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mercoledì 17 giugno 2026

LIBERTY BAR

 

 
Georges Simenon
LIBERTY BAR
Adelphi
brossura
138 pagine, 11 euro

Più si leggono i romanzi con le inchieste del commissario Maigret, più il burbero poliziotto del Quai des Orfèvres, dalle spalle larghe e dalla pipa in bocca, finisce per apparirci come un personaggio reale, di cui Simenon è il semplice biografo. Maigret non è un investigatore alla Sherlock Holmes, con deduzioni brillanti e metodi infallibili: il suo modo di procedere paradossalmente consiste proprio nell’assenza di un metodo rigido. Cerca di cogliere le sensazioni suggerite dall’ambiente e dalle persone, annusa l’aria, legge negli occhi degli interlocutori, si immedesima nel loro microcosmo fino a quando non intuisce una pista. La sua tecnica si basa sulla comprensione delle dinamiche interiori, sull’acume psicologico e sulla capacità di instaurare empatia, soprattutto con l’umanità dei bassifondi. Attenzione, però: i romanzi con Maigret danno dipendenza e una volta che ci si abitua non si riesce più a smettere (per fortuna ci sono settantacinque dosi). Le inchieste sono coinvolgenti e ipnotiche da seguire, si divorano una dopo l’altra. Prima di essere gialli di Maigret, infatti, sono romanzi di Georges Simenon, uno scrittore notevole anche quando non mette in scena il suo commissario. 
"Liberty Bar", scritto nel maggio 1932 presso la tenuta La Richardière di Marsilly, in Francia, e pubblicato a luglio dello stesso anno da Fayard, è il diciassettesimo romanzo della serie con i celebre Commissario. Ci propone, come talvolta accade, un Maigret “in trasferta”, lontano dal Quai des Orfèvres, mandato sulla Costa Azzurra per indagare con la massima discrezione sull’omicidio di William Brown, un ex agente segreto australiano. Niente scandali, niente clamore: così gli ordinano i superiori. Il poliziotto, vestito di scuro fuori luogo sotto il sole abbagliante, si trova a disagio tra le ville bianche, le palme e il lusso  del jet-set. 
abituato ai bassifondi parigini, si sente spaesato sulla Riviera: il caldo, la luce accecante, i rituali mondani e il contrasto tra facciata glamour e la decadenza morale gli danno uggia. Il lettore segue Maigret mentre ricostruisce gli ultimi giorni di Brown: una vita divisa tra i giorni trascorsi in una villa ad Antibes, con l’amante e la suocera, e le periodiche fughe verso il sordido Liberty Bar di Cannes, gestito dalla grassa e materna Jaja, con la giovane Sylvie che si aggira nel locale mezza nuda, e frequentato da una congrega di personaggi falliti, ubriaconi, gente che vuole solo dimenticare il passato e vivere alla giornata. Maigret annusa l’aria, capisce che la chiave per risolvere il mistero è lì e perciò si immerge nel microcosmo del bar come se fosse casa sua. I personaggi sono memorabili, soprattutto Jaja e il suo piccolo mondo di illusoria libertà fatto di bicchieri, confidenze e silenzi. Il finale è amaro, come spesso accade in Simenon: Maigret arriva alla verità, ma di fronte alla scoperta di come tutto abbia girato attorno a una storia d’amore tragicamente conclusa, decide di non fare un rapporto completamente veritiero. "Liberty Bar" propone un Maigret atipico ma intenso: benché  “fuori posto” il Commissario, anche in Costa Azzurra, rimane fedele al suo burbero acume psicologico.                                         
 
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1. Romanzi con Maigret
 
L’amica della signora Maigret

La balera da due soldi
 
Il cavallante della “Providence”
 
Cécile è morta
 
Félicie
 
Maigret a New York
 
Maigret e il fantasma
 
Maigret e i testimoni recalcitranti
 
Maigret e la Stangona
 
Maigret e l’uomo della panchina
 
Maigret, Lognon e i gangster
 
Il mio amico Maigret
Il morto di Maigret
Pietr, il lettone
 
I sotterranei del Majestic
 
Una testa in gioco
 
La trappola di Maigret
 
Le vacanze di Maigret 
 

2. Romanzi di Simenon senza Maigret
 
L’assassino
 
Le finestre di fronte
La fuga del signor Monde 
 
La neve era sporca
 
Lettera a mia madre
 
Le persiane verdi
 
L’uomo che guardava passare i treni



mercoledì 26 novembre 2025

IL BOA DICE CORNUTO ALL'ASINO

 
 
 

Al Ligatore
IL BOA DICE CORNUTO ALL'ASINO
Amazon
2025, brossurato
100 pagine, 10.99 euro


Ecco un libro che solleva domande e offre risposte.
Per esempio: qual è il film horror preferito dalle rane?
Naturalmente "Profondo Rospo".
Procurandoselo si scopre anche chi si nasconde dietro lo pseudonimo di Al Ligatore - e non sono io, anche se a volte scrivo battute sceme paragonabili a queste (anche se in scemenza, giuro, Al mi batte: tant'è che potrei cambiarmi nome a mia volta in Al Tappeto).
"Il boa dice cornuto all'asino" raccoglie centinaia di freddure fulminanti nate dalla mente di un autore che ha passato troppo tempo nello zoo e troppo poco in terapia, e dunque è perfetto per gli amanti dell’umorismo non sense, i fan delle battute “bestiali”, chi progetta di aprire un negozio di frutta e freddura, chi pensa che una risata - anche a denti stretti - salverà il mondo (e gli animali), chi crede che sia "meglio un uovo oggi che una gattina domani".
Si trova (facilmente) solo su Amazon. 

