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martedì 21 ottobre 2025

L’ISOLA DEGLI IDEALISTI

 
 

Giorgio Scerbanenco
L’ISOLA DEGLI IDEALISTI
La nave di Teseo
2018, brossurato
230 pagine, 17 euro

Di fronte a piccoli capolavori come “L’isola degli idealisti”, e l’aggettivo “piccolo” è soltanto prudenziale, vien fatto di chiedere quanti altri gioielli inediti di Giorgio Scerbanenco (1911-1969), nascondano gli archivi. Infatti, questo straordinario romanzo è riemerso dopo oltre settantacinque anni dalla sua stesura, avvenuta tra il 1942 e il 1943 all’albergo Toledo sul lago d’Iseo, dove lo scrittore si era ritirato per poter lavorare (collaborava con diverse testate) al riparo dai bombardamenti che bersagliavano Milano, poco prima di fuggire in Svizzera (come fece anche Giovanni Luigi Bonelli, un altro milanese macinatore di trame). Cecilia Scerbanenco, nella sua prefazione, commentando il ritrovamento dell’opera e le poche notizie che riguardano la sua mancata pubblicazione dopo l’effettiva consegna alla stampa, si dice convinta che fosse stata commissionata dal “Corriere della Sera” per la pubblicazione a puntate (trenta, secondo un appunto dell’autore). Alcuni titoli andarono dispersi, “smarriti nel caos scatenatosi in tutta Italia dopo l’8 settembre del 1943”, spiega la prefatrice.  “Una macchina per scrivere storie”, così Oreste del Buono definiva Scerbanenco, narratore “in grado di scrivere quattro o cinque novelle, di mandare avanti due puntate di romanzi, di tenere due o tre rubriche di corrispondenza e di buttar giù, sempre nella stessa, unica settimana, un numero imprecisato di pezzi e pezzetti necessari al completamento di questa o quella testata”. Il corpus di romanzi e racconti dello scrittore ucraino naturalizzato milanese è sterminato e comprende opere dei generi più diversi  (fantascienza, rosa, giallo, western), anche se la vera popolarità gli venne, un po’ tardiva, con il ciclo noir dedicato al personaggio, un medico radiato dall’Albo per aver praticato una eutanasia, Duca Lamberti. Di Scerbanenco e della sua vita avventurosa abbiamo già parlato recensendo “Venere privata” (potete cliccare sul titolo per saperne di più).
Lo spunto de “L’isola degli idealisti” è brillante e originale: sull’Isola della Ginestra, un piccolo scoglio in mezzo a un non precisato lago, vive placidamente, intorno agli anni Trenta, la famiglia (decisamente benestante) del bizzarro Celestino Reffi, medico non praticante con la passione per la matematica e per gli esperimenti insoliti (come riuscire a far contare il cane di casa), composta, oltre che da lui, da sua sorella Carla, scrittrice sena successo e dal loro padre Antonio, otorinolaringoiatra in pensione, dai cugini spiantati Vittorio Bras e da sua moglie Jole, dall’alano Pangloss e dalla servitù, tra cui spicca il custode Marengadi. La tranquillità della villa abbarbicata sullo scoglio è infranta, una sera, dall’irruzione di due ladri d’albergo, Guido e Beatrice, braccati dalle forze dell’ordine, che chiedono di venire nascosti per la notte e di poter riprendere la fuga il mattino successivo. Celestino accetta di dare loro asilo a patto che si trattengano sull’isola dove lui si occuperà di educarli all’onestà: se ne andranno solo se diventeranno persone per bene. Un altro dei singolari esperimenti del giovane Reffi, agli occhi degli altri famigliari, che ne prevedono l’inevitabile fallimento ma non si oppongono. Il susseguirsi degli avvenimenti non è però tanto facilmente immaginabile e i colpi di scena si susseguono. Magistrale Scerbanenco nel caratterizzare ciascuno dei personaggi e nel farli muovere in modo imprevedibile, fino a rovesciare i pronostici.


lunedì 21 luglio 2025

IVANHOE

 
 


