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sabato 30 marzo 2024

L' ARTE DI GOVERNARE LA CARTA

 

Ambrogio Borsani
L'ARTE DI GOVERNARE LA CARTA
Editrice Bibliografica
2017, brossurato
152 pagine, 20 euro

“Follia e disciplina nelle biblioteche di casa”, spiega il sottotitolo dando una più precisa idea del contenuto, già comunque ben resa dal titolo stesso. Il senso del volumetto, però, è ancor meglio rappresentato in una citazione da Anatole France che fa da preambolo: “Non passo quasi mai davanti alle bancarelle senza scovare qualche libro che mi mancava e che non sospettavo minimamente di non avere. Al rientro, devo affrontare le grida della governante, che mi accusa di riempire la casa di cartacce fatte apposta per attirare i topi”. Chi di noi bibliofili non si riconosce nel quadretto? E ancor di più ci si riconosce nella trattazione dei vari aspetti della sindrome da bibliofilia data da Ambrogio Borsani, affetto anche lui dalla stessa patologia e che quindi, dopo aver raccontato la storia del libro (nato dai rotoli manoscritti) elenca con cognizione di causa le problematiche: la mancanza di spazio, la collocazione negli scaffali, la classificazione delle collezioni (si cita la Dewey, si sconsiglia l’ordine alfabetico per autore, ci suggerisce la divisione per nazioni), i danni alle strutture stesse delle case, il pericolo di crolli degli scaffali. L’aneddotica è ricca.  
 
Mentre leggevo, con piacere, il manuale di Borsani, mi sono reso conto di aver scritto anch’io, ancora prima di lui (nel 2011), un articolo pubblicato sul mio blog “Freddo cane in questa palude”, intitolato “C’è posto per te”. Siccome le mie considerazioni e le soluzioni proposte non sono troppo diverse, ho pensato di selezionare alcuni passaggi, che trovate qui di seguito.
 

C'E' POSTO PER TE
di Moreno Burattini
 
Mi gongolo di soddisfazione tutte le volte che miro e rimiro le mie scaffalature piene di libri, volumi, albi e fascicoli, perfettamente disposti per serie, per argomento, per tipologia, per colore delle costoline. Non c’è nessuna comodità da digitalizzazione che possa ripagare la soddisfazione di vedere delle librerie colme di carta. Stante questa sacrosanta verità, resta da capire come accidenti fare quando le librerie sono fin troppo colme e non c’è più spazio per infilare tra un volume e l’altro neppure una cartolina. Nella mia pluridecennale esperienza di stivaggio (arte in cui mi considero ormai un genio – riconosciuto peraltro da tutto il parentado), la prima cosa che mio viene da dire è questa: non è vero. Segnatevi questa verità fondamentale: quando le apparenze vi fanno credere che lo spazio sia esaurito, le apparenze ingannano. Si tratta soltanto di disporre meglio gli albi. Magari invece che in un’unica fila orizzontale si possono fare tante pile verticali, una affiancata all’altra. C’è sempre dello spazio in più, se ci si pensa bene e si studia il problema con attenzione.
Ma procediamo con ordine. Innanzitutto, regola numero uno: mai rinunciare all’acquisto di un libro o di un fumetto “perché in casa non c’è più posto”. Si deve sempre partire dal presupposto che il posto c’è. Se non c’è, si trova. Per esempio, si compra una casa nuova. Sembra una battuta ma è un’affermazione seria. Se in una famiglia i figli crescono di numero e in età, non si pensa forse a un trasloco in una dimora più larga e accogliente? Non c’è niente di scandaloso nel fatto che un collezionista possa scegliere un appartamento con una stanza in più pensando a un luogo dove conservare le sue collezioni. Chi ha la moto non si compra forse una casa con un garage o uno scantinato? Chi ha il pollice verde non la sceglie con un giardino o con una ampia terrazza? Bene, chi legge fumetti si fa mettere in progetto un salottino da lettura. Se proprio una casa nuova è fuori discussione, restano comunque delle alternative. Il garage e la soffitta, per esempio. Che ci fanno tutte quelle cianfrusaglie inutili in solaio? Fuori! Una bella scaffalatura e il sottotetto diventa una biblioteca. E la casa dei genitori, dove la mettiamo? Quando qualcuno si sposa o va a vivere da solo, di solito lascia libera la propria cameretta. Quella ci appartiene di diritto. E’ nostra. Ci siamo cresciuti. E adesso la riempiamo con i nostri albi. Le mamme non possono che essere contente. I figli tornano a salutarle con frequenza settimanale o bisettimanale. Le salutano di passaggio, ovviamente, andando a posare o riprendere i loro fumetti, ma intanto le salutano. Esiste anche la possibilità di prendere in affitto una piccola stanza da un vicino, o un monolocale.
Ma facciamo l’ipotesi peggiore: c’è soltanto una casa. La prima cosa da fare è razionalizzare lo spazio. Il motivo per cui di solito si dice che non c’è più posto è che si sono riempiti tutti gli scaffali della libreria del salotto o dello studio. Al che, la prima considerazione da fare è la seguente: quanta parete libera si vede, in giro per la casa?
C’è da scommettere che l’arredamento della prima ora abbia lasciato muri bianchi grandi come schermi cinematografici, con al centro magari un paio di quadretti di pessimo gusto comprati durante le vacanze a Maiorca perché li faceva un artista di strada. La regola numero due è: non ci devono essere pareti libere. Dove c’è una parete libera, ci si mette davanti una libreria. Tanto i muri bianchi ingialliscono, i bambini li scarabocchiano, ci vengono spiaccicate le zanzare, ci vanno gli schizzi di olio e di vino, ci fanno la cacca le mosche. Una bella libreria invece arreda in modo leggiadro e isola anche acusticamente e termicamente. Mogli e fidanzate tenteranno in tutti i modi di riempire gli scaffali di soprammobili. Deve essere loro impedito a costo di ricorrere allo scudiscio. Regola numero tre: i soprammobili sono vietati. Che poi non è il soprammobile in sé che dà noia, è il fatto che si pretenda che attorno al soprammobile ci sia il vuoto.
Ma il punto fondamentale che distingue il collezionista di genio dal dilettante allo sbaraglio è la misura dello spazio vuoto tra un ripiano e l’altro. Gli sciocchi di solito comprano una libreria così com’è: ammettiamo che la vendano con tre ripiani distanti fra loro trenta centimetri (che creano quattro diversi spazi). Ergo, se io dentro ci metto una fila di fumetti alti venti centimetri, avanzano dieci centimetri. Moltiplicati per quattro spazi, sono quaranta centimetri! In pratica, nello stesso scaffale ci starebbero altre due file degli stessi fumetti. Basterebbe mettere due ripiani in più, calcolati sulla base delle altezze degli albi. E vogliamo parlare di quanto spazio libero c’è fra la fine della libreria e il soffitto? Di solito, almeno un metro! Quanta carta stampata ci potrebbe stare in quel vuoto assurdo! Perciò, regola numero quattro: farsi fare delle librerie su misura, che occupino tutto lo spazio sfruttabile, con i ripiani calcolati alla giusta distanza fra loro sulla base del materiale collezionato.
Ma non è finita. Ammettiamo che delle scaffalature perfette riempiano lo spazio domestico in modo impeccabile. Volete raddoppiare la disponibilità con uno schioccar delle dita? Basterà accertarsi che la larghezza degli scaffali consenta di poter mettere gli albi in doppia fila. Perciò, niente Billy per i fumetti Bonelli! Ci sta una fila sola. Bisogna comprare modelli più larghi, capaci di ospitare una fila davanti e una fila dietro. In certi casi le file possono perfino essere tre. Il mio sogno, quello di cui parlo sempre con la persona amata quando ci sdraiamo insieme sull’erba del prato a guardare le stelle, è non solo di avere una sola grande stanza in un’unica casa in cui conservare tutti i miei libri e i miei fumetti divisi in almeno quattro case diverse, ma (ed ecco la vera libidine) con tutte le costoline disposte in singola fila. E’, naturalmente, un sogno irrealizzabile. Appunto per questo, in mancanza di meglio, vada per la doppia fila.


