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sabato 31 gennaio 2026

FILOSOFI IN LIBERTA'

 

Umberto Eco
FILOSOFI IN LIBERTA’
La Nave di Teseo
2022, cartonato
226 pagine, 12 euro

Che Umberto Eco fosse, oltre che illustre studioso e acclamato scrittore, anche un solenne giocherellone è cosa arcinota. Senza bisogno di citare (ma intanto la cito) la sua traduzione degli “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, e neppure di far correre il pensiero (ma intanto il pensiero ci corre) alle parodie letterarie del “Diario minimo”, basterà dire che sono innumerevoli i suoi articoli e i suoi interventi sull’enigmistica e i giochi di parole (e altri pieni di giochi enigmistici e di parole di propria invenzione), così come lo ricordiamo per testi decisamente umoristici scritti per le sue rubriche su alcune riviste o come divertissement. Esilarante, per esempio, il suo elenco di quaranta regole per scrivere bene in italiano, pubblicato in una "Bustina di Minerva" su "L’Espresso". 
Un convegno di studi dell’Università di Bari si intitolò, non a caso, “Umberto Eco, il giocoliere dell’intelligenza: l’umorista, il filosofo, il narratore”. Esattamente queste tre figure sono rappresentate in “Filosofi in libertà”, aureo libello (citando Vittorio D'Aste) contenente ventidue componimenti umoristici che scherzano, in modo irriverente ma affettuoso, su illustri pensatori e scrittori. Componimenti ritmati in versi di varia metrica, ma sempre scandibili da chiunque, su esempi che vanno dalla Vispa Teresa al Signor Bonaventura, dalla donzelletta leopardiana al decasillabo dei manzoniani squilli di tromba. 
Dopo aver riassunto in filastrocche le dottrine dei filosofi più famosi, da Aristotole a Karl Marx, riuscendo in sintesi perfette più efficaci di un Bignamino, Eco si dedica a un elenco di scrittori (Proust, Mann, Joyce, Sofocle, Manzoni) e prova persino a cambiare i testi di alcune celebri canzonette per fare parodia sui più sommi autori di trattati filosofici. Per esempio, “Canto quel motivetto che mi piace tanto” diventa «Kant / filosofetto che mi piace tant». 
Il primo componimento si intitola “I presocratici” e i versi iniziali fanno così: «Nel dì che gli Argivi / vivevan beati / correndo giulivi / per boschi e per prati / alcuni messeri / con tono profondo / si chiesero seri: / “di che è fatto il mondo?”». Ai componimenti si aggiungono quindici vignette satiriche in tema, disegnate con mano felice dallo stesso Eco. 
Sempre lui, il semiologo piemontese, firma una “Nota dell’autore” in cui spiega che le sue filastrocche (di cui “Filosofi in libertà” costituiscono una limitatissima raccolta, avendone egli composte molte altre) sono state da lui improvvisate “durante convegni noiosissimi” e lette poi nei bar, a congresso finito, a un uditorio di divertiti colleghi. Prima di arrivare all’edizione de La Nave di Teseo del 2022, alcuni componimenti erano stati raccolti nel 1958 dalla Casa editrice Taylor in volumetto rilegato tirato in soli cinquecento esemplari numerati. Spiega Eco, concludendo la sua introduzione: «L’alto ideale etico che ha dominato ciascuna di queste esercitazioni conviviali è sempre stato quello di una assoluta correttezza scientifica. E questo sia di monito per le generazioni a venire: scherzare sì, ma seriamente».
Musica per le mie orecchie, autore a mia volta di (assai meno dotte) filastrocche e avido lettore di libri come "Biancaneve i settenari" o "L'urlando furioso", di cui ci siamo occupati  in questo stesso spazio.
 




giovedì 9 ottobre 2025

L'URLANDO FURIOSO E ALTRE RIME DELL' "AVANTI!"

  


Alberto Cavaliere
L'URLANDO FURIOSO E ALTRE RIME DELL' "AVANTI!"
Lyriks, 2025
220 pagine, 16 euro