Walter Scott
IVANHOE
Rizzoli
1988, brossurato
544 pagine, 10.500 lire

Si dice che Walter Scott (1771-1832) sia stato il primo autore di bestseller appositamente costruiti per raggiungere il più vasto pubblico possibile. Benedetto Croce addirittura scrive che “nel trattare dello Scott conviene, in primo luogo, aver l’occhio all’ufficio sociale che egli ha adempiuto: ufficio che fu semplicemente quello di un produttore industriale, intento a fornire il mercato di oggetti dei quali era altrettanto viva la richiesta quanto legittimo il bisogno. Egli ebbe il genio dell’intrapresa industriale a ciò corrispondente”. “Intrapresa” che fu coronata da una straordinaria fortuna. Personalmente, nel giudizio crociano non ci vedo niente che svilisca l’autore, anzi, viva gli autori che scrivono per il loro pubblico. Si dice anche che Walter Scott abbia inventato, o perlomeno portato in auge, il romanzo storico, che, come nota il Carducci, “non ha nulla a che fare col romanzo cavalleresco e col poema romanzesco”. “Ivanhoe” (1819), la sua opera di maggior successo (ma si potrebbe citare anche “Rob Roy”) non ha per ambientazione un medioevo fantastico, ma si cala nella realtà dell’Inghilterra attorno al 1194, avendo per sfondo luoghi riconoscibili e per protagonisti alcuni personaggi storici (come Riccardo Cuor di Leone e suo fratello Giovanni). Non solo: Scott sceglie di affrontare un argomento spinoso come l’invasione dell’Inghilterra da parte dei Normanni che sottomettono i Sassoni. Lo fa, peraltro, cercando di documentare minuziosamente la sua ricostruzione delle usanze, degli abiti, degli stati d’animo dell’epoca, occupandosi anche di mettere a confronto le rivendicazioni degli sconfitti e le strategie politiche dei colonizzatori, ma anche gli scontri politici attorno alla rivendicazione della corona, rendendo parte del racconto anche le crociate. Prima di “Ivanhoe” lo scrittore, nato a Edimburgo, aveva scritto soltanto di cose scozzesi, e forti furono i suoi dubbi e i suoi timori allargandosi anche a quelle inglesi, al punto he inizialmente pubblicò la sua opera sotto lo pseudonimo di Laurence Templeton. Un’altra cosa ripetuta è che Alessandro Manzoni trasse proprio da Walter Scott la determinazione di scrivere anche lui un romanzo calato nella realtà storica, quella lombarda dei Seicento, “I promessi sposi”. Il Manzoni lo fa in modo diverso, più sofisticato e con intenti pedagogici, ma di certo dello scrittore scozzese dice: “il mondo aspettava ansiosamente e divorava avidamente i romanzi di Scott”, riconoscendogli anch’egli una valenza letteraria e culturale di primo piano, quella che si deve inevitabilmente a ogni autore che abbia la fortuna di essere ascoltato e avere influenza sui suoi lettori.  Tre cose che mi hanno colpito: la prima, rappresentazione (che non pare condivisa dal narratore) di un odioso antisemitismo, che si ritrova, per fare un esempio, anche nelle pagine di Dickens, ambientate nella Londra della prima metà dell’Ottocento, segno che il pregiudizio cristiano contro gli ebrei ha attraversato i secoli. La seconda: la presenza, fondamentale e tutt’altro che accessoria, di Robin Hood e della sua banda (Frate Tuc compreso), anche se all’arciere viene cambiato il nome in Locksley. Infine: “Ivanhoe” viene a torto considerato come un romanzo per ragazzi, forse per la componente avventurosa, le scene di battaglia, gli assalti al castello, i tornei cavallereschi, il mistero che circonda la figura il Cavaliere Nero che alla fine (spoiler) si rivela essere Riccardo Cuor di Leone tornato dalla Crociata. Tuttavia molti aspetti e contenuti del romanzo sono tutt’altro che destinati a lettori particolarmente giovani: i riferimenti storici e politici, la discriminazione verso gli ebrei e soprattutto verso la sfortunata Rebecca, l’odio fra Sassoni e Normanni che vede alla fine una possibilità di fusione tra i due popoli con il matrimonio (spoiler) fra Ivanhoe e Rowena e via dicendo. Il linguaggio di Walter Scott, anche nella versione integrale, resta piacevole da leggere nonostante certe prolissità dovute soprattutto alla minuzia delle descrizioni. Indimenticabili e ottimamente caratterizzati certi personaggi come il buffone Wamba, il servo Gurth, il castellano Cedric, lo sbruffone principe Giovanni, l’Eremita (Frate Tuc), l’usuraio Isaac, la vecchia e folle Urfrida, e i cattivi De Bracy, Bois-Guilbert e Front-de-Boeuf. “Ivanhoe” non sarà “I promessi sposi” ma ci si diverte a leggerlo.



giovedì 23 maggio 2024

INCONTRI RAVVICINATI TRA SCIENZA E CINEMA

 
 

Marco Ciardi
Andrea Sani
INCONTRI RAVVICINATI TRA SCIENZA E CINEMA
Hoepli
2023, brossura
234 pagine, 15.90 euro


