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domenica 10 novembre 2024

CHI DICE E CHI TACE

 

 
Chiara Valerio
CHI DICE E CHI TACE
Sellerio
2024, brossurato
288 pagine, 15 euro

Finalista nell’edizione 2024 del Premio Strega (leggo che c’è chi sostiene anche che meritasse di vincerlo, e può essere), “Chi dice e chi tace” sembra un giallo ma non lo è – non traggano in inganno la copertina e la somiglianza di grafica e di formato con i polizieschi di Manzini. Tuttavia il romanzo comincia con una morte misteriosa (che sembra un incidente ma nasconde una verità celata dalle apparenze), si snoda seguendo il corso di un’indagine (condotta non dai carabinieri o dalla Polizia, ma da un’amica della vittima), si conclude con una soluzione convincente. Tuttavia, al di là della “forma” da inchiesta su un fatto di cronaca di provincia, il racconto è un intrigante svelamento della figura enigmatica della vera protagonista, che spicca per la sua assenza: la donna trovata morta annegata nella vasca da bagno di casa sua, Vittoria Basile. E, attraverso lei, o meglio, attraverso ciò che di lei si dice e si tace, il rivelarsi di desideri segreti, verità nascoste, ambiguità e comportamenti difficili da decifrare, all’interno della piccola comunità di Scauri, ultimo paese della costa laziale prima che cominci la Campania. A Scauri è nata, nel 1978, Chiara Valerio, l’autrice, che oltre a scrivere si occupa di matematica. “Chi dice e chi tace” è ambientato, nell’ultimo scorcio del secolo scorso: Vittoria Basile, donna volitiva e seducente, in grado di farsi amare ed accogliere nonostante l’anticonformismo delle sue scelte, giunge nella piccola località di mare lasciando la metropoli, Roma, dove ha abitato per quarant’anni. E’ in compagnia di Mara, una ragazza molto più giovane, che vive con lei senza che nessuno sappia dire che tipo di rapporto le leghi. Vittoria non sembra avere problemi economici, ma non vive di rendita: apre una pensione per animali, inizia a collaborare come erborista con la farmacia locale. Lea Russo, avvocatessa di provincia, comincia a frequentarla, sentendosene attratta, le diventa amica, ma solo fino a un certo punto perché Vittoria, per quanto affascinante e capace di relazionarsi con chiunque, in realtà non scopre mai davvero le sue carte. Nessuno può dire di sapere chi davvero sia, tutti sanno soltanto quello che lei vuole che si sappia. Lea si rende conto di non avere neppure mai saputo il cognome della donna. Con la sua morte, però, le cose cambiano: Lea scopre che Vittoria è sposata con un avvocato romano, che ha un passato da valente medico, che ha lasciato il marito e la vita di società di cui era protagonista il giorno dopo aver conosciuto Mara. Il testamento, affidato alla Russo, chiama in causa un’altra donna, Rebecca, che aiuta Lea a risolvere il caso, aprendole gli occhi su un mondo più complicato e indecifrabile di quanto le apparenze sembrano rivelare, e anche su se stessa, sulle proprie pulsioni, sulla propria identità. La libertà di una donna emancipata e sessualmente disinibita come Vittoria riesce (per quanto non sembri possibile, o perlomeno facile) a superare le barriere del moralismo di provincia e, almeno secondo quanto suggerisce la Valerio, persino a Scauri negli anni Settanta una convivenza lesbica può essere accettata se chi la vive dimostra di saper prendere la propria esistenza tra le mani e scegliere di dire e tacere ciò che vuole.