sabato 22 novembre 2025

CHI (NON) L’HA DETTO


 Stefano Lorenzetto
CHI (NON) L’HA DETTO
Marsilio
2019, brossura
400 pagine, 18 euro

Il sottotitolo, “Dizionario delle citazioni sbagliate”, basta a spiegare di che cosa si tratta: un elenco, certosino e quasi maniacale, di false attribuzioni di frasi e sentenze di cui non si è controllata la fonte, compilato da un giornalista con gli occhi da nittalopo, Stefano Lorenzetto (1956) specializzato in interviste, collaboratore dello Zingarelli e con nel curriculum incarichi di responsabilità in vari quotidiani. La lunga introduzione dell’autore è un saggio (che da solo vale il prezzo del biglietto) sul lavoro di chi scrive per mestiere e per mestiere dovrebbe essere moralmente obbligato a faticare sulla conferma della fondatezza delle informazioni fornite ai lettori. Oltre a non diffondere fake news, giornalisti e articolisti, saggisti e oratori, dovrebbero non citare a vanvera. Lo spicilegio di Lorenzetto nasce da una collezione di errate paternità attribuite a questo o a quello solo per sentito dire, raccolte nel corso degli anni con lodevole pignoleria, analizzate una per una alla ricerca del vero titolare di una massima o di un detto memorabile. Se le citazioni sbagliate abbondano su libri e giornali, addirittura imperversano sui i blog e sui social. 

Lorenzetto procede ordinando per autore i personaggi a cui sono attribuite parole che non hanno mai detto, e che in molti casi neppure si sarebbero sognati di dire. Si comincia con Adorno e con una frase riguardante Auschwitz e i mattatoi che è invece da attribuire a Charles Patterson; si finisce con Thomas Watson, presidente della IBM e la sua previsione “penso che ci sia un mercato mondiale, per, forse, cinque computer” (dichiarazione di cui non c’è traccia nei suoi scritti e discorsi, né negli archivi della multinazionale). Si scopre che Goebbels non disse mai “quando sento la parola cultura metto mano alla pistola” (a pronunciare la frase fu un altro gerarca nazista, Baldur von Schirach, che la rubò al commediografo tedesco Hans Johst); ma anche Gesù Cristo dicendo (o come gli viene fatto dire dagli evangelisti) “prima che il gallo canti” citò Plauto che scrisse “prius quam galli cantent” nel “Miles gloriosus”; del resto nessuna fonte precedente a una biografia del 1789 riporta l’aneddoto secondo il quale Galileo Galilei nel 1633 avrebbe detto “eppur si muove”. Persino De Coubertin non è l’autore dell’aforisma “l’importante non è vincere, ma partecipare”, attribuibile invece al vescovo protestante Ethelbert Talbot. Si resta stupiti del fatto che il generale Cambronne non esclamò mai “Merde!” a Waterloo, mentre è risaputo che Conan Doyle non mise mai in bocca a Sherlock Holmes il tormentone “elementare Watson” e che a Machiavelli non si può attribuire la sentenza secondo la quale “il fine giustifica i mezzi”. Tutto molto divertente. Tuttavia alcune smentite sono opinabili: per esempio, Lorenzetto contesta l’attribuzione a Flaubert della frase “Madame Bovary sono io” solo perché la fonte sembra essere la testimonianza di una donna con la quale era in corrispondenza, e alla quale avrebbe appunto scritto così. Vien fatto di pensare che, tutto sommato, potrebbe essere vero. Un elemento a sfavore dell’autore sono le digressioni personali che talvolta egli si concede, prendendo spunto da una citazione per raccontare fatti propri scollegati con l’oggetto della discussione. Particolarmente sgradevole è il caso della frase “de mortuis nihil nisi bonum” (dei morti non dir nulla se non di buono, ovvero non parlare male dei defunti), attribuita a Kant mentre in realtà è di Diogene Laerzio, citata per sostenere che in realtà ci sono morti di cui è lecito dire peste e corna e dilungarsi sulle colpe parrebbe imperdonabili di uno scomparso, nel frangente Umberto Veronesi (che nulla c’entra con Kant e Diogene Laerzio). Comunque sia, il dizionario di Lorenzetto è gradevole, interessante, curioso e pieno di cultura. Soprattutto invita a non dare per scontato nulla di ciò che si legge, si sente dire e persino si dice.


mercoledì 5 novembre 2025

LUCIFERA



 
Averardo Ciriello
LUCIFERA
a cura di Giuseppe Mura
AG Press
2009, cartonato
230 pagine, 79 euro

Prima di parlare dello straordinario libro di cui vi mostro qua sopra la copertina, lasciatemi ricordare il mio primo e unico incontro con il maestro Averardo Ciriello (1918-2016), avvenuto a pochi mesi dalla sua scomparsa (avvenuta alla veneranda età di novantotto anni). Ci trovavamo sullo stesso palcoscenico per ricevere lo stesso riconoscimento, il Romics d’Oro 2016, io per la mia attività di sceneggiatore, lui quale Premio alla Carriera. Ciriello venne accompagnato sul palco su una carrozzella e ricevette il trofeo dorato dalle mani del ministro Franceschini. Qui di seguito trovate il link al video della cerimonia, dove mi si intravede in giacca grigia, ma soprattutto si vede lui, il maestro, molto emozionato, ed ero emozionato anch’io nell’assistere alla scena, essendo di Ciriello un grande ammiratore.

