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mercoledì 1 marzo 2023

LA PALUDE DEI FORZATI

 


 

Moreno Burattini
Mauro Laurenti
LA PALUDE DEI FORZATI
Sergio Bonelli Editore
brossurato, 2023
400 pagine, 15 euro
 
Il 10 febbraio 2023 è uscito il volume “La palude dei forzati”, un brossurato di 400 pagine che raccoglie tutte le quattro puntate in cui venne originariamente pubblicata, nel 2004, una storia destinata a entrare nel cuore di molti lettori e spesso indicata fra le opere migliori sia del sottoscritto (autore dei testi) che del disegnatore Mauro Laurenti (qui all'opera in stato di grazia). L'avventura si svolge fra le paludi della Florida settentrionale e racconta della caccia data a un eterogeneo gruppo di evasi da un penitenziario, ciascuno con una propria storia personale e proprie motivazioni, tra cui c'è anche Elias Duff, un minorato mentale ingiustamente comdannato, e coinvolto suo malgrado nella fuga, che Zagor vuol salvare (e dal quale spera di ottenere utili indcazioni per scagionarlo e incastrare invece il vero colpevole del delitto per cui è stato codannato - vero colpevole che invece trama perché Elias muoia negli acquitrini).  Dopo aver riproposto in volumi da libreria (cartonati e brossurati) un gran numero di capolavori di Guido Nolitta, la Bonelli comincia a ristampare e valorizzare quei racconti che si potrebbero definire "classici non bonelliani". Ho cercato di spiegare (e spiegarmi) il perché del quasi unanime apprezzamento (il “quasi”, in certi casi, è d’obbligo nel rispetto del parere di tutti) nella mia introduzione che correda la pubblicazione, insieme a molte illustrazioni, tra cui alcune inedite. Ecco un breve estratto del testo introduttivo.
 
Secondo Giancarlo Berardi, il creatore di Ken Parker e di Julia, uno insomma che di queste cose se ne intende, “le buone storie sono quelle con dei buoni personaggi”. E’ stato partendo da questo presupposto che, in qualità di sceneggiatore dell’avventura raccolta in questo volume, mi sono sforzato di immaginare un gruppo di eterogenei protagonisti caratterizzati quanto meglio  mi fosse riuscito.  Così, se “La palude dei forzati”, uscita originariamente in quattro albi di Zagor pubblicati tra l’aprile e io luglio del 2004,  è una buona storia (mi permetto di dirlo sulla scorta di un diffuso giudizio al riguardo, raccolto nel corso degli anni tra i lettori e gli addetti ai lavori) è soprattutto merito dei buoni personaggi che le danno vita e spessore, grazie all’intrecciarsi dei destini di numerose figure, ognuna delle quali è dotata di una personalità da approfondire, di un background di antefatti da raccontare, e di un ruolo ben preciso da far interagire, come in un meccanismo di ruote dentate all’interno di un orologio, con quello degli altri. 
 
A valorizzarle contribuisce anche il fascino del racconto carcerario: si possono fra le vignette i miei rimandi a due grandi romanzi (e altrettanto grandi film), “Papillon” e “Il miglio verde”, i cui spunti sono stati comunque rielaborati in maniera, credo, tutto sommato originale. Ma non c’è solo il tema del penitenziario e dei forzati in fuga. Ci sono gli indiani, c’è un giallo, c’è una interessante figura femminile, c’è perfino un po’ di paranormale. Senza dubbio hanno contribuito al successo dell’avventura gli straordinari disegni di Laurenti, bravissimo in molte scene difficili da disegnare ma soprattutto artefice di una superba e dinamicissima realizzazione proprio di Zagor.
 