mercoledì 16 agosto 2023

L’AVVOCATA DELLE VERTIGINI


 

Piero Meldini
L’AVVOCATA DELLE VERTIGINI
Adelphi
1994, brossurato
128 pagine, 20.000


Un giallo decisamente insolito, questo in cui mi sono imbattuto per caso pescandolo in una bacheca di book crossing. Si tratta del romanzo di esordio in campo narrativo, di Pietro Meldini, riminese (classe 1941), saggista e psicanalista ma anche esperto di iconografia, che con “L’avvocata delle vertigini” vinse il Premio Bagutta come miglior opera prima. In seguito avrebbe scritto altri cinque romanzi (molto più nutriti l’elenco dei suoi saggi, di vario argomenti, partendo da una disamina dei rapporti tra Mussolini e Freud fino a un trattato sulla cucina romagnola). Perché ho cominciato dicendo che si tratta di un giallo decisamente insolito? Perché il protagonista, Vincenzo Dominici, è un agiografo da anni impegnato nella ricerca di documenti riguardanti una (inesistente, nella realtà) Beata Isabetta, protettrice di coloro che soffrono di vertigini, con lo scopo di scriverne una biografia. Le fonti sono, purtroppo per lui, piuttosto rare. Un giorno, però, l’archivista di una biblioteca gli fornisce un testo cinquecentesco, fino a quel momento sconosciuto, da lui trovato nascosto in una miscellanea, con una nota vergata a mano a mo’ di titolo che dice: “Vite Beate Issabecte”. Solo che il documento è illeggibile, perché scritto in codice. La decifrazione del testo finisce per rivelarsi sconvolgente per lo studioso: si tratta di un elenco di profezie riguardati chi lo tradurrà, che culminano con la morte di una donna innocente. Dominici stenta a crederci, ma una per una le profezie si avverano tutte, compresa quella riguardante la vittima senza colpa. Un monsignore bibliofilo, Berlinghieri, e il vescovo del luogo cercano di aiutare il giudice Bosio incaricato delle indagini, mentre l’agiografo pare caduto nel vortice della follia. Ciò che appare incredibile è che la profezia scritta in codice risulta davvero, senza dubbio alcuno, risalente al Cinquecento, e realmente descrive fatti piuttosto insoliti destinati ad accadere secoli dopo. La spiegazione congegnata da Meldini è intrigante e convincente, e vale il tempo speso per arrivarci. La contaminazione fra il giallo, l’arte e i misteri del passato risolti nel presente fa venire in mente “La tavola fiamminga” di Arturo Perez Reverte, che resta però diversi gradini superiore.



venerdì 12 aprile 2019

IL CATALOGO DEI LIBRI NAUFRAGATI



Edward Wilson-Lee
IL CATALOGO DEI LIBRI NAUFRAGATI
Bollati Boringhieri
2019, cartonato
350 pagine, 30 euro


Un libro meraviglioso. Meraviglioso per tutti, credo, ma assolutamente fantastico per chi i libri li ama, li colleziona, li custodisce, se ne circonda. A una prima occhiata, magari distratta, si può pensare che si tratti di una biografia: quella di Fernando Colombo, secondo figlio (illegittimo) di Cristoforo, il navigatore. Se il padre, a cui si deve la scoperta dell'America, è unanimemente riconosciuto come figura storica degna di ogni studio, si potrebbe dubitare che ci siano sufficienti motivi per dedicare una qualche attenzione anche al suo secondogenito. Invece, Fernando Colombo di rivela un personaggio straordinario (molto di più del fratello Diego, il primo figlio di Cristoforo). La prima parte del libro è avvincente come un romanzo d'avventura: si racconta dei primi viaggi di Colombo padre verso il Nuovo Mondo, poi si giunge al quarto, quello in cui Cristoforo portò con sé anche il giovanissimo Fernando, e che fu caratterizzato da ogni genere di traversie, le cui cronache potrebbero sembrare tratte da un romanzo di Salgari. Fernando acquisì però, a fianco del padre competenze marinaresche, cartografiche e da astronomo. Cristoforo, a cui il figlio fu sempre devoto, da quanto ci dice Edward Wilson-Lee risulta tuttavia un personaggio venato di follia, visionario, in preda a vaneggiamenti mistici. Dopo la morte del padre, ai figli Diego e Fernando vennero dati incarichi e rendite (non facili da riscuotere e sempre a rischio). In ogni caso i due fratelli, fin da piccoli, avevano bazzicato la Corte reale prima e Imperiale. Gran parte delle entrate di Fernando finirono ben presto per venire dedicate all'acquisto di libri, di cui il giovane Colombo divenne non solo un collezionista, ma un un cultore. Erano gli anni (la prima metà del Cinquecento) in cui cominciava a prendere campo la stampa tipografica: Fernando ne capì la portata rivoluzionaria e raccolse soprattutto libri stampati, addirittura comprendendo nelle sue raccolte gli opuscoli più miseri e popolari. I viaggi al seguito di Carlo V e i soggiorni per vari motivi in tutte le principali città d'Europa (a partire da una permanenza a Roma durata alcuni anni), gli permisero di acquistare migliaia e migliaia di volumi, fino a fargli mettere insieme la più grande biblioteca privata del mondo. Nacque l'esigenza di catalogare tutti quei libri, troppi perché a memoria se ne potesse rintracciare uno, se richiesto: Fernando stilò elenchi e riassunti, guide per parole chiave, codici mnemonici in grado di contraddistinguere ogni volume e renderlo disponibile per le ricerche. Concetti modernissimi che all'epoca furono sperimentati proprio da Colombo per la prima volta. Seguendo Fernando nella sua ricerca della "biblioteca universale", Wilson-Lee ci dipinge anche uno straordinario affresco della realtà storica dell'epoca, delle nuove idee che circolavano, dell'impatto delle scoperte geografiche sulla società europea. Quando morì, Fernando lasciò una biblioteca di oltre ventimila volumi. Oggi ne rimangono solo quattromila. Gli altri si sono dispersi in altre biblioteche o sono andati perduti.

