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venerdì 28 novembre 2025

NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE

 

 

Erich Maria Remarque
NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE
Neri Pozza
2024, brossurato
208 pagine, 12 euro


Alla magniloquenza dei politici e dei generali, si contrappongono romanzi come Im Westen nichts Neues (letteralmente "A Ovest niente di nuovo"), dello scrittore tedesco Erich Maria Remarque (1898-1970) o “Un anno sull’altipiano”, dell’italiano Emilio Lussu (1890-1975), che con la loro antiretorica smontano le narrazioni militariste, imperialiste, scioviniste e falsamente patriottiche, disvelando il vero volto della guerra ideologica e precipitando i lettori nell’orrore delle trincee della Prima Guerra Mondiale, paradigma di ogni disumanizzazione. Testi fondamentali entrambi, quelli di Remarque e di Lussu, tuttavia diversi sebbene concordi: più cinico e disilluso il secondo, più disturbante e disperato il primo. Non sembri irrispettoso della sacralità letteraria sottolineare come entrambi siano stati di ispirazione per Bonvi nella realizzazione delle “Sturmtruppen”, serie di strip a fumetti non soltanto di satira antimilitarista ma di sferzante ironia sull’ottusità del potere, messo alla berlina attraverso un humor nero e a tratti macabro che oggi qualcuno giudicherebbe politicamente scorretto.  
Remarque (che francesizzò il proprio cognome Remark) combatté sul fronte occidentale tedesco tra il 1917 e il 1919, e rimase ferito da uno shrapnel in combattimento. Ebbe modo, insomma (al pari di Lussu sul fronte italiano), di sperimentare davvero la trincea e poté raccontarla dopo essere sopravvissuto. La cosa gli costò l’esilio: per quanto il suo romanzo, pubblicato nel 1929, non prendesse posizioni politiche ma narrasse dei traumi mentali e fisici di uomini mandati a morire senza più ideali, senza motivi né spiegazioni, venne ferocemente attaccato dai nazionalsocialisti, schierati nell’esaltazione dell’eroismo dei combattenti e sulla difesa dell’onore sui campi di battaglia. Goebbels in persona organizzò, nel 1930, delle contestazioni pubbliche. I ripetuti tafferugli sfociarono poi in roghi di libri nel 1933, e nella perdita della cittadinanza tedesca inflitta all’autore, nonostante i milioni di copie vendute in Germania e in vari Paesi del mondo. Remarque riparò in Svizzera. Le pagine di Niente di nuovo sul fronte occidentale, che ebbero un seguito ne La via del ritorno, sono un susseguirsi di episodi crudi e strazianti, di forte presa emotiva in assenza di retorica e di artifici letterari, raccontati in prima persona con stile colloquiale e quasi diaristico, da un narratore che, insieme ai suoi amici (tutti straordinariamente caratterizzati), visti morire uno a uno, sono stati convinti ad arruolarsi come volontari dalla propaganda di un professore di liceo, di cui a un certo punto uno dei suoi allievi finiti in trincea dice: “Vorrei che fosse qui”.




venerdì 21 novembre 2025

ACQUE MISTERIOSE

 

Guido Nolitta
Franco Donatelli
ACQUE MISTERIOSE
Sergio Bonelli Editore
2025, cartonato
250 pagine, 29 euro

«Il mio amore per il soprannaturale è di vecchia data - spiega Sergio Bonelli, creatore ed editore di Zagor,  in un suo articolo intitolato "Il mare ghiacciato che è dentro di noi" (titolo che cita Kafka) - e risale a quando da bambino andavo al cinema a vedere i film di Frankenstein, dell'Uomo Lupo e di tutti i personaggi che hanno popolato l'universo di celluloide orrorifica degli anni Quaranta e Cinquanta. Ricordo che l'immagine di Boris Karloff sconvolta dal trucco mi terrorizzò per molte notti, così come l'ombra di Bela Lugosi mi sembrava dovesse apparire, all'improvviso, sulla parete della mia stanza. A parte la paura, mi divertivo tantissimo perché, e non sono il solo a dirlo, spavento e divertimento vanno, al cinema o sulla pagina stampata, a braccetto e formano un connubio indissolubile. E con il divertimento nacque, di pari passo con la mia carriera, anche un interesse professionale, quando con il nome-de-plume di Guido Nolitta, cominciai a scrivere sceneggiature, i miei miti cinematografici erano tutti lì, a disposizione, nell' immaginario scaffale della memoria.  Non dovevo far altro che creare un'occasione, un contesto perché prendessero vita anche sulle pagine di un fumetto e Zagor è stata l'occasione per poter dare sfogo a questa mia inclinazione». 
Sergio era un cinefilo a 360 gradi: non apprezzava soltanto i film horror ma ne divorava di tutti i generi, andando con il padre Gianluigi (il creatore di Tex) a vedere quelli western, così come i peplum, gli avventurosi, i gialli o quelli di guerra. Sapeva citare intere filmografie da vero appassionato ed esperto, dunque.  Prima di essere il “giocattolo” dei lettori, Zagor è stato il “giocattolo” di Sergio Bonelli, che saccheggiava il grande magazzino delle letture e dei film che aveva visto, scegliendo quello che, da ragazzo, gli aveva fatto paura e lo aveva lasciato a bocca aperta. Filtrando opportunamente le suggestioni ricevute, cercava di trasmettere gli stessi brividi a chi leggeva i suoi fumetti. “Acque misteriose”, avventura pubblicata per la prima volta nel 1974, nasce dal film “Il mostro della laguna nera” (1954). Ma si possono ricordare le evidenti fonti cinematografiche  di molte altre avventure zagoriane. Per esempio, la pellicola “Pericolosa partita” (1932) è alla base de “I cacciatori di uomini”. Potremmo continuare citando “L’uomo Lupo” (ispirato al film con Lon Chaney del 1941), o il personaggio di “Guitar” Jim che trae origine dal cowboy canterino interpretato da  Sterling Hayden nel 1954 in “Johnny Guitar” (1954), arrivando a “Il giorno della vendetta” (1958) su cui si basa il racconto “La rabbia degli Osages”. 
Sergio era abilissimo nel rielaborare le suggestioni cinematografiche rimescolando le carte e contaminandole fra loro fino a realizzare un prodotto del tutto originale, di cui è evidente l’ispirazione ma che non è sovrapponibile al modello di partenza. Fin dall’inizio della saga Nolitta si è divertito spesso a giocare con il suo pubblico non nascondendo i riferimenti ma anzi a “citandoli”, rendendoli palesi: il lettore coglie la strizzata d’occhio dello sceneggiatore che gli propone il rimando a un film famoso, ma subito dopo si lascia rapire dal suo talento di affabulatore che riusciva a rimescolare le carte e rendere perfettamente zagoriana una vicenda che al cinema aveva tutt’altro contesto e svolgimento. I film fanno parte del bagaglio di conoscenza di tutti noi: gli sceneggiatori di fumetti attingono dagli spunti offerti dalle pellicole come da un viaggio fatto, da un programma televisivo visto, da un libro letto. Le personali sensibilità, poi, servono a rielaborare il messaggio ricevuto, trasformandolo e rendendolo personale. C’è chi cerca di farlo quasi nascondendo la fonte originaria, ma tutti hanno altri autori usati come punto di riferimento; oppure c’è chi non esita a dichiarare da quale spunto sia partito, e dimostra il suo talento giocando a scombinarne gli elementi e a ricomporli in modo fa far risultare una figura diversa. E’ il caso appunto di molte storie di Zagor. 
In “Acque misteriose” Zagor accompagna di naturalisti Kruger e Meyer, sue vecchie conoscenze, in una regione inesplorata del Missouri dove, fra le acque di una malsana palude, vivono creature che non si trovano altrove: “Man mano che avanziamo verso Nord, le mutazioni si fanno più evidenti”, dice a un certo punto uno dei due professori. E un altro loro collega, Weiser, aggiunge: “Stiamo avvicinandoci alla zona più interessante, quella cioè dove qualche elemento ancora sconosciuto favorisce l’alterazione della specie animale”. Infatti, la spedizione si imbatte in api con la coda da scorpione, lucertole con le corna e pesci con le zampe. Weiser è talmente invasato dal suo desiderio di conoscenza da non riuscire a porvi dei limiti. Lo vediamo più volte insistere per proseguire le ricerche e avvicinarsi, nonostante i pericoli, sempre più all’epicentro delle mutazioni genetiche che trasformano, per motivi misteriosi, la fauna di una inesplorata zona del Missouri. A differenza dei suoi colleghi decisamente meno atletici, lui è anche in grado di performance fisiche non indifferenti: “sono stato un autentico campione in molte discipline sportive, all’università di Stoccarda”, afferma a un certo punto della storia. Questa vigoria gli consente anche, a un certo punto, di fare a meno della scorta di Zagor e separarsi dal resto del gruppo, per continuare da solo le sue indagini in cerca di quella fama e  di quella gloria  che non intende condividere con nessuno. Il che, non gli porterà fortuna.
Dicevamo che Kruger e Meyer sono vecchie conoscenze. La loro prima apparizione fu sceneggiata da Guido Nolitta nel 1963 per l’edizione francese di Zagor (salvo poi venire pubblicata anche in Italia e inserita nella serie italiana). I due sembrano un’affiatata coppia da film comico: se il professor Kruger, naturalista darwiniano ante litteram, ha l’aspetto e gli atteggiamenti del classico scienziato un po’ svampito, non meno svitato sembra il suo assistente Mayer che, pure, svolgendo mansioni di portaborse e guardia del corpo, dovrebbe essere un pochino di più con i piedi per terra e invece sembra condividere le stramberie del suo capo. Quando li rivediamo, appunto nell’avventura “Acque Misteriose”, sono sempre molto simpatici, ma meno macchiette. Nel 2013 c’è stato un loro ulteriore ritorno.
L’autore delle tavole a fumetti che compongono questo volume è Franco Donatelli. Un nome, il suo, che si è affiancato a quello del creatore grafico di Zagor per quasi trent’anni: la sua prima storia è datata 1967 e la morte ha sorpreso l’illustratore nel 1995. La “sua” foresta di Darkwood era diversa da quella di Ferri, che l'aveva creata. Acquitrinosa, piena di liane e di vegetazione intricata quella del disegnatore ligure, più asciutta e rocciosa, e con meno alberi, pronta a trasformarsi in montagna e deserto quella di Donatelli. Allo stesso modo, diversa era la sua interpretazione di Zagor, e a ben pensarci singolarmente diversa. Sì, perché mentre il problema di tutti i disegnatori che si sono cimentati e con l'atletica e dinamica figura dello Spirito con la Scure è che hanno dovuto fare i conti con il tratto impressionista ferriano, fatto di pennellate rapidi ed efficaci, cercando di adeguarsi a quella impostazione, Donatelli ha trovato invece fin da subito una sua strada personale, caratterizzando alla sua maniera Zagor, Cico e gli altri comprimari della serie, e benché la sua mano fosse sempre e comunque riconoscibilissima, non ha mai tradito lo spirito di personaggi creati da altri. Sapeva mettersi al servizio degli eroi e delle storie forse proprio perché era stato il primo, in assoluto, a mettersi al servizio della appena nata casa editrice "Audace" allorché Gianluigi e Tea Bonelli, nel 1940, l' avevano rilevata. Giovanissimo (era nato ad Alessandria nel 1925), era stato chiamato a fare da factotum in redazione. Il particolare segno di Donatelli ha reso graficamente alcune delle più belle storie di Zagor. Chi non ricorda, per esempio, storie memorabili come "Mohican Jack", "Libertà o morte", "Spedizione punitiva" e, appunto, "Acque misteriose"?  «Franco Donatelli, secondo me, era un artigiano - ha scritto di lui Graziano Frediani - nel senso più nobile e più antico del termine. Disegnava da sempre, con modestia e dedizione, mantenendo un ritmo produttivo costante e senza mai tradire uno standard qualitativo decisamente elevato».  Proprio Frediani firma, con Maurizio Colombo, l’illustratissima introduzione.





