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mercoledì 15 ottobre 2025

I MILANESI AMMAZZANO AL SABATO

 

 


 
Giorgio Scerbanenco
I MILANESI AMMAZZANO IL SABATO
Garzanti
2014, brossura
200 pagine, 8.90 euro


“Scerbanenco sapeva ricostruire i meccanismi imperfetti che portano una persona a compiere un crimine”, scrive Piero Colaprico (il cui giudizio è riportato in quarta di copertina). Non solo, aggiungo io: Giorgio Scerbanenco (1911-1969) era uno scrittore in grado di ricostruire qualunque tipo di meccanismo psicologico e di rappresentare le più diverse realtà con l’efficacia e il talento non soltanto del grande narratore, ma anche dell’affabulatore versatile capace di spaziare attraverso i generi più diversi, nobilitando da par suo quelli considerati di minor pregio. E’ sbagliato, infatti, considerarlo soltanto un autore di gialli, o meglio di polizieschi o di noir. Il lungo elenco dei suoi libri comprende anche romanzi sentimentali o addirittura western. Non c’è dubbio, tuttavia, che sia stato il personaggio di Duca Lamberti a dare a Scerbanenco una grande, seppur tardiva, popolarità. In tutto, le avventure del medico milanese radiato dall’Ordine per aver praticato una eutanasia e poi diventato un poliziotto, sono soltanto quattro. La morte prematura colse il suo creatore lo stesso anno, il 1969, in cui riuscì a dare alle stampe il quarto titolo, appunto “I milanesi ammazzano al sabato”. Il primo episodio della serie, “Venere privata”, era uscito soltanto tre anni prima, nel 1966. Avevano fatto seguito “Traditori di tutti” e “I ragazzi del massacro”. Di Scerbanenco e di Duca Lamberti abbiamo parlato a lungo in questo blog, perciò chi volesse approfondire l’argomento non ha che da cliccare sui titoli colorati, con il link alle singole recensioni. Probabilmente, dei quattro, è proprio “I milanesi ammazzano al sabato” il romanzo meno riuscito, e chissà se è soltanto una mia suggestione quella di leggere fra le righe l’ansia dello scrittore di riuscire a completare l’opera, lasciando qua e là perfino i segni di una mancata revisione. Tuttavia, Scerbanenco non delude neppure quando va di fretta e il livello resta alto. L’indagine di Duca Lamberti, che si svolge tra Milano e Lodi, riguarda la scomparsa di una giovane donna affetta da un ritardo mentale, Donatella Berzaghi, costretta alla prostituzione e poi trovata poi morta (uccisa in modo orrendo, bruciata viva all’interno di un covone di paglia). C’è però chi cerca di arrivare prima di lui a mettere le mani sugli assassini: il padre della ragazza. I quattro romanzi con protagonista Duca Lamberti portano avanti anche le vicende personali e sentimentali del problematico personaggio, come la sua storia d’amore con Livia Ussaro, del cui volto sfregiato si sente responsabile, o come l’eredità morale del padre poliziotto o le conseguenze della scelta del medico di aiutare una malata terminale a porre fine alle sue sofferenze. Nel finale de “I milanesi uccidono al sabato” giunge la riabilitazione dell’Ordine che lo aveva radiato, e resta il dubbio se Duca tornerà a indossare il camice bianco o se invece continuerà a fare il poliziotto.


sabato 26 ottobre 2024

I RAGAZZI DEL MASSACRO

 



Giorgio Scerbanenco
I RAGAZZI DEL MASSACRO
Garzanti
2014, brossurato
240 pagine, 8.90 euro