domenica 18 novembre 2018

IL CLUB DUMAS



Arturo Pérez-Reverte
IL CLUB DUMAS
Tropea
1997, 384 pagine

Scritto nel 1993 da un giornalista spagnolo (poi divenuto scrittore a tempo pieno), "Il Club Dumas" è divenuto in breve un caso letterario nella penisola iberica e in Francia, prima di spopolare in mezzo mondo.Il motivo di tanto successo non stupisce chi abbia letto il libro. Che è eccezionale.  Innanzitutto l'autore è, indubbiamente, uno scrittore di razza, e i romanzi successivi (da quelli del ciclo del Capiran Alatriste a "La pelle del tamburo" o a "La tavola fiamminga") lo avrebbero confermato. Pérez-Reverte ha la capacità rara di essere colto ma accattivante, erudito ma non pedante, letterario ma non pesante, di spessore ma non prolisso. Sa scrivere bene, ma mette la sua penna al servizio della storia (e dunque del lettore) e non del bello stile fine a sé stesso (e non, dunque, della sua vanagloria).  A ciò si aggiunge l'ambientazione estremamente affascinante del romanzo, che è un giallo letterario, imbevuto di letteratura dall'inizio alla fine: il protagonista è lo spagnolo Lucas Corso, di professione "cacciatore di libri", vale a dire agente al servizio di importanti librai antiquari di mezza Europa che gli commissionano il recupero di incunaboli, prime edizioni, testi rari, codici e manoscritti. Pur non essendo egli stesso un collezionista, ma ritenendosi solo un "mercenario" della bibliofilia, Corso è un esperto del settore e seguendolo anche il lettore comincia a capire qualcosa della logica di un commercio e di una passione così particolare. A Corso capitano due incarichi in contemporanea, entrambi piuttosto singolari. Il primo è verificare l'autenticità di un manoscritto autografo attribuibile a Dumas di un capitolo dei "Tre Moschettieri" intitolato "Il vino d'Angiò". Il secondo, di controllare quale delle tre copie esistenti di un libro stampato a Venezia nel 1666 sia l'unico originale, dato che il tipografo, condannato dall'Inquisizione, giurò di averne lasciato un solo esemplare. Il libro in questione si intitola "Le nove porte" ed è un testo ritenuto demoniaco, e comunque riguardante formule per evocare Satana. Contiene nove incisioni, proprio confrontando le quali Corso non tarda ad accorgersi di una particolarità: i disegni sono stati modificati e sono diversi in ciascuno dei tre volumi. Proprio studiando il modo in cui le incisioni sono state cambiate e disposte si può arrivare al segreto contenuto nell'opera. Peréz-Reverte ha fatto in modo che le incisioni fossero riportate all'interno del libro in modo che ogni lettore possa arrivare da solo alla decifrazione del messaggio segreto svelato nel finale, allorché si scopre che le morti collegate al mistero delle Nove Porte sono opera dello stesso bibliofilo, Varo Borja, che ha dato l'incarico a Corso di scoprire il libro originale, l'unico utile per evocare il demonio. Demonio la cui presenza aleggia in ogni pagina del libro, sia sottoforma di inquietudine e di mistero che nei panni di una ragazza di cui Corso si innamora, Irene Adler, e che fino all'ultimo mantiene intatti i dubbi su chi sia veramente. Ma anche la vicenda del manoscritto di Dumas tiene con il fiato sospeso, e fino all'ultimo si crede che sia intrecciata con quella delle Nove Porte. Invece, alla fine, si scopre una verità del tutto diversa, molto letteraria: noi siamo ciò che leggiamo, e a volte le troppe letture possono farci fare collegamenti arbitrari, farci percepire diversamente la realtà, come Corso che vede tutte le vicende relative al "Vino d'Angiò" come orchestrate sulla falsariga dei "Tre Moschettieri". Davvero sorprendente la rivelazione di sia il "Richelieu" della vicenda. L'io narrante è un professore universitario studioso di Dumas e dei romanzi di appendice, la cui filosofia è del tutto condivisibile, come il suo disprezzo (che è anche il mio) per i romanzi in cui l'autore non parla altro che di sé stesso, e si crogiola nel proprio bello scrivere, dimenticando l'intreccio e l'avventura. Che anche Peréz-Reverte la pensi così è certo: altrimenti il portatore di queste idee non avrebbe parlato, pur essendo un personaggio fittizio, in prima persona. Peccato per il brutto film che da questo bel libro è stato tratto.


sabato 28 luglio 2018

IL LUNGO VIAGGIO DI VITTORINI


Raffaele Crovi
IL LUNGO VIAGGIO DI VITTORINI
Biografia – Marsilio
Collana Gli Specchi
Prima edizione 1998
brossurato - 484 pagine -  lire 32.000

Si legge come un romanzo, benché sia una “biografia critica” molto rigorosa e nonostante i temi trattati non siano acqua fresca: letteratura, cultura, politica, società, storia. Merito della penna di Raffaele Crovi, che conobbe Vittorini in gioventù e fu suo assistente negli ultimi giorni del maestro. E se c’è un difetto del libro, è proprio quello di non dare abbastanza spazio ai rapporti fra Crovi e Vittorini, come se per pudore l’autore della biografia non abbia voluto descriverli meglio, limitandosi ad accennarvi. La figura di Elio Vittorini è senza dubbio importantissima e la sua vita, o meglio, il suo “lungo viaggio” è costellato di tappe davvero importanti, degne di nota, piene di ammaestramenti in nuce. L’amicizia con Malaparte, la collaborazione con riviste fasciste, poi il passaggio sul fronte comunista dopo lo scoppiare della Guerra di Spagna, la vita clandestina durante la Resistenza, il periodo del dopoguerra con la creazione del Politecnico e la rottura con Togliatti che voleva manovrare la rivista e pretendeva di omologare tutti gli intellettuali (Vittorini si sottrasse), quindi la direzione di varie collane di libri, di riviste (una su tutte, il "Politecnico") e l’attività da talent-scout. Il tutto intessuto con la scrittura di romanzi e racconti (il suo capolavoro, secondo me, è "Conversazione in Sicilia")  con tanti progetti realizzati quanti quelli abortiti, ma anche quelli realizzati pieni di riscritture e ripensamenti; e poi la vita privata, le vacanze al mare, la prima moglie, poi il divorzio, la seconda moglie, i vari figli, la morte drammatica del primogenito; e anche le difficoltà economiche, la ricerca delle collaborazioni negli anni precedenti la Guerra. E gli amici, i rapporti epistolari con intellettuali italiani e stranieri. Un intellettuale vero, uno di cui si sente la mancanza. Quante cose da dire, da ricostruire, da scrivere. Raffaele Crovi lo fa con grande abilità di narratore: il biografo che tutti vorremmo avere, perché per incuriosire non ricorre ai pettegolezzi. Anche di lui si sente la mancanza.