domenica 29 settembre 2024

AGOSTINO



Alberto Moravia
AGOSTINO
Bompiani
1989, brossurato
142 pagine, 8000 lire

A volte i libri devono aspettare il momento giusto della vita di un lettore per riuscire a farsi apprezzare, o addirittura amare. Confesso di aver avuto per la prima volta per le mani “Agostino”, di Alberto Moravia (1907-1990), durante gli anni del liceo, e di aver smesso di leggerlo, infastidito se non disgustato, dopo il primo capitolo, giunto a pagina venti. Mi era sembrato che l’argomento fosse un insano rapporto edipico fra madre e figlio, o quantomeno che si parlasse, più o meno morbosamente, di un adolescente attratto dal corpo della giovane mamma, o di lei innamorato. Mi parve qualcosa di cui non volevo sapere niente, e lasciai perdere il romanzo. Ma, convinto come sono che un libro iniziato lo si deve finire per forza, e con il bagaglio di letture e conoscenze maturato in oltre quarant’anni dal primo tentativo, eccomi a recuperare il racconto, anche perché, tutto sommato, poco più di cento pagine si leggono, volendo, in una sera. E mi sono accorto così che il romanzo comincia in realtà con il secondo capitolo, e la narrazione dà luogo a uno sviluppo del tutto diverso, in cui la figura della madre di Agostino si dissolve piano piano, fino a trasformarsi in qualcosa da cui il figlio si vuole allontanare, alla scoperta del resto del misterioso e conturbante universo femminile, e ancora di più alla scoperta del resto del mondo. Pubblicato per la prima volta nel 1943 in una edizione semiclandestina a causa della censura fascista che giudicò il romanzo troppo scabroso (in realtà, anche i temi dell’omosessualità, della pedofilia e della prostituzione vengono affrontati senza compiacimento, per allusioni, lasciando immaginare cose non dette), si ebbe una edizione definitiva nel 1945, a guerra conclusa. La vicenda è ambientata durante un’assolata estate in Versilia, e Agostino, che frequenta uno stabilimento balneare riservato ai benestanti, scopre l’esistenza delle spiagge popolari dove bivaccano ragazzi di strada da cui viene “iniziato” alla vita così com’è, al di là delle protettive braccia della mamma, fuori dalla bambagia. Non gli si rivela il “male” del mondo, ma la sua “non purezza”. L'adolescente scopre che vivere è crescere, scegliere, imparare a cavarsela, a fidarsi e a non fidarsi. La scrittura di Moravia è magistrale. Insomma, lieto di averti ritrovato, Agostino.



sabato 13 maggio 2023

40 POESIE

 


 


Dario Bellezza
40 POESIE
Mondadori
I Miti Poesia
Prima edizione settembre 1996
brossurato – 70  pagine -  lire 3.900


Il libretto, come tutti quelli della collana “I Miti Poesia”, è esile ed essenziale. Ha il difetto di non avere nessun apparato critico, nessuna introduzione. C’è solo una breve nota biografica sul poeta, Dario Bellezza: nasce a Roma nel 1944, poco più che ventenne comincia a scrivere sulla rivista “Nuovi Argomenti” stringendo legami di stima e di amicizia con autori come Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante e Sandro Penna. Pasolini lo lancia nel 1971 con “Invettive e licenza”, definendolo “il miglior poeta della nuova generazione”. Nel 1976 vince il Premio Viareggio con “Morte Segreta”. Negli anni successivi continua a pubblicare sia di poesia sia di prosa. Ammalatosi di AIDS, muore a Roma nel 1996. Questo è quanto ci viene detto. Aggiungiamo noi che di Pasolini fu a lungo il curatore della corrispondenza. Ma era in contatto anche con Alberto Moravia, che scrisse la prefazione al suo romanzo d’esordio, “L’innocenza” (1970), a cui fecero seguito altri due testi autobiografici, “Lettere da Sodoma” (1972) e “Il carnefice” (1973), in cui racconta molto di sé. L’ispirazione poetica di Bellezza nasce spesso dalla sua omosessualità, narrata con un atteggiamento sofferto che è stato definito “maledettismo”, ossessivamente alla ricerca di un “bellissimo assassino” fra drogati e prostituti, anche di giovane età (cosa che lo accomuna a Pasolini). Tra le altre sue opere, “Angelo” (1979), “Turbamento” (1984), “L’amore felice” (1986) e “Nozze con il diavolo” (1995).
Fine del compitino, passiamo alle impressioni di un lettore (il sottoscritto) che si accosta per la prima volta a Dario Bellezza attraverso una breve selezione di 40 poesie scelte da “Invettive e licenze”, “Morte Segreta”, “Libro d’amore”, “Io”, “Serpenta”, “Libro di poesia” e “L’avversario”.
Viene fuori tutto il suo mal di vivere, il suo disagio esistenziale di omosessuale, ma non solo, di condannato all’ergastolo nel proprio corpo e alla schiavitù delle proprie passioni, ma anche alla schiavitù dell’indigenza.
“Dio! Non attendo che la morte. / Ignoro il corso della Storia. So solo / la bestia che è in me e latra”.  
E ancora: “Mia tomba / è questo  corpo vestito di poveri panni”.
La vita, del resto, è ostacolo al raggiungimento del sublime: “Non raggiungerò il Sublime perché sono vivo”.
E poi c’è il dramma della solitudine e quello del peccato: “Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro / ma non posso. Troppo ho peccato / di peccati non miei, attributi / a posteri, mancati inganni. / Cerco amori nuovi, violente sere. / Perdono chiedo a chi non amai. / Forse verrò domani ad un prato / verde -–e non sarò più solo”. “Dio, non punirci / ancora se siamo vivi”.
Tragici questi versi: “Sono un vigliacco impaurito dalle leggi / che parlano di corruzione dei minori. Ma cari / giudici, qua il minore sono io, l’infantile bestiaccia che rischia senza coraggio un atto / semplice e assurdo che si chiama orrore della vita”.
Benché poche, le 40 poesie qui selezionate rendono Dario Bellezza una scoperta.