Per parlare di questo gioiello di libro, forse si può cominciare da come la Casa editrice stessa descrive la collana "Le basi" in cui il saggio è inserito. Leggiamo infatti in apertura: "Rivolti a un pubblico generale ma scritti da esperti, i libri della collana offrono sintetiche e originali introduzioni su molteplici soggetti nel campo delle scienze umane e intendono essere obiettivi e completi ma al tempo stesso invitare alla riflessionie sui vari temi affrontati". Marco Ciardi, docente di Storia della Scienza presso l'Università di Firenze (ma anche grande appassionato di fumetti), ha già all'attivo un altro saggio pubblicato nei titoli de "Le basi", e cioè "Breve storia delle pseudoscienze", di cui ci siamo occupati anche in questo spazio. Andrea Sani, grande esperto di filosofia, cinema, fumetto francese e disneyano, è un nome ben noto nel comicdom. I due sono accomunati, oltre che da medesimi interessi e passioni, anche dalla grande capacità di sintesi e chiarezza comunicativa, doti fondamentali, oltre all'indispensabile competenza, per fare buona divulgazione. "Incontri ravvicinati tra scienza e cinema" è un libro che si legge rivedendo, pagina dopo pagina, con gli occhi della mente, scene di film che hanno segnato l'immaginario collettivo (da "Ritorno al futuro" a "Il pianeta delle scimmire", da "Blade Runner" alla saga di Indiana Jones, da "Interstellar" al "Sesto Senso"), ma anche ricevendo irresistibili stimoli a cercare di recuperare pellicole fondamentali che non abbiamo ancora visto (nel mio caso, per esempio, "L'uomo che non c'era" o "Creation"). Gli autori suggeriscono nove itinerari tematici selezionando alcune decine di film che mettono in evidenza i rapporti tra il cinema e la scienza, a volte segnalando le incongruenze tra ciò che si vede sullo schermo e la realtà dei fatti, a volte sottolineando la documentazione alla base del lavoro dei cineasti (talora coadiuvati dalla consulenza fattiva degli scienziati), sempre documentando il modo con cui le teorie scienifiche vengono divugate o offrono spunti a sceneggiatori e registi. Mai si critica o si discute la libertà e la fantasia di chi di mestiere fa il catastorie. Peraltro, Ciardi e Sani si rivelano una volta di più due dei nostri, occupandosi, senza traccia di snobbismo, di film che hanno avuto un gande successo anche al btteghino, e non solo di quelli noti unicamente ai cultori e ai frequentatori dei cineforum. Un saggio davvero gradevole e stuzzicante, in cui l'evidente coinvolgimento degli autori ne suscita uno simili in chi legge.

domenica 4 giugno 2023

IO SONO ANTONIETTA


 



Giuseppe Reina
IO SONO ANTONIETTA
Algra Editore
2022, brossurato
268 pagine, 16 euro


Il 10 luglio 1955, sulle rive del lago di Castelgandolfo (in provincia di Roma), venne rinvenuto il cadavere decapitato di una donna. Il corpo aveva l’addome pugnato in più punti e le erano state asportate le ovaie. Gli investigatori dell’epoca faticarono non poco a stabilire l’identità della vittima, che soltanto un mese dopo venne identificata in Antonietta Longo, nata a Mascalucia (CT) nel 1925, ma da tempo residente a Roma, nella casa di una famiglia benestante presso la quale era a servizio. Il caso della “decapitata di Castengandolfo” scatenò l’interesse della stampa nazionale per molti mesi, suscitando le ipotesi più svariate su tutte le testate, con decine di giornalisti che seguivano gli sviluppi delle indagini segnalando gli indizi e i misteri legati agli strani comportamenti di Antonietta nei giorni precedenti l’omicidio. Come accade anche ai giorni nostri quado ci sono inchieste su omicidi particolarmente efferati di cui è difficile individuare i colpevoli, i cronisti davano la caccia ai parenti e ai conoscenti per riportarne interviste e dichiarazioni. Se ne continuò a parlare ameno fino agli anni Settanta, poi la stampa e gli inquirenti si arresero di fronte all’apparente impossibilità di ricostruire l’accaduto e attribuire responsabilità. Dico “apparente” perché c’è anche chi sospetta che, in realtà, le indagini furono prima depistate poi insabbiate, in ogni caso non si batterono con la dovuta attenzione tutte le piste. A quasi settant’anni di distanza dall’omicidio, il “cold case” viene riaperto da un formidabile libro di Giuseppe Reina, pronipote di Antonietta Longo (che era sorella di sua nonna),il quale per lungo tempo ha raccolto, con la tenacia di un segugio, tutto ciò che era stato detto e scritto all’epoca dei fatti, ha intervistato i testimoni sopravvissuti e fatto ricerche sui luoghi, pur senza ottenere alcun aiuto dalle autorità inquirenti. Reina ha condotto la sua inchiesta dopo una visita alla tomba della prozia nel cimitero di Mascalucia, successivamente all’aver scoperto ciò che in famiglia gli avevano sempre taciuto, perché la triste sorte della donna non lo turbasse, in ragione di un rassegnato silenzio calato anche dai congiunti sulla tragica vicenda. L’autore, mosso dunque da una più che legittima motivazione, riapre il caso e fornisce ai suoi lettori tutti gli indizi che sembrano portare addirittura all’individuazione di un probabile assassino e depistatore. Tutto lascia credere che Antonietta sia morta durante un aborto clandestino a cui era stata costretta con la forza, e le mutilazioni agli organi riproduttivi servissero a nascondere l’evidenza di una gravidanza. La ricostruzione del caso è estremamente puntuale e la narrazione coinvolgente punta a fornire non solo il possibile susseguirsi dei fatti ma anche un ritratto psicologico realistico della vittima, giovane donna di umili origini che cercava un riscatto dalla vita. “Io sono Antonietta” racconta anche una realtà italiana, sociale ed economica, diversa da quella di oggi, facendone rivivere al lettore il clima degli anni Cinquanta. Un saggio che si legge come un romanzo, giungendo all’ultima pagina con la speranza che davvero il caso venga, chissà come, riaperto.