venerdì 2 dicembre 2016

LA STANZA DEI LIBRI





LA STANZA DEI LIBRI

di Giampiero Mughini

Bompiani

2016, brossurato

160 pagine, 14 euro




Di fronte a un libro così bello, c'è da chiedersi come abbiano potuto, quelli della Bompiani, aggiungere in copertina un sottotitolo così inutile e fuorviante quale "Come vivere felici senza Facebook Instagram e followers". Sembra che, ormai, se un libro non ha agganci, sia pure in negativo, con i social non possa attirare l'attenzione del pubblico. Dunque sappiate che di Facebook o di Twitter Mughini non parla, se non, forse, in un inciso o due. Parla, meno male, di libri di carta. Del suo amore per i libri di carta. Della sua passione per i libri di carta. Di altri come lui bulimici verso l'acquisto, il possesso, il collezionismo di libri di carta. 

Parla di cataloghi di librerie antiquarie, di prime edizioni, di copie rare, rarissime, uniche. Racconta di dediche sui frontespizi, di biblioteche che crescono come figli, di collezioni messe in vendita e libri appartenuti a qualcuno che passano in mano di altri. E poi ci sono le recriminazioni per come in Italia la bibliofilia, il gusto per le edizioni d'arte, la ricerca di volumi usciti con la prima tiratura non abbia che un piccolo seguito rispetto a quanto accade all'estero, e anche nelle case di intellettuali benestanti non ci siano (lo dice lui che ne ha viste tante) spazi per i libri di valore. Mughini spiega anche perché sia importante invece questo tipo di collezionismo, come si possano ricostruire le varie epoche proprio esaminando la rilegatura, la carta, la stampa, le illustrazioni dei libri. E poi, l'autore ci parla delle sue collezioni, partendo da zero, dai primissimi libri messi in fila nella sua cameretta di studente a Catania. 

Due soprattutto sono i capitoli importanti ne "La stanza dei libri", che valgono l'acquisto e la lettura anche solamente per quelli: "Pagine che grondano sangue" e "Futuristi, addio". Il primo dei due, drammatico e inquietante al limite dell'intollerabilità (io che leggo King come bere camomilla ho dovuto interrompere la lettura più volte, riflettendo sul fatto che si trattava di avvenimenti veri) è dedicato agli anni di piombo, e in particolare alle Brigate Rosse. Mughini, raccoglitore di saggi ideologici sul comunismo fin dall'adolescenza, ha messo insieme anche una sterminata collezione di opuscoli, libretti e volantini distribuiti dai brigatisti, e libri di memorie compilati in carcere o dopo la condanna dai terroristi stessi. Sentirne parlare fa molta impressione. L'altro capitolo racconta invece di come l'autore abbia messo insieme una formidabile raccolta di volumi del futurismo italiano, e abbia a un certo punto deciso di venderla, non senza difficoltà visto il disinteresse proprio in Italia (mentre si sono fatte avanti biblioteche di mezzo mondo). 

Molto belle e condivisibili anche le pagine dedicate ai fumetti e all'erotismo, campi d'interesse che anch'io condivido e riguardo ai quali ho le stesse idee di Mughini, in special modo riguardo la distinzione babbea fra erotismo e pornografia. L'unica distinzione possibile è fra qualcosa di fatto bene e qualcosa di fatto male. Che idiozia poi l'accusa della mancanza di "trama" nei fumetti o film pornografici, come se la trama fosse necessaria: è necessario il dettaglio, il particolare, la situazione, lo sguardo, l'espressione, la posa. Ovviamente, secondo me, ma fa bene Mughini a ribadirlo da par suo. E onore al merito di aver mescolato i futuristi con Corto Maltese e la pornoattrice Lola Reve (che è anche una delle mie preferite).


domenica 20 novembre 2016

LA SOVRANA LETTRICE




LA SOVRANA LETTRICE
di Alan Bennett
Sellerio
2007, brossurato
95 pagine, 13.50 euro

E' difficile giudicare questo agile romanzo sull'amore verso i libri e su come la lettura possa cambiare la vita. Difficile perché se i libri davvero si amano e si è fatta esperienza di quanto possano arricchirci l'esistenza (e farci vedere le cose secondo scale di valori diverse da prima) si è portati a volerne dire bene: come non essere d'accordo con Bennett e condividere il suo intento? Però, poi, a conti fatti, ci si rende conto (almeno, io mi sono reso conto) di quanto sia ininfluente che la lettrice protagonista del racconto sia Elisabetta II regina del Regno Unito, piuttosto che un personaggio di fantasia, e di come, anzi, questa scelta sia dannosa in quanto disturbante e implausibile. Perché mai l'Inquilina du Buckingham Palace dovrebbe scoprire la lettura per caso solo in tarda età? Nel romanzo succede grazie a un pulmino che porta in giro una piccola biblioteca ambulante, in cui Elizebeth si imbatte per combinazione dopo essere uscita dal palazzo con i suoi cani. E possibile che in pochi mesi la sovrana riesca a leggere di tutto con una consapevolezza e una lucidità di giudizio da critico letterario professionista? E possibile che un suo assistente di nome Norman abbia letto e legga ancora di più, risultando in grado di dare consigli e scambiare pareri come il più informato dei competenti? Insomma, la faccenda disturba più di quanto affascini. Bisogna fare un bello sforzo per superare l'incredulità e accettare che la regina cominci a mettere in difficoltà (per il suo troppo leggere e il voler sempre parlare di libri) il suo entourage, la security, i diplomatici, e i ministri. I servizi segreti arrivano perfino ad allontanare Norman, e alla fine la sovrana sembra pronta al grande passo: diventare scrittrice a sua volta. Interessante il passaggio in cui la regina invita a cena intellettuali e scrittori, scoprendoli più piccoli dei loro libri. Tuttavia, quando si citano libri e autori che i lettori magari non conoscono, si dovrebbe cercare di far capire meglio a tutti di chi e che cosa su sta parlando, senza far sentire in colpa nessuno per la propria ignoranza in proposito ma anzi stimolando il desiderio di saperne di più. In generale ho trovato il libro interessante per lo spunto, ma a tratti uggioso. Un'occasione mancata, e dispiace.

lunedì 7 novembre 2016

IL NUOVO TESTAMENTO: UNA INTRODUZIONE



IL NUOVO TESTAMENTO: UNA INTRODUZIONE
di Bart D. Ehrman
Carocci
2015, 570 pagine, 
brossurato, 35 euro

Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco: non è un trattato di teologia. Almeno, non nell'accezione confessionale del termine. Non è un libro religioso, o almeno non si rivolge a credenti di una fede piuttosto che di un'altra. Ai fini della lettura è assolutamente indifferente credere o non credere in Dio e ritenere o non ritenere Gesù Cristo suo figlio morto sulla croce per i nostri peccati. Di che cosa parla, allora, questo corposo e affascinante tomo? Semplice: esamina il Nuovo Testamento (ventisette libri scritti in lingua greca da quindici o sedici autori diversi tra il 50 e il 120 della nostra era) dal punto di vista filologico e storico, trattando cioè i testi che per molti sono sacri come testi suscettibili di studi tecnici e scientifici. Si valuta cioè una possibile datazione, ci si interroga sull'identità degli estensori, si inseriscono gli scritti in un contesto e in un genere letterario paragonandoli ad altri simili che non fanno parte della Bibbia o che appartengono a letterature diverse da quella giudaica. Bart D. Ehrman, insegnante presso l'Università della North Carolina è un grande esperto di studi biblici e di letteratura cristiana antica, e autore di molti saggi sulla figura storica di Cristo e sui vangeli apocrifi. Di lui, ho letto già molto: quanto basta, almeno, per essere certo della sua affidabilità di studioso. Del resto, Ehrman non propugna tesi rivoluzionarie ma riferisce, con rigore, i risultati delle ricerche più recenti presentando ciò che la maggior parte degli esperti ritiene ma tenendo conto anche del parere, magari opposto, di altri. Il livello del saggio è scientifico ma il tono divulgativo, con una gran quantità di box riassuntivi e sezioni di approfondimento degli argomenti che facilitano l'approccio ai non iniziati. Prima di ogni analisi, l'autore spiega anche il metodo seguito che può variare a seconda del tipo di testo che si esamina. Chiunque voglia capire davvero in che cosa consista il Nuovo Testamento, al di là di ciò che viene poi presentato nei catechismi o nelle letture domenicali in chiesa, troverà interessante e scoprirà verità insospettabili, come per esempio quella della datazione dei Vangeli, scritti fra i 35 e i 65 anni dopo la morte di Gesù da autori anonimi che in nessun caso dicono di essere stati testimoni dei fatti raccontati. Più recenti sono invece alcune Lettere di San Paolo, che pur comparendo dopo nell'ordine canonico dei testi, sono fra i primi a essere stati scritti. Del resto anche i Vangeli non sono in ordine. Quello di Marco, il Vangelo più antico, viene presentato come secondo dopo Matteo (perché Marco non contiene accenni all'infanzia di Gesù). Non sappiamo naturalmente chi sia Marco né chi sia Matteo (di sicuro non due Apostoli), ma del resto non sappiamo neppure chi abbia scritto molte delle Lettere di San Paolo, dato che è certo come non siano tutte opere del fulminato sulla via di Damasco. Di ogni testo si esaminano la struttura, lo stile, la lingua, la cultura dell'autore, i suoi intenti, il pubblico a cui si rivolgeva, il contesto storico, le differenze nelle varie versioni che ci sono giunte. Insomma, lasciando perdere ogni discussione sull'ispirazione divina degli scritti, questi vengono dissezionati come se fossero oggetti da sottoporre a ogni sorta di indagine tecnica e scientifica. Il risultato è quello di assistere a una spettacolare visita guidata nei sotterranei di una chiesa di solito chiusi al pubblico.

venerdì 10 giugno 2016

IL BARONE RAMPICANTE


IL BARONE RAMPICANTE
E ALTRE IRRESISTIBILI STORIE DA LIBRERIA
a cura di Grandi&Associati
Sperling & Kupfer
2012, brossurato, 
270 pagine, 9,90 euro

Si tratta essenzialmente di uno "stupidario", cioè di uno di quegli aurei ed esilaranti libretti (come "La classe fa la ola mentre spiego", già recensito in questo spazio) che raccolgono il meglio del peggio uscito dalle bocche o dalle penne dei frequentatori di un certo ambiente (la scuola, l'ospedale, la caserma, eccetera). In questo caso, le perle sono stare udite in libreria e hanno corso di bocca in bocca per essere collezionate, nel giro di vari decenni, dai curatori del volume. "Questo è un volume di AA.VV., autori vari nel vero senso della parola. Hanno contribuito alla sua compilazione amici lettori, librai, scrittori, giornalisti, blogger. Noi, Grandi&Associati, agenti di lungo corso, abbiamo soltanto raccolto le perle migliori e più diverti (qualcuna ormai leggendaria), senza prendere in giro nessuno e senza voler fare i maestrini. Solo per dimostrare, se mai ce ne fosse bisogno, che le librerie sono posti allegri e bisognerebbe frequentarle di più". Questo il testo sul risvolto di copertina, che dice già tutto, o quasi. Si potrebbe solo aggiungere un'altra utile annotazione, tratta dall'introduzione: "Questo volume non vuole insegnare né dimostrare niente a nessuno". Almeno in libreria, non si viene giudicati: se su fa uno sfondone, ci si sorride sopra. In ogni caso, in appendice c'è un dizionario in cui sono indicati i veri titoli o i veri autori deformati in modo divertente da tizio, caio o sempronio (che a turno potremmo essere tutti noi). La chicca più divertente, secondo me, è questa: "Si intitola 'Tutte le poesie', ma non so l'autore. Lo avete?". Ma anche questa non è male: "Buongiorno, ce l'ha 'Feta'?" "Cucina greca, intende?" "Ma no, 'Feta' di Aleffandro Baricco".

domenica 24 aprile 2016

ALFREDO CASTELLI: IL PREQUEL



ALFREDO CASTELLI: IL PREQUEL
di Alfredo Castelli
Comic Out
2015, brossurato
100 pagine, 12 euro

