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lunedì 12 maggio 2025

LA CORSA DEL LUPO

 
 
Gigi Simeoni
LA CORSA DEL LUPO
Sergio Bonelli Editore
2024, cartonato
340 pagine, 28 euro
 
Mi sono imbattuto in Gigi Simeoni, autore dal multiforme ingegno, agli inizi degli anni Novanta, ai tempi della Acme, quando (non ricordo più se su “Splatter” o su “Mostri”) pubblicava, testi e disegni suoi, le avventure umoristiche dello Zompi, una parodia straordinariamente comica (e straordinariamente horror) dei morti viventi di Romero. Siccome a mia volta ho cominciato con la Acme, si può dire che abbiamo mosso i primi passi insieme, professionalmente parlando. Solo che io, pur autodefinendomi “umorista” per un po’ di cosette fatte per il teatro, il “Vernacoliere”, Cico e qualcos’altro ancora, non so disegnare. Simeoni, invece, sì. E’ un eccellente sceneggiatore e un bravissimo illustratore. Ed è spassosissimo, nella vita reale e quando si cimenta su carta, come gagman, così come si dimostra talentuoso scrivendo testi avventurosi o drammatici, che è in grado di disegnarsi da solo così come di affidarli ad altri. La sintesi si compie su episodi di Dylan Dog come “Quel che resta di Barry”, scritto e disegnato dallo stesso Sime (così lo chiamano gli aficionados), in cui orrore e umorismo nero si fondono in maniera perfetta e Groucho è in forma come non mai. Tuttavia c’è anche un Gigi autore completo di graphic novel memorabili, come “Gli occhi e il buio” (2007) o come “Stria” (2011), in cui sono chiari il grande lavoro di documentazione e il livello colto della narrazione, ma anche il desiderio di offrire una fruizione alla portata di tutti o, come si diceva una volta, nel solco del “popolare d’autore”. Tutte caratteristiche che si ritrovano ne “La corsa del lupo”, una storia uscita originariamente nel 2019 sui numeri 76, 77 e 78 della collana bonelliana “Le Storie” (distribuita in edicola) e cinque anni dopo raccolta in unico volume cartonato. Il raccontoè  inserito nella realtà storica dell’occupazione nazista dell’Italia, della guerra di liberazione e della Resistenza, ma anche degli anni di poco successivi, arrivando a comprendere le attività dell’organizzazione Odessa e gli esordi della Mille Miglia. Protagonista in negativo un ufficiale tedesco, Hans Weissmann, soprannominato “Il Lupo”, incaricato dalle SS di dare la caccia a un cimelio storico, la corona di Re Erode, ritrovata a Gerusalemme nel 1931, ritenuta maledetta, finita nelle mani di trafficanti e naturalmente desiderata da Adolf Hitler, nel quadro del “nazismo magico” alla base anche del primo film di Indiana Jones. Protagonisti in positivo, un piccolo gruppo di partigiani che a loro volta cercano di vendicare le vittime dello spietato Weissmann. Se non fosse riduttivo, verrebbe da dire che il fumetto si gode come un film, perciò diciamo che ci sono film appartenenti allo stesso genere che non emozionano come “La corsa del lupo”. E le emozioni non nascono soltanto dalle scene adrenaliniche di combattimenti, corse in automobile, fughe e inseguimenti, ma anche dalla consapevolezza che molti elementi (le impiccagioni, le fucilazioni, i rastrellamenti, i tradimenti) sono parte della Storia con la “S” maiuscola”.

 

venerdì 2 maggio 2025

M. LA FINE E IL PRINCIPIO

 


 
 
Antonio Scurati
M.
LA FINE E IL PRINCIPIO
Bompiani
2025, brossurato
410 pagine, 24 euro

