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domenica 21 giugno 2026

LA FAMIGLIA PASSERINI

 



Filippo Pieri

Cristiano ‘Cryx’ Corsani

LA FAMIGLIA PASSERINI

Amazon Kdp

2026 

52 pp. a colori

brossura

9,90 €


 

Ho sempre seguito con affetto e simpatia il percorso di Filippo Pieri, fumettista per autentica passione, sceneggiatore (ma in grado di disegnare, all’occorrenza), umorista (ma capace di muoversi tra generi diversi, quando serve). Insieme al socio ideale Cristiano “Cryx” Corsani ha  realizzato la trilogia di Viviane l’Infermiera (Sbam! Libri, 2018-2024), tre albi che mescolano la commedia sexy all’italiana degli anni Settanta con lo spirito di Amici Miei e un pizzico di satira amara. Ne abbiamo parlato in dettaglio su questo stesso blog.

Con La Famiglia Passerini i due autori si applicano a un umorismo più quotidiano e generazionale. La serie, composta da tavole autoconclusive, ha debuttato nell’ottobre 2018 sul sito Cryx Comics con il titolo The Flippies. Successivamente è approdata sulla rivista cartacea Il Vernacoliere, il celebre mensile satirico toscano diretto da Mario Cardinali, dove viene pubblicata con il nome definitivo La Famiglia Passerini.

Come spiega Filippo Pieri: «Inizialmente la serie si chiamava The Flippies, dal nome di un trucco degli smanettoni di un tempo sui floppy disk da 720 byte per raddoppiare la capacità praticando un foro sul lato, e per questo c’è un floppy sul logo della serie. Quando però abbiamo proposto la serie a Mario Cardinali ci ha detto che i nomi in inglese non sono graditi sulla rivista e quindi abbiamo pensato a “passera” (variante di “topa”, parola cara ai livornesi) da lì il cognome Passerini».

Il protagonista è il classico pre-digitale, nato in un’epoca in cui i computer non c’erano o stavano appena arrivando, che viene catapultato da adulto in un mondo di smartphone, app, WiFi, aggiornamenti forzati, smart home e intelligenza artificiale. Accanto a lui troviamo la moglie, che ama la tecnologia e la usa con entusiasmo pur capendola solo il giusto, e la figlia, nativa digitale, che risolve i problemi in modo rapido e naturale. Completano il cast un cane e un pesce rosso che commentano sarcasticamente le disavventure dei padroni di casa.

Cryx e Pieri sembrano aver spiato una famiglia vera per mesi e averla raccontata senza filtri, ma con grande affetto. Le gag nascono dal diverso rapporto delle generazioni con la tecnologia: la serie satireggia con intelligenza sulle difficoltà, i paradossi e le situazioni comiche generate da una dipendenza che dovrebbe semplificare la vita ma spesso la complica.

I disegni di Cryx sono puliti e vivaci, dal tratto cartoonesco efficace. Le espressioni del capofamiglia, che passa dall’aria da esperto a quella da vittima in un attimo, sono un piccolo capolavoro, così come le occhiate esasperate della moglie e lo sguardo clinico della figlia, che osserva i genitori come una specie in via di estinzione. Il cane e il pesciolino rosso rubano spesso la scena con i loro commenti cinici.

La Famiglia Passerini è una lettura fresca e divertente, capace di far sorridere riconoscendo situazioni tristemente vere, come testimonio io stesso medesimo nella mia introduzione.

 

FILIPPO PIERI SU QUESTO BLOG 

Luke Ness, PHD - L’esecrabile uomo delle nevi https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2023/02/luke-ness-phd-lesecrabile-uomo-delle.html

Il passato di Viviane l’infermiera https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2024/08/il-passato-di-viviane-linfermiera.html

Sulle tracce di Viviane l’infermiera https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/12/sulle-tracce-di-viviane-linfermiera.html

Viviane l’infermiera https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2018/07/viviane-linfermiera.html

 

domenica 7 dicembre 2025

ASTERIX IN LUSITANIA



 
Fabcaro
Didier Conrad
ASTERIX IN LUSITANIA
Panini Comix
2025, cartonato
50 pagine, 12.90 euro

Che dire? La quarantunesima avventura in volume di Asterix e Obelix è decisamente spassosa. Nessun segno di stanchezza, gag a volontà, trama divertente, disegni godibilissimi. La recensione potrebbe finire qui, con un invito spassionato (ma anche appassionato) alla lettura.
Tuttavia, per dovere deontologico di schedatore compulsivo, aggiungerò qualcosa. Segnalo che di Asterix ci siamo occupati più volte in questo spazio (potete trovare i post cliccando sul tasto “Indice Titoli” e scorrendo l’elenco alfabetico alla lettera A) ma ecco per comodità direttamente il link della recensione del volume precedente, il quarantesimo della serie (fate clic qui accanto).
Dei due creatori del personaggio, lo sceneggiatore René Goscinny e il disegnatore Albert Uderzo, il primo è morto nel 1977 (24 storie all'attivo), il secondo è scomparso nel 2020 e la sua ultima storia è stata "Il compleanno di Asterix e Obelix" del 2009 (quando fu autore anche della sceneggiatura). Dopodiché, per altri cinque volte le avventure degli eroi gallici sono state disegnate da Didier Conrad e scritte da Jean-Yves Ferri. Con “Asterix e l’Iris bianco” (del 2024) Conrad (quasi indistinguibile da Uderzo agli occhi del profano) viene confermato, mentre per la prima volta a scrivere i testi è Fabrice Caro, in arte Fabcaro – che, va detto, se la cava proprio bene. “Asterix in Lusitania” porta i gallici eroi in  trasferta, inutile dirlo, in Portogallo e scherza in modo esilarante su certe caratteristiche dei lusitani: la famosa malinconia che li porta a ostentate pessimismo cosmico, le piastrelle, il baccalà infilato dappertutto (anche fuori contesto, si veda la copertina del volume), le parole che finiscono in “ao” e perfino i capelli neri stirati con la brillantina (fa molto ridere vedere Obelix dover rinunciare alle trecce e ai baffi rossi per travestirsi da nativo portoghese).  Non mancano le gag che prendono in giro la contemporaneità, come quella in cui Asterix si deve registrare all’ingresso di un palazzo con una password che contenga almeno un numero e un carattere speciale. 
Insomma, prendete e godetene tutti.
 

 



sabato 22 novembre 2025

CHI (NON) L’HA DETTO


 Stefano Lorenzetto
CHI (NON) L’HA DETTO
Marsilio
2019, brossura
400 pagine, 18 euro

Il sottotitolo, “Dizionario delle citazioni sbagliate”, basta a spiegare di che cosa si tratta: un elenco, certosino e quasi maniacale, di false attribuzioni di frasi e sentenze di cui non si è controllata la fonte, compilato da un giornalista con gli occhi da nittalopo, Stefano Lorenzetto (1956) specializzato in interviste, collaboratore dello Zingarelli e con nel curriculum incarichi di responsabilità in vari quotidiani. La lunga introduzione dell’autore è un saggio (che da solo vale il prezzo del biglietto) sul lavoro di chi scrive per mestiere e per mestiere dovrebbe essere moralmente obbligato a faticare sulla conferma della fondatezza delle informazioni fornite ai lettori. Oltre a non diffondere fake news, giornalisti e articolisti, saggisti e oratori, dovrebbero non citare a vanvera. Lo spicilegio di Lorenzetto nasce da una collezione di errate paternità attribuite a questo o a quello solo per sentito dire, raccolte nel corso degli anni con lodevole pignoleria, analizzate una per una alla ricerca del vero titolare di una massima o di un detto memorabile. Se le citazioni sbagliate abbondano su libri e giornali, addirittura imperversano sui i blog e sui social. 

Lorenzetto procede ordinando per autore i personaggi a cui sono attribuite parole che non hanno mai detto, e che in molti casi neppure si sarebbero sognati di dire. Si comincia con Adorno e con una frase riguardante Auschwitz e i mattatoi che è invece da attribuire a Charles Patterson; si finisce con Thomas Watson, presidente della IBM e la sua previsione “penso che ci sia un mercato mondiale, per, forse, cinque computer” (dichiarazione di cui non c’è traccia nei suoi scritti e discorsi, né negli archivi della multinazionale). Si scopre che Goebbels non disse mai “quando sento la parola cultura metto mano alla pistola” (a pronunciare la frase fu un altro gerarca nazista, Baldur von Schirach, che la rubò al commediografo tedesco Hans Johst); ma anche Gesù Cristo dicendo (o come gli viene fatto dire dagli evangelisti) “prima che il gallo canti” citò Plauto che scrisse “prius quam galli cantent” nel “Miles gloriosus”; del resto nessuna fonte precedente a una biografia del 1789 riporta l’aneddoto secondo il quale Galileo Galilei nel 1633 avrebbe detto “eppur si muove”. Persino De Coubertin non è l’autore dell’aforisma “l’importante non è vincere, ma partecipare”, attribuibile invece al vescovo protestante Ethelbert Talbot. Si resta stupiti del fatto che il generale Cambronne non esclamò mai “Merde!” a Waterloo, mentre è risaputo che Conan Doyle non mise mai in bocca a Sherlock Holmes il tormentone “elementare Watson” e che a Machiavelli non si può attribuire la sentenza secondo la quale “il fine giustifica i mezzi”. Tutto molto divertente. Tuttavia alcune smentite sono opinabili: per esempio, Lorenzetto contesta l’attribuzione a Flaubert della frase “Madame Bovary sono io” solo perché la fonte sembra essere la testimonianza di una donna con la quale era in corrispondenza, e alla quale avrebbe appunto scritto così. Vien fatto di pensare che, tutto sommato, potrebbe essere vero. Un elemento a sfavore dell’autore sono le digressioni personali che talvolta egli si concede, prendendo spunto da una citazione per raccontare fatti propri scollegati con l’oggetto della discussione. Particolarmente sgradevole è il caso della frase “de mortuis nihil nisi bonum” (dei morti non dir nulla se non di buono, ovvero non parlare male dei defunti), attribuita a Kant mentre in realtà è di Diogene Laerzio, citata per sostenere che in realtà ci sono morti di cui è lecito dire peste e corna e dilungarsi sulle colpe parrebbe imperdonabili di uno scomparso, nel frangente Umberto Veronesi (che nulla c’entra con Kant e Diogene Laerzio). Comunque sia, il dizionario di Lorenzetto è gradevole, interessante, curioso e pieno di cultura. Soprattutto invita a non dare per scontato nulla di ciò che si legge, si sente dire e persino si dice.