Chi conosca la mia passione per le composizioni satiriche in rima, testimoniata dai "Versacci", non può meravigliarsi di come sia rimasto incantato dalla raccolta, curata dal portentoso (rimatore anche lui) Gerimio Aderi, di alcuni componimenti di Alberto Cavaliere (1897-1967), geniale poeta, giornalista, uomo politico e di scienza, celebre anche per "La chimica in versi". Per chi non lo conosce, procurarsi questo libro, agile ma contenente una montagna di informazioni sull'autore, sarà una sorprendente scoperta. La silloge raccoglie componimenti di Alberto Cavaliere apparsi sulle colonne dell' "Avanti!" dal 1947 al 1955 e mai riproposti in volume, qui per la prima volta raccolti (ordinati per tematica e per anno di pubblicazione) con commento storico-metrico-letterario e note ai testi. I lettori più anziani ritroveranno lo straordinario componitore di versi che poteva udire alla radio o leggere sui giornali commentare la notizia del giorno e sempre con rime belle, inusitate, magistrali. I lettori più giovani, viceversa, potranno riscoprire, in queste rime scritte rincorrendo la cronaca, quel piacevolissimo narratore in versi che fu Alberto Cavaliere. La raccolta ha come punta di diamante un poemetto satirico in ottave  dell' "Urlando furioso", che  narra infatti di Mussolini, Hitler, Churchill, Wilson: di tutti i protagonisti, insomma, delle vicende della I e II guerra mondiale, che Cavaliere trasfigura nei paladini medievali, facendone eroi in negativo e non risparmiando frecciate satiriche soprattutto all'indirizzo dei gerarchi del Fascismo. Completano il volume l'elenco completo e ragionato delle opere, una ricca notizia biografica con un inedito in fac-simile di Alberto Cavaliere dalle carte dell'archivio di famiglia, nonché alcuni dei "Rataplan" letti alla radio negli Anni 50 dall'autore. Mi si permetta una ulteriore annotazione personale, oltre quella propinatavi all’inizio: nella sua introduzione, intitolata “Un prodigio dei prodigi nel rimare”, il curatore Gerimio Aderi scrive che la predisposizione naturale di Cavaliere per le rime, di cui era dominatore supremo, in perfetto accordo con i pensieri, “forse tra i suoi contemporanei il solo Giuseppe Geri di Gavinana (altro rimatore prodigioso) poteva eguagliare, ma senza scalzarlo”. A tal proposito, Aderi cita il libro “Il poeta delle piccole cose” (Cut-Up, 2023), dedicato proprio al Geri e curato dal sottoscritto (gavinanese per nascita e per costumi).


domenica 31 agosto 2025

NECROMANTICA MUSA BLUES

 
 
Stefano Fantelli
NECROMANTICA MUSA BLUES
Cut-Up Publishing
2025, cartonato
110 pagine, 19.90 euro
Illustrazioni di Paolo Massagli

La nota biografica in appendice ci informa che Stefano Fantelli, “scrittore e sceneggiatore di genere dark e new weird, conosciuto anche con lo pseudonimo di El Brujo, Active Member della Horror Writers Association, ha pubblicato più di venti libri tra romanzi, raccolte di racconti e graphic novel”. Aggiungo, io che lo conosco, come abbia scritto storie pure di Zagor e molti altri fumetti, sceneggiato per il cinema, coordinato le pubblicazioni Cut-Up Publishing, organizzato eventi. Gli mancava soltanto di cimentarsi nella poesia, ed ecco il suo esordio anche questo ambito. Anche poeta, in sostanza. Tuttavia, fedele al suo personaggio, la raccolta “NecRomantica Musa Blues” (la R maiuscola all’interno del titolo è significativa) non propone al lettore, inclito o meno che sia, liriche nell’accezione più ricorrente e immediata del termine, componimenti cioè votati al sublime letterario e alla bellezza formale (bellezza che, in generale, come dice Dostoevskij, è sempre un enigma). La silloge (ecco che l’inclito lettore apprezzerà il vocabolo) raccoglie piuttosto testi in cui il bello e il sublime si manifesta attraverso versi che cantano di artisti maledetti, eroi dei fumetti, sangue e colpa, lapidi cimiteriali, gioventù bruciata, divinità e miti oscuri, favole nere, eros e thanatos. Nessun riferimento diretto a Baudelaire e Bukowsky, e neppure a Carver (per quanto di certo tenuti presente); molti di più agli autori di testi di canzoni di gruppi o musicisti della scena dark punk, gothic, rock psichedelico, heavy metal, prog. Appunto come testi di canzoni Stefano Fantelli presenta i suoi componimenti fin dal titolo, ma soprattutto dal sottotitolo, “canzoni e ballate di morte e d’amore”.  In una conversazione con l’autore gli ho chiesto se la forma di “lyrics”, destinata cioè alla musica (“words of a song”, secondo il dizionario) sia soltanto una scelta stilistica o se davvero i suoi testi fossero stati scritti per venire musicati e incisi. Risponde Fantelli: “alcuni sono stati musicati ma non incisi. In generale, quando li ho scritti avevo in mente anche una melodia. Nessuno è stato inciso finora”.  L’idea che dei versi abbiano, fin dal momento della composizione, il rimando a una musica su cui appoggiarsi, porta a riflettere sulla notte dei tempi e sulla cetra (forse Rickembacker) di Omero. La poesia nasce cantata, anche quella italiana, che trae origine dai componimenti dei trovatori provenzali che, tra il XII e il XIV secolo, cominciarono a scrivere versi in volgare, in un neolatino chiamato lingua d'oc (oggi scomparsa, dato che il francese moderno deriva da un altro neolatino, la lingua d'oil). Quei versi venivano scritti per essere cantati. Non sappiamo esattamente quali fossero le melodie, ma la nostra storia letteraria nasce da lì. Gli eredi di questa tradizione, i veri poeti del nostro tempo sono proprio gli autor idei testi delle canzoni. La poesia accademica e austera, quella di coloro che non scrivono per la gente, non raggiunge quasi più il cuore di nessuno. Sono i testi delle canzoni che hanno assunto il compito svolto in passato dalla poesia, nella società: sono loro che descrivono i moti dell'animo, che assolvono una funzione catartica o liberatoria, o che incitano a reagire, o illuminano di nuova luce il reale o veicolano idee o semplicemente fanno sognare. Sono i versi dei parolieri e dei cantautori che passano di bocca in bocca, vengono imparati a memoria, ripetuti nelle riunioni fra amici, rimuginati nei momenti di solitudine. Ognuno ha la sua canzone che almeno una volta lo ha fatto piangere. Di certo quanto detto porta a concludere che ci piacerebbe ascoltare i testi di “NecRomantica” messi in musica. “El Brujo, lo stregone che scriveva versi chilometrici / cambiò un giorno il suo agente con uno della narcotici”, scrive di sé Fantelli (in “Dark Jazz”), che resta pur sempre uomo di penna (intinta nel cianuro) e non di chitarra, e quindi ci consegna poesie-racconti, testi autobiografici, pagine di diario. Immagino che possa considerarsi l’unico poeta che ha dedicato dei versi a Gwen Stacy, e che spiega le sue fonti di ispirazione scrivendo: “noi che leggevamo Lovecraft, Pirandello e Zagor”. Applausi per lui ma anche per il disegnatore Paolo Massagli, chiamato a illustrare il volume.