Si diceva del fascino delle storie carcerarie e di quelle con evasi in fuga. Ci sono storie di prigionieri e di evasioni anche nella serie di Zagor. Guido Nolitta fa fatto rinchiudere il Re di Darkwood in una prigione di massima sicurezza, il sinistro carcere di Hellgate, detto “L’Inferno dei Vivi” (1965). Quell’episodio conteneva tutti gli elementi che caratterizzano le storie ambientate dietro le sbarre, dove ogni uomo si trova a dover fare i conti con una realtà alienante e violenta in cui è facile perdere, prima della vita, la propria dignità e il proprio equilibrio mentale, abbrutendosi, soprattutto per chi è, o si ritiene, innocente e vittima di una ingiusta detenzione. Sempre su Zagor, Alfredo Castelli ha sceneggiato una storia intitolata "Gli aguzzini" (1982) in cui lo Spirito con la Scure si facrinchiudere volontariamente nel penitenziario di "Fort Concrete" per svolgere un'indagine, ma anche ha scritto nel 1980 anche una lunga avventura di Mister No ispirata a “Papillon”, dal titolo “Relitti Umani” in cui Jerry Drake viene ingiustamente rinchiuso nel bagno penale dell’isola di Approuague. In precedenza, era toccato ad Aquila della Notte finire vittima di un complotto, in una classica storia di Giovanni Luigi Bonelli, “La cella della morte” (1976). Ma anche in “Fuga da Anderville”, ambientata in flashback ai tempi della Guerra di Secessione, il giovane Tex deve fuggire da un campo di prigionia sudista in una storia scritta da Claudio Nizzi nel 1989.  E, addirittura, la saga di Ken Parker si è momentaneamente interrotta proprio con Lungo Fucile costretto a scontare una lunga detenzione: “I condannati” (1994) è appunto un racconto di Berardi di ambientazione carceraria. Per finire, anche Cico è finito in prigione: lo Speciale “Cico galeotto” (1996) è una vera e propria parodia, in chiave umoristica, di tutti i “topoi” letterari del genere.

mercoledì 1 agosto 2018

INFERNO DEI VIVI




Gallieno Ferri
Guido Nolitta
L'INFERNO DEI VIVI
Sergio Bonelli Editore
2018, cartonato
210 pagine, 24 euro


Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) ha immaginato la serie di Zagor come un crocevia di generi e Darkwood come la terra della loro contaminazione. Eccolo perciò a sperimentare, in una storia uscita per la prima volta nel 1965, il genere carcerario: fa infatti rinchiudere il Re di Darkwood in una prigione di massima sicurezza, il sinistro carcere di Hellgate, detto “L’Inferno dei vivi”. L'avventura, fra le più celebri dell'intera saga, viene raccolta in un volume cartonato targato Bonelli che contiene anche il racconto immediatamente collegato, "Lo stregone scomparso, in cui si risolve il mistero legato all'esilio in una grotta dello sciamano Tawar, che salva la vita allo Spirito con la Scure all'inizio della vicenda. "L'inferno dei vivi" contiene tutti gli elementi che caratterizzano le storie ambientate dietro le sbarre, dove ogni uomo si trova a dover fare i conti con una realtà alienante e violenta in cui è facile perdere, prima della vita, la propria dignità e il proprio equilibrio mentale, abbrutendosi, soprattutto per chi è, o si ritiene, innocente e vittima di una ingiusta detenzione. Non ci sono dubbi che l’ansia di libertà sia uno degli istinti primari di ogni individuo, e dunque è particolarmente coinvolgente e angosciante assistere alla lotta disperata e talvolta eroica per non farsi annichilire e oltrepassare mura e reticolati, talvolta anche solo con lo spirito, come capita a certi illustri pensatori condannati da regimi illiberali, come testimoniano, per esempio, le lettere dal carcere di Antonio Gramsci (1891-1937) o la vicenda di Alexandros Panagulis (1939-1976) narrata da Oriana Fallaci in “Un uomo”. Del più celebre scritto di Silvio Pellico, “Le mie prigioni” (pubblicato nel 1832), si disse che costò all’Austria come aver perso una battaglia, in termini di propaganda ostile per il trattamento subito dal patriota italiano nel carcere asburgico dello Spielberg, in cui fu imprigionato tra il 1820 e il 1830. Di una tematica così forte era inevitabile che si impossessassero la letteratura, prima, e il cinema, poi. "L'infermo dei vivi" è anche ispirato, com'è consuetudine nolittiana, a film di argomento carcerario, quali “Carcere” (1930) e “Io sono un evaso” (1932) per citare soltanto un paio di pellicole che sicuramente hanno appassionato il cinefilo Sergio Bonelli. Ma alla base della storia ci sono anche, ovviamente, i tanti libri in cui si descrivono i trattamenti inumani a cui sono sottoposti i detenuti, da “I miserabili” di Victor Hugo a “Le mie prigioni” di Silvio Pellico. Letterario è, del resto, il trucco con il quale lo Spirito con la Scure riesce a fuggire dal penitenziario in cui è stato ingiustamente recluso: è lo stesso, infatti, con cui Dumas fa evadere il Conte di Montecristo dalla Fortezza di If e Salgari favorisce la fuga di Sandokan dalla nave di James Brook ne “Le tigri di Mompracem”. Sono numerosi i personaggi degni di nota in questa classica avventura rimasta nel cuore di tutti i lettori, dal colonnello Dillon al capitano Grayson, dal galeotto Johnny Mackett al dottor Hogan, colui cioè che aiuta lo Spirito con la Scure, convinto della sua innocenza. Proprio questo personaggio è destinato a far ritorno, insieme alla fortezza di Hellgate, in una storia del 1999 intitolata “La vendetta di Mortimer”. Si diceva di Tawar, lo stregone dei Tunican che salva Zagor da morte certa e che lo Spirito con la Scure aiuta nella seconda storia raccolta in questo volume, strettamente collegata con la prima. Anche in questo caso Nolitta cerca di cogliere di sorpresa i suoi lettori mescolando le carte e immaginando un incredibile personaggio quale il capo degli stessi Tunican, che ha cacciato Tawar della tribù e che si fa chiamare Mister-Mister. Il motivo per cui il nuovo capo dei Tunican ha rinunciato al suo vecchio nome indiano, Muso di Tamburo, in favore di un nuovo appellativo, è presto spiegato: “Se tutti gli uomini bianchi, che non valgono nulla, si chiamano Mister, – ha ragionato il sakem – io che valgo il doppio d ciascuno di loro, mi chiamerò Mister-Mister”. Il bizzarro personaggio, con un concetto tutto suo del modo con cui i pellerossa devono interagire con i bianchi, rientra perfettamente nella tipologia nolittiana e nel teatrino di personaggi insoliti che lo sceneggiatore va costruendo. E’ persino difficile etichettare la figura di Mister-Mister: è tragica o umoristica? Le maschere del dramma e della commedia, del resto, sono spesso interscambiabili, e Sergio Bonelli sembra volercelo dimostrare una volta di più. Il sakem dei Tunican ritiene che per contrastare il predominio dei bianchi, il popolo rosso debba assimilare gli usi e i costumi degli invasori: ma il suo tentativo, pur basato su un ragionamento non del tutto insensato, si riduce in uno scimmiottamento degli aspetti più deleteri della nostra “civiltà” e al rinnegamento dell’identità e delle tradizioni dei nativi. La lucida follia dell’ex Muso di Tamburo, deciso a eliminare gli oppositori, spiega anche il forzato esilio dello stregone Tawar nella gola in cui Zagor lo ha incontrato. Lo Spirito con la Scure aiuta Tawar a riprendere il suo posto a capo della propria gente, mentre Mister-Mister paga con la vita lo sbaglio essersi fatto irretire da una banda di imbroglioni bianchi. Il trentacinquenne Gallieno Ferri non è ancora al suo top ma ci sta rapidamente arrivando: colpisce la sua capacità di destreggiarsi fra i generi alternando il registro drammatico a quello comico (le gag di Cico si susseguono a ripetizione), e la meraviglia la maestria nel regalare emozioni con i cupi scenari della gola in cui Zagor cade ferito, l'attacco dei lupi, la drammatica evasione.
Due annotazioni. Qualcuno ha contestato il fatto che nella copertina Zagor abbia la scure che mancava nella copertina di Ferri originaria (aggiunta peraltro già anni fa nell'edizione di TuttoZagor, non inserita appositamente per questa). Il senso della contestazione è: se Zagor sta evadendo dal carcere non può avere la scure. Se per questo, nella copertina di Ferri l'eroe aveva la pistola. A rigor di logica non potrebbe avere neppure quella. M se è per questo non ha neppure la divisa da carcerato, segno che non sta evadendo. Questa scena non è tratta dalla storia ma è evocativa: l'eroe è riconoscibile dai suoi simboli (armi e costume) mentre cerca di compiere una missione in un carcere (o in una fortezza). Tutto qui. Se fosse stata una evasione avrebbe avuto la casacca a strisce. 
Un'altra contestazione è questa: il colore è quello dell'edizione della Collezione Storica di Repubblica, non è stata fatta una colorazione nuova. Ma in questo tipo di volumi non si fa mai la colorazione nuova. Si parte da una pubblicazione esistente e la si propone "nobilitata" in cartonato. E' questo il senso dell'operazione. Se fosse stata in bianco e nero sarebbe stato il bianco e nero dell'edizione da edicola. Qual è il problema? La contestazione avrebbe senso che ci fosse stato scritto: nuova colorazione. Ma non c'è scritto. L'appetibilità del prodotto (per chi lo apprezza) è nel formato e nella rilegatura da libreria. 