giovedì 20 novembre 2025

IL CAVALLANTE DELLA “PROVIDENCE”



Georges Simenon
IL CAVALLANTE DELLA “PROVIDENCE”
Adelphi
Brossura, 140 pagine
11 euro

Cominciamo dal titolo. Quello originale è Le Charretier de la Providence, pubblicato in Italia come Il carrettiere della “Providence”, tradotto alla lettera. Poi, in altre edizioni si sono preferite scelte diverse:  Maigret si commuove e Il cavallante della "Providence". Sicuramente quest’ultimo è il più corretto, perché il personaggio a cui si fa riferimento,  l’enigmatico e taciturno Jean Liberge, non guida un carretto (e dunque non è un carrettiere) ma conduce a piedi, tenendone le briglie, i cavalli adibiti al traino delle chiatte mercantili lungo gli argini, che siano il bordo dei canali o le sponde dei fiumi. Dunque, è un cavallante. Chiarito il mistero, passiamo a elencare elementi che caratterizzano il romanzo, datato 1931. Innanzitutto, si tratta del secondo poliziesco di Georges Simenon in cui compare il commissario Maigret, ma il primo a venire pubblicato. L’inchiesta con cui inizia la saga del burbero poliziotto parigino, quella intitolata  Pietr il Lettone, era stata scritta nello stesso anno ma, per imponderabili motivi di programmazione editoriale, uscì come terza. Il tutto è spiegato nella recensione che potete leggere cliccando qui.Il commissario non ha, dunque, assunto ancora la sua caratterizzazione definitiva (non agisce neppure a Parigi, ma in trasferta), anche se lo si riconosce benissimo. Un successivo utile spunto di riflessione consiste nel fatto che risulta chiaro quale sia il “metodo Maigret”, così diverso dalle logiche deduzioni di Sherlock Holmes. Un metodo che paradossalmente consiste proprio nell'assenza di un metodo. Il poliziotto cerca di cogliere le sensazioni che gli vengono suggerite dall'ambiente e dalle persone che lo abitano, fino a quando non intuisce una pista. Annusa l’aria, legge negli occhi degli interlocutori, si immedesima in loro e nel loro microcosmo.
Microcosmo che, in questo caso, è rappresentato dal mondo dei battellieri che navigano sui canali che collegano tra loro la Senna, la Marna e la Saona e permettono di attraversare tutta la Francia, dalla Manica al Mediterraneo, lungo un itinerario costellato da chiuse e da stazioni di sosta. Simenon riesce a descriverne perfettamente gli ambienti e i rituali perché, tra la fine degli anni Venti e l'inizio degli anni Trenta, navigò insieme alla prima moglie sul suo battello da diporto di nome "Ostrogoth", a bordo del quale, appunto, scrisse Il cavallante della Providence. Oltre agli ambienti, come al solito è magistrale in Simenon la raffigurazione dei personaggi e l’analisi delle loro psicologie: sir Walter Lampson, un colonnello inglese in pensione, che identifica come sua moglie Mary una donna strangolata in una stalla nei pressi di una chiusa, i suoi compagni di viaggio alloggiati con lui a bordo di uno yacht (Willy Marco, il suo uomo di fiducia, Gloria Negretti, la sua amante, e il russo Vladimir, marinaio e timoniere), e il variegato universo degli osti, degli addetti alle chiuse, dei battellieri e, appunto, dei cavallanti. Maigret, taciturno come al solito, scopre che due dei personaggi non si chiamano, in realtà, come dicono: i loro veri nomi nascondono un passato turbolento e spiegano quel che accade nel presente.

 

mercoledì 5 novembre 2025

LUCIFERA



 
Averardo Ciriello
LUCIFERA
a cura di Giuseppe Mura
AG Press
2009, cartonato
230 pagine, 79 euro

Prima di parlare dello straordinario libro di cui vi mostro qua sopra la copertina, lasciatemi ricordare il mio primo e unico incontro con il maestro Averardo Ciriello (1918-2016), avvenuto a pochi mesi dalla sua scomparsa (avvenuta alla veneranda età di novantotto anni). Ci trovavamo sullo stesso palcoscenico per ricevere lo stesso riconoscimento, il Romics d’Oro 2016, io per la mia attività di sceneggiatore, lui quale Premio alla Carriera. Ciriello venne accompagnato sul palco su una carrozzella e ricevette il trofeo dorato dalle mani del ministro Franceschini. Qui di seguito trovate il link al video della cerimonia, dove mi si intravede in giacca grigia, ma soprattutto si vede lui, il maestro, molto emozionato, ed ero emozionato anch’io nell’assistere alla scena, essendo di Ciriello un grande ammiratore.

Impossibile, del resto, non ammirare le sue illustrazioni. Del resto, è stato considerato l’erede di Boccasile, maturando però un tratto personale ben evidenziato dai suoi lavori per riviste quali “Le Nuove Grandi Firme” e “Sette”, con cui collaborò a partire dall’immediato Dopoguerra, forte comunque di una esperienza iniziata nella seconda metà degli anni Trenta. Nel 1948 cominciò a realizzare cartelloni cinematografici per la Lux Film, attività che portò avanti per trentacinque anni affermandosi come uno dei più grandi cartellonisti di casa nostra. Nel 1966 sostituisce Walter Molino sulla “Domenica del Corriere”, tra il 1970 e il 1980 non si contano le sue illustrazioni per libri per ragazzi. Ma Ciriello lavora anche per gli adulti, realizzando centinaia di cover per la Casa editrice Ediperiodici, rimanendo legato soprattutto a due personaggi cult del fumetto erotico italiano, Lucifera e Maghella. Fumetto erotico italiano, del resto, caratterizzato dall’apporto di altri grandi copertinisti, quali Emanuele Taglietti e Alessandro Biffignandi, con il quale forma un vero e proprio tris d’assi (volendo fare poker, potremmo aggiungerci Carlo Jacono).
Proprio all’attività di copertinista di Lucifera è dedicato il volume di grande formato curato da Giuseppe Mura, che presenta tutte, ma proprio tutte, le cover della serie (170 albi, usciti tra l’ottobre 1971 e l’agosto del 1980). Per essere precisi, i primi 46 numeri propongono in copertina illustrazioni realizzate da artisti dello Studio Rosi, ma dal quarantasettesimo episodio in poi ecco arrivare, in tutto il loro splendore, le copertine di Averardo Ciriello. Rivederle riprodotte a tutta pagina, senza logo né titolo, è una gioia per gli occhi. Alcune cover, che vennero censurate, sono riprodotte incensurate e risultano pertanto inedite. Il fatto che Ciriello sia un maestro nel disegnare figure femminili e che presti la sua arte a un personaggio “satanico”, erotico, conturbante e disturbante non fa che accrescere l’ammirazione del puro con gli occhi puri (“omnia munda mundis”) al pari dello spettatore più malizioso e birichino, dato che chi disegna lo fa per suscitare emozioni in chi fruisce della sua arte, e indubbiamente l’erotismo è un’emozione potente.
Oltre alle illustrazioni, il volume contiene un breve apparato critico che inquadra il personaggio di Lucifera nel contesto della produzione a fumetti per adulti degli anni Sessanta e Settanta. La protagonista è un “demonio fatto donna, una figlia dell’inferno mandata da Satana sulla Terra nel bel mezzo dell’oscuro Medioevo a seminare il male”, spiega Giuseppe Mura. Tra i tabù infranti, a dispetto della società ancora in larga misura omofoba, quello dell’omosessualità (Carlo Magno se la fa con il paladino Orlando). I toni sono satirici e fiabeschi, per quanto si calchi la mano sul truce e il truculento, sul demoniaco e sull’orrorifico. Lucifera è stata creata, quando ancora Renzo Barbieri e Giorgio Cavedon erano ancora soci in affari sotto il marchio ErreGi (si sarebbero divisi nel 1972, dando vita a due Case editrici concorrenti, la Edifumetto e la Ediperiodici), dallo sceneggiatore Rubino Ventura (alias Giuseppe Pederiali) e dal disegnatore Leone Frollo
Va sottolineato come alcuni personaggi dei sexy pocket furono protagonisti di vere e proprie saghe dalla lunghezza sterminata, autentiche telenovelas di cento, duecento, trecento puntate: Lucifera, Jacula, Goldrake, Vartan, Isabella e altri ancora erano seguiti da un pubblico fedelissimo e appassionato. Accanto all'eros, troviamo spesso anche il thanatos: morte, violenza, demoni infernali, quasi a voler evidenziare la filiazione diretta del fumetto erotico da quello nero. Queste pubblicazioni consentirono ad artisti provenienti da anonime produzioni popolari di affermarsi come grandi autori: è il caso di Milo Manara, Leone Frollo, Magnus, Fernando Tacconi e molti altri.


