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mercoledì 27 maggio 2026

LA DONNA FOCA

             


 
Fred Vignaux
Yann
THORGAL
LA DONNA FOCA
Alessandro Editore
2026, cartonato
50 pagine, 18,90 euro
 

Asterix, Thorgal, Yoko Tsuno, Tintin, Blake et Mortimer, Spirou, Blueberry, Gaston Lagaffe, Lucky Luke, i Puffi, Valérian. Queste, in ordine di gradimento, le dieci serie francesi più apprezzate dal sottoscritto. Mi sorprendo anch’io della seconda e della terza posizione, soprattutto perché precedono la quarta e la quinta, ma tant’è. Quella di Thorgal è una saga a fumetti iniziata Oltralpe nel 1977 sulla rivista "Tintin" ma che io ho imparato ad amare sulle pagine di "Comic Art" e che ho cercato di seguire in ogni possibile edizione italiana. Qualche anno fa ho avuto anche la fortuna di conoscere di persona lo sceneggiatore Jean Van Hamme, in una manifestazione fumettistica in Croazia in cui eravamo entrambi ospiti. Van Hamme, belga classe 1939, è un autore stellare con mille altre opere all’attivo – tra cui ricordo con piacere la serie “I maestri dell’orzo”, basata sulla saga di una famiglia di birrai. Insieme al disegnatore Grzegorz Rosiński, polacco classe 1941, dato vita all’universo fantastico di Thorgal, vichingo dai capelli neri perché piovuto letteralmente dal cielo tra i guerrieri norreni. “La donna foca” è il trentottesimo volume della saga, il secondo firmato da Yann ai testi e Fred Vignaux ai disegni (l’ultimo episodio firmato da Van Hamme e Rosiński è il ventinovesimo, del 2006). È uscito in Francia il 6 novembre 2020 per Le Lombard con il titolo La Selkie, mentre in Italia arriva nel 2026 per Alessandro Editore. Ho talvolta paragonato la saga di Thorgal a quella di Zagor: entrambe sanno mescolano avventura e azione, dramma e sfondo storico, con elementi fantastici, mitologici e a volte fantascientifici. Così come lo Spirito con la Scure combatte banditi, creature sovrannaturali, stregoni e minacce di ogni tipo tra le foreste del Nuovo Mondo, anche in Thorgal l’eroe si trova costantemente a confrontarsi con pericoli creati da avversari umani o sovrumani. In entrambe le serie l’avventura è il motore principale, ma è arricchita da uno strato di profondità emotiva e morale: Zagor è un difensore della giustizia tormentato dal suo passato, Thorgal è un uomo che cerca solo una vita serena con la sua famiglia ma viene continuamente trascinato dal Fato in imprese epiche. Thorgal Aegirsson, detto “il figlio delle stelle”, è un eroe atipico che mi ha sempre affascinato: un guerriero coraggioso ma tormentato, non un superuomo invincibile, ma un uomo comune con un destino straordinario. Orfano adottato da un clan vichingo, scoprirà di avere origini spaziali, discendendo da una razza di viaggiatori delle stelle (il figlio, e non lui, eredita poteri legati a questa ascendenza). Sua moglie Aaricia, figlia di Gandalf il Folle e principessa vichinga, è una donna forte, leale e profondamente umana, legata a Thorgal fin dalla nascita da un oggetto magico. Insieme hanno due figli: Jolan e Louve (Lupa). Pur essendo di ambientazione vichinga con molti riferimenti alla mitologia nordica, gli scenari variano continuamente in modo affascinante. La saga creata da Jean Van Hamme e Grzegorz Rosiński evolve nel tempo, passando da storie più autoconclusive a una vera e propria epopea familiare, dove i legami con Aaricia, Jolan e Louve diventano centrali. Ci sono anche personaggi memorabili come Kriss di Valnor, spietata e affascinante guerriera che si è meritata uno spin-off tutto suo. I testi di Van Hamme sono solidi, ritmati, con dialoghi efficaci e personaggi che crescono volume dopo volume. Sui disegni, Rosiński è un maestro nel rendere scenari suggestivi, battaglie e creature fantastiche. Con “La donna foca” Yann e Vignaux proseguono la nuova fase della serie. Louve viene rapita e portata sull’isola di Kalsoy; Thorgal e Jolan si lanciano al suo salvataggio finendo invischiati nelle trame di una comunità isolana brutale e nell’antica leggenda della Kopakonan, la donna foca (selkie) del folklore norreno. Niente di paragonabile alle storie di Van Hamme e Rosiński, ma l’avventura è solida, con buon ritmo e qualche approfondimento interessante, senza stravolgere la formula ma rispettando le radici mitologiche della saga.

 

Recensioni precedenti su Utili sputi di riflessione:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/05/thorgal.html

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/05/thorgal-volume-2.html

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/07/thorgal-volume-3.html

 

martedì 14 ottobre 2025

SVENUTO AL MONDO


 

Maurizio Manco
SVENUTO AL MONDO
Edizioni Cenere
2024, brossurato
50 pagine, p.n.i.

“Svenuto al mondo” è una raccolta di aforismi originali, cioè non citati. A parte il fatto che gli aforismi più belli li ha scritti Anonimo, devo confessare la mia passione per questo genere letterario in cui si sono cimentati scrittori, poeti, scienziati, umoristi, pensatori di tutte le epoche. Tant’è vero che nel 1994, i Meridiani Mondadori hanno dato alle stampe una antologia in due volumi “Scrittori italiani di aforismi”, curata da Gino Ruozzi, comprendente cinquanta autori distribuiti su oltre seicento anni di storia, da Taddeo Alderotti (1223-1295) a Pietro Ellero (1833-1933). Fin da giovanissimo mi sono appuntato su un quaderno le frasi che più mi folgoravano, in cui mi imbattevo leggendo. Poi ho cominciato a collezionare raccolte di aforisti illustri, da La Rochefoucauld a Krauss passando per Roberto Gervaso. Ho tenuto per anni una rubrica su un giornaletto in cui segnalavo le sentenze o le battute migliori divise per argomento, intitolata “Cattivi pensieri”. Infine ho preso scriverne io, e più o meno duemila sono stati pubblicati in tre raccolte, “Utili sputi di riflessione”, “Sarò bre” e “Mi ritiro per delirare”. Ritenendomi un discreto cultore della materia, ho la pretesa di spiegare qualcosa che forse non tutti sanno e cioè che le parole “aforisma” e “orizzonte” hanno la medesima etimologia. Derivano infatti dal verbo greco horízo, “separo”. Apó e horízo significano “separo da” ma anche “circoscrivo” e dunque aphorismós  vale come “definizione”. L’orizzonte è ciò che lo sguardo circoscrive separandolo dal tutto, e l’aforisma è ciò che poche parole possono contenere in uno spazio limitato. 
Il primo a usare la parola “aforisma” fu Dante, che nel "Paradiso" scrive: “Chi dietro a iura e chi ad amforismi / sen giva, e chi seguendo sacerdozio”. Vale a dire: c’è chi studia legge, chi medicina e chi si fa prete. Gli “amforismi” sono dunque precetti medici. Quelli di Ippocrate, senza dubbio, i cui detti e le cui sentenze venivano tramandate da secoli come base della scienza medica. Ma anche quelli di Taddeo Alderotti, contemporaneo dell’Alighieri, che abbiamo già citato: si tratta dell’autore di un “libello per conservare la sanità del corpo”, scritto in volgare. Per dare un esempio, ecco cosa raccomanda l’Alderotti: “quando ti levi la mattina de letto distenderai le tue membra, perché la natura ne prende conforto, e il naturale caldo se ne conforta e fortifica le membra”. Insomma, appena alzati bisogna fare stretching . Da questo tipo di aforismi, si passa gradatamente a quelli delle epoche successive che prima propongono massime religiose, poi morali. Dai consigli per la salute a quelli per lo spirito. In ogni caso, “medicina per l’uomo, questa è l’essenza dell’aforisma”, scrive Giuseppe Pontiggia. A partire dalla seconda metà del Seicento, per merito dei francesi, gli aforismi cominciano a diventare anche spiritosi. Meno male, perché tra il serio e il faceto, preferisco il faceto.  Gli aforismi sono una forma d’arte paragonabile alla poesia: ogni singola parola ha un peso enorme e il loro significato va incredibilmente al di là delle dimensioni del testo con cui lo si esprime. Gesualdo Bufalino, del resto, diceva: “un aforisma ben fatto sta in otto parole” (contate quelle usate: sono appunto otto). Si può fare di meglio: “un buon aforisma sta in sette parole” (contate quelle usate, sono appunto sette). Non ne servono molte di più per colpire immediatamente nel segno con più efficacia di qualunque lungo discorso. Del resto, “quando non si sa scrivere, un romanzo riesce più facile di un aforisma”, sosteneva Karl Kraus in "Detti e contraddetti", uno dei miei livres de chevet. E aggiungeva: “Ci sono certi scrittori che riescono a esprimere già in venti pagine cose per cui talvolta mi ci vogliono due righe”. 
Ammetto che mi sono dilungato decisamente troppo per un elogio della brevità. Maurizio Manco, del resto è stato brevissimo: “Svenuto al mondo” conta solo centocinquanta aforismi distribuiti su trenta pagine. Le cinquanta complessive ospitano una postfazione, apprezzabilissima, di Simona Abis, l’indice e i frontespizi. Tanta stringatezza va tutta a vantaggio della qualità della produzione, distillata e non diluita. “Stento a credermi”, recita uno dei motti, buon esempio del talento dell’autore. Ma anche “E finsero tutti felici e contenti”. Ne cito altri tre e facciamo cinque: “Voglio tutto e dubito”; “Non voglio smettere di sfumare”; “Son cose che decapitano”. Gli altri centoquarantacinque li tengo per me nella mia collezione, ormai cospicui, di raccolte di aforismi. Naturalmente, se volete leggerli, potete cercare di procurarvi anche voi l’aureo libello.