venerdì 1 dicembre 2017

IL RAGAZZO CATTIVO




Kate Summerscale
IL RAGAZZO CATTIVO
Einaudi
2017, cartonato
360 pagine, 21 euro

Kate Summerscale, narratrice di grande talento, ha trovato un genere letterario che le calza a pennello: la ricostruzione, storica e giornalistica al tempo stesso, di fatti di cronaca nera dell'Inghilterra di fine Ottocento. Il suo primo libro tradotto in Italia (nel 2008), "Omicidio a Road Hill House", ha vinto il Johnson Prize per la saggistica: è strepitoso e, se vi interessa leggerla, trovate una mia recensione qui.
Nel 2013 ha pubblicato "La rovina di Mrs Robinson. Storia segreta di una donna vittoriana" e nel 2016 ecco "Il ragazzo cattivo". In realtà il tredicenne Robert Coombes non è affatto, o non sembra, un ragazzo cattivo, finché non compie un unico, inspiegabile ed efferatissimo gesto: uccide a coltellate la mamma. Poi, come se nulla fosse, chiuso il cadavere nella stanza da letto, per una decina di giorni inventa plausibili scuse per giustificarne l'assenza agli occhi del vicinato e si occupa del fratellino Nattie. Siamo a Londra, in un quartiere povero ma non malfamato, nel 1895. Il padre di Robert è un marinaio assente da casa per lunghe settimane e quando viene informato dei fatti si trova a New York. Una volta scoperto il delitto (il cadavere della madre è ormai preda delle larve e il fetore si diffonde anche all'esterno della casa), Robert viene imprigionato e processato ma, a causa della giovane età, non può essere giudicato pienamente colpevole e viene chiuso in un manicomio (fortunatamente, teso alla riabilitazione dei pazienti e dove i detenuti godono di un trattamento umano) con la formula "finché Sua Maestà lo riterrà opportuno". 
Il giovane Coombes mantiene un contegno impassibile e dignitoso durante tutto il dibattimento, non nega i fatti, non prova a giustificarli. Non si riesce a capire perché un ragazzo che non è mai stato né ribelle né violento e che ha sempre, anzi, dimostrato una intelligenza superiore al normale abbia potuto accoltellare la madre, una donna che non sembrava più severa di tante altre e contro la quale nessuno aveva potuto testimoniare niente. Robert leggeva molti "penny dreadful, ovvero i romanzetti di paura antesignani dei fumetti, ma l'idea che potesse esserne rimasto influenzato venne scartata dai giudici di allora (chissà, forse quelli di oggi l'avrebbero presa in considerazione). Kate Summerscale ricostruisce con dovizia di particolari i fatti, la realtà sociale, economica e culturale in cui avvennero, il meccanismo giudiziario, l'atteggiamento del collegio giudicante e della giuria popolare, la vita in manicomio del giovane assassino. Poi, l'autrice (abilissima nel setacciare i giornali del periodo e gli archivi storici e nel raccogliere testimonianze in ogni dove) segue il percorso di redenzione di Robert: fu un paziente modello durante la detenzione, lavorò come sarto, studiò, imparò a suonare, e nel 1912 (all'età di trent'anni) venne rimesso in libertà. Si trasferì in Australia e tornò in Europa durante la Prima Guerra Mondiale essendosi offerto volontario: fu un soldato coraggioso, protagonista di atti di eroismo, e ricevette encomi e premi. Si sposò e adotto un figlio in Australia, dove morì nel 1949 rispettato a amato da tutti. Una vera redenzione, la sua, un percorso esemplare. Kate Summerscale conclude la sua indagine tentando di capire, con l'aiuto di alcuni psicologi, come possa essere accaduto nella vita di un uomo del genere il folle scatto che all'età di tredici anni lo portò a uccidere la madre. Vengono fornite varie ipotesi, nessuna a mio parere del tutto convincente. Certe cose forse non si possono spiegare. "Il ragazzo cattivo" si legge come un romanzo, ma sono tutti fatti veri.

