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domenica 23 ottobre 2022

STORIA DELLA PIRATERIA

 

 


 

Philip Gosse

STORIA DELLA PIRATERIA

Sansoni Editore

Prima edizione 1962

cartonato

 

Così comincia la premessa dell'autore: «Scrivere una storia della pirateria dalle sue prime origini sarebbe impresa impossibile. Equivarrebbe in sostanza a scrivere la storia marittima del mondo. Le pagine seguenti intendono mostrare quali sono state le condizioni geografiche e sociali che hanno preceduto la nascita della pirateria; intendono tracciare le fasi di sviluppo e di declino, le sue forme e le sue fortune; descriverne i rappresentanti più significativi e, infine, indicare come l'organizzazione delle nazioni, con l'aiuto della navigazione a vapore e del telegrafo, ne abbia decretata la fine (...) Una delle maggiori difficoltà che lo storico della pirateria deve superare è la diffidenza dimostrata dai suoi eroi nel render conto delle loro gesta. Per motivi di facile intuizione, il pirata favorito dalla sorte non cercava la notorietà, ma preferiva ritirarsi nell'ombra col suo bottino e ben pochi tra essi si lasciavano indurre a scrivere la propria biografia. Un'altra difficoltà consiste nel determinare chi sia pirata e chi non lo sia. In genere questo problema si presenta di facile soluzione, ma vi sono casi limite. Risulta difficile stabilire se Francis Drake, ad esempio, fosse o no pirata (...) In linea di massima, i corsari di questo tipo vanno esclusi dalla rigorosa categoria di pirata».

Come si vede, l'argomento è vastissimo, assai più vasto anche di quello che appare da queste prime righe. E per di più, oltremodo affascinante. Philip Gosse scrive un saggio di godibile lettura e ad ampio raggio, tuttavia per ovvii motivi non del tutto esaustivo (su ciascuno dei principali pirati ci sarebbero da scrivere libri più ampi di questo). Si sorvola, ed è un peccato, sui pirati dell'antichità (a loro è dedicato un capitoletto in appendice). Si comincia in pratica con i pirati barbareschi, i mori e gli arabi che infestavano il mediterraneo nel Medioevo. Il quadro che se ne dà è avvincente e terribile allo stesso tempo (credo che fossero i peggiori pirati in assoluto). Poi si passa a trattare dei pirati del Nord, vichinghi e inglesi in particolare. Quindi è la volta dei bucanieri e dei filibustieri dei Caraibi e dell'America del Nord, per arrivare ai pirati dell'Africa e dell'Oriente. Pur procedendo per sommi capi, in molte circostanze si forniscono dettagliati esempi di imprese clamorose o di impiccagioni celebri, di fughe rocambolesche e di disavventure tragicomiche o drammaticissime. Il quadro dà comunque forti sensazioni, notevoli emozioni. Io sono in possesso di una edizione del 1962 ma ne esistono di più recenti.

 

 

domenica 22 maggio 2016

LA VERA STORIA DEL PIRATA LONG JOHN SILVER



LA VERA STORIA DEL PIRATA LONG JOHN SILVER
di Björn Larsson
Iperborea
1998, cartonato
500 pagine