domenica 19 ottobre 2025

NELLA MENTE DEL SENSITIVO

 
 
 
 


Giulio Campaioli
NELLA MENTE DEL SENSITIVO
C1V Edizioni
2024, brossurato
170 pagine, 18.90 euro

Il sensitivo a cui allude il titolo è il piemontese Gustavo Rol (1903-1994). Si tratta di un personaggio circondato dal mistero, ritenuto possedere capacità paranormali da uno stuolo di ammiratori che frequentavano il suo appartamento in Via Silvio Pellico n° 31 a Torino, tra cui nomi illustri (quali Federico Fellini, Franco Zeffirelli, Cesare Romiti, membri della famiglia Agnelli e si dice ministri, cardinali e persino re e regine). Appartamento dove si entrava unicamente se invitati e si poteva assistere agli esperimenti del padrone di casa soltanto dopo essere stati disposti, in seguito a una attenta procedura, in punti precisi della stanza in cui questi avevano luogo. Già, perché Rol, personaggio sicuramente magnetico e carismatico, non si esibiva in pubblico davanti a chiunque, non chiedeva soldi per far sfoggio di sé, non si faceva filmare, non partecipava a programmi televisivi, e al di fuori delle sue serate private riservate ai suoi ospiti, solitamente tra i cinque e i dieci per volta,  conduceva una vita ritirata (gestiva un negozio di antiquariato e una galleria d’arte, dedicandosi lui stesso alla pittura). Il campionario fenomenologico delle sue pratiche era strabiliante: esperimenti con le carte, materializzazione di oggetti, apparizioni di scritte, chiaroveggenza, precognizioni, bilocazioni, viaggi nel passato, poteri diagnostici. Il carnet completo del paranormale. Le testimonianze di chi assisteva agli esperimenti di Rol (soprattutto di chi era già convinto dei poteri del sensitivo) riportano aneddoti straordinari. L’antiquario attribuiva le due capacità all’aiuto di quelli che chiamava “spiriti intelligenti” (non chiaramente identificabili entità evocate dal mondo dei defunti) e al suo riuscire a far parte, in determinate circostanze, di una non meglio precisata “coscienza sublime”. Cioè, non si dichiarava un illusionista, ma un paragnosta. Giulio Campaioli, classe 1999, studioso appassionato di pseudoscienze, ha dedicato a Rol la sua tesi di laurea, da cui trae origine “Nella mente del sensitivo”, saggio pubblicato nella collana “Scientia et Causa” delle Edizioni C1V, con la prefazione di Marco Ciardi, docente di Storia della Scienza presso l’Università di Firenze. Campaioli si propone di condurre un’indagine “imparziale”, differenziandosi dagli apologeti più entusiasti e acritici ma anche dagli scettici per partito preso (tra i quali annovero me stesso), inserendosi nell’ambito di una affollatissima bibliografia. Quel che lascia perplessi a lettura ultimata è il giudizio finale: lo studioso non sembra prendere una precisa posizione che sia frutto della sua pur dettagliata analisi, e scrive: “non riesco ad affermare con certezza se Rol sia stato un autentico sensitivo o un abile illusionista”. Purtroppo non è possibile, in scienza e coscienza, non giungere a un verdetto definitivo, perché o si crede che esistano gli “spiriti intelligenti” e la “coscienza sublime” e che qualcuno possa bilocarsi e viaggiare nel passato, o si ritengono queste narrazioni pura fantasia (non necessariamente degli imbrogli, ma parte di uno spettacolo). Peraltro Campaioli elenca una per una le tante ragioni degli scettici: il rifiuto di Rol di replicare i suoi “numeri” sotto il controllo di verificatori (come proposto da Piero Angela); l’attenta preparazione preventiva della stanza degli esperimenti; l’incoerenza e talvolta la non attendibilità delle testimonianze; lo svolgimento al buio e con luce controllata di alcuni “prodigi”, il sottrarsi del sensitivo a riprese fotografiche e video così come al confronto con dei prestigiatori (venne sfidato da James Randi e da Silvan); la ripetizione dei “fenomeni” da pare di numerosi illusionisti che si dicevano in grado di eseguire trucchi con risultati del tutto simili a quelli dell’antiquario di Via Pellico. Il saggista giunge fino a spiegare egli stesso le tecniche di illusionismo della maggior parte dei numeri eseguiti da Rol per i suoi ammiratori. Ora, se è chiara la natura di giochi di prestigio di molti di essi, non si può attribuire al soprannaturale l’eventuale casistica da approfondire. O si deve ritenere che gli “spiriti intelligenti” siano intervenuti in certi casi (quelli ritenuti da alcuni “inspiegabili”) e non in altri? Aggiungo una considerazione del tutto mia, basata su una riflessione personale scaturita dalla lettura: possibile che delle entità sublimi, quelle con cui Rol si diceva in contatto, accettassero di aiutarlo nei giochi con le carte? Insomma, avrebbero potuto manifestarsi con modalità più serie, invece di far comparire i due di picche nelle tasche degli spettatori. Che i fantasmi abbiano ancora voglia di una partita a briscola, nell’aldilà? Naturalmente gli “spiriti intelligenti” più intelligenti preferiranno lo scopone scientifico, ma non infieriamo. Cito le parole con cui Campaioli chiude il suo libro: “Al termine di questa indagine il lettore ha quindi due strade davanti a sé: astenersi dal giudizio sul caso, data l’impossibilità di darne una risposta certa, oppure sostenere una delle due teorie sulla natura dei poteri di Rol. Qualunque sia la scelta che compirà, essa dovrebbe essere il risultato di una riflessione scevra da ogni pregiudizio, non di un atto di fede”. Il punto è che la “risposta certa” è tutt’altro che impossibile, e che esistono prove del tutto convincenti sul fatto che i “poteri” di Rol fossero unicamente frutto di uno straordinario talento di illusionista, maturato grazie al sempre più forte desiderio di sbalordire gli astanti radunati a casa sua. Ambizione, questa, che motiva tutti gli illusionisti del mondo, da Houdini a Raul Cremona. Per stupire il suo pubblico, David Copperfield ha persino dovuto volare e spostare la Statua della Libertà. Gustavo Rol non ha mai neppure provato a smuovere la Mole, nonostante l’aiuto dei suoi amici spiriti.