domenica 29 gennaio 2023

INVECCHIANDO GLI UOMINI PIANGONO

 
 
 

 
 
 
Jean-Luc Seigle
INVECCHIANDO GLI UOMINI PIANGONO
Feltrinellib
brossurato, 2013
180 pagine


Il romanzo, pubblicato in Francia da Flemmarion nel 2012 e in Italia da Feltrinelli l’anno successivo, ha vinto il Gran Prix del Salone del Libro di Parigi. Jean-Luc Seigle, scrittore, sceneggiatore cinematografico e drammaturgo (1955-2020), è autore anche di altri titoli di successo, come “Ti scrivo al buio” (2015). “Invecchiando gli uomini piangono" ha la caratteristica di svolgersi tutto nell’arco di un solo giorno, il 9 luglio 1961. Protagonisti ne sono un operaio di cinquantatrè anni, Albert Chassaing, e la sua famiglia: la moglie Suzanne, il figlio Gilles, l’anziana madre Madeleine, che soffre di demenza senile. Un altro figlio, Henri, è a combattere in Algeria. Siamo a Clermont, in Alvernia, un piccolo borgo un tempo agricolo che però sta vedendo sempre più abitanti impiegarsi nel vicino stabilimento della Michelin, come appunto Albert. Il romanzo è appunto attraversato dal senso della trasformazione, dei tempi che cambiano. Chassaing non riconosce più il suo mondo: quello rurale in cui è nato sta scomparendo, così come l’uso del dialetto del luogo, sostituito dal francese. Suzanne invece vive nell’ansia della modernità, vorrebbe trasferirsi in città e intanto attende, proprio per a quel giorno, l’arrivo del primo televisore che le permetterà di vedere suo figlio Henri intervistato con altri soldati in un servizio del notiziario della sera. La realtà tragica della guerra, messa davanti agli occhi della madre dalle immagini sul piccolo schermo, però, la sconvolgono. Suzanne e Albert non hanno più intimità, il loro matrimonio è finito, ma lei è ancora una donna piacente e c’è chi le fa la corte. Quel 9 luglio segna anche il suo primo tradimento del marito. Gilles, intanto, passa il tempo leggendo: lo vediamo immerso in un romanzo di Balzac, intento a farsi domande sul rapporto tra la vita e la letteratura. I genitori non sembrano capire l’ossessione del figlio per i libri, ma Albert capisce che cosa fare: affidarlo a un insegnante in pensione loro vicino, perché prenda ripetizioni e soprattutto venga guidato verso un futuro migliore dei suoi nonni contadini e del padre operaio. Fin dalla prima pagina ci viene svelato il proposito di Albert di togliersi la vita: “Alber non pensava a morire, aveva il desiderio di farla finita”. La decisione, ormai presa, lo accompagna per tutta la giornata, un giorno qualunque degli anni Sessanta che però, come tuti i giorni della Storia, sono parte del grande racconto dell’umanità. In quarta di copertina è riportata una frase da una recensione de “L’express”: “Alcuni libri possiedono una grazia misteriosa. E’ il caso del romanzo di Jean-Luc Siegle, magnifico e sconvolgente”. Tra le pagine più belle, e forse più inquietanti, quelle in cui Albert deve lavare la vecchia madre, nuda davanti a lui e sotto le sue mani.