martedì 28 ottobre 2025

CATTIVA FEDE

 


Ken Follett
CATTIVA FEDE
Edizioni Dehoniane
2017, brossurato
80 pagine, 7.50 euro

Non c’è bisogno di ricordare chi è il britannico Ken Follet (Cardiff, 1949), autore di best seller di fama internazionale. Però, suvvia, citiamo almeno “I pilastri della Terra”, il suo romanzo di maggior successo. C’è però bisogno di spiegare che cos’è questo libretto di poche decine di pagine, così poche rispetto alla mole dei volumi del resto della sua produzione. Il titolo della collana, “Lampi d’autore”, viene spiegato proprio dalla fulmineità dei testi presentati. Si tratta di un memoir pubblicato nell’autunno del 2016 sulla rivista inglese Granta, in un numero speciale di argomento religioso dedicato alla frammentazione settaria delle varie chiese protestanti. Ken Follett rievoca, non senza dolore, la sua infanzia trascorsa nella gabbia delle convinzioni della Plymouth Brethren, una fratellanza puritana per la quale il peccato poteva annidarsi letteralmente ovunque, confraternita di cui la famiglia dello scrittore faceva parte. Tutto nasce dall’istituzione della Chiesa anglicana da parte di Enrico VIII, nel 1534. Da questo scisma scaturirono decine di gruppi religiosi detti “non conformisti” in quanto, pur accettando la separazione dalla Chiesa cattolica, non si conformavano all’Atto di uniformità con cui nel 1662 si cercò di radunare il gregge disperso. Si creò una divisione tra “Chiesa alta” e “Chiesa bassa”, quest’ultima formata appunto dai dissidenti, frammentati fra loro in modo inverosimile. Presbiteriani, battisti, metodisti e calvinisti sono quelli più conosciuti. Tra le congregazioni più piccole c’è appunto la Plymouth Brethren, nata ai primi dell’Ottocento ma collegata alla tradizione dei Padri Pellegrini partiti per l’America a bordo della nave Mayflower nel 1620. A pochi anni dalla fondazione, già nel 1848 il gruppo si spacca in due: gli Open e gli Exclusive. Più aperti all’accoglienza i primi, rigidamente chiusi i secondi. Follett scrive di non essere a conoscenza di nessuna differenza fra i due rami a parte l’atteggiamento nell’ammettere chiunque alle proprie cerimonie o non ammettere nessuno che non facesse parte della comunità. La famiglia di Ken faceva parte degli Exclusive, per i quali una delle più temibili trasgressioni, fonte di perdizione, era entrare in una cappella degli Open. Guai poi soltanto a parlare con qualcuno dei rivali. La competizione fra le varie congregazioni anglicane è sempre stata feroce. Uno dei pezzi forti di “Cattiva fede” è il racconto che Follett fa di una barzelletta riguardante un gallese che dopo aver fatto naufragio su un’isola deserta costruisce due cappelle. Quando arrivano a salvarlo, gli chiedono a che serve la seconda e lui risponde: “E’ quella dove non vado”.  
Nessun dubbio che la Plymouth Brethren si possa definire una setta. Al piccolo Ken viene vietato l'andare al cinema, così come era esclusa ogni forma di divertimento, compreso l’ascolto della musica o la frequentazione di eventi sportivi. Nessuna possibilità di mettere in discussione l’autorità dei genitori e, in generale, quella degli anziani. Assillanti le letture della Bibbia e le funzioni religiose (tre durante la domenica), divieto di partecipare alla vita pubblica iscrivendosi a un partito o a un sindacato. Follett rimpiange soprattutto di non aver potuto diventare un boy scout. Non si poteva mangiare in compagnia di nessuno che non facesse parte del gruppo, né andare ai funerali di estranei. Insomma, il fanatismo più totale. Frequentando l’Università, dopo aver scelto filosofia nella speranza che gli studi potessero aiutarlo a superare i suoi dubbi sull’esistenza di Dio (“nessun dato di fede superò la prova dei criteri logici”), Follett diventa ateo, “un ateo arrabbiato”, perché non aveva potuto entrare nei boy scout”. Conclude lo scrittore: “Mi sono bastati tre anni per diventare ateo, ma ho speso il resto della vita per ritrovare una qualche forma di spiritualità”.  Dopo il testo tradotto da Alessandro Zaccuri (autore anche della prefazione), viene proposto il godibilissimo testo originale in inglese. 



giovedì 23 ottobre 2025

L’ORIZZONTE DELLA NOTTE

 
 
Gianrico Carofiglio
L'ORIZZONTE DELLA NOTTE 
Einaudi
2024, brossurato
284 pagine, 18.50 euro

Chissà se i gialli di Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) si possono definire “police procedural”, e chissà se l’autore sarebbe d’accordo. Con la competenza che gli deriva dall’essere un ex magistrato, Carofiglio racconta le indagini del suo personaggio più fortunato, l’avvocato Guido Guerrieri, spiegandone mosse in ambito giudiziario, nei corridoi e nelle aule dei palazzi di giustizia o nelle sale riservate ai colloqui con i detenuti nelle carceri, in modo dettagliato e ben documentato, a vantaggio del coinvolgimento del lettore nelle vicende. 
Di Carofiglio e di Guerrieri abbiamo parlato in altre occasioni, una delle quali è la recensione de "La regola dell'equilibrio", che potete trovare cliccando qui
Per giustificare l’etichetta di “procedural” serve, a questo punto, citare lo scrittore Ed McBain il quale, nel 1956, con un romanzo intitolato “L’assassino ha lasciato la firma” inaugurò la serie dell’87° Distretto, che avrebbe finito per contare una sessantina di titoli. Una serie che cominciò a dipanarsi dopo che l’autore ebbe visitato le sale-agenti dei Dipartimenti di polizia, i tribunali, i laboratori della scientifica, le stanze dei confronti all’americana, il carcere di S. Quintino: il lettore che ne segue gli episodi trova riprodotti sulle pagine addirittura i fac-simile dei moduli e degli stampati in uso presso le Centrali, i bloc-notes dei poliziotti, le fotografie degli schedari. E le indagini vengono seguite passo dopo passo lungo l’itinerario di ricerche e di interrogatori tipico degli investigatori delle grandi città americane. Prima di McBain c’erano stati anche (pochi) altri che avevano scritto “police procedural” ma soltanto con l’87° Distretto protagonista dei romanzi non è più solo un investigatore, ma un’intera squadra di poliziotti, ognuno con le proprie caratteristiche, i propri pregi e  difetti. 
Di uno di questi romanzi, “Allarme: arriva la madama” potete leggere la mia recensione cliccando sul titolo.
Le pagine di McBain sono popolate di personaggi vivi, problematici, coinvolgenti, dotati di un tale spessore psicologico da far sembrare fredde pedine di una scacchiera i protagonisti dei gialli di Agatha Christie nei suoi gialli. “Sono del parere che le uniche persone qualificate per trattare con i criminali sono i poliziotti”, dichiara McBain in una intervista. “Nella realtà, se un investigatore privato trova un cadavere chiama subito la polizia. Gli investigatori privati si occupano di mariti infedeli. Gli investigatori delle compagnie di assicurazione si trovano raramente coinvolti in omicidio. E sicuramente le vecchie signore che vivono in una casa di campagna in Inghilterra non ci si trovano mai coinvolte”. Ecco, mi pare che Carofiglio sia della stessa idea, dato che Guido Guerrieri non è un investigatore privato ma un avvocato (dunque un addetto ai lavori), e dato che lo scrittore ha al suo attivo un’altra serie gialla dedicata a Pietro Fenoglio, maresciallo dei carabinieri, che conta finora tre romanzi (tra cui “L’estate fredda”, recensito su questo blog).
Da notare che anche Ed McBain è autore di una serie con protagonista un avvocato, Matthew Hope, che conta tredici titoli. “L’orizzonte della notte” è invece il settimo romanzo con Guido Guerrieri, legale barese dalla vita tormentata e dalle troppe elucubrazioni esistenziali. Il personaggio, peraltro, va dallo psicanalista Carnelutti nel cui studio si lascia andare in divagazioni filosofiche e letterarie, è caduto in una depressione che neppure il lavoro e la sua sacca da pugilato riescono ad alleviare. E’ invecchiato, dice di aver paura della morte e giunto alla soglia dei sessant’anni, per di più,  viene lasciato dalla fidanzata Annapaola, mentre la sua storica ex, Margherita, muore in seguito a una grave malattia. Il caso di cui Guido è chiamato a occuparsi, coinvolto dal suo più caro amico, Ottavio, gestore dell'Osteria del Caffellatte, una libreria “notturna”, riguarda Elvira Castell, affascinante e inquietante al tempo stesso, accusata di aver ucciso l'ex cognato Giovanni Petacci, ritenuto dalla donna responsabile del suicidio della sorella gemella Elena, che dal marito era stalkerizzata. Elvira non nega di aver sparato, ma afferma che si è trattato di un omicidio accidentale avvenuto durante un litigio, per legittima difesa. Il punto da dirimere è appunto questo: la Castell ha premeditato o no il suo gesto? Ci sono altri interessi in ballo, come l’eredità dei beni di Elena, o davvero alla base del delitto si possono individuare soltanto i rapporti tesi fra Elvira e il Petacci, sicuramente un violento? I dubbi sono tanti, l’atteggiamento dell’imputata è ondivago e a tratti irrazionale, tuttavia Guerrieri svolge in modo impeccabile le indagini e la difesa. Il finale è amaro, coerentemente con il sottotono della narrazione, più malinconica e meno brillante del solito, in ragione delle inquietudini del protagonista che comincia a meditare di lasciare l’avvocatura. Dispiace un po’ questa evoluzione-involuzione di un personaggio in crisi per scelta dell’autore, il quale continua però a dare sfoggio di stile, con la sua scrittura limpida, e incantevolmente essenziale e profonda al tempo stesso.


