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giovedì 27 agosto 2026

ORPOLINA!



 

Pier Luigi Sangalli
ORPOLINA!
Sbam!Libri
2020, brossurato
210 pagine, 13 euro

 

Pier Luigi Sangalli rideva da solo quando gli veniva in mente una gag, racconta chi lo conosceva. E che l’autore fosse innamorato del proprio lavoro e si divertisse a farlo, il lettore lo percepiva, divertendosi con lui. Lo si capisce ancora oggi, nonostante il fumettista lavorasse con i ritmi da Chaplin operaio in Tempi moderni: fino a duecentosettanta tavole al mese. Una catena di montaggio artigianale che non ha spento il sorriso di chi la muoveva. L’editore milanese Renato Bianconi (1928-1993) sembrava dirigere una fabbrica che sfornava albi a getto continuo, e voleva che il suo stabilimento (la Gem, Grafica Editoriale Metro) girasse sempre a pieno regime. Lo staff creativo sosteneva il pesante carico con risultati che, valutati a distanza di mezzo secolo e oltre, lasciano felicemente sbigottiti: disegno essenziale ma mai abbozzato, trame leggere che, rilette oggi, sono uno specchio dell’Italia di allora. Antonio Marangi, titolare della Sbam! Libri a cui si deve l’antologia di racconti a fumetti Orpolina! dedicata ai personaggi a fumetti di Pier Luigi Sangalli (1938-2025), scrive: «Dietro la leggerezza di vicende dedicate comunque a bambini e ragazzi, non è difficile scorgere numerose chiavi di lettura, con riferimenti alla società italiana del tempo e all’attualità». Qualche esempio? Il diavolo Geppo alle prese con la crisi energetica e le fiamme infernali a corto di combustibile; il gatto Felix in cerca di lavoro per le bollette; il maldestro Provolino sfrattato. Gli autori, consuetudine comune all’epoca, non si firmavano. I nomi di Motta, Sangalli, Colantuoni, Dossi, Manfrin, Del Principe, Sbattella sono affiorati in superficie soltanto di recente e oggi, scrive ancora Marangi, «sono stati finalmente tributati loro i sacrosanti riconoscimenti per il grande lavoro». Orpolina! è un benefico tuffo nella memoria di noi bambini dei tempi in cui c’erano ancora le edicole, dove traboccavano i fumetti. Tra questi, quei giornaletti tascabili che, fra gli anni Sessanta e gli Ottanta, si compravano, si scambiavano e si contendevano: Braccio di Ferro, Geppo, Felix, Soldino, Nonna Abelarda, Provolino, Trottolino. Accanto a questi titoli più noti, Bianconi chiedeva varietà. Sangalli rispose con una sfornata di eroi “minori” che questo volume, contenente storie selezionate dallo stesso autore, riporta in luce: il mago Merlotto, il fantasma Eugenio, il biblico Adam, il professor Rotella, l’apprendista stregone Zurlino, il ladruncolo Al Gallina, il super Superboy, l’olimpica Piccola Dea.

Il contributo di Sangalli all’officina bianconiana è spropositato. Luca Boschi ha individuato in lui uno dei principali responsabili della sedimentazione di uno «stile Bianconi»: tratto pulito, gag che stanno in piedi anche lette di corsa sul tram. Sono soprattutto due personaggi “teste di serie” a impegnarlo: Geppo e Braccio di Ferro. Geppo, probabilmente l’unico diavolo buono della letteratura (disegnata e non), era nato da un’idea di Renato Bianconi e Luciano Bottaro. Sangalli lo riprese, ne scrisse le sceneggiature, ne ridisegnò il volto e dal 1961 firmò le copertine fino al 1996. Quanto a Popeye, fu Sangalli a convincere Bianconi ad acquistare i diritti per realizzare storie inedite italiane destinate ai ragazzi. Dal 1963 la maggior parte degli episodi e tutte le copertine fino alla chiusura sono opera sua. Qualcuno ha stimato che il settanta per cento della produzione mondiale di tavole di Popeye si debba a Sangalli.

Il titolo Orpolina! si riferisce alla tipica espressione di disappunto o di sorpresa di Mago Merlotto, a cui vengono dati l’onore della copertina e l’onere di aprire il libro. Merlotto è una parodia di Merlino, soprattutto quello disneyano di La spada nella roccia: strampalato e incapace di valutare le conseguenze delle proprie azioni. Vive in un Medioevo senza tempo con il gufo Filomeno, più sveglio di lui. Eugenio è uno spettro di animo gentile, a tutti gli effetti il fantasma di un morto che non ha imparato a spaventare la gente, comprimario delle storie di riempimento, senza serie autonoma, ma con un nome e delle caratteristiche che restano in testa. Adam arriva più tardi, negli anni Novanta, quando Sangalli si concede personaggi più audaci. Cavernicolo e primo uomo insieme: la Genesi fonte di gag a raffica senza soggezione alcuna. Piccola Dea è della stessa stagione: divinità dell’Olimpo in miniatura, figura femminile rara in un catalogo sostanzialmente maschile. Oggi, secondo la mistica del politicamente corretto e il terrore di far leggere ai bambini qualcosa che possa offendere qualcuno, personaggi come Geppo (diavolo buono, quindi diavolo), Eugenio (fantasma, quindi morto che cammina) e Adam (protagonista di vicende bibliche messe alla berlina) non potrebbero finire in mano ai ragazzini. Allora, invece, si leggevano senza traumi e senza avvertenze, e si rideva. Roba dell’altro mondo in quello che era, appunto, un altro mondo.

Pier Luigi Sangalli ha premesso una Nota dell’Autore che riporto qui di seguito per intero:

Nota dell’autore

Ho accolto con piacere l’idea di raccogliere in un volume dedicato le storie dei personaggi che ho creato e disegnato nell’arco di 40 anni per l’editore Renato Bianconi.

Il loro scopo era quello di “staccare” ogni tanto la lettura delle storie del personaggio titolare dell’albo, Geppo, e rendere la pubblicazione più ricca e piacevole. Poiché questi personaggi venivano però spesso sostituiti con altri nuovi, nella lunga vita di Geppo essi sono andati via via formando una numerosa schiera.

Cercando in archivio quelle che ho ritenute giuste per questo volume, mi sono accorto che le storie sono ambientate, oltre che nei nostri tempi, in epoche diversissime, che vanno addirittura dalla creazione del mondo (Adam), al Medioevo (Zurlino), fino al futuro, con la possibilità di viaggiare in altre galassie (Superboy). E tutto questo passando tra curiosi fantasmi e maghi capaci di modificare la realtà!

Una buona lettura!

