ma fra a quelli della militanza di secondo o terzo livello. Due donne (forse le più interessanti) e quattro uomini, di cui si racconta il prima, il durante e il dopo la lotta armata e attraverso cui si ricostruisce il quadro di un’epoca e della visione della società che avevano i terroristi. I ritratti di ”Pippo” (Tonino Paoli), “Augusta” (Angela Vai), “Claudio” (Bruno Seghetti), “Gulliver” (Germano Maccari), “Michele “ (Francesco Piccioni), “Paola” (Geraldina Colotti) raccontano le luci e le ombre delle loro personalità, i conflitti interiori, le illusioni e le disillusioni, i furori e le palpitazioni. Ogni brigatista che entrava in clandestinità lasciava una famiglia, a volte dei figli, il gruppo di amici, compiva scelte che avrebbero cambiato la propria vita per sempre e compiva azioni che avrebbero rovinato (o stroncato nel sangue) quelle di altri, molti altri. Ciascun terrorista, oltre al nome di battaglia, ne aveva uno proprio: sul lato “personale” indaga l’autore, dimostrando anche come le Brigate Rosee non fossero un gruppo compatto e monolitico e anzi non mancassero fronde interne, dubbi e idee diverse. Spiega Giovanni Bianconi: “Questo libro ricostruisce alcuni aspetti delle storie di sei militanti delle Brigate rosse nell’arco di tempo tra il 1970 e il 1988, durante il quale le organizzazioni armate di sinistra hanno provocato la morte di centoventotto persone (e il ferimento di alcune centinaia). Alcuni dei protagonisti, così come tanti altri militanti delle Br, hanno seguito percorsi diversi dopo lo svolgimento degli avvenimenti di cui si parla; ad esempio attraverso un ripensamento critico sull’uso della violenza come strumento di lotta politica”. Bianconi si astiene da valutazioni morali e non formula alcun giudizio. Per questo il suo libro è misurato e interessante. Il titolo, tuttavia, mi fa ricordare quel che pensavo io, che avevo sedici anni quando fu rapito e assassinato Aldo Moro, sentendo dire di qualcuno che si dichiarava “prigioniero politico”: la mia reazione era di perplessità perché mi sembrava, e ancora mi sembra, che chi lo diceva, in realtà, veniva imprigionato per aver impugnato un’arma, non per le idee politiche.

venerdì 7 aprile 2023

M. – L’UOMO DELLA PROVVIDENZA

 


 

Antonio Scurati
M. – L’UOMO DELLA PROVVIDENZA
Bompiani
2020, brossura
652 pagine, 23 euro


“M. – L’uomo della provvidenza” è il secondo volume della biografia di Benito Mussolini (la M. del titolo fa riferimento al suo cognome) scritta sotto forma di “romanzo documentario”, così come Antonio Scurati la definisce nella sua introduzione. Il primo volume, “M. – Il figlio del secolo” (del quale mi sono occupato in questo spazio con una recensione che potete leggere o rileggere cliccando qui) è stato accolto con straordinario successo di pubblico e ha vinto il premio Strega 2019. Vi si raccontava l’ascesa al governo di Mussolini in Italia negli anni che vanno dal 1919 al 1924, più o meno dalla fondazione dei “Fasci di combattimento” fino all’ omicidio di Giacomo Matteotti. Il seguito della cronistoria proposto in questo secondo volume si va invece dal 1924 al 1932 e si racconta il consolidamento del regime attraverso la progressiva soppressione delle più elementari regole democratiche e l’accentramento del potete nelle sole mani del Duce, che arriva a sottrarsi addirittura dal controllo del Partito Fascista, il cui Consiglio diventa un mero esecutore della volontà di autocrate, mentre sotto di lui si assiste a una guerra fra fazioni (Farinacci contro Giampaoli e Belloni, Arnaldo Mussolini contro Achille Starace) combattuta con coltellate alla schiena e lettere anonime. A supporto dell’autocrazia c’è la polizia fascista, l’Ovra, con a capo Arturo Bocchini, uno di cui si diceva che non dimenticasse nulla, né un nome, né un volto: “lucido, attendista, spietato”. Risolto il caso Matteotti con una vergognosa sentenza che praticamente non punisce i pur identificati responsabili e ribalta sul deputato socialista la responsabilità della “provocazione”, Mussolini vuole liquidare le sue squadracce, nostalgiche delle violenze perpetrate fino a pochi anni prima, e fregiarsi del merito di aver ripristinato l’ordine. Ma la violenza si scatena fuori dai confini italiani nelle colonie dell’Africa del Nord, in Libia, Tripolitania, Cirenaica, Fezzan: leggendo le cronache di Scurati, riprese dai documenti ufficiali e dai diari dei protagonisti, svanisce il mito degli “italiani brava gente” e si scoprono crimini di guerra ordinati da Rodolfo Graziani e Pietro Badoglio: campi di concentramento, esecuzioni di massa, bombardamenti con le terribili bombe all’iprite. I nostri occhi di lettori di cento anni dopo si meravigliano nel vedere, nel capire, come tutto sia accaduto perché a Mussolini glielo hanno lasciato fare. Una reazione della società avrebbe potuto fermare lo scempio quando era ancora agli inizi. Ci si stupisce invece nel vedere come gli italiani (non tutti, naturalmente) siano stati proni, se non entusiastici esaltatori del regime nascente. Fra questi, molti uomini di chiesa e le autorità vaticane, con cui il Duce stringe un concordato. Ancora, come nel “Figlio del secolo”, Scurati dedica ogni capitolo a un personaggio, una data e un luogo: narra gli eventi con piglio giornalistico, li segue come con una telecamera, non fa invettive o trancia giudizi: descrive come se i fatti accadessero sotto i nostri occhi. A supporto dei capitoli, produce estratti di articoli di giornale e di lettere. Non mancano le indiscrezioni sulla vita privata del Duce, e un certo spazio è dedicato alle inquietudini giovanili della figlia Edda, placate dandola in moglie a Galeazzo Ciano, figlio dell’eroe di guerra Costanzo, fascista della prima ora. “M. – L’uomo della provvidenza” ha un seguito in un terzo volume. 