giovedì 28 agosto 2025

VERITIERE MEMORIE DEL DOCTEUR MYSTERE



 
Alfredo Castelli
Lucio Filippucci
VERITIERE MEMORIE DEL DOCTEUR MYSTERE
Sergio Bonelli Editore
2024, cartonato
256 pagine, 32 euro

Sulle pagine del n° 397 (marzo 2023) di Martin Mystère,  Alfredo Castelli scriveva: “Dopo aver vagabondato per parecchi anni in varie Case editrici e straniere, Docteur Mystère è tornato all’ovile e presto (non subitissimo, ma siamo così felici dell’avvenimento che non vedevamo l’ora di annunciarlo) uscirà un ricco volume di formato oblungo con tre storie mai ristampate da venti anni, riviste e integrate con nuove tavole”. Castelli (classe 1947) ci ha poi lasciato nel febbraio 2024, senza vedere pubblicato il tomo “oblungo”, dato alle stampe nel novembre dello stesso anno. Il formato è effettivamente singolare (lo vedete nella foto qui sopra) ma funzionale alla riproposta delle avventure di Docteur Mystère sottoforma di strisce simili a quelle pubblicate, dagli inizi del Novecento in poi, sui giornali quotidiani americani (le “daily strips”). Una soluzione grafica senza dubbio adatta al tipo di racconto, volutamente ma solo apparentemente retrò sia dal punto di vista grafico che da quello delle trame. Dico “solo apparentemente” perché poi basta leggere per rendersi conto di come sotto la patina vintage si celano (neanche troppo) elementi narrativi del tutto contemporanei: contaminazioni multimediali, paradossi, citazioni, audaci collegamenti, camei, easter eggs e inside jokes, omaggi e parodie, il tutto confezionato con una libertà di ispirazione e di espressione invidiabile e magistrale.
Scrive Carlo Recagno nella sua introduzione: “Si tratta di avventure scanzonate, da non prendere troppo sul serio, con quell’umorismo al limite del demenziale che Castelli non poteva inserire nella serie ‘Martin Mystère’, un eroe che doveva mantenersi ‘serio’. Storie nelle quali i protagonisti nei loro viaggi incontravano bizzarri personaggi tra realtà e invenzione letteraria, prendendo in giro i luoghi comuni dei romanzi d’avventura dell’Ottocento e del primo Novecento. Storie in cui i personaggi del ‘Mago di Oz’ si fondevano con quelli di ‘Miracolo a Milano’, con il protagonista del ‘Fantasma dell’Opera’ che aiutava a sconfiggere il mefistofelico Fu Manchu. E come se non bastasse, il nemico giurato del Docteur era un improbabile Maresciallo Radetzky trasformato in uno sgangherato genio del male da cartone animato, che aveva come animale da compagnia un topo”.
Ma chi è il Docteur Mystère? E che c’entrano lui e il suo assistente Cigale con Martin Mystère, il personaggio creato da Alfredo Castelli nel 1982 e che gli è sopravvissuto? L’ho spiegato in una recensione pubblicata su questo blog a proposito di un volume edito da Cut-Up Publishing, intitolato “I due dottori”,  che potete leggere cliccando sul titolo colorato. Ne riporto qui di seguito i punti essenziali, che cercherò di riepilogare.
Lo scrittore francese Paul Deleutre (1856-1915), che si firmava con lo pseudonimo di Paul d'Ivoi, fu autore di molti romanzi e racconti d'avventura che si inserivano nel filone dei "Viaggi straordinari" di Jules Verne. Fra questi, pubblicò nel 1900 il romanzo "Docteur Mystère", illustrato (come all'epoca si usava) con tavole di Louis Bombled. Protagonista ne era un ricco e presumibilmente nobile indiano, il cui vero nome rimane ignoto e che si fa chiamare così come risulta dal titolo in copertina. Costui, caratterizzato da una cultura enciclopedica e dal fatto di viaggiare su un "Hotel Elettrico" di sua invenzione, ha come assistente un giovane francese, trovatello, soprannominato Cigale, ed è giunto in Europa per compiervi una missione misteriosa. Mentre il Docteur non compare più, se non di sfuggita, in altri romanzi di d'Ivoi, Cigale invece diviene protagonista di una serie tutta sua. Trascorso quasi un secolo, nel 1994, Alfredo Castelli scopre in una libreria antiquaria una edizione di "Docteur Mystère", si incuriosisce per la corrispondenza del nome del personaggio principale con quello di Martin Mystère, l'eroe a fumetti da lui creato, e decide di inserire il ricco indiano di d'Ivoy nella saga del suo Detective dell'Impossibile, facendone un antenato. Come conciliare, però, i tratti somatici WASP di Martin con le sembianze etniche tipiche dell'India del Docteur? In una storia del 1996 Castelli spiega che Cigale era stato adottato dal suo mentore, assumendone come cognome proprio "Mystère". Quindi Martin Mystère si rivela essere discendente dal trovatello francese e giustamente può avere i capelli biondi. Il Buon Vecchio Zio Alfy non si ferma qui: nel 1998 trasforma il Docteur Mystére e Cigale in protagonisti di avventure scritte ex novo (da lui e da Carlo Recagno) pubblicate in albi fuori serie del Buon Vecchio Zio Marty (gli Almanacchi del Mistero) e ristampate poi in volumi cartonati, in Italia e all’estero (con apparizioni persino su spillati distribuiti in occasione di fiere e su quotidiani). Le caratteristiche dei due personaggi, ricreati graficamente da Lucio Filippucci, risultano un po' diverse da quelle degli eroi di d'Ivoi, ma resta il sapore della letteratura d'appendice e il fascino dell'ambientazione ottocentesca o d'inizio Novecento, il tutto contaminato con un sottofondo di brioso umorismo, un pizzico di elementi sexy, ed esotismo.
Il tomo “oblungo” dal titolo “Veritiere memorie del Docteur Mystère raccontate da lui medesimo ai famosi artisti Castelli & Filippucci” raccoglie, nel formato “a striscia” di cui si è detto, le ultime tre avventure che non erano ancora state ristampate. La prima, datata dicembre 1988, apparve in prima edizione sull’ “Almanacco del Mistero 1999, e fin dal titolo (“Gli scorridori del Selvaggio West”) dichiara l’intenzione di vedere il Docteur Mystére, Cigale e il loro “Hotel Elettrico” (una specie di camper-autotreno) alle prese con gli stereotipi del western. Stereotipi che Castelli stravolge non soltanto trascinando Radetzky nel Lontano Ovest ma anche svelando che Calamity Jane è in realtà l’italianissima Bella Gigogin. La seconda storia, “Gli orrori del castello maledetto”, pubblicata per la prima volta sull’ “Almanacco del Mistero 2004”, ha per scenari quelli gotici dei racconti di paura ambientati sui Carpazi o in Transilvania, con un tenebroso maniero abitato da un vampiro e un gobbo di nome Igor. Non mancano il solito Radtzky e il suo topo. La terza avventura, “La donna caduta dal cielo” (pubblicato inizialmente sullo speciale “Martin Mystère: Generazioni” del 2003), ambientata nella Londra dickensiana, non porta la firma di Castelli, sostituito ai testi (fornendo un’ottima prova) da Carlo Recagno, il quale, da appassionato “trekker” qual è, inserisce nella storia collegamenti con i viaggi nel tempo e, appunto, a Star Trek, riuscendo a farci stare anche due personaggi tolti di peso dalla saga mysteriana, Dee e Kelly.  Ogni storia è introdotta da un brevissimo prologo in cui compare Martin Mystère che riceve, in modo sempre originale e diverso, un plico inviatogli dallo zio Paul,  contenente il resoconto dell'avventura che sta per cominciare, spacciato come un estratto dai "veritieri" diari dell'antenato Docteur. Confido in altri volumi “oblunghi”.