Pier Luigi Sangalli

domenica 8 febbraio 2026

ANDRA’ TUTTO BENE

 


 

Leo Ortolani
ANDRA’ TUTTO BENE
Feltrinelli
2020, cartonato
530 pagine, 22 euro


La sera di sabato 7 marzo 2020, Giuseppe Conte annunciava che quattordici province italiane sarebbero state dichiarate “zona rossa” per contrastare la diffusione di un virus che si stava dimostrando molto contagioso. Tra queste c’era anche Parma, dove vive Leo Ortolani, “uno dei più importanti e apprezzati fumettisti italiani”, come spiega una nota in appendice a “Andrà tutto bene”. Ho scritto in “appendice” per restare in tema con l’argomento medico-sanitario del libro, naturalmente. Altrettanto naturalmente, l’argomento è quello del lockdown conseguente alla pandemia dal coronavirus Covid-19. Il termine “pandemia” sottintende che il problema riguardava mezzo mondo, compreso dunque il sottoscritto: a mia volta, infatti,  la sera di quel sabato di marzo, al pari di Ortolani, apprendevo che si stava dichiarando off limits anche l’intera Lombardia. Il decreto governativo avrebbe portato la data del giorno seguente, domenica 8. 
Nei miei programmi, il lunedì ancora successivo avrei dovuto trovarmi dietro la mia scrivania, nella redazione della Sergio Bonelli Editore, per occuparmi delle uscite in edicola del parco testate legato a Zagor. Ero a casa, come tutti i weekend, lontano dalla Lombardia: ho capito che se non fossi tornato a Milano prima che chiudessero il cancello, mi sarebbe stato impossibile svolgere il mio lavoro di editor in via Buonarroti. Così, mentre centinaia di persone cercavano di lasciare la città in fuga scapiccolata in direzione Sud, io risalivo verso Nord. Ho trascorso l’intero lockdown da solo, lontano dai congiunti e dalla fidanzata, rintanato nel mio bilocale milanese, da cui uscivo ogni mattina per raggiungere a piedi l’ufficio semideserto, con la gran parte dei colleghi che lavorava in smart working (io lo smart working non l’ho mai sopportato, mi  ritengo un animale da redazione). Ma non sono qui per parlare di me, ma di Leo Ortolani (di cui, peraltro, su questo blog ho parlato spesso). 
Dunque, mentre io facevo vita solitaria in Lombardia, Ortolani si ritrovava segregato con la famiglia. Scrive: “Veniamo sommersi da un’ondata di virologi, fabbricanti di mascherine, esperti di mascherine, carenza di mascherine, l’amuchina come fosse il Graal, corridori, complottisti, portatori di cane, appassionati di crostate, autocertificazioni e morti. Tanti morto”. Passano due mesi così, e Leo comincia a raccontare il proprio lockdow a fumetti, con vignette pubblicate in Rete. “Ogni giorno ho realizzato una striscia sull’emergenza da Covid-19. Ogni giorno ho cercato di far sorridere i lettori, come se la striscia fosse una pillola di zucchero per togliersi di bocca il sapore della tragedia. Mi piace pensare che abbiano aiutato”. In tutto, i giorni di quarantena sono cinquantasette, e le strisce altrettante. Il diario quotidiano di Ortolani si interrompe con il passaggio alla Fase 2. Ci sarebbero state, purtroppo, molte altre fasi, drammatiche e grottesche al tempo stesso, ma “Andrà tutto bene” si conclude con il 3 maggio. Il cartonato che raccoglie le strisce disegnate durante la Fase 1 è datato luglio 2020, praticamente è un instant book. Rileggerle a distanza di tempo fa una strana impressione, suscita ricordi, smuove barconi abbandonati, forse si sorride meno di quanto facevamo in corso d’opera. Il talento di Ortolani resta straordinario: catartico humor nero (a volte nerissimo), satira di costume, sbeffeggiamenti politici, autoironia, tempi comici perfetti. Il tutto senza ricorrere al complottismo (perfettamente comico esso stesso). 
E io? Scusate se torno a parlare di me, ma sicuramente sarete curiosi di sapere che cosa ha pubblicato in Rete il sottoscritto, tutti i giorni, durante il lockdown. Ecco, ho intrattenuto i miei follower su Twitter (quando ancora si chiamava così) twittando quotidianamente aforismi (finiti raccolti in un volume intitolato “Mi ritiro per delirare”) e epigrammi (dati alle stampe in una silloge, “Versacci”). Dato che se ne presenta l’occasione, riporto qui di seguito una selezione dei primi, che sono comunque tutti reperibili sul mio blog nel post “Andrà tutto beh"). Anche a me piace pensare che abbiano aiutato.


ANDRA' TUTTO BEH


Un altro virus al coronavirus: “complimenti per la trasmissione”.

Sopravviveranno solo gli asociali.

Ma chi manifesta i sintomi, si può definire manifestante?

“Abbiamo fatto le analisi e lei risulta non avere il coronavirus ma la leucemia fulminante.” “Che culo!”

Essere ignoranti come capre non ci darà l’immunità di gregge.

Una volta delle città si sapeva dire il nome dello stadio o dell’aeroporto, adesso dell’ospedale.

E io che pensavo che la pandemia forse un dolce come il pandoro, il panettone, il panforte e il pan di Spagna.

Si scoprirà presto che i contagiati sono solo quelli con Saturno contro.

Ma un bel contagio di ninfomania, non era meglio?

Si scoprirà che hanno diffuso il coronavirus per distrarci dalla meteora in arrivo.

L’Epidemia tutte le feste si porta via.

Siccome si può avere il virus senza sintomi, stare bene non promette niente di buono.

Il coronavirus passerà alla storia come il primo virus trasmesso dallo spritz.

Due sono stati i grandi temi dell’informazione durante il lockdown: il numero di morti da Covid e quando sarebbe ripreso il campionato di calcio.

Ma se mi facessero il tampone, potrei dire di essere stato tamponato?

La pandemia mi ha fatto scoprire città che non avevo mai sentito nominare prima: Codogno e Wuhan.

Sono contento di star male con un sacco di sintomi fastidiosissimi che però non assomigliano a quelli del coronavirus. 

Quando andavo a scuola io, le epidemie non succedevano mai.

Il focolaio domestico.

Chi vive la quarantena separato dall’anima gemella, passato il pericolo si sposa. Chi la vive in casa con lei, passato il pericolo divorzia.

Pur di avere qualcosa da fare in casa ho lavato anche i piatti puliti.

Se continuo a ingrassare, quando finirà la quarantena non potrò uscire perché non passerò dalla porta.

Stando tutti in casa risolveremo il problema del coronavirus, ma arriverà quello delle piaghe da decubito.

Tifo per il papa che prega per la fine della pandemia come per lo stregone che fa la danza della pioggia davanti a tutta la tribù speranzosa, e non piove.

Papa sta bene e vuole che d’ora in poi lo si chiami Sua Sanità.

Quando esco di casa spero che la polizia mi fermi, così almeno scambio due parole con qualcuno.

Una conseguenza positiva c’è: vietate le riunioni di condominio.

Ma i virus avranno virus più piccoli che li contaminano? 

Quando si dice che l’epidemia sta raggiungendo il picco, significa che cominceranno ad ammalarsi quelli in montagna?

La chiamano Fase 2 per non chiamarla Lato B, che darebbe meglio l’idea.

Per Pasquetta farò una gita fuori porta fino al sesto piano del palazzo lungo le scale.

Bisogna evitare i luoghi troppi frequentati. Le edicole e le librerie, perciò, vanno benissimo.

Lockdwn. I fumetti continuano a uscire. Beati loro.

La piccola soddisfazione di pensare che se il paziente muore, muore anche lo stupidissimo virus.

Però, dai, meglio morire in una catastrofe epocale piuttosto che inciampando come scemi su uno scalino.

Come dolce pasquale invece delle colombe ci vorrebbero le pipistrelle.

Ma di amuchina quanta se ne deve bere, per immunizzarsi?

Il Tocilizumab era un farmaco usato anche dagli antichi Aztechi.

Secondo me il collutorio Listerine stermina più virus dell’amuchina.

