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mercoledì 17 giugno 2026

EX INFERIS

 

Lorenzo Bartoli

Vincenzo Beretta

Bane Kerac

EX INFERIS

Veseli Četvrtak

2023, cartonato

114 pagine, 3000 RSD

 

Ogni tanto capita di riscoprire piccoli gioielli del nostro patrimonio fumettistico che il tempo ha un relegato nell’ombra. È il caso di Ex Inferis” (titolo originale: “Giochi pericolosi”), edito in un bel volume cartonato dalla Casa editrice serba Veseli Četvrtak nella collana Međuvreme, dedicata alle opere legate al grande Bane Kerac.

La storia, sceneggiata da Vincenzo Beretta e Lorenzo Bartoli, vide originariamente la luce nel luglio del 1996 su Zona X n. 17 della Sergio Bonelli Editore. Ricordo bene quel periodo: Zona X era la creatura di Alfredo Castelli, uno spazio di “libero gioco alla fantasia” nato come spin-off di Martin Mystère. Nei primi numeri presentava due storie complete per albo (spesso una legata a Mystère, l’altra autonoma), con un taglio antologico che spaziava dal fantasy alla fantascienza in tutte le sue declinazini. Dal n. 10 in poi la testata evolse verso miniserie e storie più strutturate, diventando un laboratorio ideale per autori emergenti o per sperimentazioni. “Giochi pericolosi” occupava la seconda parte del diciassettesimo volumetto, affiancando l’episodio “I viaggiatori delle tenebre” de La stirpe di Elan. Ambientata in un futuro post-apocalittico, la vicenda mescola realtà virtuale, tecnologia invasiva e un’umanità degradata. Beretta e Bartoli costruiscono una trama solida, con ritmo cinematografico e quel tanto di inquietudine che ben si sposa con lo spirito di Zona X. Bane Kerac, però, la scena ai due autori dei testi. Branislav “Bane” Kerac, nato il 7 settembre 1952 a Novi Sad, è uno dei grandi maestri del fumetto serbo e balcanico. Fin dagli anni Settanta si è fatto le ossa su testate come YU strip, Strip art e Kerempuh, passando con naturalezza dall’umoristico al western, dall’horror all’avventura. Nel 1975 crea Kobra con Svetozar Obradović, un agente segreto dal tratto nervoso e tagliente. Negli anni Ottanta arriva il successo internazionale con Cat Claw, la vigilante felina sexy e parodistica, tradotta in decine di lingue e pubblicata anche negli USA. Ha disegnato Tarzan, poster per Masters of the Universe, Gvozdeni Ratnik e tantissimo altro, sempre con quel suo stile inconfondibile: dinamico, energico, quasi rock (non a caso suona la batteria nei GeroMetal).

Ho avuto la fortuna di incontrarlo nel 2011 a Kragujevac. Abbiamo scoperto di condividere la stessa data di nascita (io dieci anni dopo di lui) e da lì è nata una bella amicizia e una proficua collaborazione. Dal 2015 abbiamo realizzato insieme quattro storie di Zagor per quasi novecento pagine. Lavorare con Bane è un piacere: è un narratore esperto che migliora le sceneggiature con trovate dinamiche, inquadrature spettacolari e un gusto particolare per le figure femminili forti (del resto, viene da Cat Claw). In “Giochi pericolosi”, il suo primo lavoro per la Bonelli – si vede già tutto questo talento: tavole piene di impatto, architetture futuristiche decadenti rese con maestria, corpi in movimento e un bianco e nero profondo e materico.

L’edizione di Veseli Četvrtak è una vera gioia per gli occhi. Il volume cartonato A4, con 112 pagine in bianco e nero, valorizza magnificamente il tratto poderoso di Kerac: le tavole respirano, i neri sono profondi, i dettagli esplodono in grande formato. Certo, il testo è interamente in serbo (traduzione di Aleksandra Milovanović), e chi non conosce la lingua non lo leggerà agevolmente (io per primo, naturalmente). Però, proprio questa bellezza visiva spinge a recuperare il vecchio albo di Zona X per rileggere la storia in italiano. Sarebbe davvero bello avere un’edizione cartonata simile anche in Italia: Kerac lo meriterebbe ampiamente. Dato che ci siamo: vorrei vedere anche una serie di volumi con le avventure di Cat Claw. In appendice al cartonato serbo c’è inoltre una  intervista a Bane Kerac (sempre in serbo), nella quale mi pare di aver visto citare il mio nome. Chissà cosa dice esattamente Branislav di me.

mercoledì 20 maggio 2026

AMERICAN CICO


 

Guido Nolitta

Gallieno Ferri

AMERICAN CICO

Sergio Bonelli Editore

2025, cartonato

140 pagine, 24 euro

 

Nella sua introduzione alla ristampa di Cico Story curata della If nel 2002, Sergio Bonelli spiega: «Nel periodo di tempo compreso fra il 1979 e il 1983, le limitate dimensioni della Casa editrice e la mia conseguente disponibilità di tempo libero mi indussero a dare sfogo a una vocazione che già si era in parte manifestata tra le pagine avventurose, dinamiche e persino drammatiche della serie di Zagor che firmavo con lo pseudonimo di Guido Nolitta. Alludo alla possibilità di scatenare liberamente la mia vena ironica in un albo speciale in cui Cico Felipe Cayetano Lopez Martinez y Gonzales, cioè l’abituale “spalla” comica di Zagor, assumeva il ruolo di protagonista assoluto, in una serie di situazioni umoristiche che lo assimilavano sia ai più celebri personaggi delle farse cinematografiche, da Ridolini a Harold Lloyd, da Stanlio e Ollio a Gianni e Pinotto, sia ai “divi” dei cartoni animati come Bugs Bunny, Wyle Coyote, Gatto Silvestro e Duffy Duck.»

L’esperimento di Cico Story andò così bene che fu inevitabile ripeterlo. Sulla quarta di copertina dello Zagor n° 178 (maggio 1980) apparve la pubblicità del secondo episodio con lo slogan: «173.861 copie vendute nell’estate 1979. E quest’anno tocca ad “American Cico”!». Ai disegni venne riconfermato Gallieno Ferri, creatore grafico del personaggio e perfettamente a suo agio sia nelle gag umoristiche sia nelle scene drammatiche.

Cico è pigro, ingordo, goffo, irascibile e fifone, ma anche intelligente, determinato e geniale quando si tratta di procurarsi da mangiare. Somiglia a Paperino nella silhouette (soprattutto nelle prime tavole di Ferri) e in certi tratti caratteriali, ma resta ancorato a un contesto realistico: le sue gag, per quanto esasperate, rispettano limiti di plausibilità che i cartoni animati ignorano. Il suo umorismo pesca dalla commedia all’italiana, dalla Commedia dell’Arte, da Plauto e dal varietà, ma sa contaminare cinema, fumetto, teatro, TV e letteratura con una vis comica personalissima.

La sezione libraria della Sergio Bonelli Editore ha già ristampato Cico Story in cartonato a colori; questo è il secondo volume della collana dedicato al pancione. Di nuovo, c'è una mia (dotta) prefazione.

In American Cico seguiamo le prime disavventure del baffuto messicano sul suolo statunitense, dopo il varco clandestino della frontiera narrato nel volume precedente. Anche qui Guido Nolitta (il nom-de-plume con cui Sergio firmava le sue sceneggiature) non costruisce una trama tradizionale, ma cuce insieme una serie di esilaranti gag: Cico cambia continuamente mestiere, passando da una scenetta all’altra. La narrazione fila comunque in maniera consequenziale grazie alla sapiente concatenazione delle situazioni comiche. Dopo essere scampato alla prigione, il pancione decide di integrarsi nella società americana: va a scuola e prova svariati mestieri, sempre con risultati disastrosi. Incontriamo una parodia del giudice Roy Bean (magistrato dai metodi sbrigativi) e dell’avvocato Perry Mason. Gag, sketch, parodia: Nolitta conosce tutte le ricette per far ridere. A partire dallo speciale successivo (Un pellerossa chiamato Cico, 1981) le storie acquisteranno una struttura più definita, con un vero inizio e una vera fine. American Cico resta però un gioiello di comicità pura, in cui il talento umoristico di Bonelli/Nolitta e la maestria grafica di Ferri brillano senza filtri.

 

In questo blog abbiamo recensito altre opere di Guido Nolitta (Sergio Bonelli) e Gallieno Ferri. Potete leggere quanto è già stato scritto cliccando sui link dell’elenco sottostante (in ordine alfabetico):

 

Acque misteriose

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2025/11/acque-misteriose.html

Gli Archivi Bonelli: Guido Nolitta

http://utilisputidiriflessione.blogspot.it/2017/06/gli-archivi-bonelli-guido-nolitta.html 

Avventura a Manaus 
 
https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2023/05/avventura-manaus.html 

Cico Story

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2025/03/cico-story.html

Guerra!

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2022/12/guerra.html

Il giorno dell’invasione

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2022/07/il-giorno-dellinvasione.html

Il mostro della laguna

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2023/12/il-mostro-della-laguna.html

Il Re di Darkwood

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2024/08/il-re-di-darkwood.html

Il regno delle tenebre

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2024/05/il-regno-delle-tenebre.html

L’antica maledizione

 https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2025/10/lantica-maledizione.html

La foresta degli agguati

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2022/03/la-foresta-degli-agguati.html

La marcia della disperazione

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2015/11/la-marcia-della-disperazione.html

L’Inferno dei vivi

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2018/08/inferno-dei-vivi.html

L'uomo del Texas 

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2026/04/luomo-del-texas.html

Making of Guido Nolitta (Mister No)

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2018/08/making-of-guido-nolitta-mister-no.html

Samurai 

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2024/12/samurai.html

Supermike!