Impossibile, del resto, non ammirare le sue illustrazioni. Del resto, è stato considerato l’erede di Boccasile, maturando però un tratto personale ben evidenziato dai suoi lavori per riviste quali “Le Nuove Grandi Firme” e “Sette”, con cui collaborò a partire dall’immediato Dopoguerra, forte comunque di una esperienza iniziata nella seconda metà degli anni Trenta. Nel 1948 cominciò a realizzare cartelloni cinematografici per la Lux Film, attività che portò avanti per trentacinque anni affermandosi come uno dei più grandi cartellonisti di casa nostra. Nel 1966 sostituisce Walter Molino sulla “Domenica del Corriere”, tra il 1970 e il 1980 non si contano le sue illustrazioni per libri per ragazzi. Ma Ciriello lavora anche per gli adulti, realizzando centinaia di cover per la Casa editrice Ediperiodici, rimanendo legato soprattutto a due personaggi cult del fumetto erotico italiano, Lucifera e Maghella. Fumetto erotico italiano, del resto, caratterizzato dall’apporto di altri grandi copertinisti, quali Emanuele Taglietti e Alessandro Biffignandi, con il quale forma un vero e proprio tris d’assi (volendo fare poker, potremmo aggiungerci Carlo Jacono).
Proprio all’attività di copertinista di Lucifera è dedicato il volume di grande formato curato da Giuseppe Mura, che presenta tutte, ma proprio tutte, le cover della serie (170 albi, usciti tra l’ottobre 1971 e l’agosto del 1980). Per essere precisi, i primi 46 numeri propongono in copertina illustrazioni realizzate da artisti dello Studio Rosi, ma dal quarantasettesimo episodio in poi ecco arrivare, in tutto il loro splendore, le copertine di Averardo Ciriello. Rivederle riprodotte a tutta pagina, senza logo né titolo, è una gioia per gli occhi. Alcune cover, che vennero censurate, sono riprodotte incensurate e risultano pertanto inedite. Il fatto che Ciriello sia un maestro nel disegnare figure femminili e che presti la sua arte a un personaggio “satanico”, erotico, conturbante e disturbante non fa che accrescere l’ammirazione del puro con gli occhi puri (“omnia munda mundis”) al pari dello spettatore più malizioso e birichino, dato che chi disegna lo fa per suscitare emozioni in chi fruisce della sua arte, e indubbiamente l’erotismo è un’emozione potente.
Oltre alle illustrazioni, il volume contiene un breve apparato critico che inquadra il personaggio di Lucifera nel contesto della produzione a fumetti per adulti degli anni Sessanta e Settanta. La protagonista è un “demonio fatto donna, una figlia dell’inferno mandata da Satana sulla Terra nel bel mezzo dell’oscuro Medioevo a seminare il male”, spiega Giuseppe Mura. Tra i tabù infranti, a dispetto della società ancora in larga misura omofoba, quello dell’omosessualità (Carlo Magno se la fa con il paladino Orlando). I toni sono satirici e fiabeschi, per quanto si calchi la mano sul truce e il truculento, sul demoniaco e sull’orrorifico. Lucifera è stata creata, quando ancora Renzo Barbieri e Giorgio Cavedon erano ancora soci in affari sotto il marchio ErreGi (si sarebbero divisi nel 1972, dando vita a due Case editrici concorrenti, la Edifumetto e la Ediperiodici), dallo sceneggiatore Rubino Ventura (alias Giuseppe Pederiali) e dal disegnatore Leone Frollo
Va sottolineato come alcuni personaggi dei sexy pocket furono protagonisti di vere e proprie saghe dalla lunghezza sterminata, autentiche telenovelas di cento, duecento, trecento puntate: Lucifera, Jacula, Goldrake, Vartan, Isabella e altri ancora erano seguiti da un pubblico fedelissimo e appassionato. Accanto all'eros, troviamo spesso anche il thanatos: morte, violenza, demoni infernali, quasi a voler evidenziare la filiazione diretta del fumetto erotico da quello nero. Queste pubblicazioni consentirono ad artisti provenienti da anonime produzioni popolari di affermarsi come grandi autori: è il caso di Milo Manara, Leone Frollo, Magnus, Fernando Tacconi e molti altri.