State in casa! “Obbedisco!” (Giuseppe Garibaldi) 

Muoiono i già gravi di altre patologie. “Virus, tu uccidi un uomo morto!” (Francesco Ferrucci) 

Il virus uccide anche gli studiosi. “Eppur si muore...” (Galileo Galilei) 

Contagi anche tra famigliari. “Tu quoque, Brute, infetti mi?” (Giulio Cesare)

Se il virus fosse stato inventato nei laboratori cinesi sarebbe la prima cosa inventata senza copiare.

C’è un altro virus cinese su cui occorrerebbe indagare: quello che nell’antichità trasformò un intero esercito in terracotta, il cui caso venne insabbiato.

Coronavirus: ecco a che cosa serviva la muraglia cinese.

Divertenti le scene viste in Rete in cui gli italiani si accaparrano la pasta. I cinesi hanno riso.

giovedì 23 ottobre 2025

L’ORIZZONTE DELLA NOTTE

 
 
Gianrico Carofiglio
L'ORIZZONTE DELLA NOTTE 
Einaudi
2024, brossurato
284 pagine, 18.50 euro

Chissà se i gialli di Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) si possono definire “police procedural”, e chissà se l’autore sarebbe d’accordo. Con la competenza che gli deriva dall’essere un ex magistrato, Carofiglio racconta le indagini del suo personaggio più fortunato, l’avvocato Guido Guerrieri, spiegandone mosse in ambito giudiziario, nei corridoi e nelle aule dei palazzi di giustizia o nelle sale riservate ai colloqui con i detenuti nelle carceri, in modo dettagliato e ben documentato, a vantaggio del coinvolgimento del lettore nelle vicende. 
Di Carofiglio e di Guerrieri abbiamo parlato in altre occasioni, una delle quali è la recensione de "La regola dell'equilibrio", che potete trovare cliccando qui
Per giustificare l’etichetta di “procedural” serve, a questo punto, citare lo scrittore Ed McBain il quale, nel 1956, con un romanzo intitolato “L’assassino ha lasciato la firma” inaugurò la serie dell’87° Distretto, che avrebbe finito per contare una sessantina di titoli. Una serie che cominciò a dipanarsi dopo che l’autore ebbe visitato le sale-agenti dei Dipartimenti di polizia, i tribunali, i laboratori della scientifica, le stanze dei confronti all’americana, il carcere di S. Quintino: il lettore che ne segue gli episodi trova riprodotti sulle pagine addirittura i fac-simile dei moduli e degli stampati in uso presso le Centrali, i bloc-notes dei poliziotti, le fotografie degli schedari. E le indagini vengono seguite passo dopo passo lungo l’itinerario di ricerche e di interrogatori tipico degli investigatori delle grandi città americane. Prima di McBain c’erano stati anche (pochi) altri che avevano scritto “police procedural” ma soltanto con l’87° Distretto protagonista dei romanzi non è più solo un investigatore, ma un’intera squadra di poliziotti, ognuno con le proprie caratteristiche, i propri pregi e  difetti. 
Di uno di questi romanzi, “Allarme: arriva la madama” potete leggere la mia recensione cliccando sul titolo.
Le pagine di McBain sono popolate di personaggi vivi, problematici, coinvolgenti, dotati di un tale spessore psicologico da far sembrare fredde pedine di una scacchiera i protagonisti dei gialli di Agatha Christie nei suoi gialli. “Sono del parere che le uniche persone qualificate per trattare con i criminali sono i poliziotti”, dichiara McBain in una intervista. “Nella realtà, se un investigatore privato trova un cadavere chiama subito la polizia. Gli investigatori privati si occupano di mariti infedeli. Gli investigatori delle compagnie di assicurazione si trovano raramente coinvolti in omicidio. E sicuramente le vecchie signore che vivono in una casa di campagna in Inghilterra non ci si trovano mai coinvolte”. Ecco, mi pare che Carofiglio sia della stessa idea, dato che Guido Guerrieri non è un investigatore privato ma un avvocato (dunque un addetto ai lavori), e dato che lo scrittore ha al suo attivo un’altra serie gialla dedicata a Pietro Fenoglio, maresciallo dei carabinieri, che conta finora tre romanzi (tra cui “L’estate fredda”, recensito su questo blog).
Da notare che anche Ed McBain è autore di una serie con protagonista un avvocato, Matthew Hope, che conta tredici titoli. “L’orizzonte della notte” è invece il settimo romanzo con Guido Guerrieri, legale barese dalla vita tormentata e dalle troppe elucubrazioni esistenziali. Il personaggio, peraltro, va dallo psicanalista Carnelutti nel cui studio si lascia andare in divagazioni filosofiche e letterarie, è caduto in una depressione che neppure il lavoro e la sua sacca da pugilato riescono ad alleviare. E’ invecchiato, dice di aver paura della morte e giunto alla soglia dei sessant’anni, per di più,  viene lasciato dalla fidanzata Annapaola, mentre la sua storica ex, Margherita, muore in seguito a una grave malattia. Il caso di cui Guido è chiamato a occuparsi, coinvolto dal suo più caro amico, Ottavio, gestore dell'Osteria del Caffellatte, una libreria “notturna”, riguarda Elvira Castell, affascinante e inquietante al tempo stesso, accusata di aver ucciso l'ex cognato Giovanni Petacci, ritenuto dalla donna responsabile del suicidio della sorella gemella Elena, che dal marito era stalkerizzata. Elvira non nega di aver sparato, ma afferma che si è trattato di un omicidio accidentale avvenuto durante un litigio, per legittima difesa. Il punto da dirimere è appunto questo: la Castell ha premeditato o no il suo gesto? Ci sono altri interessi in ballo, come l’eredità dei beni di Elena, o davvero alla base del delitto si possono individuare soltanto i rapporti tesi fra Elvira e il Petacci, sicuramente un violento? I dubbi sono tanti, l’atteggiamento dell’imputata è ondivago e a tratti irrazionale, tuttavia Guerrieri svolge in modo impeccabile le indagini e la difesa. Il finale è amaro, coerentemente con il sottotono della narrazione, più malinconica e meno brillante del solito, in ragione delle inquietudini del protagonista che comincia a meditare di lasciare l’avvocatura. Dispiace un po’ questa evoluzione-involuzione di un personaggio in crisi per scelta dell’autore, il quale continua però a dare sfoggio di stile, con la sua scrittura limpida, e incantevolmente essenziale e profonda al tempo stesso.


lunedì 28 luglio 2025

OTTO MONDI

 