Volume decisamente inconsueto nel contesto della mai abbastanza lodata collana "Lezioni di fumetto": non si tratta infatti di un libro intervista né di un saggio su, ma di una autobiografia professionale riguardante il periodo in cui l'autore non aveva ancora fatto del fumetto la sua professione. Una cosa, insomma, che poteva venire in mente soltanto ad Alfredo Castelli. O quanto meno, che soltanto i Buon Vecchio Zio Alfy poteva realizzare nel modo in cui questo "prequel" è stato realizzato. Della capacità di affabulatore del celebre autore dell'Omino Bufo e di Martin Mystère nessuno può dubitare, dopo cinquanta anni di vulcanica carriera festeggiati proprio nel 2015. E per di più, dopo tanti suoi articoli autobiografici e pieni di ricordi e di aneddoti, e tante conferenze e incontri con il pubblico, è ormai assodato il campionario di ricordi e di ritratti di persone e personaggi dell'editoria fumettistica italiana (ma anche internazionale) su cui Castelli può essere interpellato e invitato a raccontare. Anzi, auspico che il BVZM dedichi un suo proprio libro a raccogliere le tante cose scritte in pubblico e dette in pranzi e cene o pause caffè per compilare una monumentale "Storia del Fumetto Italiano" naturalmente secondo lui. Ma nel caso del libro di cui stiamo parlando non ci sono, se non di sfuggita, riferimenti all'attività castelliana nel mondo degli eroi di carta: l'autore ci parla di lui, bambino prima e ragazzo poi, nell'Italia degli anni Cinquanta. Nato nel 1947, e destinato a esordire (con "Scheletrino") nel 1965, Castelli ci racconta tutto quanto c'è nel mezzo, o almeno, quel che nel mezzo riguarda le letture che faceva, i film che vedeva, la televisione che guardava (quando in casa sua entrò il primo televisore), i giochi a cui giocava se legati all'immaginario che andava formandosi dentro di sé (per esempio i View Masters, gli apparecchi per vedere diapositive in tre D). Il tutto, con il corredo puntuale, ricco ed evocativo di copertine e immagini in grado di riportare alla mente ricordi analoghi in ciascuno di noi (anche i lettori più giovani hanno i propri libi di favole o giornaletti del cuore). Il BVZM ha infatti ritrovato, con una caccia durata decenni, tutti o quasi gli oggetti di cui parla, così come le immagini di film e telefilm. Oggetti e immagini in cui affonda le radici la produzione fumettistica e saggistica castelliana, da cui nascono tutti i suoi multiformi interessi e tante delle sue piccole e divertenti manie. Non si creda, però, che si tratti di un libro autoreferenziale. Al contrario: attraverso gli occhi curiosi ed attenti del piccolo Alfredo assistiamo alla ricostruzione, come in un diorama, della società italiana del Dopoguerra e prima del boom economico, in anni in cui non era per niente facile poter rivedere un film che si era visto, in cui non si conoscevano che pochi fumetti stranieri, in cui era difficile anche procurarsi quegli italiani, per giunta guardati con diffidenza dai benpensanti. Dunque, il "prequel" ci consegna un affascinante ritratto di un'epoca, e l'educazione sentimentale dell'autore all'amore per le storie raccontate.

domenica 30 agosto 2015

L'AFFARE VIVALDI




L'AFFARE VIVALDI
di Federico Maria Sardelli
Sellerio
2015, brossurato
304 pagine, 14 euro.

"La storia della riscoperta dei manoscritti di Vivaldi è davvero andata così. Diversamente da quanto scrivono di solito i romanzieri alla fine del loro lavoro ('i personaggi narrati sono frutto della mia fantasia' o formule simili), io devo invece assicurare il lettore che i fatti narrati sono, in grandissima parte, realmente accaduti, e solo in pochi casi ho dovuto inventare personaggi o situazioni allo scopo di riempire il vuoto lasciato dai documenti". 

Così scrive Federico Maria Sardelli nelle sue esaustive "Note sulle fonti" in calce al libro. Documenti, si badi bene, che Sardelli ben conosce non soltanto per dovere di romanziere tenuto a informarsi sulla materia di cui intende scrivere, ma perché si tratta di uno dei massimi esperti dell'opera vivaldiana in quanto membro del comitato scientifico dell'Istituto italiano Antonio Vivaldi e responsabile del suo Catalago. Inoltre è direttore d'orchestra di fama internazionale con all'attivo numerose prime incisioni ed esecuzioni musicali. Il fatto che, a tempo perso, sia anche uno dei più geniali disegnatori e scrittori satirici de "Il vernacoliere" di Livorno non inficia, ma anzi accresce, i suoi meriti. Sembra quasi incredibile che un musicista del suo calibro sia anche l'autore di "Le più belle cartoline dal mondo" o de "I miracoli di Padre Pio" (due fra i più esilaranti titoli a sua forma) e io non ci volevo credere prima di aver avuto la fortuna di conoscerlo di persona, ma assicuro che è così. Sembra anche incredibile quello che Sardelli racconta nel suo romanzo a proposito dei manoscritti vivaldiani, contenenti centinaia di composizioni inedite rimaste sconosciute per oltre un secolo e mezzo, dopo la morte in povertà del "Prete rosso" (Vivaldi era un religioso e aveva i capelli color carota). Ciò che meraviglia non è tanto che il fratello del musicista, Francesco, abbia svenduto l'archivio del defunto Antonio per pagare i debiti, ma che di mano in mano un simile tesoro sia stato misconosciuto e ignorato per tanti anni e abbia addirittura rischiato di finire perduto per sempre, se non fosse stato per l'opera di alcuni benemeriti (tra cui spiccano Luigi Torri e Alberto Gentili), che, negli Anni Venti e nei due decenni successivi, invece di venire ricoperti di onori vennero addirittura perseguitati dal fascismo. 

Alcune pagine fanno male: quelle sulle leggi razziali, certo, ma anche quelle sul lascito da parte del bibliofilo Marcello Durazzo dei volumi vivaldiani ai padri salesiani del Collegio San Carlo a Borgo San Martino. Durazzo sperava di lasciare in eredità i suoi preziosi libri a qualcuno che sapesse valorizzarli e custodirli e i religiosi furono quasi infastiditi di dover ricevere una massa di carta invece di denaro e terreni e lasciarono tutto a marcire. Il racconto di Sardelli alterna avvenimenti di anni diversi passando dal Settecento al Novecento all'Ottocento assecondando un estro romanzesco supportato dalla citazione di testuali documenti. Nonostante l'autore non sia un romanziere di professione (e dunque gli manchi il mestiere di un John Grisham o di un Ken Follett che da questa materia avrebbero tratto un best seller), il libro si legge con il fiato sospeso dalla prima all'ultima pagina.

lunedì 17 agosto 2015

S. - LA NAVE DI TESEO



J. J. Abrams e Doug Dorst
S. - LA NAVE DI TESEO
Rizzoli Lizard
2014, cartonato
472 pagine, 35 euro


Su “S.”, ovvero “La nave di Teseo”, si è scritto di tutto e il contrario di tutto. Leggendo le recensioni in Rete c’è di che divertirsi: i pareri sono opposti, tra chi grida al capolavoro e chi ne lamenta la noia mortale. Personalmente, sono del parere che di fronte a un’opera del genere siano secondarie le trame delle due storie parallele che si sviluppano dentro e fuori (o ai margini) del romanzo scritto dall’immaginario V. M. Straka. Sono più che convinto che sia il falso libro del 1949 (perfettamente riprodotto come oggetto d’antiquariato e proposto al lettore tale e quale ci si aspetta sia un volume ingiallito rubato da una biblioteca) sia le annotazioni ai margini scritte a penna, pennarello e lapis da due diverse mani, offrano indizi degni di approfondimenti in grado di portare a piani di lettura ancora diversi da quelli che appaiono a una prima lettura, e ci sarà chi vorrà studiare ogni dettaglio scoprendo che tutto può essere interpretato come un tassello di un puzzle da ricomporre senza avere sottomano il disegno complessivo. Tuttavia, qualunque sia o possa essere il gigantesco gioco a più livelli che gli autori ci sfidano a scovare, per quanto mi riguarda mi ritengo più che soddisfatto dal miracolo dell’oggetto in sé. 