giovedì 11 gennaio 2024

POOH TUTTI I TESTI

 

 
Andrea Pedrinelli
POOH
TUTTI I TESTI E LA STORIA DIETRO LE CANZONI
Sperling & Kupfer
Brossurato, 2003
374 pagine

Ho sempre pensato che tra i poeti del nostro tempo ci siano gli autori dei testi delle canzoni. Non soltanto perché, a tutti gli effetti, compongono veri e propri versi di poesia. C'è di più. La poesia, quella “ufficiale” e paludata, quella di coloro che non scrivono per la gente (come li definisce Roberto Vecchioni in un brano intitolato “La corazzata Potemkin”) , non raggiunge quasi più il cuore di nessuno. Sono i testi delle canzoni che hanno assunto il compito della poesia, nella società: sono loro che descrivono i moti dell'animo, che assolvono una funzione catartica o liberatoria, o che incitano a reagire, o illuminano di nuova luce il reale o veicolano idee o semplicemente fanno sognare. Sono i versi dei parolieri e dei cantautori che passano di bocca in bocca, vengono imparati a memoria, ripetuti nelle riunioni fra amici, rimuginati nei momenti di solitudine. Ognuno ha la sua canzone che almeno una volta lo ha fatto piangere.
La letteratura italiana nasce dopo che i trovatori provenzali,  tra il XII e il XIV secolo, hanno cominciato a scrivere versi in volgare, in un neolatino chiamato lingua d'oc (oggi scomparsa, dato che il francese moderno deriva da un altro neolatino, la lingua d'oil). Ebbene, i versi di quei trovatori erano scritti per essere cantati. Non sappiamo esattamente quali fossero le melodie, ma la nostra storia letteraria nasce da lì. Mi infastidiscono sempre quelli che snobbano i parolieri italiani ma anche coloro che riconoscono il titolo di poeta soltanto a qualcuno, magari Mogol, ignorandone altri, come due che (a parer mio) sicuramente lo meritano quali Giancarlo Bigazzi e Valerio Negrini. 
Proprio di Negrini sono la gran parte dei testi di canzoni raccolti in questo libro, che mette in fila oltre trecento composizioni da lui scritte per i Pooh (in tutto i brani sono 356, ce ne sono comprese alcune decine firmate da Stefano D’Orazio). Per motivi misteriosi, c’è chi i Pooh li detesta a priori. Fermo restando che ognuno ascolta la musica che gli fa bene e gli assomiglia, e che mal digerisco le critiche alla musca ascoltata dagli altri (la musica è un dio bambino, scrive appunto Negrini), secondo me costoro si sono persi tante emozioni, tanti bei concerti, tante belle canzoni che sembrano scritte su misura della vita di ciascuno. Sulla lavagna del mio cuore (tanto per citarlo), Negrini ha lasciato parecchi segni. Nato a Bologna nel 1946, morto a Trento nel 2013 all’età di 67 anni, Valerio non era il “quinto Pooh”, era il primo: fu lui, infatti, che era batterista, a fondare il gruppo, nel 1966, per poi ritirarsi nel 1971. Andrea Pedrinelli, che conosce il minimo segreto del gruppo composto da Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian, Stefano D’Orazio e Riccardo Fogli, analizza ogni canzone svelandone i retroscena, elencandone le cover e le nuove incisioni, l’eventuale presenza nella scaletta dei concerti.
Talvolta bastano due righe, in una canzone, per farla sentire nostra. Il paroliere dei Pooh (ma anche di molti altri cantanti) ha avuto il magico talento di raccontare la vita com’è, e non di quella finta di cui parlano quelli nei cui testi “amore” fa rima con “cuore”.  Io ne ho sperimentate parecchie, di situazioni come quelle descritte dall’autore, a partire dal fatto che sono nato un po’ in collina e rotolato giù:

Quelli nati un po’ in collina
fatti in casa come me
caricano a testa bassa e in qualche modo passano

e naturalmente ho scoperto che

gli amori fanno i nodi come i fili dei microfoni.

(Quelli nati un po’ in collina, 1983).

Anch’io, a certe ragazze avrei potuto dire

Entrasti come arriva un uragano
successe come quando passa il vento.