sabato 18 ottobre 2025

STEREO AKTE NUDES NUS


 
 

 
Serge Nazarieff
STEREO AKTE NUDES NUS
1850-1930 
Taschen
Prima edizione tedesca -  1994
brossura - lire 19000

Lo stereoscopio è uno strumento ottico che, grazie a un apparato binocolare a lenti prismatiche, consente di fondere in una unica immagine due immagini distinte leggermente diverse l'una dall'altra. Oggi chiamiamo questo effetto semplicemente "3D". La conoscenza dell'effetto stereoscopico è di poco anteriore alla scoperta della fotografia da parte di Daguerre (1839). Stereoscopia e fotografia si combinarono dunque a vicenda nella realizzazione di un apparecchio che fu presto utilizzato per la visione di immagini erotiche. Il bel volume di Serge Nazarief, pubblicato inizialmente in Francia, è qui in edizione tedesca (con testo in tre lingue, dato che si aggiunge anche l'inglese). Viene fornito un pratico occhiale in cartone due "lenti" in plastica trasparente colorate diversamente, per ottenere l'effetto 3D. Le fotografie, che vanno dal 1850 al 1930, sono quasi tutte colorate a mano, come d'usanza. I soggetti vanno da quelli assolutamente casti (pastorelle neppure molto nude in pose oltremodo pudiche e in paesaggi agresti) da quelli inequivocabilmente pornografici (immortalate anche azioni hard). In genere le modelle corrispondono a canoni di bellezza non più attuali, e alcune provocano un senso di perplessità all'occhio del lettore di oggi. Resta il valore della testimonianza di epoche scomparse e dell'eterno voyeurismo (qui maschilista, dunque oggi etichettato come sessista) che da sempre caratterizza l'essere umano. In quarta di copertina, un sottoscrivibile commento di Jacques Cellard: "A voi, lettori e lettrici, giudicare se il potere di suggestione di queste fotografie è rimasto intatto attraverso oltre 100 anni. Io ne sono convinto".


domenica 31 agosto 2025

NECROMANTICA MUSA BLUES

 
 
Stefano Fantelli
NECROMANTICA MUSA BLUES
Cut-Up Publishing
2025, cartonato
110 pagine, 19.90 euro
Illustrazioni di Paolo Massagli

La nota biografica in appendice ci informa che Stefano Fantelli, “scrittore e sceneggiatore di genere dark e new weird, conosciuto anche con lo pseudonimo di El Brujo, Active Member della Horror Writers Association, ha pubblicato più di venti libri tra romanzi, raccolte di racconti e graphic novel”. Aggiungo, io che lo conosco, come abbia scritto storie pure di Zagor e molti altri fumetti, sceneggiato per il cinema, coordinato le pubblicazioni Cut-Up Publishing, organizzato eventi. Gli mancava soltanto di cimentarsi nella poesia, ed ecco il suo esordio anche questo ambito. Anche poeta, in sostanza. Tuttavia, fedele al suo personaggio, la raccolta “NecRomantica Musa Blues” (la R maiuscola all’interno del titolo è significativa) non propone al lettore, inclito o meno che sia, liriche nell’accezione più ricorrente e immediata del termine, componimenti cioè votati al sublime letterario e alla bellezza formale (bellezza che, in generale, come dice Dostoevskij, è sempre un enigma). La silloge (ecco che l’inclito lettore apprezzerà il vocabolo) raccoglie piuttosto testi in cui il bello e il sublime si manifesta attraverso versi che cantano di artisti maledetti, eroi dei fumetti, sangue e colpa, lapidi cimiteriali, gioventù bruciata, divinità e miti oscuri, favole nere, eros e thanatos. Nessun riferimento diretto a Baudelaire e Bukowsky, e neppure a Carver (per quanto di certo tenuti presente); molti di più agli autori di testi di canzoni di gruppi o musicisti della scena dark punk, gothic, rock psichedelico, heavy metal, prog. Appunto come testi di canzoni Stefano Fantelli presenta i suoi componimenti fin dal titolo, ma soprattutto dal sottotitolo, “canzoni e ballate di morte e d’amore”.  In una conversazione con l’autore gli ho chiesto se la forma di “lyrics”, destinata cioè alla musica (“words of a song”, secondo il dizionario) sia soltanto una scelta stilistica o se davvero i suoi testi fossero stati scritti per venire musicati e incisi. Risponde Fantelli: “alcuni sono stati musicati ma non incisi. In generale, quando li ho scritti avevo in mente anche una melodia. Nessuno è stato inciso finora”.  L’idea che dei versi abbiano, fin dal momento della composizione, il rimando a una musica su cui appoggiarsi, porta a riflettere sulla notte dei tempi e sulla cetra (forse Rickembacker) di Omero. La poesia nasce cantata, anche quella italiana, che trae origine dai componimenti dei trovatori provenzali che, tra il XII e il XIV secolo, cominciarono a scrivere versi in volgare, in un neolatino chiamato lingua d'oc (oggi scomparsa, dato che il francese moderno deriva da un altro neolatino, la lingua d'oil). Quei versi venivano scritti per essere cantati. Non sappiamo esattamente quali fossero le melodie, ma la nostra storia letteraria nasce da lì. Gli eredi di questa tradizione, i veri poeti del nostro tempo sono proprio gli autor idei testi delle canzoni. La poesia accademica e austera, quella di coloro che non scrivono per la gente, non raggiunge quasi più il cuore di nessuno. Sono i testi delle canzoni che hanno assunto il compito svolto in passato dalla poesia, nella società: sono loro che descrivono i moti dell'animo, che assolvono una funzione catartica o liberatoria, o che incitano a reagire, o illuminano di nuova luce il reale o veicolano idee o semplicemente fanno sognare. Sono i versi dei parolieri e dei cantautori che passano di bocca in bocca, vengono imparati a memoria, ripetuti nelle riunioni fra amici, rimuginati nei momenti di solitudine. Ognuno ha la sua canzone che almeno una volta lo ha fatto piangere. Di certo quanto detto porta a concludere che ci piacerebbe ascoltare i testi di “NecRomantica” messi in musica. “El Brujo, lo stregone che scriveva versi chilometrici / cambiò un giorno il suo agente con uno della narcotici”, scrive di sé Fantelli (in “Dark Jazz”), che resta pur sempre uomo di penna (intinta nel cianuro) e non di chitarra, e quindi ci consegna poesie-racconti, testi autobiografici, pagine di diario. Immagino che possa considerarsi l’unico poeta che ha dedicato dei versi a Gwen Stacy, e che spiega le sue fonti di ispirazione scrivendo: “noi che leggevamo Lovecraft, Pirandello e Zagor”. Applausi per lui ma anche per il disegnatore Paolo Massagli, chiamato a illustrare il volume.