Con “I ragazzi del massacro”, datato 1968, le indagine di Duca Lamberti giungono alla terza puntata, dopo “Venere privata” e “Traditori di tutti”, entrambi pubblicati nel 1966. In tutto, i romanzi sarebbero stati quattro. L’ultimo, uscito nel 1969, “I milanesi ammazzano al sabato” avrebbe interrotto la serie per la morte dell’autore, Giorgio Scerbanenco, nato da Kiev da padre ucraino e madre italiana (1911-1969). Di lui e del suo talento ci siamo già occupati in questo stesso spazio: potete leggere le recensioni ai primi due romanzi citati poco sopra, cliccando sui titoli evidenziati dal colore.
Non starò dunque a ripetere quando Scerbanenco sia uno scrittore straordinario, né quanto risulti interessante la sua stessa biografia, né come ci sia da rimpiangerne la prematura scomparsa (che tuttavia non gli ha impedito di essere un autore prolifico nei generi più disparati). 
“I ragazzi del massacro” ha comunque delle peculiarità che lo rendono particolarmente interessante arricchendo gli elementi, come l’ambientazione milanese e il corredo di comprimari ricorrenti (Livia Ussaro, il commissario Carrua, l’agente Mascaranti, la sorella Lorenza). A proposito di questi, Scerbanenco continua a dimostrarsi impietoso verso il suo personaggio: al dramma di Livia rimasta sfigurata proprio per colpa di Duca che l’ha esposta (lei consenziente) a un grave rischio, sia aggiunge la grave malattia della nipotina Sara. C’è, insomma, l’intento di collegare fra loro i romanzi di Duca Lamberti in una sorta di continuity e di sottoporre il protagonista a ripetuti stress emotivi, cominciati con la radiazione dall’albo dei medici per una eutanasia che gli costa tre anni di reclusione. Per Lamberti la vita non è certo una passeggiata, anche se l’amico Carrua lo fa entrare il polizia, dopo averlo visto all’opea come collaboratore esterno nei primi due casi. Questa volta il caso riguarda una violenza di gruppo e l’efferata uccisione di una giovane insegnate di una scuola serale, Matilde Crescenzaghi, da parte dei suoi stessi allievi, ragazzi tra gli undici e i vent’anni, che hanno agito in branco ma che, interrogati singolarmente, si dichiarano tutti estranei, semplici spettatori alla violenza degli altri. Eppure c’è chi li ha aizzati, chi ha introdotto nell’aula dell’alcool e della droga. Uno dei ragazzi, o qualcuno venuto da fuori? Duca Lamberti indaga scavando nella personalità di ognuno, scoprendo percorsi diversi anche se tutti segnati dal riformatorio, dal disagio famigliare, dallo squallore della vita nel sottobosco malavitoso e dalle frequentazioni equivoche. C’è anche chi ha tentato di fare qualcosa per recuperarli, ma ci sono anche famiglie che hanno abbandonato i figli al loro destino. Scerbanenco affronta tematiche come l’emarginazione, l’omosessualità, la prostituzione, la tossicodipendenza, la violenza minorile, il carcere e lo fa senza timore di sporcarsi le mani, con i consueti metodi spicci ma anche con la disponibilità a comprendere sentimenti ed emozioni, dimostrando una umanità e un talento da psicologo paragonabili a quelli di Maigret. Troppo ardito paragonare Scerbanenco a Simenon? Chissà. 
Dal romanzo "I ragazzi del massacro", il regista Fernando Di Leo trasse nel 1969 un film dal titolo omonimo, con Pier Paolo Capponi nel ruolo di Duca Lamberti.

domenica 15 settembre 2024

TRADITORI DI TUTTI



 
Giorgio Scerbanenco
TRADITORI DI TUTTI
Garzanti
2014, brossurato
230 pagine, 8.90 euro

Di Giorgio Scerbanenco (1911-1969) e del suo Duca Lamberti (protagonista di quattro romanzi pubblicati tra il 1966 e il 1969) abbiamo già parlato quando ci siamo occupati di “Venere privata”, il primo titolo della serie. Per leggerne la recensione e quanto serve per inquadrare l’autore e il personaggio, basta cliccare qui.
“Traditori di tutti” è la seconda indagine di Duca Lamberti, uscita (come la precedente) nel 1966. Conviene, prima di approfondire alcuni aspetti, aggiustare un poco il tiro riguardo a quando ho scritto introducendo la prima inchiesta. Ho parlato infatti di una similitudine fra Georges Simenon e Giorgio Scerbanenco, elencando i punti di contatto tra i due scrittori e i loro romanzi: calati nella realtà, attenti alla psicologia dei personaggi e a capirne il disagio, pronti a bazzicare i bassifondi e provare empatia verso le vittime di un contesto sociale degradato, grande capacità di scrittura e di affabulazione. Ma ci sono anche diversità, inevitabilmente: Scerbanenco descrive una Milano da due milioni di abitanti, metropoli internazionale e non più città di provincia, crocevia di traffici illeciti di ogni genere, e Duca Lamberti è un duro, molto più duro di Maigret, che pure non scherza. Per di più, Lamberti non è un poliziotto e può agire al di fuori della Legge che, secondo lui, è troppo indulgente. Scerbanenco è uomo del suo tempo e non ci si può aspettare il rispetto della mistica del politicamente corretto. L’interrogatorio di Duca Lamberti al gestore del ristorante “La Binaschina” lascia a bocca aperta (si potrebbe contestare il metodo, ma il risultato è stupefacente). Scerbanenco già ametà anni Sessanta apre la strada all'hard boiled italiano (ma non “all’italiana”).
Oltre a indagare su tre duplici delitti avvenuti con le stesse modalità (le vittime sono annegati chiusi in auto affondate nel Naviglio), Duca Lamberti affronta gli accadimenti della sua vita privata, a partire dal suo senso di colpa per ciò che è accaduto a Livia Ussaro, la donna che ama, fino alla possibilità che gli viene offerta di venire reintegrato nell’Ordine dei medici se firma una dichiarazione in cui prende le distanze dall’eutanasia da lui compiuta per aiutare una paziente terminale a morire (lui risponde copiando l’abiura di Galileo Galilei). Il coinvolgimento dell’ex medico nella vicenda avviene in seguito alla richiesta di praticare una imenoplastica per ripristinare una verginità perduta, pretesa dal fidanzato della procace Giovanna Marelli, ma nel complicato intreccio di personaggi (alcuni ricorrenti, come il commissario Carrua e l’agente Mascaranti, o la sorella Lorenza e la nipotina Sara) si affrontano temi diversi, come il traffico di armi, il terrorismo altoatesino, le relazioni malate, gli psicopatici, i crimini di guerra e la lotta partigiana. Nel turbinare di situazioni, però, sembra esserci una sola certezza: tutti tradiscono tutti, come dice il titolo. Non tradisce, però, lo scrittore: il lettore se ne può fidare, a patto che non si attenda in lieto fine. Almeno, non quello a tarallucci e vino.