(Tutto alle tre, 1970)

E a qualcun’altra ho chiesto di darmi solo un minuto, un respiro di fiato, un attimo ancora, per convincerla a non gettare alle ortiche la nostra storia, e poi le ho detto

Come mai i tuoi occhi ora stanno piangendo?
dimmi che era un sogno e ci stiamo svegliando.

(Dammi solo un minuto, 1977).

Ma mi è successo pure di dover fare le valigie, cambiando amici e città, salutandola con il groppo in gola:

prendo soltanto la mia vita con me
cambiano posto i giorni miei
col resto fanne ciò che vuoi.

(Dove sto domani, 1981)

Ho avuto donne di quelle che sanno e non possono dir niente, a cui nessuno di solito dedica le canzoni, ma che sono dovunque perché la vita non segue le regole e rompe gli argini:

Sei l'altra donna,
la libertà,
quella che sa perché ritorno.

(L’altra donna, 1990)

E infatti poi scoppia prepotente il bisogno di non nascondersi più e un vento ci gonfia le vele:

Invece adesso ho il vento dentro l'anima
perché non si torna indietro
e adesso non c'è più bisogno di nasconderci
pensando che sia sbagliato
siano lacrime, siano brividi
al mio cuore gli ho detto di sì.

(Vento nell’anima, 2010)

Ma ci sono anche gli “altri uomini”, perché ogni donna, a qualunque età, ha il diritto d’amare:

Piegato in un pacco sottile
c'è il tuo vestito di qualche anno fa;
memoria di un amore che fu primavera
e adesso è precaria routine.
Eppure lo specchio è gentile,
non mostra quasi traccia del tempo che va,
si vedono ragazze coi libri di scuola
che sembran più vecchie di te,
ma lui si addormenta leggendo,
è già tanto se c'è.
 
(Diritto d’amare, 1996)

Ma mi sono anche ritrovato a essere un uomo solo, più volte, in cerca di equilibrio, in attesa di capire, pregando, sperando di essere aiutato a ritrovare il filo:

Dio delle città
e dell'immensità,
magari tu ci sei
e problemi non ne hai
ma quaggiù non siamo in cielo
e se un uomo perde il filo
è soltanto un uomo solo.
 
(Uomini soli, 1990)

La disperazione, la solitudine, la diversità, la discriminazione sono temi che Negrini non ha mai avuto paura di affrontare, scrivendo di soldati di leva o in missione di pace, di prostitute e di omosessuali, di femminismo e manifestazioni di piazza, di carcerati, di giornalisti, di emigranti, di donne stuprate (“se non lo fa nessuno, vi chiedo scusa io”), di ragazze madri, di padri e di figli, di popoli sotto la dittatura, di etnie perseguitate, di guerre e di speranze, di Dio e del suo intollerabile silenzio. Sempre, Negrini ha fatto appello alla speranza nel cielo blu che è comunque in attesa sopra le nuvole, un cielo senza scale su cui ci si deve arrampicare, attingendo alla forza interiore che ognuno ha dentro di sé, senza aspettarsi aiuti da nessuno, senza guardare di sotto mentre si attraversa i ponte (“fa paura se ti fermi a metà”), senza aspettare il futuro, dato che “troppo passato è già andato via”.

Ma il cielo è blu sopra le nuvole
e non è poi cosi lontano,
dobbiamo arrampicarci e crescere
senza bisogno di nessuno.

(Il cielo è blu sopra le nuvole, 1992)






sabato 13 maggio 2023

40 POESIE

 


 


Dario Bellezza
40 POESIE
Mondadori
I Miti Poesia
Prima edizione settembre 1996
brossurato – 70  pagine -  lire 3.900


Il libretto, come tutti quelli della collana “I Miti Poesia”, è esile ed essenziale. Ha il difetto di non avere nessun apparato critico, nessuna introduzione. C’è solo una breve nota biografica sul poeta, Dario Bellezza: nasce a Roma nel 1944, poco più che ventenne comincia a scrivere sulla rivista “Nuovi Argomenti” stringendo legami di stima e di amicizia con autori come Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante e Sandro Penna. Pasolini lo lancia nel 1971 con “Invettive e licenza”, definendolo “il miglior poeta della nuova generazione”. Nel 1976 vince il Premio Viareggio con “Morte Segreta”. Negli anni successivi continua a pubblicare sia di poesia sia di prosa. Ammalatosi di AIDS, muore a Roma nel 1996. Questo è quanto ci viene detto. Aggiungiamo noi che di Pasolini fu a lungo il curatore della corrispondenza. Ma era in contatto anche con Alberto Moravia, che scrisse la prefazione al suo romanzo d’esordio, “L’innocenza” (1970), a cui fecero seguito altri due testi autobiografici, “Lettere da Sodoma” (1972) e “Il carnefice” (1973), in cui racconta molto di sé. L’ispirazione poetica di Bellezza nasce spesso dalla sua omosessualità, narrata con un atteggiamento sofferto che è stato definito “maledettismo”, ossessivamente alla ricerca di un “bellissimo assassino” fra drogati e prostituti, anche di giovane età (cosa che lo accomuna a Pasolini). Tra le altre sue opere, “Angelo” (1979), “Turbamento” (1984), “L’amore felice” (1986) e “Nozze con il diavolo” (1995).
Fine del compitino, passiamo alle impressioni di un lettore (il sottoscritto) che si accosta per la prima volta a Dario Bellezza attraverso una breve selezione di 40 poesie scelte da “Invettive e licenze”, “Morte Segreta”, “Libro d’amore”, “Io”, “Serpenta”, “Libro di poesia” e “L’avversario”.
Viene fuori tutto il suo mal di vivere, il suo disagio esistenziale di omosessuale, ma non solo, di condannato all’ergastolo nel proprio corpo e alla schiavitù delle proprie passioni, ma anche alla schiavitù dell’indigenza.
“Dio! Non attendo che la morte. / Ignoro il corso della Storia. So solo / la bestia che è in me e latra”.  
E ancora: “Mia tomba / è questo  corpo vestito di poveri panni”.
La vita, del resto, è ostacolo al raggiungimento del sublime: “Non raggiungerò il Sublime perché sono vivo”.
E poi c’è il dramma della solitudine e quello del peccato: “Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro / ma non posso. Troppo ho peccato / di peccati non miei, attributi / a posteri, mancati inganni. / Cerco amori nuovi, violente sere. / Perdono chiedo a chi non amai. / Forse verrò domani ad un prato / verde -–e non sarò più solo”. “Dio, non punirci / ancora se siamo vivi”.
Tragici questi versi: “Sono un vigliacco impaurito dalle leggi / che parlano di corruzione dei minori. Ma cari / giudici, qua il minore sono io, l’infantile bestiaccia che rischia senza coraggio un atto / semplice e assurdo che si chiama orrore della vita”.
Benché poche, le 40 poesie qui selezionate rendono Dario Bellezza una scoperta.