domenica 27 luglio 2025

LA LUNA DI CARTA



 
Andrea Camilleri
LA LUNA DI CARTA
Sellerio
2005, brossurato
280 pagine, 11 euro

“La luna di carta”, pubblicato nel 2005, è il nono romanzo della serie (che ne conta una trentina) dedicata dallo scrittore siciliano Andrea Camilleri (1925-2019) al suo fortunato personaggio del commissario Salvo Montalbano. Fortunato per il grande successo di pubblico in libreria, per le tante traduzioni in mezzo mondo, per i dati di ascolto della serie televisiva, perfino per l’omaggio fatto all’autore dalla Disney con la creazione del personaggio di Topalbano (Camilleri, peraltro, è stato anche sceneggiatore di fumetti, oltre che autore teatrale e televisivo). Fortunato, però, anche per l’invenzione del particolare linguaggio con cui vengono narrate le sue storie, una sorta di grammelot (come quello usato da Dario Fo) in versione sicula, in cui contano i suoni che comunicano il significato anche in mancanza di una corrispondenza lessicale sul dizionario, o come l’esperanto, una lingua inventata a tavolino partendo da parole esistenti forgiate e utilizzate in funzione della comprensione. Il gioco letterario di Camilleri funziona talmente bene che il lettore non siciliano si chiede se il narratore de “La luna di carta” stia effettivamente parlando la lingua che si sente a Palermo o a Catania, che miracolosamente risulta intellegibile al primo sguardo anche dai non nativi dell’isola, mentre poi, approfondendo la questione, si scopre che si tratta di “vigatese”, l’idioma di Vigata, la cittadina immaginaria (nell’altrettanto immaginaria provincia di Montelusa) inventata dallo scrittore per fare da sfondo alle inchieste di Montalbano (si dice che corrisponda a Porto Empedocle, di dove Camilleri è nativo). Una lingua, dunque, che non esiste, in cui la struttura della lingua italiana si mescola con termini di vari dialetti siciliani. L’autore spiega così la faccenda: “Si tratta di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adopera il suono delle parole. Per arrivare ad un impasto unico, dove non si riconosce più il lavoro strutturale che c'è dietro”. Nel primo romanzo con protagonista Montalbano, “La forma dell’acqua” (1994) il “vigatese” si limitava a poche frasi e parole, ne “La luna di carta”, undici anni dopo, invece imperversa. Di primo acchito la lettura può sembrare ostica, poi ci si abitua e la si apprezza. Cito come esempio il brano in cui Camilleri giustifica, tramite i ricordi del commissario, il titolo del romanzo: “Quann'era picciliddro, una volta sò patre, per babbiarlo gli aveva contato che la luna 'n cielu era fatta di carta. E lui, che aviva sempre fiducia in quello che il patre gli diciva, ci aviva criduto.”
Undici anni sembrano passati anche per Salvo, che durante questa inchiesta comincia a essere turbato dall’idea di invecchiare, segno che Camilleri intende far avvertire i segni del tempo al suo personaggio, come Simenon con Maigret (che a un certo punto va in pensione). Il paragone con Maigret sembra estendibile anche ad altre caratteristiche della serie. Innanzitutto il “metodo” investigativo, non deduttivo ma psicologico, attento alle sensazioni a pelle e agli ambienti sociali. Poi, lo svelamento del privato del protagonista, seguito a mangiare e bere con gusto, sotto la doccia e sul letto. Quindi, il teatrino di comprimari ricorrenti e ben caratterizzati (Agatino Catarella, centralinista del commissariato, è una autentica macchietta). Lo scontroso dottor Pasquano, che esegue le autopsie, sembra corrispondere al dottor Moers del romanzi di Simenon, e lo stesso si può dire del magistrato Tommaseo paragonabile al giudice Ernest Coméliau. Va ricordato, a questo proposito, come Camilleri sia stato il delegato di produzione RAI dell’adattamento televisivo delle inchieste del commissario Maigret (1964-1972), interpretato da Gino Cervi.
Ci sono alcune similitudini fra il primo romanzo di Montalbano, “La forma dell’acqua”, e questo “La luna di carta”. Innanzitutto, la trama alquanto (eufemismo per parecchio) torbida: addirittura, i due cadaveri su cui si indaga vengono ritrovati entrambi con i pantaloni abbassati e i genitali esposti agli sguardi. Poi (e qui si perdoni il piccolo spoiler) i colpevoli degli omicidi non finiscono in prigione ma muoiono prima di essere arrestati, e Montalbano avalla versioni addomesticate nei sui rapporti ufficiali. Quindi, colpisce la quantità di donne seducenti e disinibite sulle cui caratteristiche Camilleri si compiace di indugiare, con apprezzamenti che oggi potrebbero sembrare sessisti, mettendo di continuo Salvo in condizione di sudare freddo e deglutire di frequente, cercando di non cedere alla tentazione in quanto ritiene di dover essere fedele alla sua compagna lontana (vive a Genova), Livia Burlando, di cui si parla poco. Le due donne principali de “La luna di carta” sono Elena e Michela, rispettivamente l’amante e la sorella di Angelo Pardo, informatore farmaceutico ed ex medico radiato dall’Ordine per aver praticato un aborto clandestino (peraltro su una ragazza da lui stesso messa incinta, e sottoposta all’intervento dopo essere stata sedata a tradimento). Pardo viene trovato ucciso a casa sua con un colpo di pistola in fronte e con una mutandina femminile in bocca. L’indagine di Montalbano si intreccia con quella dei suoi colleghi che si occupano di un traffico di droga, peraltro tagliata male al punto da causare vittime illustri tra i notabili locali. La soluzione del giallo è sorprendente quanto basta, la lettura stimolante e divertente per il susseguirsi di situazioni, i dialoghi interessanti e brillanti. Mi sono dispiaciuto, però, per le reiterate riflessioni giustizialiste (eufemismo per forcaiole) del protagonista, che probabilmente esprime le opinioni dell’autore, mentre dovrebbero valere la presunzione di innocenza e il dubbio pro reo.


sabato 2 novembre 2024

IL LEVIATANO

 

Rosie Andrews
IL LEVIATANO
Neri Pozza
2024, brossura
320 pagine, 19 euro

C’è un altro libro intitolato “Il Leviatano”, e l’ha scritto il filosofo inglese Thomas Hobbes nel 1651. Chiaramente, non è questo. Sia lui che Rosie Andrews, l’autrice del romanzo di cui ci stiamo occupando, fanno riferimento però allo stesso mostro citato da alcuni passi della Bibbia. Il Leviatano, di cui parlano Giobbe, Isaia, Amos e i Salmi, è una sorta di gigantesco serpente marino, un drago che incarna il caos primordiale, corrispondente a creature simili presenti in altre mitologie. Hobbes lo usa come simbolo del dispotismo dello stato che tiranneggia sui comportamenti dei singoli decidendo per loro. Rosie Andrews, in questo suo primo romanzo di grande successo, lo usa invece fuor di metafora (poi, una metafora si può sempre trovare, anche per la Vispa Teresa) raffigurandolo proprio come un mostro marino serpentiforme. Tuttavia, la scrittrice inglese non sceglie la strada del romanzone horror pronto per gli effetti speciali del cinema, o del kolossal catastrofico facendo emergere dall’Oceano una sorta di Godzilla. Al contrario, la vicenda proposta è minimalista: in parte racconto gotico, in parte romanzo storico (è ambientato nella contea di Norfolk, in Inghilterra, nel Seicento), in parte storia d’avventura e di mistero in cui il Leviatano si vede poco o punto. Eppure sembra esserci proprio lui nella possessione demoniaca che ha come vittima la sedicenne Esther Treadwater, improvvisamente diventata una “non Esther” per quel che dice, per quel che fa. Suo fratello Thomas, rientrato a casa dalla guerra, la trova trasformata e, indagando tra le carte del padre finito in stato comatoso, scopre che Esther non è sua sorella, ma fu adottata dopo essere stata salvata dal relitto di una nave affondata appunto dal Leviatano. Con l’aiuto di una donna accusata di stregoneria e strappata al supplizio, Chrissa Moore, e di un vecchio amico del padre, John Milton,  il razionale Thomas cerca con ogni mezzo di liberare la sorella dalla maledizione. Il tutto è ben raccontato, per carità, così come convince la ricostruzione degli ambienti e della società. Tuttavia, personalmente ho chiuso il libro arricciando il naso, vagamente deluso. Il collegamento fra il mostro marino e la possessione demoniaca di Esther non sembra convincente e resta sbilanciato il rapporto fra il potere distruttivo del Leviatano e la piccola posta in gioco costituita dalla salvezza della famiglia Treadwater.