venerdì 25 marzo 2022

M. IL FIGLIO DEL SECOLO

 

 
 
Antonio Scurati
M. IL FIGLIO DEL SECOLO
Bompiani
2018, brossurato
844 pagine, 24 euro


L’ho letto con angoscia. Non soltanto perché è tutto vero, ma anche perché si sa già come va a finire. Si assiste al susseguirsi di eventi che avrebbero potuto prendere una piega diversa, se solamente alcuni avessero capito o previsto come sarebbe andata, ma non ne sono stati capaci. “M. Il figlio del secolo”, vincitore del premio Strega 2019 e accolto con straordinario successo di pubblico, non è un vero e proprio romanzo, ma non è neppure un saggio storico o una biografia. L’autore, l’accademico napoletano Antonio Scurati (1969), lo definisce “romanzo documentario”. La M. del titolo è l’iniziale di Mussolini, di cui si racconta l’ascesa al potere in Italia negli anni che vanno dal 1919 al 1924, più o meno dalla fondazione dei “Fasci di combattimento” fino all’ omicidio di Giacomo Matteotti. Non è solo del duce che si parla ma, attraverso di lui, si descrivono le figure di molti altri personaggi: Matteotti, appunto, ma anche Gabriele D’Annunzio, Filippo Turati, Italo Balbo, Amerigo Dùmini, Nicola Bombacci, Luigi Facta, solo per citare alcuni dei protagonisti di quel tragico quinquennio. Tragico perché insanguinato da inauditi atti di violenza che lo Stato assente e incapace non seppe e non volle fermare. Nonostante la vittoria, la Prima Guerra Mondiale aveva lasciato ferite e strascichi. Da una parte gli interventisti, i reduci, gli Arditi, dall’altra parte quelli che giudicavano il conflitto appena concluso un massacro voluto dalle grandi potenze e auspicavano una rivoluzione russa anche in chiave italiana. Mussolini, un tempo socialista, era diventato interventista e per questo allontanato dai suoi compagni, finendo per fondare, nel 1914, un suo giornale, “Il popolo d’Italia”, a sostegno appunto dell’intervento in guerra, prima, e delle proprie ambizioni politiche, poi. Socialisti e fascisti arrivarono a scontrarsi frontalmente armi alla mano, senza che nessuno ponesse un freno alle violenze, alle vendette, ai raid. In breve prevalsero i fascisti, forgiati dalla guerra, cultori della forza, armati e addestrati, che si scatenarono in una impressionante serie di fatti di sangue: pestaggi, torture, omicidi (il prete Don Minzoni, il sindacalista Spartaco Lavagnini, solo per citare due nomi). Colpisce, leggendo “M. Il figlio del secolo”, la sostanziale impunità dei responsabili. La classe politica italiana viene impietosamente messa a nudo nella sua pochezza, incapacità, irresponsabilità: se Mussolini poté proporsi come l’uomo forte di cui l’Italia aveva bisogno è perché aveva a che fare con degli inetti. Scurati dedica ogni capitolo a un personaggio, una data e un luogo: narra gli eventi con piglio giornalistico, li segue come con una telecamera, non fa invettive o trancia giudizi: descrive come se i fatti accadessero sotto i nostri occhi. Spesso è M. il protagonista, pedinato anche nelle stanze da letto con le sue tante amanti (quella con più spessore, che emerge per intelligenza e dedizione, è Margherita Sarfatti). A supporto dei capitoli, estratti di articoli di giornale e di lettere. Leggendo si resta avvinti (e agghiacciati), e viene spontaneo rivedere in certi fatti sinistre analogie con la situazione dei giorni nostri.

giovedì 3 febbraio 2022

L'EDUCAZIONE SENTIMENTALE DI EUGENIO LICITRA

 

 


 
Francesco Recami
L'EDUCAZIONE SENTIMENTALE DI EUGENIO LICITRA
Sellerio
2021, brossurato
310 pagine, 16 euro