venerdì 27 maggio 2016

IL PATIBOLO



IL PATIBOLO
di Dario Papa
Perosini
1994

Si tratta di un agile libretto (settanta pagine) che fa parte della collana "Avventure", diretta da Claudio Gallo, il massimo esperto vivente sulla vita e l'opera di Emilio Salgari. E in effetti un collegamento fra Dario Papa (l'autore del testo) e il creatore del Corsaro Nero, c'è: veronesi entrambi, furono scrittori contemporanei (Papa muore nel 1897, a cinquantun anni), ed ebbero tutti e due una carriera giornalistica, lavorando per qualche tempi al quotidiano "L'Arena". Giornalista, Dario Papa lo restò tutta la vita. E che giornalista, a dar retta non soltanto a quel che dicono di lui l'autrice della prefazione (Lucia Annunziata) e i due postfattori (Antonio Marchesi e lo stesso Claudio Gallo), ma anche alle impressioni che si ricavano dalla lettura dei due suoi testi presentati nel volumetto. Si tratta di un paio di interessanti estratti tratti da un'opera più ampia, "New York", datata 1884, che ho letto (lo confesso) nel mio lavoro di preparazione per una storia di Zagor con lo stesso titolo, dato che si descrivono le famigerate "Tombs", ovvero la prigione newyorkese, non lontana dai Five Points, dove si eseguivano le condanne a morte. E proprio di due processi e due esecuzioni si racconta. Papa, nel suo avventuroso viaggio negli Stati Uniti per scopi giornalistici (attraversò tutta l'America de Nord coast-to-coast) descrive il Paese che visita con acutezza critica e non come un turista in gita di piacere. E' critico e perfino severo, anche se poi fu conquistato dall' american way of life e da fervente monarchico (com'era anche Salgari) divenne repubblicano e federalista. "Il patibolo" descrive però la giustizia com'è amministrata (in modo che a lui pare sommario) a New York. E lo fa con asprezza, sembrandogli che agli imputati, soprattutto se poveri e immigrati, non venisse garantito il diritto di difesa (ovvero: che ci fosse un preponderante vantaggio per l'accusa). Singolarmente, Papa contesta l'invadenza della stampa che, a suo dire, faceva i processi in piazza prima ancora dello svolgimento in aula. Scrive il giornalista: "Qualcuno si chiederà come mai i giornali sapessero tante cose. Gli è che negli Stati Uniti essi passano dappertutto con una facilità straordinaria. Certissimamente là i giudici devono avere delle idee molto diverse da quelle dei nostri anche in fatto di preparazione dei processi: perché mentre da noi i giornalisti trovano le porte chiuse, non foss'altro per la ragione che non si vuole intralciare il processo, mettere la gente sull'avviso, frastornare misure che si son prese, là si può ben dire che i giornalisti istruiscono il processo prima ancora che chi ci ha il dovere". Sconvolgenti e terribili i passaggi in cui Papa descrive una impiccagione per cui ha ottenuto un invito, appunto allo scopo di documentarla: "Vidi ciò che di più orribile io abbia veduto mai. A due metri dal suolo, il condannato si agitava nelle più violente convulsioni". A corredo del testo, e anche a commento di queste parole, alcune belle illustrazioni di Paolo Bacilieri.