lunedì 30 novembre 2020

L'ISOLA DI ARTURO

 
 

 
 
Elsa Morante
L'ISOLA DI ARTURO
Einaudi
brossurato
398 pagine, 13 euro


Se "La Storia", il capolavoro di Elsa Morante di cui ci siamo già occupati, datato 1974 e ambientato durante gli anni della Guerra, mostra come i grandi eventi scorrano come macine da mulino sulla pelle dei più umili e dei più deboli, e la Storia occorra raccontarla dal livello della strada, nell'altro grande romanzo della scrittrice romana (1912-1985), "L'isola di Arturo", collocato idealmente negli anni Trenta, le vicende internazionali sono assenti, e tutto si svolge in un microcosmo, non soltanto quello di un'isola minuscola, Procida, quanto piuttosto quello interiore di un singolo personaggio, a cui ogni accadimento è riferito. Pubblicato nel 1957, vinse il Premio Strega, fu un grande successo destinato a durare nel tempo fino ai giorni nostri, e ne venne tratto un film nel 1962. Sicuramente si tratta di un romanzo fondamentale, la cui lettura ipnotizza e commuove, raccontato in prima persona dal protagonista, Arturo Gerace, a distanza di anni, quando, già maturo, e senza che quasi nulla ci dica della sua situazione da adulto, rievoca i ricordi della propria infanzia e della propria progressiva crescita, dalla nascita fino ai sedici anni. Il linguaggio del narratore, consapevole ed elaborato, è quello di chi sembri parlare di un altro, senza indulgenze né autoassoluzioni: si tratta di un racconto che mostra un unico punto di vista, quasi solipsistico. Si potrebbe parlare di romanzo di formazione, visto che segue il percorso di maturazione di un ragazzo, ma in realtà è una specie di ricostruzione a ritroso della propria storia. Arturo è figlio dell'enigmatico Wilhelm Gerace, figlio di un procidano e di una donna tedesca, vissuto in Germania con la madre fino all'adolescenza e poi, riconosciuto dal padre e accolto nella sua casa di Procida, dove nel frattempo ha raggiunto un certo benessere economico. Alla morte del genitore, Wilhelm, diverso da tutti gli abitanti dell'isola perché biondo e teutonico nei lineamenti, non solo eredita certi suoi possedimenti, che gli permettono di vivere di rendita, ma riceve un'altra eredità, la grande casa, un ex monastero addirittura, di proprietà di un ricco e bizzarro misogino, Romeo, detto l'Amalfitano. Costui disprezza le donne e accoglie nella sua dimora, organizzando feste e ritrovi, soltanto ragazzi e giovani, al punto che l'abitazione viene soprannominata "la casa dei guaglioni". Il fatto che Romeo la lasci a Wilhelm, divenuto il suo prediletto, indica (la cosa appare chiara senza che mai la si espliciti) il tipo di relazione che l'amalfitano stringeva con i guaglioni che frequentavano la sua casa. Divenuto proprietario del vecchio convento, il biondino lo lascia tuttavia andare in malora, limitandosi a occuparne poche stanze abbandonando il resto al degrado e alla sporcizia. Sposa comunque una ragazza giovanissima (sedici anni, all'epoca, era la normale età perché una donna si maritasse) che, condotta nella Casa dei Guaglioni, muore di parto mettendo al mondo Arturo. Il bambino ha per balia un giovane, Silvestro, chiamato dal padre, misogino al pari di Romeo, ad allevare il figlio, di cui praticamente si disinteressa. Wilhelm, infatti, lascia l'isola per settimane, a volte per mesi, andandosene non si sa dove, e facendo ritorno senza preavviso, mai dando notizie di sé. I suoi soggiorni a Procida sono sempre brevi, una smania interiore lo spinge a ripartire. Silvestro si prende cura di Arturo per qualche anno, insegnandogli a camminare, a parlare, a scrivere e a leggere. Poi, chiamato a fare il servizio militare, si trasferisce sul continente e il bambino impara a cavarsela da solo. Wilhelm si preoccupa solo di prendere accordi perché un contadino, Costante, porti da mangiare al