mercoledì 17 agosto 2022

LA IETTATURA

 
 
 

 

Nicola Valletta
LA IETTATURA
Libritalia
Brossurato, 1997
194 pagine, 20.000 lire


Talvolta è divertente indulgere in letture come questa, per il gusto di sentirne delle belle. E davvero gustosa si è rivelata in effetti questa riedizione della “Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura”, di Nicola Valletta (1750-1814), giurista e cattedratico presso la Regia Università degli Studi di Napoli. Per “cicalata” si intende uno sproloquio, una chiacchiera, un discorso senza pretese, ma anche una lezione burlesca su un argomento banale trattato come se fosse serio. Il “fascino” va inteso appunto, come si intendeva una volta, quale “malia”, influsso magico malefico: perfetto sinonimo del più volgare termine “jettatura”. Termine che, nel titolo più sintetico scelto dall’editore Libritalia, viene trasformato in “iettatura”, secondo la grafia moderna. L’interessante prefazione di Alberto Consiglio spiega che il breve saggio di Valletta, composto negli ultimi anni del Settecento, ebbe un grande successo presso il pubblico napoletano ma anche altrove, e arrivò a ispirare Théophile Gautier e Alexandre Dumas. Il primo ne trasse un romanzo intitolato “Jettatura” (1857), il secondo quattro capitoli del suo “Corricolo” (1841), entrambi di diretta derivazione dalla “Cicalata”. Il saggio di Valletta tratta la iettatura come materia serissima, che lo studioso ritiene di dover divulgare in modo discorsivo presso gli increduli e gli scettici. Comincia così: “Abbiate un po’ di pazienza, signori, e non correte troppo in fretta a condannare come sciocco e puerile l’argomento che imprendo sostenere! E trattenetevi dal ridere! Non sarete voi nel numero di quei giudici che decidono le cause secondo l’impulso del momento, senza ascoltare le parti?”. E così si introducono le argomentazioni: non perché l’uomo non arriva a comprendere la jettatura, questa è meno vera; l’idea della iettatura è antichissima e ci credevano greci e romani (segue profluvio di citazioni). Persino alcuni passi di San Paolo sembrano sostenerne l’esistenza, e del resto la quotidianità porta prove inoppugnabili che lo sguardo di taluni possa provocare danni e rovine. Vengono esaminate le differenze tra iettatura “patente” o “occulta” (quando sia ben chiaro chi è lo iettatore oppure non lo sia) e passati in rassegna i metodi per difendersi. Non manca un ricco campionario di aneddoti sulle conseguenze delle occhiate dei propagatori di disgrazie. Alla fine della divertente lettura resta il dubbio se Valletta credesse davvero a ciò che si propone di illustrare, oppure, dato il tono faceto, la sua “cicalata” fosse appunto solo una sorta di arringa burlesca, come “L’elogio della mosca” di Luciano di Samosata.

mercoledì 12 gennaio 2022

L’INVENZIONE DI MOREL

 
 

 
Adolfo Bioy Casares
L’INVENZIONE DI MOREL
Sur
2017, brossurato
144 pagine, 15 euro