Che dire, se non "straordinario"? La recensione potrebbe finire qui, con un invito (nel vostro interesse) a procurarvi il libro e leggerlo prima possibile. Ma, per dovere di curatore di un blog letterario, ecco qualche annotazione in più. Scritta nel 1995 a bordo di una barca a vela (la "Rustica") da un docente universitario svedese (titolare di una cattedra in letteratura francese) che trascorre in mare tutto il tempo che può, "La vera storia del pirata Long John Silver" è una scommessa azzardata perfettamente vinta. 
L'idea che sostiene il romanzo è audace e intrigante: far raccontare in prima persona a Long John Silver la propria vita (in pratica, pubblicare la sua autobiografia) come se il pirata senza una gamba protagonista de "L'isola del tesoro" fosse davvero esistito. Del resto, lo stesso capolavoro di Robert Louis Stevenson è scritto in prima persona da Jim Hawkins, il mozzo dell'"Hispaniola", e dunque Larsson può compiere la stessa operazione facendo redigere a Silver la propria versione dei fatti. In realtà, ciò che è raccontato nel "Treasure Island" viene dato per scontato: Long John narra ciò che accaduto prima e che ciò che accade dopo. 
La difficoltà dell'operazione è duplice. Innanzitutto, bisognava ricostruire dei fatti che non contraddicessero in niente ciò che Stevenson riferisce del pirata. Dunque Silver doveva conoscere il latino e sostenere conversazioni colte, essersi sposato con una donna di colore di nome Dolores, aver perso una gamba, aver militato nelle ciurme di England (pirata realmente esistito) e di Flint (pirata inventato), dimostrarsi un valente marinaio nonostante la menomazione, manifestare talento e carisma da vendere senza essere mai diventato (o non aver mai voluto diventare) un capitano, non essere un ubriacone né uno scialacquatore di ricchezze (caso più unico che raro nella storia della pirateria), saper ingannare e dissimulare con estrema intelligenza, riuscire a manovrare gli uomini, farsi rispettare e incutere terrore ma non risultare un assassino sconsiderato, rispettare un proprio codice, avere il dono di cavarsela sempre e comunque, e via dicendo. In secondo luogo, a quale scrittore non sarebbero tremate le gambe dovendo reggere il confronto con Stevenson, nel maneggiare un personaggio del genere? 
Larsson riesce nell'impresa e ci consegna un Long John Silver memorabile, a cominciare dal linguaggio con cui si esprime: colto e tagliente, lucido e colorito, in grado di trasmetterci l'ansia di libertà, la voglia di vivere e sopravvivere e il leonino impeto di ribellione (contro le autorità e contro Dio) di un pirata consapevole (anche se non da subito, ma dopo un percorso di crescita) del significato delle sue azioni. Abile con la penna e con la spada, in grado di uccidere a mani nude e con l'inganno, assertore dell'uguaglianza degli uomini nel bene e nel male ma pronto a disprezzare moralisti, ottusi e stupidi, coraggioso e astuto in pari grado, Long John Silver è un assassino in grado di sedurci, esattamente come il pirata di Stevenson riesce a farsi perdonare da Jim Hawkins e a colpire al cuore i lettori dell' "Isola del Tesoro". Larsson, inoltre, rende credibile un pirata letterario: dopo aver studiato a fondo la storia della pirateria, imbastisce una trama che permette di avere un quadro coerente ed esaustivo della vita in mare a cavallo tra Seicento e Settecento, sconvolgendoci per le sofferenze degli equipaggi e la facilità con cui centinaia e centinaia di uomini morivano per le tempeste ma anche e soprattutto per le dure condizioni a bordo delle navi, vessati da comandanti crudeli e sottoposti a regole rigide e alla pena di morte per ogni nonnulla. Non c'è da meravigliarsi se in molti, attaccati dai pirati, passavano dalla parte degli assalitori. Pirati che crepavano come mosche a loro volta, in combattimento, impiccati dopo la cattura, per malattia o per il troppo bere (letteralmente affogati nel rum). 
Di ciò che racconta, Larsson sottolinea la verosimiglianza: giri di chiglia, esecuzioni capitali, ammutinamenti, torture, trasporto di schiavi, contrabbando, arruolamenti forzati, c'è di tutto, ed è tutta storia. Non a caso Long John incontra a Londra lo scrittore Daniel Defoe, impegnato a scrivere la sua monumentale "Storia generale dei pirati": è proprio Silver, spiega Larsson, a fornire all'autore di "Robinson Crusoe" le notizie sui "gentiluomini di ventura" a patto di essere lasciato fuori, di non comparire (nella speranza di evitare la forca il più a lungo possibile). Naturalmente viene svelato come Long John ha perso la gamba, perché venga soprannominato "Barbecue", come mai Flint abbia sepolto il suo tesoro (i pirati non erano usi a farlo), e quindi c'è la parte con Silver vecchio ritiratisi in Madagascar, dove però gli inglesi lo vanno a cercare con la tenacia di un branco di cani da caccia. Il finale lascia con il dubbio che Long John se la possa essere cavata ancora un'ultima volta, prendendo per il naso la marina britannica e tutti noi lettori.

mercoledì 9 settembre 2015

LE TIGRI DI MOMPRACEM




LE TIGRI DI MOMPRACEM
di Emilio Salgari
Vallardi
1974, cartonato
366 pagine, 3000 lire 

Si tratta del primo romanzo del ciclo malese, in realtà il secondo se si vuol considerare "I misteri della Jungla Nera" una sorta di prequel: comunque sia, è quello dove compare per la prima volta il personaggio di Sandokan. A seguire, altri nove volumi avrebbero composto la saga, fino all'ultimo intitolato "La rivincita di Yanez". Al suo primo apparire, a puntate sulla rivista "La Nuova Arena", fra il 1883 e il 1884, il racconto aveva come titolo "La tigre della Malesia" e rappresentò una delle primissime prove del narratore. Soltanto nel 1900 uscì in volume con il titolo definitivo. Del resto, il volume successivo si sarebbe chiamato "I pirati della Malesia". 