Francesco Ghidetti, recensendo "L'educazione sentimentale di Eugenio Licitra", su QN, scrive "Sto per proporvi un capolavoro". Non so se lo si possa definire tale, ma di sicuro è un romanzo divertentissimo, trascinante, entusiasmante come pochi altri. 
Francesco Recami (autore del ciclo, tra l’altro, della "Casa di ringhiera", con gialli ambientati ia Milano), è fiorentino (classe 1956) e ricostruisce una perfetta Firenze anni Settanta, dipinta nel bene e nel male. Per la precisione siano a cavallo tra il 1976 e il 1977, anni di contestazione e di politicizzazione, con la polverizzazione estrema in gruppi e gruppuscoli extraparlamentari in eterna rissa fra di loro all'interno della stessa sinistra. Recami ha facile gioco nel tracciarne un quadro esilarante, per quanto non ci siano dubbi (io c'ero) sul fatto che ironizzi su una realtà che davvero sussisteva. Il protagonista, il diciannovenne Eugenio Licitra, è un giovane siciliano (di Ragusa) che giunge a Firenze per studiare Filosofia (scoprendo tutti corsi incentrati sul marxismo): divide l'appartamento con altri tre studenti fuori sede, tutti abilmente caratterizzati. C'è l'innominabile D. (non è dato di sapere il suo vero nome), il più a sinistra di tutti, che odia quelli del PCI ritenuti troppo di destra, e che riempie la casa di compagni che espropriano proletariarmente le stanze degli altri (compagni pure loro, ma di fazioni diverse); c'è il Saggio, lo studente più anziano che vive nell'immondizia accumulata in anni di mancata pulizia; c'è Loris, romagnolo con la passione delle automobili, che cerca di trasformare la sua Seicento del '63 in una Abarth e perciò puzza perennemente di morchia. Eugenio è il più giovane, il più inesperto, il verginello del gruppo: si fa mille domande sulla filosofia che studia (Recami si fa beffe pure di Hegel, Heidegger, Wittgenstein e Cacciari), cerca di capire il soprasenso dei film che vede (con lui rivediamo "Il cacciatore" e "Il deserto dei tartari"), dei libri che legge ("La nausea") e delle canzoni che ascolta, ma soprattutto cerca di capire le donne, più complicate di ogni teoria filosofica. Il terzetto formato dal Saggio, Loris ed Eugenio (il perfido D. ne è escluso) diventa coeso e vive avventure picaresche da cui si viene inevitabilmente coinvolti. Come si segue ipnotizzati l' "educazione sentimentale" del giovane Licitra, sballottato da esperienze fallimentari, fino alla volta buona, ma senza lieto fine. Alla fine la morale è (secondo me) che la politica e la filosofia deludono, che i film e i libri vanno visti e letti senza cercare per forza il soprasenso, che le donne vanno prese per come sono, che le canzoni più belle sono quelle che cantiamo senza pensieri.

martedì 18 agosto 2020

E MARX TACQUE NEL GIARDINO DI DARWIN





Ilona Jerger
E MARX TACQUE NEL GIARDINO DI DARWIN
Neri Pozza
brossurato, 2018
240 pagine, 16.50 euro


Frutto di un lungo lavoro di documentazione, questo straordinario romanzo racconta di un incontro mai avvenuto: quello fra Charles Darwin e Carl Marx. Eppure i due realmente avrebbero potuto incrociarsi per strada, a Londra, dato che vissero a lungo a poche miglia di distanza l'uno dall'altro. Marx, infatti, si era rifugiato nella capitale britannica nel 1849, dopo aver abitato a Parigi e a Bruxelles, perseguitato dagli agenti prussiani che facevano di tutto per rendergli la vita difficile, e Darwin, dal canto suo si era trasferito a Downe, un borgo del contado londinese, nel 1842. A Londra tutti e due morirono a poca distanza di tempo l'uno dall'altro, il naturalista nel 1882 (è sepolto in Westminster), l'economista nel 1883 (è sepolto nel cimitero di Highgate). Precise testimonianze riferiscono di copie dei rispettivi libri nelle dimore dell'altro, e nella corrispondenza di entrambi ci sono copie di una lettera che accompagnava Das Kapital fatto giungere in regalo da Marx a Darwin, e della risposta di ringraziamento che Charles scrisse a Carl. La copia del "Capitale" ancora conservara (con dedica dell'autore) nella biblioteca di Downe, ancora oggi consultabile nella magione aperta al pubblico, rivela di essere intonsa da pagine 140 in poi, segno che Darwin non andò troppo avanti nella lettura. Piena di appunti e di sottolineature, invece la copia de "L'origine delle specie" appartenuta a Marx.Soltanto l'idea di mettere a confronto due personalità come il padre dell'evoluzionismo e il fondatore del comunismo, entrambi considerati filosofi in molti manuali di storia della filosofia, è interessante. Il modo con cui la naturalista tedesca Ilona Jerger ricostruisce l'immaginario incontro fra i due è garbato, rispettoso di entrambi e così vivido da farci sembrare di assistervi. Il romanzo, in verità, non ha una trama fatta di avvenimenti clamorosi e di colpi di scena. La scrittrice immagina un medico, il dottor Beckett, che li ha in cura entrambi. E poiché si tratta di persona colta e curiosa, parlando con l'uno dell'altro e viceversa, cerca di combinare una cena a cui possano partecipare tutti e due. Sia Marx che Darwin sono avanti con gli anni e in cattivo stato di salute. Impietosamente, la Jerger ci mostra aspetti disgustosi di certe loro patologie, con le quali eppure i due studiosi convivevano, come le pustole che ricoprivano il corpo di Carl o le flatulenze che tormentavano Charles. Allo stesso modo ci mostra i rispettivi caratteri: irruente quello del tedesco, uso a scatti di collera e al turpiloquio, assolutamente mite e del tutto dedito alla ricerca (al punto da sembrare quasi noioso) quello dell'inglese. Risulta chiaro come per Marx fosse indispensabile l'apporto catalizzatore di Engels, mecenate tedesco che cercava di far lavorare Carl al proseguo del "Capitale" dopo la pubblicazione del primo volume. Si scopre anche la relazione adulterina di Marx con la sua domestica, da cui ebbe un figlio illegittimo, e che le era devota come solo una donna innamorata può esserlo. Darwin invece allevava vermi, e faceva esperimenti per scrivere un ponderoso saggio su di loro, che sarebbe stato l'ultimo della sua vita, "La formazione della terra vegetale per l'azione dei lombrichi". Il dottor Beckett scopre che Marx considera Darwin un potentissimo alleato per le sue teorie: "Ha creato il fondamento scientifico per il materialismo e quindi il comunismo", dice. Marx invece è visto come il demonio incarnato dalla religiosissima moglie di Darwin, Emma, la quale cerca con ogni mezzo la conversione del marito, che si dice non ateo, ma agnostico. Tuttavia ritiene di non poter abbracciare una fede in cui non crede. Quanto al comunismo, Darwin ritiene sacrosanto lo sforzo per affrancare i poveri dallo stato di necessitò, e garantire a tutti i lavoratori dei diritti minimi e certi, però crede che questo scopo vada perseguito attraverso le riforme, e non già per mezzo di una rivoluzione. In natura, sostiene Darwin, ci sono cacciatori e prede, più forti e più deboli, e ci sono lotte e contrasti che creano un equilibrio, ma non c'è e non può esserci uguaglianza perché ogni individuo è diverso. I dialoghi brillantissimi fra Charles e Carl con il dottor Beckett, fra Darwin ed Emma, e poi fra lui e Marx sul confronto fra scienza e religione, fra politica e società, sono una delizia da leggere. Darwin era turbato dagli attacchi dei fondamentalisti cristiani contro di lui, che non aveva mai pensato di scrivere "L'origine delle specie" come un libro contro Dio, tuttavia al suo funerale, che si svolse in forma religiosa, ci furono proteste di atei che ritenevano Darwin un loro paladino. A queste intemperanze, subito sedate, il vescovo replica che chi scopre le leggi della natura non dimostra che Dio non esiste, ma casomai che si serve di quelle. Ilona Jerger immagina che anche Marx fosse presente a quelle esequie in Webminster.