Lo scrittore argentine Aldolf Bioy Caseres (1914-1999) condivideva con Jorge Luis Borges, di cui fu amico fraterno e collaboratore per tutta la vita, l’aspirazione a una letteratura sudamericana che non fosse imitazione di quella europea, e che spaziasse in modo proprio e originale anche all’interno dei generi, come il poliziesco o il fantascientifico. Fantascientifico si può senza dubbio definire il romanzo breve del 1940 “L’invenzione di Morel”, pieno tuttavia di echi letterari, come di metafore e simbologie, e distante dalla tradizionale science fiction americana. C’è tuttavia il ricordo, sicuramente, dell’ “Isola del dottor Moreau”, di H.G.Wells (lo si capisce già dal nome dello scienziato pazzo citato nel titolo), così come del “Castello dei Carpazi” di Jules Verne. Pur basata su una ipotesi tecnologica (un macchinario, una invenzione), il romanzo è costruito non sull'azione ma sul senso d’ansia e di straniamento del protagonista, in un contesto che sembra onirico, metafisico. L’io narrante (praticamente l’unico personaggio “reale” del racconto) è un fuggiasco senza nome che, per scampare a una condanna per motivi politici che ne fa un ricercato braccato dalla Legge, decide di rifugiarsi come naufrago volontario su un’isola della Polinesia, che sa essere disabitata. Dopo lo sbarco, il fuggitivo si rende conto come però su una altura esistano delle misteriose costruzioni: un edificio principale che lui definisce “museo”, una cappella, una piscina. Inizialmente questi luoghi sembrano abbandonati, ma dopo qualche giorno si popolano di un gruppo di persone, come se fossero sbarcati dei turisti in visita. Il fuggiasco si nasconde limitandosi a spiarne le mosse, per timore di venire scoperto, denunciato e arrestato. Ma la presenza dei visitatori si collega a misteriosi fenomeni, quali la comparsa in cielo di due soli e due lune. L’io narrante, che tiene un diario, crede di essere vittima di allucinazioni create da una malattia o da qualche avvelenamento alimentare. Così come sono venuti, i visitatori scompaiono di punto in bianco: il fuggitivo ispeziona gli edifici che li hanno ospitati e si rende conto che sono in stato di abbandono così com’erano prima del loro arrivo e nulla testimonia il loro passaggio. A distanza di poco tempo, ecco i “turisti" fare ritorno, sempre gli stessi, occupati nelle medesime discussioni, vestiti con gli stessi abiti. Il naufrago li spia più da vicino, ascolta i loro discorsi, e resta colpito da una donna, Faustina (così sente chiamarla). Se ne innamora, cerca di avvicinarsi, ma lei lo ignora, sembra non vederlo. Nessuno del suo gruppo, del resto, pare accorgersi di lui, per quanto il fuggiasco si mescoli a loro. Il mistero si infittisce, finché quello che si rivela essere l’anfitrione del gruppo, uno scienziato di nome Morel, colui che ha costruito gli edifici dopo aver acquistato l’intera isola, non tiene un discorso agli altri in cui rivela la verità. Una apparecchiatura di sua invenzione, in grado di registrare e riprodurre la realtà in ogni sua componente (visiva, sonora, tattile) ha “catturato” per una settimana ogni loro movimento, discorso, atteggiamento dell'animo e assicurato agli ospiti un simulacro di esistenza eterna: grazie alle sue maree, l’isola può garantire l’energia necessaria al funzionamento dei macchinari programmati per “proiettare” per sempre (fatti salvi i tempi per il ricaricamento) le loro forme, reali in tutto e per tutto, come se le loro stesse anime fossero state incise su disco. Precedenti esperimenti fatti da Morel hanno però causato la morte delle cavie: non si sa quale sia stata la sorte degli ospiti del “museo” dopo la registrazione, ma tutto lascia temere il peggio. Chissà dov’è la vera Faustina, il naufrago può solo amarla come simulacro: interessanti le sue reazioni alla scoperta, nel finale del racconto. Nel “Castello dei Carpazi” di Verne, alcuni macchinari ottici e fonografici ricreano ogni sera l’illusione che una cantante lirica torni in vita, l’invenzione di Morel fa di più, e anticipa i nostri tempi in cui la realtà virtuale è sempre più realtà e meno virtuale.

martedì 24 agosto 2021

IO SONO MISTER NO

 
 

 
 
Luigi Mignacco
IO SONO MISTER NO
Sergio Bonelli Editore
2021, cartonato
386 pagine, 30 euro

Dopo "Io sono Zagor, "Io sono Cico" e "Io sono Nathan Never" ecco "Io sono Mister No". Il volume ricostruisce una sorta di biografia del personaggio di Mister No, immaginato come reale, così come i primi tre della serie facevano con gli altri eroi. E, allo stesso modo, alterna testi scritti (l'io narrante è lo stesso Jerry Drake, alias Mister No) a pagine a fumetti tratte dagli albi della serie. Gli anni presi in considerazione da Luigi Mignacco, a cui si deve il "confezionamento" del tomo, sono soprattutto quelli del la giovinezza di Jerry, a partire dall'infanzia newyorkese narrata nel secondo Maxi Mister No ("C'era una volta a New York"), procedendo con quanto narrato in "Un giovane americano" (Speciale n° 13) per poi passare alle avventure vissute dal protagonista nel corso della Seconda Guerra Mondiale, compresa quella dell'albo "Il mio nome è Mister No" in cui si racconta come il nostro eroe si guadagnò il suo soprannome. Leggendo il volume si riesce a far chiarezza sul passato del pilota amazzonico, sul perché del conflittuale rapporto con il padre (finito in galera per un omicidio in realtà non commesso), e sui motivi della sua decisione di stabilirsi a Manaus. Si chiarisce anche che Esse Esse non è mai stato nazista (il soprannome gli deriva soltanto, dall'essere tedesco). Poche le tavole ambientate in Amazzonia, visto il tanto da narrare sul periodo precedente, ma si può sperare in un secondo volume. Oltre a Guido Nolitta, tra gli autori rappresentati quali "costruttori" della biografia di Mister No attraverso le loro sceneggiature troviamo lo stesso Mignacco, Michele Masiero, Maurizio Colombo. Tra i disegni, spiccano inevitabilmente quelli di Roberto Diso.