venerdì 9 maggio 2025

LE VOCI DELL’ACQUA

 

 
 
Tiziano Sclavi
Werther Dell’Edera
LE VOCI DELL’ACQUA
Feltrinelli Comics
2019, brossurato
100 pagine, 16 euro

“La prima graphic novel firmata da Tiziano Sclavi”, recita la scritta in quarta di copertina. Non so se altri fumetti di Sclavi come “Là, nel selvaggio West” o “Roy Mann” possano essere considerati “graphic novel” precedenti, ma certamente “Le voci dell’acqua” lo è di più, perlomeno nell’accezione del termine che va per la maggiore. Allo stesso tempo, il volume illustrato da Werther Dell’Edera rispecchia, in ogni singola sequenza, la personale e disperata poetica, intrisa di umorismo nero, dello sceneggiatore pavese così come si è sempre manifestata dalla creazione di Dylan Dog in poi, ma con prodromi anche precedenti. Stravos, “perché è così che si chiama il nostro personaggio”, è l’unico senza ombrello in una città su cui piove sempre, e si muove fra gli altri che invece l’ombrello ce l’hanno e sembrano non accorgersi di niente, neppure dell’arrivo degli alieni. Lui invece sente le voci, ma “solo quando scorre l’acqua”. “Si chiama schizofrenia”, gli dice un amico neurologo. E aggiunge: “Non esistono veri farmaci per la schizofrenia, si usano gli antipsicotici, anche se con scarsi risultati”. Stravos getta la ricetta appena uscito dallo studio del medico, ma il mondo attorno a lui, quello che non sente le voci, non sembra meno psicotico di lui. Lungo il suo vagare senza un motivo (“continua ad andare in un ufficio nella compagnia di assicurazioni di cui è un impiegato, ma non sa perché lo fa”) incrocia personaggi anonimi che vanno incontro a destini assurdi, e sogna di sorvolarli osservando dall’alto “questo oscuro mondo d’angoscia, questo nero universo di dolore”. Stravos è evidentemente (in un racconto in cui però niente è evidente) vittima di un difetto dell’evoluzione: “sapere di dover morire è un tragico errore biologico che porterà inevitabilmente all’estinzione dell’umanità”. C’è chi si ripara sotto l’ombrello delle illusioni e crede alle promesse fatte per sempre, e chi disilluso capisce che “anche sempre ha una fine”. E’ questo che dicono le voci dell’acqua, forse.

 

venerdì 25 aprile 2025

L'ALTRA PARTE




Vanna Vinci
L’ALTRA PARTE
Granata Press
Cartonato, 1993
70 pagine, 22.000 lire

Le volte in cui mi capita di essere invitato a parlare di come si raccontano le storie utilizzando i codici espressivi del fumetto, proietto sempre di fronte all’uditorio alcune vignette di Vanna Vinci. I disegni dell’autrice sarda non mancano mai di colpire gli astanti, che siano un pubblico maturo o scolaresche di ogni ordine e grado. Anzi, soprattutto i più piccoli rimangono affascinati di come, per esempio, un semplice sbuffo di vapore a forma di cuore che esala da una tazzina di caffè serva a farne percepire, attraverso gli occhi anziché il naso, l’aroma. Non è tutto qui, naturalmente: reputo magistrali un gran numero di tavole (per non dire tutte)  di Vanna, composte da vignette tanto eleganti e sofisticate quanto perfettamente al servizio del racconto, della narrazione, della storia. In un bel catalogo “Passaggi”, pubblicato in occasione di una mostra personale allestita del 2024 a Città di Castelli, una lunga intervista ripercorre la carriera della Vinci, iniziata sul finire degli anni Ottanta, e il titolo ben la riassume: “Il fumetto è una malattia”. “L’altra parte” è uno dei primissimi lavori dell’autrice, pubblicata prima sulla rivista “Nova Express”, diretta da Luigi Bernardi, e poi in volume da Granata Press (fra parentesi, che belli i volumi di Granata Press). Vanna è agli esordi, ma già c’è tutta la sua maestria, quella di "Lillian Browne", "Guarda che luna", "Tamara", "Frida", la Bambina Filosofica. “Io sono sempre il topo di campagna, a Milano non riuscivo a inserirmi”, racconta all’intervistatore parlando del suo primo giro, all'inizio dei Novanta, fra le case editrici milanesi in cerca di lavoro, forte dei suoi studi presso l’Istituto Europeo di Design di Cagliari, “ma propri lì, in solitudine, mi viene in mente la storia di una ragazza che è a Milano per un convegno, nello stesso hotel dove andavo io, e incontra questo tizio molto pallido, che poi si scopre essere un vampiro. Inizio a buttare giù il testo con la macchina da scrivere, senza alcuna cognizione di come si fa una sceneggiatura. Un testo con pochi dialoghi e un sacco di didascalie di pensiero”. Nasce così la storia, di uno strano tipo d’amore, di Agnese, studentessa in medicina, e del misterioso giovane rumeno Adrian Voda, inquietante e magnetico al tempo stesso. Agnese ne è turbata e attratta, lui, antesignano di Edward Cullen (il romanzo “Twilight” è del 2005), è un vampiro postmoderno che non dorme in una bara e non brucia alla luce del sole. La vicenda (segue un minimo di spoiler) minimale e priva di horror, avvicina sempre più Agnese ad Adrian e l’allontana dalla compagnia, che sembra alla ragazza sempre più fatua, dei suoi amici, fino all’accettazione di un’ “altra parte” della realtà, l’abbandono al mistero.


domenica 10 novembre 2024

CHI DICE E CHI TACE

 