lunedì 24 aprile 2023

EPIGRAMMI ITALIANI

 

 

 
 
Gino Ruozzi
EPIGRAMMI ITALIANI
Einaudi
2001, brossurato
412 pagine, 20.000 lire


“Tieni conto, o lettore, almen di questo: /è tutta roba che si legge presto”. Così Manfredo Vanni (1860-1937) rassicura i lettori dei suoi epigrammi (di cui fu infaticabile forgiatore). L’epigramma, dunque, è qualcosa di breve, a volte di brevissimo. Si tratta di un componimento poetico che si esaurisce in pochi versi pungenti, per lo più ironici o satirici, con cui si cerca di indurre il lettore al riso ma anche alla riflessione. Credo che il miglior modo per far capire di che cosa si tratti sia citarne uno del fiorentino Filippo Pananti (1766-1837): “Un epigramma secco: / ogni marito è becco”. L’epigramma è più o meno questa roba qua. In realtà no, c’è molto di più e ci sarebbe da scrivere fino a domani. Gli epigrammi nacquero per essere incisi sulle lapidi: su una tomba, su un monumento. E’ facile capire come dalla breve descrizione elogiativa di un uomo scolpita come epigrafe si possa passare a usare lo stesso modello per farne un componimento poetico scritto su carta, mutando di registro. Le iscrizioni diventano così ammonimenti o riflessioni sul senso della vita o addirittura commenti satirici in contrapposizione alla troppa seriosità delle epigrafi. Questa doppia linea (quella del serio e del faceto) ha caratterizzato gli epigrammi classici, greci e latini. Fra questi ultimi vengono alla mente soprattutto Catullo e Marziale. Il primo, viene citato quale esempio di epigrammista gentile e riflessivo; il secondo, invece, come autore mordace e velenoso. Il genere torna in auge, nella letteratura in lingua italiana, durante il Rinascimento. Gino Ruozzi traccia la storia di questo particolarissimo genere poetico in una esaustiva introduzione che precede la silloge da lui curata con il titolo “Epigrammi italiani”, La quale, un po’ come l’Antologia Palatina (il codice che ci ha tramandato il maggior numero di epigrammi più antichi) fa con gli epigrammisti greci, raccoglie decine e decine di esempi italiani, composti in vari metri e varie lunghezze. L’origine dell’epigramma dall’epigrafia funeraria messa in satira, risulta evidente con il primo degli autori proposti da Ruozzi, Antonio Di Meglio (1384-1448), che compose versi tutt’altro che elogiativi per alcuni illustri impiccati politici: “Non credo che coniglio o lepre fussi / di me più vile e in parole gagliardo, / poltron, ghiotto, falseron bugiardo, / traditor, son Lodovico de’ Rossi”. Feroce anche Machiavelli nei confronti di Piero Soderini: “La notte che morì Pier Soderini, / l’alma se n’andò de l’Inferno a la bocca, / e Pluto le gridò: Anima sciocca, / che Inferno? Va’ nel Limbo tra’ bambini.” Scopriamo quindi che da Michelangelo Buonarroti a Pietro Aretino, da Annibal Caro ad Alessandro Tassoni, tutti i principali poeti a artisti del Bel Paese (insieme a illustri sconosciuti) si sono cimentati come epigrammisti. Tra i più vicini ai giorni nostri troviamo Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Niccolò Tommaseo, Umberto Saba, Mino Maccari, Curzio Malaparte, Alfonso Gatto, Giorgio Caproni, Ada Merini e tanti altri tutti da scoprire. A chiudere l’antologia è Patrizia Cavalli (1949): “Meglio morire leggeri, / senza proprietà, / ché a essere proprietari / si è morti già a metà”. Al giorni nostri l’epigramma è quasi sempre sostituito dall'aforisma, e concedetemi il vezzo di ricordare che io stesso sono autore di tre libri di aforismi e uno di epigrammi. Tornando all’epigrafe, va segnalato che un celebre poeta statunitense vissuto tra il 1868 e il 1950, Edgar Lee Masters, è l'autore dell' “Antologia di Spoon River”, che racchiude centinaia di epigrammi, i quali raccontano proprio sulle lapidi tombali la vita degli immaginari abitanti di un paesino dell'Illinois.