domenica 27 giugno 2021

INFERNO E PARADISO

 

 
 
 
Bart D. Ehrman
INFERNO E PARADISO
Carocci
brossurato, 2020
290 pagine, 23 euro


Per cultura e tradizione siamo abituati a ragionare dell'aldilà, almeno chi ci crede, in termini di inferno e paradiso (magari anche di purgatorio). Cioè in quelli di un premio e di una punizione eterni, per colpe limitate nel tempo, dopo un giudizio (per carità, giusto e indiscutibile) davanti al tribunale divino. Santi, teologi e poeti si sono sbizzarriti nel prevedere le più terribili pene (stranamente, corporali) per le anime (invece spirituali) che vengano dannate, anche se sono molto più vaghe le previsioni, almeno in campo cristiano (a noi non spettano le vergini promesse ad altri), rispetto alla beatitudine paradisiaca. Ci si potrebbe però chiedere se il concetto della punizione eterna post mortem, o quello della resurrezione dei corpi dopo il Giudizio Universale, o quello del purgatorio per i credenti meno meritevoli (sarebbe ingiusto infatti un premio uguale per tutti, se ci sono quelli più freddi), facciano parte da sempre delle convinzioni dell'umanità, se si siano imposti a partire da un certo momento, se si tratti di dogmi immutabili o se abbiano subito evoluzioni. Bart D. Ehrman, che insegna presso l'Università della North Carolina ed è un esperto di studi biblici (di lui ci siano occupati anche di recedente, quando ho recensito un suo saggio sull'Antico Testamento), traccia una sorprendente "storia dell'Aldilà" (come recita il sottotitolo). La sorpresa nasce dal fatto che, contrariamente a quanto si può immaginare, "nella Bibbia ebraica non è possibile identificare le nozioni di inferno e paradiso, non troviamo alcun giudizio né punizione per i peccatori, né alcuna ricompensa per i giusti". Cito fra virgolette una frase di Alan Segal, studioso dell'ebraismo, a sua volta citato da Ehrman. Per gli antichi ebrei il regno dei morti era un regno di vaghe ombre, una zona del crepuscolo non dissimile da quella visitata da Ulisse nell'Odissea di Omero. Fino al libro di Daniele (uno dei più tardi) non si parla di resurrezione dei morti alla fine dei tempi. Ma la prospettiva è quella della eventuale "distruzione" dei malvagi, annientati da Dio, non puniti con una pena eterna. L'idea di un premio post mortem deriva dalla concezione dualistica dell'uomo (corpo e anima) tipico della filosofia di Platone, le cui idee erano giunte in Palestina in seguito all'ellenizzazione successiva alla conquista di Alessandro Magno. Le stesse idee che avevano ispirato a Virgilio, una diversa visione, rispetto ad Omero, vari secoli dopo l'Odissea, dell'aldilà visitato da Enea.
Anche le idee del Gesù storico (lasciando perdere quello leggendario, a cui vengono attribuite affermazioni sicuramente frutto di rielaborazioni fatte nei secoli successivi) non corrispondono alla visione di un aldilà di stampo, diciamo così, dantesco. Gesù era un profeta apocalittico (come altri predicatori suoi contemporanei) e prevedeva una fine del mondo molto vicina, con la quale sarebbero state distrutte le forze del male a cui si attribuivano il disordine e le ingiustizie del mondo, e si sarebbe instaurato un regno del bene. Con l'avvento di questo regno, i malvagi sarebbero stati distrutti, cessando di esistere. "Era questa certamente la visione del Gesù storico e dei suoi primi seguaci", scrive Ehrman, "essi non credevano che al momento della morte l'anima di un uomo andasse all'inferno o in paradiso. Al contrario, credevano che alla fine dei tempi - che sarebbe stata imminente - Dio avrebbe giudicato questo mondo, distrutto le forse del male e risuscitato i corpi, alcuni destinati a entrare in quell'utopia che è il regno di Dio qui sulla terra, altri a perire senza possibilità alcuna di ritorno". Neppure la predicazione di Paolo coincide con i dogmi stabiliti in seguito dalla Chiesa, dato che anche l'apostolo in un primo momento si trovò ad annunciare l'imminente fine del mondo e poi, visto che non arrivava, nella necessità di tranquillizzare i propri seguaci, attraverso le Lettere, sul destino di coloro che morivano prima che la fine fosse giunta, aggiustando il tiro e dovendo a ogni piè sospinto risolvere i legittimi dubbi che continuamente si sollevavano, soprattutto sulla questione della resurrezione della carne, destinata ad attraversare i secoli e a dividere i teologi (segno che la faccenda non era molto chiara nelle Scritture). Anche nell'Apocalisse non si parla di punizione eterna ma di sconfitta (e distruzione) dei malvagi, che vengono annientati una volta per tutte. Tutta l'impalcatura delle credenze riguardanti inferno, purgatorio e paradiso è stata costruita a tavolino, nei secoli successivi, dai padri della Chiesa. Fra essi, ci sono stati a lungo pareri discordanti, di tutti Ehrman dà conto e ragione (così come si citano i miti e le credenze di altre religioni, i cui influssi hanno orientato certe riflessioni cristiane). Si esaminano in dettaglio scritti come gli atti di Tecla, il Vangelo di Tommaso, la Passione di Perpetua e Felicita così come tante castabasi (discesa negli inferi) raccontate ancor prima di Dante (che non inventò certo per primo il tema del viaggio nel'Aldilà). Più che i dubbi crescevano, più la teologia cercava soluzioni, a volte anche astruse, tenendo conto anche del cambiamento dei tempi (diverse le concezioni al tempo dei martiri e delle persecuzioni, da quelle successive con il cristianesimo trionfante). Ci consoliamo con Origene di Alessandria (II secolo) che riteneva gli uomini destinati comunque tutti alla salvezza, dopo un periodo più o meno lungo di purificazione.