mercoledì 22 ottobre 2025

LE COPERTINE PERDUTE DI ZAGOR




Alessandro Piccinelli
LE COPERTINE PERDUTE DI ZAGOR
Sergio Bonelli Editore
2025, brossura
100 pagine, 29.90
Tiratura limitata (999 copie)

Alessandro Piccinelli è un copertinista di straordinario talento ormai entrato nel cuore dei lettori e  sono felicissimo di averlo proposto come prosecutore dell’opera di Gallieno Ferri riguardo le cover. Partiamo dal presupposto che Ferri è stato autore di copertine memorabili, che hanno scandito e segnato per oltre cinquant’anni la vita di generazioni di lettori. Qualunque sostituto avessimo scelto non avrebbe potuto essere all’altezza del maestro, agli occhi di lettori che da sempre identificano Zagor con la versione grafica data dal grande e inarrivabile ligure. Nel 2016, con la scomparsa di Gallieno, è stato necessario però sodstituirlo. Tra i disegnatori dello staff zagoriano c’erano sicuramente dei validi papabili, da Marco Torricelli (quello attivo da più tempo) a Joevito Nuccio, da Michele Rubini a Marco Verni, da Raffaele Della Monica agli Esposito Bros (e qui mi fermo per non citarli tutti). Qualunque nome fosse stato scelto avrebbe avuto dei tifosi pro e dei tifosi contro (e si sa che in genere è più facile criticare che trovarsi d’accordo). Il nodo principale da sciogliere era: vogliamo un copertinista che “assomigli” a Ferri, o qualcuno che faccia proposte di tipo diverso? Si ripeteva il dilemma del sostituto di Galep alle copertine di Tex: in quel caso fu scelto un giovane, Claudio Villa, che sicuramente rappresentava una svolta innovativa. Però il pubblico texiano è molto più abituato di quello zagoriano ad accettare interpretazioni diverse del personaggio da parte di disegnatori dagli stili più disparati. Quando si trattò di riunirci in redazione (io, il direttore, l’editore, il caporedattore) per stabilire il sostituto di Ferri, espressi tutte queste considerazioni e proposi la mia soluzione. I miei argomenti furono questi: primo, scegliere un outsider e non un disegnatore dello staff, in modo da non creare dissapori e rivalità; secondo, optare per qualcuno in grado di offrire una versione di Zagor più moderna ma non troppo moderna, che sapesse rinfrescare e innovare ma nel rispetto della tradizione; terzo, selezionare comunque un autore che per indole, carattere, passione conoscesse bene Zagor e la bonellità e il fandom bonelliano; quarto, affidarci a qualcuno con un forte senso della copertina, in grado di indovinare pose e situazioni da raffigurare. Ciò detto, mostrai tutta una serie di illustrazioni zagoriane realizzate da Piccinelli negli anni precedenti, per commission, quali regali agli amici, per portfolio, per pubblicazioni amatoriali. I partecipanti alla riunione non ebbero il minimo dubbio, nessuno avanzò controproposte, Alessandro Piccinelli venne immediatamente scelto. Dal 2016 a tutto il 2025 ho seguito, come curatore dello Spirito con la Scure, l’elaborazione di tutte le (tante) copertine richieste ogni anno dalle (tante) testate legate al Re di Darkwood, parlando con lui dell’argomento dei singoli albi, inviandogli le storie in visione, a volte suggerendo qualche soluzione o qualche aggiustamento di tiro, ma sempre trovandomi poi di fronte a tre, quattro ma anche cinque bozzetti: le proposte di Alessandro. Bozzetti peraltro molto definiti, come si può vedere sfogliando il volume “Le copertine perdute di Zagor”, talora tutti così belli da mettere in difficoltà me e Michele Masiero (il direttore editoriale, a cui spetta l’ultima parola) nell’operare una scelta. Dieci anni dopo l’esordio come cover man, ecco raccolti in volumi un centinaio di bozzetti a malincuore scartati, che volevamo non tenere soltanto per noi ma far ammirare a tutti (parlo al plurale, ma in questa iniziativa ho solo il merito della proposta, poi il curatore del libro è Luca Crovi e c’è anche lo zampino di Luca Del Savio). Precede l’antologia una interessante intervista a Piccinelli che dimostra tutta la passione per Zagor e per il suo lavoro, e che mi ha commosso nella risposta alla domanda: “Come ti sei sentito quando Moreno Burattini ti ha dato la notizia che eri stato scelto come nuovo copertinista di Zagor?”. Ricordo la sua emozione, ma anche la mia. 



lunedì 20 ottobre 2025

TEX, LE ORIGINI DEL MITO

 


 

 

Massimo Capalbo
TEX, LE ORIGINI DEL MITO
VOLUME 1
Amazon
2025, brossurato
230 pagine, p.n.i.

 
Parlando di fumetti, ci sono appassionati più appassionati degli altri. No, detta così è l’affermazione è sbagliata, riproviamo: ci sono appassionati che manifestano la loro passione in modo più sorprendente di altri, che magari la coltivano in solitaria nel chiuso della propria cameretta. Ci sono quelli che animano forum e gruppi di discussione, quelli che fondano dei club, quelli che aprono canali YouTube, quelli che non mancano mai agli incontri con gli autori, quelli che gli autori li perseguitano. Poi ci sono quelli come Massimo Capalbo, specializzato nel compilare libri che sbalordiscono per la mole di lavoro  necessaria al recupero di tutti i dati necessari, dato che si tratta quasi sempre di puntuali schedature di storie, ambienti e personaggi di serie a fumetti di lungo corso (Tex, Zagor, Mister No), schedature che richiedono attente letture di migliaia di pagine, più approfondite ricerche per la documentazione di supporto. Chi ha sfogliato “The Dark Side of Tex”, l’ “Atlante di Mister No” o “Zagor Monsters” sa di che cosa parlo (chi non l’abbia fatto, dovrebbe farlo). Capalbo aggiunge alle sue fatiche il primo volume di "Tex, le origini del mito”, che ha per sottotitolo “Analisi delle storie contenute nei primi 53 albi di Aquila della Notte". Le 230 pagine del saggio, corredate da oltre cento illustrazioni, analizzano in maniera approfondita le 24 storie pubblicate nei primi 16 albi della collana Tex Gigante (seconda serie), quella tuttora in edicola e considera la serie regolare: da "Il totem misterioso" ad "Avventura nell'Utah", passando per "La Mano Rossa", "Uno contro venti", "Il mistero dell'idolo d'oro", "L'eroe del Messico", "Satania!", "Il patto di sangue", "Il tranello", "Il figlio di Tex" e altre ancora. L’autore non si limita a fare il riassunto di ogni episodio e a schedare autori e personaggi ma contestualizza, traccia collegamenti, individua citazioni, propone confronti con la realtà storica, mostra immagini d’epoca e fotogrammi di film, fornisce indicazioni ai collezionisti e un giudizio critico. I volumi sono in programma sono tre, e una volta usciti tutti avranno recensito i primi 53 albi, per un totale di 64 schede. Le origini, secondo Capalbo, si fermano qui, con il quartetto dei pards ormai stabilmente costituito a contrassegnare le definitive caratteristiche della serie dopo il lungo periodo di rodaggio e di assestamento. Attendiamo Massimo al varco. “Tex, le origini del mito” è in vendita esclusivamente su Amazon.



domenica 19 ottobre 2025

NELLA MENTE DEL SENSITIVO

 
 
 
 


Giulio Campaioli
NELLA MENTE DEL SENSITIVO
C1V Edizioni
2024, brossurato
170 pagine, 18.90 euro