ragazzino durante le sue frequenti assenze, dopodiché Arturo vive in perfetta solitudine. Non viene neppure mandato a scuola. Per fortuna, si istruisce da solo leggendo e rileggendo i libri della piccola biblioteca dell'amalfitano. Poiché il padre disprezza i procidani, anche lui se ne tiene lontano e conduce giochi solitari fra gli scogli, sulla spiaggia, a bordo di una piccola barca con cui affronta il mare da solo. E' una sorta di Pippi Calzelunghe, con il padre il viaggio per mare, senza però neppure l'amicizia di Annika e Tommy. Al posto della scimmietta, la cagna Immacolatella, che lo segue dovunque. Se i protagonisti de "La Storia", Ida Ramundo e suo figlio Useppe, sono molto credibili, calati appunto nella realtà, la solitudine di Arturo è più difficile da concepire: viene da pensare che un bambino non possa crescere in quello stato di abbandono, e che, al di là del romanzo, un Arturo in carne e ossa avrebbe fatalmente cercato la compagnia dei suoi coetanei e ricevuto qualche cura dagli abitanti dell'isola. Tuttavia, alla Morante serve un ragazzino che, come la statua di Condillac, impari tutto da solo, sia autoreferenziale. Così come nulla ci dice dell'omosessualità di Romeo, la scrittrice sorvola anche sulla maturazione sessuale di Arturo, il quale non scrivemniente delle proprie pulsioni adolescenziali: a un certo punto lo vediamo, quindicenne, diventare amante di una giovane vedova che gli fa da nave scuola, senza che ci sia stato un avvicinamento al gran passo. Anche in questo caso, l'autrice trascura questo aspetto perché gli preme puntare le sue attenzioni sul turbamento di Arturo di fronte a un'altra donna, Nunziata, la seconda moglie che Wilhelm di punto in bianco porta a Procida di ritorno da uno dei suoi viaggi. Anche in questi caso, una ragazzina: una giovanissima napoletana di povere condizioni. E' lei, il vero grande personaggio del romanzo. Ricca di sfumature, devota, saggia, paziente, erotica oltre ogni dire nonostante la sua castigatezza, è la quintessenza della donna: irrompe nella vita di Arturo, sconvolgendola perché il ragazzo cresciuto senza una madre e senza figure femminili attorno, si trova di fronte il mistero della femminilità. Non sa gestirlo, si ammala di gelosia perché viene a spezzare l'equilibrio fra lui e suo padre, prima; poi, quando la matrigna mette al mondo Carmine, un fratellino, vede quante attenzioni una madre è in grado di dare a un figlio, e c he lui non ha mai avuto. Traumi come cannonate. Di come trattare le donne, Arturo ha il solo esempio di Wilhelm, che le disprezza e le maltratta, e che non gli ha mai dato nessuna educazione sentimentale. Anche il ragazzo, perciò, tratta Nunzia in malo modo, nonostante ne sia irresistibilmente attratto, al punto da finire per innamorarsene. Per quanto il padre sia, agli occhi del lettore, una figura ambigua, detestabile, perfino odiosa, agli occhi di Arturo lui è un eroe, un idolo, una divinità. Il ragazzo si immagina che viaggi per il mondo compiendo imprese favolose e sogna il giorno in cui potrà partire con lui. Se c'è una cosa che il padre, invece, non intende fare, è proprio occuparsi del figlio, nonostante questi viva in costante attesa del piroscafo che lo riporti a Procida. Ma dove va, Wilhelm Gerace, quando sta per mesi lontano? Cosa fa? Alla fine lo si capisce, e lo capisce anche Arturo, allorché sente il soprannome con cui lo chiama Tonino Stella, un giovane amante: Parodia. Secondo Stella, il padre di Arturo non è mai andato più lontano di Napoli, limitandosi a girare intorno al Vesuvio in cerca di compagnie maschili. La maturazione del protagonista, che segna la fine del romanzo, è segnata dalla fine dell'epoca dei sogni e dell'idealizzazione dalla figura pantera, dall'abbandono dell'infanzia, l'isola, verso la vita reale, rappresentata dal continente.