sabato 1 aprile 2023

VOI NON SAPETE CHE COS'E' L'AMORE

 

 


 

Raymond Carver

VOI NON SAPETE CHE COS'E' L'AMORE

Minimum Fax

Prima edizione marzo 1998

Collana Sotterranei

Traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante

brossurato - 290 pagine -  lire 28.000

 

Che Raymond Carver fosse un autore che scriveva poesie come fossero racconti e racconti come fossero poesie è perfettamente dimostrato da questo prezioso libro antologico in cui racconti e poesie vengono messi a confronto, con il corredo peraltro di brevi saggi dello stessi autore su sé stesso e sulla propria arte. Direi che questo libro è il punto d'accesso ideale al mondo di Carver, la summa perfetta della sua poetica. Carver è straordinario sempre, e quando fa il saggista autobiografico forse ancora di più, probabilmente perché la sua vita è una di quelle vite degne di essere raccontate, e la sua esperienza umana, passata attraverso tante prove e tante miserie, è straordinaria alla luce della sua capacità di raccontarla attraverso le sue opere. Gran parte del volume contiene poesie. Il testo a fronte permette di vedere come il linguaggio di Ray fosse semplice, essenziale, discorsivo, eppure straordinariamente poetico, di certo straordinariamente efficace. "Bevendo e guidando", la composizione con cui si apre la sezione di poesia, si chiude con un verso fantastico che dà l'idea di una vita qualunque, quella che Carver vuole esprimere attraverso tutta la sua opera, vissuta sempre nell'attesa di un non so che che venga a portare un po' di novità: "Any minute now, something will happen": tra un minuto, chissà, accadrà qualcosa. Bellissime anche "Ti muore il cane" e "Fotografia di mio padre a ventidue anni", ma anche molte altre. Alcune, in verità, un po' difficili da interpretare, per i riferimenti a fatti, luoghi e persone che non conosco, ma sempre comunque musicali e suggestive. Belli anche i racconti, essenziali e minimalisti.

mercoledì 24 agosto 2022

VERSACCI

 

 


Il volume che mostro orgoglioso nella foto qui sopra si intitola "Versacci", ed è il mio nuovo libro, edito da Cut-Up Publishing, uscito nel luglio del 2022 in distribuzione in libraria ma in vendita, naturalmente, anche on-line. Qui di seguito trovate il link se volete vedere come lo propongono sul sito della Casa editrice:

https://cut-up.it/prodotto/versacci-365-epigrammi/

Nella foto qui sotto, invece, potete scorgerne la costolina nel reparto "Poesia" della Hoepli di Milano, non distante da una raccolta di versi di Charles Bukowski (immagino per meri motivi di ordine alfabetico).



So anch'io (me lo dico da solo) che la collocazione giusta sarebbe stata nel reparto "Umorismo" (se non c'è uno scaffale "Libri che ci vergogniamo di esporre altrove"), ma in effetti "Versacci" contiene 365 epigrammi e l'epigramma è un breve componimento poetico ("che si esaurisce in pochi versi pungenti, per lo più ironici o satirici, con cui si cerca di indurre il lettore al riso ma anche alla riflessione", per citare la scritta in quarta di copertina - e qui sotto ecco appunto la quarta di copertina, sulla sinistra nell'immagine).

 


A proposito di copertina, sappiate che è opera di Oscar Scalco, in arte Oskar, disegnatore versatile in grado di eccellere nel fumetto comico come in quello avventuroso e drammatico (tant'è vero che ha illustrato Alan Ford per arrivare a Zagor, passando per Nathan Never e tante altre cose). Grazie Oskar!


 
 
Se  non avete mai visto Oskar, eccolo nella foto qui sotto, immortalato dopo aver ricevuto (prima di me) una copia fresca di stampa del libro.
 
 
 
 
 
Servirà dire due parole per spiegare come sono nati i Versacci. Tra il maggio 2020 e il maggio 2021 ho accettato e vinto una sfida con me stesso, quella di scrivere e pubblicare su Twitter, per un anno intero, un epigramma al giorno. Dunque, 365 epigrammi in fila. A pensarci bene, una vera pazzia: perché mai qualcuno dovrebbe prendersi un impegno del genere, non richiesto da nessuno e non remunerato in alcun modo? Non c’è risposta, naturalmente, se non appunto, il gusto del cimento. Perché proprio epigrammi e non, per esempio, sonetti o ottave? Perché le regole di Twitter impongono un massimo di 280 caratteri per ogni messaggio, quindi anche i miei componimenti non dovevano superare quella lunghezza. L’epigramma, per sua natura, è caratterizzato dalla brevità e dall’incisività. In più, volendo dilettarmi e dilettare con rime per lo più argute e facete, dedicarmi a questo genere poetico è stata una scelta inevitabile. 
 