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/11/supermike.html

 


mercoledì 1 aprile 2026

L'UOMO DEL TEXAS

 
 
 
 
Aurelio Galleppini
Guido Nolitta
L’UOMO DEL TEXAS
Sergio Bonelli Editore
2026, cartonato
70 pagine, 12 euro

Una delle parole più ripetute quando si parla di fumetto italiano è l’aggettivo “bonelliano”. Lo propongo come uno dei lemmi da inserire in una delle prossime edizioni dello Zingarelli. Infatti, “bonelliano” non significa semplicemente “pubblicato da Bonelli”, come “mondadoriano”. L’accezione è diversa e assai più complessa, riguarda un particolare modo di intendere e fare fumetto e potremmo aprire un dibattito per coniare la definizione più congrua e soddisfacente. In tal caso, un punto risulterebbe controverso: “bonelliano” significa necessariamente “popolare”? Chi abbia in mente la popolarità ormai sessantennale degli eroi di casa Bonelli, sarebbe tentato di rispondere di sì. La “bonellianità” sembra effettivamente sinonimo di una produzione senz’altro di buona qualità, ma rivolta a un pubblico larghissimo e pertanto non sofisticato, né cerebrale, senza pretese “artistiche”. A questo tipo di considerazioni un po’ snob ci sarebbe da ribattere chiedendo perché mai un qualunque frutto dell’ingegno che piaccia al vasto pubblico non possa avere anche uno spessore artistico. Tuttavia c’è dell’altro e c’è di più. Sergio Bonelli, in realtà, ha pubblicato e in gran parte anche prodotto una enorme quantità di fumetto d’autore. E l’ha fatto fin da tempi non sospetti, cioè quando ancora il fumetto d’autore non era una moda: basti pensare alla collana I protagonisti, dieci albi realizzati da Rino Albertarelli, usciti nel 1974. Quella serie, legata al nome di un grande autore e con caratteristiche tutt’altro che “popolari”, può essere a tutti gli effetti considerata come precorritrice della più celebre Un uomo, un’avventura, varata due anni più tardi.
La vocazione popolare e la fedeltà a un formato ben riconoscibile, fanno talvolta dimenticare quanto siano state in realtà differenziate, innovative e variegate le proposte editoriali bonelliane nel corso degli anni. Uno straordinario esempio di “fumetto d’autore” proposto in una strepitosa veste editoriale fu appunto la serie di volumi Un Uomo, un’Avventura (1976), curata da Decio Canzio, il cui titolo ci riporta appunto alla vocazione avventurosa della Casa editrice. Ogni cartonato era affidato al talento grafico dei più grandi illustratori italiani (con rare presenze di maestri stranieri), su testi ora propri (come nel caso di Pratt, Crepax e Battaglia), ora di altrettanto grandi sceneggiatori (Canzio, Castelli, Berardi, D’Antonio). Le storie, autoconclusive, presentano le avventure di uomini in contesti storici e geografici sempre diversi. Di un tipo di avventura, però, costruito su una solida struttura narrativa e contrapposto alla fuga verso mondi fantastici, non-luoghi onirici, grafismi psichedelici e contrapposto anche all’underground espressione del disagio metropolitano. La cronologia dei trenta titoli mostra una successione impressionante di pezzi da novanta, da Toppi a Milazzo, da Battaglia a Micheluzzi, da Manara a Buzzelli. 
Per questa collana, Guido Nolitta, alias Sergio Boneli, scrive nel 1977 il nono volume intitolato “L’Uomo del Texas”, una storia di 48 pagine illustrata da Aurelio Galleppini, meglio noto come Galep, il primo disegnatore di Tex. Il racconto, ambientato nel nord-ovest del Texas nel 1887, viene riproposto nel 2026 (a quindici anni dalla scomparsa di Sergio) all’interno della collana di cartonati da edicola “alla francese”, sotto la dicitura “Tex presenta”. Il racconto (occhio allo spoiler) è basato sulle vicende di Roy, un rapinatore di banche che, dopo un ‘colpo’ finito magramente e malamente, ha un diverbio con il capo della banda e finisce, ferito, malconcio e dato per morto, alla deriva nella corrente di un fiume. Viene poi ritrovato e curato da un distaccamento dell’esercito, dove rincontra un vecchio amico di adolescenza, il capitano di reparto Jerry Vance, ufficiale al comando del 3°cavalleria impegnato in una campagna contro gli ultimi indiani ostili, e vanaglorioso alla stregua di personaggi come Chivington o Custer. Nonostante l’intera tribù dei Cheyennes di Falco Nero, ormai decimata dalla fame e dalla guerra, sia in marcia verso Forte Lyon per arrendersi definitivamente, il fanatico ufficiale ordina la carica e inizia l’assurdo sterminio di quella tribù ormai indifesa. Roy, indignato dall’orribile gesto di follia sanguinaria del vecchio amico, lo insegue e gli si scaglia contro durante la battaglia uccidendolo sparandogli una pallottola in fronte (proprio la pallottola che aveva già destinato al capobanda che lo tradì). Roy subito dopo viene massacrato a colpi di sciabola dai soldati del reggimento: un drammatico e triste epilogo che mette in una luce di quasi-eroismo l’inizialmente ambiguo protagonista, e che testimonia in pieno l’assurda violenza e la spietatezza delle guerre combattute nella vecchia frontiera del West. Non si tratta della migliore storia nolittiana (diciamo che nulla aggiunge alla fama dello sceneggiatore) ma di certo permette a Galep, grazie a strategici vignettoni, di dimostrare (se mai ce ne fosse il bisogno) il suo talento nel trasformare le rocce delle Dolomiti in quelle del Sud Ovest americano, come lui stesso ha raccontato, con effetti spettacolari. 
Singolare la somiglianza fra il vice sceriffo che cade ucciso nelle prime vignette e Tex Willer (chissà se c’è un significato freudiano). Quando Guido Nolitta nel 1976 sceneggia per Aurelio Galleppini la storia “L’Uomo del Texas” per il nono numero della collana Un Uomo un’Avventura, più o meno contemporaneamente a questa avventura, sostituendo il padre Gianluigi vittima di un incidente sugli sci, inizia a sceneggiare anonimamente alcune sue storie per la serie di Tex, esordendo poi con l’albo n.183 del gennaio 1976 intitolata “Caccia all’uomo” e disegnata da Fernando Fusco.



martedì 23 dicembre 2025

ECHI DALL'INCUBO

 

Tiziano Sclavi
ECHI DALL’INCUBO
Sergio Bonelli Editore
2025, brossurato
432 pagine, 23 euro


Sopra il titolo, il logo di Dylan Dog. Sotto, la scritta “24 storie brevi”. Il nome dell’autore, Tiziano Sclavi, premesso a tutto, garantisce la qualità del prodotto. Si tratta di un volume talmente necessario che avrebbe meritato una confezione di maggior pregio (ma va bene il balenottero, peraltro con un taglio davanti colorato). “Echi dall’incubo” raccoglie le short story dell’Indagatore dell’Incubo sceneggiate da Sclavi tra il 1989 e il 2000 e pubblicate fuori serie, oppure sui supplementi della testata principale. Sono particolarmente interessanti quelle realizzate per le più svariate riviste, quindi “su commissione”, che colpiscono talvolta per la genialità dell’estro creativo messa al servizio dello spunto offerto. Per esempio, “Il paradiso dei turisti” è una storia allestita per “I viaggi di Repubblica” dell’agosto 2000 ed è perfettamente dyandoghiana così come perfettamente in tema con la pubblicazione. “Spettri”, realizzata per “Max” (febbraio 1993), vede Dylan tenere fra le mani proprio il numero della rivista con se stesso in copertina (e il racconto all’interno). Un altro caso è “Lamiere” apparso su “Auto Oggi” (giugno 1996). Ci sono poi episodi brevi proposti in collaborazione con “Sorrisi e Canzoni” (1992), su “Per Lui” (1989), sul Diario Scolastico di Auguri Mondadori (1993). Altri racconti sono quelli scritti e disegnati come “appendici” o epiloghi di storie lunghe (di solito provenienti dagli Speciali) ristampate in volume dalla Mondadori. Altri short provengono dagli albi giganti dell’Indagatore dell’Incubo, e ci sono assolute chicche come quello in cui Claudio Villa è chiamato a illustrare una storia che cita tutte le sue copertine dylandoghiane, oppure quelli intitolato “Margherite” e “Cuori randagi”. A lettura ultimata, non resta che fare tanto di cappello a Sclavi quale autore di episodi brevi, talento di cui abbiamo parlato recensendo i sei volumi della serie  “I racconti di domani”. Lo scrittore di Broni ha del resto fatto apprendistato nella redazione del “Corriere dei Ragazzi”, dove la brevità delle puntate a fumetti era la regola. Un applauso agli undici disegnatori e a Franco Busatta che firma la prefazione.

giovedì 27 novembre 2025

FUORILEGGE



Gianluigi Bonelli
Aurelio Galleppini
FUORILEGGE
Lo Scarabeo
Sergio Bonelli Editore
2025, cartonato
180 pagine, 38 euro