Il sensitivo a cui allude il titolo è il piemontese Gustavo Rol (1903-1994). Si tratta di un personaggio circondato dal mistero, ritenuto possedere capacità paranormali da uno stuolo di ammiratori che frequentavano il suo appartamento in Via Silvio Pellico n° 31 a Torino, tra cui nomi illustri (quali Federico Fellini, Franco Zeffirelli, Cesare Romiti, membri della famiglia Agnelli e si dice ministri, cardinali e persino re e regine). Appartamento dove si entrava unicamente se invitati e si poteva assistere agli esperimenti del padrone di casa soltanto dopo essere stati disposti, in seguito a una attenta procedura, in punti precisi della stanza in cui questi avevano luogo. Già, perché Rol, personaggio sicuramente magnetico e carismatico, non si esibiva in pubblico davanti a chiunque, non chiedeva soldi per far sfoggio di sé, non si faceva filmare, non partecipava a programmi televisivi, e al di fuori delle sue serate private riservate ai suoi ospiti, solitamente tra i cinque e i dieci per volta,  conduceva una vita ritirata (gestiva un negozio di antiquariato e una galleria d’arte, dedicandosi lui stesso alla pittura). Il campionario fenomenologico delle sue pratiche era strabiliante: esperimenti con le carte, materializzazione di oggetti, apparizioni di scritte, chiaroveggenza, precognizioni, bilocazioni, viaggi nel passato, poteri diagnostici. Il carnet completo del paranormale. Le testimonianze di chi assisteva agli esperimenti di Rol (soprattutto di chi era già convinto dei poteri del sensitivo) riportano aneddoti straordinari. L’antiquario attribuiva le due capacità all’aiuto di quelli che chiamava “spiriti intelligenti” (non chiaramente identificabili entità evocate dal mondo dei defunti) e al suo riuscire a far parte, in determinate circostanze, di una non meglio precisata “coscienza sublime”. Cioè, non si dichiarava un illusionista, ma un paragnosta. Giulio Campaioli, classe 1999, studioso appassionato di pseudoscienze, ha dedicato a Rol la sua tesi di laurea, da cui trae origine “Nella mente del sensitivo”, saggio pubblicato nella collana “Scientia et Causa” delle Edizioni C1V, con la prefazione di Marco Ciardi, docente di Storia della Scienza presso l’Università di Firenze. Campaioli si propone di condurre un’indagine “imparziale”, differenziandosi dagli apologeti più entusiasti e acritici ma anche dagli scettici per partito preso (tra i quali annovero me stesso), inserendosi nell’ambito di una affollatissima bibliografia. Quel che lascia perplessi a lettura ultimata è il giudizio finale: lo studioso non sembra prendere una precisa posizione che sia frutto della sua pur dettagliata analisi, e scrive: “non riesco ad affermare con certezza se Rol sia stato un autentico sensitivo o un abile illusionista”. Purtroppo non è possibile, in scienza e coscienza, non giungere a un verdetto definitivo, perché o si crede che esistano gli “spiriti intelligenti” e la “coscienza sublime” e che qualcuno possa bilocarsi e viaggiare nel passato, o si ritengono queste narrazioni pura fantasia (non necessariamente degli imbrogli, ma parte di uno spettacolo). Peraltro Campaioli elenca una per una le tante ragioni degli scettici: il rifiuto di Rol di replicare i suoi “numeri” sotto il controllo di verificatori (come proposto da Piero Angela); l’attenta preparazione preventiva della stanza degli esperimenti; l’incoerenza e talvolta la non attendibilità delle testimonianze; lo svolgimento al buio e con luce controllata di alcuni “prodigi”, il sottrarsi del sensitivo a riprese fotografiche e video così come al confronto con dei prestigiatori (venne sfidato da James Randi e da Silvan); la ripetizione dei “fenomeni” da pare di numerosi illusionisti che si dicevano in grado di eseguire trucchi con risultati del tutto simili a quelli dell’antiquario di Via Pellico. Il saggista giunge fino a spiegare egli stesso le tecniche di illusionismo della maggior parte dei numeri eseguiti da Rol per i suoi ammiratori. Ora, se è chiara la natura di giochi di prestigio di molti di essi, non si può attribuire al soprannaturale l’eventuale casistica da approfondire. O si deve ritenere che gli “spiriti intelligenti” siano intervenuti in certi casi (quelli ritenuti da alcuni “inspiegabili”) e non in altri? Aggiungo una considerazione del tutto mia, basata su una riflessione personale scaturita dalla lettura: possibile che delle entità sublimi, quelle con cui Rol si diceva in contatto, accettassero di aiutarlo nei giochi con le carte? Insomma, avrebbero potuto manifestarsi con modalità più serie, invece di far comparire i due di picche nelle tasche degli spettatori. Che i fantasmi abbiano ancora voglia di una partita a briscola, nell’aldilà? Naturalmente gli “spiriti intelligenti” più intelligenti preferiranno lo scopone scientifico, ma non infieriamo. Cito le parole con cui Campaioli chiude il suo libro: “Al termine di questa indagine il lettore ha quindi due strade davanti a sé: astenersi dal giudizio sul caso, data l’impossibilità di darne una risposta certa, oppure sostenere una delle due teorie sulla natura dei poteri di Rol. Qualunque sia la scelta che compirà, essa dovrebbe essere il risultato di una riflessione scevra da ogni pregiudizio, non di un atto di fede”. Il punto è che la “risposta certa” è tutt’altro che impossibile, e che esistono prove del tutto convincenti sul fatto che i “poteri” di Rol fossero unicamente frutto di uno straordinario talento di illusionista, maturato grazie al sempre più forte desiderio di sbalordire gli astanti radunati a casa sua. Ambizione, questa, che motiva tutti gli illusionisti del mondo, da Houdini a Raul Cremona. Per stupire il suo pubblico, David Copperfield ha persino dovuto volare e spostare la Statua della Libertà. Gustavo Rol non ha mai neppure provato a smuovere la Mole, nonostante l’aiuto dei suoi amici spiriti.



giovedì 16 ottobre 2025

CORTO COME UN ROMANZO

 


Gianni Brunoro
CORTO COME UN ROMANZO
Edizioni Dedalo
Prima edizione 1984
Brossurato  - 194 pagine con illustrazioni a colori - lire 25.000 

Gianni Brunoro, uno dei fumettologi attivo fin dai primordi della critica specializzata in Italia, esamina in questo suo interessante saggio tutti gli aspetti della figura di Corto Maltese, così come Hugo Pratt ce l'ha consegnata attraverso le sue opere. Nel 1984, quando uscì questo libro, erano 28 gli  episodi (lunghi e brevi) che ne componevano la saga. Da lì alla morte di Pratt, avvenuta nel 1995, ne sono usciti altri (che comunque non hanno aggiunto niente alla fama dell'autore). In ogni caso, l'opera di Brunoro ripercorre la magna pars della produzione prattiana relativa al marinaio con l'orecchino. Si comincia con una biografia di Corto Maltese, nato a La Valletta nel 1890 (forse) da una prostituta zingara e da un marinaio inglese, e divenuto ben presto lupo di mare amante dell'avventura e degli spazi sconfinati. Il Mediterraneo gli stava stretto, e Corto si mise a navigare per gli Oceani. In questo, rappresentando la controfigura dello stesso Hugo Pratt, veneziano e in quanto tale cosmopolita e giramondo. Accanto alla storia personale del character, esaminata come se Corto fosse un personaggio davvero esistito (e chi dice che non lo sia?) attraverso la sequenza delle sue avventure (riassunte una per una), Brunoro si dilunga (con la bella e gradevole prosa che lo contraddistingue) sulle figure dei suoi amici e nemici, sulle idee che lo animano, sui luoghi che frequenta, sulle donne che ha amato. Per finire, l'ultima parte del libro è dedicata  a Hugo Pratt.  

giovedì 9 ottobre 2025

L'URLANDO FURIOSO E ALTRE RIME DELL' "AVANTI!"

  


Alberto Cavaliere
L'URLANDO FURIOSO E ALTRE RIME DELL' "AVANTI!"
Lyriks, 2025
220 pagine, 16 euro

Chi conosca la mia passione per le composizioni satiriche in rima, testimoniata dai "Versacci", non può meravigliarsi di come sia rimasto incantato dalla raccolta, curata dal portentoso (rimatore anche lui) Gerimio Aderi, di alcuni componimenti di Alberto Cavaliere (1897-1967), geniale poeta, giornalista, uomo politico e di scienza, celebre anche per "La chimica in versi". Per chi non lo conosce, procurarsi questo libro, agile ma contenente una montagna di informazioni sull'autore, sarà una sorprendente scoperta. La silloge raccoglie componimenti di Alberto Cavaliere apparsi sulle colonne dell' "Avanti!" dal 1947 al 1955 e mai riproposti in volume, qui per la prima volta raccolti (ordinati per tematica e per anno di pubblicazione) con commento storico-metrico-letterario e note ai testi. I lettori più anziani ritroveranno lo straordinario componitore di versi che poteva udire alla radio o leggere sui giornali commentare la notizia del giorno e sempre con rime belle, inusitate, magistrali. I lettori più giovani, viceversa, potranno riscoprire, in queste rime scritte rincorrendo la cronaca, quel piacevolissimo narratore in versi che fu Alberto Cavaliere. La raccolta ha come punta di diamante un poemetto satirico in ottave  dell' "Urlando furioso", che  narra infatti di Mussolini, Hitler, Churchill, Wilson: di tutti i protagonisti, insomma, delle vicende della I e II guerra mondiale, che Cavaliere trasfigura nei paladini medievali, facendone eroi in negativo e non risparmiando frecciate satiriche soprattutto all'indirizzo dei gerarchi del Fascismo. Completano il volume l'elenco completo e ragionato delle opere, una ricca notizia biografica con un inedito in fac-simile di Alberto Cavaliere dalle carte dell'archivio di famiglia, nonché alcuni dei "Rataplan" letti alla radio negli Anni 50 dall'autore. Mi si permetta una ulteriore annotazione personale, oltre quella propinatavi all’inizio: nella sua introduzione, intitolata “Un prodigio dei prodigi nel rimare”, il curatore Gerimio Aderi scrive che la predisposizione naturale di Cavaliere per le rime, di cui era dominatore supremo, in perfetto accordo con i pensieri, “forse tra i suoi contemporanei il solo Giuseppe Geri di Gavinana (altro rimatore prodigioso) poteva eguagliare, ma senza scalzarlo”. A tal proposito, Aderi cita il libro “Il poeta delle piccole cose” (Cut-Up, 2023), dedicato proprio al Geri e curato dal sottoscritto (gavinanese per nascita e per costumi).