 
Chiara Valerio
CHI DICE E CHI TACE
Sellerio
2024, brossurato
288 pagine, 15 euro

Finalista nell’edizione 2024 del Premio Strega (leggo che c’è chi sostiene anche che meritasse di vincerlo, e può essere), “Chi dice e chi tace” sembra un giallo ma non lo è – non traggano in inganno la copertina e la somiglianza di grafica e di formato con i polizieschi di Manzini. Tuttavia il romanzo comincia con una morte misteriosa (che sembra un incidente ma nasconde una verità celata dalle apparenze), si snoda seguendo il corso di un’indagine (condotta non dai carabinieri o dalla Polizia, ma da un’amica della vittima), si conclude con una soluzione convincente. Tuttavia, al di là della “forma” da inchiesta su un fatto di cronaca di provincia, il racconto è un intrigante svelamento della figura enigmatica della vera protagonista, che spicca per la sua assenza: la donna trovata morta annegata nella vasca da bagno di casa sua, Vittoria Basile. E, attraverso lei, o meglio, attraverso ciò che di lei si dice e si tace, il rivelarsi di desideri segreti, verità nascoste, ambiguità e comportamenti difficili da decifrare, all’interno della piccola comunità di Scauri, ultimo paese della costa laziale prima che cominci la Campania. A Scauri è nata, nel 1978, Chiara Valerio, l’autrice, che oltre a scrivere si occupa di matematica. “Chi dice e chi tace” è ambientato, nell’ultimo scorcio del secolo scorso: Vittoria Basile, donna volitiva e seducente, in grado di farsi amare ed accogliere nonostante l’anticonformismo delle sue scelte, giunge nella piccola località di mare lasciando la metropoli, Roma, dove ha abitato per quarant’anni. E’ in compagnia di Mara, una ragazza molto più giovane, che vive con lei senza che nessuno sappia dire che tipo di rapporto le leghi. Vittoria non sembra avere problemi economici, ma non vive di rendita: apre una pensione per animali, inizia a collaborare come erborista con la farmacia locale. Lea Russo, avvocatessa di provincia, comincia a frequentarla, sentendosene attratta, le diventa amica, ma solo fino a un certo punto perché Vittoria, per quanto affascinante e capace di relazionarsi con chiunque, in realtà non scopre mai davvero le sue carte. Nessuno può dire di sapere chi davvero sia, tutti sanno soltanto quello che lei vuole che si sappia. Lea si rende conto di non avere neppure mai saputo il cognome della donna. Con la sua morte, però, le cose cambiano: Lea scopre che Vittoria è sposata con un avvocato romano, che ha un passato da valente medico, che ha lasciato il marito e la vita di società di cui era protagonista il giorno dopo aver conosciuto Mara. Il testamento, affidato alla Russo, chiama in causa un’altra donna, Rebecca, che aiuta Lea a risolvere il caso, aprendole gli occhi su un mondo più complicato e indecifrabile di quanto le apparenze sembrano rivelare, e anche su se stessa, sulle proprie pulsioni, sulla propria identità. La libertà di una donna emancipata e sessualmente disinibita come Vittoria riesce (per quanto non sembri possibile, o perlomeno facile) a superare le barriere del moralismo di provincia e, almeno secondo quanto suggerisce la Valerio, persino a Scauri negli anni Settanta una convivenza lesbica può essere accettata se chi la vive dimostra di saper prendere la propria esistenza tra le mani e scegliere di dire e tacere ciò che vuole.


domenica 3 novembre 2024

V13

 

Emmanuel Carrère
V13
Adelphi
2023, brossurato
272 pagine, 20 euro


“Niente opinioni, ma lavoro sul campo”. Questa la dichiarazione di intenti con cui Emmanuel Carrére ha proposto a Jérome Garcin, responsabile delle pagine culturali dell’ “Obs” (un settimanale francese) la propria collaborazione per raccontare, per un anno intero, il processo ai responsabili rimasti in vita degli attentati terroristici del 13 novembre 2015, quelli che causarono a Parigi 130 morti e oltre 350 feriti in tre diversi punti della città, tra cui il teatro del Bataclan, dove si contarono novanta vittime. Il dibattimento si è svolto in una apposita struttura allestita sull’ Ile de la Cité tra il settembre 2021 e il giugno 2022. Migliaia di testimoni, centinaia di avvocati, quattordici imputati. V13 è il nome dato alla sala del processo e al processo stesso, e fa riferimento al “venerdì 13”, giorno delle stragi. 
Ogni reportage dalle udienze doveva essere lungo circa ottomila battute, da consegnarsi tutti i lunedì mattina: un impegno a cui Carrère non è mai venuto meno. I suoi articoli, oltre che su due pagine dell’ “Obs”, sono regolarmente apparsi su “Repubblica” in Italia, sul “Paìs” in Spagna, e su Temps” in Svizzera. Nel raccoglierli in un libro (quello di cui stiamo parlando), Carrère li ha ritoccati un po’, spiega, aggiungendo: “soprattutto, ho incorporato qualche brano che non aveva trovato posto nella mia rubrica settimanale. Ecco perché il libro è più lungo di un terzo rispetto a quanto è uscito sui giornali”. 
Ora, chiunque abbia letto qualche precedente scritto di Emmanuel Carrére (da “Limonov” a “Il Regno”, ma soprattutto “L’Avversario”) sa quanto la sua capacità di affabulatore sovrasti l’argomento trattato: è uno che riuscirebbe a rendere interessante la spiegazione dei venti fogli di clausole e di liberatorie della privacy e del trattamento dati in un ufficio pubblico. Scrive maledettamente bene, e il “maledettamente” fa riferimento al fatto che non si riesce a smettere di leggerlo. Una capacità assoluta di raccontare, peraltro parlando in prima persona: le sue esperienze diventano le nostre. Però, mi chiedo: è davvero possibile parlare della strage del Bataclan “senza opinioni”, ma facendo solo “lavoro sul campo”? Inutile dire che io non avrei retto due giorni, nell’aula del V13, ascoltando le vittime (i parenti degli uccisi, e i sopravvissuti) raccontare della poltiglia di sangue e brandelli umani su cui camminarono per uscire dal locale coloro che si salvarono. O di come l’incontro con gli amici ai tavolini di un caffè si sia trasformato in una carneficina. Carrére ci riesce (facendoci comunque stare male), perché racconta le storie delle vittime e quelle degli attentatori, ricostruendo gli anni in cui famiglie intere di radicalizzati partivano per la Siria, con l’intenzione di popolare uno “stato islamico” e poi chi se ne pentiva non riusciva più a tornare indietro, e chi tornava indietro spesso era per compiere attentati. Alcuni felici di farlo, ma anche alcuni pieni di dubbi e pronti a disertare, come nel caso di almeno un paio del commando parigino del 13 novembre. “Non sono nato con un mitra in mano”, dice uno degli imputati. E allora, com’è accaduto che lo ha impugnato? Carrère, con la pacatezza di cui io non sarei capace, indaga in cerca di una risposta. E si finiscono per vedere mille sfumature che da lontano non si distinguono. Non si assolve nessuno, ma si riportano i punti di vista di tutti. Però è certo che il punto di vista di chi dichiara che non si tratta di stupri, ma di programma di ripopolamento è qualcosa che a me disturba, come disturba sentir dire che la strage del Bataclan fu colpa del presidente Holland. A me disturba peraltro anche chi difende gli assassini della strage di “Charlie Hebdo": quelli di “Charlie Hebdo” se la sarebbero cercata, le loro vignette erano offensive. Se qualcuno si ritiene offeso, prenda la matita e satireggi pure lui, se ne è capace. Oppure se ne lagni, tenga il muso, scriva lettere di protesta. Nei casi estremi, se proprio è stata infranta una legge, si rivolga alla magistratura per far pagare una multa agli umoristi. Ma se prendi il mitra e macelli chi ha soltanto disegnato, è evidente che hai perso la ragione. Le idee si combattono con le idee. Se le combatti con le armi, vuol dire che le tue idee sono più deboli. Il fatto che Charb o Wolinski o chiunque altro disegnassero vignette che qualcuno non facevano ridere o che qualcun altro indignavano, non ha nessuna importanza rispetto al principio che quegli autori avessero il diritto (e perfino il dovere) di pubblicarle. In ogni caso, Carrére è molto onesto nel riferire, nel distinguere, nell’empatizzare, prendendo le difese per esempio di tre imputati a piede libero (che poi infatti a piede libero sono rimasti) che con ogni evidenza hanno avuto un ruolo inconsapevole o marginale, al netto della taqiyya (non sono in grado di spiegare bene con Carrére che cosa sia esattamente, ma grazie a lui l’ho capito). Ua figura simbolo di “V13” è sicuramente Nadia Mondeguerre, da sempre impegnata nelle relazioni con il mondo musulmano, studiosa di Islam, in grado di parlare arabo, la cui figlia Lamia figura tra le vittime delle stragi, ma che nel 2018 è tornata al Cairo, dov’è nata, e dove un egiziano, ascoltata la sua storia, le ha detto: “tua figlia e gli altri sono shuhada, martiri”. Loro, non gli assassini che li hanno uccisi.

sabato 14 settembre 2024

VENERE PRIVATA

 