Si conclude con questo quinto volume la sconvolgente biografia di Benito Mussolini narrata da Antonio Scurati (1969) in forma di “romanzo documentario” (la definizione è dell’autore). Sconvolgente perché non si può non rimanere turbati da una narrazione asettica come una autopsia, che suscita sdegno ed emozioni proprio per la sua fredda esposizione di fatti non soltanto reali (alla fine di ogni capitolo c’è un corredo di documenti storici a supporto di quanto appena raccontato), ma anche incredibilmente vicini nel tempo e nell’eredità che hanno lasciato. 
Scurati ha iniziato la sua impresa nel 2018, con il primo volume della pentalogia, intitolato “M. Il figlio del secolo” (Premio Strega 201). Di Mussolini, nel primo tomo, si racconta l’ascesa al potere in Italia negli anni che vanno dal 1919 al 1924, più o meno dalla fondazione dei “Fasci di combattimento” fino all’ omicidio di Giacomo Matteotti. Non è solo del Duce che si parla ma, attraverso di lui, si descrivono le figure di molti altri personaggi: Matteotti, appunto, ma anche Gabriele D’Annunzio, Filippo Turati, Italo Balbo, Amerigo Dùmini, Nicola Bombacci. 
Nel 2020 esce il secondo volume, “M. L’uomo della Provvidenza”, che narra gli avvenimenti dal 1924 al 1932. Vi si racconta il consolidamento del regime attraverso la progressiva soppressione delle più elementari regole democratiche e l’accentramento del potete nelle sole mani del Duce, che arriva a sottrarsi addirittura dal controllo del Partito Fascista, il cui Consiglio diventa un mero esecutore della volontà di autocrate, mentre sotto di lui si assiste a una guerra fra fazioni (Farinacci contro Giampaoli e Belloni, Arnaldo Mussolini contro Achille Starace).
Nel 2022 esce la terza parte della biografia. “M. Gli ultimi giorni dell’Europa” racconta avvenimenti accaduti tra il 3 maggio 1938 (inizio della visita di Adolf Hitler in Italia con il suo arrivo a Roma) e il 10 giugno 1940 (data infausta dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco del nazisti).  Per quanto fosse evidente ciò a cui si andava incontro, così come erano evidenti la follia di Hitler e la perdita di lucidità del Duce, nessuno di coloro che potevano fare qualcosa per evitare l’entrata in guerra, lo fece. Sgomento e incredulità anche di fronte alle ignobili leggi razziali, di fronte alle quali troppi furono complici. Tanti i personaggi sulla scena, da Galeazzo Ciano, ministro degli esteri privo di spessore, a Claretta Petacci, cresciuta nel mito di Mussolini e divenuta la sua ultima fiamma, dall’ambasciatore a Berlino Bernardo Attolico (a cui si deve uno degli ultimi tentativi di scongiurare in coinvolgimento italiano nel conflitto) a Edda, figlia del Duce, fervente filonazista.
Ed ecco, nel 2024, il quarto volume,“M. L’ora del destino” che racconta gli avvenimenti che vanno dal giugno 1940 al luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo, con l’appoggio del Re, esautora Mussolini e proclama Primo Ministro Pietro Badoglio, il quale, parlando via radio, dichiara: “la guerra continua”. 
Cliccando sui titoli potete leggere le recensioni pubblicate su questo blog.
Le oltre quattrocento pagine di questo  ultimo tomo sono, forse, per quanto strano possa sembrare, le meno potenti, rispetto a quelle dei volumi precedenti, non soltanto perché i fatti (quelli che vanno dall’estate del 1943 al 29 aprile 1945, con dissolvenza su Piazzale Loreto) sono in gran parte molto noti, a differenza di quelli, per esempio, del volume iniziale, ma anche perché manca il protagonista. Mussolini non c’è più, se non in effige. Imprigionato dal nuovo governo italiano (quello di Badoglio), liberato dai tedeschi e praticamente da loro tenuto in ostaggio, il Duce non è più lui. E’ invecchiato di vent’anni, testimonia chi lo vede. E’ depresso, fiacco, impotente. Per quanto gli ultimi fascisti lo incitino a mettersi di nuovo alla loro testa, e magari guidarli nel ridotto della Valtellina, dove in molti reduci delle camicie nere vogliono cercare la “bella morte”, l’uomo temporeggia, non decide, non si scuote, finisce per fare la fine del topo. Molta più tempra sembra avere Claretta Petacci, che lo segue ovunque fino a condividerne il destino. Per quanto Scurati documenti con minuzia evento dopo evento, non ci mostra la fucilazione dei due. Forse perché non è ancora ben chiaro come andò, forse perché bastano i fatti di piazzale Loreto,  riguardo ai quali l’autore non dimostra compiacimento. Utile appendice, la sezione intitolata “Le morti”, in cui si ritrovano i protagonisti di venticinque anni di storia italiana, da Alessandro Pavolini a Margherita Sarfatti (che personaggio, lei), tracciandone il destino. Fulminante la dedica iniziale: “A tutti quelli che ancora credono nella democrazia. Si Preparino a lottare”. E fulminante la frase finale: “Il cadavere tornerà, io tornerò, perché i morti non pesano soltanto, i morti sopravvivono”.



sabato 7 dicembre 2024

M. L’OMBRA DEL DESTINO



Antonio Scurati
M.
L’OMBRA DEL DESTINO
Bompiani
2024, brossurato
670 pagine, 24 euro