giovedì 11 aprile 2024

JULIAN



 
Carlo Lucarelli
Stefano Fantelli
Marcello Mangiantini
JULIAN
Cut-Up Publishing
2024, cartonato
64 pagine, 23.90 euro


Mi sono sempre chiesto che cosa potessero provare i condannati alla ghigliottina nel momento in cui la lama spiccava loro la testa dal collo. La morte era davvero immediata, come spero, oppure la vittima percepiva, sia pure per un breve momento, la caduta del capo nel cesto? Si sa di esperimenti condotti da studiosi, all’epoca della Rivoluzione Francese, prendendo accordi con alcuni destinati al supplizio, che avrebbero dovuto cercare di comunicare con un movimento degli occhi il perdurare di uno stato di coscienza subito dopo l’esecuzione, e pare che tutte le prove avessero dato esito negativo. Nessuna reazione percettibile. Carlo Lucarelli, apprezzato scrittore noir e famoso giornalista specializzato in cronaca nera, prova a immaginare, in un suo racconto realmente orrorifico prestato a fare da soggetto a una storia a fumetti, che cosa possa succedere a una testa, mozzata di netto da una lama troppo affilata e da un meccanismo lubrificato di fresco, che non perda conoscenza ma anzi, ovviamente per un caso più unico che raro, conservi le percezioni visive e uditive e la capacità di elaborare pensieri. Per sceneggiare il fumetto Lucarelli ha precettato un esperto del genere horror (scrittore a sua volta ma anche fumettista), Stefano Fantelli, il quale si è affidato ai disegni di Marcello Mangiantini, con cui ha stretto sodalizio grazie ad alcune storie, decisamente sopra le righe quanto a cupezza e sangue versato, realizzate insieme per Zagor. Mangiantini, peraltro, è decisamente talentoso quando si tratta di illustrare racconti in costume (il suo primo lavoro fu un graphic novel ambientato nel contesto della Rivoluzione Americana). Ai colori, cupi come conviene, Letizia Castagna. Il protagonista del racconto di Lucarelli e Fantelli si chiama Julian, nome che ricorda, variante grafica esclusa, il Julien Sorel de “Il rosso e il nero”, un altro ghigliottinato letterario, anche se il contesto è quello rivoluzionario pre-napoleonico e non, come in Stendhal, quello della restaurazione post-napoleonica. La storia prende inizio proprio con l’esecuzione di Julian, conseguenza infausta di un suo contrasto con Robespierre. Quel che succede dopo, ovvero le traversie di una testa tagliata gettata in una fossa comune e portata in giro da un topo infilatosi nella bocca è una sorta di scommessa tra gli autori e il lettore, con i primi che puntano sul riuscire a condurre in porto, e a una conclusione soddisfacente, una storia in cui il protagonista non solo non parla, ma non può contare neppure sul linguaggio del corpo, non avendone uno.

domenica 31 marzo 2024

LA TREGUA

 
 
 
 