Dato che nella vita faccio anche altro, oltre che pubblicare tweet (per esempio, sceneggio fumetti e coccolo la moglie), la scrittura dei Versacci è sempre stata più o meno improvvisata: la sera, prima di dormire, cercavo di comporre l’epigramma del giorno, sperando di indovinare subito l’argomento, le rime, il tipo di verso (senario, settenario, ottonario, novenario, decasillabo, endecasillabo, dodecasillabo…) e la ritmica degli accenti. Qualche volta il parto si rivelava felice, in altri casi la composizione nasceva zoppicante. In ogni caso, si è sempre trattato di versi estemporanei, e di questo devono tener conto gli esegeti che vorranno contestare la correttezza metrica di questo o quel Versaccio. Ho sempre cercato di privilegiare la facilità di lettura e di comprensione rispetto all’uso di parole desuete o auliche, per cui la maggioranza degli epigrammi è composta da vocaboli di uso comune. Riprendendo in mano le mie nugae per la raccolta in volume ho corretto gli errori metrici più vistosi, ma alla fine ho preferito non stravolgere troppo la forma originaria dell’epigramma pubblicato su Twitter.  
 
Una panchina a Gavinana
 
 
"Versacci" è stato presentato al pubblico per la prima volta il 16 agosto 2022 in Piazza Aiale a Gavinana, il piccolo borgo sulle montagne pistoiesi dove sono nato (si trova nel comune di San Marcello Piteglio). Qui sotto la locandina dell'evento, con tutti i loghi dei patrocinatori (grazie anche a loro).
 
 
 

 
Nella foto che segue, eccomi accanto al moderatore Alberto Tognelli, mentre leggo alcuni epigrammi davanti a un folto pubblico. Nello scatto il pubblico non si vede ma giuro che c'era, numeroso, e che ci siamo molto divertiti.  Non ho soltanto recitato le mie facezie ma anche parlato della storia dell'epigramma partendo dal greco Callimaco fino agli italiani dei giorni nostri. Ho anche spiegato la regola dell'endecasillabo, dato che in un capitoletto in fondo al libro mi sono peritato nel dare qualche informazione (per il poco che ne so) su quella materia affascinante che è la metrica italiana. Se volete approfondire, ecco il testo con il mio tentativo di divulgazione (basta cliccare):
 
 
 

 
Se siete curiosi di vedermi e ascoltarmi mentre leggo tre Versacci, potete cliccare sui link che seguono.
 
 

 
 
Già pochissimi giorni dopo l'uscita, c'è stato un recensore - fortunatamente benevolo. Si tratta dello sceneggiatore Filippo Pieri (quello di "Viviane, l'infermiera" e di tante altre cose). Qui sotto trovate il link al post sul suo blog "La seconda cosa", in cui espone le sue impressioni dopo la lettura del libro. Più sotto ancora, c'è una sua foto con i "Versacci in mano".
 

 
 


Ho dato alle stampe "Versacci" anche per poter scrivere una introduzione intitolata “Anche poeta!”. Titolo che è una citazione della signorina Silvani, la quale nel film “Fantozzi” (1975), invitata dal ragioniere interpretato da Paolo Villaggio a salire sulla sua Bianchina, così commenta i versi di Lorenzo il Magnifico da lui recitati: “chi vuol essere lieto sia, di doman non c’è certezza”. “Che belli, sono suoi?”, domanda lei. “Sì, una mia cosettina giovanile”. “Ah… anche poeta!”, conclude la Silvani, sputando nella vaschetta del mascara. Ecco, d’ora in poi si potrà dire lo stesso pure di me (sputo compreso). Come di tanti altri, beninteso. Del resto, le poesie le scrivono tutti. Sicuramente molti di più di quanti le leggono. 

 


 

Se volete rivedere la scena del film con la battuta recitata da Anna Mazzamauro, cliccate qui sotto:


 

 
Ho accennato alle regole della metrica. Se volete mettervi a contare le sillabe dei Versacci, ricordatevi che le sillabe metriche non corrispondono alle sillabe grammaticali, per tutta una serie di casistiche (principalmente appunto per gli strani fenomeni chiamati sinalefe e dialefe, sineresi e dieresi). Ma, vi chiederete, serve applicare le regole della metrica per scrivere poesia? No, assolutamente no. Però, a me piacciono le rime. Mi piace il ritmo cantabile del verso, scandito dagli accenti. Mi piacciono le filastrocche. Mi piace che la poesia abbia forma di poesia e si differenzi dalla prosa. Mi piace soprattutto che la poesia non sia criptica. Nessun poeta criptico ha cambiato il mondo, alcuni che hanno cantato in modo da farsi capire dal cuore della gente, sì. Non che io voglia cambiare il mondo, naturalmente.  A proposito di un poeta che non è criptico, Virgilio, sappiate che in appendice ai "Versacci" troverete la mia parodia dell' Eneide, intitolata "Eneode", già contenuta nel mio libro "Facezie", ma qui corredata dalle illustrazioni di James Hogg (ne vedete una qui sotto)


Ogni volta che mi capita di riflettere sulla poesia e sui poeti, mi torna in mente l’introduzione di Federico Sardelli alle sue “Proesie” (Cardinali Editore). Il musicista (Sardelli è uno dei massimi esperti di Vivaldi) e umorista (è stato uno degli autori di punta del “Vernacoliere”) premette infatti alla sua raccolta di versi (comici) un vademecum intitolato "Metodo facile e sicuro per diventare poeti", che oltre a essere esilarante dice anche tanta più verità della maggior parte dei saggi teorici sulla poesia.
 