E’ necessario un riassunto delle puntate precedenti. “M. L’ombra del destino” è la quarta parte di una monumentale biografia di Benito Mussolini, iniziata con “M. Il figlio del secolo”, vincitore del premio Strega 2019. Cliccando sul titolo potete leggere la recensione apparsa a su tempo su questo blog.
Non si tratta di un vero e proprio romanzo, ma non è neppure un saggio storico. L’autore, l’accademico napoletano Antonio Scurati (1969), lo definisce “romanzo documentario”. Di Mussolini, nel primo tomo, si racconta l’ascesa al potere in Italia negli anni che vanno dal 1919 al 1924, più o meno dalla fondazione dei “Fasci di combattimento” fino all’ omicidio di Giacomo Matteotti. Non è solo del Duce che si parla ma, attraverso di lui, si descrivono le figure di molti altri personaggi: Matteotti, appunto, ma anche Gabriele D’Annunzio, Filippo Turati, Italo Balbo, Amerigo Dùmini, Nicola Bombacci, Luigi Facta, solo per citare alcuni dei protagonisti di quel tragico quinquennio.
Nel 2020 esce il secondo volume, “M. L’uomo della Provvidenza”, che narra gli avvenimenti dal 1924 al 1932. Vi si narra il consolidamento del regime attraverso la progressiva soppressione delle più elementari regole democratiche e l’accentramento del potete nelle sole mani del Duce, che arriva a sottrarsi addirittura dal controllo del Partito Fascista, il cui Consiglio diventa un mero esecutore della volontà di autocrate, mentre sotto di lui si assiste a una guerra fra fazioni (Farinacci contro Giampaoli e Belloni, Arnaldo Mussolini contro Achille Starace).
Nel 2022 ecco uscire la terza parte della biografia. “M. Gli ultimi giorni dell’Europa” racconta avvenimenti accaduti tra il 3 maggio 1938 (inizio della visita di Adolf Hitler in Italia con il suo arrivo a Roma) e il 10 giugno 1940 (data infausta dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco del nazisti).  Come nei precedenti volumi, la lettura è angosciante, anche di fronte a pagine volutamente asettiche, di chirurgica elencazione di fatti. Per quanto fosse evidente ciò a cui si andava incontro, così come erano evidenti la follia di Hitler e la perdita di lucidità del Duce, nessuno di coloro che potevano fare qualcosa per evitare l’entrata in guerra, lo fece. Sgomento e incredulità anche di fronte alle ignobili leggi razziali, di fronte alle quali troppi furono complici. Tanti i personaggi sulla scena, da Galeazzo Ciano, ministro degli esteri privo di spessore, a Claretta Petacci, cresciuta nel mito di Mussolini e divenuta la sua ultima fiamma, dall’ambasciatore a Berlino Bernardo Attolico (a cui si deve uno degli ultimi tentativi di scongiurare in coinvolgimento italiano nel conflitto) a Edda, figlia del Duce, fervente filonazista. Personaggi anche stranieri, francesi, inglesi, americani, tedeschi, polacchi, austriaci, di cui assistiamo alle manovre diplomatiche e a squarci di vita privata

Ed ecco, nel 2024, il quarto volume, questo “M. L’ora del destino” che racconta gli avvenimenti che vanno dal giugno 1940 al luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo, con l’appoggio del Re, esautora Mussolini e proclama Primo Ministro Pietro Badoglio, il quale, parlando via radio, dichiara: “la guerra continua”. Tutto lascia supporre e sperare che Scurati prosegua la biografia del Duce fino agli eventi dell’aprile 1954. C’è spazio e abbondanza di materiale per un quinto volume. 
Le seicentosettanta pagine di questo si leggono senza riuscire a staccare gli occhi dalle righe, svelando avvenimenti e retroscena non noti a chi abbia degli anni del regime fascista una conoscenza scolastica. Si assiste allo sgretolamento di un uomo, di un mito artificioso, di una falsa rappresentazione. Come a Mario Rigoni Stern, uno dei protagonisti in positivo,  si aprono gli occhi anche a milioni di italiani, che si riconoscono ingannati e traditi, usati come carne da cannone in imprese folli di conquista e di invasione di terre altrui, peraltro senza mezzi, gettati allo sbaraglio, comandati a eseguire crudeltà inaudite che si ritorcono contro di loro. Anche Mussolini si sente tradito dagli italiani, ritenuti popolo di calabrache senza nerbo. A proposito della tragica situazione dei soldati da lui spediti in Russia, scrive: “Questa neve e questo freddo vanno benissimo, così muoiono le mezze cartucce e si rafforza questa mediocre razza italiana”.  Dopo il primo mese di guerra: “Ho poca fiducia nella nostra razza: al primo bombardamento che distruggesse un campanile famoso, gli italiani alzeranno le braccia”. Nel novembre del 1942: “ E’ inutile, la razza è quello che è; e non la si corregge dall’oggi al domani. Ho inventato un neologismo: i bracaioli, per quelli che stanno sempre con le brache in mano”. Spariscono comunque le adunate oceaniche, la propaganda si fa inefficace, lo scenario di cartapesta si sgretola. Attorno al Duce, Scurati illumina di volta in volta, come sotto uno spot teatrale, le figure di militari, uomini politici, fascisti della prima ora e dell’ultima, a volte rivoltanti e fanatici, a volta lucidamente consapevoli del disastro incombente. Due le donne chiamate alla ribalta: Edda Ciano e soprattutto Claretta Petacci. Se ci sarà un quinto volume, conclusivo, le immagino tragiche protagoniste entrambi.


mercoledì 31 luglio 2024

DI AMORE E DI GUERRA

 