martedì 13 maggio 2025

NERO: COSI’ IN TERRA

 
 

 
Emiliano Mammucari
Matteo Mammucari
NERO: COSI’ IN TERRA
Sergio Bonelli Editore
2021, cartonato
80 pagine, 17 euro

«“Nero” non parla di religione, non parla di guerre e non parla di culture contrapposte. “Nero” parla di demoni». Così concludono la loro introduzione al volume Emiliano e Matteo Mammucari, autori a quattro mani di soggetto e sceneggiatura. Il solo Emiliano, invece, si è occupato degli efficaci disegni, affidati alla colorazione di Luca Saponti. Un nome, quello di Saponti, che va assolutamente citato perché i colori, in questo racconto a fumetti, sono non soltanto spettacolari, ma parte integrante della storia. Colori che, finalmente, valorizzano ed esaltano le chine sottostanti, aggiungendo significato ed emozioni, oltre che atmosfera, sfondo e completamento. Così come merita una segnalazione l’originale lettering di Marina Sanfelice, studiato appositamente per “Nero”. Ma torniamo al fatto che Emiliano e Matteo Mammucari non intendono narrarci precisi eventi storici del 1173 accaduti fra la prima e la seconda crociata nella regione compresa fra Antiochia e Gerusalemme, e non vogliono, dunque schierarsi in favore degli infedeli rispetto a una fede piuttosto che a un’altra. Vogliono narrarci una fabula che usa uno sfondo bellico feroce e insanguinato per introdurci magia, avventura, mistero, personaggi ben caratterizzati che celano segreti legati a un passato i cui segni sono ben visibili sui loro corpi e nelle loro menti. Vogliono sorprenderci e intrigarci, insomma, e mi pare il migliore dei propositi. Peraltro, sembrano intenzionati a farlo usando un linguaggio chiaro, nei testi e nei disegni, senza aggiungere la difficoltà di decfrazione del narrato al mistero che aleggia sulle vicende. “Così in terra” è il primo volume di una serie Bonelli (ma inserita nella produzione Audace) che si preannuncia articolata, e presenta lo scenario: la Siria dell’anno dell’Egira 551. Siccome l’esodo da La Mecca verso Medina di Maometto e dei suoi seguaci avvenne nel 622 del calendario cristiano, siamo appunto nel 1173. I protagonisti sono principalmente due, un arabo chiamato Nero e un cristiano per il momento noto solo come lo Straniero. Il primo reca una cicatrice sulla fronte raffigurante uno strano simbolo, di cui il secondo sembra conoscere il significato. Lo Straniero è appunto in cerca di Nero, che riconosce per i segni sul volto, e che cattura per farsi condurre da lui nella misteriosa e arcana Grotta del Sangue. Fu là dentro che il padre di Nero incise con una lama la pelle del figlio. Si ignora lo scopo del rituale, perché lo Straniero conosca quei fatti, che cosa (di magico) si nasconde nella caverna, per quale motivo il cristiano la voglia raggiungere. L’irrompere sulla scena di una guerriera musulmana, Nizarita, rovescia la situazione: lo Straniero viene fatto prigioniero e condotto nella fortezza di Tell Bashir, che sta per cadere in mano crociata.



domenica 11 maggio 2025

LA NEVE ERA SPORCA

 
 

Georges Simenon
LA NEVE ERA SPORCA
Adelphi
2023, brossurato
270 pagine, 12 euro

Dove si svolge “La neve era sporca”? E in quali anni? A prima vista, siamo durante la Seconda Guerra Mondiale in una città occupata dai nazisti, forse in Francia o forse in Belgio, dato che l’autore, Georges Simenon (1903-1989), è nato a Liegi ma si è trasferito a Parigi poco più che ventenne (vivendo comunque in giro per il mondo per gran parte della sua vita). Quasi tutti a Parigi sono ambientati i romanzi del suo personaggio più famoso, il commissario Maigret. Qualcuno ipotizza che siamo in Olanda. Tuttavia, lo scrittore dichiara: “L’importante è che l’esercito di occupazione non sia riconoscibile, di modo che l’opera abbia un carattere universale. Anche se, a essere sincero, nella mia mente l’azione si svolge nell’Europa centrale, e precisamente durante l’occupazione russa. Ambienti e nomi sono quelli di una città austriaca o ceca.” Commentando un altro straordinario romanzo di Simenon, “Le finestre di fronte” (si può cliccare sul titolo per leggere la recensione), scritto negli anni Trenta, avevo segnalato come quella di Simenon fosse stata una delle prime voci ad aprire uno squarcio sulla realtà dell’URSS, descrivendone in modo incisivo le storture kafkiane. “La neige état sale” è del 1948, l’ordine mondiale è diverso, ma le storture sovietiche evidentemente, agli occhi dell’autore, restano le stesse. Kafkiana è del resto la detenzione del protagonista, il diciannovenne Frank Friedmaier, in un istituto scolastico trasformato dall’esercito occupante in un luogo di prigionia, di tortura e di esecuzione. 
Tuttavia non sono né la guerra, né l’occupazione nemica l’argomento principale della narrazione, a cui si limitano a dare un contesto, a giustificare il clima di alienazione e di povertà degli inquilini del casamento dove vive Frank e del contesto urbano circostante. Alla base dello straordinario romanzo di Simenon c’è il disagio pressoché psicotico del giovane Friedmaier, figlio senza padre della tenutaria di una casa di appuntamenti celata dietro l’apparenza di una attività di manicure, convinto che diventare adulto significhi superare prove di iniziazione che egli stesso si impone, soprattutto non provare empatia verso nessuno, giudicando ogni legame e ogni sentimento quali segni di debolezza. Il tipo di prove che lo illudono di essere un uomo sono uccidere senza motivo, per esempio, o attirare una ragazza innamorata di lui in una trappola per farla stuprare da un altro. Ma anche ostentare rotoli di banconote ricavate smerciando refurtiva, sfidando la sorte contro ogni prudenza, o maltrattare le donne che lavorano per la madre e la madre stessa, Lotte. Soprattutto, giudicare tutto senza importanza, provocare chiunque, desiderare che qualcosa succeda per poterla affrontare. Finché, gli occupanti lo imprigionano: Frank è convinto di potersela cavare sopportando qualunque tortura, beffandosi dei suoi carcerieri. Qualcosa però gli fa cambiare idea e rimpiangere una vita che avrebbe potuto avere se avesse capito prima. Simenon, con la sua scrittura priva di ogni magniloquenza, fatta di frasi brevi, “entra nella testa di questo personaggio al limite fra l’abiezione e una paradossale innocenza” (come si legge in quarta di copertina) e ci consegna una delle sue opere migliori.