giovedì 28 agosto 2025

VERITIERE MEMORIE DEL DOCTEUR MYSTERE



 
Alfredo Castelli
Lucio Filippucci
VERITIERE MEMORIE DEL DOCTEUR MYSTERE
Sergio Bonelli Editore
2024, cartonato
256 pagine, 32 euro

Sulle pagine del n° 397 (marzo 2023) di Martin Mystère,  Alfredo Castelli scriveva: “Dopo aver vagabondato per parecchi anni in varie Case editrici e straniere, Docteur Mystère è tornato all’ovile e presto (non subitissimo, ma siamo così felici dell’avvenimento che non vedevamo l’ora di annunciarlo) uscirà un ricco volume di formato oblungo con tre storie mai ristampate da venti anni, riviste e integrate con nuove tavole”. Castelli (classe 1947) ci ha poi lasciato nel febbraio 2024, senza vedere pubblicato il tomo “oblungo”, dato alle stampe nel novembre dello stesso anno. Il formato è effettivamente singolare (lo vedete nella foto qui sopra) ma funzionale alla riproposta delle avventure di Docteur Mystère sottoforma di strisce simili a quelle pubblicate, dagli inizi del Novecento in poi, sui giornali quotidiani americani (le “daily strips”). Una soluzione grafica senza dubbio adatta al tipo di racconto, volutamente ma solo apparentemente retrò sia dal punto di vista grafico che da quello delle trame. Dico “solo apparentemente” perché poi basta leggere per rendersi conto di come sotto la patina vintage si celano (neanche troppo) elementi narrativi del tutto contemporanei: contaminazioni multimediali, paradossi, citazioni, audaci collegamenti, camei, easter eggs e inside jokes, omaggi e parodie, il tutto confezionato con una libertà di ispirazione e di espressione invidiabile e magistrale.
Scrive Carlo Recagno nella sua introduzione: “Si tratta di avventure scanzonate, da non prendere troppo sul serio, con quell’umorismo al limite del demenziale che Castelli non poteva inserire nella serie ‘Martin Mystère’, un eroe che doveva mantenersi ‘serio’. Storie nelle quali i protagonisti nei loro viaggi incontravano bizzarri personaggi tra realtà e invenzione letteraria, prendendo in giro i luoghi comuni dei romanzi d’avventura dell’Ottocento e del primo Novecento. Storie in cui i personaggi del ‘Mago di Oz’ si fondevano con quelli di ‘Miracolo a Milano’, con il protagonista del ‘Fantasma dell’Opera’ che aiutava a sconfiggere il mefistofelico Fu Manchu. E come se non bastasse, il nemico giurato del Docteur era un improbabile Maresciallo Radetzky trasformato in uno sgangherato genio del male da cartone animato, che aveva come animale da compagnia un topo”.
Ma chi è il Docteur Mystère? E che c’entrano lui e il suo assistente Cigale con Martin Mystère, il personaggio creato da Alfredo Castelli nel 1982 e che gli è sopravvissuto? L’ho spiegato in una recensione pubblicata su questo blog a proposito di un volume edito da Cut-Up Publishing, intitolato “I due dottori”,  che potete leggere cliccando sul titolo colorato. Ne riporto qui di seguito i punti essenziali, che cercherò di riepilogare.
Lo scrittore francese Paul Deleutre (1856-1915), che si firmava con lo pseudonimo di Paul d'Ivoi, fu autore di molti romanzi e racconti d'avventura che si inserivano nel filone dei "Viaggi straordinari" di Jules Verne. Fra questi, pubblicò nel 1900 il romanzo "Docteur Mystère", illustrato (come all'epoca si usava) con tavole di Louis Bombled. Protagonista ne era un ricco e presumibilmente nobile indiano, il cui vero nome rimane ignoto e che si fa chiamare così come risulta dal titolo in copertina. Costui, caratterizzato da una cultura enciclopedica e dal fatto di viaggiare su un "Hotel Elettrico" di sua invenzione, ha come assistente un giovane francese, trovatello, soprannominato Cigale, ed è giunto in Europa per compiervi una missione misteriosa. Mentre il Docteur non compare più, se non di sfuggita, in altri romanzi di d'Ivoi, Cigale invece diviene protagonista di una serie tutta sua. Trascorso quasi un secolo, nel 1994, Alfredo Castelli scopre in una libreria antiquaria una edizione di "Docteur Mystère", si incuriosisce per la corrispondenza del nome del personaggio principale con quello di Martin Mystère, l'eroe a fumetti da lui creato, e decide di inserire il ricco indiano di d'Ivoy nella saga del suo Detective dell'Impossibile, facendone un antenato. Come conciliare, però, i tratti somatici WASP di Martin con le sembianze etniche tipiche dell'India del Docteur? In una storia del 1996 Castelli spiega che Cigale era stato adottato dal suo mentore, assumendone come cognome proprio "Mystère". Quindi Martin Mystère si rivela essere discendente dal trovatello francese e giustamente può avere i capelli biondi. Il Buon Vecchio Zio Alfy non si ferma qui: nel 1998 trasforma il Docteur Mystére e Cigale in protagonisti di avventure scritte ex novo (da lui e da Carlo Recagno) pubblicate in albi fuori serie del Buon Vecchio Zio Marty (gli Almanacchi del Mistero) e ristampate poi in volumi cartonati, in Italia e all’estero (con apparizioni persino su spillati distribuiti in occasione di fiere e su quotidiani). Le caratteristiche dei due personaggi, ricreati graficamente da Lucio Filippucci, risultano un po' diverse da quelle degli eroi di d'Ivoi, ma resta il sapore della letteratura d'appendice e il fascino dell'ambientazione ottocentesca o d'inizio Novecento, il tutto contaminato con un sottofondo di brioso umorismo, un pizzico di elementi sexy, ed esotismo.
Il tomo “oblungo” dal titolo “Veritiere memorie del Docteur Mystère raccontate da lui medesimo ai famosi artisti Castelli & Filippucci” raccoglie, nel formato “a striscia” di cui si è detto, le ultime tre avventure che non erano ancora state ristampate. La prima, datata dicembre 1988, apparve in prima edizione sull’ “Almanacco del Mistero 1999, e fin dal titolo (“Gli scorridori del Selvaggio West”) dichiara l’intenzione di vedere il Docteur Mystére, Cigale e il loro “Hotel Elettrico” (una specie di camper-autotreno) alle prese con gli stereotipi del western. Stereotipi che Castelli stravolge non soltanto trascinando Radetzky nel Lontano Ovest ma anche svelando che Calamity Jane è in realtà l’italianissima Bella Gigogin. La seconda storia, “Gli orrori del castello maledetto”, pubblicata per la prima volta sull’ “Almanacco del Mistero 2004”, ha per scenari quelli gotici dei racconti di paura ambientati sui Carpazi o in Transilvania, con un tenebroso maniero abitato da un vampiro e un gobbo di nome Igor. Non mancano il solito Radtzky e il suo topo. La terza avventura, “La donna caduta dal cielo” (pubblicato inizialmente sullo speciale “Martin Mystère: Generazioni” del 2003), ambientata nella Londra dickensiana, non porta la firma di Castelli, sostituito ai testi (fornendo un’ottima prova) da Carlo Recagno, il quale, da appassionato “trekker” qual è, inserisce nella storia collegamenti con i viaggi nel tempo e, appunto, a Star Trek, riuscendo a farci stare anche due personaggi tolti di peso dalla saga mysteriana, Dee e Kelly.  Ogni storia è introdotta da un brevissimo prologo in cui compare Martin Mystère che riceve, in modo sempre originale e diverso, un plico inviatogli dallo zio Paul,  contenente il resoconto dell'avventura che sta per cominciare, spacciato come un estratto dai "veritieri" diari dell'antenato Docteur. Confido in altri volumi “oblunghi”.