Mino Milani
DI AMORE E DI GUERRA
Interlinea
2018, brossurato
164 pagine, 15 euro

All’anagrafe era Guglielmo, ma tutti lo hanno sempre chiamato Mino. Nato a Pavia nel 1928 e morto nella sua città nel 2022 a 94 anni, Mino Milani è autore di una lista infinita di romanzi e di racconti, per ragazzi e per adulti, e per adulti ragazzi e ragazzi adulti, e di una serie di fumetti ancora più infinita (so che non può esserci un infinito più infinito di un altro, ma per Milani valgono le eccezioni alle regole), per non parlare della divulgazione storica e biografica e della saggistica dedicata alla sua terra e all’Italia intera, medievale come risorgimentale. 
Giornalista e direttore di giornali, collaboratore prolifico del “Corriere dei Piccoli” e del “Corriere dei Ragazzi”, sceneggiatore per fumettisti illustri (tra i quali Pratt, Manara, Battaglia, Toppi e Micheluzzi), maestro di Alfredo Castelli e Tiziano Sclavi, creatore di personaggi memorabili (come Tommy River, Efrem, Melchiorre Ferrari, Selina), Mino Milani è soprattutto uno straordinario affabulatore, in grado di narrare qualunque storia, vera o inventata, facendo restare tutti incantati, trascinati nel suo racconto. Lo dimostra “Di amore e di guerra”, un coinvolgente diario, personale e generazionale, locale e universale, degli anni della Guerra da lui vissuti durante gli anni dell’adolescenza e  del liceo (frequentò il Classico “Ugo Foscolo” di Pavia). “Fu certo una stagione difficile. Per i ragazzi richiamati alle armi; per gli altri, che riuscivano a nascondersi, per altri ancora che per convinzione o per caso o per convenienza si mettevano dall’una o dall’altra parte, chi con i fascisti, cioè, chi con i partigiani”, scrive l’autore. L’autobiografia è limitata agli anni tra il 1940 e il 1945 ma sono anni fondamentali, per Milani e per l’Italia: il titolo ben suggerisce l’idea di un percorso di crescita e di presa di coscienza lungo un percorso da “romanzo di formazione” grazie al quale il giovane Milo scopre il sesso e si confronta con la morte sempre dietro l’angolo. La narrazione è ricca di aneddoti coinvolgenti, a volte divertenti, più spesso drammatici, con l’attenzione sempre puntata sulla vita quotidiana della gente pavese, presa a paradigma dell’intera società, chiamata a una prova suprema. Milani descrive le cose com’erano e come stavano, senza livore ideologico, comprese le difficoltà del decidere che fare di fronte a scelte terribili. Si arriva al momento in cui schierarsi diventa obbligatorio e benché molto giovane (sedici anni) Mino collabora come interprete e corriere con la Resistenza. Non si vanta di imprese gloriose, non si atteggia a eroe, piange anche la morte di ragazzi come lui caduti dalla parte sbagliata. Il racconto è sempre misurato, poche parole bastano a tratteggiare scenari ed emozioni. Un gran bel libro.



domenica 31 marzo 2024

LA TREGUA

 
 
 
 