Primo Levi
LA TREGUA
Einaudi
2014, brossurato
234 pagine, 13 euro

Non c’è niente da ridere, naturalmente. Però, ne “La tregua” di Primo Levi (1919-1987) ci sono senza dubbio anche pagine che muovono al sorriso. Lo stesso, del resto, si potrebbe dire di un altro diario di guerra, “Un anno sull’altipiano”, di Emilio Lussu, quando vengono narrati aneddoti di variopinta e sagace umanità. Il secondo libro di Levi dopo quello dell’esordio, “Se questo è un uomo” (1946) inizialmente passato inosservato, racconta l’avventuroso ritorno a Torino dell'autore nell’ottobre del 1945, dopo la liberazione del lager di Auschwitz, in Polonia, avvenuta nel gennaio dello stesso anno. Per alcune settimane, gli internati del campo rimangono nelle loro baracche e continuano a morire di stenti e di malattie, anche in assenza degli aguzzini nazisti. Poi, il destino decide chi sono i salvati e chi i sommersi. Primo Levi, chimico ed ebreo torinese entrato in clandestinità fra le fila partigiane, era stato arrestato nel dicembre 1943 in Val d’Aosta e tradotto ad Auschwitz nel febbraio del 1944. Lì, riesce a sopravvivere un anno, fino alla fuga dei tedeschi pressati dall’avanzata dell’esercito sovietico. Proprio i russi si fanno carico degli scampati allo sterminio, in una situazione comunque precaria che non risparmia ai liberati altri mesi di privazioni, fame, traduzioni in treno in carri merci in viaggi apparentemente senza senso, tragitti verso destinazione ignote. Neppure la notizia della fine della guerra significa, per Levi e i suoi compagni, che sia giunto il momento del rimpatrio. Il percorso che avrebbe potuto essere lineare assume la forma di un arabesco tra i confini polacchi, bielorussi, russi, rumeni, austriaci, in una odissea durata dieci mesi, attaverso l'Europa distrutta dalla guerra. La prima parte del diario, ambientata ad Auschwitz, è molto drammatica, sia pure scritta con registro asciutto senza indulgere sull’orrore del lager, come pure sarebbe stato lecito, ma anche senza nascondere o tacere niente. Tragico per esempio, il ritratto del bambino Hurbinek, nato (non si sa come) nel campo e lì sempre vissuto nei suoi tre o quattro anni, che non sa neppure parlare ma lotta caparbiamente per la vita. Dopo la partenza dal campo di sterminio comincia a prevalere la speranza, sempre frustrata da cocenti disillusioni. Iniziano però anche gli aneddoti sull’inventiva degli ex-prigionieri per procurarsi da mangiare, o scarpe da calze, ragazze da sposare o soltanto da portare a letto. Fra i compagni di Levi facciamo la conoscenza di Cesare, in grado di vendere qualunque cosa a chiunque pur parlando soltanto romanesco, ma anche del medico Leonardo, a cui lo scrittore fa da infermiere, del gigantesco veneto Avesani, detto il Moro, gran bestemmiatore. Ma si descrivono anche gli arrivisti, gli intrallazzatori, i manipolatori, i millantatori. Colpisce il resoconto degli spettacoli teatrali organizzati durante la permanenza a Staryje Doroghi, la “casa rossa”, segno di una insopprimibile desiderio dell’animo umano di esprimersi attraverso l’arte. Il titolo “La tregua” si riferisce alla breve pausa fra una guerra e le successive, ma anche alla parentesi nella vita di Primo Levi costituita dagli assurdi mesi del viaggio verso casa. Il libro ebbe subito un grande successo e vinse la prima edizione del Premio Campiello, riaccendendo l’attenzione, in Italia e all’estero, anche su “Se questo è un uomo”. Da leggere, assolutamente, tutti e due.

venerdì 2 giugno 2023

LUMACHINO



Bruno Quagliotti
LUMACHINO
STORIA DI UN PARTIGIANO
Tielleci Editore
2003, brossurato
132 pagine, p.n.i.
 
 
E’ sempre affascinante sentire raccontare dalla viva voce dei protagonisti testimonianze dirette di avvenimenti che hanno scritto la Storia. E leggere “Lumachino – Storia di un partigiano” dà proprio l’impressione di ascoltare il protagonista, Bruno Quagliotti, come avendolo di fronte: il testo, infatti, non è organizzato in alcun modo, sembra (e probabilmente lo è) la trascrizione di un racconto orale che riferisce aneddoti in ordine sparso. L’autore, di professione cuoco, in più punti, si rivolge ai ragazzi di “quarta e quinta elementare”, perché “imparino a non dimenticare”, e fa riferimento ad alcune sue visite nelle scuole per raccontare agli studenti (pare molto giovani) i mesi (tra il 1943 e il 1945) in cui, dopo la caduta del Fascismo, scelse di unirsi ai partigiani e combattere i tedeschi sulle montagne attorno alle Valle del Taro, non distante da Mezzani, il paese nei pressi di Parma di cui era originario. Lumachino, questo il nome di battaglia che gli venne attribuito, non spende troppe parole per spiegare il motivo della scelta di arruolarsi tra i partigiani, la dà per scontata. La narrazione, scritta senza pretese letterarie ma indubbiamente capace di attirare empatia e simpatia, non ha risvolti politici né indaga sulle vicende belliche inquadrando infatti in un contesto storico ordinato, riguarda solo piccoli fatti di vita vissuta sulle montagne con tante marce, tanto freddo, tanta fame. Tuttavia, Lumachino riesce a inserire aneddoti anche buffi di scherzi e di battute fra compagni di battaglia. Viene data altrettanta importanza a uno scontro a fuoco con tedeschi quanto alle spedizioni mirate a cercare qualcosa da mettere sotto i denti, ma anche un paio di scarpe adatte a marciare in montagna. Scrive Lumachino: “Vi dico francamente che quelli sono stati i mesi più belli della mia vita, anche se ho rischiato parecchie volte di perderla a vent’anni”. E proprio con l’incoscienza dei vent’anni, e la leggerezza che evidentemente gli era propria,  Bruno Quagliotti esce indenne da situazioni in cui è stato a un passo dal venire catturato e fucilato, o ucciso in combattimento. Più volte lo sentiamo comunque raccontare di aver riservato ai nemici catturati un trattamento umano che invece a parti inverse probabilmente non avrebbe avuto, e di aver impedito a compagni con molti meno scrupoli dei suoi di rubare o uccidere senza necessità.

domenica 21 maggio 2023

EL MORISCO

 




 
Giovanni Luigi Bonelli – Guglielmo Letteri
EL MORISCO
Arnoldo Mondadori Editore
Collana Oscar Best Seller
Prima edizione giugno 1998
brossurato - 568 pagine - lire 16.000