sabato 14 settembre 2024

VENERE PRIVATA

 

 
Giorgio Scerbanenco
VENERE PRIVATA
Garzanti
2014, brossurato
250 pagine, 8.90 euro

Concludendo la lettura di “Venere privata” di Giorgio Scerbanenco mi è venuto immediato un paragone con Georges Simenon. La Milano di Duca Lamberti (l’investigatore sui generis scerbanenchiano) è osservata con occhi simili alla Parigi di Maigret, con attenzione alla reale topografia, ai nomi dei quartieri e delle strade, e le indagini sono condotte tra gente vera, descritta nelle miserie e nelle debolezze al di là delle differenze sociali. E poi ci sono l’alcol, il fumo, la prostituzione, la pornografia, le nevrosi, la polvere, il sudore, le stanze d’albergo e gli appartamenti. C’è la malavita, organizzata e non, c’è la quotidianità di una città calata nel tempo (per Scerbanenco, gli anni Sessanta). C’è una centrale di polizia che non è nel Quai des Orfèvres ma in via Fatebenefratelli, e ci sono i poliziotti ricorrenti e riconoscibili per tratti caratteriali diversi fra loro. C’è un personaggio carismatico burbero e taciturno, Duca Lamberti, in realtà parecchio più problematico di Julius Maigret e con una concezione un po’ particolare della giustizia, ma al pari del francese con le idee chiare su come affrontare le situazioni e gli interrogatori, su come leggere nella testa degli interlocutori al di là di ciò che dicono le apparenze o di ciò che essi vogliono dare a bere. Due grandi scrittori, Simenon e Scerbanenco, peraltro contemporanei, e altrettanto versatili e prolifici. Peccato che la saga di Duca Lamberti conti appena quattro romanzi contro i settantacinque di Maigret. Per fortuna c'è molto altro e il consiglio è di leggere quanto più Scerbanenco possibile, iniziando magari proprio da “Venere privata”. Lo scrittore milanese (ma solo d’adozione) è in realtà nato a Kiev nel 1911 (quando c’era ancora lo zar) da padre ucraino e da madre italiana. Dopo la rivoluzione, il padre venne ucciso (come molti insegnanti) dai bolscevichi e la madre tornò a Roma, sua città di origine, attraverso un rocambolesco rimpatrio via Odessa e Istanbul, portandosi dietro il figlio. Lo racconta lo stesso scrittore in un suo brillante articolo autobiografico che Garzanti pubblica in appendice al romanzo: “Io, Vladimir Scerbanenko”. Non ancora ventenne, dopo aver italianizzato il suo nome, Scerbanenco si trasferisce a Milano, dove non ha vita facile, sia per le condizioni economiche famigliari sia per lo stato di salute (viene ricoverato a lungo in sanatorio). Poi, le cose cambiano: comincia a scrivere racconti, novelle e romanzi (dei generi più disparati: western, rosa, fantascienza, poliziesco), a collaborare con riviste e Case editrici. Dal 1939 inizia a curare per “Grazia” la rubrica “La posta del cuore”: sono le migliaia di lettere che riceve a fornirgli la grande conoscenza (dimostrata poi dai suoi scritti) di ciò che vortica negli animi delle persone. A differenza di Simenon, vissuto ottantasei anni, Scerbanenco scompare prematuramente nel 1969.  “Venere privata” è del 1966. All’inizio del romanzo, Duca Lamberti è appena uscito di prigione, dove ha scontato tre anni di reclusione. E’ anche stato radiato dall’albo dei medici, per lo stesso motivo che gli è costata la condanna: ha aiutato una paziente terminale a morire, praticandole una eutanasia. Si trova dunque nella condizione di dover ricominciare la vita da capo, avendo anche una sorella ragazza madre, Lorenza, da aiutare a mantenersi. Essendo figlio di un poliziotto (morto) di cui tutti, in via Fatebenefratelli, conservano stima e ricordo, può contare sull’amicizia del commissario Càrrua. L'ex medico accetta un incarico da un ricco imprenditore, che lo assume perché aiuti suo figlio, Davide Auseri, a uscire dalla dipendenza dall’alcol. Duca si rende conto che c’è qualcosa che spinge il giovane a bere: Davide si sente responsabile del suicidio di una ragazza, Alberta Radelli, avvenuto un anno prima. Della faccenda Davide non intende parlare, ma Lamberti lo spinge, con sapienza psicologica, a confidarsi. Duca ottiene dai suoi amici poliziotti maggiori informazioni sul caso, e scopre che non si tratta affatto di suicidio. Non solo: Alberta non è l’unica vittima. Salta fuori una torbida storia di sfruttamento della prostituzione. A risolvere il caso contribuisce in maniera fondamentale Livia Ussaro, una giovane donna bella, intraprendente e spigliata, con cui Lamberti sembra sul punto di iniziare una storia d’amore, ma che lui convince a prestarsi a essere usata come esca. Chissà se il nome di Livia dato da Camilleri alla fidanzata del suo Montalbano non derivi proprio dalla Ussaro scerbanenchiana, dato che anche la Livia di Duca Lamberti diviene una figura ricorrente nei successivi romanzi. “Venere privata” non ha però un lieto fine: gli assassini di Alberta pagano le loro colpe, ma ci sono risvolti tragici per l’ex-medico e la donna che ama pur dandole ancora del “lei”. Forse in questa disperazione di fondo c’è, in effetti, una delle più evidenti differenze fra Scerbanenco e Simenon.