venerdì 7 dicembre 2018

D'ANNUNZIO



Giordano Bruno Guerri
D'ANNUNZIO
Mondadori
2018, brossurato
390 pagine


La più notevole opera d'arte di Gabriele d'Annunzio, a cui egli lavorò incessantemente, fu senza dubbio la sua vita. Scrisse Lucio D'Ambra: "Meraviglioso commediante, creò la sua magica finzione e poi dentro vi s'adagiò come in verità assoluta e non più relativa; né poteva più sapere dove realtà e finzione si separassero, distinte". Una vita avventurosa, piena di svolte, colpi d'ala, clamori, sempre sulla cresta dell'onda. Una vita, quella del Vate, che sicuramente trascende quel che è stata la sua produzione letteraria. Conclude Giordano Bruno Guerri, tirando le somme al termine della biografia: "Il suo genio letterario è passibile di valutazioni anche contrastanti, ma il vero genio di d'Annunzio fu nella visionarietà politica e sociale con cui seppe anticipare sia le correnti nazionalistiche e superoministiche che avrebbero condotto ai fascismi, sia i movimenti più libertari del XX secolo: in una visione del mondo che andava oltre le categorie della destra e della sinistra e che ebbe sempre al centro l'individuo". 
Si tende a etichettare d'Annunzio con il Vate del fascismo. Si dimenticano però i lunghi mesi in cui fu governatore di Fiume (1919-1920), da lui occupata, quando diede alla città una sorta di carta costituzionale libertaria al massimo: voto alle donne, libertà di divorzio e di omosessualità, in anticipo di decenni sulle conquiste che sarebbero arrivare, tardi e male, solo molto in seguito. "Città di Vita", venne definito il capoluogo istriano. 
Di d'Annunzio Mussolini diceva che era come un dente marcio: o lo si estirpava o lo si ricopriva d'oro. Venne ricoperto d'oro purché stesse ritirato, nei suoi ultimi anni, nel Vittoriale, la villa che diventò la sua ultima, fantasmagorica opera. Guerri, che della Fondazione del Vittoriale è da anni il presidente, quasi non si sofferma nella disamina dell'infinità di poesie, tragedie teatrali, racconti e romanzi, di cui pure si parla senza però farne analisi critica, quanto piuttosto segue le rocambolesche vicissitudini del pescarese Gabriele Rapagnetta, in arte d'Annunzio, intrecciate in modo indissolubile con le dinamiche della storia, della società e del costume dei suoi tempi (1863-1938). 
E' difficile per noi capire l'importanza e l'influenza di un simile personaggio nella cultura e nella cronaca: chi ha condiviso gli anni in cui il Vate calcava il palcoscenico (in senso lato) aveva senza dubbio quotidianamente a che fare con una presenza invadente, se non ingombrante, che divideva, esaltava, polemizzava, combatteva, creava, scriveva, arringava, scandalizzava. D'Annunzio ideava marchi di fabbrica (La Rinascente, Saiwa), coniava vocaboli (velivolo), scriveva film ("Cabiria"), dava adito (anche volontariamente) a gossip, fuggiva dai creditori, guadagnava milioni e li sperperava, creava motti ("memento audere sempre", "ardisco, non ordisco"). Fu uno dei primi italiani a volare in aereo, uno dei primi ad avere un travolgente successo all'estero con i suoi romanzi. Dopo aver sollecitato l'ingresso in guerra dell'Italia nel primo conflitto mondiale, combattè sul serio (e non per modo di dire) andando al fronte (perse persino un occhio). Che dire poi delle sulle centomila amanti? Davvero si resta di stucco leggendo il resoconto delle sue battaglie amorose con il "gonfalon selvaggio" sempre pronto all'azione, e questo dall'adolescenza fino alla più tremebonda vecchiaia. Una voracità sessuale senza pari, "badesse di passaggio" ricevute tre per volta per maggior libidine. Che fosse simpatico, proprio no. Però certe sue battute sono esilaranti, come quella dell'epiteto di "cretino fosforescente" dato a Marinetti. Vanitoso, egocentrico, iperbolico, grafomane, prolisso, retorico, magniloquente, gradasso, noioso, saccente e pedante, ma di sicuro un personaggio, un guerriero.