sabato 20 aprile 2019

ELEVATION



Stephen King
ELEVATION
Sperling & Kupfer
2019, cartonato
200 pagine, 15.90 euro

Al Re si perdona tutto, anche la melassa. "Elevation" è un romanzo insolito, nell'ambito della produzione kinghiana, sia per la brevità (quella di un "racconto lungo", a confronto con i suoi altri titoli), sia per la mancanza di veri brividi, sia per la non facile comprensione di come le due trame parallele riescano a giustificarsi a vicenda. Alla fine mi pare di capire che si tratta di un apologo. Di una "novella edificante". In ogni caso, il Re è sempre il Re e una volta letto il primo capitolo è impossibile non voler proseguire: si resta subito invischiati nel racconto. Racconto che poi è (e lo si capisce fin dalla dedica) un adattamento del classico di Richard Matheson "Tre millimetri al giorno" (già ricordato anche da "L'occhio del male", firmato da King con lo pseudonimo di Richard Bachman). Scott Carey, infatti, ogni giorno perde peso senza che le dimensioni del suo corpo o il suo aspetto esteriore mutino in proporzione (il protagonista del romanzo di Matheson, che ha lo stesso nome, rimpicciolisce progressivamente). Poiché il fenomeno sembra inarrestabile (né lui fa niente per arrestarlo, rifiutandosi di sottoporsi a esami medici che lo avrebbero trasformato in una cavia da laboratorio) pare inevitabile la fine, calcolabile in un certo numero di giorni. Tuttavia il suo umore resta sereno, accetta la sua sorte. E nel poco tempo che gli rimane si impegna perché nella sua piccola città, Caste Rock (località ricorrente nei romanzi di King), cadano i pregiudizi dei suoi concittadini verso una coppia di lesbiche che ha aperto un ristorante, evitato dai benpensanti. Il lettore chiaramente vuol sapere cosa accadrà quando Carey raggiungerà il peso zero, così come in "Tre millimetri al giorno" si aspetta il momento della dimensione zero. Però è ben raccontata anche la vicenda edificante riguardante le due donne (decisamente ben caratterizzate, anche nelle asprezze) e il loro locale. Come si incastrano le due trame? Secondo me c'è una morale da trarne: la morte è inevitabile ed è questione di giorni (quanti che siano); va attesa serenamente cercando di uscire di scena nel migliore dei modi e impegnandosi per migliorare il mondo che si dovrà abbandonare. Se è melassa, e un po' lo è, ripeto: al Re la si perdona.

domenica 26 agosto 2018

DIMMI CHE CREDI AL DESTINO



Luca Bianchini
DIMMI CHE CREDI AL DESTINO
Mondadori Oscar absolute
2016, 256 pagine