giovedì 14 aprile 2022

E’ UNA VITA CHE TI ASPETTO



 

Fabio Volo

E’ UNA VITA CHE TI ASPETTO

Mondadori

brossurato, 2003

180  pagine -  Euro 13,00

Non è proprio un romanzo. Insomma, perché un libro sia un romanzo dovrebbe avere una trama. Dovrebbe succedere qualcosa. Qui invece non succede niente. Se si dovesse giudicare Fabio Volo come scrittore partendo dalla sua capacità di tessere un intreccio, un plot, una fabula, occorrerebbe astenersi, perché non è che la trama non stia in piedi, semplicemente è assente. Non ci sono personaggi (almeno, non ce ne sono che abbiano uno spessore, se non l’io narrante), non ci sono fatti, non ci sono dialoghi. A dire il vero, un minimo di riassunto degli eventi è possibile farlo: Francesco, single milanese affitto da sindrome di Peter Pan, incapace di innamorarsi e  di avere un rapporto vero con gli altri, decide improvvisamente, non si sa bene perché (in seguito a quale trauma o evento epocale, intendo: in realtà solo per un consiglio buttato lì dal suo medico) di cambiare vita e di crescere. Messosi alla ricerca di se stesso, si isola sempre di più per leggersi dentro e capirsi, passa dal tempo pieno al part time, e conosce una ragazza, Ilaria, che senza difficoltà (guarda caso è libera come l’aria e disponibilissima) si innamora di lui e lo fa innamorare. E tutti vissero felici e contenti. In realtà, il libro di Fabio Volo è migliore di quanto possa sembrare giudicando solo dalla quantità di colpi di scena che pure sarebbe bene aspettarsi da ogni romanzo. E’ migliore perché Volo sa scrivere abbastanza bene, è brillante, gradevole, spiritoso. Il suo Francesco  che va alla ricerca di se stesso passa in realtà in rassegna una quantità di situazioni quotidiane in cui tanti, in varia misura, modo e maniera, possono riconoscersi. Niente di particolarmente problematico, per carità, ma è appunto questo che l’autore intende ricercare: la levità di una condizione umana non necessariamente drammatica, eppure fonte di infelicità. Perché il punto è proprio questo: l’infelicità sempre in agguato, anche nella vita di chi non ha figli da mantenere, alimenti da pagare, affitti da saldare, problemi per trovare da scopare, angosce da lavori saltuari o da sottoccupazione. La soluzione proposta da Fabio Volo è essenzialmente new age: cambiare vita facendo un viaggio dentro se stessi, non farsi coinvolgere dallo stordimento a tutti i costi di una esistenza sotto stress, riassaporare la gioia delle piccole cose, scoprire continuamente nuove sorprese nella vita di tutti i giorni. Il tutto ricorda un po’, e scommetterei che Fabio Volo l’ha letto, il romanzo “Dio su una Harley”, in cui si racconta di una infermiera (americana) che, stressata e sull’orlo di una crisi di nervi, ugualmente (incontrando Dio e non il medico di famiglia) decide di ritrovarsi e resettare la propria vita, scoprendo infine la definitiva salvezza in una improvvisa e imprevista storia d’amore. Ci sarebbe molto da obiettare a questa visione edulcorata del mondo, basterebbe chiedere a Fabio Volo di provare a scrivere lo stesso libro con protagonista un Francesco quarantenne con tre figli, un mutuo da pagare e la casa affidata da un giudice alla moglie e al suo nuovo amante. Tuttavia, l’autore è brillante, e, intelligentemente, troverebbe il modo di evitare di impelagarsi in una simile prova.

 

domenica 20 marzo 2022

IL GIGANTE E LA MADONNINA

 

 

 


Luca Crovi
IL GIGANTE E LA MADONNINA
Rizzoli
2022, brossurato
192 pagine, 16 euro
 