lunedì 24 settembre 2018

I FUMETTI CHE HANNO FATTO L'ITALIA





Roberto Alfatti Appetiti
I FUMETTI CHE HANNO FATTO L'ITALIA
Giubilei Regnani Editore
2014, brossurato
170 pagine, 14 euro

“Diciamolo ad alta voce: i fumetti hanno condizionato il costume e a volte persino annunciato le rivoluzioni sociali. Nel secolo breve, hanno incendiato le anime più di quanto siano riusciti a fare paludati maître à penser”. Queste parole racchiudono, in buona sostanza, il senso e la morale dell’intero saggio, che ne è la dimostrazione argomentata, ricca di esempi. Senza procedere necessariamente in ordine cronologico (pur partendo dal 1908 e dal “Corriere dei Piccoli”), ma saltando da autore ad autore, da personaggio a personaggio, sulla base dei collegamenti di idee e dei corto circuiti, Roberto Alfatti Appetiti (giornalista di rara competenza in campo fumettistico) percorre un entusiasmante itinerario attraverso le testate, gli eroi e i disegnatori che hanno fatto discutere, sono stati processati, hanno infiammato i cuori e sono divenuti dei simboli, ma anche sono stati usati per battaglie ideologiche o combattuti dagli avversari politici.
Non c’è spazio per i fumetti edulcorati e “rassicuranti”: Alfatti Appetiti sceglie di parlare di quelli che hanno creato tumulto. A cominciare dagli eroi in camicia nera di Antonio Rubino o da quelli americani importati da Mario Nerbini, che entusiasmavano anche i figli di Mussolini, nonostante l’autarchia culturale imposta dal regime. “Eccetto Topolino”, non a caso, si dice abbia ordinato lo stesso Duce censurando tutti i comics d’Oltreoceano tranne quelli disneyani.
Fra gli italici autori fascistissimi di cui la damnatio memoriae imposta dal dopoguerra ha impedito si celebrasse l’opera, viene ricordato Gino Boccasile le cui Signorine, secondo Antonio Faeti, “rappresentano una pietra filosofale dell’erotismo”. Da esse nasce Pantera Bionda, la Tarzan in (succinta) gonnella di Gian Giacomo Dalmasso, che giunge alla fine degli anni Quaranta a gettare scompiglio tra la gioventù e viene fatta rivestire dal Tribunale. Meno male che negli anni Sessanta arriveranno prima Satanik e poi Isabella a gettare le fondamenta della liberazione sessuale a fumetti. Anch’esse, insieme ai “neri” che affrontano per la prima volta i temi scabrosi della corruzione e del malaffare, destinate comunque a subire denunce e sequestri.
Ma a far palpitare i cuori ci sono anche eroi come Capitan Miki e Tex, che (ognuno gettando il proprio seme) alle saghe della Storia del West e di Ken Parker. E come non parlare della grande stagione delle riviste? Linus ed Eureka, di sinistra l’una e di destra, forse, l’altra, però con i Peanuts (il cui autore era un conservatore) sulla prima e le Sturmtruppen (il cui autore non era un conservatore) sulla seconda, e con Benito Jacovitti cacciato dalla redazione linusiana perché anticomunista ma anche dal Diario Vitt perché passato a illustrare il Kamasutra. Interessanti anche i capitoli su Reiser, sul Commissario Spada (e sui collegamenti con gli Anni di Piombo), fino ad arrivare a parlare di Ranxerox e di Andrea Pazienza, esaminati in modo non banale e con un’ottica diversa da quella preconfezionata che si usa di solito. Ma perfino i Puffi e Tintin fanno discutere, in questo caso grazie ai paladini del politicamente corretto (giustamente derisi da Alfatti Appetiti) che ce l’hanno con la presunta apologia dell'”utopia totalitaria” rappresentata dalla comunità di Peyo, agli ordini del dittatore Grande Puffo e propugnatrice degli ideali della purezza di sangue (la razza ariana incarnata dalla Puffetta bionda), ma anche con il presunto “fascismo” di Hergé. Insomma: la storia dei fumetti viene analizzata, in modo brillante, alla luce dell’impatto ideologico e della sua forza di incidere sui dibattiti e sui costumi. Sentiti e commoventi i ricordi dell’autore riguardo le due figure a cui è dedicato il saggio: Luigi Bernardi e Sergio Bonelli.

sabato 4 agosto 2018

CATERINA SFORZA




Natale Graziani 
Gabriella Venturelli 
CATERINA SFORZA 
Dall'Oglio Editore 
1987, cartonato 380 pagine 