brossura, 13.50 euro

E' difficile, per me, recensire un libro come questo, perché è impossibile parlarne male ma, allo stesso tempo, è impossibile consigliarne la lettura. Non si può neppure ritenerlo senza infamia e senza lode perché se è piaciuto in giro così tanto da divenire un bestseller qualche merito ce l'avrà e, del resto, è scritto in modo così carino che fa tenerezza, come si fa a infamarlo? Mi rifugio nella banalità: non è il mio genere. E' quel tipo di romanzo che magari piace ai fruitori di soap opera e di sitcom, con una Londra da telefilm (o da film con Hugh Grant) in cui gli immigrati italiani invece di lavorare da sguatteri senza tutele e garanzie (come descritto in un altro libro i cui ci siamo occupati, "108 metri") gestiscono un "Italian bookshop" o fanno i barbieri liberi di aprire e chiudere a piacimento per chiacchierare con la fioraia del negozio accanto o dare una mano, appunto, alla libreria di fronte. Ornella, la libraia, ha il tempo di passeggiare amabilmente per i parchi e sedersi sulla panchina a conversare della vita con il vecchio mister George che, guarda caso, passa il tempo leggendo Italo Calvino in lingua originale. I personaggi sono tutti ilari, leggeri, e anche se vivono i loro drammi il tono non diventa mai davvero drammatico. Persino le comunità di recupero per tossicodipendenti e la morte di un marito per droga sono raccontate all'acqua di rosa: si dà più importanza alla Patti innamorata di un giardiniere della comunità che all'incubo sicuramente vissuto da chi in quella comunità cerca di disintossicarsi. Ansie e angosce restano appena accennati, i personaggi vivono di aperitivi, birre al pub, chiacchiere con i vicini, corteggiamenti impacciati, messaggini telefonici, pettegolezzi: un teatrino di cui fa parte Diego, napoletano emigrato senza problemi se non quello di decidersi ad accettare la propria omosessualità (la accetta a Londra dove può dedicarsi alla libera caccia, mica a Napoli dove sarebbe stato più problematico). Il destino della libreria minacciata di chiusura, la storia d'amore di Ornella con il dirimpettaio Bernard, l'eredità attesa alla Patti, le pulsioni erotiche di Diego, sono tutti elementi di una commediola che a tratti può risultare anche divertente, ma che alla fine lascia con la fastidiosa sensazione di aver assistito a una rappresentazione inutile perché falsa: la vita non è così, Londra non è così, gli amori non sono così. Mancano i figli, il sesso, la miseria, il dolore, i litigi, le malattie, le violenze domestiche, il rancore, la cattiveria. Tutto è colorato di rosa, semplice, fru fru. Sarò cinico, ma del destino di nessun personaggio mi è importato nulla, dall'inizio alla fine.

domenica 19 giugno 2016

I NEOPLATONICI



I NEOPLATONICI
di Luigi Settembrini
Sellerio, 2001
brossura, 80 pagine
6.20 euro

Non inganni il titolo. Il libro non parla di filosofia, almeno non nella comune e più immediata accezione del termine. Si tratta, a tutti gli effetti, di un romanzo breve erotico, e per giunta dedicato a raccontare l'amore (vero, delicato ma completo e carnale) di due giovani adolescenti dell'Antica Grecia, Callicle e Doro. Dunque, si parla di un amore omosessuale. La storia, narrata in modo poetico e con incredibile candore ma senza tacer di nulla, colpisce soprattutto per l'anno in cui venne redatta (il 1859) e per il nome dell'autore: Luigi Settembrini. Vale a dire un rivoluzionario napoletano (1813-1876) protagonista dei moti antiborbonici del 1848 e autore del celebre "Protesta del popolo delle due Sicilie", per questo condannato a morte con pena commutata in ergastolo, quindi professore universitario e senatore del Regno dopo l'Unità. Insomma, un luminare. "I neoplatonici" venne scritto in carcere e rimase inedito fino al 1977, quando lo studioso Raffaele Cantarella ne scoprì il manoscritto fra i fogli dell'autore, che volontariamente li aveva celati per il loro contenuto scabroso. Dopo la prima edizione in cui Cantarella, non senza imbarazzo, provvide a inserire l'opera nel contesto di un interesse di Settembrini (sicuramente esistente) verso l'eros del mondo greco (il racconto è infatti estremamente dotto), Beppe Benvenuto cura dopo oltre vent'anni un nuovo ritorno alla ribalta commentando: "ci pare che che oggi il libretto possa essere apprezzato, persino meglio, senza troppe bardature erudite". Callicle e Doro (addirittura fratelli adottivi, essendo il primo andato ad abitare nella famiglia del secondo dopo la morte dei genitori) scoprono da soli la sessualità esplorando i propri corpi di giovinetti e vivono un amore libero senza paturnie. Forse era quello che Settembrini auspicava potesse accadere in un mondo utopico assai lontano dal suo e, purtroppo, anche dal nostro.

mercoledì 24 febbraio 2016

LA MORTE DI MARX E ALTRI RACCONTI



Sebastiano Vassalli
LA MORTE DI MARX E ALTRI RACCONTI
Edizioni Il Sole 24 Ore
2015, brossurato
80 pagine, euro 2,50