domenica 27 luglio 2025

LA LUNA DI CARTA



 
Andrea Camilleri
LA LUNA DI CARTA
Sellerio
2005, brossurato
280 pagine, 11 euro

“La luna di carta”, pubblicato nel 2005, è il nono romanzo della serie (che ne conta una trentina) dedicata dallo scrittore siciliano Andrea Camilleri (1925-2019) al suo fortunato personaggio del commissario Salvo Montalbano. Fortunato per il grande successo di pubblico in libreria, per le tante traduzioni in mezzo mondo, per i dati di ascolto della serie televisiva, perfino per l’omaggio fatto all’autore dalla Disney con la creazione del personaggio di Topalbano (Camilleri, peraltro, è stato anche sceneggiatore di fumetti, oltre che autore teatrale e televisivo). Fortunato, però, anche per l’invenzione del particolare linguaggio con cui vengono narrate le sue storie, una sorta di grammelot (come quello usato da Dario Fo) in versione sicula, in cui contano i suoni che comunicano il significato anche in mancanza di una corrispondenza lessicale sul dizionario, o come l’esperanto, una lingua inventata a tavolino partendo da parole esistenti forgiate e utilizzate in funzione della comprensione. Il gioco letterario di Camilleri funziona talmente bene che il lettore non siciliano si chiede se il narratore de “La luna di carta” stia effettivamente parlando la lingua che si sente a Palermo o a Catania, che miracolosamente risulta intellegibile al primo sguardo anche dai non nativi dell’isola, mentre poi, approfondendo la questione, si scopre che si tratta di “vigatese”, l’idioma di Vigata, la cittadina immaginaria (nell’altrettanto immaginaria provincia di Montelusa) inventata dallo scrittore per fare da sfondo alle inchieste di Montalbano (si dice che corrisponda a Porto Empedocle, di dove Camilleri è nativo). Una lingua, dunque, che non esiste, in cui la struttura della lingua italiana si mescola con termini di vari dialetti siciliani. L’autore spiega così la faccenda: “Si tratta di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adopera il suono delle parole. Per arrivare ad un impasto unico, dove non si riconosce più il lavoro strutturale che c'è dietro”. Nel primo romanzo con protagonista Montalbano, “La forma dell’acqua” (1994) il “vigatese” si limitava a poche frasi e parole, ne “La luna di carta”, undici anni dopo, invece imperversa. Di primo acchito la lettura può sembrare ostica, poi ci si abitua e la si apprezza. Cito come esempio il brano in cui Camilleri giustifica, tramite i ricordi del commissario, il titolo del romanzo: “Quann'era picciliddro, una volta sò patre, per babbiarlo gli aveva contato che la luna 'n cielu era fatta di carta. E lui, che aviva sempre fiducia in quello che il patre gli diciva, ci aviva criduto.”
Undici anni sembrano passati anche per Salvo, che durante questa inchiesta comincia a essere turbato dall’idea di invecchiare, segno che Camilleri intende far avvertire i segni del tempo al suo personaggio, come Simenon con Maigret (che a un certo punto va in pensione). Il paragone con Maigret sembra estendibile anche ad altre caratteristiche della serie. Innanzitutto il “metodo” investigativo, non deduttivo ma psicologico, attento alle sensazioni a pelle e agli ambienti sociali. Poi, lo svelamento del privato del protagonista, seguito a mangiare e bere con gusto, sotto la doccia e sul letto. Quindi, il teatrino di comprimari ricorrenti e ben caratterizzati (Agatino Catarella, centralinista del commissariato, è una autentica macchietta). Lo scontroso dottor Pasquano, che esegue le autopsie, sembra corrispondere al dottor Moers del romanzi di Simenon, e lo stesso si può dire del magistrato Tommaseo paragonabile al giudice Ernest Coméliau. Va ricordato, a questo proposito, come Camilleri sia stato il delegato di produzione RAI dell’adattamento televisivo delle inchieste del commissario Maigret (1964-1972), interpretato da Gino Cervi.
Ci sono alcune similitudini fra il primo romanzo di Montalbano, “La forma dell’acqua”, e questo “La luna di carta”. Innanzitutto, la trama alquanto (eufemismo per parecchio) torbida: addirittura, i due cadaveri su cui si indaga vengono ritrovati entrambi con i pantaloni abbassati e i genitali esposti agli sguardi. Poi (e qui si perdoni il piccolo spoiler) i colpevoli degli omicidi non finiscono in prigione ma muoiono prima di essere arrestati, e Montalbano avalla versioni addomesticate nei sui rapporti ufficiali. Quindi, colpisce la quantità di donne seducenti e disinibite sulle cui caratteristiche Camilleri si compiace di indugiare, con apprezzamenti che oggi potrebbero sembrare sessisti, mettendo di continuo Salvo in condizione di sudare freddo e deglutire di frequente, cercando di non cedere alla tentazione in quanto ritiene di dover essere fedele alla sua compagna lontana (vive a Genova), Livia Burlando, di cui si parla poco. Le due donne principali de “La luna di carta” sono Elena e Michela, rispettivamente l’amante e la sorella di Angelo Pardo, informatore farmaceutico ed ex medico radiato dall’Ordine per aver praticato un aborto clandestino (peraltro su una ragazza da lui stesso messa incinta, e sottoposta all’intervento dopo essere stata sedata a tradimento). Pardo viene trovato ucciso a casa sua con un colpo di pistola in fronte e con una mutandina femminile in bocca. L’indagine di Montalbano si intreccia con quella dei suoi colleghi che si occupano di un traffico di droga, peraltro tagliata male al punto da causare vittime illustri tra i notabili locali. La soluzione del giallo è sorprendente quanto basta, la lettura stimolante e divertente per il susseguirsi di situazioni, i dialoghi interessanti e brillanti. Mi sono dispiaciuto, però, per le reiterate riflessioni giustizialiste (eufemismo per forcaiole) del protagonista, che probabilmente esprime le opinioni dell’autore, mentre dovrebbero valere la presunzione di innocenza e il dubbio pro reo.


sabato 19 luglio 2025

SHANGRI-LA



Alberto Becattini
Marco Ciardi
SHANGRI-LA
Carocci Editore
2025, brossura
142 pagine, 17 euro


“Il mito fra storia, arte e letteratura”, aggiunge il sottotitolo, inquadrando meglio l’argomento. Ma qualcosa in proposito ci dice anche il nome di uno dei due autori, quel Marco Ciardi (professore di Storia della Scienza presso l’Università di Firenze), che fra i tanti libri pubblicati ne annovera alcuni dedicati alla sterminata letteratura sulla mitologia atlantidea e altri sulla nascita di leggende quali quelle degli antichi astronauti e sulla vasta letteratura pseudoscientifica legata alla fantarcheologia, sempre tracciando precise ricostruzioni su come certe credenze siano nate e abbiano poi lasciato il segno nell’immaginario collettivo attraverso la letteratura, il cinema, i fumetti. Se nel caso di Atlantide il mito trae origine da racconti narrati fin dalla notte dei tempi e finiti negli scritti di Platone, lasciando il dubbio in qualcuno che qualche cosa di vero potesse esserci alla base, esaminando la vicenda di Shangri-La, invece, tutto dovrebbe essere molto chiaro: la città nascosta tra le montagne dell’Himalaya è stata immaginata da uno scrittore inglese James Hilton (1900-1954) in un romanzo del 1933 intitolato “Orizzonte perduto”. L’origine del mito potrebbe insomma essere paragonata a quella, altrettanto letteraria, della creatura di Frankenstein, dovuta alla penna di Mary Shelley nel 1818, argomento affrontato sempre da Marco Ciardi, con Pierluigi Gaspa, in un saggio intitolato “Frankenstein, il mito tra scienza e immaginario” (2018). Però, mentre del mostro della Shelley nessuno ha seriamente ipotizzato la reale esistenza, qualcuno ha invece sostenuto che Hilton abbia attinto a fonti reali e che Shangri-La potrebbe sorgere davvero là dove lo scrittore, documentatosi su libri di viaggiatori che hanno visitato il Tibet, ha indicato che si trovi. “Lost Horizon” è un romanzo che si inserisce nel fortunato filone dei “mondi perduti”, genere che vede tra i capostipiti il “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne (1864), “Le miniere di Re Salomone” di Henry Rider Haggard (1885) e “The Lost Word” di Arthur Conan Doyle (1912). Hilton immagina Shangri-La come una cittadella costruita, in una valle sconosciuta alle mappe ufficiali, attorno a un monastero tibetano, una vera e propria comunità utopica i cui abitanti sono dediti all’arte e alla filosofia e si sono dati il compito di preservare e tramandare le opere della cultura e della conoscenza della civiltà. Ci sono biblioteche, strumenti musicali, archivi di ogni tipo. Inoltre, a Shangri-La (il “La” significa “valico” e dunque segnala un passaggio tra il mondo reale e un universo parallelo) il tempo scorre più lentamente e non si invecchia, ma uscendone gli anni trascorsi fra nella valle incantata si recuperano tutti immediatamente. Il romanzo è ambientato nel 1931, e ha per protagonista un diplomatico inglese di nome Hugh Conway, il quale, insieme ad altri passeggeri di un aereo che sorvola l’Himalaya, viene coinvolto in un atterraggio di fortuna tra le nevi del Tibet, il cui impatto è abbastanza violento da provocare la morte del pilota. I naufraghi dell’aria, dopo aver disperato di salvarsi per le bufere e la temperatura estrema delle montagne tra cui sono finiti (privi anche di coordinate geografiche così come della possibilità di chiedere aiuto), vengono soccorsi dagli abitanti di Shangri-La che li accolgono nella loro città dotata di riscaldamento centralizzato e di tutti i comfort moderni, così come di terre fertili coltivate. Il romanzo, che risponde al desiderio universale di pace e alla speranza di progresso in anni difficili, ottiene un grande successo (non immediato ma a partire dall’edizione americana del 1934). Ciardi e Becattini raccontano poi con dovizia di particolari le traversie e le disavventure di Frank Capra nel realizzare il film “Orizzonte perduto”, uscito in una prima versione nel 1937, poi in una rielaborata nel 1942 e quindi in una più beve nel 1952. In ogni caso, l’adattamento cinematografico di Capra è solo il primo di una incredibile e lunghissima serie di film, radiodrammi, riduzioni teatrali e televisive, versioni a fumetti, composizioni musicali. Di ogni influenza lasciata nella cultura di massa da “Lost Horizon” nell’arte e nella fiction, Alberto Becattini (straordinario compilatore di bibliografie) dà conto da par suo, affiancando la disamina storico-letteraria fornita da Marco Ciardi (anche se è facile immaginare una sovrapposizione di ruoli tra i due). A me ha colpito molto scoprire come la residenza vacanziera del presidente americano Franklin Delano Roosevelt, tra i boschi del Maryland, fosse stata da lui battezzata proprio “Shangri-La”, e soltanto in seguito (e un po’ ci dispiace) abbia cambiato nome in “Camp David”.