sabato 15 marzo 2025

IL NATALE DI FRA TINO

 

 
 
Athos
IL NATALE DI FRA TINO
Sbam!
2023, brossurato
80 pagine, 13 euro


Dopo aver dedicato, nel 2021, una prima antologia alle tavole di Fra Tino, la benemerita Sbam! aggiunge, due anni dopo, una seconda raccolta, questa volta a tema. Nel mezzo fra le due date c’è quella del quarantennale del personaggio, pubblicato a partire dal 1982 prima, e a lungo, sul “Giornalino” e poi ospitato su “Famiglia Cristiana”, sulle cui pagine ha potuto festeggiare i quattro decenni di ininterrotta produzione. Artefice dell’impresa, sia per i testi che per i disegni, l’emiliano (ma milanese di adozione) Atos Careghi (classe 1939), in arte Athos, vignettista all’opera a partire dal 1951 anche su varie altre testate (da “La Settimana Enigmistica” alla “Gazzetta dello Sport”). Fra Tino è un personaggio a fumetti sui generis, perché le nuvolette che danno il nome, in Italia, al fumetto stesso, proprio non ci sono: le tavole, essenziali anche nel tratto, sono rigorosamente mute. Eppure ciò che raccontano, nella stessa maniera di un film senza sonoro o dello spettacolo di un mimo, è immediatamente comprensibile anche (e soprattutto) dai bambini a cui principalmente sembra rivolgersi il delicato autore. Sembra, perché poi la poesia delle immagini riesce a sorprendere e far sorridere anche i più grandi. Il protagonista è un candido fraticello pelato, che vive con un piccolo gruppo di confratelli in un convento in cui ognuno è dedito alle proprie mansioni ma dove uno dei divertimenti è giocarsi scherzi a vicenda e soprattutto giocarne a Fra Tino, forse il più giovane, che però riesce ogni volta a ribaltare la situazione. Il fraticello  colora i fiocchi di neve, vede il bello e il poetico in ogni cosa,
ama ed è riamato dagli animali,come un novello San Francesco, però senza stigmate. Nonostante il saio indossato dai personaggi, non si nota un intento di propaganda religiosa o confessionale, ma è indubbio che le tavole di Athos, così solari e gioiose, solleticano la spiritualità e spingono a guardare con occhi incantati la realtà materiale. Si è detto che questa antologia è a tema: il tema è appunto, come suggerisce il titolo, quello delle festività natalizie. Una particolarità è che il volume si apre con la prima e unica storia lunga di Fra Tino, uscita nel 1990 (mentre il resto della produzione si sviluppa su singole tavole). 

lunedì 6 gennaio 2025

NOVE

 
 

 
Marco Ciardi
NOVE
Il Mulino
2024, brossurato
184 pagine, 14 euro

Il già ricco elenco dei titoli pubblicati da Marco Ciardi si arricchisce di questo aureo libretto, gradevolissimo da leggere, stuzzicante per curiosità e informazioni, emozionante per la quantità di ricordi condivisi in cui io e quelli che mi assomigliano finiamo per riconoscerci. Professore di Storia della Scienza all’Università di Firenze, saggista e divulgatore, appassionato di fumetti, Ciardi si inserisce, con il suo “Nove”, in una collana curata da Umberto Bottazzini intitolata “Storie di Numeri”, in cui ogni volume è affidato a un diverso autore che sceglie un numero su cui dire qualunque cosa voglia. Il teologo Gianfranco Ravasi si occupa, non a caso, del tre, il chimico e giallista Marco Malvaldi del dodici, giusto per fare degli esempi. Per quanto la numerologia colleghi il nove al tre (tre per tre fa nove) e dunque alla Trinità, Ciardi non se ne occupa per motivazioni mistiche o religiose. “L’idea di attribuire delle proprietà ai numeri, pur se caratterizzata da una nobile tradizione (che giustamente va studiata e compresa dal punto di vista storico), non ha alcun valore scientifico”, spiega l’autore. Quali sono dunque i collegamenti di “Nove” con gli argomenti indicati dal sottotitolo “storie di sport e fumetti, musica e scienza”? Il primo nasce dalla passione per il calcio: “sono sempre stato un numero 9”, rivela il prof, facendoci scoprire una militanza non occasionale nella squadra del Firenze Ovest e un certo numero (superiore a nove) di reti segnate. L’aneddotica personale di Ciardi sfocia però in una ricostruzione storica del come e del perché il 9 fosse (una volta) quello del centravanti, fino alla rievocazione delle partite della (sua e nostra) vita e delle figure dei giocatori più significativi con addosso quella maglia. Riguardo alla musica, due diversi capitoli sono dedicati a “Revolution 9”, la meno beatlesiana delle canzoni dei Beatles (contenuta nel nono, guarda caso, album della band, “The White Album”) e alla Nona di Beethoven, con un condivisibile rimpianto per la riproduzione HI-FI su impianti che oggi sono sostituiti da auricolari collegati allo smartphone. Si giunge poi alla “nona arte”, quella del fumetto, con tutta una serie di ricordi legati all’importanza che avevano i comics nella vita (e nella crescita) dei ragazzi di un tempo, quando venivano considerati spazzatura ed erano snobbati dagli intellettuali, salvo poi giungere oggi al riconoscimento pressoché unanime della loro valenza artistica. Un capitolo a parte è dedicato a Thor e ai “nove mondi” della mitologia norrena nella reinterpretazione marveliana (ma anche in quella Disney). Il sesto capitolo è intitolato “Thornton Square” perché è al numero civico 9 di quella piazza londinese che si svolge la fosca vicenda di “Angoscia” (Gaslight), diretto da George Cukor negli anni Quaranta, film scelto per parlare del cinema thriller e noir, alla Hitchcock, e giudicato da Ciardi come quello che più lo ha impressionato. Si passa poi i “nove spettri dell’anello” e dunque a parlare di Tolkien, e poi al nono pianeta del sistema solare, Plutone, successivamente retrocesso a poco più di un asteroide (per cui i pianeti sono rimasti in otto) e dei suoi insospettabili rapporti con Lovecraft. Infine, il nono capitolo è dedicato alla serie TV “Deep Space Nine” e quindi alla saga di Star Trek. Passione, erudizione, divulgazione, multidisciplinarietà, interconnessioni, cultura scientifica e pop, memoria storica e costume: nove elementi di interesse per un libretto illuminante e divertente. Che alla fine mi porta a considerare che io sono nato nel 1962, anno le cui cifre sommate danno 18, ma 1+8 = 9, e a chiedermi che numero sceglierei io se mi chiedessero un libro del genere. Dato che il 7 (giorno della mia nascita) è già stato preso da Raphael Ebgi, così come il 10 (il numero perfetto secondo Pitagora, essendo la somma di 1,2,3 e 4), scelto da Luisa Girelli, non restano che il 42 (la risposta universale secondo Douglas Adams) o il 52. Quello dello Zenith, naturalmente.



giovedì 1 agosto 2024

IL RE DI DARKWOOD



Guido Nolitta
Gallieno Ferri
IL RE DI DARKWOOD
Sergio Bonelli Editore
 2024, cartonato
176 pagine, 27 euro
 