Marco Tonarelli
OTTO MONDI
Melchisedek
2024, brossura
420 pagine, 24 euro

Pratese, classe 1972, Marco Tonarelli è un avvocato con la passione per la scrittura e “Otto mondi” è la sua opera prima. Cultore di filosofia, mitologia, esoterismo e delle tematiche misteriose in generale, ha riversato nel suo romanzo l’intero campo dei propri interessi e in ogni capitolo si fanno riferimenti a fatti storici, leggende e credenze, luoghi esistenti e continenti perduti, antichi ermetismi e scuole filosofiche, personaggi reali e sorprendenti incarnazioni di minacciose entità immaginarie - ameno, si spera che immaginarie lo siano, visto che il confine mito e realtà viene inteso come molto sottile. Confine che l’autore probabilmente sposta più indietro di quanto potremmo essere disposti a fare noi, ma non è necessario credere agli antichi astronauti o alle teorie (in verità molto affascinanti) di Graham Hancock per leggere un romanzo d’avventura alla Dan Brown. Tonarelli propone  più piani di interpretazione e ogni lettore può scegliere quello che gli è più congeniale. Volendo usare la chiave  di lettura dell’evoluzione spirituale, “Otto mondi” esplora temi profondi come la contrapposizione tra il trascendente e la realtà materiale, l'evoluzione della coscienza umana, il controllo occulto della società e la ricerca della verità nascosta dietro ai miti. La narrazione intreccia elementi di thriller, fantascienza e storia alternativa, suggerendo che molti monumenti antichi e tradizioni spirituali celino conoscenze tecnologiche e cosmologiche avanzate ereditate da civiltà extraterrestri. Il tutto mescolando archeologia megalitica e fantarcheologia, fantascienza e mitologia, new age ed esoterismo, la leggenda della linea di San Michele e la credenza nei flussi energetici sotterranei che attraversano la Terra,  l'alchimia e la numerologia (soprattutto legata al significato esoterico del numero otto), ma anche non banali riferimenti alla fisica quantistica. Un prezioso glossario finale fa da guida alla lettura. 
I punti di riferimento sono i già citati Dan Brown e Graham Hancock, ma se ne ritrovano altri in Martin Mystére (un personaggio a fumetti molto caro a Tonarelli), James Redfield (“La profezia di Celestino”) e Indiana Jones. “Otto mondi”, insomma, può essere inteso come romanzo iniziatico così come racconto d’avventura pieno di colpi di scena, lo è stile accessibile e scorrevole, adatto sia al lettore in cerca di evasione sia a quello più attento ai simbolismi, c’è una buona coerenza interna e una lodevole chiarezza nell’esposizione delle dottrine esoteriche. Alcuni passaggi esplicativi risultano didascalici, ma sono funzionali all’obiettivo divulgativo, l’intreccio ha un efficace equilibrio tra fiction e concetti sapienziali. L’autore dimostra passione e competenza, e trasmette al lettore il fascino della ricerca interiore e della conoscenza perduta. 
Il romanzo inizia con  il protagonista, il giovane avvocato Andrea Tusco, che ricorda l'infanzia legata al nonno Riccardo, il quale gli raccontava storie affascinanti su Ermete Trismegisto, il "Tre volte Grande”, introducendolo al principio ermetico "come in alto, così in basso". Questo ricordo diventa fondamentale quando, al compimento dei trent'anni, Andrea riceve una convocazione da un notaio che gli consegna un lascito del nonno: una lettera sigillata con ceralacca e un cofanetto di legno contenente una moneta d'oricalco. La lettera rivela verità sconvolgenti sulla famiglia Tusco e sulla Confraternita dei Figli di Thoth, un'organizzazione segreta nata ad Atlantide per preservare le antiche conoscenze e opporsi a una minacciosa razza che da millenni domina segretamente l'umanità. Da qui inizia una sarabanda di avventure che portano Andrea Tusco da Lucca a Torino, dal Cairo al Castel del Monte, castello non per caso di forma ottagonale, scelto come luogo simbolico carico di significato esoterico e geometrico. Al viaggio geografico, nello spazio, si alternano flashback, viaggi nel tempo, in cui si narrano avvenimenti avvenuti millenni o secoli prima del nostro presente. Infine, nel romanzo è presente un riferimento diretto a Gavinana, descritto come un luogo simbolico della memoria e delle radici legato alla storia familiare del protagonista. Si dà il caso che il piccolo borgo sulla Montagna Pistoiese sia anche il luogo dove sono nato anch’io e a pagina 58 mi si cita come buon amico di Andrea Tusco e si descrive la mia casa. Tuttavia, giuro, non è per questo che parlo bene del romanzo di Marco.


martedì 20 maggio 2025

NERO: OSCURATO IL SOLE E SPENTE LE STELLE

 


Emiliano Mammucari
Matteo Mammucari
Alessio Avallone
NERO: OSCURATO IL SOLE E SPENTE LE STELLE
Sergio Bonelli Editore
2022, cartonato
80 pagine, 17 euro


“Una fortezza chiamata Tell Bashir esiste davvero e si trova a sud-ovest di Edessa. Era un nome troppo bello per abbandonarlo alle sabbie del tempo”. Così concludono la loro postfazione Emiliano e Matteo Mammucari, creatori della saga di Nero e sceneggiatori di questo secondo episodio, come del primo. Primo che era stato disegnato dal solo Emiliano, mentre il volume di cui vedete in alto la copertina porta la firma, per la parte grafica, del bravo Alessio Avallone, perfetto nell’inserirsi senza attriti di sorta in una narrazione già iniziata da altri. Della puntata precedente, intitolata “Così in terra” ci siamo già occupati in questo spazio: cliccate sul titolo per leggere la recensione che commenta l’inizio della saga.
Tell Bashir, dicevamo: un nome che soltanto a pronunciarlo evoca ciò che i disegni ci mostrano fin dalla seconda tavola, una fortezza araba nel deserto siriano, assediata dai franchi durante la terza Crociata e, apparentemente, destinata a cadere. Giova ribadire quel che avevamo segnalato in precedenza: la grande importanza della colorazione in supporto e valorizzazione dei disegni, proprio come strumento della narrazione (questo secondo episodio è colorato da Luca Saponti, già colorista del primo volume, e da Adele Matera); al contrario, la non importanza dell’aspetto religioso nella caratterizzazione degli eserciti in campo e degli eroi, tutti rivali fra loro o disposti ad allearsi, nonostante la fede, mossi da interessi e scopi personali, sulla scorta di avvenimenti del passato che continuano a guidare le loro scelte e le loro azioni. Il fatto che si parli di crociati e di musulmani non ha grande rilevanza, potrebbe trattarsi della guerra fra Sassoni e Normanni, o fra Mongoli e Cinesi, o fra Russi e Teutonici. “Oscurato il sole e spente le stelle” chiarisce meglio le caratteristiche dei personaggi. Nero, guerriero arabo ma cane sciolto, reca sulla fronte una cicatrice che ricorda un rito a cui fu sottoposto da bambino dal suo stesso padre che voleva immolarlo a un Djinn, un demone nascosto nella misteriosa Grotta del Sangue, rito che non finì bene e che l’indisciplinato eroe vorrebbe non si ripetesse mai più; lo Straniero, combattente cristiano disertore, segnato sul corpo a sua volta dagli artigli dello stesso demone, vuole invece che questi venga nuovamente evocato perché si metta al suo servizio; il Qadi, signore di Tell Bashir e zio di Nero, ritiene l’aiuto del Djinn l’unica speranza per salvare la sua fortezza; la Nizarita, una sorta di ninja musulmana, ha un conto aperto con Nero e lo vuole uccidere approfittando del trambusto. Tutti costoro si ritrovano alla Grotta del Sangue a breve distanza di tempo l’uno dall’altro, e sembra che uno di loro abbia iniziato il rito...

sabato 22 giugno 2024

LE AVVENTURE DI OLIVER TWIST

 


 
 
Charles Dickens
LE AVVENTURE DI OLIVER TWIST
Rizzoli
brossurato, 1981
482 pagine, 5000 lire