Davanti alla prosa di Salgari si resta incantati come di fronte alla potenza di un'orchestra sinfonica che esegua una impetuosa e trascinante partitura d'opera lirica. Tutto è formidabile, roboante, turbinoso. I sentimenti, le emozioni, il coraggio, l'ardire, sono potenti. Gli scenari, il mare, le isole, i venti e le tempeste stordiscono per bellezza o per potenza. Sandokan è una sorta di divinità biblica che dispensa premi e punizioni, che pretende e ottiene fedeltà assoluta, che richiede sacrifici umani. La mistica del politicamente corretto è (fortunatamente) di là da venire e il "Capitano" (questo il soprannome dello scrittore) può usare frasi che oggi suonerebbero razziste o usare come eroe un pirata spietato che ha mietuto centinaia di vittime. Tuttavia, la Tigre della Malesia non è un predone assassino, è un vendicatore. L'inglese James Brook, detto "il raja bianco", gli ha sterminato la famiglia, alleato con spagnoli e olandesi, e lo ha spodestato dal trono di un regno del Borneo, di cui era l'erede. Il padre di Sandokan, sovrano di quel reame, si chiamava Kaigadan (lo si saprà nei romanzi che compongono il seguito della saga). Unico scampato alla strage dei suoi famigliari e costretto a fuggire, il principe giura vendetta contro tutti i colonialisti occidentali (da qui il dibattito, assolutamente stupido, se si tratti di un eroe di "destra" o di "sinistra", con argomenti a favore e sfavore dell'una e dell'altra ipotesi). Il suo obiettivo non è vivere da pirata ma riprendersi il suo regno, cosa che avverrà in "Sandokan alla riscossa". 

Strano ma vero, egli non è malese (lo dice nel romanzo) ma indonesiano. Di sicuro non è indiano e dunque non può avere i lineamenti di Kabir Bedi, nonostante ormai tutti lo identifichiamo con quell'aspetto (e va pure bene). Un'altra cosa che si scopre leggendo "Le tigri di Mompracem" è che Marianna, la "Perla di Labuan", la ragazza di cui il pirata si innamora follemente, è nata a Napoli (o quanto meno, in una località del Golfo) da madre italiana e padre inglese. Rimasta orfana in tenera età, è stata affidata a undici anni all'unico parente rimastole, lo zio James Guillonk, che la porta con sé nel Borneo. Colpisce il fatto che, quando Sandokan la vede, lei abbia solo "sedici o diciassette anni". Oggi si tratterebbe di un amore proibito, ma l'adolescenza come la concepiamo noi è frutto del Ventesimo Secolo. "Le tigri di Mompracem" non raccontano imprese di pirateria (se non un breve abbordaggio iniziale) ma del proposito del protagonista di smettere i panni del pirata e ritirarsi a vita privata, abbandonando il suo covo di Mompracem. 

Il romanzo infatti inizia con il desiderio quasi ossessivo di Sandokan di vedere Marianna, la cui bellezza gli è stata descritta, evidentemente con il pur segreto desiderio che capiti quello che poi effettivamente succede: lui si innamora, lei contraccambia. Amore di quelli che sconvolgono le menti, ovviamente, di fronte ai quali non ci sono scogli che possano arginare il mare. Appunto per questo l'eroe non ci fa proprio una bella figura agli occhi di uno che volesse valutarne il comportamento dal punto di vista razionale: pur di incontrare la Perla di Labuan, che ancora non conosce, e dunque per un capriccio, o un proposito balzano, Sandokan provoca la morte di decine di suoi uomini. Poi si incaponisce di rapirla, e anche in questo caso trascina i tigrotti allo sbaraglio inutilmente trattenuto dal fido Yanez, il saggio portoghese che gli fa da braccio destro, che cerca di farlo ragionare, che lo toglie dai guai in cui incautamente l'esaltato "fratellino" si va a cacciare come uno sconsiderato. Tornato a Mompracem con Marianna, si vede attaccato da Lord Guillonk e perde l'isola costretto alla fuga con pochi superstiti. Insomma, l'eroe ha decisamente perso la testa. Da questo punto di vista, il Corsaro Nero è un personaggio deci8samente più maturo. Dopo mille avventure e disavventure, Sandokan riesce comunque a sfuggire allo zio della ragazza, a cui la mostra da nave a nave dicendo: "Guarda mia moglie!" prima che la fuga gli riesca. Sugli ultimi due vascelli rimastigli, dei cento che aveva, il principe fa vela verso il Borneo. Il seguito, nella prossima, tonitruante puntata.