Ci sono storie che non invecchiano mai. Sicuramente, “Zagor racconta…” (1969) è fra queste: un classico evergreen, un capolavoro nei testi come nei disegni.   La prima puntata, su un totale di sei albetti a striscia (in quello che era il formato tipico delle pubblicazioni a fumetti degli anni Cinquanta e Sessanta), apparve in edicola il 10 luglio 1969 proprio con il titolo che serve a identificare tutta la storia. Si trattava del n° 62 della quarta serie della “Collana Lampo”. Seguirono, con cadenza quindicinale, gli episodi “Il demone della vendetta”, “Vento di morte”, “L’orribile verità”, “Zagor entra scena” e “Il re della foresta” (quest’ultimo datato 25 settembre). L’avventura venne poi riproposta sui numeri Zenith Gigante 106 e 107  (1970) e quindi sui numeri 56 e 57 di Zagor Ristampa (1974) e Tutto Zagor (1990). Per ben due volte il racconto è giunto in libreria sottoforma di cartonato a colori, prima con il marchio Cepim (1977) e poi con quello Sergio Bonelli Editore (2016). Il volume che vedete nella foto in apertura rappresenta una terza edizione con una nuova veste grafica e una nuova introduzione, vista la continua richiesta da parte dei lettori. “Il re di Darkwood” narra di come un ragazzo chiamato Patrick Wilding, attraverso una serie di tragici eventi che segnano la sua vita, giunge a vestire i panni dello Spirito con la Scure e a investirsi della missione di portare pace e giustizia nella regione in cui è nato, facendo da peacekeeper fra le varie etnie e comunità che la popolano.
Quando Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) iniziò a sceneggiare l’avventura per affidarla ai pennelli di Gallieno Ferri, erano passati meno di tre anni dall’uscita in edicola di una storia intitolata “Il passato di Tex” (1966), scritta da suo padre, Giovanni Luigi Bonelli. Il successo era stato tale da convincere il figlio che anche i lettori dello Spirito con la Scure avrebbero apprezzato che venissero svelate le origini del loro beniamino. Anche perché il primo numero della saga del Re di Darkwood, intitolato “La foresta degli agguati” (1961), nulla diceva di cosa avesse portato il personaggio a vestire i panni del giustiziere e come fosse riuscito a farsi considerare un inviato di Manito dai pellerossa. Quando l’eroe dalla casacca rossa compare per la prima volta sulla scena, tutto è già accaduto e ciò che ci viene narrato è solo il suo incontro con Cico. Per otto anni, il folto pubblico zagoriano ha ignorato persino il vero nome del protagonista delle loro avventure preferite.  Va detto che, comunque, “Zagor racconta…” questo nome non lo rivela, e Nolitta si limita al cognome: Wilding. Per scoprire che lo Spirito con la Scure si chiama Patrick bisognerà attendere addirittura il 1995, quando lo si scopre nello Special “Darkwood Anno Zero”.
Nel 2019, in occasione del cinquantennale del classico dei classici di cui ci stiano occupando, sono cominciati a uscire in libreria i sei volumi  (poi pubblicati anche come albi da edicola) della serie “Zagor: le Origini”, in cui le vicende del “Re di Darkwood” sono state raccontate in modo più esteso e analitico, fornendo spiegazioni sulle questioni lasciate in sospeso da Nolitta e Ferri.

domenica 14 gennaio 2024

L’ALBERGO DEL PASSO


 

 
Claudio Nizzi
L’ALBERGO DEL PASSO
Adelmo Iaccheri Editore
Brossura, 2023
192 pagine, 16.90 euro


Di Claudio Nizzi scrittore, anziché sceneggiatore di fumetti (Tex, Nick Raider, Il Giornalino) ci siano occupati più volte. L’ultima, per esempio, per commentare il suo romanzo “Omicidio a Lerici”:

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../omicidio...

Ma cliccando sulla voce “NIZZI, Claudio” collocata in ordine alfabetico nell’Indice degli Autori, potete trovare tutte le altre recensioni che danno, credo, un’idea abbastanza chiara dei suoi romanzi che potremmo definire del “ciclo di Borgo Torre”, arrivato a contare otto titoli:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../indice...

Anche “L’albergo del Passo”, uscito in prima edizione nel dicembre 2023, si inserisce nella scia dei precedenti, essendo ambientato nell’immaginario paese del Frignano (sull’Appennino modenese) che Nizzi chiama Borgo Torre ma che si può facilmente sovrapporre a Fiumalbo, località di origine dello scrittore. Anche il Passo del Duca, luogo dove è idealmente collocato l’albergo a cui fa riferimento il titolo, è chiaramente identificabile, al netto delle licenze poetiche, con il Passo dell’Abetone, attraversato da una celebre strada di importanza storica in quando fatta costruire dal Granduca di Toscana Pietro Leopoldo. L’ambientazione è quella degli anni Cinquanta, e fra i personaggi compare il maresciallo Caruso, figura ricorrente e solito condurre le indagini sui delitti che movimentano Borgo Torre e i paesi vicini (ma gli capita di indagare su un omicidio anche andando al mare). Ne “L’albergo del Passo”, tuttavia, Caruso si vede poco, salvo avere un ruolo da deus ex machina nel finale: i veri protagonisti sono Giulia e Marco, promessi sposi che il caso invischia in una situazione così brutta da mettere a repentaglio le nozze imminenti portando il loro rapporto sull’orlo dello scioglimento. La famiglia di Giulia è proprietaria di un vecchio albergo, che si è inaspettatamente popolato di ospiti in occasione dell’ultimo Natale prima della chiusura e della messa in vendita. A turbare il clima natalizio giunge però un delitto: tutto lascia supporre che l’assassino sia uno dei clienti, se non qualcuno del personale. I sospetti, destati da un indizio, si accentrano però su Marco, che il maresciallo chiude in cella in attesa di portare avanti gli interrogatori degli altri. L’intreccio giallo, sobrio e godibile, è però meno interessante rispetto al vero punto di forza della narrazione di Nizzi: la sua scrittura che già in passato ho definito ipnotica e che di nuovo accarezza il lettore con descrizioni essenziali e dialoghi piacevolissimi da seguire, sintetici anch’essi ma in grado caratterizzare i personaggi e fornire gli elementi necessari a portare avanti la trama. Un romanzo che, come al solito, si legge d’un fiato, quasi sorseggiandolo.

domenica 8 ottobre 2023

FREAKS

 

 

Akimitsu Naruyama
FREAKS
Logos
Prima Edizione 2000
brossurato – 190  pagine -  euro 14,90


Akimitsu Naruyame, nato a Tokio nel 1966, ha iniziato a ricercare e collezionare vecchi libri e vecchie fotografie dell’Occidente durante i suoi studi a Parigi e in Belgio. In questo libro vengono raccolte immagini fotografiche di fine Ottocento e di inizio Novecento riguardante lo sfruttamento dei freak da parte di circhi e spettacoli itineranti. L’introduzione dell’autore si conclude con queste parole: “Le persone raffigurate in questo libro rappresentano solo una piccola parte dei fenomeni vissuti nel XIX e agli inizi del XX secolo. La loro fama diede loro almeno la sicurezza economica, ma la maggior parte delle persone affette da anomalie se la passava molto peggio. Di solito erano condannati a brevi vite di povertà, fame e isolamento. Le fotografie di questo libro appartengono a un tempo ormai passato. Grazie a Dio”. Colpisce molto, a proposito di Dio, quanto scrisse nel 1945 William Bradley Smith, nato nel 1908 e noto come “Aloa, il ragazzo serpente”, che aveva un pelle simile a quella di un rettile: “Dio nella sua infinita saggezza ha ritenuto opportuno crearmi in questo stato pietoso, Egli deve aver avuto le sue ragioni, e io non metto mai in dubbio le Sue opere”. L’introduzione inquadra molto bene il fenomeno dello sfruttamento a fine di spettacolo di persone deformi o nate con malformazioni genetiche o incredibili particolarità fisiche. La maggior parte delle fotografie sono opera di Charles Eisenmann, i cui soggetti preferiti erano appunto le persone affette da anomalie. Le immagini sono  impressionanti: si comincia con persone enormemente grasse o incredibilmente magre, poi ci sono nani e giganti, gemelli siamesi e uomini con tre gambe o con un parassita emergente dal proprio corpo, passando poi per tutta una gamma di terribili malformazioni. Questa raccolta di foto mi ha ispirato una storia di Zagor, "Ombre nella foresta" (2009).