 

 
 
Eccone un estratto: "Allora, si fa così. Per prima cosa non date retta a chi vi dice che bisogna conoscere i classici. Hanno gli autori classici studiato noi? No, e allora perché dovremmo fargli questa cortesia? E' anche assodato che possedere un discreto o passabile italiano parlato e scritto non serve assolutamente a niente dato che le regole sono andate completamente a farsi friggere e nessuno vi verrà mai a rompere i coglioni sulla metrica, il ritmo, l'eloquenza, l'eleganza, ma anche sul senso di ciò che dite. Scrivete come vi pare ciò che vi pare. Unica accortezza: andate spesso a capo. Ecco il primo strumento del poeta moderno: il Tasto di Invio. Questo semplicissimo accorgimento vi consentirà di spremere poesia da qualsiasi frase, anche dalla più banale e sciatta.
'Dove sei stato? Ti ho cercato tutto il tempo'
diventa magicamente:
'Dove / sei stato? / Ti ho cercato / tutto / il tempo'.
A questo strumento formidabile se ne aggiunge un secondo, altrettanto facile e potente: il rimescolamento delle parole. La stessa frase diventa pertanto:
"Tutto. / Dove? / Ti ho cercato, / il tempo, sei stato.
'"

 
   
Mauro Boselli testimonial dei "Versacci"                         



Due parole sull’epigramma. Credo che il miglior modo per far capire di che cosa si tratti sia citarne uno, settecentesco, del poeta giocoso toscano Filippo Pananti:

Un epigramma secco:
ogni marito è becco.

Ecco, ci siamo già intesi, L’epigramma è più o meno questa roba qua. In realtà no, c’è molto di più e ci sarebbe da scrivere fino a domani. Basterà dire, allora, per usare la sintesi tipica di questo genere di versi, che tratta di un breve componimento poetico, rapido e di solito fulminante, inducendo il lettore talvolta alla riflessione, più spesso al riso. Gli epigrammi nacquero per essere incisi sulle lapidi: su una tomba, su un monumento. E’ facile capire come dalla breve descrizione elogiativa di un uomo scolpita come epigrafe si possa passare a usare lo stesso modello per farne un componimento poetico scritto su carta, mutando di registro. Le iscrizioni diventano così ammonimenti o riflessioni sul senso della vita o addirittura commenti satirici in contrapposizione alla troppa seriosità delle epigrafi. Questa doppia linea (quella del serio e del faceto) ha caratterizzato gli epigrammi classici, greci e latini. 
 
Fra questi ultimi vengono alla mente soprattutto Catullo e Marziale. Il primo, viene citato quale esempio di epigrammista gentile e rifflessivo; il secondo, invece, come autore mordace e velenoso. Il genere torna in auge, nella letteratura in lingua italiana, durante il Rinascimento. Trovate spiegato tutto in un aureo libretto curato da Gino Ruozzi e intitolato “Epigrammi italiani” (Einaudi). Sono quasi certo che io personalmente non verrò mai citato da nessuno fra gli epigrammisti di casa nostra, ed è meglio così perché se ho definito i miei componimenti “Versacci” un motivo ci sarà. “Anche poeta!” solo se segue lo sputo della signorina Silvani.
 
Per finire, qui sotto troverete quattro Versacci scelti a caso.
 
 
Luigi Mignacco testimonial dei "Versacci"








Il paradiso dei gatti

 

Ogni volta che mi è morto un gatto,

curioso e intelligente più di me,

una domanda sempre mi son fatto:

per loro un paradiso in ciel non c’è?

Ma poi pensando a quanto è stato amato,

nutrito, ammirato e coccolato,

capisco, e a dirlo non si erra,

che il gatto ha il paradiso sulla Terra.

 

 

Una piuma sul davanzale

 

Ho sentito oggi una tale

dire con grande rispetto

che trovar sul davanzale

della camera da letto

una piuma proprio là

ha un gran significato:

vuole dire, in verità,

che un angelo c’è stato

quella notte lì a vegliare.

Accidenti, me cojoni,

e io stavo per comprare

uno spray contro i piccioni.



Marco Corbetta testimonal dei "Versacci"

 

Voce di mamma

 

Riemerge alla mente ogni tanto
un ricordo del bimbo che ero,
è sempre sorpresa ed incanto   
e vivido che sembra vero.   
Iersera ad esempio in un tratto 
mia mamma ancor giovane e bella
 mi ha detto: Moreno, hai già fatto   
per scuola doman la cartella?
 

L' ultimo abbraccio

Al nostro cane che amiamo   
un ultimo abbraccio cingendo
pietosa una morte gli offriamo  
lasciando che vada dormendo. 
  Se all’ultimo del tempo mio  
nessuna speranza rimane,  
allora lo chiedo anche io:  
trattatemi al pari di un cane.