Un prodigio di cartotecnica che appaga il bibliofilo che ama il libro in quanto tale, ovvero qualcosa da toccare, da palpeggiare, da sfogliare, da restituire più vissuto di quando lo si è ricevuto. “S. – La Nave di Teseo” è il libro perfetto: con le impronte digitali di chi lo ha posseduto, con le annotazioni scritte a mano, con i foglietti di appunti dimenticati fra le pagine e le cartoline usate come segnalibri. J. J. Abrams ha affermato che "il punto è proprio possederlo fisicamente”, e la mia soddisfazione nello sfogliarlo e risfogliarlo consiste anche nel gongolare pensando che non può esisterne una copia digitale. E’ vero che ne esiste una versione e-book ma, per ammissione degli stessi autori, l’esperienza che se ne ricava è del tutto diversa da quella dell’avere tra le mani un tomo dalle cui pagine può cadere a terra di tutto, perché è in questo che consiste la trovata geniale di chi lo ha realizzato: fornire ai lettori un falso perfetto di un vero libro su cui altre dita prima delle nostre hanno passato i loro polpastrelli vergando note e lasciando tracce. 



Ovviamente non è tutto qui: il romanzo che è alla base di tutto, “La nave di Teseo”, si può leggere come un racconto a sé stante, con tanto di introduzione che cerca di fare il punto sul suo enigmatico presunto autore, V. M. Straka. Allo stesso modo si può ignorare il testo principale e concentrarci solo sulle annotazioni a mergine delle pagine: quelle di due studenti universitari, Jennifer ed Eric, che si passano il volume fra di loro, inizialmente senza conoscersi né incontrarsi, e che si innamorano così. Però i due finiscono anche per scoprire un complotto riguardante appunto la vera identità di Straka, e il gioco in cui si invischiano si rivela pericoloso. Insomma, c’è di che divertirsi. Indubbiamente non è facile seguire i diversi piani di lettura e c’è da confondersi. Però, siccome la cosa è intrigante, ci si riesce abbastanza presto, con un po’ di allenamento, e si finisce per appassionarsi. Stupisce, certo, il fatto di seguire lo sviluppo di un libro in un modo tanto insolito. Alla fine, sia la trama del romanzo stampato (“La nave di Teseo”), che parla di uno uomo senza memoria che si imbarca su un vascello il cui equipaggio è quanto mai inquietante, sia l’indagine dei due studenti (lui cacciato dall’Università, in realtà, e in guerra con un professore, Moody, che conduce la sia stessa indagine su Straka) non si risolvono in modo chiaro e netto. Il che lascia un po’ perplessi, ma non delusi, viste le emozioni con cui siamo arrivati fin lì. Del resto, ideatore dell’operazione è proprio quell’Abrams a cui si deve (almeno in buona parte) la serie di “Lost”, un altro racconto innovativo con un finale che ha fatto discutere. C’è lo zampino di Abrams anche nel rilancio della saga di Star Wars: insomma, un nome da cui ci si aspettano idee in grado di stupire. Dal punto di vista pratico, poi, il lavoro è stato affidato a Doug Dost, al quale non si può che fare tanto di cappello. La confezione dell’oggetto è costituito da una sorta di scatola contenitore con i nomi dei veri autori e le indicazioni per la lettura, dentro alla quale c’è il finto libro d’antiquariato stampato con carta ingiallita e imbottito di documenti, lettere, giornali, fotografie, cartoline, biglietti, tutti del tutto credibili come veri e perfetti in ogni dettaglio (fare attenzione nel maneggiarlo).


venerdì 24 luglio 2015

SO MANY BOOKS















In media, due libri a settimana. Cento all'anno. Sono quelli che leggo io, da quando avevo dieci anni. Posso sperare (o temere) di vivere fino a novanta anni. Di conseguenza, quando morirò avrò letto ottomila libri. Angosciosamente pochi, pensando a quanti ce ne sono. Adesso sono a metà del guado. Ne ho letti quattromila e me ne rimangono altrettanti. Vago in libreria per scegliere quali. Conto i libri che mancano alla mia morte. E quelli che, esclusi per mancanza di tempo, mancheranno alla mia vita.
Adriano Sofri, una volta, in un suo articolo, aveva contato quanti cani un uomo può avere nella sua vita (sostituendo con un cucciolo nuovo il precedente appena morto) ed era arrivato alla conclusione di stare accudendo, all'epoca, il suo penultimo cane.
So little time, so many books: così poco tempo, così tanti libri.
Da qui l'urgenza di scegliere bene i titoli, perché bisogna pur chiedersi se sia meglio trascurare Balzac o Moccia, o se Joe Hill possa sostituire Stephen King. Sarebbe interessante discuterne, ma per il momento limitiamoci a parlare del numero di libri che si leggono in in mese, in un anno o in una vita.  Parliamo, insomma, di quantità e non di qualità.

Conosco lettori molto più voraci di me, e di gran lunga. Mauro Boselli, per esempio, riesce a leggere un libro ogni sera, e in lingua originale se sono in inglese, francese o spagnolo. Luca Crovi, un altro mio collega in Bonelli, è un critico letterario esperto in letteratura gialla e ha condotto sul tema un programma su Radio Due: legge praticamente tutti i gialli che escono in Italia e molti di quelli che escono all'estero. Conosco Giuseppe Lippi, direttore di Urania, che sembra aver letto tutta la fantascienza del mondo. Ascoltando Loredana Lipperini su Radio Tre, nel suo programma dedicato ai libri ("Fahrenheit"), sembra che lei legga tutto ciò che s pubblica, e la stessa impressione ho ascoltando, per esempio, Daria Bignardi.  Dunque, di fronte a questi mostri divoratori di libri, che cosa sono mai i miei otto/nove libri al mese? Per fortuna, non c'è una gara.

Però, ci sono alcune cose da dire. Leggere è un piacere e dunque ognuno deve farlo come, quando e quanto gli piace. I famosi dieci diritti del lettore elencati da Daniel Pennac nel suo saggio "Come un romanzo" stabiliscono fra l'altro che è lecito non leggere, saltare le pagine, non finire il libro, spizzicare, e fruire di qualunque cosa (anche di Moccia, dunque). Nessuno può obbligare me o voi a leggere più di quello che ci riesce o di cui abbiamo voglia, neppure l'invidia verso chi legge più di noi. Io, però, oltre ai diritti che hanno tutti, ho dei doveri che molti non hanno.

Sono obblighi dettati dalla deontologia professionale: quello di documentarmi, quello di informarmi, quello di confrontarmi con gli altri scrittori, quello di sapere che cosa legge la gente. Il dovere di documentarsi è fondamentale se si scrivono delle storie ambientate in luoghi geograficamente identificabili e in epoche storiche più o meno ben definite. E, aggiungo, più si legge più vengono idee: dunque, anche se non mi piacesse farlo, dovrei leggere ugualmente così come un atleta deve allenarsi anche se non ne ha voglia, in vista di un impegno agonistico. La mia gara è quotidiana, e consiste nello scrivere sceneggiature.