L'edizione di questo libro che mi è capitata fra le mani fa parte della collana "I libri della domenica" allegati al quotidiano "Il Sole 24 Ore": originariamente l'omonima antologie era uscita per Einaudi nel 2006. Il piccolo formato ben si addice alla lettura domenicale, in qualche momento di ozio casalingo, ma in generale i racconti (tutti, di qualunque autore, all'interno di qualsiasi raccolta anche più corposa) sono fatti per essere gustati a spizzichi e bocconi dove e quando capita e meraviglia che non godano di più successo presso il pubblico che, come si sa, preferisce i romanzi. Ho letto, a proposito de "La morte di Marx", il commento scandalizzato di un lettore deluso che si chiede dove sia finito il Vassalli del romanzi storici come "La Chimera", non avendo apprezzato l'apparente leggerezza di questi testi più brevi. Evidentemente non ci si rende conto di come i racconti non debbano e non possano avere le stesse caratteristiche dei testi più lunghi, altrimenti non sarebbero racconti. Lo scrittore deve sperimentare tecniche e forme diverse e perfino concedersi la libertà di essere più lieve approfittando delle poche pagine a disposizione. Lievità che poi non significa banalità o superficialità, come dimostrano mille esempi (ci sono stati persino Premi Nobel per la Letteratura attribuito a chi ha scritto soltanto storie brevi o brevissime). Ma veniamo a Vassalli. Nato nel 1941 a Genova da madre toscana e padre lombardo, si trasferisce ben presto a Novara e si laurea a Milano. Negli anni Sessanta e Settant, oltre a insegnare, conduce ricerca artistica nell'ambito della Neoavanguardiae fa parte dell Gruppo 63. Poi approda alla letteratura, in particolare al romanzo storico, alla ricerca, come egli afferma, "delle radici e dei segni di un passato che illumini l'inquietudine del presente". Ha collaborato con "la Repubblica", "La Stampa", il "Corriere della Sera" e "Panorama". E' morto a Casale Monferrato nel 2015. 

Il racconto più bello e significativo della raccolta di cui ci stiamo occupando è senza dubbio "La morte di Marx", il cui protagonista non è il filosofo tedesco ma un professore di filosofia venuto proprio dalla Germania ad abitare sulla Riviera ligure e da tutti soprannominato Marx proprio per la sua somiglianza anche fisica con l'autore del "Capitale". Persona colta e agita, dai modi raffinati e benvoluto da tutti, Marx però coltiva amicizie omosessuali con giovani balordi e violenti, da cui alla fine finisce per venire ucciso nonostante l'evidente pericolo che certe frequentazioni rappresentano. Il professore viene ripetutamente messo in guardia dal non far entrare in casa persone a rischio, ma lui invita cordialmente chi glielo dice a farsi i fatti suoi. Eppure, quanto a studi, sapienza, intelletto, Marx dimostra doti superiori a chiunque: ma la parte irrazionale e passionale prende il sopravvento in ogni uomo. Le ideologie, sembra dirci Vassalli, sono utopie che si scontrano con il turbinare delle pulsioni. Non è un caso che il Marx del racconto si chiami proprio Marx: “L'umanità migliora uomo per uomo perché è composta di individui. Noi non siamo un'entità collettiva come le formiche o le api; e impiegheremo ancora chissà quanti millenni per diventare davvero civili”. Un altro racconto che fa pensare è "Dialogo sulla democrazia", costruito proprio come un testo leopardiano (sulla falsariga dello scambio di opinioni del viaggiatore e del venditore di almanacchi): in questo caso un convinto assertore dell'importanza del voto con uno scettico convinto che la democrazia sia solo una illusione: “L'uomo elettore è strettamente imparentato all'uomo consumatore creato dall'industria e all'uomo spettatore creato dalla televisione”. Molto bello il nostalgico "Abitare il vento", in cui un uomo torna sull'isola in cui ha vissuto da ragazzo e la trova deturpata perdendo illusione coltivata nei suoi ricordi, e drammatici i testi in cui si dimostra come l'automobile sia la moderna corazza dei guerrieri. Testi tutto molto brevi, brillanti, facili da fruire ma in grado di lasciare amare riflessioni su cui meditare.