Ci sono romanzi che si leggono da ragazzi e che poi, rileggendoli da adulti, sembrano tutt’altra cosa. “Le avventure di Oliver Twist” (o più propriamente “Oliver Twist”, dato che questo fu il titolo originario) è uno di questi. La prima impressione che ho ricavato dalla rilettura è che non si tratti in nessun modo di un libro per ragazzi. Perché accidenti mi venne dato in mano mentre frequentavo le elementari? Con ogni probabilità lo ebbi in regalo in una edizione purgata ed edulcorata, resta il fatto che veniva ritenuto un classico della letteratura per giovanissimi, al pari di “Pattini d’argento”, “Pel di Carota” e “Pollyanna”. A scanso di ogni equivoco, Charles Dickens si rivolgeva a un pubblico adulto. 
In secondo luogo, mi sono meravigliato di come Oliver Twist, il ragazzino il cui nome dà il titolo al romanzo, non ne sia il personaggio principale. Anzi, fra tutte le figure vividamente descritte e caratterizzate dall’autore, Oliver è la più sbiadita e insignificante. A pensarci bene, è addirittura la meno probabile: come può un bambino cresciuto in un orfanotrofio fra digiuni e percosse, restare incorrotto e incorruttibile, nutrire solo buoni sentimenti, dimostrare tutte le doti del figlio perfetto, proporsi come creatura adorabile? Se c’è un motivo per cui Oliver può attraversare l’inferno senza coprirsi di fuliggine, Dickens non ce lo spiega: non partecipiamo mai davvero ai pensieri del ragazzo, che sembra solo messo lì a dimostrare la cattiveria altrui. Vero è, tuttavia, che Oliver Twist è il primo bambino protagonista di un romanzo in lingua inglese. 
Ciò detto, il romanzo dello scrittore britannico, uscito a puntate mensili tra il 1837 e il 1939 sulla rivista “Bentley’s Miscellany” (e subito raccolto in volume), è ricchissimo di personaggi memorabili che sviluppano una trama non soltanto avvincente ma anche pregna di denunce sociali. L’affresco della Londra della prima metà dell’Ottocento è sconvolgente e drammatico, soprattutto antiromantico e contro ogni retorica celebrativa. La vita quotidiana per le strade sporche affollate di poveri, orfani, ammalati e criminali, affollate di una umanità disperata e abbrutita è descritta senza edulcorazioni, se non quelle riservate al sesso (prostituzione, promiscuità) a cui si allude senza esplicitare ciò che è comunque immediatamente chiaro. Lo stesso Oliver nasce da una relazione extraconiugale. Ci sono pagine crudelissime, come quella dell’uccisione di Nancy da parte di Bill Sikes, la morte dello stesso Sikes, l’impiccagione di Fagin, ma anche, nelle pagine iniziali, la fine di stenti di una giovane donna la cui madre anziana si chiede perché sia morta la figlia e non lei. 
Un’altra caratteristica del romanzo che mi è balzata agli occhi rileggendolo è il ricorso da parte dell’autore, assai più frequente di quanto si possa immaginare, al sarcasmo e all’ironia nel farsi beffe dell’ipocrisia della società dell’epoca, del suo sistema assistenziale ed educativo, ma anche di quello giudiziario. 
Personaggi memorabili, si diceva, e già ne abbiamo citati tre: il crudele Sikes, ladro e assassino; Nancy, la prostituta uccisa perché voleva redimersi; Fagin, il reclutatore di ragazzini da avviare sulla strada del crimine. Ma possiamo aggiungerci l’Artful Dodger, tradotto a volte maldestramente come “Trappolone” o più congruamente “l’Astuto Briccone” in altre occasioni; Monks, che trama perché il passato della madre di Oliver (Agnes Fleming, morta nel partorirlo) non venga mai scoperto; mister Bumble e sua moglie, la signora Corney, squallidi e corrotti nonostante la loro apparenza di persone per bene e i loro incarichi pubblici. Si sono discusse e studiate le fonti di ispirazione da cui Dickens attinse (per Fagin è stato citato lo Shylock di Shakespeare), resta il fatto che la rielaborazione dell’autore dà frutti originali. E poi i “buoni”(fin troppo buoni, in verità) mister Brownlow, che alla fine adotta Oliver, e miss Rose Maylie, che si rivela essere sua zia per una serie di acrobazie dell’intreccio da feuilleton. Senza che Dickens faccia professione di fede, ci si vede lo zampino della Provvidenza e alla fine i buoni ottengono la loro giusta ricompensa e i cattivi la sacrosanta punizione. In questo, l’ l’autore (di cui “Oliver Twist” è un’opera giovanile, essendo stata scritta a venticinque anni di età, lui nato nel 1812) rivela sua concezione, tutto sommato vittoriana, del bene destinato alla vittoria sul male attraverso una faticosa redenzione. 
Ho usato la parola “feuilleton”: non va infatti dimenticata la formula della pubblicazione a puntate, che creò (sarebbe accaduto anche in seguito per altre opere di Dickens) una forte attesa da parte dei lettori, con tentativi da parte di alcuni di scrivere finali alternativi prima che uscisse quello ufficiale, e critiche da parte di detrattori (mi ricorda qualcosa) a cui lo scrittore cercava di rispondere e che gli davano un feedback immediato in corso d’opera. Chissà se Dickens ne fu influenzato.


lunedì 4 marzo 2024

L’OCEANO DEI VELENI

 


Alfredo Castelli
Giancarlo Alessandrini
L’OCEANO DEI VELENI
Sergio Bonelli Editore
Cartonato, 2022
242 pagine, 24 euro

Questa lunga storia del Detective dell’Impossibile, raccolta in un unico volume cartonato destinato alla distribuzione libraria, apparve per la prima volta in edicola tra l’aprile e il giugno del 1991 sugli albi mensili n° 109, 110 e 111 di Martin Mystère. Secondo Alfredo Castelli (1947-2024), autore (oltre che della sceneggiatura) di una esaustiva presentazione, si tratta del capolavoro grafico di Giancarlo Alessandrini (1950) per il suo “uso dei bianchi e dei neri davvero sapiente”. Si potrebbe discutere se in altri casi Alessandrini sia stato ancora più sapiente, ma che le tavole de “L’oceano dei veleni” siano magistrali non c’è alcun dubbio. Colpisce l’aneddoto che Castelli racconta a proposito dell’ingresso del disegnatore nello staff del “Corriere dei Ragazzi”, nella cui redazione i due si incontrarono. Correva l'anno 1972, e Giancarlo era venuto a Milano accompagnando un professionista già affermato che cercava lavoro. Lui, poco più che ragazzino, aveva portato dei suoi schizzi per farsi dare dei consigli da qualcuno degli illustratori che fossero stati presenti in sede. Risultato, il professionista viene bocciato, mentre del ragazzino Aldo Di Gennaro dichiara: “Ehi! Abbiamo qui un talento naturale!”. Così Alessandrini torna a casa con già una prima sceneggiatura da disegnare. “L’oceano dei veleni” riporta Martin Mystère sulle isole del Pacifico (il primo arcipelago nelle cui acque cui vediamo il Detective dell’Impossibile, una volta tanto in vacanza, immergersi con Java per fare riprese subacquee è quello delle Samoa), e non mancano i riferimenti a precedenti avventure in Oceania, che spiegano il legame psichico
che si stringe fra lui e un nativo (siamo in zona “terzo occhio”, quella “mistica” della saga martinmysteriana), legame da cui prende le mosse il coinvolgimento del BVZM in un losco intrigo internazionale. Siamo ancora in clima di Guerra Fredda e c’è di mezzo il recupero di un satellite americano che non avrebbe dovuto esserci, abbattuto in mare da un satellite killer sovietico, il quale a sua volta non avrebbe dovuto esserci. Però le cose si complicano allorché quale nave incaricata dell’operazione viene scelta una utilizzata da compagnie senza scrupoli per seppellire nelle profondità oceaniche rifiuti tossici, che devono essere rapidamente affondati in basse acque coralline. Da qui una strage di nativi, che nessuno bloccherebbe se Martin non intervenisse. La sceneggiatura di Castelli trae origine da un soggetto” di Elio Ottonello (1954), laureato in biologia marina, scrittore di romanzi, attivo collaboratore del BVZA quando si tratta di indagare sui misteri del mare (suoi gli spunti di altre storie mysteriose sull’argomento). Una piacevole e avvincente rilettura. Ah, ci sono due vignette con Diana in topless (all'epoca si poteva). Stefania Divertito e Marco Gisotti, giornalisti ambientali, firmano, in apertura di volume, un saggio di approfondimento scientifico sull'inquinamento degli oceani.


domenica 25 febbraio 2024

L'OMBRA DEL PIPISTRELLO



 

Roberto Recchioni
Werther Dell'Edera
Gigi Cavenago
L'OMBRA DEL PIPISTRELLO
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2023
218 pagine, 26 euro
Sergio Bonelli Editore e DC Comics insieme per realizzare tre team up fra alcuni dei loro personaggi: abbiamo visto una storia in cui Zagor incontra Flash, una seconda dove Nathan Never si unisce alla Justice League ed ecco la terza con Dylan Dog e Batman alleati per far fronte a minacce comuni. Tra le tre avventure, pensate per allargare le rispettive platee oltre che per divertire, questa con l'Indagatore dell'Incubo e il Cavaliere Oscuro è quella in cui si avverte meno la distanza tra il modo di raccontare dei comics americani e lo standard bonelliano. Se "La scure e il fulmine" (2022) assomigliava più a un fumetto DC, nel format grafico e narrativo (e cioè sembrava più una storia di Flash che una di Zagor, pur nel rispetto dell'eroe nolittiano), "L'ombra del pipistrello" potrebbe, per molti versi (anche se, inevitabilmente, non in tutti), apparire pienamente una avventura di Dylan, pur sui generis, dato che siamo stati abituati alle più diverse interpretazioni grafiche dell'inquilino di Craven Road e quella di Gigi Cavenago e Werther Dell'Eders non è certo la più fuori registro che ci è stata proposta. Ma, allo stesso tempo, anche i lettori americani potrebbero dire lo stesso, immagino, della versione di Batman che lo staff italiano ha confezionato per loro. Impresa di non poco conto. Tanto di cappello, peraltro, a Roberto Recchioni che, dimostrando di conoscere bene tanto Dylan quanto Bruce Wayne, riesce magistralmente a fondere i rispettivi universi, per cui a incontrarsi non solo soltanto i due titolari di testata ma anche i loro rispettivi più grandi nemici, Xabaras e il Joker. E non finisce qui: del cast fanno parte Bloch e l'omologo commissario Gordon, Groucho e Alfred Pennyworth (il maggiordono di Bruce Wayne), Killer Croc (alias Waylon Jones) e Killex, Madam Trelkovski e John Constantine, che mandano Dylan Dog all'inferno (nel senso letterale dell'espressione) per controllare se un trapassato sia ancora al proprio posto o qualcuno, come purtroppo è, lo abbia fatto risorgere. Ci imbattiamo pure in Jason Blood, parte umana del demone Etrigan, e dopo aver visitato Londra veniamo trasportati anche a Gotham City (sì, l'Indagatore dell'incubo prende anche l'aereo, eccezionalmente). La scena più divertente, per me, resta quella in cui Dylan va a letto con Selina Kyle, senza sospettare (almeno così sembra) che si tratti di Catwoman, neppure quando lei lo graffia. Certo, chi non conosca bene l'universo DC e poco o nulla sappia dei personaggi che Batman si porta dietro andando a suonare il campanello di Craven Road potrebbe fare un po' di fatica a barcamenarsi ma, tutto sommato, l'avventura è godibile anche per i non adepti. Brillanti i dialoghi, le battute di Groucho fanno ridere, Dylan sopravanza Batman quanto a ironia e autoironia, il Pipistrello del resto fa il Cavaliere Oscuro come da contratto, i rispettivi nemici sono tutti temibili e non ci sono primi della classe. Esperimento, dunque, perfettamente riuscito.

sabato 20 gennaio 2024

DINOSAURI CHE CE L'HANNO FATTA

 


Leo Ortolani
DINOSAURI CHE CE L'HANNO FATTA
Laterza
cartonato, 2020
138 pagine, 15 euro
 
Ogni volume a fumetti di Leo Ortolani sorprende e diverte (personalmente sono stato sorpreso anche dall'insolito editore, Laterza) e anche questo dunque fa molto ridere (in questo non è una sorpresa, in effetti). La quarta di copertina mette in chiaro il carattere divulgativo dell'opera: vi si parla del regno dei dinosauri, "l'epoca più selvaggia e feroce che il nostro pianeta abbia mai conosciuto, prima dell'arrivo degli adolescenti".  La prima tavola conferma ancora di più che si vuol fare divulgazione: facciamo conoscenza, infatti, del conduttore di un programma televisivo chiamato "Misterius" (conduttore nel quale scatta l'irrefrenabile voglia di riconoscere Roberto Giacobbo), destinato a erudire e meravigiare l'incolta plebe. Il conduttore, con fare didattico e didascalico, ci introduce ai misteri del Mesozoico, del Permiano, del Triassico, del Giurassico e del Cretaceo, svelando i segreti della paleontologia e della ricerca ossessiva delle feci fossili dei dinosauri dalle quali tante cose si possono imparare. Il bello è che, pur mettendo tutto in burla, Ortolani (che non a caso è un geologo, come ben sanno tutti i suoi più fedeli lettori) divulga davvero e sostanzialmente spiega i diosauri meglio di molti conduttori televisivi (del resto l'autore non è nuovo a raccontare la scienza con l'umorismo, basterà pensare alla sua collaborazione con l'ESA). Naturalmente le battute e le gag non si contano e a me ha fatto paricolarmente ridere quella del Tirannosauro che non offre mai da bere agli amici perché ha il braccino corto. 
 

venerdì 1 dicembre 2023

OPERAZIONE FANTOZZI

 


 
Gianni Fantoni
OPERAZIONE FANTOZZI
Sagoma Editore
brossurato, 2023
240 pagine, 17 euro