Primo Levi
LA TREGUA
Einaudi
2014, brossurato
234 pagine, 13 euro

Non c’è niente da ridere, naturalmente. Però, ne “La tregua” di Primo Levi (1919-1987) ci sono senza dubbio anche pagine che muovono al sorriso. Lo stesso, del resto, si potrebbe dire di un altro diario di guerra, “Un anno sull’altipiano”, di Emilio Lussu, quando vengono narrati aneddoti di variopinta e sagace umanità. Il secondo libro di Levi dopo quello dell’esordio, “Se questo è un uomo” (1946) inizialmente passato inosservato, racconta l’avventuroso ritorno a Torino dell'autore nell’ottobre del 1945, dopo la liberazione del lager di Auschwitz, in Polonia, avvenuta nel gennaio dello stesso anno. Per alcune settimane, gli internati del campo rimangono nelle loro baracche e continuano a morire di stenti e di malattie, anche in assenza degli aguzzini nazisti. Poi, il destino decide chi sono i salvati e chi i sommersi. Primo Levi, chimico ed ebreo torinese entrato in clandestinità fra le fila partigiane, era stato arrestato nel dicembre 1943 in Val d’Aosta e tradotto ad Auschwitz nel febbraio del 1944. Lì, riesce a sopravvivere un anno, fino alla fuga dei tedeschi pressati dall’avanzata dell’esercito sovietico. Proprio i russi si fanno carico degli scampati allo sterminio, in una situazione comunque precaria che non risparmia ai liberati altri mesi di privazioni, fame, traduzioni in treno in carri merci in viaggi apparentemente senza senso, tragitti verso destinazione ignote. Neppure la notizia della fine della guerra significa, per Levi e i suoi compagni, che sia giunto il momento del rimpatrio. Il percorso che avrebbe potuto essere lineare assume la forma di un arabesco tra i confini polacchi, bielorussi, russi, rumeni, austriaci, in una odissea durata dieci mesi, attaverso l'Europa distrutta dalla guerra. La prima parte del diario, ambientata ad Auschwitz, è molto drammatica, sia pure scritta con registro asciutto senza indulgere sull’orrore del lager, come pure sarebbe stato lecito, ma anche senza nascondere o tacere niente. Tragico per esempio, il ritratto del bambino Hurbinek, nato (non si sa come) nel campo e lì sempre vissuto nei suoi tre o quattro anni, che non sa neppure parlare ma lotta caparbiamente per la vita. Dopo la partenza dal campo di sterminio comincia a prevalere la speranza, sempre frustrata da cocenti disillusioni. Iniziano però anche gli aneddoti sull’inventiva degli ex-prigionieri per procurarsi da mangiare, o scarpe da calze, ragazze da sposare o soltanto da portare a letto. Fra i compagni di Levi facciamo la conoscenza di Cesare, in grado di vendere qualunque cosa a chiunque pur parlando soltanto romanesco, ma anche del medico Leonardo, a cui lo scrittore fa da infermiere, del gigantesco veneto Avesani, detto il Moro, gran bestemmiatore. Ma si descrivono anche gli arrivisti, gli intrallazzatori, i manipolatori, i millantatori. Colpisce il resoconto degli spettacoli teatrali organizzati durante la permanenza a Staryje Doroghi, la “casa rossa”, segno di una insopprimibile desiderio dell’animo umano di esprimersi attraverso l’arte. Il titolo “La tregua” si riferisce alla breve pausa fra una guerra e le successive, ma anche alla parentesi nella vita di Primo Levi costituita dagli assurdi mesi del viaggio verso casa. Il libro ebbe subito un grande successo e vinse la prima edizione del Premio Campiello, riaccendendo l’attenzione, in Italia e all’estero, anche su “Se questo è un uomo”. Da leggere, assolutamente, tutti e due.

venerdì 2 giugno 2023

LUMACHINO



Bruno Quagliotti
LUMACHINO
STORIA DI UN PARTIGIANO
Tielleci Editore
2003, brossurato
132 pagine, p.n.i.
 
 
E’ sempre affascinante sentire raccontare dalla viva voce dei protagonisti testimonianze dirette di avvenimenti che hanno scritto la Storia. E leggere “Lumachino – Storia di un partigiano” dà proprio l’impressione di ascoltare il protagonista, Bruno Quagliotti, come avendolo di fronte: il testo, infatti, non è organizzato in alcun modo, sembra (e probabilmente lo è) la trascrizione di un racconto orale che riferisce aneddoti in ordine sparso. L’autore, di professione cuoco, in più punti, si rivolge ai ragazzi di “quarta e quinta elementare”, perché “imparino a non dimenticare”, e fa riferimento ad alcune sue visite nelle scuole per raccontare agli studenti (pare molto giovani) i mesi (tra il 1943 e il 1945) in cui, dopo la caduta del Fascismo, scelse di unirsi ai partigiani e combattere i tedeschi sulle montagne attorno alle Valle del Taro, non distante da Mezzani, il paese nei pressi di Parma di cui era originario. Lumachino, questo il nome di battaglia che gli venne attribuito, non spende troppe parole per spiegare il motivo della scelta di arruolarsi tra i partigiani, la dà per scontata. La narrazione, scritta senza pretese letterarie ma indubbiamente capace di attirare empatia e simpatia, non ha risvolti politici né indaga sulle vicende belliche inquadrando infatti in un contesto storico ordinato, riguarda solo piccoli fatti di vita vissuta sulle montagne con tante marce, tanto freddo, tanta fame. Tuttavia, Lumachino riesce a inserire aneddoti anche buffi di scherzi e di battute fra compagni di battaglia. Viene data altrettanta importanza a uno scontro a fuoco con tedeschi quanto alle spedizioni mirate a cercare qualcosa da mettere sotto i denti, ma anche un paio di scarpe adatte a marciare in montagna. Scrive Lumachino: “Vi dico francamente che quelli sono stati i mesi più belli della mia vita, anche se ho rischiato parecchie volte di perderla a vent’anni”. E proprio con l’incoscienza dei vent’anni, e la leggerezza che evidentemente gli era propria,  Bruno Quagliotti esce indenne da situazioni in cui è stato a un passo dal venire catturato e fucilato, o ucciso in combattimento. Più volte lo sentiamo comunque raccontare di aver riservato ai nemici catturati un trattamento umano che invece a parti inverse probabilmente non avrebbe avuto, e di aver impedito a compagni con molti meno scrupoli dei suoi di rubare o uccidere senza necessità.

martedì 28 dicembre 2021

LA LUNGA NOTTE

 

 
 