Dopo "L'ombra del campione" (2018) e "L'ultima canzone del Naviglio", Luca Crovi riporta sulle scene il Commissario De Vincenzi, da lui fatto rivivere con nuove avventure inedite. De Vincenzi (forse qualcuno lo ricorda in vecchi sceneggiati televisivi interpretato da Paolo Stoppa) è un poliziotto milanese, di stampo maigrettiano, creato negli anni Trenta da Augusto De Angelis (1888-1944), protagonista di una ventina di romanzi interrotto dalla tragica morte dello scrittore, vittima di un pestaggio fascista (era da poco rientrato a Bellagio, dove viveva, dopo aver scontato una pena per motivi politici). Non allineato con il regime, come il Ricciardi di De Giovanni, è anche il De Vincenzi di Crovi, le cui nuove avventure sono ambientate nella Milano negli anni precedenti alla Guerra, quindi un po' più avanti rispetto alle storie raccontate da De Angelis. I tre romanzi croviani con il Commissario De Vincenzi hanno una caratteristica precipua: non sono polizieschi nudi e crudi, ma raccontano Milano com'era negli anni del Fascismo, vista però dal livello del marciapiede, della gente comune, della cronaca di costume, di quella rosa, di quella sportiva, di quella nera (nonostante vi si accenni, si parla poco di politica). Così, se ne "L'ombra del campione" uno dei personggi era Giuseppe Meazza (raccontato quando si allenava nei campetti o per strada), ne "Il gigante e la madonnina" compare Primo Carnera. Ma non solo lui. C'è anche Giuseppe Bignoli, alias il nano Bagonghi, artista del circo diventato famoso a livello internazionale e c'è Giovanni D'Anzi, il musicista (di orgini pugliesi) che compose la canzone milanese per ecellenza, "O mia bela Madunina". Ma si raccontano, con il pretesto delle indagini, decine di aneddoti (dal gran numero di suicidi dall'alto del Duomo, all'incendio della Stazione Centrale, al crollo degli spalti durante una partita di calcio). De Vincenzi diventa una specie di accompagnatore nella città meneghina della prima metà del secolo scorso. Il risultato? Sembra di esserci stati, di sentirne le voci, gli odori, i sapori. Crovi, che si è documentato su ogni particolare, è gradevolissimo e i brevi capitoli si divorano come le ciligie, uno tira l'altro.

sabato 8 maggio 2021

IL BAR DEGLI ZANZA


 
 

Tino Adamo
IL BAR DEGLI ZANZA
Unicopli
2020, brossura
326 pagine, 17 euro


"Vieni a Baggio sei hai coraggio", recita un vecchio adagio del quartiere milanese. Quartiere che in realtà era in origine un borgo a parte, vecchio di cinquecento anni, che soltanto dal 1923 è stato annesso, per Regio Decreto, al capoluogo meneghino. I baggesi, dal canto loro, continuano a ritenere Milano la periferia di Baggio. Tino Adamo, disegnatore di fumetti e umorista, prima di intraprendere una carriera, per così dire, artistica, ha lavorato per anni come banconiere in uno dei bar di quella zona, dove del resto è nato. "Il bar degli zanza" (che di certo non si sarà chiamato proprio così) non ha niente da invidiare ai peggiori di Caracas. L'autore, ricostruendo memorie che sembrano freschissime, nonostante risalgano al tempo delle lire, descrive con brio e leggerezza una umanità davvero border line se no, spesso, decisamente al di là di ogni confine. Spacciatori di droga, drogati, prostitute, ladri, truffatori, rapinatori, alcolizzati, professionisti della rissa e della riffa, scommettitori, vucumprà, gente dal coltello facile che hanno il pregio d essere veri, non messi in scena sulle pagine di un romanzo. Sembra di leggere "Bar Sport" di Stefano Benni ma senza la Luisona e la patina di parodia, o entrare in una canzone di Gaber non potendo escludere che il Riccardo che da solo gioca al biliardi non abbia appena compiuto una rapina: il bar degli zanza esiste davvero, e ci sembra di vederlo. Ogni capitolo un episodio, un aneddoto, un personaggio (poi i personaggi si fanno ricorrenti e impariamo a riconoscerli e, per quanto feccia, a provare persino umana simpatia): episodi veri alternati ad altri romanzati ma verosimili, sulla base di esperienze vissute. Qualcuno (mi si perdoni la dotta citazione) potrebbe parlare di una "spremuta di umanità". Per quanto a volte si racconti di morti per droga o di omicidi, la penna di Tino Adamo resta lieve, persino ilare, complice. Gran bella prova di scrittura.

domenica 11 aprile 2021

QUEI DUE: UN BUON PARTITO

 
 

Tito Faraci

Silvia Ziche
QUEI DUE: UN BUON PARTITO
Sergio Bonelli Editore
2020, cartonato
74 pagine, 16 euro


Non c'è due senza tre, anche per una serie intitolata, in attesa del quarto volume che verrà da sé, anche se il titolo della serie è "Quei due". Delle precedenti uscite abbiamo già parlato, in questo spazio, e valgono le cose già dette. Le potete leggere o rileggere qui:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../quei-due...

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../quei-due...

Torna dunque il teatrino dei personaggi mossi da Tito Faraci e da Silvia Ziche sullo sfondo dei Navigli, con la coppia in crisi (anzi, già definitivamente scoppiata) composta da Marco e Marta, proprietari di un ristorante chiamato "Da Marto". Animale da bar, donnaiolo, immaturo e fifone nei confronti delle malattie (con l'unico pregio di essere un collezionista di fumetti) lui, frantuma-maroni e spietata nei confronti dell'ex che ancora le ingombra la casa con la propria roba, lei. Attorno a loro, un gruppo di amici, fra cui Carlo e Valeria, altra coppia in crisi (qui le simpatie vanno a lui, tanto è stronza lei). Alla ribalta giungono adesso Anna, la dottoressa che cura Marco dal un certo dolorino lì, e Baldo Comini, uomo politico di bell'aspetto, dalle idee illuminate ammirato da tutti ma che nessuno vota. In quest'ultimo, per chi conosca le simpatie e le amicizie di Faraci, è facile riconoscere Pippo Civati. Pare che nasca del tenero fra Comini e Marta, e del resto anch'io su Marta ci farei un pensierino, nonostante il caratteraccio. Assisteremo nel quarto volume alla formazione delle nuove coppie Anna/Marco (in onore di Lucio Dalla) e Marta/Baldo? Ai posteri l'ardua sentenza.