Quando la Sergio Bonelli Editore non distribuiva ancora i suoi prodotti in libreria (ai tempi, insomma, in cui c'erano ancora le edicole) i volumi destinati al circuito librario venivano, diciamo così, appaltati ad altre Case editrici, tra cui primeggiava la Mondadori. Accanto ai volumi cartonati, c'erano le edizioni Oscar , come questo volumre del 1998 dedicato a Tex, questa volta però con un quinto pard al suo fianco accanto ai soliti altri tre: El Morisco. Nella sua prefazione, Sergio Bonelli così descrive il personaggio: «A rendere vivo e indimenticabile El Morisco, tratteggiandone in maniera magistrale e definitiva i tratti somatici, ha contribuito in maniera sostanziale Gulglielmo Letteri, il disegnatore che ha firmato entrambi gli episodi qui raccolti e che è stato tra i primi ad alternarsi con Aurelio Galleppini, creatore grafico del celebre Ranger, sulle pagine della collana del Tex fin dal lontano 1965. Espediente narrativo di straordinaria efficacia, El Morisco costituisce la chiave con cui Tex, individuo quanto mai razionale e, come suol dirsi, con i piedi per terra, riesce ad accedere alle oscure dimensioni dell’extrasensoriale ma anche per lui altrettanto misteriose frontiere della scienza. Ma chi è, in realtà, El Morisco? Cosa nasconde nella sua strana abitazione, sulla cui facciata svettano inquietanti mascheroni dai denti digrignanti? E perché i suoi compaesani sono convinti, sin quasi all’ossessione, che parlare con lui porti sfortuna? Come scopriranno Tex e Carson ne “Il tesoro del tempio” (l’episodio in cui lo “sciamano” compare per la prima volta) nel corso di un’indagine che, partendo da un banale furto di bestiame, li metterà in contatto con un popolo dimenticato dal tempo, il corpulento individuo dalla pelle brunita che passa le sue giornate studiando volumi polverosi e maneggiando teche ripiene di tarantole, scorpioni e serpenti di ogni genere è, indubbiamente, una figura più unica che rara. Considerato alla stregua di uno stregone dalla popolazione della esolata cittadina di Pilares, dove vive circondati dall’ostilità e dal timore, il misterioso egiziano ha il modo di rivelare, avventura dopo avventura, doti di serio studioso e di accanito ricercatore scientifico, non privo di una salutare dose di ironia. In anni più recenti, Mauro Boselli ne ha svelato il vero nome, Ahmed Jamal, e il passato (sappiamo cioè come e perché è finito in Messico).
Per uno come lui – inguaribilmente curioso e totalmente privo di idee preconcette, e dunque disposto a confrontarsi con qualunque verità, per quanto incredibile possa sembrare – trovarsi coinvolto in casi come quelli che gli propone di volta in volta Tex è un autentico invito a noze. E, al suo fianco, non manca mai il suo “maggiordomo” e fedelissimo servitore, Eusebio: un meticcio messicano dall’aspetto tenebroso che tutti, a Pilares, considerano un rinnegato, essendosi prestato ad aiutare e proteggere uno straniero che intende studiare il mondo indigeno e la sua cultura, mettendone in luce riti e segreti tenuti per secoli gelosamente nacosti». Le due storie scelte da Bonelli sono due classici: “Il Signore degli Abissi” e “Diablero”. La prima, è servita da soggetto per il film di Duccio Tessari. Quando si dice che il fumetto non é un genere, ma un medium dotato di codici propri e perciò non inferiore agli altri mezzi di comunicazione, come il cinema, la musica, la prosa o la poesia, basterebbe citare questa storia per dimostrarlo. Infatti, i risultati di Tessari non sono stati proprio entusiasmanti. Eppure, Tex è un personaggio dal successo ormai cinquantennale, e la storia del Signore degli Abissi è un classico dei classici. Perché sul grande schermo il racconto non dà le stesse emozioni che garantisce sulla carta, considerando che si aggiungono sonoro e movimento? Appunto perché il fumetto gode di potenzialità proprie che gli permettono di sopravanzare, in alcuni casi, la stessa magia del cinema. Le immagini di un film, per quanto suggestive, sono più univoche di quelle disegnate, alle quali ogni lettore è chiamato ad aggiungere un quid di proprio per immaginarle vive, e dunque risultano più evocative. La breve apparizione del monaco rosso, impegnato a rimestare nel fango bollente in una caverna piena di fumo e crateri incandescenti, é molto più inquientate così come la disegna Letteri che come la filma Tessari. E quando, nel fumetto, il Signore degli Abissi scopre il suo cappuccio rivelando la faccia mostruosa (la scena più indimenticabile di tutta la storia, per quanto ne rappresenti soltanto un passaggio), il brivido é assicurato. Al cinema, non altrettanto. Ma chi è, il Signore degli Abissi?  E' un discendente degli Aztechi, ultimo depositario dell'antico segreto delle pietre verdi: un infernale prodotto delle viscere della terra, capaci di trasformare gli esseri viventi in mummie dure come il sasso. La vista delle vittime pietrificate semina il terrore attorno alla Valle dei Giganti, sulla Sierra Encantada, là dove un certo Tulac, novello Montezuma, vuole ricreare l'impero azteco. Il Signore degli Abissi ha messo a disposizione di Tulac le sue conoscenze, e si illude che l'antica civiltà di Tenochtitlan possa tornare a dominare il Messico. "Spero che il giorno della grande liberazione sia vicino - pensa il monaco coperto da un saio e da un cappuccio - Altrimenti i miei occhi non potranno assistere al trionfo di Xiuhtecutli!". Il monaco sente la fine vicina: ma nonostante le esalazioni vulcaniche della sua caverna gli abbiano corroso il volto e gli arti, non saranno quelle a ucciderle. Ci penseranno Tex e Carson, prima che lui abbia modo di soffiare nella cerbottana dardi con intarsiate le micidiali pietre, subito dopo averlmo visto abbassarsi il cappuccio e mostrare il volto orripilante. Quello che, sulla carta, fa davvero rabbrividire. La seconda storia ha per protagonista una fra le più belle donne viste sugli albi di Tex: Mitla. "Quella donna è un demonio in gonnella, e se vi dovesse capitare a tiro di fucile, dimenticate che ha l'aspetto di una femmina e premete il grilletto!". A parlare così è il saggio El Morisco, e certo da un illuminato uomo di scienza come lui non ci si aspetterebbero propositi tanto bellicosi. Ma come al solito, il “brujo” ha ragione da vendere. Da tempo due "diableros", spiriti maligni, terrorizzano gli apaches della Sierra del Hueso: si tratta di Mitla, una bellissima strega di origine atzteca, e suo fratello Guaimas, che grazie ai filtri della sorella è capace di trasformarsi in una sorta di gigantesco licantropo e di comandare i branchi di lupi che infestano la zona. Letteri, qui nel pieno della sua maturità, è tanto abile nel suscitare terrore con la figura del mostro mezzo uomo e mezza bestia, quanto nell’affascinare con l’incredibile bellezza di Mitla, forse il più ammaliante personaggio femminile dell’intera saga di Tex. Ma come spesso accade, la  regola greca del kalòs kai agatòs si ribalta: non sempre il bello è anche il buono. Anzi. La strega azteca, infatti, si rivela spietata e crudele, esattamente il “demonio in gonnella” di cui parlava El Morisco. Alla base del suo agire non c’è un interesse immediato o piano criminoso finalizzato alla ricchezza. C’è soltanto la volontà di potere e di dominio, e forse il desiderio di mortale rivalsa dettata dal suo sangue azteco contro i messicani di origine spagnola e le tribù indiane da sempre considerate barbare dalla stirpe di Montezuma. O forse, nella sua suprema malvagità, cerca il male per il gusto di farlo. "Un diablero è un diablero e basta - commenta lo stregone degli apaches, Mangos - Nascono già così, con la mente piena di cattive cose e il cuore malvagio!". Mitla in realtà non è una strega cattiva qualunque. E’ un personaggio assai più sofisticato: padrona si sé stessa e dello stesso fratello che le è succube, conoscitrice delle arti magiche delle perdute civiltà e donna d’azione pronta a scendere in campo in prima persona, giocando il tutto per tutto. E che fascino perverso emana allorché sceglie funghi e piante per i suoi filtri, con tutti i richiami che Bonelli padre lascia intuire alla cultura degli allucinogeni tipica delle civiltà precolombiane! Nella vicenda, su richiesta del Morisco, intervengono Tex e compagni. I quali, mentre tutta la zona è in preda al panico, riescono a mantenere una imperturbabile calma fra le rocce del deserto che fra le gole dei canyon che fra i ruderi del tempio azteco dove Mitla e il fratello hanno il loro covo. "Contro i diavoli di ogni genere - commenta Tex - abbiamo sempre pronti validi amuleti calibro 45!". Amuleti assai efficaci, e che fanno bene il loro lavoro, soprattutto nei confronti dei branchi di lupi comandati dall'uomo/bestia. Discorso a parte per Mitla, che è una donna e non può essere spedita all'inferno a colpi di Colt. Tex dichiara apertamente di volerla prendere viva, magari sparandole alle gambe. Fortuna che c'è la giustizia divina, che ancora una volta si presenta sotto forma di un provvidenziale serpente velenoso che morde la strega, spedendola pulitamente nel mondo dei più senza che Tex abbia bisogno di colpirla neppure con un fiore.