La collana tra i cui figura questo titolo si chiama “Dietro le quinte” e già questo offre una prima indicazione circa ciò che ci aspetta e sulle intenzioni dell’autore. La Casa editrice, peraltro, si chiama Sagoma Editore, e chi conosca Gianni Fantoni per averlo visto qualche volta in televisione o a teatro (io posso vantare un minimo di confidenza in più) sa che non c’è definizione che meglio gli si attagli: sagoma. Gianni è indubbiamente quel che si dice una sagoma. Alla voce “sagoma” sul vocabolario ci dovrebbe essere la sua foto. Esclusi gli amici d’infanzia i vicini di casa a Ferrara e i compagni di scuola, che hanno di certo assistito a qualche sua performance precedente, il grande pubblico lo conosce dal 1990, quando, ventitreenne, partecipa alla trasmissione di Rai Due “Stasera mi butto”, proponendo una strepitosa imitazione di Paolo Villaggio. “Operazione Fantozzi” racconta come e quanto quella sua prima esibizione gli abbia segnato la vita, legandolo al comico genovese attraverso una serie di incontri, prima fortuiti, poi fortunati, poi rocamboleschi. A Fantoni riesce persino di recitare come attore nell’ultimo film della saga del ragioniere, “Fantozzi: la clonazione”) e di sentire ventilare l’ipotesi di una possibile ulteriore pellicola intitolata “Il figlio di Fantozzi”, interpretata da lui e da Villaggio (peccato non sia stato fatto). Finché, mentre la carriera di Gianni procede per la sua strada in TV e sui palcoscenici (si potrebbero citare musical e programmi televisivi, mi limiterò a ricordare le sue geniali imitazioni degli oggetti), ecco l’attore folgorato da un’idea: portare Fantozzi a teatro! C’è però da convincere Villaggio, che non è precisamente la persona più accomodante del mondo, c’è da trovare il produttore, ci sono contratti con mille clausole da stilare e da far firmare. Più volte il traguardo sembra raggiunto, ogni volta tutto rischia di finire nel nulla. Quando Paolo Villaggio raggiunge l’Olimpo dei Comici è il 3 luglio 2017 (commovente il ricordo di quei giorni che Gianni ne fa) ma l’accordo è raggiunto, “devi farlo”, esorta addirittura. Poi però ci si mette anche il Covid. Il finale è a lieto fine: nel gennaio del 2024 lo spettacolo teatrale debutta a Genova (e dove se no?) con il titolo “Fantozzi. Una tragedia.”. Attraverso la ricostruzione di tutti i retroscena dell’operazione, naturalmente Fantoni traccia un efficace ritratto di Villaggio. Scrive la figlia Elisabetta: “Gianni descrive mio padre in modo assolutamente veritiero come è accaduto poche volte se non mai, restituendo perfettamente sia il personaggio che l’uomo”. C’è anche della narrativa, nel libro: sei racconti dedicati a Semenzara, la Signorina Silvani, Filini, Calboni, Mariangela e Pina, tutti deliziosi e in perfetto stile fantozziano. Infine, da segnalare ci sono i riquadri con i codici QR che, inquadrati con un telefoninom rimandano a video relativi a ciò di cui si è appena parlato.

venerdì 6 gennaio 2023

L'ORA DEL TEX


 

Alessandro Tesauro 
L'ORA DEL TEX
Alessandro Tesauro Editore
brossurato, 2016
64 pagine, 12 euro


Se uno, come me, si picca di procurarsi tutta la saggistica pubblicata in Italia su Tex e su Zagor (ha almeno venti ripiani di libri sul fumetto in generale ma non faccio un punto d'onore di averli proprio tutti, mi concentro su alcuni temi e personaggi - comunque domandomi a chi lascerò in eredità la strabordante collezione, dato che l'ora si avvicina), di certo non può non avere anche questo smilzo libretto di Alessandro Tesauro, autore ed editore, dedicato, come recita il sottotitolo, all "avventura inglese di Aquila della Notte". Sottotitolo che giustifica del resto, con un gioco di parole, il titolo "L'ora del Tex". Ci ho messo più del dovuto per capire l'allusione ma alla fine ci sono riuscito, voi sarete senza dubbio molto più veloci nel cogliere al volo la battuta. Il mini-saggio, in realtà, sembra scritto per creare dei dubbi piuttosto che risolverli, e pone un problema: quanti albi di Tex sono usciti nel Regno Unito? Racconta Tesauro di aver trovato un giorno, in un Remainders romano, il libro "The complete catalogne of british comics", di Dennis Gifford, il più importante storico e collezionista di fumetti pubblicati in Gran Bretagna. Fumetti che, come giustamente viene sottolineato, non hanno goduto mai, nelle isole britanniche, di grande fortuna: Tesauro traccia, a questo proposito, una breve storia dei comics inglesi (se ne rimane un po' sconfortati, in confronto invece alle produzioni italiane, francesi, spagnole, americane). Si fornisce al lettore anche una biografia di Gifford, a testimonianza dell'attendibilità del suo lavoro. Qual è dunque il mistero? E' che Gifford segnala soltanto due albi di Tex usciti a Londra nel 1971, ovvero le due puntate della storia "Attack at Fort Summer" (con le copertine degli albi italiani "Massacro!" e "Lo straniero"). Però, i collezionisti delle edizioni estere di Tex sanno che la serie in lingua inglese di cui fanno parte quei due primi numeri conta 14 albi, rintracciabili e posseduti da molti. Questi 14 albi vennero stampati in Scandinavia sia in inglese che in norvegese, per venire distribuiti in vari Paesi. Dunque Gifford ignora che dopo i numeri 1 e 2 ne uscirono altri 12 (ma sembra strano, vista l'estrema perizia del catalogo da lui compilato), o quei 12 non sono mai usciti a Londra (magari per scarsa accoglienza da parte del pubblico)? E se non sono mai usciti a Londra, dove sono stati distribuiti, dato che esistono? A Malta? In altri Paesi del Commonwealth? La risposta è che non si sa. Tesauro, che spiega tutto questo in modo molto colloquiale e senza fronzoli, sembra aver proposto il mistero sperando che qualcuno glielo spieghi. Intanto, io archivio nella mia collezione il suo libretto.

lunedì 5 dicembre 2022

OBLIO

 



 

Stefani Bidetti
OBLIO
Onirica Edizioni
2022, brossurato
160 pagine, 12 euro


Stefano Bidetti, noto nel mondo degli appassionati di fumetti per le tante iniziative legate al fandom zagoriano e per i suoi saggi critici sulla nona arte, torna a cimentarsi con il romanzo, dopo “Il volo dell’elefante” (2018), di cui ho scritto qui: 
e dopo la raccolta di racconti brevi, anzi brevissimi, intitolata “Lo scrittore è presente” (2020). 
Se, però, la sua opera prima percorreva la strada dell’introspezione psicologica indagando sui temi dell’amore, dell’amicizia e della crescita che mette a dura prova rapporti che sembravano rodati, adesso lo vediamo alle prese con la fantascienza. “Oblio” potrebbe benissimo essere, anche per la facilità e la gradevolezza di lettura, un romanzo di “Urania”. Essendo l’autore appassionato di un personaggio come Zagor che ha la caratteristica di rappresentare, con il suo universo, un crocevia fra i generi più disparati, non meraviglia troppo cheabbia voluto anche lui cambiare scenari e tematiche, proprio come capita agli sceneggiatori e ai disegnatori dello Spirito con la Scure. 
Il romanzo di Bidetti ha un solo protagonista e, si potrebbe dire, un unico personaggio (le interazioni con gli altri avvengono solamente in retrospettiva, nelle ricostruzioni degli avvenimenti passati possibili grazie alle cronache registrate nei computer o tramite messaggi affidati agli spazi siderali). Si tratta di Akyors Crumb, unico passeggero in vita a bordo dell’astronave “Pequod III” (il cui nome cita, evidentemente, Melville). Crumb si risveglia da un sonno criogenico durato centinaia di anni, in una nave spaziale alla deriva nel cosmo e completamente deserta, senza alcuna memoria di chi sia, che cosa ci faccia lì, del perché sia solo. L’incipit ricorda quello del film “Passengers” (2016), di Morten Tyldum, con Chris Pratt che appunto si desta in una capsula da ibernazione di un’astronave in viaggio verso un mondo alieno e si sorprende di essere l’unico a essersi ridestato, solo a bordo. Ma a differenza del personaggio del film, che a un certo punto trova compagnia, Crumb deve cavarsela con le proprie forze, recuperando piano piano la memoria, cercando indizi su ciò che è accaduto al resto dell’equipaggio e dei passeggeri, e soprattutto provando a riallacciare i contatti con il pianeta Terra, da cui la nave spaziale era partita molto tempo prima. Un bel mistero da risolvere, e non manca neppure qui l’introspezione psicologica che caratterizzava “Il volo dell’elefante”. Apprezzabile anche la scelta verso la narrativa di genere, che un antico pregiudizio considerava di “serie B”. Come i fumetti, del resto.