 
Giorgio Scerbanenco
VENERE PRIVATA
Garzanti
2014, brossurato
250 pagine, 8.90 euro

Concludendo la lettura di “Venere privata” di Giorgio Scerbanenco mi è venuto immediato un paragone con Georges Simenon. La Milano di Duca Lamberti (l’investigatore sui generis scerbanenchiano) è osservata con occhi simili alla Parigi di Maigret, con attenzione alla reale topografia, ai nomi dei quartieri e delle strade, e le indagini sono condotte tra gente vera, descritta nelle miserie e nelle debolezze al di là delle differenze sociali. E poi ci sono l’alcol, il fumo, la prostituzione, la pornografia, le nevrosi, la polvere, il sudore, le stanze d’albergo e gli appartamenti. C’è la malavita, organizzata e non, c’è la quotidianità di una città calata nel tempo (per Scerbanenco, gli anni Sessanta). C’è una centrale di polizia che non è nel Quai des Orfèvres ma in via Fatebenefratelli, e ci sono i poliziotti ricorrenti e riconoscibili per tratti caratteriali diversi fra loro. C’è un personaggio carismatico burbero e taciturno, Duca Lamberti, in realtà parecchio più problematico di Julius Maigret e con una concezione un po’ particolare della giustizia, ma al pari del francese con le idee chiare su come affrontare le situazioni e gli interrogatori, su come leggere nella testa degli interlocutori al di là di ciò che dicono le apparenze o di ciò che essi vogliono dare a bere. Due grandi scrittori, Simenon e Scerbanenco, peraltro contemporanei, e altrettanto versatili e prolifici. Peccato che la saga di Duca Lamberti conti appena quattro romanzi contro i settantacinque di Maigret. Per fortuna c'è molto altro e il consiglio è di leggere quanto più Scerbanenco possibile, iniziando magari proprio da “Venere privata”. Lo scrittore milanese (ma solo d’adozione) è in realtà nato a Kiev nel 1911 (quando c’era ancora lo zar) da padre ucraino e da madre italiana. Dopo la rivoluzione, il padre venne ucciso (come molti insegnanti) dai bolscevichi e la madre tornò a Roma, sua città di origine, attraverso un rocambolesco rimpatrio via Odessa e Istanbul, portandosi dietro il figlio. Lo racconta lo stesso scrittore in un suo brillante articolo autobiografico che Garzanti pubblica in appendice al romanzo: “Io, Vladimir Scerbanenko”. Non ancora ventenne, dopo aver italianizzato il suo nome, Scerbanenco si trasferisce a Milano, dove non ha vita facile, sia per le condizioni economiche famigliari sia per lo stato di salute (viene ricoverato a lungo in sanatorio). Poi, le cose cambiano: comincia a scrivere racconti, novelle e romanzi (dei generi più disparati: western, rosa, fantascienza, poliziesco), a collaborare con riviste e Case editrici. Dal 1939 inizia a curare per “Grazia” la rubrica “La posta del cuore”: sono le migliaia di lettere che riceve a fornirgli la grande conoscenza (dimostrata poi dai suoi scritti) di ciò che vortica negli animi delle persone. A differenza di Simenon, vissuto ottantasei anni, Scerbanenco scompare prematuramente nel 1969.  “Venere privata” è del 1966. All’inizio del romanzo, Duca Lamberti è appena uscito di prigione, dove ha scontato tre anni di reclusione. E’ anche stato radiato dall’albo dei medici, per lo stesso motivo che gli è costata la condanna: ha aiutato una paziente terminale a morire, praticandole una eutanasia. Si trova dunque nella condizione di dover ricominciare la vita da capo, avendo anche una sorella ragazza madre, Lorenza, da aiutare a mantenersi. Essendo figlio di un poliziotto (morto) di cui tutti, in via Fatebenefratelli, conservano stima e ricordo, può contare sull’amicizia del commissario Càrrua. L'ex medico accetta un incarico da un ricco imprenditore, che lo assume perché aiuti suo figlio, Davide Auseri, a uscire dalla dipendenza dall’alcol. Duca si rende conto che c’è qualcosa che spinge il giovane a bere: Davide si sente responsabile del suicidio di una ragazza, Alberta Radelli, avvenuto un anno prima. Della faccenda Davide non intende parlare, ma Lamberti lo spinge, con sapienza psicologica, a confidarsi. Duca ottiene dai suoi amici poliziotti maggiori informazioni sul caso, e scopre che non si tratta affatto di suicidio. Non solo: Alberta non è l’unica vittima. Salta fuori una torbida storia di sfruttamento della prostituzione. A risolvere il caso contribuisce in maniera fondamentale Livia Ussaro, una giovane donna bella, intraprendente e spigliata, con cui Lamberti sembra sul punto di iniziare una storia d’amore, ma che lui convince a prestarsi a essere usata come esca. Chissà se il nome di Livia dato da Camilleri alla fidanzata del suo Montalbano non derivi proprio dalla Ussaro scerbanenchiana, dato che anche la Livia di Duca Lamberti diviene una figura ricorrente nei successivi romanzi. “Venere privata” non ha però un lieto fine: gli assassini di Alberta pagano le loro colpe, ma ci sono risvolti tragici per l’ex-medico e la donna che ama pur dandole ancora del “lei”. Forse in questa disperazione di fondo c’è, in effetti, una delle più evidenti differenze fra Scerbanenco e Simenon.



sabato 16 marzo 2024

UNITI PER IL PIANETA



 
Bepi Vigna
Germano Bonazzi
Marco Foderà
Fabio Grimaldi
UNITI PER IL PIANETA
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2021
80 pagine, 18 euro

“Pensando al futuro, anche gli eroi dei fumetti (non soltanto bonelliani) hanno il dovere di scendere in campo”, scrive Davide Bonelli nella sua introduzione al volume, intitolata “I quattro cavalieri”. Gli eroi che scendono in campo, “uniti per il pianeta” (appunto), sono in effetti quattro: Nathan Never (il personaggio di punta, che ospita gli altri) Legs Weaver, Martin Mystère e Mister No (in copertina Legs non c’è, rappresentata evidentemente da Nathan). Tuttavia della squadra fa parte anche Greta Suzuki (il nome di battesimo immagino non sia stato scelto a caso, viste le tematiche ambientaliste), definita “la maggior esperta mondiale di problemi ecologici” dei tempi dell’Agenzia Alfa e della Planet Earth Geographic Society (siamo dunque nel futuro). Il fattore tempo è determinante perché, per risolvere una grave minaccia all’equilibrio naturale terrestre, l’equipe deve viaggiare attraverso le epoche e contattare prima Mister No, nell’Amazzonia del ventesimo secolo, poi Martin Mystère nella New York del Ventunesimo, dando vita a un vero e proprio team up. Bepi Vigna, chiamato a gestire l’incontro fra personaggi così diversi e dei loro rispettivi mondi, se la cava piuttosto bene, coadiuvato dai tre disegnatori che lo affiancano (ciascuno alle prese con le tavole dedicate in prevalenza a un eroe piuttosto che a un altro). La brava colorista Daria Cerchi riesce a dare omogeneità alla narrazione grafica affidata a mani diverse. Le sessantaquattro tavole a fumetti di “Uniti per il pianeta” rientrano nellaproduzione bonelliana di volumi realizzati in collaborazione con enti, associazioni, organizzazioni, agenzie, come l’ESA. Basterà qui ricordare quelli in cui Nathan Never ha incontrato l’astronauta Luca Parmitano, ma anche altri personaggi hanno sponsorizzato campagne di sensibilizzazione su temi sociali, scientifici, culturali, ambientalisti, umanitari, a partire dalla promozione gratuita offerta da Sergio Bonelli alla LIPU, o all’iniziativa “Droga out” che vide testimonial Dylan Dog. In questo caso, “Uniti per il pianeta” reca in copertina l’egida del MITE (Ministero della Transazione Ecologica) e presenta una appendice saggistica sul cambiamento climatico.

 

domenica 10 marzo 2024

VIVO O MORTO!



