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sabato 19 ottobre 2024

AMORE E GINNASTICA E ALTRI RACCONTI

 

 
Edmondo De Amicis
AMORE E GINNASTICA E ALTRI RACCONTI
Rizzoli
1986, brossurato
250 pagine, 8000 lire

E’ un peccato che il successo entusiasmante, plurigenerazionale e internazionale di “Cuore” (o meglio, del “libro Cuore”, come è stato, chissà perché, sempre chiamato), pubblicato nel 1886, abbia lasciato in ombra le altre opere di Edmondo De Amicis (1846-1908). Ligure (di Oneglia, in provincia di Imperia), di ideali socialisti (di quel socialismo patriottico e votato all’impegno civile post risorgimentale), combattente nella Terza Guerra d’Indipendenza, fu autore di reportage di viaggi, giornalista brillante, acuto testimone della sua epoca, prosatore gradevole e divertente, scrittore efficace e pertanto di valore. Non fu mai, per quel che ne se dice, uno a cui il successo diede alla testa. In vecchiaia, si raccontava così: “Io non sono che un giornalista, uno che annota la vita d’ogni giorno, e sceglie in essa quel che più d’esemplare vi accade. Certe volte mi piace divertire i miei lettori, ma per consolarli. Non ho altra ambizione”. Spesso, limitandosi a “Cuore”, si è criticato il suo indulgere sulla sfortuna, le malattie, la povertà, le disgrazie che affliggono i protagonisti dei suoi racconti per accattivarsi l'emotività dei lettori (“il povero gobbino”, il bambino “con il braccio morto”, quello che si trascina per tutto il libro sulle stampelle o l’altro con il labbro leporino). Si sono fatti studi che dimostrano però come davvero, in quegli anni, gli infortuni e la miseria fossero la quotidianità, ma resta il fatto che De Amicis si servì delle pagine strappalacrime del suo libro più noto per denunciare drammi e ingiustizie sociali, per parlare di emigrazione, di sanità, dei problemi delle classi più umili e più deboli. Ma non sempre De Amicis si serve dello stesso registro, e lo dimostrano i quattro testi scelti da Giorgio de Rienzo per questa deliziosa antologia, che contiene un romanzo breve, “Amore e ginnastica”, un racconto lungo, “La maestrina degli operai”, e due “ritratti”, divertenti al punto da risultare esilaranti, uno dedicato a un libraio vessato dai ragazzini suoi clienti lungo la strada verso la scuola e l’altro a un pedante professore con il quale non c’è modo di parlare senza venire corretti su ogni frase che si pronunci. Quella di “Amore e ginnastica” è una storia deliziosa e a tratti maliziosa, come da De Amicis non ci si aspetterebbe. Racconta la trasformazione operata dall’innamoramento del rigido segretario Celzani (ex seminarista, soprannominato per questo “don Celzani”) nei confronti della maestra Pedani, insegnante di ginnastica e inquilina del suo stesso casamento. Casamento abitato da una nutrita schiera di pettegoli, tutti ben caratterizzati, che malignano e sghignazzano sulle stramberie che l’inappuntabile Celzani comincia a fare, da autentico imbranato, per dichiarare il suo amore alla maestrina, che non sembra degnarlo della minima considerazione, se non quella del “buongiorno” e “buonasera”. Il moralismo e il perbenismo della società sabauda vengono argutamente presi in giro. Non dirò quale sia il finale dei maneggi del “don”, ma non si resta delusi. Una certa malizia nel descrivere il turbamento della maestra Varetti si può notare anche ne “La maestrina degli operai”, che racconta le inquietudini di una giovane insegnante assegnata suo malgrado a una scuola serale frequentata da studenti lavoratori di vario genere e di varie età, ma certo non ragazzini rispettosi come quelli a cui aveva insegnato fino a quel momento. La Varetti si sente addosso gli sguardi di uomini scafati che la spogliano con gli occhi, al punto che lei giunge a far lezione abbottonata dal collo alle caviglie. Uno degli operai, il Muroni, dapprima gradasso, giunge poi a farle provare un qualche brivido perché il suo comportamento si trasforma progressivamente in un corteggiamento che sembra sincero. Qui, però, non c’è il tono da commedia di “Amore e ginnastica”, predomina l’attenzione alle relazioni fra le classi sociali. Un entrambi i racconti le donne sono protagoniste, e già si intravede l’emancipazione femminile di cui il De Amicis si fa propugnatore, nei modi e nei limiti dell’epoca in cui visse. Di "Amore e ginnastica" esiste una versione cinematografica diretta nel 1973 da Luigi Filippo d'Amico, con Senta Berger e Lino Capolicchio.