Leonardo Gori
LA LUNGA NOTTE
Tea
cartonato, 2021
274 pagine, 15 euro


La saga di Bruno Arcieri, portata avanti dal 2000 da Leonardo Gori (Firenze, 1957) conta a questo punto dodici romanzi ambientati lungo la storia italiana (ma con due excursus parigini) tra il 1938 e il 1970.
Bruno Arcieri è un nome non è scelto a caso, ma un preciso inside joke: è così che venne chiamato l’eroe dei fumetti Brick Bradford alla sua prima apparizione in Italia, proprio negli anni Trenta (e Gori è un grande esperto di comics, sui quali ha scritto una gran quantità di saggi e articoli). L'elemento più caratteristico del personaggio (un ufficiale dei carabinieri, fiorentino, dalla coscienza tormentata) è appunto il suo essere calato nelle vicende storiche in cui si trova ad agire vivendole sul campo, dunque ricostruite con una forte aderenza alla realtà. Il primo romanzo in cui compare Arcieri si intitola "Nero di maggio". 
Ne abbiamo parlato qui: 
E' un thriller che si svolge a Firenze nella primavera del 1938, durante i preparativi e lo svolgimento della visita alla città di Adolf Hitler e Benito Mussolini. L'intreccio giallo, pur accattivante e avvincente, risulta messo in secondo piano dall’interesse che suscita nel lettore la ricostruzione della realtà sociale e politica (fiorentina, toscana, ma indubbiamente anche nazionale) in un momento così cruciale nella storia dell’umanità. Il fascismo permeava di sé ogni aspetto della società, dopo un quindicennio anni di dittatura, ma nel romanzo di Gori appare meno monolitico di quanto possa sembrare da altre più superficiali ricostruzioni, con trame e correnti, con nudi e puri della prima ora e approfittatori della seconda; in ogni caso, con tanti scheletri negli armadi. Ma soprattutto, per la prima volta dopo tanti anni, nel 1938 c’è, nei più acuti osservatori, la sensazione che la storia stia per cambiare, che gli eventi precipitino, e c’è chi teme il futuro, chi lo attende con fatalismo e rassegnazione, con il senso dell’impotenza, chi lotta e lavora per prepararlo e modellarlo. Scrive Gori nelle ultime pagine del romanzo: “Gli anni Trenta, in buona parte spensierati, leggeri, correvano a precipizio per una nuova e ancora inconoscibile strada, verso scelte terribili e destini segnati, lasciando inconsapevoli le folle, indecisi e perplessi gli intellettuali, gli stessi politici ignari. La primavera fiorentina cambiava le carte in gioco non solo per l’Italia ma per l’Europa e il mondo, e si avvicinava prepotente, per tutti, l’ora di scegliere finalmente tra l’opportuno e il vero, tra la vita e l’abisso, tra il bene e il male. Era la fine del quieto vivere borghese all’ombra del fascismo”. 
Arriva il tempo delle scelte, come si vede appunto ne "La lunga notte", romanzo di ambientazione romana: siamo infatti nella capitale tra il 7 e l'8 settembre del 1943. Il fascismo è caduto, e Badoglio sta per proclamare l'armistizio che segnerò l'occupazione nazista in Italia. La Storia avrebbe potuto prendere una piega decisamente diversa se il Re non fosse fuggito da Roma, se si fossero presi accordi con gli Alleati, se alle truppe italiane fossero stati dati ordini precisi secondo un piano prestabilito. Leonardo Gori immagina il capitano Arcieri impegnato a fare da interprete fra le autorità italiane e due militari americani giunti di nascosto per concordare i termini di una intesa. Intesa che qualcuno vuol far fallire. Arcieri si trova faccia a faccia con Badoglio e con il Re, e si rende conto di losche trame ordite da fascisti e agenti segreti, in un clima da fine del mondo. C'è però anche un delitto su cui indagare, e che sembra commesso da Elena Contini, una giovane giovane donna ebrea con cui il capitano ha una relazione e che, dopo l'avvento delle leggi razziali, nasconde in casa propria. Elena era già stata protagonista di "Nero di maggio", dove si proponeva addirittura di compiere un attentato contro Hitler. Qui la vediamo in procinto di fuggire da Roma verso la Palestina, interrompendo la sua relazione con Bruno. Anche se il giallo viene risolto, certamente sua la soluzione diventa di secondaria importante nel dramma di una Italia divisa in due, sgomenta di fonte alla totale incertezza del futuro. "La lunga notte" ha un seguito in quello che io reputo il più bello dei romanzi della serie, "Il passaggio", ambientato durante la liberazione di Firenze, nel 1944 (romanzo pubblicato nel 2002). Altrettanto bello, anche se di argomento diverso, "L'angelo del fango", che racconta di Arcieri durante i giorni della disastrosa alluvione di Firenze del 1966 (pubblicato nel 2005). 
A corredo de "La lunga notte" troviamo un racconto inedito, "La regola del gioco", con protagonista un Arcieri anziano che riflette sulla sua scelta del settembre 1943, quella in cui, dopo il proclama di Badoglio, deve decidere da che parte stare. In questo racconto Arcieri incontra il Commissario Bordelli, il personaggio di Marco Vichi, che già era comparso ne "L'angelo del fango" (i due si scambiano le visite, dato che anche Vichi racconta dell'alluvione in un suo romanzo con Bordelli, e lo fa incontrare con Arcieri). Non si creda, a questo punto, che il prolifico Gori scriva solo avventure di Bruno Arcieri. La sua produzione è molto più variegata, e invito a scoprirla. Si veda, per fare un esempio, qui:
http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../i-delitti...