Se visitate i castelli della Romagna fra Imola e Forlì, in ognuno troverete un pozzo in cui, vi dirà la guida, Caterina Sforza faceva gettare i suoi amanti dopo esserseli portati a letto (o dove avesse avuto voglia di portarseli). Leggende e dicerie, indubbiamente, ma che Caterina fosse discretamente lussuriosa è vero, come è vero che facesse frustare o gettare per qualche tempo in prigione chi, fra i suoi sudditi, osasse malignare sui suoi appetiti sessuali spettegolando su questo e su quello. Del resto, da perfetta e astuta donna di potere (questo è un caso in cui "donna" equivale perfettamente a "uomo"), aveva una fitta rete di spie e di informatori che intercettavano subito i discorsi delle lingue lunghe. Che fosse machiavellica non ci sono dubbi. Peraltro, Niccolò Machiavelli stesso, mandato da lei dai fiorentini per ambascerie, nel rimase colpito, e ne scrisse, per quanto era abile nei giochi politici con gli altri potenti, ferrea nel governo delle sue terre, spietata conto i nemici. Machiavelli racconta anche, e dunque l'episodio lo diamo per certo, di cosa successe quando una congiura di palazzo gli uccise il primo marito, Girolamo Riario, nipote del papa Sisto IV Della Rovere, sposando il quale aveva ricevuto con lui la signoria di Forlì. I congiurati avevano fatto prigioniera la contessa e la portarono davanti a un castello perché ordinasse a chi lo difendeva di aprire il portone e arrendersi. Caterina finse di entrare per dare disposizioni in tal senso e invece si barricò dentro con i difensori. I congiurati portarono sotto le mura i figli della contessa minacciando di tagliar loro la gola se non si fosse arresa. Caterina salì sulle mura, si alzò il vestito mostrando i genitali e disse: uccideteli pure, ho lo stampo per farne degli altri. La congiura fallì e i figli furono salvi, ma la scena fu epica. "Tygra", la definirono una volta: la Tigre. Ebbe tre mariti e un grande amore, quello per Giacomo Feo, un popolano di cui si innamorò al punto che alcuni dei suoi sudditi glielo uccisero convinti che la contessa ne fosse succube e che fosse diventato lui, il Feo, il vero signore di Forlì, pronto anzi a uccidere il legittimo erede, Ottaviano, ancora ragazzetto. Che Caterina potesse essere succube di qualcuno non è dato di crederlo. I congiurati che credevano di farle del bene, furono tutti torturati e squartati. L'ultimo dei suoi mariti, Giovanni il Popolano dei Medici, fratello di Lorenzo il Magnifico, la incontrò perché anche lui venne mandato da Firenze a Forlì per una ambasciata, e fu sedotto dalla bellezza di Caterina da poco rimasta vedova per la seconda volta. Lo stesso anno in cui nacque il loro figlio Ludovico, Giovanni morì (di malattia) e a Ludovico venne cambiato nome, diventando il celebre Giovanni Delle Bande Nere. Che Caterina fosse bella e prosperosa è detto a tutti, ci manca però un suo ritratto, abbiamo delle monete in cui tanto bella non è avendo il nasone degli Sforza. Del resto era figlia illegittima (nata a Milano nel 1463) di duca Galezza Maria e della cortigiana Lucrezia Landriani, ma era stata cresciuta con il resto della prole sforzesca, prima di venire offerta, a nove anni, sposa bambina a Girolamo Riario, in ragione di giochi politici troppo lunghi da raccontare. Se volete saperne di più, compresi gli aneddoti sugli "experimenta" da lei condotti per tutta la vita sui cosmetici e gli afrodisiaci (pare che avesse un rimedio per le disfunzioni erettili maschili che il Viagra levati), questo libro, serio e documentatissimo a dispetto di questa ilare recensione, fa decisamente al caso vostro.