venerdì 12 luglio 2024

UNA STORIA SEMPLICE



 
 
 
Leonardo Sciascia
UNA STORIA SEMPLICE
Adelphi
2023, brossurato
80 pagine, 10 euro

Leonardo Sciascia (1921-1989) è sempre un autore straordinario, anche nelle opere meno note. Non saprei dire se “Una storia semplice” (1989) sia un’opera meno nota de “Il giorno della civetta”, sicuramente è più breve. Si tratta dell’ultimo romanzo dello scrittore di Racalmuto, da cui nel 1991 è stato tratto un film con Gian Maria Volonté, che a sua volta recitò per l’ultima volta in una pellicola italiana (era stato tra gli interpreti anche delle versioni cinematografiche di “A ciascuno il suo” e di “Todo modo”). “Una storia semplice”, il cui spunto iniziale venne fornito a Sciascia da un fatto di cronaca (il furto della Natività del Caravaggio, tela rubata a Palermo nel 1969 e mai più ritrovata), è in realtà una storia complicata e, com’è regola nei racconti dell’autore, senza lieto fine. Siamo in una località siciliana, Monterosso, dove il 18 marzo 1989 (la data è citata) viene ucciso, in casa propria, l’ex diplomatico Giorgio Roccella, tornato, senza preavviso e dopo una lunga assenza, nella casa di origine, una masseria in campagna, lasciata in custodia al parroco del luogo, padre Cricco. L’assassino, persona nota alla vittima, inscena un suicidio, commettendo però qualche piccolo errore. Inizialmente, proprio come un caso di suicidio si pensa di archiviare le pratica: una storia semplice, appunto. Una storia che si legge, ammirandone la scrittura puntuale ed essenziale, come se fosse un giallo, e in effetti di un giallo si tratta, con indizi disseminati e particolari rivelatori, dalle tinte noir e persino thriller (drammatica e tesissima la scena del commissario che pulisce la pistola puntandola contro il brigadiere), ma i canoni del genere vengono contraddetti allorché si racconta dell’inefficienza degli esperti della scientifica, della rivalità tra poliziotti e carabinieri, della presunzione dei graduati incaricati delle indagini che si rifiutano di ascoltare il parere degli inferiori di grado che però l’hanno vista giusta, della preferenza degli investigatori verso la pista facile, degli arresti senza senso, degli aggiustamenti della realtà da parte delle istituzioni in favore di versioni di comodo che mettano le magagne a tacere, della connivenza con la malavita delle autorità. Si diceva della scrittura puntuale ed essenziale: l’autore parla della propria, allorché descrive il brigadiere (così definito, senza un nome, per tutto il romanzo) che prende appunti sulla scena del delitto. Leggiamo, infatti: “il fatto di dover scrivere delle cose che vedeva, la preoccupazione, l’angoscia quasi, dava alla sua mente una capacità di selezione, di scelta, di essenzialità per cui sensato ed acuto finiva con l’essere quel che poi nella rete dello scrivere restava. Così è forse degli scrittori italiani del meridione, siciliani in specie”. Non manca l’ironia, mutuata da Pirandello, e basta vedere, come esempio, ciò che si dice degli “esperti scientifici” della questura, che erano, secondo il brigadiere, soltanto dei “privilegiati, non avendo fino ad allora esperienza di un solo caso in cui costoro avessero dato un contributo risolutivo, di confusione piuttosto”. Un piccolo gioiello, di poco spessore soltanto quanto a numero di pagine.