venerdì 15 gennaio 2021

QUEI DUE: UN DOLORINO QUI


 
 
 
Tiro Faraci
Silvia Ziche
QUEI DUE: UN DOLORINO QUI
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2020
74 pagine, 16 euro


Seconda puntata della sit-com a fumetti di Tito Faraci e Silvia Ziche, "Noi due". La prima, è stata recensita qui: https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/01/quei-due.html. In realtà, sebbene io stesso abbia usato il termine "sit-com" per definire questa serie, me ne pento. Infatti, leggere in quarta di copertina che "Noi due" parla "il linguaggio moderno delle serie televisive" mi ha dato il briciolo di fastidio che provo sempre se mi si prospetta una sudditanza del fumetto verso la televisione. Vade retro! Il fumetto è fumetto e parla il linguaggio del fumetto. E non deve fare il verso alla TV per essere (men che mai per sembrare) moderno. E grazie al Padreterno, che sicuramente ha agito attraverso i due autori, "Noi due" è puro fumetto e non ha bisogno di assomigliare a niente du trasmesso via etere. E' fumettoso nella recitazione dei due protagonisti (io, lo confesso, su Marta ci farei un pensierino; e Marco lo prenderei a calci in culo); è fumettoso nei ritmi e nei tempi con cui si raggiungono gli effetti voluti; è fumettoso nei dialoghi e nella ricostruzione (essenziale ma efficacissima) della vita da bar dei Navigli; è fumettoso per come Tex (o un personaggio che gli somiglia moltissimo) compare a dare consigli quando servono, e spesso quando non servono (a fare da contrappasso, le amiche di Marta, che non può contare su un Ranger come confidente). La trama (a quella del primo volume abbiamo già accennato) si complica ed entrano in scena nuovi personaggi, come Valeria, l'ex moglie di Carlo, che è ha avuto una breve storia con Marta pur essendo il miglior amico di Carlo, che di Marta è l'ex marito in guerra. Non posso spiegare tutta la soap-opera... argh! Ho detto soap opera, facendo un paragone con la TV! Insomma, comunque sia ci si diverte.

lunedì 5 ottobre 2020

SPIGOLE

 


 


Tito Faraci 
SPIGOLE
Feltrinelli
brossurato, 2020
200 pagine, 16.50 euro

 

"Tutti i fatti, i luoghi e i personaggi di questo romanzo sono inventati. Anche quelli reali", ammonisce l'avvertenza. Impossibile però non riconoscere in Ettore Lisio, lo sceneggiatore di fumetti protagonista del racconto, lo stesso Tito Faraci, così come nel Ranger che lo ossessiona non si può non vedere Tex Willer e nel Boss l'editor bonelliano Mauro Boselli. Se non altro, Roberto Recchioni (il "fighetto romano") è rimasto Roberto, come Mauro Marcheselli era rimasto Mauro in "Non è successo niente" di Tiziano Sclavi, un altro romanzo che parla del mestiere di scrivere fumetti raccontando fatti quasi veri e quasi cambiando solo i nomi dei personaggi, e che viene subito in mente come pietra di paragone. Paragone del resto impossibile al cento per cento perché "Spigole" è tutt'altro, più leggero e meno angosciante, come del resto si può ben immaginare solo pensando alla diversa personalità dei due autori, Sclavi e Faraci, appunto. Ma paragone possibile per certi aspetti, quali gli aspetti nevrotici del mestiere di scrivere (e del "dover" scrivere), lo scenario milanese, il bere troppo, gli aneddoti di vita vissuta trasformati in capitoli del libro, i sassolini tolti dalle scarpe. Ettore Lisio è talmente stressato dalla quotidianità del suo lavoro creativo per un fumetto seriale da desiderare ardentemente cambiare attività e aprire, perché no, una pescheria. Un radicale mutamento di prospettiva. In più, impedendo che chiuda una storica rivendita di pesce sui Navigli, e dunque contribuendo a conservare l'identità della zona a cui Ettore (al pari di Faraci) si sente legatissimo. Consultatosi con il suo gruppetto di amici fidati che sono una sorta di famiglia (Ettore è vedovo e cresce da solo una figlia), lo sceneggiatore si decide a telefonare ai proprietari del negozio. E qui, la storia prende una piega noir. Anzi, si trasformare il un mezzo giallo. Quantomeno, la trama si fa avventurosa, entrano in ballo dei malviventi, una ragazza maltrattata, delle indagini da svolgere: il tutto, però, non diventa mai del tutto drammatico. Resta fumetto un un thriller brillante, come del resto nelle corde dell'autore, uno che non delude mai. Gradevole, ilare, con qualche scena da telefilm e qualche altra da sit-com, si legge tutto d'un fiato e vien da pensare che più che un film, si potrebbe trarne un fumetto. "Giuli Bai", di Berardi & Milazzo, c'è già, ma lo spazio non manca, sui Navigli.