venerdì 1 marzo 2019

LA STORIA






Elsa Morante
LA STORIA
Einaudi
1974
670 pagine in brossura


Ci sono libri che, nella vita, si devono rileggere più volte. “La Storia” di Elsa Morante, per quanto mi riguarda, è uno di questi. Dopo essermene innamorato negli anni del Liceo e averne conservato un vivido ricordo, l’ho ripreso in mano rinnovando le emozioni della prima lettura, aggiungendoci tutte le altre dovute all’esperienza e alla consapevolezza della maturità. Il romanzo risale al 1974 e uscì, per volontà dell’autrice, direttamente in edizione economica, nella collana in brossura “Gli struzzi” della Einaudi, così da raggiungere subito il pubblico più vasto possibile. Del resto, il racconto ha per protagonisti gli umili, i “piccoli” della citazione evangelica che apre il libro, la gente comune che fa la storia, perché, come canta anche De Gregori, “la Storia siamo noi”. Ambientato a Roma negli anni della Seconda Guerra Mondiale e nel periodo immediatamente successivo alla Liberazione, il romanzo non narra quasi nulla delle battaglie e degli eventi bellici, ma descrive la vita delle borgate romane vista con gli occhi dei suoi abitanti, alle prese con i drammi della sopravvivenza quotidiana. Il quadro che ne viene fuori è drammatico ed emozionante. Del resto la Morante e suo marito Albero Moravia attraversarono davvero esperienze simili, e dunque la scrittrice attinge dal suo vissuto. “La Storia” segue principalmente le vicende di due protagonisti, la maestra elementare Ida Ramundo (vedova Mancuso) e di suo figlio Useppe (Giuseppe così come lo diceva lui), uno dei personaggi più belli in cui mi sia imbattuto nelle mie letture. Tuttavia, il racconto è anche corale perché popolato da decine di figure, dal primo figlio di Ida, Nino, all’anarchico ebreo Davide Segre, passando per tutta una serie di incontri ora significativi ora fuggevoli, compresi quelli con i tanti rappresentati della famiglia napoletana dei Mille (così soprannominati per il loro numero). Del coro fanno parte anche parecchi animali, dai due cani Blitz e Bella, al gatto Rossella, ai canarini Peppiniello e Peppiniella. Attraverso le vicende di Ida e Useppe, che subiscono il bombardamento della loro casa nel quartiere di San Lorenzo e vengono alloggiati in un ricovero di sfollati, abbiamo modo di scoprire il dramma della guerra visto dagli abitanti di Roma, sottoposti all’occupazione nazifascista, a rastrellamenti, a fucilazioni, a deportazioni, nell’attesa della liberazione da parte degli Americani che sembrano dover arrivare e non arrivano mai. Nino, cresciuto da Balilla, parte per la guerra ma, ribelle com’è, si dà alla macchia e passa nelle fila dei partigiani, e attraverso lui assistiamo anche alla ricostruzione della vita quotidiana dei combattenti nella Resistenza. Così come si era ribellato all’indottrinamento fascista, Nino si ribella anche a quello comunista impartitogli dai suoi compagni e rifiuta di sostituire l’icona del Duce con quella di Stalin, finendo, a guerra finita, a fare il contrabbandiere. Del tutto aliena a ogni discussione ideologica, Ida alle prime elezioni del Dopoguerra vota comunista perché glielo ha detto l’oste Remo, e perché non c’erano candidati anarchici (segretamente anarchico era stato suo padre), ma sul piano pratico la donna cerca soltanto di condurre la sua esistenza senza furori politici di nessun tipo, avendo come unico scopo quello di allevare il gracile Useppe, nato da una violenza sessuale usatale da un soldato tedesco nel 1941. Soldato inconsapevole di ciò che faceva e destinato a morire di lì a poco del tutto ignaro di aver donato i suoi occhi azzurri a un bambino che sarebbe nato nove mesi dopo. Ida è figlia di una madre ebrea, ma riesce a tenere nascosta la sua linea di sangue, vivendo però nel terrore di essere scoperta (e i suoi figli con lei) dopo la promulgazione delle leggi razziali. Uno dei passi più drammatici è quando la maestra si trova a passare accanto ai vagoni stipati di ebrei, vittime del rastrellamento del ghetto: assiste alla scena di una donna che, sfuggita per caso ai nazisti, va a cercare i suoi parenti chiusi sul treno che sta per partire per Auschwitz e, rintracciatili, vuole salire sul convoglio anche lei, mentre tutti i prigionieri la implorano di andarsene prima che tornino i tedeschi. Ma ogni capitolo presenta momenti drammatici e commoventi, sia che si racconti della lotta contro la fame, sia che si narri la sorte di un certo Giovanni morto congelato durante la ritirata di Russia, ricercato per anni dalla famiglia dopo essere stato per disperso, sia che si mostri il sangue scorso nelle lotte partigiane. Tragico lo scollamento sociale tra i reduci che tornano dopo aver combattuto credendo nel fascismo, partiti per la guerra certi della vittoria, e quelli che, disillusi già da tempo, non hanno pietà per gli arti mutilati di costoro e i dolori da loro patiti sul fronte. Annichilendosi progressivamente, Ida nutre con la propria vita il piccolo Useppe, mentre Nino, per fortuna, energico e volitivo, se la cava benissimo da solo. Infinite le pene da superare, fino alla fine della Guerra. Giungono gli anni della pace, e della scoperta dei campi di sterminio, delle stragi di civili e di partigiani, e anche questo periodo viene raccontato nella sua quotidianità, escludendo quasi del tutto il fronte della politica, gli accordi fra le Grandi Potenze, il processo di Norimberga. Vi si accenna, magari l’eco giunge per sentito dire dalla lettura di un giornale o dall’ascolto della radio o dai commenti al mercato. Si capisce che la Storia la si vive al piano terra, al livello delle strade, ed è fatta dalle vite delle persone comuni, anche se i libri si riempiono con i nomi dei capi di stato, e dei loro generali. E ci sono più chiari gli anni vissuti dai nostri nonni, quelli da cui è nata l’Italia Repubblicana. A pace tornata, non c’è il lieto fine. Non per Ida Ramundo, non per Nino, non per Useppe. Si piange sul finale. Elsa Morante usa una lingua tutta sua, che infarcisce con ninna nanne e cantilene per bambini, di canzoni cantate e suonate dal grammofono, e perfino con la trascrizione dei pensieri degli animali (la Storia è anche loro). Ci si fa l’orecchio anche quando congiuntivi e condizionali suonano strani. Stupisce, oggi, il ricordo delle polemiche che accompagnarono l’uscita del romanzo, polemiche frutto del perverso furore delle ideologie degli anni Settanta: da sinistra si contestò la mancata aderenza ai dogmi del leninismo (si pretendeva, e era accaduto anche con Vittorini, che gli intellettuali fossero inquadrati in una fede politica), mentre il quadro illustrato dalla Morante raccontava la vita com’era senza alcuna aderenza a un manifesto ideologico. Ecco perché rileggere adesso può essere utile.