Ciò detto, ci sono, in effetti, dei trucchi per leggere di più. Non vi parlerò delle tecniche di lettura veloce, che vengono insegnate in appositi corsi, tuttavia è chiaro che più si legge più ci si allena a leggere velocemente. Tutto si fa più velocemente se si è abituati. Quasi certamente io riesco a scrivere una pagina in un decimo del tempo che impiegherebbe il mio elettricista: lui però è velocissimo con nel riparare una presa di corrente. Chi legge poco, legge piano. Io scorro con gli occhi sulle righe e afferro al volo i concetti: non è che sono più intelligente, sono più allenato. 

Anni fa, tornando a Firenze da Milano, comprai in stazione l'ottimo romanzo di fantascienza "Garibaldi a Gettysburg", di Pierfrancesco Prosperi (in passato sceneggiatore di Martin Mystére). Iniziai a leggerlo, ne rimasi affascinato, chiusi l'ultima pagina dopo tre ore di viaggio, quando già stavamo per arrivare a Santa Maria Novella. C'era una ragazza accanto a me, che vedendomi rimettere il libro nella borsa mi chiese: "Mi scusi, ma davvero l'ha letto tutto?". Sì, effettivamente l'avevo letto tutto e avrei saputo fargliene il riassunto. Ma è soltanto questione di allenamento. E' chiaro che, comunque, bisogna trovare un po' di spazio da dedicare alla lettura: se qualcuno sceglie di trascorrere l'intera serata chattando su Facebook o giocando alla playstation, non può lamentarsi di non avere tempo per leggere.

Questo mi porta a spiegare il secondo trucco: portarsi sempre un libro dietro per leggere dovunque. Se voi avete un libro con voi, potete non solo leggere in treno o in metropolitana, ma approfittare della coda alla Posta o dal dottore. Venti minuti qua, venti là,  fanno un sacco di tempo da dedicare alla lettura. Il terzo trucco è leggere più libri contemporaneamente. Il libro da portarsi dietro dovrà essere un'edizione tascabile, a casa sul comodino accanto al letto verranno piuttosto appoggiati i libri più pesanti. Io tengo un libro anche in bagno, ovviamente, e lo scelgo con capitoletti brevi, come quelli, per esempio, de "La bustina di Minerva" di Umberto Eco. Dunque, sommando il libro da passeggio, il libro da comodino e il libro da bagno già siamo a tre titoli che si possono seguire in contemporanea. Personalmente, ne aggiungo altri perché ogni sera leggo magari alcuni capitoli di due libri diversi (uno per piacere, uno per dovere) oppure li leggo a giorni alterni. Se poi compro un libro appena uscito che mi piace troppo per aspettare a leggerlo, interrompo tutte le altre letture e do la precedenza a quello.

Quarto trucco: gli audiolibri. E' strano come siano sottovalutati. Regolarmente inserisco il mio bravo CD nel lettore dell'automobile o ascolto l'iPod in cui o gli stessi autori o dei bravi attori mi leggono un romanzo. Di solito, la pagina scritta ci guadagna nell'essere letta da qualcuno che sa recitarla bene. Ho trovato straordinaria la lettura dello stesso Camilleri del suo romanzo "Il nipote del negus", ma anche Sandro Veronesi o Andrea Vitali sono ottimi interpreti dei loro testi. In altri casi, degli attori strepitosi danno voce a grandi storie che non perdono niente del loro valore letterario se fruite ascoltando invece che leggendo. Peraltro, se compro un audiolibro, compro quasi sempre anche il corrispondente cartaceo. Infine: non tutti i libri sono di quattrocento pagine. Se è vero che di recente ho letto le 750 pagine di "Questa creatura delle tenebre" di Harry Thompson (la biografia romanzata di Robert FitzRoy, il comandante del Beagle), ho anche divorato in mezz'ora il libro-intervista di Sabelli Fioretti a Piergiorgio Odifreddi (130 pagine di domande e risposte), in un'ora l'autobiografia di Bud Spencer (poco di più) e in due ore "Il pretino" di Claudio Nizzi (160 pagine). Tutte letture molto agili. E' chiaro che "L'anima e il suo destino" di Vito Mancuso mi obbliga a più concentrazione e mi occupa più tempo. Naturalmente, oltre a leggere libri leggo anche fumetti. La carta che mi circonda sta cominciando ad assumere una mole spaventosa. Guardo con terrore la tavoletta dell'iPad pensando che un giorno, tutta potrebbe finire concentrata là dentro. Non sarebbe, temo, la stessa cosa. 

giovedì 23 luglio 2015

LETTI ALL'ETTO


"Letti all'etto": così avrebbe dovuto chiamarsi questo blog prima che la scelta cadesse su un altro gioco di parole, dal titolo di un mio finto che è diventato una sorta di marchio di fabbrica. Altre possibilità soppesate erano state il più banale "Letti a letto", "Il piccolo scrivano fiorentino", "La biblioteca di Trantor", "Leggendo in metropolitana" (quest'ultimo un titolo spiritoso ma un po' criptico).

In ogni caso, eccomi a presentare questa nuova iniziativa che mi riguarda. Ovvero, un ulteriore impegno quale blogger dopo "Freddo cane in questa palude". Lo so che non ce n'era bisogno, ma lasciatemi confessare che "Utili sputi di riflessione" lo gestirò soprattutto per me e non per voi (anche se mi farà piacere ricevere le vostre visite). 

Mi serviva uno spazio dove archiviare (e poi ritrovare subito, in caso di bisogno), le mie tante recensioni  dei libri, di tutti i tipi, che leggo. Ho pensato di creare un archivio indicizzato (almeno per come mi riesce) e, dato che c'ero, di renderlo pubblico e di metterlo a disposizione di tutti. Se questa cosa potrà essere utile a qualcun altro oltre che a me, tanto meglio. Gli indici sono in alto nella barra sotto la bella foto che si deve alla brava Francesca Pesci.

Mi preme chiarire (e vi toccherà essere d'accordo) che si tratterà di appunti e commenti del tutto personali su autori di ogni genere, dai più noti agli illustri sconosciuti, e su titoli scelti sulla base di motivazioni insindacabili che non sindaco neppure con me stesso (essendo spesso in disaccordo con me medesimo). Perciò: se vi conviene bene, io più di questo non posso fare. Scriverò non solo di libri ma anche del mio amore per i libri o di tutto ciò che ruota attorno alla letteratura. 

Per ora i post sono pochi ma spero di aggiornare velocemente l'archivio pubblicando recensioni già apparse su "Freddo cane" o sulla mia pagina Facebook. Buona lettura, in tutti i sensi e con tutti i sensi.