venerdì 14 maggio 2021

L'INVENZIONE DI GESU' DI NAZARETH

 


 
Fernando Bermejo-Rubio
L'INVENZIONE DI GESU' DI NAZARETH
Bollati Boringhieri
2021, brossurato
704 pagine, 32 euro
 
Un saggio di spessore, non soltanto per il gran numero di pagine (oltre settecento) ma per documentazione e ponderatezza di analisi. Ogni affermazione è supportata da una nota che rimanda alla fonte, così che duecento sono le pagine destinate alle note in appendice, e più di trenta quelle di bibliografie. Ogni saggio, anche il più divulgativo, dovrebbe avere questo approccio scientifico alla materia trattata. Fernando Bermejo-Rubio, docente di Storia antica all'università di Madrid, esordisce così: "La constatazione che l'approccio verso Gesù di Nazareth come soggetto storico è tuttora pervaso di elementi fittizi, non solo nell'immaginario popolare ma anche in ambito accademico, costituisce il punto di partenza di questo libro", che infatti ha per sottotitolo "storia e finzione", riguardo alla narrazione che ci è stata tramandata. Bermejo-Rubio non dubita che Cristo sia una figura storica, ma constata come la sua memoria sia stata radicalmente trasformata mediante un complesso processo di sedimentazione leggendaria. Comincia perciò a tirare le somme di quanto da molti anni si è andato, fra gli esperti di molte discipline, discutendo su ogni testimonianza, per cercare di distinguere appunto la realtà storica dalla finzione, considerando quanto è stato rielaborato, nel corso dei secoli, in funzione di una esaltazione religiosa i cui fenomeni, anche psicologici, sono ben ricostruibili. Bermejo-Rubio stabilisce in apertura dei rigidi criteri metodologici e si propone di considerare la materia oggetto del suo interesse (la biografia tramandata di un personaggio storico) come materia di studio scientifico al di là delle sovrastrutture religiose, spesso basate su frasi mai dette o su fatti mai verificatisi. Una volta stabilito il poco che si può accettare come storico, lo studioso esamina come sia stato costruito il resto. Ne risulta la figura carismatica di un ebreo millenarista, a capo di un movimento nazionalista come altri nel suo tempo (Teuda, Giuda il Galileo, Gesù ben Anania, Giovanni Battista), crocifisso dai romani quale ribelle. Successivamente, un processo di destoricizzazione, depoliticizzazione, degiudaizzazione, divinizzazione, singolarizzazione, universalizzazione ha rimosso tutto ciò che lo legava al suo tempo e alle sue radici. Fonti, contraddizioni, filologia dei testi, testimonianze, manomissioni, tutto viene passato al setaccio. La lettura resta comunque alla portata anche dei non specialisti