mercoledì 30 settembre 2020

BALLATA PER UN TRADITORE

 

 

 


 

Massimo Carlotto
Pasquale Ruju
Davide Ferracci
BALLATA PER UN TRADITORE
Feltrinelli
brossura, 2020
128 pagine, 16 euro

 

Sempre interessanti i graphic novel della Feltrinelli Comics, che spaziano attraverso vari generi proponendo romanzi a fumetti di taglio autoriale ma senza supponenze. Intrigante come deve essere un vero noir metropolitano, "Ballata per un traditore" nasce da un soggetto originale di Massimo Carlotto, uno dei maestri nella narrativa di questo genere (suo il personaggio hard boiled dell'Alligatore) e già questo basterebbe a destare l'attenzione. Carlotto del resto, pur scrittore in prosa, si è già prestato a progetti a fumetti, come nel caso di "Arrivederci, amore ciao", graphic novel realizzato con Luca Crovi e Andrea Tutti (Edizioni BD, 2004). A occuparsi della sceneggiatura è invece Pasquale Ruju, veterano in casa Bonelli con lunghe militanze nelle serie di Dylan Dog e Tex (per non parlare di Cassidy e altri progetti realizzati da professionista). I disegni di Davide Ferracci si segnalano per la loro graffiante essenzialità e per il sapiente uso del retino. La storia, tutta milanese, alterna passato e presente ruotando attorno alla figura del commissario Lo Porto, oggi pensionato ma dirigente, in anni passati, dell'Anticrimine a capo di una squadra composta da due uomini fidati, Galli e Valenti, più volte decorati per i loro successi sul campo. In realtà, il "metodo Lo Porto", che aveva portato a una diminuzione dei fatti di sangue in città, era basato su una sorta di trattativa segreta con la malavita. Il gioco viene scoperto dall'integerrimo magistrato Santini, le cui indagini portano allo smantellamento del gruppo e al pensionamento anticipato dei suoi componenti. Al posto di Lo Porto, oggi c'è una donna, la tostissima Stefania Rosati, che non tratta con i delinquenti ma agisce ben oltre i confini della legalità come una sorta di angelo vendicatore, spinta da motivi personali. Nell'imprevedibile e non consolatorio finale, dopo che tutti i fantasmi del passato sono stati riportati sulla scena, la Rosati deve fare i conti con la realtà di una nuova Milano dove la vecchia mala è stata sostituita da qualcosa di molto più insidioso.

mercoledì 14 agosto 2019

IL PENDOLO DI FOUCAULT



Umberto Eco
IL PENDOLO DI FOUCAULT
Bompiani
1988, cartonato
520 pagine, 26.000 lire

Rileggere "Il pendolo di Foucault" trentun anni dopo la prima edizione (e altrettanto dopo la mia prima lettura) ha un effetto straniante e sorprendente. Il secondo romanzo di Umberto Eco mi piacque anche all'epoca, ma oggi l'ho trovato strepitoso. Superiore, molto probabilmente, a quel "Nome della Rosa" da tutti considerato il capolavoro letterario dell'autore. Ma soprattutto, attualissimo. La perfetta dimostrazione di come i complottisti abbiano attraversato tutte le epoche storiche e l'irrazionalità, la superstizione, il "ciarpame occultista" (definizione dello stesso scrittore) abbiano sempre preso il sopravvento. Eco è impietoso nel descrivere, per esempio, il passaggio delle librerie milanesi dei primi anni Settanta, piene zeppe di saggi di teoria marxista e rivoluzionaria, a quelle dei primi anni Ottanta, convertite alle discipline esoteriche orientali a cui avevano cominciato a dedicarsi gli ex studenti disillusi. Ma il rifugio nella magia, negli arcani, nelle società segrete, nei misteri iniziatici era sempre stato cercato fin dai tempi più antichi, e il sonno della ragione ha sempre generato mostri. Rispetto al "Nome della Rosa", "Il pendolo di Foucault" non ha né unità di tempo né unità di luogo. Non c'è neppure una trama facile da descrivere e da ricostruire, anche se gli accadimenti non mancano. Per di più, i primi capitoli sono decisamente ostici, quasi come se Eco avesse voluto scremare il suo pubblico e scoraggiare chi fra i lettori sperava in un altro giallo storico o almeno in un mistero da risolvere. Potremmo dire che a fare centro di gravità dell'intera, complessa costruzione, sia la sede milanese della piccola Casa editrice Garamond, e che l'arco temporale principale comprenda gli anni tra il Sessantotto e il 1984. Tuttavia i personaggi si muovono anche in Piemonte, a Parigi, in Brasile e seguendo le elucubrazioni dell'autore si finisce per spaziare nelle epoche storiche: si parte con i Templari e si finisce (si finisce?) con i Nazisti. Eco si compiace di far sfoggio di incredibile erudizione e ficca nelle sue pagine una mole impressionante di fatti, persone, libri, date, citazioni. E' facile rimanerne storditi ma se invece ci si lascia incantare e guidare la vertigine si trasforma in estasi. Quasi crediamo anche noi al Piano ideato per gioco da Casaubon, Belbo e Diotallevi, redattori della Garamond alle prese con la cura di una collana dedicata all'esoterismo, dove tutto torna, e dove tutto è compreso, dai Rosacroce alla massoneria, da John Dee a Bacone a Shakespeare e a Hitler, dai testi gnostici ai Protocolli dei Savi di Sion, e dove le Piramidi e la Torre Eiffel hanno una relazione fra loro al pari dei tunnel della metropolitana o delle fogne di Parigi con la Fortezza di Alamut. Proprio perché l'intera storia è attraversata dai sotterranei del complottismo e dell'esoterismo, il romanzo non poteva essere meno complesso e onnicomprensivo. Se il personaggio più interessante è il cinico e ironico Jacopo Belbo, se quello più inquietante è Agliè, che si finge (o è?)il  Conte di Saint-Germain passato indenne attraverso i secoli, il più simpatico è sicuramente Lia, la moglie dell'io narrante Casaubon, che rappresenta lo sguardo razionale sulla realtà dei fatti, quella che smonta in poche ore il presunto testo su cui si basa la ricostruzione di un piano dei Templari destinato a dipanarsi per seicento anni. Persino la nota della lavandaia, se guardata  con gli occhi di chi vuol credere al complotto, può essere decifrata come un testo esoterico. E se misuriamo un qualunque chiosco in un parco troveremo delle corrispondenze astrali. Eco si fa beffe da par suo dei "diabolici" che si irretiscono a vicenda rifiutando le spiegazioni logiche e scientifiche in favore di un torbido almanaccare cabalistico, alchimistico, trascendentale, magico-iniziatico e chi più ne ha più ne metta. Ci sono pagine esilaranti, altre angoscianti: tuttavia, tutto torna, tutto si tiene. E si capisce bene, alla fine, come proprio il buio della ragione sia il principale pericolo da cui guardarsi. In tempi come i nostri, affollati di complottisti e caratterizzato da un crescente rifiuto delle verità scientifiche più elementari in favore di leggende metropolitane simili a quelle rosacrociane, il romanzo di Eco è attualissimo.