 

domenica 25 settembre 2022

OMICIDIO A LERICI

 


Claudio Nizzi
OMICIDIO A LERICI
Adelmo Iaccheri Editore
brossurato, 2022
208 pagine, 16.90 euro


Ho già detto che la scrittura di Claudio Nizzi è ipnotica? No, in realtà non l’ho ancora detto (ono andato a rileggermi le altre recensioni dei suoi romanzi pubblicate su questo blog), quindi lo posso dire adesso senza timore di ripetermi. Commentando il libro precedente, “L’orrendo delitto del vicolo Babbini”, il sesto della serie dedicata al pingue maresciallo dei carabinieri Lello Caruso, avevo però scritto: “Tutti i romanzi sono divertenti e gradevoli, scritti peraltro in punta di penna, utilizzando un linguaggio elegantissimo e puntuale, con frasi brevi in cui non c'è mai una parola di troppo ma che sono in grado di restituire l'efficacia di ogni scena come se la si vedesse scorrere davanti agli occhi un una pellicola in bianco e nero, essenziale ma ficcante, di un film degli anni giovanili di Nino Manfredi o Ugo Tognazzi”. Recensendo “L’americano” (il quarto con Caruso) avevo accennato invece a un possibile paragone con Andrea Vitali, per la ricostruzione della vita quotidiana di un paese di provincia negli anni del Dopoguerra, paese che nel caso di Nizzi si chiamo Borgo Torre, località inventata ma collocata nel Frignano, sulle montagne modenesi. Adesso azzardo un paragone invece con Ed McBain, lo scrittore della serie dell’87° distretto, non tanto per l’intreccio del giallo, quanto per la bravura nello scrivere i dialoghi. Non porto oltre l’argomento, mi basterà aver fatto capire quanto apprezzi il modo di scrivere dell’autore di Fiumalbo (sì, è evidente che Borgo Torre è Fiumalbo sotto falso nome). Ogni scrittore, ovviamente, ha il proprio stile: Nizzi irretisce e intriga con il suo periodare semplice ed essenziale e una volta rimasti incantati si divora il libro quasi senza accorgersene. Nel settimo romanzo della serie, come già nel sesto, Borgo Torre però non c’è. Se ne “L’orrendo delitto di vicolo Babbini” il maresciallo Caruso era andato a indagare in trasferta a Pavullo (località del Frignano realmente esistente), questa volta lo seguiamo in vacanza a Lerici, in Liguria, impegnato, con la moglie Erminia, nel trastullo dei nipotini, in un alloggio affittato vicino alla casa dei cognati. Sennonché, nei pressi del residence “Le Colombaie” (una serie di villini disposti in cerchio attorno a un parco in comune) viene trovato morto il giovane Manlio Bonaiuti, figlio di un notaio che abita proprio in quel complesso. Il maresciallo Calicò, della locale stazione dei carabinieri, coinvolge subito nelle indagini il collega in ferie, ritenendo che l’assassino possa nascondersi proprio fra i residenti del residence. In tutto, otto famiglie, più un custode. Ben presto si scopre che almeno quattro persone, fra i vicini di casa, avrebbero avuto ottimi motivi per uccidere Manlio (anche il lettore lo trova detestabile, del resto). Nizzi tratteggia da par suo le diverse personalità del teatrino di personaggi, abile in questo quanto nel caratterizzare quelli delle sue storie di Tex (di cui è stato uno dei più prolifici sceneggiatori). La soluzione del giallo convince, ma il romanzo si fa leggere soprattutto per come viene narrato da un affabulatore gradevole mai sopra le righe.

sabato 30 luglio 2022

LA CAUTELA DEI CRISTALLI


 

Anna Lazzarini
Alberto Ostini
LA CAUTELA DEI CRISTALLI
Sergio Bonelli Editore
Brossurato, 2022
360 pagine, 17 euro


Se stessimo parlando di un manga non saprei se definire "La cautela dei cristalli" uno “shonen” o uno “shoio” (mi perdonino i cultori della corretta traslitterazione), in quanto i primi sono fumetti per ragazzi tra i 12 e i 18 anni, i secondi per ragazze della stessa età. Per la cronaca, esistono anche i “josei” per donne sopra i 20 anni, e i “seinen” per giovani uomini fino ai 30 (a spiegarmelo è Wikipedia). Chi dovesse ritenere, però, che gli “shoio” siano fumetti d’amore o che trattino tematiche sentimentali, sbaglierebbe (mi dicono): l’equivoco nasce dal fatto che essendo destinati a un pubblico femminile vien fatto di pensare che le fanciulle siano più romantiche dei maschietti e prediligano le love story. In realtà la suddivisione non è per generi ma per fasce d’età (almeno per queste categorie). Volendo approfondire, i profani come il sottoscritto rischiano di impazzire perché le tipologie dei manga sono infinite. Comunque sia, per fortuna, “La cautela dei cristalli” non è un manga e dunque si può intendere destinato indifferentemente a un target sia femminile che maschile e, ancora più fortunatamente, di qualunque fascia d’età, esclusi forse solo i bambini delle elementari. Fortuna delle fortune, si legge alla diritta come un fumetto di casa nostra. Se dunque non è un manga, perché sono partito dagli “shonen” e dagli “shoio”? Perché, secondo me, il graphic novel di Anna Lazzarini (disegni) e Alberto Ostini (testi) strizza l’occhio a un pubblico abituato a fruire di fumetti del Sol Levante, al quale si è inteso proporre una storia italiana che, più per sensazione che per dato di fatto, assomigliasse ai prodotti giapponesi. Assomigliasse soltanto da lontano, perché poi la narrazione, volendo trovare altre assonanze, ricorda romanzi a fumetti americani, spagnoli e francesi, trovando una sintesi originale davvero godibile, sia nei testi che nei disegni. Si racconta una storia d’amore, ma molto particolare, tra un ragazzo e una ragazza molto particolari. Il diciassette Jordan, che ha perso i genitori in un incidente stradale, viene costretto dallo zio, a cui è stato affidato, a studiare in un collegio elitario del tutto distante dalla sua indole (lui vorrebbe fare il pittore), e non riesce ad adattarsi. Diciamo pure che si ribella. La misteriosa Alanis, che irrompe nella sua vita, è l’unica che lo ascolta e sembra capirlo, ma risulta enigmatica e inafferrabile. C’è qualcosa di non detto che lo lega a Jordan, e che viene rivelato soltanto nelle ultime pagine, così come solo nel finale si scopre la sua vera identità. C’è davvero bisogno di etichettare la storia per fasce d’età? No. Ma neppure per genere: parlare di love story è riduttivo. E’ una storia che tutti possono leggere, che Alberto Ostini ha sceneggiato magistralmente e Anna Lazzarini illustrato in modo magnifico, con un sapiente uso di mezzetinte e retini.