venerdì 10 novembre 2017

MAXMAGNUS





Max Bunker
Magnus
MAXMAGNUS
1000voltemeglio Publishing
2017 - 68 pagine

brossurato, 9.99 euro

Come scrive Max Bunker nella sua presentazione di questa nuova edizione del suo capolavoro, "dopo quasi cinquant'anni queste storie sono ancora fresche a dimostrazione di quanto nulla cambi nella gestione del potere".
La "controfavola" delle avventure di Re Maxmagnus e del suo malefico braccio destro si dipana lungo una serie di short-stories, pubblicate uno dopo l'altra sulla rivista Eureka a partire dal marzo 1968. Il racconto è un capolavoro di satira, la "summa" dell'umorismo amaro e grottesco di Magnus & Bunker, il loro prodotto più riuscito. In un reame immaginario e in un medioevo da metafora senza date, dove si rispettano le leggi della favola più che quelle della storia, un Re avido e approfittatore, Maxmagnus, e il suo Amministratore Fiduciario sfruttano e derubano in maniera ignobile i poveri contadini, tra i quali maturano lentamente i germi della rivolta. Nel contorno, si muove un teatrino di altri personaggi, quali la Regina manesca e megera, la figlia dei sovrani bruttissima e stupida, il "vicino di regno" Re Porcione, maghi e streghe, briganti, un gruppo di rivoluzionari di professione di chiaro stampo marxista. Ma il personaggio più riuscito è senza dubbio l'Amministratore Fiduciario, vero e proprio Machiavelli degli intrighi di corte, astuto, ladro e imbroglione, degna spalla, comunque, dell'altrettanto turpe Re. Quando negli ultimi episodi della serie scoppia la rivolta e la sorte arride agli insorti, l'Amministrazione non esita a cambiare bandiera schierandosi contro il sovrano. Alla fine, dopo la rivoluzione, tutto rimane com'è: il popolo continua a essere sfruttato, l'Amministratore continua a estorcere balzelli, ma questa volta in nome della "repubblica popolare" anziché della monarchia; i poveracci sono rimasti poveracci ma hanno la grande opportunità di essere tutti uguali, e di chiamarsi l'un l'altro "cittadino". La musica, insomma, è sempre quella: sono solamente cambiati i suonatori.
Significativa, a questo proposito, l'ultima scena di "Capitolazione!", l'episodio che chiude la serie delle short-stories. I rivoltosi hanno occupato il palazzo e mandato in esilio il re. "Siamo noi che comandiamo, ora le tasse le pagheranno solo i ricchi", dice il primo rivoluzionari.; "I poveri saranno esentati, solo i ricchi pagheranno a favore dei meno abbienti", dice il secondo. "Una cosa vi è sfuggita - li corregge l'Amministratore, appena passato dalla loro parte - vi dimenticate che ora i ricchi siamo noi". Così l'ultima vignetta della serie ricalca la prima, dalla quale tutto era iniziato. L'Amministratore riscuote i tributi della plebe, ma adesso sul suo cappello è appuntata la stella rivoluzionaria. "Ecco qui, è tutto quanto possiedo, cittadino amministratore", dice il primo dei tartassati. "E che altro ti serve, cittadino straccione? Hai fatto il tuo dovere e puoi morire contento".
Non sfugga la valenza anticomunista di questo finale, così come la lunga serie di malefatte del Re e dell'Amministratore avevano una chiara connotazione anticapitalista. Insomma, se è vero che Maxmagnus è un fumetto che non a caso nasce nel Sessantotto, è vero anche che riesce a far satira in tutte le direzioni, colpendo a destra e a manca senza doppiopesismi né cerchiobottismi. Insomma, se con il Sessantotto va in crisi il principio di autorità e l'imperativo della satira è dissacrare, il sarcasmo di Magnus e Bunker dissacra anche il Sessantotto.
Analizzando il contenuto umoristico, Maxmagnus può essere considerato come la "prova generale" di Alan Ford. Le avventure dell'avido Re Maxmagnus, in quei brevi ma ficcanti episodi che sono un gioiello di sintesi narrativa, sono la più divertente satira politica dei rapporti fra governanti e governati che mai sia stata realizzata. Probabilmente ancora più divertente dello stesso Alan Ford, nel quale la satira politica è solo un elemento di una più ampia satira sociale.
«Il medioevo di Maxmagnus - ha scritto Francesco Manetti sulle colonne del "Fumetto" dell'Anafi - è in realtà l'Italia odierna, dove il cittadino è costantemente tartassato da uno Stato ingordo, qui incarnato dall'Amministratore, che passa il suo tempo a scovare nuovi modi per truffare il popolo e persino Sua Maestà. Due personaggi negativi, due antieroi per una saga dal sapore profetico».
A dar retta al calendario, Magnus & Bunker avrebbero creato la coppia Re-Ministro qualche tempo prima di dar vita ad Alan Ford. Maxmagnus infatti esordì sulle pagine di Eureka nel 1968, mentre le avventure del Gruppo TNT avrebbero cominciato a essere raccontate solamente nel maggio dell'anno successivo. Tuttavia il "prima" ha in questo caso un valore piuttosto limitato, perché se si considera la lunghissima gestazione di Alan - la cui preparazione durò parecchi mesi, come ha più volte testimoniato Bunker - la nascita dei due personaggi può essere considerato un parto gemellare. Si potrebbe dire, con questo, che l'approdo del duo Secchi-Raviola sul pianeta del fumetto comico e satirico era inevitabile, quasi un'esigenza richiesta dalla natura stessa della loro ispirazione. Va del resto segnalato come il marchio di fabbrica dell'osannata coppia Magnus & Bunker è così evidente che non solo il nome del re e del reame (Maxmagnus, appunto) si rifà agli pseudonimi dei due creatori, ma gli stessi personaggi hanno le sembianze del soggettista (il Re) e del disegnatore (l'Amministratore).
Il segno di Magnus ha qui raggiunto la maturità, scivolando in un tratto grottesco e caricaturale che - pur con le successive correzioni - rimarrà per sempre una delle caratteristiche del disegnatore bolognese. Le caratterizzazioni grafiche dei vari personaggi (il re pancione ed ozioso, il rivoluzionario segaligno e con gli occhiali spessi da intellettuale, la plebe cenciosa e ignorante, i banchieri grassi ed eleganti) costituiscono anzi un sicuro elemento della buona riuscita del personaggio. L'episodio del luglio 1970 è l'ultimo della serie: alcuni mesi dopo tutte le avventure del Re e del suo fido amministratore vennero raccolte in volume, ottenendo nel 1971 il "Dattero d'oro" al 24° Salone dell'Umorismo di Bordighera come miglior fumetto dell'anno. Un seguito, tuttavia, ci fu. Alla fine degli anni settanta Bunker tentò infatti di riproporre le avventure di Maxmagnus in una nuova edizione, "rivista e corretta" sotto forma di storie lunghe che però ricalcavano l'intelaiatura di fondo della serie di short-stories. I soggetti erano sempre firmati da Max Bunker, ma i disegni - non essendo Magnus più disponibile - vennero affidati a Leone Cimpellin.