sabato 15 luglio 2023

IL NASO DI LOMBROSO

 

 

 
Davide Barzi
Francesco De Stena
IL NASO DI LOMBROSO
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2023
130 pagine, 20 euro

C’era una volta… un Re, diranno subito i più frettolosi fra quanti leggeranno queste righe. No, c’era una volta un pezzo di legno, scolpito a forma di naso. E’ il ritrovamento dell’insolito oggetto in un teatro torinese in cui sono stati rapiti due ragazzi approfittando del parapiglia seguito a un attentato, a segnare l’inizio della nostra storia, quella, intendo, di cui stiamo parlando. Storia che a sua volta origina da un’altra, quella narrata a fumetti da Davide Barzi e da Francesco De Stena nell’albo n° 63 della collana bonelliana da edicola “Le Storie” (appunto), del dicembre 2017, intitolato “Il cuore di Lombroso”, successivamente riproposto in distribuzione libraria come volume cartonato (2021). “Il naso di Lombroso” esce invece direttamente in libreria senza passare dall’edicola. Essendo “Il cuore di Lombroso” ambientato a Torino nel 1889, mentre la vicenda del naso inizia, nella finzione narrativa, il 30 giugno 1881, si potrebbe parlare di un “prequel”. Sennonché Barzi, specializzato in versioni a fumetti guareschiane e sceneggiatore di entrambi i racconti, nella sua postfazione lo nega e usa il termine di “ucronìa”, o versione alternativa di fatti storici, caratterizzante tre graphic novel indipendenti l’uno dall’altro. Tre, perché è previsto infatti un terzo episodio. “Indipendenti” fino a un certo punto, visto che ogni storia ha al centro la figura di Cesare Lombroso, alienista piemontese (1835-1909) realmente vissuto (come tutti sanno o dovrebbero sapere). Non realmente vissuta, almeno per quanto se ne sa, è l’intraprendete Silvia Bottini, allieva dei corsi di anatomia di Lombroso presso la facoltà di anatomia dell’università del capoluogo sabaudo e donna decisamente emancipata (il lungo percorso dell’emancipazione femminile si può far risalire nel 1869, giusto per scegliere una data consapevoli che se ne potrebbero scegliere altre, con il movimento delle suffragette): il personaggio compare anche nel primo episodio (cronologicamente secondo). Le date in cui sono ambientati i due racconti, e soprattutto i loro titoli, fanno capire abbastanza facilmente, se confrontati fra loro, il collegamento con due scrittori e due romanzi caposaldi della letteratura italiana: Edmondo De Amicis e il suo “Cuore” (1886) e Carlo Lorenzini, che si firmava Collodi, e il suo “Le avventure di Pinocchio” (1881). Carlo Lorenzini è appunto un altro personaggio storico che compare ne “Il naso di Lombroso”, al pari di molti altri, tutti descritti con rigore documentario da Barzi e da De Stena. Le rocambolesche avventure, narrate attraverso una sarabanda di spostamenti in varie località del Regno d’Italia (Torino, Firenze, Volterra, Portoferraio…), vedono Lombroso e Silvia Bottini, scortati dal Tenente Colonnello Egidio Osio (1840-1902, altra figura storica) seguire le tracce dei rapitori di Paola (figlia dell’alienista) e del principino Vittorio Emanuele (futuro Re Vittorio Emanuele III), di cui Osio era il tutore, chiaramente rapiti insieme dalle stesse persone. Le indagini si indirizzano subito verso le sfaccettate organizzazioni anarchiche, delle quali aveva fatto parte Giovanni Passannante (1849-1910), condannato all’ergastolo per un (fallito) attentato alla vita del Re Umberto I compiuto nel 1878. Per lui, l’ucronìa barziana prevede una sorte diversa da quella ufficiale, ma naturalmente non ve la svelerò. Nella buia cella dove vengono tenuti prigionieri i due ragazzini viene gettato anche Carlo Lorenzini, rapito a sua volta, e il meccanismo narrativo fa sì che la brutta disavventura serva a ispirargli le avventure del suo burattino (in realtà marionetta), facendogli incontrare le controfigure di Lucignolo, di Mangiafuoco, di Geppetto. Barzi non è indulgente con Lombroso, cioè non ne difende le idee sull’antropologia criminale, e anzi lo mette in difficoltà di fronte agli anarchici che gliele rinfacciano, ma riesce a inquadrarlo in modo più completo rispetto all’immagine limitata che di solito se ne ha, visto che l’opera lombrosiana (una quantità sterminata di studi e di scritti) non si può ridurre a “L’uomo delinquente” (1876). In ogni caso, Barzi e De Stena forniscono, in appendice, una lunga bibliografia di riferimento. Bene, bravi, tris.

sabato 27 maggio 2023

L'UOMO SENZA PASSATO

 

 



Claudio Nizzi
Claudio Villa
L'UOMO SENZA PASSATO
Sergio Bonelli Editore
2022, cartonato
282 pagine, 28 euro
 