venerdì 13 giugno 2025

LE CONFESSIONI DI UN PECCATORE ELETTO

 

 
James Hogg
LE CONFESSIONI DI UN PECCATORE ELETTO
Alcatraz
2025, brossurato
326 pagine, 18 euro

Faccio subito mie le parole con cui Steve Sylvester inizia la sua postfazione: “Il primo a parlarmi di James Hogg fu… James Hogg. No, non il fantasma dello scrittore scozzese del Settecento, ma il suo omonimo discendente, un artista, mio caro amico. Oltre a condividere la passione per i fumetti e la musica rock, io e James abbiamo più volte collaborato nella stesura di testi di canzoni e fu proprio durante una di queste sessioni che mi parlò del suo avo.  La cosa intrigante è che i due non solo condividono lo stesso nome, ma confrontando i pochi ritratti esistenti del celebre antenato si assomigliano anche moltissimo. Ci sono tutti gli elementi per elaborare una trama da gothic novel sulla reincarnazione”. 
Lo stesso è accaduto a me: James Hogg, quello di oggi, è mio sodale da molti anni nella realizzazione di vignette umoristiche (tra cui quattro serie da portare avanti mensilmente per altrettante diverse pubblicazioni) di cui io scrivo i testi che lui illustra dimostrando un portentoso talento umoristico. Frequentandoci, mi ha invitato a consultare Wikipedia e scoprire cosa viene fuori digitando il suo nome. Detto fatto. Scopro così che James Hogg (1770-1835) è stato un poeta e scrittore scozzese. Non frequentò scuole e visse la sua giovinezza in povertà facendo il pastore (proprionel senso di guardiano di pecore), finché il suo datore di lavoro, notando gli sforzi di James per migliorare la propria condizione, lo aiutò a procurarsi dei libri e dopo che lo ebbe visto, da perfetto autodidatta, comporre poesie, lo presentò a Walter Scott, il celebre autore di “Ivanhoe”, che diventò suo amico e mentore. Nel 1801 Hogg pubblica la sua prima raccolta di versi, “Scottish Pastoral”. Dieci anni dopo, lo troviamo trasferito a Edimburgo: fonda riviste e diventa una presenza fissa nei circoli letterari della capitale scozzese, dove comunque le sue origini sono spesso oggetto di derisione.  Lo studioso James Barcus spiega: “Quel pastore era visto come un uomo dal talento potente e originale, ritenuto un genio, ma taluni pensavano che la carenza di una vera e propria educazione formale influisse in maniera negativa sul suo lavoro, ritenuto povero di tatto, cosa che lo aveva portato a parlare, nei suoi scritti, di argomenti ben poco accettabili nella buona società, come ad esempio la prostituzione”. La propensione del James Hogg settecentesco per i temi scabrosi, l’iconoclastia, la satira sociale pare giunta, per ereditarietà genetica, al pronipote novecentesco, che invece di scrivere poesie compone testi di canzoni e anziché pubblicare romanzi satireggia e anticlericaleggia attraverso le sue vignette, molte delle quali ospitate sul “Vernacoliere”. 
Il romanzo più celebre dell’Hogg scozzese è “Le confessioni di un peccatore eletto”, pubblicato nel 1824. Un recensore dell’epoca commenta: “L’impressione che questo libro ha lasciato nelle nostre menti è così spiacevole che vorremmo tanto non averlo letto”.  In anticipo sui tempi com’era, dell’opera di Hogg non si coglieva, da parte dei contemporanei, la valenza satirica e la denuncia degli estremi a cui può portare il fanatismo religioso e settario. Non solo: lo scrittore affrontava temi che altri, anni dopo, avrebbero cavalcato con successo, come quello del Doppelgänger, o del “doppio”. E’ facile riconoscere, con i nostri occhi di lettori di molto tempo dopo, l’anticipazione de “Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde” (1886). Si può parlare de “Le confessioni di un peccatore eletto” anche come di uno dei primi romanzi gotici, un genere iniziato nel 1764 da Horace Walpole con “Il castello di Otranto” e che prevede storie in cui si mescolano pulsioni romantiche, soprannaturale e orrore. Tutti elementi che in effetti si ritrovano in Hogg e nel suo racconto di un giovane uomo, Robert Wringhim, educato da un padre fanatico religioso, a cui appare una figura diabolica, ingannatrice e mutaforma, nota come Gil-Martin, che vede soltanto lui. L’incontro avviene dopo che Robert si è convinto che egli è uno degli Eletti, un gruppo di persone predestinato per la salvezza (si noti il riferimento al calvinismo). Salvezza che otterrà accettando la guida di Gil-Martin, il quale, in una spirale di delirio e di follia, lo spinge a compiere omicidi per liberare il mondo dai peccatori, primi fra tutti il proprio padre e suo fratello. Il romanzo, edito da Alcatraz, reca una interessante prefazione di Max Baroni e si fregia di alcune illustrazioni di, indovinate un po’, James Hogg. Quello di oggi, beninteso.


martedì 13 maggio 2025

NERO: COSI’ IN TERRA

 
 

 
Emiliano Mammucari
Matteo Mammucari
NERO: COSI’ IN TERRA
Sergio Bonelli Editore
2021, cartonato
80 pagine, 17 euro

«“Nero” non parla di religione, non parla di guerre e non parla di culture contrapposte. “Nero” parla di demoni». Così concludono la loro introduzione al volume Emiliano e Matteo Mammucari, autori a quattro mani di soggetto e sceneggiatura. Il solo Emiliano, invece, si è occupato degli efficaci disegni, affidati alla colorazione di Luca Saponti. Un nome, quello di Saponti, che va assolutamente citato perché i colori, in questo racconto a fumetti, sono non soltanto spettacolari, ma parte integrante della storia. Colori che, finalmente, valorizzano ed esaltano le chine sottostanti, aggiungendo significato ed emozioni, oltre che atmosfera, sfondo e completamento. Così come merita una segnalazione l’originale lettering di Marina Sanfelice, studiato appositamente per “Nero”. Ma torniamo al fatto che Emiliano e Matteo Mammucari non intendono narrarci precisi eventi storici del 1173 accaduti fra la prima e la seconda crociata nella regione compresa fra Antiochia e Gerusalemme, e non vogliono, dunque schierarsi in favore degli infedeli rispetto a una fede piuttosto che a un’altra. Vogliono narrarci una fabula che usa uno sfondo bellico feroce e insanguinato per introdurci magia, avventura, mistero, personaggi ben caratterizzati che celano segreti legati a un passato i cui segni sono ben visibili sui loro corpi e nelle loro menti. Vogliono sorprenderci e intrigarci, insomma, e mi pare il migliore dei propositi. Peraltro, sembrano intenzionati a farlo usando un linguaggio chiaro, nei testi e nei disegni, senza aggiungere la difficoltà di decfrazione del narrato al mistero che aleggia sulle vicende. “Così in terra” è il primo volume di una serie Bonelli (ma inserita nella produzione Audace) che si preannuncia articolata, e presenta lo scenario: la Siria dell’anno dell’Egira 551. Siccome l’esodo da La Mecca verso Medina di Maometto e dei suoi seguaci avvenne nel 622 del calendario cristiano, siamo appunto nel 1173. I protagonisti sono principalmente due, un arabo chiamato Nero e un cristiano per il momento noto solo come lo Straniero. Il primo reca una cicatrice sulla fronte raffigurante uno strano simbolo, di cui il secondo sembra conoscere il significato. Lo Straniero è appunto in cerca di Nero, che riconosce per i segni sul volto, e che cattura per farsi condurre da lui nella misteriosa e arcana Grotta del Sangue. Fu là dentro che il padre di Nero incise con una lama la pelle del figlio. Si ignora lo scopo del rituale, perché lo Straniero conosca quei fatti, che cosa (di magico) si nasconde nella caverna, per quale motivo il cristiano la voglia raggiungere. L’irrompere sulla scena di una guerriera musulmana, Nizarita, rovescia la situazione: lo Straniero viene fatto prigioniero e condotto nella fortezza di Tell Bashir, che sta per cadere in mano crociata.