martedì 16 maggio 2017

LIMONOV




Emmanuel Carrère
LIMONOV
Adeplhi
2012, 356 pagine
brossurato, 19 euro


"Eroe canaglia": questa forse la miglior definizione di Eduard Limonov che mi è capitato di leggere. Tutto sta nello stabilire le percentuali: più eroe o più canaglia? Emmanuel Carrére è stato strepitosamente abile nel non tracciare la partizione e nel lasciare che i suoi lettori giudichino da sé. Dirò la mia da ultimo. Prima, consentitemi nel dare dell'eroe a Carrére al cento per cento perché ancora una volta mi ha intrigato e lasciato a bocca aperta. Lo scrittore francese (Parigi, 1957) ha scritto la biografia del regista Werner Herzog (1982), dell'apostolo San Paolo ("Il regno", 2014, dello scrittore Philip Dick ("Io sono vivo, voi siete morti, 1995") e del criminale Jean Claude Romand ("L'avversario", 2000) con il medesimo trascinante coinvolgimento, scrivendo in realtà anche la propria vita. E' incredibile come Carrére riesca a mescolare, con assoluta naturalezza, i fatti della propria esistenza con quelli dei personaggi da lui raccontati. Eppure il confronto funziona ed è funzionale. Dunque, lo confesso, ho iniziato a leggere "Limonov" perché interessato a Carrére. Perché convinto a scatola chiusa che mi sarei appassionato anche alla vita di Limonov, qualunque fosse stata. Ed infatti, così è avvenuto. Nel finale del ponderoso saggio Carrère scrive che ha deciso di occuparsi del poeta-scrittore-politico-avventuriero russo perché ha pensato «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale». E infatti, ecco il vero motivo di interesse del libro: ripercorrere, facendo chiarezza (nei limiti del possibile, dovebdo comunque parlare d'altro, cioè del protagonista) la storia dell'Unione Sovietica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale fino a oggi, ma anche quella delle guerre balcaniche, con lo sfaldamento della ex-Yugoslavia. Eduard Veniaminovich Savenko, questo il vero nome di Limonov (il soppressione gli venne dato negli anni giovanili in cui faceva parte di un ristretto gruppo di poeti di provincia), scrive ancora Carrére, «è stato teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio». Dopo le descrizioni della tristissima e opprimente vita nell'Unione Sovietica di Brezhnev, e la sua fuga un Occidente, stupisce che Limonov abbia potuto fondare un partito "nazional bolscevico" che ha per bandiera quella nazista con la falce e martello al posto della svastica, ma non è l'unica contraddizione, visto i miti di Eduard spaziano da Stalin a Benito Mussolini, dalla Banda Baader-Meinhof ai mistici orientali, da Lenin ai Sex Pistols. Se è per questo, Limonov è anche stato collaboratore de "L'idiot" a Parigi e autore-editore della rivista underground "Limonka" nella Russia post Eltsin e dunque anche un fumettista. Non si riesca a capire come uno possa essere protagonista dei cocktail party a New York e a Parigi e poi si diverta a sparare con la mitragliatrice dalle colline attorno a Sarajevo, combattente tra le file degli assedianti. Difficile conciliare l'uomo che resiste a due anni di carcere sotto Putin, dimostrando fermezza d'animo e personalità da leader, e quello che si abbrutisce con l'alcool barione in Central Park. Limonov poeta e scrittore di talento, Limonov amico di Arkhan. Limonov che difende la Duma assediata e Limonov che simpatizza per i delinquenti. A volte lo si detesta, a volte ci commuove. Innegabilmente alla base di tutto c'è il suo proposito, manifestato fin da giovanissimo, di diventare famoso, di essere un leader, di vedere il suo nome ricordato per sempre. Una volontà di potenza, di superominismo, che lo porta a contraddirsi: disprezza i ricchi perché lui non ha i loro soldi, ma cerca di farli per diventare ricco a sua volta. Non c'è modo di condensare in una sintesi efficace la biografia del protagonista scelto da Carrere, senza dubbio alla fine un "looser" nella Russia di quel Putin suo avversario ma per tanti aspetti simile a lui. Però, seguire Eduard nelle sue vicende serve a ripercorrere, oltre all'avventurosa vita di un uomo, la storia della sua terra e un po' della nostra. Più eroe o più canaglia. Più canaglia, secondo me. Almeno al settanta per cento. Individuo decisamente poco raccomandabile, che però, ed ecco una nuova contraddizione, mi piacerebbe conoscere.

mercoledì 29 marzo 2017

PEANUTS



PEANUTS
UNA STORIA DI LOTTA E DI GOVERNO
di Marco Iacona
Algra Editore
2016, brossura
60 pagine, 5 euro

Colpiscono in questo breve saggio l'agilissimo formato tascabile (11x15 cm) contrapposto alla profondità della dotta disamina, quella che sempre vorremmo veder dedicata a qualunque opera a fumetti. Iacona dimostra infatti, se mai ce ne fosse bisogno, come della comic art si possa parlare con gli stessi strumenti culturali utilizzati per esaminare qualunque altra opera letteraria, anche se si tratta, come diceva Pratt, di letteratura disegnata. Otto brevi capitoli bastano al saggista per offrire una buona introduzione a una lettura consapevole dei Peanuts di Charles "Sparky" Monroe Schulz, partendo da come l'intellighenzia italiana inizia a occuparsene, fin dal 1961 con "I fumetti" di Carlo Della Corte, il primo a parlarne in nel Bel Paese dove ancora Charlie Brown nessuno sapeva chi fosse (benché negli USA venisse pubblicato già da undici anni). Della Corte inserisce i Peanits fra i "fumetti intellettuali", e di lì a qualche tempo (un lustro, più o meno) ne parlano Umberto Eco ed Elio Vittorini ed esce la rivista "Linus". Iacona dimostra come il "conservatore" Schulz fosse anche "rivoluzionario" e in ogni caso descrivesse nelle sue strisce le varie sfaccettature della società americana ma anche universale (o non si spiegherebbe il successo mondiale della serie), consentendo una lettura assolutamente politica dei Peanuts (che comunque non ne esaurisce l'analisi).