“Fuorilegge”, il terzo volume di una collana pubblicata in join venture da Lo Scarabeo e dalla Sergio Bonelli Editore denominata “Classici del Fumetto”, è a tutti gli effetti quella che si definisce una artist edition.  Cioè l’edizione di un volume, in questo caso dedicato alla riproposta di uno dei primi albi della collana gigante di Tex, che mostra l'opera originale in modo fedele alle tavole così come vennero realizzate. I primi due titoli, “La mano rossa” e “Uno contro venti”, pubblicati rispettivamente nel 2023 e nel 2024, hanno realizzato un sogno di tanti lettori: poter vedere, se non toccare e possedere, le tavole originali di Aurelio Galleppini, in arte Galep, realizzate a partire dal 1948, per la prima serie a striscia della Collana del Tex (il punto di partenza di una cavalcata che dopo quasi otto decenni non accenna a fermarsi). Si sono potute ammirare in dettaglio, insomma, le vignette che hanno dato origine a una leggenda, quella di Tex Willer, potendo scrutarle così come uscite dalla mano del disegnatore, nel formato originale, scoprendo i segni della matita, i colpi di pennello magistralmente calibrati, il lettering dell’epoca, le annotazioni a margine di tavola, addirittura le ombre dello scotch con cui le strisce vennero rimontate.  L’iniziativa è giunta dopo una grande mostra inaugurata a Milano nel 2021 (e poi allestita anche in altre città italiane) per celebrare gli ottanta anni della Casa editrice, intitolata “Bonelli Story”: in quell’occasione vennero esposte alcuni originali di Galep che calamitarono inevitabilmente l’attenzione dei visitatori, rarissimamente (se non mai) esposti al pubblico e di certo non in commercio sul mercato delle original arts. La riproduzione fedele delle tavole de “La mano rossa”, il primo titolo della seconda Serie Gigante di Tex, su cui nell’ottobre 1958 vennero ristampati i primi quindici episodi a striscia, rappresenta un modo per consentire agli appassionati, ma non solo, di visitare una sorta mostra esposta sulle pagine di un libro. Il successivo secondo volume e adesso il terzo dimostrano come realmente c’è un pubblico interessato e curioso, innamorato di Aquila della Notte, dei suoi autori, del mito che il personaggio ha finito per rappresentare nell’immaginario collettivo, nella storia del fumetto e nell’intera vicenda sociale e culturale del nostro Paese. Due dotti saggisti, Giovanni Nahmias e Giorgio Loi, hanno scritto delle informate introduzioni ai precedenti volumi descrivendo il contesto storico in cui nacquero le avventure realizzate da Giovanni Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini, approfondendo la questione delle censure, le correzioni, gli adattamenti subiti dalle strisce di Tex nel corso degli anni. Al sottoscritto è stato affidato l’incarico di firmare la prefazione a “Fuorilegge”, che ho intitolato “La fatica dietro le quinte”, allargando il discorso in una nuova direzione, suggerita dal fatto che sfogliando le tavole di Galep non si può non percepire la bellezza trasmessa dal disegno eseguito a mano e su carta, con arte quasi da amanuense.  Pensiamoci un attimo: le pagine che seguono riproducono fedelmente il lavoro di un artista che non si considerava tale, che intingeva il suo pennello in una boccetta d’inchiostro, seduto a un tavolinetto in una piccola stanza, chiamato a produrre disegni senza fermarsi mai per rispettare i tempi imposti dalle consegne in tipografia (gli albetti proponevano trentadue strisce ognuno, con cadenza settimanale). Eppure, i personaggi e gli sfondi raccontano perfettamente la storia di cui fanno parte e, soprattutto riescono a emozionare. 
Due parole, infine, per presentare il contenuto del volume, che raccoglie gli albi a striscia dalla n° 31 della Prima Serie alla n 60. Le primissime strisce concludono l’avventura “Il mistero dell’idolo d’oro” iniziata a metà di “Uno contro venti”. Protagonista del racconto è l'affascinante Yogar, principessa indiana figlia di Tenoc,  capo dei Blancos, che però non è l’unico personaggio femminile.  Ci sono anche altre due giovani donne. Una è Tesah, tornata sulla scena con un nuovo look, di stampo messicano anziché pellerossa: indossa una sottana che le fascia i fianchi e una camicetta dalle spalle scoperte, sorretta solo dal seno. Poi c'è Estrella Miranda, ammaliante locandiera, abbigliata con un vestito spaccato che farebbe la gioia di Jessica Rabbitt. L’aggettivo che meglio descrive le donnine disegnate da Galep nelle prime avventure di Tex è “deliziose”. Tutte bellissime, e non di rado con le procaci grazie maliziosamente evidenziate da vestiti scollati, abiti aderenti, o gonne cortissime. E tutte, proprio per questo, impietosamente colpite dall'assurda censura degli anni Cinquanta e Sessanta, che le rivestiva e imbacuccava per impedire la "seduzione degli innocenti". 


domenica 23 novembre 2025

LA GUERRA DI COCHISE



Mauro Boselli
Roberto De Angelis
LA GUERRA DI COCHISE
Sergio Bonelli Editore
2025, cartonato
386 pagine, 29 euro

«Cochise, il saggio capo dei Chiricahuas Apaches, è uno dei migliori amici di Tex, e abbiamo raccontato nel Texone “Il magnifico fuorilegge” come lui e il nostro eroe diventarono fratelli di sangue. Cochise, naturalmente, è veramente esistito, e nella realtà storica lasciò questo mondo terreno nel 1874, ma, con la libertà di narratore e artista, il creatore di Tex, Gianluigi Bonelli, gli allungò la vita per ragioni d’avventura». Così spiega lo sceneggiatore Mauro Boselli nella sua introduzione al volume, l’undicesimo dei cartonati dedicati a Tex Willer. A Tex Willer, appunto, e non a Tex, perché la serie raccoglie in tomi e ripropone in libreria le storie originariamente pubblicate in albi da edicola nella testata omonima, dedicata alle vicende di un giovane Willer, ancora ventenne, inedite ma collegate in gran parte a quanto raccontato da Bonelli e Galleppini ai tempi delle edizioni Audace e inserite in un preciso e documentato contesto storico. La collana libraria con copertina rigida inizia con il volume “Vivo o morto!” (2019), di cui abbiamo parlato su questo blog: potete leggere la recensione cliccando qui.

Riporto comunque qui di seguito, per comodità,  quanto già scritto.
Nel novembre del 2018 fece la sua prima apparizione nelle edicole italiane una nuova collana riservata a Tex, dedicata alle avventure giovanili del personaggio creato da Giovanni Luigi Bonelli nel 1948 (si festeggiavano per l’appunto i settanta anni di vita editoriale di Aquila della Notte), curata (e in gran parte sceneggiata) da Mauro Boselli. Lo spin-off venne intitolato, per differenziarlo dalla testata madre, “Tex Willer”. La foliazione era più agile, sole 64 tavole a fumetti contro le 110 della serie regolare. Ma, soprattutto, oltre alla più giovane età del protagonista era diverso il ritmo, il mood narrativo. Il giovane Tex è scavezzacollo, vive avventure rocambolesche, serrate come erano, anche in ragione del minor spazio concesso dal formato a strisce delle origini, gli episodi degli anni Quaranta e Cinquanta. L’operazione si rivela fortunata, riscontrando l’apprezzamento del pubblico. Nel 2021, la Sergio Bonelli Editore comincia a raccogliere e riproporre in una collana cronologica di volumi cartonati destinati alla distribuzione in libreria le tavole degli albi da edicola, in prima edizione a colori, in bianco e nero nelle successive (il volume del 2023 fotografato nelle mie mani che vedete in apertura è una terza edizione del giugno 2023). Scrive Mauro Boselli nella sua introduzione intitolata “Quando il West era giovane”: “Il Tex che conosciamo ha 45 anni, ed è vedovo, con un figlio grande. I suoi lettori affezionati, però, conservano indelebile, nella memoria e nell’anima, il ricordo del giovane scatenato che era: le due immagini, il fuorilegge coraggioso ingiustamente perseguitato e l’odierno ranger e capo Navajo, si sovrappongono, concorrendo entrambe al fascino del personaggio”. Le avventure del Tex ventenne riempiono gli spazi vuoti lasciati da Giovanni Luigi Bonelli nella sintesi delle sue prime sceneggiature: per esempio, in “Vivo o morto!” scopriamo gli antefatti della vignetta d’esordio del personaggio, quella in cui il giovane ricercato si chiede se i cavalieri che vede giungere sulla sua pista siano gli uomini di un certo sceriffo, e ci vengono fornite esaustive spiegazioni circa i precedenti dell’indianina Tesah (fortunatamente con le cosce scoperte prima della censura imposta nelle ristampe degli anni Cinquanta dal famigerato marchio “Garanzia Morale”). In avventure successive vediamo in azione anche Kit Carson, Mefisto, Montales, Cochise, anch’essi con venticinque anni di meno. Questo primo volume raccoglie quattro albi di “Tex Willer”, illustrati da uno strepitoso Roberto De Angelis, che già si era cimentato con successo con Aquila della Notte nel 2004 con il diciottesimo “Texone” (“Ombre nella notte”, testi di Claudio Nizzi). Tuttavia, in quel caso, era ancora un illustre ospite in prestito dalla serie di Nathan Never. Con “Vivo o morto!” il passaggio al western è (o sembra) definitivo: De Angelis sembra tuttavia non aver fatto altro. 

A quanto detto restano da aggiungere alcune annotazioni relative specificamente a “La guerra di Cochise”. Innanzitutto, si tratta della raccolta in volume degli albi della collana “Tex Willer” (Sergio Bonelli Editore) dal n° 50 al n° 55, usciti in edicola tra il dicembre 2022 e il marzo 2023. Poi, registriamo una fugace apparizione della futura giovane moglie di Tex, Lilyth. Si tratta di una scena di cinque tavole ambientata nella missione di Nostra Signora della Carità: un navajo di nome Hastin è stato inviato dal capo Freccia Rossa a recuperare presso il convento la propria figlia affidata alle cure e alla scuola delle suore. Soffiano venti di guerra e il sakem preferisce proteggere personalmente Lilyth nel suo villaggio sui monti. “Sono stata bene, qui. Ho imparato tanto”, dice la ragazza salutando suor Patricia, la madre superiora del piccolo monastero. Si tratta di una scena che, evidentemente, prepara l’incontro fra Lilyth e Aquila della Notte, destinato ad avvenire nel proseguo della saga, e giustifica la scolarizzazione della squaw in accordo con quanto detto su di lei da Gianluigi Bonelli.
 
I venti di guerra a cui accennavamo sono quelli tra i Chiricahuas e l’esercito americano, dopo che i guerrieri di Cochise erano stati ingiustamente accusati di aver fatto prigioniero il giovanissimo Felix Ward. Si tratta di un episodio realmente accaduto. Racconta ancora Boselli: «Il 27 gennaio 1861, una banda di predoni apache attaccò il ranch di John Ward in Arizona e rapì un ragazzo. Felix era figlio di Maria Jesus Martinez e di un perdigiorno, Santiago Telles, che li aveva abbandonati senza un soldo. John Ward aveva assunto Maria nel ranch e adottato il piccolo Felix, dandogli il proprio cognome. Felix aveva undici o dodici anni quando venne rapito e con certezza non si è mai stabilito a quale tribù appartenessero i suoi rapitori, se ai Pinal, ai Tonto o ai Coyotero Apaches. Di sicuro venivano dal ramo occidentale della Nazione Diné (così Apache e Navajos chiamavano se stessi), al quale non appartenevano i Chiricahuas». Storica è la figura dell’ufficiale dell’esercito George Bascom, incaricato di liberare il ragazzo, che si intestardì nel ritenere Cochise responsabile del rapimento, che Boselli caratterizza in maniera impeccabile come un ottuso ostinato, a cui va addebitato lo scontro sanguinoso fra i Chiricahuas e le Giacche Blu. Il racconto boselliano corre su due binari paralleli destinati, nel finale, a ricongiungersi: mentre da un lato vediamo il capo apache tenere testa a Bascom, dall’altro seguiamo giovane Tex dare la caccia a Santiago Querquer, responsabile della strage di Galeana nella quale aveva perso la vita il padre di Cochise, alter ego di James Kirker, che nella realtà storica morì nel 1852 e quindi Boselli usa lo stratagemma di una falsa tomba e di una finta morte. La sua dipartita, diciamo così, “fumettistica” avviene in modo molto più drammatico di quella reale e per mano di Cochise, a cui Tex Willer lo consegna. In conclusione: il racconto messo in scena da Mauro Boselli e Roberto De Angelis è western ed è fumetto allo stato puro, decisamente il meglio che si possa desiderare, dal punto di vista della sceneggiatura e da quello grafico, a partire dalla copertina di Massimo Carnevale. Leggere per credere.



venerdì 21 novembre 2025

ACQUE MISTERIOSE

 

Guido Nolitta
Franco Donatelli
ACQUE MISTERIOSE
Sergio Bonelli Editore
2025, cartonato
250 pagine, 29 euro

«Il mio amore per il soprannaturale è di vecchia data - spiega Sergio Bonelli, creatore ed editore di Zagor,  in un suo articolo intitolato "Il mare ghiacciato che è dentro di noi" (titolo che cita Kafka) - e risale a quando da bambino andavo al cinema a vedere i film di Frankenstein, dell'Uomo Lupo e di tutti i personaggi che hanno popolato l'universo di celluloide orrorifica degli anni Quaranta e Cinquanta. Ricordo che l'immagine di Boris Karloff sconvolta dal trucco mi terrorizzò per molte notti, così come l'ombra di Bela Lugosi mi sembrava dovesse apparire, all'improvviso, sulla parete della mia stanza. A parte la paura, mi divertivo tantissimo perché, e non sono il solo a dirlo, spavento e divertimento vanno, al cinema o sulla pagina stampata, a braccetto e formano un connubio indissolubile. E con il divertimento nacque, di pari passo con la mia carriera, anche un interesse professionale, quando con il nome-de-plume di Guido Nolitta, cominciai a scrivere sceneggiature, i miei miti cinematografici erano tutti lì, a disposizione, nell' immaginario scaffale della memoria.  Non dovevo far altro che creare un'occasione, un contesto perché prendessero vita anche sulle pagine di un fumetto e Zagor è stata l'occasione per poter dare sfogo a questa mia inclinazione». 
Sergio era un cinefilo a 360 gradi: non apprezzava soltanto i film horror ma ne divorava di tutti i generi, andando con il padre Gianluigi (il creatore di Tex) a vedere quelli western, così come i peplum, gli avventurosi, i gialli o quelli di guerra. Sapeva citare intere filmografie da vero appassionato ed esperto, dunque.  Prima di essere il “giocattolo” dei lettori, Zagor è stato il “giocattolo” di Sergio Bonelli, che saccheggiava il grande magazzino delle letture e dei film che aveva visto, scegliendo quello che, da ragazzo, gli aveva fatto paura e lo aveva lasciato a bocca aperta. Filtrando opportunamente le suggestioni ricevute, cercava di trasmettere gli stessi brividi a chi leggeva i suoi fumetti. “Acque misteriose”, avventura pubblicata per la prima volta nel 1974, nasce dal film “Il mostro della laguna nera” (1954). Ma si possono ricordare le evidenti fonti cinematografiche  di molte altre avventure zagoriane. Per esempio, la pellicola “Pericolosa partita” (1932) è alla base de “I cacciatori di uomini”. Potremmo continuare citando “L’uomo Lupo” (ispirato al film con Lon Chaney del 1941), o il personaggio di “Guitar” Jim che trae origine dal cowboy canterino interpretato da  Sterling Hayden nel 1954 in “Johnny Guitar” (1954), arrivando a “Il giorno della vendetta” (1958) su cui si basa il racconto “La rabbia degli Osages”. 
Sergio era abilissimo nel rielaborare le suggestioni cinematografiche rimescolando le carte e contaminandole fra loro fino a realizzare un prodotto del tutto originale, di cui è evidente l’ispirazione ma che non è sovrapponibile al modello di partenza. Fin dall’inizio della saga Nolitta si è divertito spesso a giocare con il suo pubblico non nascondendo i riferimenti ma anzi a “citandoli”, rendendoli palesi: il lettore coglie la strizzata d’occhio dello sceneggiatore che gli propone il rimando a un film famoso, ma subito dopo si lascia rapire dal suo talento di affabulatore che riusciva a rimescolare le carte e rendere perfettamente zagoriana una vicenda che al cinema aveva tutt’altro contesto e svolgimento. I film fanno parte del bagaglio di conoscenza di tutti noi: gli sceneggiatori di fumetti attingono dagli spunti offerti dalle pellicole come da un viaggio fatto, da un programma televisivo visto, da un libro letto. Le personali sensibilità, poi, servono a rielaborare il messaggio ricevuto, trasformandolo e rendendolo personale. C’è chi cerca di farlo quasi nascondendo la fonte originaria, ma tutti hanno altri autori usati come punto di riferimento; oppure c’è chi non esita a dichiarare da quale spunto sia partito, e dimostra il suo talento giocando a scombinarne gli elementi e a ricomporli in modo fa far risultare una figura diversa. E’ il caso appunto di molte storie di Zagor. 
In “Acque misteriose” Zagor accompagna di naturalisti Kruger e Meyer, sue vecchie conoscenze, in una regione inesplorata del Missouri dove, fra le acque di una malsana palude, vivono creature che non si trovano altrove: “Man mano che avanziamo verso Nord, le mutazioni si fanno più evidenti”, dice a un certo punto uno dei due professori. E un altro loro collega, Weiser, aggiunge: “Stiamo avvicinandoci alla zona più interessante, quella cioè dove qualche elemento ancora sconosciuto favorisce l’alterazione della specie animale”. Infatti, la spedizione si imbatte in api con la coda da scorpione, lucertole con le corna e pesci con le zampe. Weiser è talmente invasato dal suo desiderio di conoscenza da non riuscire a porvi dei limiti. Lo vediamo più volte insistere per proseguire le ricerche e avvicinarsi, nonostante i pericoli, sempre più all’epicentro delle mutazioni genetiche che trasformano, per motivi misteriosi, la fauna di una inesplorata zona del Missouri. A differenza dei suoi colleghi decisamente meno atletici, lui è anche in grado di performance fisiche non indifferenti: “sono stato un autentico campione in molte discipline sportive, all’università di Stoccarda”, afferma a un certo punto della storia. Questa vigoria gli consente anche, a un certo punto, di fare a meno della scorta di Zagor e separarsi dal resto del gruppo, per continuare da solo le sue indagini in cerca di quella fama e  di quella gloria  che non intende condividere con nessuno. Il che, non gli porterà fortuna.
Dicevamo che Kruger e Meyer sono vecchie conoscenze. La loro prima apparizione fu sceneggiata da Guido Nolitta nel 1963 per l’edizione francese di Zagor (salvo poi venire pubblicata anche in Italia e inserita nella serie italiana). I due sembrano un’affiatata coppia da film comico: se il professor Kruger, naturalista darwiniano ante litteram, ha l’aspetto e gli atteggiamenti del classico scienziato un po’ svampito, non meno svitato sembra il suo assistente Mayer che, pure, svolgendo mansioni di portaborse e guardia del corpo, dovrebbe essere un pochino di più con i piedi per terra e invece sembra condividere le stramberie del suo capo. Quando li rivediamo, appunto nell’avventura “Acque Misteriose”, sono sempre molto simpatici, ma meno macchiette. Nel 2013 c’è stato un loro ulteriore ritorno.
L’autore delle tavole a fumetti che compongono questo volume è Franco Donatelli. Un nome, il suo, che si è affiancato a quello del creatore grafico di Zagor per quasi trent’anni: la sua prima storia è datata 1967 e la morte ha sorpreso l’illustratore nel 1995. La “sua” foresta di Darkwood era diversa da quella di Ferri, che l'aveva creata. Acquitrinosa, piena di liane e di vegetazione intricata quella del disegnatore ligure, più asciutta e rocciosa, e con meno alberi, pronta a trasformarsi in montagna e deserto quella di Donatelli. Allo stesso modo, diversa era la sua interpretazione di Zagor, e a ben pensarci singolarmente diversa. Sì, perché mentre il problema di tutti i disegnatori che si sono cimentati e con l'atletica e dinamica figura dello Spirito con la Scure è che hanno dovuto fare i conti con il tratto impressionista ferriano, fatto di pennellate rapidi ed efficaci, cercando di adeguarsi a quella impostazione, Donatelli ha trovato invece fin da subito una sua strada personale, caratterizzando alla sua maniera Zagor, Cico e gli altri comprimari della serie, e benché la sua mano fosse sempre e comunque riconoscibilissima, non ha mai tradito lo spirito di personaggi creati da altri. Sapeva mettersi al servizio degli eroi e delle storie forse proprio perché era stato il primo, in assoluto, a mettersi al servizio della appena nata casa editrice "Audace" allorché Gianluigi e Tea Bonelli, nel 1940, l' avevano rilevata. Giovanissimo (era nato ad Alessandria nel 1925), era stato chiamato a fare da factotum in redazione. Il particolare segno di Donatelli ha reso graficamente alcune delle più belle storie di Zagor. Chi non ricorda, per esempio, storie memorabili come "Mohican Jack", "Libertà o morte", "Spedizione punitiva" e, appunto, "Acque misteriose"?  «Franco Donatelli, secondo me, era un artigiano - ha scritto di lui Graziano Frediani - nel senso più nobile e più antico del termine. Disegnava da sempre, con modestia e dedizione, mantenendo un ritmo produttivo costante e senza mai tradire uno standard qualitativo decisamente elevato».  Proprio Frediani firma, con Maurizio Colombo, l’illustratissima introduzione.





mercoledì 22 ottobre 2025

LE COPERTINE PERDUTE DI ZAGOR




Alessandro Piccinelli
LE COPERTINE PERDUTE DI ZAGOR
Sergio Bonelli Editore
2025, brossura
100 pagine, 29.90
Tiratura limitata (999 copie)

Alessandro Piccinelli è un copertinista di straordinario talento ormai entrato nel cuore dei lettori e  sono felicissimo di averlo proposto come prosecutore dell’opera di Gallieno Ferri riguardo le cover. Partiamo dal presupposto che Ferri è stato autore di copertine memorabili, che hanno scandito e segnato per oltre cinquant’anni la vita di generazioni di lettori. Qualunque sostituto avessimo scelto non avrebbe potuto essere all’altezza del maestro, agli occhi di lettori che da sempre identificano Zagor con la versione grafica data dal grande e inarrivabile ligure. Nel 2016, con la scomparsa di Gallieno, è stato necessario però sodstituirlo. Tra i disegnatori dello staff zagoriano c’erano sicuramente dei validi papabili, da Marco Torricelli (quello attivo da più tempo) a Joevito Nuccio, da Michele Rubini a Marco Verni, da Raffaele Della Monica agli Esposito Bros (e qui mi fermo per non citarli tutti). Qualunque nome fosse stato scelto avrebbe avuto dei tifosi pro e dei tifosi contro (e si sa che in genere è più facile criticare che trovarsi d’accordo). Il nodo principale da sciogliere era: vogliamo un copertinista che “assomigli” a Ferri, o qualcuno che faccia proposte di tipo diverso? Si ripeteva il dilemma del sostituto di Galep alle copertine di Tex: in quel caso fu scelto un giovane, Claudio Villa, che sicuramente rappresentava una svolta innovativa. Però il pubblico texiano è molto più abituato di quello zagoriano ad accettare interpretazioni diverse del personaggio da parte di disegnatori dagli stili più disparati. Quando si trattò di riunirci in redazione (io, il direttore, l’editore, il caporedattore) per stabilire il sostituto di Ferri, espressi tutte queste considerazioni e proposi la mia soluzione. I miei argomenti furono questi: primo, scegliere un outsider e non un disegnatore dello staff, in modo da non creare dissapori e rivalità; secondo, optare per qualcuno in grado di offrire una versione di Zagor più moderna ma non troppo moderna, che sapesse rinfrescare e innovare ma nel rispetto della tradizione; terzo, selezionare comunque un autore che per indole, carattere, passione conoscesse bene Zagor e la bonellità e il fandom bonelliano; quarto, affidarci a qualcuno con un forte senso della copertina, in grado di indovinare pose e situazioni da raffigurare. Ciò detto, mostrai tutta una serie di illustrazioni zagoriane realizzate da Piccinelli negli anni precedenti, per commission, quali regali agli amici, per portfolio, per pubblicazioni amatoriali. I partecipanti alla riunione non ebbero il minimo dubbio, nessuno avanzò controproposte, Alessandro Piccinelli venne immediatamente scelto. Dal 2016 a tutto il 2025 ho seguito, come curatore dello Spirito con la Scure, l’elaborazione di tutte le (tante) copertine richieste ogni anno dalle (tante) testate legate al Re di Darkwood, parlando con lui dell’argomento dei singoli albi, inviandogli le storie in visione, a volte suggerendo qualche soluzione o qualche aggiustamento di tiro, ma sempre trovandomi poi di fronte a tre, quattro ma anche cinque bozzetti: le proposte di Alessandro. Bozzetti peraltro molto definiti, come si può vedere sfogliando il volume “Le copertine perdute di Zagor”, talora tutti così belli da mettere in difficoltà me e Michele Masiero (il direttore editoriale, a cui spetta l’ultima parola) nell’operare una scelta. Dieci anni dopo l’esordio come cover man, ecco raccolti in volumi un centinaio di bozzetti a malincuore scartati, che volevamo non tenere soltanto per noi ma far ammirare a tutti (parlo al plurale, ma in questa iniziativa ho solo il merito della proposta, poi il curatore del libro è Luca Crovi e c’è anche lo zampino di Luca Del Savio). Precede l’antologia una interessante intervista a Piccinelli che dimostra tutta la passione per Zagor e per il suo lavoro, e che mi ha commosso nella risposta alla domanda: “Come ti sei sentito quando Moreno Burattini ti ha dato la notizia che eri stato scelto come nuovo copertinista di Zagor?”. Ricordo la sua emozione, ma anche la mia. 



lunedì 20 ottobre 2025

TEX, LE ORIGINI DEL MITO

 


 

 

Massimo Capalbo
TEX, LE ORIGINI DEL MITO
VOLUME 1
Amazon
2025, brossurato
230 pagine, p.n.i.

 
Parlando di fumetti, ci sono appassionati più appassionati degli altri. No, detta così è l’affermazione è sbagliata, riproviamo: ci sono appassionati che manifestano la loro passione in modo più sorprendente di altri, che magari la coltivano in solitaria nel chiuso della propria cameretta. Ci sono quelli che animano forum e gruppi di discussione, quelli che fondano dei club, quelli che aprono canali YouTube, quelli che non mancano mai agli incontri con gli autori, quelli che gli autori li perseguitano. Poi ci sono quelli come Massimo Capalbo, specializzato nel compilare libri che sbalordiscono per la mole di lavoro  necessaria al recupero di tutti i dati necessari, dato che si tratta quasi sempre di puntuali schedature di storie, ambienti e personaggi di serie a fumetti di lungo corso (Tex, Zagor, Mister No), schedature che richiedono attente letture di migliaia di pagine, più approfondite ricerche per la documentazione di supporto. Chi ha sfogliato “The Dark Side of Tex”, l’ “Atlante di Mister No” o “Zagor Monsters” sa di che cosa parlo (chi non l’abbia fatto, dovrebbe farlo). Capalbo aggiunge alle sue fatiche il primo volume di "Tex, le origini del mito”, che ha per sottotitolo “Analisi delle storie contenute nei primi 53 albi di Aquila della Notte". Le 230 pagine del saggio, corredate da oltre cento illustrazioni, analizzano in maniera approfondita le 24 storie pubblicate nei primi 16 albi della collana Tex Gigante (seconda serie), quella tuttora in edicola e considera la serie regolare: da "Il totem misterioso" ad "Avventura nell'Utah", passando per "La Mano Rossa", "Uno contro venti", "Il mistero dell'idolo d'oro", "L'eroe del Messico", "Satania!", "Il patto di sangue", "Il tranello", "Il figlio di Tex" e altre ancora. L’autore non si limita a fare il riassunto di ogni episodio e a schedare autori e personaggi ma contestualizza, traccia collegamenti, individua citazioni, propone confronti con la realtà storica, mostra immagini d’epoca e fotogrammi di film, fornisce indicazioni ai collezionisti e un giudizio critico. I volumi sono in programma sono tre, e una volta usciti tutti avranno recensito i primi 53 albi, per un totale di 64 schede. Le origini, secondo Capalbo, si fermano qui, con il quartetto dei pards ormai stabilmente costituito a contrassegnare le definitive caratteristiche della serie dopo il lungo periodo di rodaggio e di assestamento. Attendiamo Massimo al varco. “Tex, le origini del mito” è in vendita esclusivamente su Amazon.



lunedì 13 ottobre 2025

FIN DOVE ARRIVA IL MATTINO

 
 
 


Giancarlo Berardi
Ivo Milazzo
FIN DOVE ARRIVA IL MATTINO
Sergio Bonelli Editore
2025, cartonato
138 pagine, 25 euro

“Fin dove arriva il mattino” è il capitolo finale della saga di Ken Parker. Una saga
 che ha segnato la mia vita (e quella di moltissimi altri), iniziata nel 1977 e conclusasi nel 2015 con il cinquantesimo volume di una riedizione distribuita in edicola da Mondadori Comics, contenente l’unica avventura inedita  in una collana che aveva ristampato, nelle quarantanove uscite precedenti, tutti gli episodi di Lungo Fucile. A distanza di dieci anni, Sergio Bonelli Editore (in occasione di una nuova riproposta  dell’intera serie) dà alle stampe un volume cartonato e di pregio, destinato al circuito delle librerie, della storia conclusiva del lungo cammino del personaggio. Storia, secondo me, memorabile. Ma per arrivare a parlarne, ritengo necessario ricapitolare i punti fondamentali riguardanti qualsiasi discorso sull’anti eroe di Berardi & Milazzo.

L'albo d'esordio, intitolato “Lungo Fucile” uscì in tutta Italia nel giugno 1977, per i tipi della Cepim di Sergio Bonelli e dunque nel classico formato Tex (anche se con una grafica di copertina originale rispetto alla tradizione). Il personaggio risaliva però a tre anni prima: era nato infatti nel 1974 per essere proposto in un unico episodio autoconclusivo da inserirsi nella Collana Rodeo. Bonelli, tuttavia, aveva bisogno di materiale per riempire gli spazi vuoti tra una puntata e l'altra de "La Storia del West" di Gino D'Antonio; così, dopo aver letto il racconto, chiese allo sceneggiatore Giancarlo Berardi e al disegnatore Ivo Milazzo di realizzarne un secondo, e poi un terzo, finché si convinse che il protagonista di quelle storie aveva un notevole "spessore" e meritava una serie tutta sua. Milazzo, nato a Tortina nel 1947, e Berardi, genovese della classe 1949, si erano conosciuti perché frequentavano la stessa scuola e avevano esordito insieme nel 1970 nel mondo del fumetto (il primo come disegnatore, il secondo in qualità di sceneggiatore) sulla rivisto Horror, diretta da Pier Carpi e Alfredo Castelli. Sempre insieme avevano fatto esperienza lavorando per lo studio ligure Bierreci (che prendeva il nome da Luciano Bottaro, Giorgio Rebuffi e Carlo Chendi)e realizzando storie per Tarzan e Gatto Silvestro. Da lì erano passati  al Giornalino grazie alle avventure di Tiki, un giovane indio amazzonico; e a Lanciostory con la serie di racconti western  Welcome to Springville. Ma a quel punto già arrivava Ken Parker.

Chiunque si trovi oggi a fare i conti con il western deve necessariamente sottostare alla regola dell' Im Westen Nichts Neues: all'Ovest niente di nuovo. Migliaia di film, romanzi e fumetti hanno sfruttato ogni situazione in tutte le possibili salse. Giancarlo Berardi si deve essere reso subito conto dell'impossibilità di dire qualcosa di nuovo in un contesto in cui si è detto tutto. E allora? Come è stato possibile per Ken Parker, nonostante questo handicap di fondo, incidere profondamente nel mondo del fumetto italiano? Innanzitutto, l'approccio verso gli ingredienti più tradizionali del genere western (gli attacchi degli indiani, le rapine alle banche, i ladri di bestiame) è di sostanziale accettazione, peraltro giustificata dalla rappresentazione di una realtà storica. Se non si cerca di modificare le situazioni in quanto tali, si modifica però l'ottica attraverso la quale queste situazioni vengono presentate al lettore. Non più la tradizionale divisione in "buoni" e "cattivi", ma il tentativo di esporre le ragioni degli uni e degli altri; non più eroi a tutto tondo, ma personaggi problematici, spesso tormentati da dubbi, angosce e incertezze; non più un mondo di relazioni interpersonali semplificate (se non banalizzate) ma un'analisi spesso profonda della psicologia e dell'intimo dei protagonisti. Tutto ciò viene raggiunto con una cura certosina, in fase di sceneggiatura, della scansione cinematografica delle sequenze e del loro montaggio, della sottolineatura dei dettagli e degli sguardi, dei dialoghi dove niente viene lasciato al caso e ogni parola ha il suo giusto peso e un preciso ruolo da svolgere. Inotre le avventure di Ken Parker spaziano in una dimensione più ampia di quella del western tradizionale: lo vediamo perciò cacciatore di balene tra gli iceberg e investigatore tra i palazzi di città. Infine, le avventure di "Lungo Fucile" sono caratterizzate da una costante contaminazione tra più generi: dal cinema alla letteratura, dalla musica al fumetto. Ken Parker maneggia i versi di Walt Whitman, commenta "Il Capitale", recita l'Amleto, incontra Ambrose Bierce; ma si imbatte anche in Tex Willer e Totò, marcia con i lavoratori del quadro di Pellizza da Volpedo, prende a pugni Poirot, conversa amichevolmente con i suoi stessi autori, diviene amico del Dersu Uzala di Kurosawa (anche se qui si fa chiamare Nanuk) e di Pippi Calzelunghe (Pat O'Shane), bacia Marilyn Monroe/Norma Jean, si inventa scrittore di dime novels. 
Ma chi è Ken Parker? Ferruccio Giromini, introducendo sulla rivista Orient Express il breve episodio intitolato "Cuccioli", risponde: "un uomo che crede di poter fare qualcosa per cambiare la storia". Giancarlo Berardi, che ne sa ben qualcosa, così replica in una intervista su Popular Press: "Ken Parker non ha questa pretesa. Si sforza solo di essere coerente con le sue idee, con il suo bagaglio di uomo, con i suoi valori che ha pian piano riscoperto. Dato che nella società in cui viveva, e anche in quella in cui viviamo noi, di valori ce ne sono pochi, nasce la necessità di crearsene di propri e vivere coerentemente con essi". Ciò significa fare delle scelte, a volte faticose, altre volte addirittura drammatiche. 
Le avventure di Ken Parker, ex cercatore d'oro in California tornato fra le sue montagne a fare il cacciatore di pellicce, hanno inizio nel Montana il 29 dicembre 1868, quando suo fratello Bill viene ucciso, a scopo di rapina, da alcuni assassini, che, di lì a poco, si arruolano come scout dell'esercito. Ken, deciso a vendicare Bill, fa lo stesso e si trova così coinvolto nel drammatico inseguimento di una tribù di Cheyenne fuggita della riserva da parte di uno squadrone di Giacche Blu. Ken resta nell'esercito anche dopo aver fatto giustizia degli assassini di suo fratello. Nel suo ruolo di guida ed esploratore, ha modo di venire a contatto con la tragica realtà del problema indiano. 
Con il numero 59, “I ragazzi di Donovan”, datato maggio 1984, si chiude la prima serie di albi bonelliani in bianco e nero di Ken Parker. Il personaggio proseguiva però le sue avventure sempre su una testata della stessa casa editrice: appunto la prestigiosa rivista Orient Express, diretta da Luigi Bernardi, da poco entrata a far parte della scuderia Bonelli.  Berardi & Milazzo erano convinti che fosse impossibile continuare a sostenere il ritmo di una storia al mese senza perdere in qualità, parametro a cui gli autori non erano disposti a rinunciare. Per Ken Parker fu dunque decisa la chiusura della collana mensile in bianco e nero (da tutti rimpianta) e la prosecuzione con storie a colori pubblicate a puntate e poi raccolte in albo. L’esordio su rivista del nostro eroe avviene sul n° 20 di Orient Express, datato aprile 1984. Ma l’esperimento non funziona. Berardi & Milazzo si mettono in proprio e tornano alle storie in bianco e nero pubblicate su un magazine intitolato al loro personaggio, poi rilevato da Bonelli. 
Con l'episodio “Un soffio di libertà" (distribuito sui numero 30, 31 e 32 del magazine, datato 1995) le vicende umane di Lungo Fucile giungono a toccare un momento estremamente drammatico della sua vita. Ken Parker, accusato di aver ucciso un poliziotto durante uno sciopero a Boston, in uno scontro di piazza fra operai manifestanti e le forze dell’ordine (in realtà si è trattato di un gesto necessario, in un momento concitato, per salvare una vita in pericolo), è incarcerato nel penitenziario di Jackson County, gestito da un direttore "illuminato", Compton Scott, che però non ha il controllo sui suoi secondini, che si accaniscono sui detenuti a sua insaputa. Proprio mentre un gruppo di giornalisti visita la prigione per scrivere delle idee di Compton Scott, l'uccisione di un galeotto da parte degli aguzzini scatena una rivolta carceraria. Ken Parker si fa portavoce dell'ala moderata dei rivoltosi, quelli che non chiedono di evadere ma di vedere puniti i colpevoli. Intanto, i più facinorosi usano violenza alla moglie e alla figlia del direttore prese in ostaggio e nello stesso tempo il governatore decide di risolvere la questione con una dimostrazione di forza nonostante la trattativa condotta da Ken sia più che ragionevole e abbia ormai messo d'accordo tutti i negoziatori. Così, la rivolta si risolve in un bagno di sangue, da cui Ken Parker è uno dei pochi a uscire vivo. C'è, nello spunto iniziale, il ricordo del film "Braubaker", con Robert Redford (anche se non serve averlo visto).
Ma arriviamo a “Fin dove arriva il mattino”, l'episodio che di "Un soffio di libertà" rappresenta il sequel. Occhio allo spoiler. Ricordo che quando scoprii Ken Parker (in ritardo rispetto all'uscita originaria, e precisamente con l'albo intitolato "Il poeta"), decisi di raccogliere tutti i numeri arretrati che mi erano sfuggiti. Guardavo però la pila dei titoli da leggere con quel senso di angoscia di chi sa che, facendo qualcosa, poi dovrà soffrire. Infatti, quando trovavo il coraggio di affrontare la lettura, spesso la concludevo con il groppo alla gola ed emotivamente sconvolto. "Butch l'implacabile", "Cronaca", "Diritto e rovescio", "Lilly e il cacciatore"... tutti albi che mi hanno lasciato il segno, sui quali appunto ho sofferto per quanto erano coinvolgenti. Ricordo di aver pianto sul finale di "Alcune signore di piccola virtù". Qualcosa del genere mi è successo con l'ultima avventura di Ken Parker. Ho temporeggiato finché ho potuto, sapendo che leggere mi avrebbe oppresso il petto e fatto dormire male. Cosa che è regolarmente accaduta. Per quanto mi riguarda, si tratta di uno degli episodi più belli e più amari della saga, magistralmente raccontato da Berardi in una continua alternanza (piena di corrispondenze) fra il passato e il presente, e disegnato da Milazzo con lo sfoggio del suo stile inconfondibile in grado di comunicare brividi con pochi segni solo apparentemente scarabocchiati: il talento suo proprio che mi ha da sempre fatto innamorare delle sue tavole. La caratteristica principale delle storie di Lungo Fucile è sempre stata quella del realismo, della raffigurazione del dramma senza edulcorazioni: l'episodio finale porta questa connotazione fino alle estreme conseguenze. L'eroe dei fumetti, se è chiuso in prigione, riesce a evadere e a dimostrare la propria innocenza; e soprattutto non invecchia, le ferite su di lui non lasciano cicatrici. Ken invece sconta vent'anni di carcere e quando ne esce, per un indulto, è anziano e dolorante, oppresso dal mal di schiena, costretto ad appoggiarsi al fucile come un bastone. Non è neppure in grado di affrontare una banda di criminali a cui si unisce per cercare di salvare due donne, madre e figlia, che hanno presso in ostaggio, e soltanto alla fine riesce nell'impresa, quando i banditi sono rimasti soltanto in due. Della donna più anziana forse si innamora pure, contraccambiato, ma i guai nascono da quella più giovane che, vittima della sindrome di Stoccolma, reagisce in modo inaspettato alla sua liberazione. Alla fine Ken inevitabilmente muore, come muoiono le persone reali, vecchio e sofferente, senza più forze, aspettando l'alba. E io, di nuovo, piango.



sabato 11 ottobre 2025

A TAVOLA CON GLI AUTORI

 

 
 
 
Autori Vari
A TAVOLA CON GLI AUTORI.
SCLS Presenta
2024, brossurato
140 pagina, p.n.i.

Questo aureo libretto, gustoso pezzo da collezione (imperdibile anche se introvabile) non contiene testi, a parte le due brevi prefazioni (una scritta da me, l’altra firmata da Corwin – uno dei curatori con Marco Corbetta e Ivano Carzaniga), e non propone neppure nessun bel disegno. Anzi, i disegni sono proprio brutti, improvvisati, raffazzonati, tirati via al punto da sembrare opera di ubriachi. Cosa che in effetti è, visto che gli autori (tutti professionisti del fumetto) li hanno realizzati al ristorante al momento del caffè e del giro degli amari, dopo un pasto annaffiato da vino e da birra, in occasione di pizzate, pranzi e cene organizzate dagli appassionati forumisti di SCLS, ovvero Spirito Con La Scure punto it, una community di lettori di Zagor molto attiva in Rete (la prima per nascita, ma non l’unica). Esiste infatti una sorta di rito, instauratosi e ufficializzatosi a partire dal 2007, quando già il forum esisteva comunque da alcuni anni, che prevede  il passaggio di mano in mano, tra gli “addetti ai lavori” presenti (cioè riservato agli autori zagoriani soliti fare comunella con i propri lettori), di un album da disegno su cui lasciare un disegno autografo improvvisato, magari con una battuta o una dedica accanto alla firma. Con il tempo gli album sono diventati numerosi (finito uno, se ne comincia un altro), tutti gelosamente conservati da Marco “Baltorr” Corbetta.  Nella foto qui sotto vedete Marcello Mangiantini all'opera appunto durante un raduno di SCLS (in questo caso, a Rimini) in un contesto conviviale.
 

 
Questo volumetto raccoglie gli schizzi realizzati dall’edizione 2007 di Lucca Comics fino all’evento svoltosi a Santa Margherita Ligure nel novembre 2014. Il primo disegnetto è un Cico di Marco Verni, l’ultimo uno Zagor che combatte contro un polpo opera di Gallieno Ferri su testi miei (il balloon dice “Questo me lo faccio con le patate!”). Lo potete vedere qui sotto.
 
 

 
I raduni conviviali del forum SCLS sono continuati anche in seguito, e proseguono tuttora, questo significa che potrebbe venire data alle stampe una seconda raccolta, cosa in cui in effetti confidiamo. Quando ho scritto che i disegni sono brutti, a inizio di recensione, ovviamente scherzavo: alcuni sono bellissimi, altri molto divertenti, tutti comunque da contestualizzare. In ogni caso dimostrano come la passione verso l’eroe di Darkwood unisca autori e lettori in una unica comunità. Ci sono schizzi persino di Sergio Bonelli, che più volte si è unito alle tavolate degli zagoriani, e i disegni degli autori realizzati poco dopo la sua morte (avvenuta nel settembre 2011) sono commossi e commoventi nel suo ricordo (uno porta la mia firma). Eccolo qui sotto.
 

 
 
Non cito tutti i disegnatori e gli sceneggiatori rappresentati nel libro, per non dimenticare nessuno, ma ci sono quasi tutti, a partire (unico di cui faccio il nome a parte Ferri e Bonelli) da Alessandro Piccinelli artefice della copertina (sì, è vero, ho citato anche me stesso, Mangiantini e Verni, ma en passant a sostegno del discorso). Riporto qui di seguito il testo della mia introduzione, intitolata “Gli abitanti di Darkwood”. In fondo, troverete uno schizzo di Sergio Bonelli.
 
 

 

GLI ABITANTI DI DARKWOOD
di Moreno Burattini

Nei miei ormai trentacinque anni di lavoro alle sceneggiature di Zagor, personaggio per il quale ho scritto oltre trentamila pagine di avventure, mi è capitato spesso di viaggiare per il mondo invitato a parlare dello Spirito con la Scure e della sua leggenda. Dovunque sono andato, ho incontrato schiere di lettori che condividevano con me la mia stessa passione (perché, prima di essere un autore, sono un appassionato). Li ho definiti “gli abitanti di Darkwood”, una comunità che unisce in un unico popolo tutti coloro che, qualunque sia la loro nazionalità, si emozionano di fronte ai racconti dell’eroe dalla casacca rossa. Ascolto da sempre i racconti dei lettori che mi spiegano quanto sia stato importante Zagor nella loro vita. Ma c’è un aneddoto che li vale tutti, riguardante Adnan Mehmedovic, di Sarajevo (in Bosnia Erzegovina e più in generale nei Balcani, lo Spirito con la Scure gode di grande popolarità). Adnan  mi ha narrato un toccante episodio riguardo gli anni della guerra nella ex-Yugoslavia, quando lui era bambino: avendo pochi minuti per scegliere cosa portare via dalla casa che doveva abbandonare, prese con sé un borsone con i fumetti di Zagor, che poi gli fecero grande compagnia nel tempo che trascorse da profugo. Gli albi dello Spirito con la Scure hanno aiutato tanti come lui a superare e sopportare quel periodo terribile. Nessuna meraviglia, dunque, che lettori accumunati dalla stessa passione sentano il bisogno di ritrovarsi come succedeva ai trappers delle foreste del Nord America nella prima metà dell’Ottocento. I “rendez-vous” dei mountain men ebbero il loro momento d’oro nell’arco di tredici anni. Il primo di essi, infatti, si svolse sul fiume Green, al confine tra Utah e Wyoming, nel luglio del 1825 (e si noti che Nolitta ambienta il raduno dell’albo “I cacciatori di uomini” su una isola fluviale chiamata Green Island). L’ultimo, più o meno dalle stesse parti, ebbe luogo nel giugno del 1837. Il convergere in una vasta radura di centinaia di persone intenzionate a far baldoria faceva sorgere un accampamento che veniva montato e smontato nel volgere di pochi giorni. Da molto più di tredici anni (sicuramente più di venti) gli zagoriani del forum Spirito con la Scure (per brevità, SCLS) si radunano periodicamente a Milano (nei pressi della Sergio Bonelli Editore) e in città sempre diverse in giro per l’Italia (ma ci sono stati raduni anche all’estero). Alcuni di queste riunioni di appassionati sono state filmate dal regista Riccardo Jacopino in documentario intitolato “Noi, Zagor” proiettato nell’ottobre 2013 in oltre cento sale cinematografiche di tutta Italia, dopo due anni di lavorazione. Si tratta di un entusiasmante viaggio “dietro le quinte”, in mezzo agli autori e ai loro collaboratori, fra le scrivanie e i tavoli da disegno di chi lavoro quotidianamente, da oltre cinquant’anni, alla realizzazione delle storie dello Spirito con la Scure. Ma è anche un reportage su tutto l’universo di emozioni che anima il pubblico, soprattutto quello della folta schiera di appassionati che popola i raduni dei fan così come gli incontri durante le fiere del fumetto, ma anche quello che colleziona gli albi e va a caccia dei numeri più rari. “Noi, Zagor” è davvero il più efficace possibile perché la comunità degli zagoriani comprende gli stessi autori, sceneggiatori e disegnatori, che spesso e volentieri si uniscono ai lettori nelle tavolate imbandite durante i raduni. E fra gli autori che hanno partecipato figurano anche Sergio Bonelli e Gallieno Ferri, i creatori dello Spirito con la Scure. Troverete infatti i loro autografi nelle pagine di questo libro, che raccoglie gli sketch schizzati dagli illustratori durante pranzi, cene o intervalli fra le conferenze, nel corso degli anni. Ci sono anche alcuni scarabocchi del sottoscritto, dei quali non mi vergogno come dovrei perché sono anch’io un abitante di Darkwood. 
 
 

 



venerdì 10 ottobre 2025

L’ANTICA MALEDIZIONE

 

 

Raffaele Della Monica
Gallieno Ferri
Jacopo Rauch
Gianni Sedioli
Marco Verni

L’ANTICA MALEDIZIONE
Zagor contro il Vampiro vol. 4
Sergio Bonelli Editore
2025, brossurato
432 pagine, 17 euro

“Zagor contro il Vampiro”, oltre a essere il titolo di un albo dello Spirito con la Scure divenuto oltre che a essere un classico è senza dubbio un cult (è il n° 86, dell’agosto 1972, e lo si deve ai testi di Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli, e ai disegni di Gallieno Ferri), è anche la denominazione di una collana antologica composta da cinque volumi che raccolgono tutte le avventure in cui l’eroe di Darkwood, nel corso della sua lunga saga, si scontra con il barone Bela Rakosi, non-morto dai canini aguzzi adatti a succhiare sangue. Non soltanto quelle, in verità, perché per esempio nel terzo volume, “Le nere ali della notte”, il Vampiro non compare, ma si seguono le vicende degli altri comprimari che intrecciano in maniera inestricabile il loro destino con il suo, come il dottor Metrevelic, Alan Parkman e Ylenia Varga. 
In questo quarto tomo, contenente due storie (una del 2016 e una del 2017) il tetro Rakosi torna nella prima ma, di nuovo, manca nella seconda. La sua assenza dalla scena è funzionale alla necessità di seguire le vicende del numeroso microcosmo di figure che si muovono attorno a lui e che danno vita (o danno non-morte) a una vera e propria saga ricca di comprimari e di caratteristi. 
Del resto, anche il romanzo di Bram Stoker del 1897, “Dracula”, considerato il capostipite di tutta l’incredibile proliferazione di racconti, film e fumetti, propone un variegato gruppo di personaggi a cui nel tempo se ne sono aggiunti altri nei sequel multimediali che continuano a venire proposti, come Abraham Van Helsing, un medico olandese, letterato e filosofo, che cerca di convincere dell’esistenza dei vampiri il suo allievo dottor Seward, chiamato a curare il male inspiegabile da cui sembra essere stata colpita Lucy Westenra, in realtà vittima dei canini del non-morto transilvanico trasferitosi a Londra. Il personaggio di Van Helsing compare in quasi quaranta opere cinematografiche ispirate al romanzo di Stoker. Ma anche Renfield, un paziente dello psichiatra dottor Seward, che soffre di ontomofagia, cioè ha la mania di nutrirsi di insetti, è stato reso protagonista di storie a lui dedicate. Il conte Dracula lo rende suo schiavo e, nel romanzo di Stoker, alla fine lo uccide. Il folle ha continuato a vivere sugli schermi cinematografici quale protagonista o coprotagonista di numerosi film. Insomma, da storia nasce storia. 
Nelle avventure di Zagor, e a Darkwood, terra della trasversalità tra i generi, là dove il western si contamina di continuo con l’avventura, l’umorismo, la fantascienza e l’horror, e dove hanno piena cittadinanza trapper e pellerossa come scienziati pazzi e licantropi, non poteva mancare anche un vampiro transilvanico venuto a cercare sangue fresco nel Nuovo Mondo. Guido Nolitta, portando avanti  la sua opera di mescolamento delle carte davanti agli occhi dei divertiti lettori, cita i film in cui il Dracula di Bram Stoker è interpretato da Bela Lugosi creando una palese assonanza fra il nome dell’attore e quello del suo tenebroso non-morto, a cui però il disegnatore Gallieno Ferri dà l’aspetto di un altro celebre vampiro cinematografico, Christopher Lee, senza dimenticare di citare, in una copertina, l’ombra del Nosferatu di Murnau. Proprio di Gallieno Ferri, la storia “L’antica maledizione” (la seconda contenuta nel volume) rappresenta l’ultima fatica, rimasta incompiuta. Uscita postuma in prima edizione nel 2017 (come Color Zagor n° 5), l’avventura scritta da Jacopo Rauch risulta disegnasta dal maestro ligure fino alla sessantatreesima tavola delle 126 di cui è composto il racconto: l’esatta metà.  Le pagine mancanti sono state terminate da Gianni Sedioli e Marco Verni, i due più fedeli continuatori della sua opera. Quando, il 2 aprile del 2016, la primavera che ce l’aveva regalato 87 anni prima se l’è portato via, Gallieno Ferri aveva da poco finito di disegnare la sua tavola di Zagor numero 20.810: la prima risaliva al 1961. Al momento della sua scomparsa deteneva tre record ancora imbattuti: era il disegnatore italiano con più anni di ininterrotta presenza in edicola con le cover dello stesso eroe (55); l’autore del maggior numero di tavole di un unico personaggio della scuderia Bonelli (Zagor in entrambi in casi); il copertinista più prolifico nel formato gigante che caratterizza la Casa editrice di Via Buonarroti  (838). A questi dati vanno aggiunte le tante copertine degli albi a striscia (233) e le tavole illustrate per Mister No (119) e Giubba Rossa (48). Questi dati, che si riferiscono soltanto alla sua produzione bonelliana (ne esiste una precedente, soprattutto destinata al mercato francese, che è difficile persino quantificare, tanto è estesa), danno un’idea della quantità del suo lavoro ma non bastano a rendere ragione della qualità che lo contraddistingueva. E’ commovente pensare a quanti sogni, emozioni, brividi, risate ci abbia regalato Gallieno in tanti anni: c’è una sua copertina per ogni momento della vita di chi è cresciuto con Zagor. Si tratta di un tesoro che nessuno potrà portarci via, al pari del ricordo delle storie di Sergio Bonelli, alias Guido Nolitta. Proprio a un character nolittiano e ferriano è dedicata “L’antica maledizione”: si tratta del dottor Metrevelic, un medico che, presentandosi ai lettori nel 1972, diceva di essere originario della Yugoslavia e aggiungeva anche di aver dedicato anni di studio, quando ancora viveva in Europa, allo studio delle leggende riguardanti i vampiri, ed era perciò un’autorità in materia. In effetti, si rivela risolutivo nella lotta contro il barone Rakosi. Lo  abbiamo ritrovato più volte pronto ad affrontare minacce vampiriche ma anche al fianco di Zagor in altri casi legati al mistero e al paranormale. Adesso, Jacopo Rauch ci svela qualcosa sul passato di Metrevelic, chiarendo anche chi fosse la madre di sua figlia Aline, di cui non sapevamo niente.  
Sempre del senese Rauch sono i testi della prima avventura contenuta nel volume: “Vampiri!”, illustrata da un ispirato Raffaele Della Monica. Qui lo sceneggiatore senese riprende i fili della narrazione interrottasi con “Le nere ali della notte”, una storia sempre sua datata 2009, riportando sulla scena la vampira “buona” Ylenia Varga e facendo far ritorno anche al cattivo Bela Rakosi, creduto morto nel rogo di una villa alla fine di un racconto di Mauro Boselli del 1998. I personaggi della saga si sono fatti numerosi: oltre a Metrevelic e Parkman ci sono Manfred Moore, promesso sposo di Frida Lang (un nome che a tutti gli zagoriani ricorda immediatamente un sorprendente bacio), Alec Wallace, ufficiale della Royal Navy, il colonnello Korasi, ex ufficiale asburgico, Jonas Weber, ridotto in schiavitù mentale dal vampiro, Kurt Svatek, capitano degli Ussari, vampiro rivale di Rakosi desideroso di assorbirne i poteri.  Insomma, vale la pena di leggere questo e gli altri volumi della serie. Annotazioni in calce: la cover è opera di Alessandro Piccinelli, che ha sostituto Ferri come copertinista, il lungo saggio introduttivo (sedici pagine) porta la mia firma.