Mauro Boselli
Roberto De Angelis
VIVO O MORTO!
Sergio Bonelli Editore
Cartonato, 2023
258 pagine, 28 euro

Nel novembre del 2018 fece la sua prima apparizione nelle edicole italiane una nuova collana riservata a Tex, dedicata alle avventure giovanili del personaggio creato da Giovanni Luigi Bonelli nel 1948 (si festeggiavano per l’appunto i settanta anni di vita editoriale di Aquila della Notte), curata (e in gran parte sceneggiata) da Mauro Boselli. Lo spin-off venne intitolato, per differenziarlo dalla testata madre, “Tex Willer”. La foliazione era più agile, sole 64 tavole a fumetti contro le 110 della serie regolare. Ma, soprattutto, oltre alla più giovane età del protagonista era diverso il ritmo, il mood narrativo. Il giovane Tex è scavezzacollo, vive avventure rocambolesche, serrate come erano, anche in ragione del minor spazio concesso dal formato a strisce delle origini, gli episodi degli anni Quaranta e Cinquanta. L’operazione si rivela fortunata, riscontrando l’apprezzamento del pubblico. Nel 2021, la Sergio Bonelli Editore comincia a raccogliere e riproporre in una collana cronologica di volumi cartonati destinati alla distribuzione in libreria le tavole degli albi da edicola, in prima edizione a colori, in bianco e nero nelle successive (il volume del 2023 fotografato nelle mie mani che vedete in apertura è una terza edizione del giugno 2023). Scrive Mauro Boselli nella sua introduzione intitolata “Quando il West era giovane”: “Il Tex che conosciamo ha 45 anni, ed è vedovo, con un figlio grande. I suoi lettori affezionati, però, conservano indelebile, nella memoria e nell’anima, il ricordo del giovane scatenato che era: le due immagini, il fuorilegge coraggioso ingiustamente perseguitato e l’odierno ranger e capo Navajo, si sovrappongono, concorrendo entrambe al fascino del personaggio”. Le avventure del Tex ventenne riempiono gli spazi vuoti lasciati da Giovanni Luigi Bonelli nella sintesi delle sue prime sceneggiature: per esempio, in “Vivo o morto!” scopriamo gli antefatti della vignetta d’esordio del personaggio, quella in cui il giovane ricercato si chiede se i cavalieri che vede giungere sulla sua pista siano gli uomini di un certo sceriffo, e ci vengono fornite esaustive spiegazioni circa i precedenti dell’indianina Tesah (fortunatamente con le cosce scoperte prima della censura imposta nelle ristampe degli anni Cinquanta dal famigerato marchio “Garanzia Morale”). In avventure successive vediamo in azione anche Kit Carson, Mefisto, Montales, Cochise, anch’essi con venticinque anni di meno. Questo primo volume raccoglie quattro albi di “Tex Willer”, illustrati da uno strepitoso Roberto De Angelis, che già si era cimentato con successo con Aquila della Notte nel 2004 con il diciottesimo “Texone” (“Ombre nella notte”, testi di Claudio Nizzi). Tuttavia, in quel caso, era ancora un illustre ospite in prestito dalla serie di Nathan Never. Con “Vivo o morto!” il passaggio al western è (o sembra) definitivo: De Angelis sembra tuttavia non aver fatto altro.

giovedì 22 febbraio 2024

IL VULCANO D'ORO

 


Jules Verne
IL VULCANO D'ORO
Arnoldo Mondadori Editore
Collana Oscar Leggere i Classici
Prima edizione maggio1997
Traduzione di Pierluigi Pellini
brossurato - 320 pagine - lire 11.000


Potrebbe sembrare strano che un romanzo così avventuroso e intrigante sia uno fra i meno conosciuti di Jules Verne (1828-1905). Una spiegazione, in realtà, c’è: “Il vulcano d'oro” è un racconto rimasto incompiuto, iniziato nel 1899 ma pubblicato postumo nel 1906, un anno dopo la morte dell’autore, in una versione pesantemente rimaneggiata dal figlio Michel. Soltanto nel 1989 è stata data alle stampe una versione filologica fedele al manoscritto originale, chiaramente ancora lontano dalla versione definitiva che Verne avrebbe voluto licenziare, senza revisione, e con alcune parti lasciate in bianco: le note finali di Olivier Dumas dell’edizione negli Oscar Mondadori provvedono a fare chiarezza in proposito. L’ambientazione è quella delle rive del fiume Klondike durante gli anni della Febbre dell’Oro. Come al solito, lo scrittore francese approfitta della trama avventura per far sfoggio di grande documentazione. Vengono fornite al lettore descrizioni puntali e didascaliche delle difficoltà del viaggio nel Grande Nord, della durezza della vita dei minatori, della bellezza straordinaria del selvaggio paesaggio. I protagonisti sono due cugini, Ben Raddle e Summy Skim, che ricevono un'inaspettata eredità: un lotto aurifero in una remota regione del Canada nord-occidentale, ai confini del Circolo Polare Artico. Ben è un ingegnere dotato di spirito avventuroso e trascina il riluttante Summy in un lunghissimo viaggio che inizialmente ha solo lo scopo di vendere il lotto ereditato, salvo poi il convincersi da parte dei due della convenienza di sfruttarlo. Infine, la spedizione diventa la ricerca del mitico Golden Mount, appunto il Vulcano d'Oro. L'incontro dei cugini con due donne (una, Jane, coraggiosa e determinata a diventare una cercatrice d'oro; l'altra, Edith, timida e introversa) rende più intrigante il susseguirsi di avventure.  Leggiamo in quarta di copertina: “Alla trama avventurosa si intreccia una descrizione vivace della vita piena di stenti e delle passioni distruttrici dei cercatori d'oro; ma il tema principale, e tipicamente verniano, del libro è probabilmente la lotta dell'uomo, dell'esploratore, dell'ingegnere, contro le forze tremende di una natura avversa: la febbre dell'oro deve fare i conti con bufere di neve, alluvioni, eruzioni vulcaniche". Il romanzo di Verne ha sicuramente ispirato Claudio Nizzi nella sceneggiatura di una emozionante storia di Tex, “Il risveglio del vulcano”, del 1995. 

domenica 3 dicembre 2023

LE VACANZE DI DONALD



Frédéric Brrémaud
Federico Bertolucci
LE VACANZE DI DONALD
Panini Comics
Cartonato, 2022
64 pagine, 14.90
 
 
Ci è già capitato di segnalare e recensire la serie di irresistibili cartonati “alla francese” pubblicati Oltralpe da Glénat e realizzati con il taglio di veri e proprio graphic novel da artisti europei, aventi però (evidentemente su licenza) come protagonisti personaggi Disney. L’ultimo di cui abbiamo parlato è stato, per esempio, “Mickey All Star”.
Ma sono stati commentati anche “Il Segreto di Zia Miranda”
e “Alla ricerca della felicità”
e altri.
Il volume “Le vacanze di Donald” (uscito in prima edizione francese nella primavera del 2022) si differenzia dagli altri per diversi motivi. Innanzitutto, è del tutto privo sia di balloon che di sonori (come un film muto) e quindi non soltanto tutto quanto accade ma anche tutto ciò che i personaggi pensano viene reso soltanto facendo affidamento sulla magia del disegno. E qui, tanto di cappello al cartoonist italiano Federico Bertolucci che ha eseguito un lavoro assolutamente magistrale. Un tributo lo si deve, però, anche allo sceneggiatore francese Frédéric Brrémaud, che ha saputo non soltanto fornire, evidentemente, le giuste suggestioni all’illustratore, ma anche scegliere le giuste sequenze in grado di rendere al meglio lo sviluppo della divertente trama. La seconda caratteristica che balza agli occhi è come il tipo di racconto, la qualità delle gags, il movimento dei disegni, la scelta delle locations e la resa della colorazione facciano somigliare “Le vacanze di Donald” a un cartone animato di Paperino uscito dagli studi Disney negli anni Cinquanta, destinato alla proiezione in sala. Quanto mai sorprendente, dunque, l’ottimo risultato finale: un fumetto realizzato per sembrare un film. Poi, diverte molto rivedere in azione il buffo orso Onofrio (Humphrey Bear), antagonista di Paperino apparso per la prima volta in un cortometraggio del 1953, “Il tappetorso”, noto anche come orso Gelsomino. Per non parlare di Cip e Ciop (Chip & Dale), pestiferi scoiattoli nemici (per modo di dire) di Paperino a partire dal 1947. Il racconto prende le mosse dalla difficoltà di prendere sonno da parte di un Donald Duck stressatissimo dai rumori della metropoli, e deciso pertanto a cercare pace e tranquillità nella quiete del bosco. Solo che, il bosco, tanto quieto si rivela non essere…

venerdì 25 agosto 2023

L’ESTATE DEI DISCHI VOLANTI

 