venerdì 26 ottobre 2018

L'OMBRA DEL CAMPIONE




Luca Crovi
L'OMBRA DEL CAMPIONE
Rizzoli
2018, brossurato
210 pagine, 18 euro

Il massimo esperto di gialli e di noir italiani è sicuramente Luca Crovi, saggista specializzato sull'argomento e infaticabile curatore, organizzatore e conduttore di eventi a tema. Fino a poco tempo fa gestiva anche una trasmissione radiofonica RAI dedicata appunto al poliziesco e al mistery in tutte le sue coniugazioni. E' ferratissimo anche sul thriller internazionale, ovviamente, amico personale com'è dei più grandi scrittori del genere di tutto il mondo, da Joe Lansdale a Wolf Dorn, per citare due nomi. Quando ho saputo che stava scrivendo un libro con protagonista il commissario Carlo De Vincenzo, mi sono allertato per poterlo leggere appena fosse uscito: De Vincenzi è infatti un personaggio del giallista Augusto De Angelis (1888-1944), creato nel 1935 con il romanzo "Il banchiere assassinato" (in tutto sarebbero stato quindici i libri a lui dedicati). Uno dei primi investigatori del giallo italiano, insomma. Negli anni Settanta fu interpretato sul piccolo schermo da Paolo Stoppa. Non un detective alla Sherlock Holmes, ma piuttosto alla Maigret, abituato a raccogliere confidenze dalle portinaie e a frequentare i quartieri popolari di Milano, la città dove vive e opera. Ecco, è questo aspetto che Luca Crovi ha particolarmente sottolineato nel riportare in libreria il poliziotto di De Angelis, rendendolo non-protagonista di un non-giallo, perché (e in questo consiste la trovata alla base de "L'ombra del campione") non c'è un caso preciso su cui indagare, un solo inquietante mistero da risolvere, ma ci sono tante spaccati della realtà quotidiana, politica e sociale della Milano del 1928. Il campione a cui si riferisce il titolo è Giuseppe Meazza, il calciatore, che qui è agli esordi e si allena nei campetti di periferia nei pressi di San Vittore. Anche su di lui vengono raccontati alcuni aneddoti che Crovi ha saccheggiato qua e là. De Vincenzi è il fil rouge che unisce più storie, piccole e grandi, testimone più che protagonista, anche quando si trova coinvolto, suo malgrado, in un attentato al Re in visita alla Fiera. Fallito, ma che costò la vita a decine di persone. Le indagini vengono subito prese in mano da investigatori del regime (siamo nei primi abbi del fascismo), non è il commissario che deve indagare, e infatti non si giunge a scoprire quale sia la verità. Crovi mostra con abilità il clima da anni di piombo della Milano dell'epoca (attentati del genere si ripetevano con drammatica frequenza), ma soprattutto mostra la realtà sociale di una città dinamica e in rapido sviluppo dopo gli anni della Prima Guerra Mondiale, ma che accanto a meraviglie come l'idroscalo e il planetario faceva i conti anche con la povertà atavica di certi quartieri popolari e con una malavita diffusa, solidale però e ben diversa dalla brutalità dei criminali di oggi. Tanti racconti uniti in una unica rassegna, che pare continuerà in altri romanzi.