domenica 19 marzo 2023

LETTERE DI UNA MONACA PORTOGHESE

 

 


 
Mariane Alcoforado - Milo Manara
LETTERE DI UNA MONACA PORTOGHESE
Nuages
Prima edizione 1997
brossurato - 66 pagine -  lire 35.000

Si legge nei risvolti di copertina: “Fu Mariane, religiosa a Beja, tra l’Estremadura e l’Andalusia, entrata in convento a dodici anni, diventata badessa nel 1709 che, abbandonata dall’amante il conte di Chamilly scrisse le cinque lettere? O fu piuttosto Gabriel-Joseph de Lavargne conte di Guilleragues, nobile guascone alla corte di Luigi XIV, uomo colto e di illustri frequentazioni, noto nel mondo letterario per i suoi brevi componimenti poetici? Forse addirittura aiutato dall’amico Racine? Già alla loro apparizione, nel 1669, le Lettere ottennero un successo folgorante, tale da renderle una moda, un genere letterario. Il loro contenuto avrebbe scatenato uno dei più controversi casi editoriali di tutti i tempi. Non tutti infatti vollero credere alla storia della povera suora che si strugge d’amore e, nello stesso anno della pubblicazione, ci fu qualcuno che avanzò i primi dubbi”. 
Il motivo del successo delle Lettere mi è, francamente, oscuro. Si tratta di testi in cui non si raccontano fatti, privi di erotismo, solo trasudanti di lamenti per un amore perduto e pieni di accenni a sospiri, pianti, lamenti, lacrime versate da parte di una donna abbandonata. Forse fu considerato particolarmente conturbante il fatto che a scrivere fosse (nella finzione o nella realtà) una monaca, ma è vero o non è vero che nel Seicento il vestire l’abito religioso era più o meno una professione o un destino non più duro di altri, e che dunque era abbastanza comune che anche frati e suore avessero una loro vita sessuale? Per assurdo, la cosa potrebbe scandalizzare più adesso in cui certe pratiche sembrano del tutto bandite dai conventi. In ogni caso, i testi, fortunatamente brevi, sono oltremodo noiosi, anche se non privi di un garbo letterario che serve però solo ad annoiare ancora di più, privando le lettere dell’immediatezza che avrebbero avuto se fossero stati scritti in un tono più colloquiale e spontaneo. Ma non è certo la parte letteraria quella per cui le edizioni Nuages hanno pubblicato questo libro. Il testo serve solo a incorniciare sei illustrazioni di Milo Manara. 
Illustrazioni stupende, bellissime, va detto. Stampate su carta ad altra grammatura, riprodotte in modo eccellente, peraltro in copie numerate (la mia è la 1268 su 4000), si tratta di disegni loro sì conturbanti, che aggiungono malizia a un testo che non ne ha affatto. E del resto, Manara renderebbe malizioso anche “Sussi e Biribissi”.