 


 

Bepi Vigna
L’ESTATE DEI DISCHI VOLANTI
Condaghes
Collana Il trenino Verde
Prima edizione dicembre 1997
brossurato – 116  pagine -  lire 11.800

Bepi Vigna (Baunei, Nuoro, 1957)  noto sceneggiatore di fumetti (ma anche giornalista, saggista, organizzatore di mostre ed eventi) nel 1997 ha trasfornato in romanzo breve destinato ai ragazzi lo spunto di sua sceneggiatura originariamente scritta per Nathan Never e pubblicata su un Almanacco della Fantascienza. Naturalmente Nathan non c’è e protagonisti sono quattro giovanissimi sardi con il gusto per le camminate in montagna, che un giorno durante un’escursione scoprono le tracce dell’atterraggio di un disco volante, o almeno questo è quel che sembra. Del resto i dischi volanti vengono avvistati anche in paese, e c’è addirittura un rapimento da parte degli alieni. Tuttavia, le apparizioni delle astronavi restano in secondo piano, mentre in evidenza c’è il primo amore fra due degli adolescenti protagonisti, Dario e Vivina, un qualcosa che viene presentato come più magico degli stessi UFO, e in effetti le pulsioni sessuali, al loro primo apparire, sono oggetti non identificati per tutti i giovanissimi. A un certo punto della storia, Dario e Vivina vengono creduti morti in un incendio scoppiato sull’altipiano, appiccato da una coppia di balordi, rimasti essi stessi vittima del loro gesto. Tornano in paese proprio mentre si celebra il loro stesso funerale. Gli alieni spariscono così come sono venuti, dopo aver restituito la vittima rapita. Sparisce anche l’estate e la storia d’amore fra Dario e Vivina, che è stata un’apparizione nel cielo durata il lampo di una stagione, come un cerchio nel grano di difficile decifrazione. Quando i due si rivedranno, molti anni dopo, nulla sarà più come prima. La lettura è molto piacevole e va considerato il target.


sabato 27 maggio 2023

L'UOMO SENZA PASSATO

 

 



Claudio Nizzi
Claudio Villa
L'UOMO SENZA PASSATO
Sergio Bonelli Editore
2022, cartonato
282 pagine, 28 euro
 
Ho sempre considerato questa storia (apparsa originariamente sugli albi di Tex dal n° 423 al n° 425, usciti in edicola nel 1996) la migliore fra quelle realizzate in coppia da Claudio Nizzi e Claudio Villa, e sarei tentato di allargarmi a valutarla come la più bella scritta dal primo e disegnata dal secondo nell'ambito della loro produzione texiana, anche se giudicati separatamente. L'edizione cartonata del racconto in un volume di grande formato è dunque più che meritata, e il colore proposto per l'occasione non aggiunge comunque nulle alle tavole di Villa, bellissime anche, se non si più, in bianco e nero. Trattandosi di un classico molto noto e ristampato più volte (anche se mai così in grande) mi consentirete di non tener conto, parlandone, dello spoiler. In ogni caso consideratevi avvisati e non proseguite la lettura di questa recensione se non volete rovinarvi la sorpresa nel caso non abbiate prima già affrontato quella del racconto.
Partiamo con il rilevare come la maledizione di Taniah colpisca ancora. Era stata lei, la squaw di Tiger Jack, a inaugurare (cronologicamente, stando alla continuity interna) la catena di tristi sorti che lega inesorabilmente le belle compagne indiane dei nostri pards (l’unico immune è Carson, per ora). Taniah era morta  suicida per sottrarsi alle insane attenzioni di Don Liborio Torres, in una storia del 1992 (di Nizzi e Ticci). Dopo qualche tempo la sventura si abbatte sulla famiglia di Tex: muore atrocemente Lilyth, la moglie pellerossa del ranger, e ancora una volta per colpa dell'odio dei bianchi (straordinariamente evocativa, ricca di nostalgico colore e struggente per le parole pronunciate da Willer, è la sequenza che ritrae Tex, abbigliato da Aquila della Notte, giurare vendetta davanti alla tomba dell’amata consorte defunta: la si vede in un classico di Gianluigi Bonelli e Aurelio Galleppini del 1972,). E ora tocca al figlio di Lilyth e di Tex, Kit Willer, subire un'analoga, straziante perdita. Ripescato senza memoria dalle acque tumultuose del Little Colorado, dopo esservi caduto con una brutta ferita durante una conflitto a fuoco contro un gruppo di feroci contrabbandieri capeggiati dal vile Simon Gentry, Kit si innamora della sua salvatrice, Fiore di Luna, la più bella donna della tribù degli Ute. E' Fiore di Luna che fa rinascere Kit, battezzandolo con le fresche acque correnti d'Arizona e con un nuovo nome, Tonkawa, che significa "portato dal fiume". La passione che sboccia fra i due giovani rischia di scatenare un nuova guerra indiana: il bellicoso Falco Nero, gran testa calda degli Ute, vistosi respinto da Fiore di Luna che gli preferisce il nuovo arrivato, complotta contro il padre di lei, il saggio e pacifico capo Naso Piatto, e provoca numerosi morti. Sarà Kit a fermarlo per sempre, ma non riuscirà a evitare la fine di Fiore di Luna che, in un gesto di estremo sacrificio, intercetta una pallottola mortale destinata all'amato, sparata da quel serpente a sonagli di Simon Gentry, a cui ordini agiva Joe Galvez, il meticcio che aveva ferito Kit Willer. Galvez e Gentry finiscono tra le fiamme di Satanasso grazie alla mira di Tex, ma Fiore di Luna? "Ti ho voluto bene, Tonkawa… tanto! Sognavo di diventare la tua sposa", e la dolce Ute spira tra le braccia di un attonito Kit.
Né questo è l’unico dramma che rende indimenticabile il racconto. Straordinario il pathos trasmesso dalle scene in cui Tex dimostra la sua sofferenza di padre di fronte alla possibilità, purtroppo sempre più probabile, della morte del figlio scomparso nel fiume, di cui inizialmente viene ritrovato soltanto il cappello.  Fino alla scena clou, davvero sconvolgente, dei due Willer che si trovano di fronte da avversari e si sfidano a duello. Kit, vedendo in Tex solo “uno di quei cani” che avevano ucciso il padre di Fiore di Luna, gli spara contro ripetuti colpi di fucile. Disarmato da un proiettile di Aquila della Notte, lo aggredisce armato di coltello. “In nome di Dio, Kit! ...Torna in te!”: Grida Tex lottando, nel tentativo di fermare il figlio senza fargli del male. Tentativo che fortunatamente riesce. Anzi, proprio nel corso del combattimento Piccolo Falco urta violentemente la testa contro una pietra e recupera la memoria.
Quinta e ultima storia del Novecento texiano a portare la firma di Claudio Villa, ideatore peraltro dello spunto che è alla base della storia; e prima volta per la straordinario artista comasco nell’illustra le copertine di una sua avventura. Nizzi non poteva trovare spalla migliore per il suo ricco soggetto. Il disegno di Villa è in effetti potentissimo, travolgente. Mozza il fiato del lettore sia quando deve rappresentare scenari naturali (le fantastiche inquadrature dall’alto del covo di Gentry, per esempio), sia quando deve ritrarre volti umani, al quale riesce a infondere, con virtù divina, l’alito di vita (notare l’espressione di Tex, con gli occhi che brillano all’ombra della tesa del cappello, quando si accorge che i banditi hanno colpito Kit alla testa; oppure, ancora la faccia del Ranger, sconvolta dal dolore per la presunta perdita del figlio e nello stesso momento quasi impercettibilmente rischiarata da un lampo di speranza). Una storia da leggere e rileggere.

mercoledì 19 aprile 2023

VANGELI APOCRIFI

 

 


David Donnini
VANGELI APOCRIFI
Amazon
2019, brossurato
224 pagine, p.n.i.
 
Mi sono imbattuto per la prima volta in David Donnini su consiglio di un redattore della Coniglio Editore, grazie a due saggi intitolati “Gesù e i manoscritti del Mar Morto” e “Gamala” pubblicati proprio da quella Casa editrice (che aveva nel catalogo anche alcuni libri miei). Fu una vera e propria scoperta: da sempre appassionato di filologia biblica, sono rimasto affascinato dall’autore e l’ho seguito anche su tutti i suoi altri studi.  Ne ho scritto anche a proposito di “Gesù, il Messia di Israele”, che ho recensito qui:


Riporto quanto già detto, che vale certamente anche per “Vangeli apocrifi”, un suo saggio del 2019 di cui ci occupiamo adesso. «Seguo da molti anni gli studi di David Donnini sulla figura storica di Gesù. Ritengo Donnini un ottimo divulgatore, estremamente chiaro nella disamina di argomenti molto complicati e di materie da maneggiare con cautela. Da trent'anni di occupa di religioni orientali e di storia delle origini del Cristianesimo. Ha viaggiato in lungo e in largo la Palestina, si è interessato dei manoscritti di Qumran, non propone letture di fantarcheologia della Bibbia ma si attiene al compito di compendiare quello che gli studi più aggiornati della letteratura scientifica nel campo della filologia biblica e delle ricostruzioni storiche sono giunte ad appurare. Sono stati compiuti infatti molti passi in avanti, negli ultimi decenni, nell'esegesi dei Vangeli dal punto di vista dell'attendibilità storica, e persino un libro Emmanuel Carrere, con il suo bestseller "Il Regno" ha potuto ricostruire le biografie dell'evangelista Luca e del suo maestro Paolo di Tarso basandosi appunto sul nuovo quadro interpretativo che emerge dagli studi accademici non confessionali sul Nuovo Testamento. In questo stesso spazio abbiamo parlato di recente dell' ultimo saggio di Bart D. Ehrman, eminente biblista americano. Donnini non è apocalittico, non mette in dubbio la fede in Dio, ma si limita a questo intento: "desidero offrire ai lettori un'analisi divulgativa, cercando di evitare lo stile accademico che relega questo tipo di opere a un pubblico ristretto, in possesso di una preparazione specifica. Per troppo tempo, e troppo spesso ancora, le narrazioni evangeliche sono state pregiudizialmente ritenute verità indiscutibili, al punto da sorvolare superficialmente su alcune loro palesi contraddizioni, considerate come scusabili imprecisioni o innocenti distrazioni, del tutto ininfluenti. Si è preteso per secoli che i racconti della passione testimoniassero una serie di eventi accaduti realmente così come sono descritti, non vedendo, o fingendo di non vedere, che alcuni punti rappresentano delle contraddizioni o delle inverosimiglianze storiche così palesi da mettere in discussione tutto l'impianto. I cristiani oggi continuano spesso a conoscere i passi del Vangelo solo attraverso la lettura e il commento domenicale eseguiti dal sacerdote nel corso della messa. Ho notato che sovente i cristiani, proprio quelli che non mancano mai di frequentare gli appuntamenti liturgici, sono piuttosto ignoranti delle scritture e, tanto più, delle possibili contraddizioni che al loro interno sono contenute. E quando vengono loro fare notare, assumono un atteggiamento indifferente o sospettoso, se non di palese resistenza, affermando che 'esisterà senz'altro una spiegazione'. L'idea dell'infallibilità del Nuovo Testamento è un baluardo che tiene lontana ogni ombra di dubbio”».
Con “Vangeli apocrifi”, Donnini riassume e compendia i risultati delle scoperte e degli studi più recenti su tutti questi testi risalenti alle origini del cristianesimo che non sono entrati a far parte del canone, stabilito alcuni secoli dopo la morte di Gesù. Il cristianesimo, scopriamo, era inizialmente composto da comunità molto più frastagliate e diversificate fra loro di quanto si tenda oggi a ritenere. Donnini si augura che da qualche “arcano nascondiglio” spuntino fuori (come è accaduto a Qumran, a Naj Hammadi, ad Akhmim) i Vangeli giudeo cristiani (quelli degli Eboniti, dei Nazareni, degli Ebrei) della cui esistenza abbiano notizie indirette e citazioni, mancando ancora i testi completi. Al di là di certi scritti sicuramente favolistici che narrano episodi insostenibili sull’infanzia e sulla vita di un Gesù mitologico e dei suoi improbabili miracoli (o di quelli dei suoi discepoli, come il buffo duello a colpi di incantesimi fra Pietro e Simon Mago), molti altri documenti sono invece interessanti per meglio comprendere la figura storia del Cristo e di come il cristianesimo si sia diffuso in modo differenziato e variegato nel bacino del Mediterraneo e in Medio Oriente. Donnini propone (spesso integralmente) i testi di cui parla. La tesi dell’autore, basata sugli studi di biblisti di cui si fa divulgatore, è che, a partire dalla predicazione di San Paolo (ma anche, successivamente, con i quattro Vangeli canonici), si siano voluti separare il messaggio e le opere di Gesù dal giudaismo a cui appartenevano, trasferendo la responsabilità della sua uccisione dai romani agli ebrei (da qui, secoli di persecuzioni antisemite). La Chiesa propone una teologia soterica ellenistica che, scrive Donnini, “fa a pugni con la mentalità ebraica e nega praticamente tutto di ciò che Gesù era stato, facendolo diventare un Dio incarnato”. E la fede? Conclude a questo proposito l’autore: “Il lettore non prevenuto ha compreso benissimo che da parte mia non esiste alcuna intenzione di colpire il principio della fede. Al contrario, il mio impegno è stato quello di affrancare la fede dalla dottrina – e ancor più dal dogma – perché solo nella libertà di coscienza può svilupparsi una spiritualità autentica e crescere una fede degna di tal nome”. Personalmente, io incamero dati e punti di vista, appassionato più dagli studi filologici e storici che da quelli teologici e catechistici. Noto però che il catechismo, a me da lungo frequentato da bambino, ragazzo e adolescente, continua a sollevare in me domande, dubbi, ma anche speranze. Come dico sempre: non sono ateo, sono difficile da convincere

sabato 8 aprile 2023

LE VITE DE' PIU' ECCELLENTISSIMI FUMETTORI


 
 
 
 

Giuliano Piccininno
LE VITE DE' PIU' ECCELLENTISSIMI FUMETTORI
Nicola Pesce Editore
2022, brossura
88 pagine, 17.90 euro

Questo di Giuliano Piccininno è di quei libri che conquistano al primo sguardo, e poi non si finisce più di guardarci dentro. Date un'occhiata alle foto qui sotto: più si presta attenzione ai particolari di ogni vignetta, più se ne scoprono di nuovi. "Le vite de' più eccellentissini fumettori", edito da Nicola Pesce, è la rivisitazione in chiave fumettistica, ma sopratutto fumettosa, delle "Vite" (degli artisti del suo tempo) di Giorgio Vasari, in compagnia del quale (redivivo e scortato dalla Musa della Nona Arte, Calendula) Giuliano ci racconta del suo/nostro amore verso autori come Magnus e Stan Lee, e verso personaggi quali Zagor (a cui è dedicato ampio spazio), Alan Ford o scuole come quelle Disney o quella francese. Tutto raccontato con un vero e proprio saggio a fumetti sui fumetti e sul loro codice espressivo, citando decine e decine di eroi di carta, in una sarabanda sorprendente e divertentissima. Disegnata con un talento, peraltro, davanti al quale tanto di cappello. Il titolo per intero è: "Le vite de' più eccellentissini fumettori dalli protofumetti infino a' giorni nostri descritte d Giorgio Vasari pittore aretino e illustrate da Giuliano Piccininno fumettore vice/picentino con una utile & necessaria notazione del dottore Raffaele De Falco".