venerdì 24 agosto 2018

L'AMICO RITROVATO



L'AMICO RITROVATO

di Fred Uhlman

Feltrinelli

2013, brossurato

92 pagine, 7 euro

 
 "L'amico ritrovato" (1971) fa parte della straordinaria "trilogia del ritorno" di Fred Uhman, insieme ad altri due romanzi brevi romanzi ("Un'anima non vile" e "Niente resurrezioni, per favore"). Nel 1989 è stato anche tratto un film. Il libro, davvero bellissimo (sono belli anche i due sequel), struggente e drammatico ma senza enfasi né retorica, terrorizza e commuove grazie a una prosa pulita, quotidiana, che mostra il crescere in sordina di un orrore che indicibile.  A venire raccontata è l'amicizia fra un ebreo tedesco, il sedicenne Hans Schwartz, e un suo coetaneo, il giovane conte Könradin von Hohenfels, ultimo rampollo di una stirpe di nobili svevi. I due frequentano entrambi il liceo Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda, negli anni dell'ascesa al potere di Hitler. Il romanzo non affronta in modo specifico il tema della shoah o dei campi di sterminio, ma descrive soprattutto il periodo precedente allo scatenarsi delle persecuzioni razziali. Gli Schwartz, al pari di molti altri ebrei di Stoccarda si sentono perfettamente tedeschi e sono addirittura fieri di esserlo. Quando le idee naziste cominciano a serpeggiare, il padre di Hans rifiuta di trasferirsi in Palestina, come gli viene proposto di fare, convinto che il razzismo hitleriano sia una specie di follia passeggera che mai avrebbe contagiato la nazione di Goethe, Beethoven e Schiller. Invece, quella follia finisce per dividere Hans da Könradin, che pure erano stati amici per la pelle, e semina odio all'interno dei compagni di classe. Il giovane Schwartz riesce a fuggire in America in tempo per non venire travolto dagli eventi (non sarà questa, invece, la sorte dei suoi genitori) ma quel che accade in Germania, ovviamente, lo segna per sempre. Vent'anni dopo la guerra, Hans ritrova un elenco dei nomi della sua scolaresca, che reca accanto a ognuno l'indicazione di quale sia stato il destino dei suoi compagni nella tempesta degli eventi bellici. A lungo evita di verificare che cosa sia accaduto a Könradin, di cui non ha saputo più nulla. Vivo? Morto? Ma soprattutto, con le mani sporche di sangue?