Ho sempre considerato questa storia (apparsa originariamente sugli albi di Tex dal n° 423 al n° 425, usciti in edicola nel 1996) la migliore fra quelle realizzate in coppia da Claudio Nizzi e Claudio Villa, e sarei tentato di allargarmi a valutarla come la più bella scritta dal primo e disegnata dal secondo nell'ambito della loro produzione texiana, anche se giudicati separatamente. L'edizione cartonata del racconto in un volume di grande formato è dunque più che meritata, e il colore proposto per l'occasione non aggiunge comunque nulle alle tavole di Villa, bellissime anche, se non si più, in bianco e nero. Trattandosi di un classico molto noto e ristampato più volte (anche se mai così in grande) mi consentirete di non tener conto, parlandone, dello spoiler. In ogni caso consideratevi avvisati e non proseguite la lettura di questa recensione se non volete rovinarvi la sorpresa nel caso non abbiate prima già affrontato quella del racconto.
Partiamo con il rilevare come la maledizione di Taniah colpisca ancora. Era stata lei, la squaw di Tiger Jack, a inaugurare (cronologicamente, stando alla continuity interna) la catena di tristi sorti che lega inesorabilmente le belle compagne indiane dei nostri pards (l’unico immune è Carson, per ora). Taniah era morta  suicida per sottrarsi alle insane attenzioni di Don Liborio Torres, in una storia del 1992 (di Nizzi e Ticci). Dopo qualche tempo la sventura si abbatte sulla famiglia di Tex: muore atrocemente Lilyth, la moglie pellerossa del ranger, e ancora una volta per colpa dell'odio dei bianchi (straordinariamente evocativa, ricca di nostalgico colore e struggente per le parole pronunciate da Willer, è la sequenza che ritrae Tex, abbigliato da Aquila della Notte, giurare vendetta davanti alla tomba dell’amata consorte defunta: la si vede in un classico di Gianluigi Bonelli e Aurelio Galleppini del 1972,). E ora tocca al figlio di Lilyth e di Tex, Kit Willer, subire un'analoga, straziante perdita. Ripescato senza memoria dalle acque tumultuose del Little Colorado, dopo esservi caduto con una brutta ferita durante una conflitto a fuoco contro un gruppo di feroci contrabbandieri capeggiati dal vile Simon Gentry, Kit si innamora della sua salvatrice, Fiore di Luna, la più bella donna della tribù degli Ute. E' Fiore di Luna che fa rinascere Kit, battezzandolo con le fresche acque correnti d'Arizona e con un nuovo nome, Tonkawa, che significa "portato dal fiume". La passione che sboccia fra i due giovani rischia di scatenare un nuova guerra indiana: il bellicoso Falco Nero, gran testa calda degli Ute, vistosi respinto da Fiore di Luna che gli preferisce il nuovo arrivato, complotta contro il padre di lei, il saggio e pacifico capo Naso Piatto, e provoca numerosi morti. Sarà Kit a fermarlo per sempre, ma non riuscirà a evitare la fine di Fiore di Luna che, in un gesto di estremo sacrificio, intercetta una pallottola mortale destinata all'amato, sparata da quel serpente a sonagli di Simon Gentry, a cui ordini agiva Joe Galvez, il meticcio che aveva ferito Kit Willer. Galvez e Gentry finiscono tra le fiamme di Satanasso grazie alla mira di Tex, ma Fiore di Luna? "Ti ho voluto bene, Tonkawa… tanto! Sognavo di diventare la tua sposa", e la dolce Ute spira tra le braccia di un attonito Kit.
Né questo è l’unico dramma che rende indimenticabile il racconto. Straordinario il pathos trasmesso dalle scene in cui Tex dimostra la sua sofferenza di padre di fronte alla possibilità, purtroppo sempre più probabile, della morte del figlio scomparso nel fiume, di cui inizialmente viene ritrovato soltanto il cappello.  Fino alla scena clou, davvero sconvolgente, dei due Willer che si trovano di fronte da avversari e si sfidano a duello. Kit, vedendo in Tex solo “uno di quei cani” che avevano ucciso il padre di Fiore di Luna, gli spara contro ripetuti colpi di fucile. Disarmato da un proiettile di Aquila della Notte, lo aggredisce armato di coltello. “In nome di Dio, Kit! ...Torna in te!”: Grida Tex lottando, nel tentativo di fermare il figlio senza fargli del male. Tentativo che fortunatamente riesce. Anzi, proprio nel corso del combattimento Piccolo Falco urta violentemente la testa contro una pietra e recupera la memoria.
Quinta e ultima storia del Novecento texiano a portare la firma di Claudio Villa, ideatore peraltro dello spunto che è alla base della storia; e prima volta per la straordinario artista comasco nell’illustra le copertine di una sua avventura. Nizzi non poteva trovare spalla migliore per il suo ricco soggetto. Il disegno di Villa è in effetti potentissimo, travolgente. Mozza il fiato del lettore sia quando deve rappresentare scenari naturali (le fantastiche inquadrature dall’alto del covo di Gentry, per esempio), sia quando deve ritrarre volti umani, al quale riesce a infondere, con virtù divina, l’alito di vita (notare l’espressione di Tex, con gli occhi che brillano all’ombra della tesa del cappello, quando si accorge che i banditi hanno colpito Kit alla testa; oppure, ancora la faccia del Ranger, sconvolta dal dolore per la presunta perdita del figlio e nello stesso momento quasi impercettibilmente rischiarata da un lampo di speranza). Una storia da leggere e rileggere.

domenica 14 maggio 2023

AVVENTURA A MANAUS

 

Guido Nolitta
Roberto Diso
AVVENTURA A MANAUS
Sergio Bonelli Editore
2023, cartonato
160 pagine, 24 euro

E’ sempre bello vedere valorizzati in volumi di grande formato gli episodi più significativi degli eroi dei fumetti distribuiti anni prima in edicola. In questo caso, il cartonato proposto dalla Bonelli Editore confeziona in una nuova, rilegata e commentata edizione lo Speciale Mister No n° 7, del luglio 1992, intitolato “Avventura a Manaus”, sceneggiato da Guido Nolitta e illustrato da Roberto Diso (il creatore del pilota amazzonico il primo, il rinnovatore grafico e principale disegnatore il secondo). Che sotto lo pseudonimo di Nolitta vi fosse lo stesso editore, Sergio Bonelli, nel 1992 non era più un mistero per nessuno, dopo che per anni egli stesso lo aveva tenuto nascosto. Riguardo invece le caratteristiche di Mister No, basterà dire che questo racconto le evidenzia tutte in modo paradigmatico: Jerry Drake (questo il suo vero nome) è un antieroe amante del quieto vivere, che si trova coinvolto suo malgrado nei guai da cui vorrebbe tenersi lontano; è uno statunitense che dopo aver combattuto nella Seconda Guerra Mondiale ha cercato di non rendersi più disponibile per una eventuale Terza trasferendosi armi e bagagli in Amazzonia, e più precisamente nella Manaus degli anni Cinquanta; si guadagna da vivere pilotando il suo scalcinato Piper a bordo del quale trasporta turisti, uomini d’affari e chiunque abbia bisogno di un passaggio aereo; alloggia in una anonima baracca, subisce il fascino femminile e dell’alcool, fa il perdigiorno bazzicando bar e locali notturni, spesso in compagnia di un amico tedesco soprannominato scherzosamente Esse-Esse. “Avventura a Manaus”, oltre a restituire in ogni pagina il ritratto di Jerry Drake, dipinge anche un quadro credibile e coinvolgente della sonnolenta città fluviale lungo il Rio delle Amazzoni, decadente e malandata dopo un passato da boom-town ai tempi del commercio della gomma,  e dei suoi abitanti che sembrano sempre in attesa di qualcosa che prima o poi succederà, ma che non fanno niente perché accada. Le 148 tavole di cui si compone il racconto si fanno ricordare per due caratteristiche principali: la prima, è che si svolgono tutte quante proprio a Manaus (mentre di solito Mister No parte per via aerea o lungo il fiume verso avventure nella foresta o sulle Ande o lungo la costa); la seconda, invece, è rappresentata dal singolare personaggio che ingaggia Jerry Drake perché gli faccia da guida lungo un viaggio che non comincerà mai: James Newman, aspirante autore di fumetti venuto in Amazzonia in cerca di spunti. C’è senza dubbio, in costui, il ricordo di Eddy Rufus, coprotagonista di una avventura di Zagor del 1972 (vent’anni esatti prima), sceneggiata sempre da Nolitta, in cui è uno scrittore di dime novels a recarsi a Darkwood per trovarvi fonti di ispirazione. La trovata, davvero brillante,  serve a Bonelli per parlare dei fumetti degli anni Trenta e Quaranta e dei loro autori (Milton Caniff soprattutto), riuscendo a mostrare, inseriti nelle tavole di Diso, schizzi e strisce di questi eroi di carta. Ovviamente Nolitta parla anche di se stesso, ed è divertente seguirlo nei suoi lunghi dialoghi (sempre verbosi ma assolutamente ipnotici e affascinanti) che assumono un valore quasi metafumettistico. Ci sono anche delle morali da trarre, a cominciare dal viaggio verso l’avventura che, nella realtà (quella in cui vive James Newton) non parte mai (l’avventura possono viverla solo gli eroi di carta): i guai che capitano allo sceneggiatore (e, per causa sua, a Mister No) non hanno niente di eroico. Tant’è vero che, alla fine, il personaggio a fumetti che Manaus è riuscita a ispirare a Newman ha il volto ha l’esatto aspetto di Jerry Drake. Perciò, c’è poca avventura, in “Avventura a Manaus”, ma tante emozioni e riflessioni per chi le sa cogliere. Roberto Diso è il maestro di sempre (basti vedere la vignetta di pagina 34 con i cani che inseguono un taxi, abbaiando). A corredo del volume c’è una lunga e interessante postfazione in cui Luigi Mignacco (il più importante sceneggiatore misternoiano dopo Nolitta) ripercorre le citazioni fumettistiche presenti non solo in questo volume ma in molte altre storie di Mister No. Mignacco segnala anche come “Avventura a Manaus” sia una delle ultime storie amazzoniche scritte da Sergio Bonelli, che poco dopo lasciò il personaggio in altre mani per una quindicina di anni, prima di tornare a occuparsene per la memorabile sequenza conclusiva che chiuse la serie nel 2006. Di questa sequenza ho parlato in questo stesso spazio recensendone il “making of” curato da Franco Busatta. Potete leggere la recensione qui: