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giovedì 20 novembre 2025

IL CAVALLANTE DELLA “PROVIDENCE”



Georges Simenon
IL CAVALLANTE DELLA “PROVIDENCE”
Adelphi
Brossura, 140 pagine
11 euro

Cominciamo dal titolo. Quello originale è Le Charretier de la Providence, pubblicato in Italia come Il carrettiere della “Providence”, tradotto alla lettera. Poi, in altre edizioni si sono preferite scelte diverse:  Maigret si commuove e Il cavallante della "Providence". Sicuramente quest’ultimo è il più corretto, perché il personaggio a cui si fa riferimento,  l’enigmatico e taciturno Jean Liberge, non guida un carretto (e dunque non è un carrettiere) ma conduce a piedi, tenendone le briglie, i cavalli adibiti al traino delle chiatte mercantili lungo gli argini, che siano il bordo dei canali o le sponde dei fiumi. Dunque, è un cavallante. Chiarito il mistero, passiamo a elencare elementi che caratterizzano il romanzo, datato 1931. Innanzitutto, si tratta del secondo poliziesco di Georges Simenon in cui compare il commissario Maigret, ma il primo a venire pubblicato. L’inchiesta con cui inizia la saga del burbero poliziotto parigino, quella intitolata  Pietr il Lettone, era stata scritta nello stesso anno ma, per imponderabili motivi di programmazione editoriale, uscì come terza. Il tutto è spiegato nella recensione che potete leggere cliccando qui.Il commissario non ha, dunque, assunto ancora la sua caratterizzazione definitiva (non agisce neppure a Parigi, ma in trasferta), anche se lo si riconosce benissimo. Un successivo utile spunto di riflessione consiste nel fatto che risulta chiaro quale sia il “metodo Maigret”, così diverso dalle logiche deduzioni di Sherlock Holmes. Un metodo che paradossalmente consiste proprio nell'assenza di un metodo. Il poliziotto cerca di cogliere le sensazioni che gli vengono suggerite dall'ambiente e dalle persone che lo abitano, fino a quando non intuisce una pista. Annusa l’aria, legge negli occhi degli interlocutori, si immedesima in loro e nel loro microcosmo.
Microcosmo che, in questo caso, è rappresentato dal mondo dei battellieri che navigano sui canali che collegano tra loro la Senna, la Marna e la Saona e permettono di attraversare tutta la Francia, dalla Manica al Mediterraneo, lungo un itinerario costellato da chiuse e da stazioni di sosta. Simenon riesce a descriverne perfettamente gli ambienti e i rituali perché, tra la fine degli anni Venti e l'inizio degli anni Trenta, navigò insieme alla prima moglie sul suo battello da diporto di nome "Ostrogoth", a bordo del quale, appunto, scrisse Il cavallante della Providence. Oltre agli ambienti, come al solito è magistrale in Simenon la raffigurazione dei personaggi e l’analisi delle loro psicologie: sir Walter Lampson, un colonnello inglese in pensione, che identifica come sua moglie Mary una donna strangolata in una stalla nei pressi di una chiusa, i suoi compagni di viaggio alloggiati con lui a bordo di uno yacht (Willy Marco, il suo uomo di fiducia, Gloria Negretti, la sua amante, e il russo Vladimir, marinaio e timoniere), e il variegato universo degli osti, degli addetti alle chiuse, dei battellieri e, appunto, dei cavallanti. Maigret, taciturno come al solito, scopre che due dei personaggi non si chiamano, in realtà, come dicono: i loro veri nomi nascondono un passato turbolento e spiegano quel che accade nel presente.

 

giovedì 23 ottobre 2025

L’ORIZZONTE DELLA NOTTE

 
 
Gianrico Carofiglio
L'ORIZZONTE DELLA NOTTE 
Einaudi
2024, brossurato
284 pagine, 18.50 euro

Chissà se i gialli di Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) si possono definire “police procedural”, e chissà se l’autore sarebbe d’accordo. Con la competenza che gli deriva dall’essere un ex magistrato, Carofiglio racconta le indagini del suo personaggio più fortunato, l’avvocato Guido Guerrieri, spiegandone mosse in ambito giudiziario, nei corridoi e nelle aule dei palazzi di giustizia o nelle sale riservate ai colloqui con i detenuti nelle carceri, in modo dettagliato e ben documentato, a vantaggio del coinvolgimento del lettore nelle vicende. 
Di Carofiglio e di Guerrieri abbiamo parlato in altre occasioni, una delle quali è la recensione de "La regola dell'equilibrio", che potete trovare cliccando qui
Per giustificare l’etichetta di “procedural” serve, a questo punto, citare lo scrittore Ed McBain il quale, nel 1956, con un romanzo intitolato “L’assassino ha lasciato la firma” inaugurò la serie dell’87° Distretto, che avrebbe finito per contare una sessantina di titoli. Una serie che cominciò a dipanarsi dopo che l’autore ebbe visitato le sale-agenti dei Dipartimenti di polizia, i tribunali, i laboratori della scientifica, le stanze dei confronti all’americana, il carcere di S. Quintino: il lettore che ne segue gli episodi trova riprodotti sulle pagine addirittura i fac-simile dei moduli e degli stampati in uso presso le Centrali, i bloc-notes dei poliziotti, le fotografie degli schedari. E le indagini vengono seguite passo dopo passo lungo l’itinerario di ricerche e di interrogatori tipico degli investigatori delle grandi città americane. Prima di McBain c’erano stati anche (pochi) altri che avevano scritto “police procedural” ma soltanto con l’87° Distretto protagonista dei romanzi non è più solo un investigatore, ma un’intera squadra di poliziotti, ognuno con le proprie caratteristiche, i propri pregi e  difetti. 
Di uno di questi romanzi, “Allarme: arriva la madama” potete leggere la mia recensione cliccando sul titolo.
Le pagine di McBain sono popolate di personaggi vivi, problematici, coinvolgenti, dotati di un tale spessore psicologico da far sembrare fredde pedine di una scacchiera i protagonisti dei gialli di Agatha Christie nei suoi gialli. “Sono del parere che le uniche persone qualificate per trattare con i criminali sono i poliziotti”, dichiara McBain in una intervista. “Nella realtà, se un investigatore privato trova un cadavere chiama subito la polizia. Gli investigatori privati si occupano di mariti infedeli. Gli investigatori delle compagnie di assicurazione si trovano raramente coinvolti in omicidio. E sicuramente le vecchie signore che vivono in una casa di campagna in Inghilterra non ci si trovano mai coinvolte”. Ecco, mi pare che Carofiglio sia della stessa idea, dato che Guido Guerrieri non è un investigatore privato ma un avvocato (dunque un addetto ai lavori), e dato che lo scrittore ha al suo attivo un’altra serie gialla dedicata a Pietro Fenoglio, maresciallo dei carabinieri, che conta finora tre romanzi (tra cui “L’estate fredda”, recensito su questo blog).
Da notare che anche Ed McBain è autore di una serie con protagonista un avvocato, Matthew Hope, che conta tredici titoli. “L’orizzonte della notte” è invece il settimo romanzo con Guido Guerrieri, legale barese dalla vita tormentata e dalle troppe elucubrazioni esistenziali. Il personaggio, peraltro, va dallo psicanalista Carnelutti nel cui studio si lascia andare in divagazioni filosofiche e letterarie, è caduto in una depressione che neppure il lavoro e la sua sacca da pugilato riescono ad alleviare. E’ invecchiato, dice di aver paura della morte e giunto alla soglia dei sessant’anni, per di più,  viene lasciato dalla fidanzata Annapaola, mentre la sua storica ex, Margherita, muore in seguito a una grave malattia. Il caso di cui Guido è chiamato a occuparsi, coinvolto dal suo più caro amico, Ottavio, gestore dell'Osteria del Caffellatte, una libreria “notturna”, riguarda Elvira Castell, affascinante e inquietante al tempo stesso, accusata di aver ucciso l'ex cognato Giovanni Petacci, ritenuto dalla donna responsabile del suicidio della sorella gemella Elena, che dal marito era stalkerizzata. Elvira non nega di aver sparato, ma afferma che si è trattato di un omicidio accidentale avvenuto durante un litigio, per legittima difesa. Il punto da dirimere è appunto questo: la Castell ha premeditato o no il suo gesto? Ci sono altri interessi in ballo, come l’eredità dei beni di Elena, o davvero alla base del delitto si possono individuare soltanto i rapporti tesi fra Elvira e il Petacci, sicuramente un violento? I dubbi sono tanti, l’atteggiamento dell’imputata è ondivago e a tratti irrazionale, tuttavia Guerrieri svolge in modo impeccabile le indagini e la difesa. Il finale è amaro, coerentemente con il sottotono della narrazione, più malinconica e meno brillante del solito, in ragione delle inquietudini del protagonista che comincia a meditare di lasciare l’avvocatura. Dispiace un po’ questa evoluzione-involuzione di un personaggio in crisi per scelta dell’autore, il quale continua però a dare sfoggio di stile, con la sua scrittura limpida, e incantevolmente essenziale e profonda al tempo stesso.


venerdì 17 ottobre 2025

MAIGRET E LA STANGONA

 


Georges Simenon
MAIGRET E LA STANGONA
Adelphi
2003, brossurato
168 pagine, 11.40 euro

Maigret et la Grande Perche (questo il titolo originale), pubblicato anche come “Maigret e la Spilungona”, è datato 1951 e costituisce il trentottesimo romanzo dedicato da Georges Simenon (1903-1989) al commissario che lo ha reso celebre, anche se lo scrittore belga merita la notorietà anche per le sue opere non poliziesche, e mi meraviglio sempre, quando penso che non gli è stato attribuito il Nobel per la letteratura (lo penso anche riguardo Stephen King).  
Da “Maigret e la Stangona” è stato tratto un film nel 1956, diretto da Stany Cordier, con Maurice Manson nel ruolo del commissario parigino, intitolato “Maigret dirige l’inchiesta”.
 
Di Maigret e di Simenon abbiamo parlato moltissimo in questo blog, approfondendo la figura del personaggio e quella del suo autore. Se volete leggere quali romanzi sono stati recensiti, cercate il nome dello scrittore nell’indice di “Utili sputi di riflessione” e poi potete cliccare su ogni titolo raggiungendo così la singola scheda.

 
I romanzi con il burbero poliziotto del Quai des Orfèvres danno dipendenza, e una volta assuefatti non si riesce a smettere (per fortuna ci sono settantacinque dosi). Maigret finisce per apparirci un personaggio reale, di cui Simenon è il semplice biografo. In questo episodio, lo vediamo alle prese con un caso che sembra, inizialmente, di facile soluzione: c’è un sospettato molto sospetto, il dentista Guillaume Serre, molto scaltro nell’evitare di essere incastrato, ma a un certo punto il commissario si rende conto che le cose non sono andate come sembrano. Tra i personaggi, oltre a Serre e alla vecchia madre con cui vive,  spicca Ernestine, ex prostituta che scopriamo essere una vecchia conoscenza del poliziotto (è lei la “stangona”), venuta a chiedere a Maigret di indagare su un cadavere senza nome che suo marito Alfred (un topo d’appartamento) dice di aver visto in una casa dove era penetrato, ma di cui non c’è traccia. Come al solito, il commissario si dimostra abile psicologo e capace di instaurare empatia con l’umanità dei bassifondi. 



mercoledì 15 ottobre 2025

I MILANESI AMMAZZANO AL SABATO

 

 


 
Giorgio Scerbanenco
I MILANESI AMMAZZANO IL SABATO
Garzanti
2014, brossura
200 pagine, 8.90 euro


“Scerbanenco sapeva ricostruire i meccanismi imperfetti che portano una persona a compiere un crimine”, scrive Piero Colaprico (il cui giudizio è riportato in quarta di copertina). Non solo, aggiungo io: Giorgio Scerbanenco (1911-1969) era uno scrittore in grado di ricostruire qualunque tipo di meccanismo psicologico e di rappresentare le più diverse realtà con l’efficacia e il talento non soltanto del grande narratore, ma anche dell’affabulatore versatile capace di spaziare attraverso i generi più diversi, nobilitando da par suo quelli considerati di minor pregio. E’ sbagliato, infatti, considerarlo soltanto un autore di gialli, o meglio di polizieschi o di noir. Il lungo elenco dei suoi libri comprende anche romanzi sentimentali o addirittura western. Non c’è dubbio, tuttavia, che sia stato il personaggio di Duca Lamberti a dare a Scerbanenco una grande, seppur tardiva, popolarità. In tutto, le avventure del medico milanese radiato dall’Ordine per aver praticato una eutanasia e poi diventato un poliziotto, sono soltanto quattro. La morte prematura colse il suo creatore lo stesso anno, il 1969, in cui riuscì a dare alle stampe il quarto titolo, appunto “I milanesi ammazzano al sabato”. Il primo episodio della serie, “Venere privata”, era uscito soltanto tre anni prima, nel 1966. Avevano fatto seguito “Traditori di tutti” e “I ragazzi del massacro”. Di Scerbanenco e di Duca Lamberti abbiamo parlato a lungo in questo blog, perciò chi volesse approfondire l’argomento non ha che da cliccare sui titoli colorati, con il link alle singole recensioni. Probabilmente, dei quattro, è proprio “I milanesi ammazzano al sabato” il romanzo meno riuscito, e chissà se è soltanto una mia suggestione quella di leggere fra le righe l’ansia dello scrittore di riuscire a completare l’opera, lasciando qua e là perfino i segni di una mancata revisione. Tuttavia, Scerbanenco non delude neppure quando va di fretta e il livello resta alto. L’indagine di Duca Lamberti, che si svolge tra Milano e Lodi, riguarda la scomparsa di una giovane donna affetta da un ritardo mentale, Donatella Berzaghi, costretta alla prostituzione e poi trovata poi morta (uccisa in modo orrendo, bruciata viva all’interno di un covone di paglia). C’è però chi cerca di arrivare prima di lui a mettere le mani sugli assassini: il padre della ragazza. I quattro romanzi con protagonista Duca Lamberti portano avanti anche le vicende personali e sentimentali del problematico personaggio, come la sua storia d’amore con Livia Ussaro, del cui volto sfregiato si sente responsabile, o come l’eredità morale del padre poliziotto o le conseguenze della scelta del medico di aiutare una malata terminale a porre fine alle sue sofferenze. Nel finale de “I milanesi uccidono al sabato” giunge la riabilitazione dell’Ordine che lo aveva radiato, e resta il dubbio se Duca tornerà a indossare il camice bianco o se invece continuerà a fare il poliziotto.


domenica 27 luglio 2025

LA LUNA DI CARTA



 
Andrea Camilleri
LA LUNA DI CARTA
Sellerio
2005, brossurato
280 pagine, 11 euro

“La luna di carta”, pubblicato nel 2005, è il nono romanzo della serie (che ne conta una trentina) dedicata dallo scrittore siciliano Andrea Camilleri (1925-2019) al suo fortunato personaggio del commissario Salvo Montalbano. Fortunato per il grande successo di pubblico in libreria, per le tante traduzioni in mezzo mondo, per i dati di ascolto della serie televisiva, perfino per l’omaggio fatto all’autore dalla Disney con la creazione del personaggio di Topalbano (Camilleri, peraltro, è stato anche sceneggiatore di fumetti, oltre che autore teatrale e televisivo). Fortunato, però, anche per l’invenzione del particolare linguaggio con cui vengono narrate le sue storie, una sorta di grammelot (come quello usato da Dario Fo) in versione sicula, in cui contano i suoni che comunicano il significato anche in mancanza di una corrispondenza lessicale sul dizionario, o come l’esperanto, una lingua inventata a tavolino partendo da parole esistenti forgiate e utilizzate in funzione della comprensione. Il gioco letterario di Camilleri funziona talmente bene che il lettore non siciliano si chiede se il narratore de “La luna di carta” stia effettivamente parlando la lingua che si sente a Palermo o a Catania, che miracolosamente risulta intellegibile al primo sguardo anche dai non nativi dell’isola, mentre poi, approfondendo la questione, si scopre che si tratta di “vigatese”, l’idioma di Vigata, la cittadina immaginaria (nell’altrettanto immaginaria provincia di Montelusa) inventata dallo scrittore per fare da sfondo alle inchieste di Montalbano (si dice che corrisponda a Porto Empedocle, di dove Camilleri è nativo). Una lingua, dunque, che non esiste, in cui la struttura della lingua italiana si mescola con termini di vari dialetti siciliani. L’autore spiega così la faccenda: “Si tratta di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adopera il suono delle parole. Per arrivare ad un impasto unico, dove non si riconosce più il lavoro strutturale che c'è dietro”. Nel primo romanzo con protagonista Montalbano, “La forma dell’acqua” (1994) il “vigatese” si limitava a poche frasi e parole, ne “La luna di carta”, undici anni dopo, invece imperversa. Di primo acchito la lettura può sembrare ostica, poi ci si abitua e la si apprezza. Cito come esempio il brano in cui Camilleri giustifica, tramite i ricordi del commissario, il titolo del romanzo: “Quann'era picciliddro, una volta sò patre, per babbiarlo gli aveva contato che la luna 'n cielu era fatta di carta. E lui, che aviva sempre fiducia in quello che il patre gli diciva, ci aviva criduto.”
Undici anni sembrano passati anche per Salvo, che durante questa inchiesta comincia a essere turbato dall’idea di invecchiare, segno che Camilleri intende far avvertire i segni del tempo al suo personaggio, come Simenon con Maigret (che a un certo punto va in pensione). Il paragone con Maigret sembra estendibile anche ad altre caratteristiche della serie. Innanzitutto il “metodo” investigativo, non deduttivo ma psicologico, attento alle sensazioni a pelle e agli ambienti sociali. Poi, lo svelamento del privato del protagonista, seguito a mangiare e bere con gusto, sotto la doccia e sul letto. Quindi, il teatrino di comprimari ricorrenti e ben caratterizzati (Agatino Catarella, centralinista del commissariato, è una autentica macchietta). Lo scontroso dottor Pasquano, che esegue le autopsie, sembra corrispondere al dottor Moers del romanzi di Simenon, e lo stesso si può dire del magistrato Tommaseo paragonabile al giudice Ernest Coméliau. Va ricordato, a questo proposito, come Camilleri sia stato il delegato di produzione RAI dell’adattamento televisivo delle inchieste del commissario Maigret (1964-1972), interpretato da Gino Cervi.
Ci sono alcune similitudini fra il primo romanzo di Montalbano, “La forma dell’acqua”, e questo “La luna di carta”. Innanzitutto, la trama alquanto (eufemismo per parecchio) torbida: addirittura, i due cadaveri su cui si indaga vengono ritrovati entrambi con i pantaloni abbassati e i genitali esposti agli sguardi. Poi (e qui si perdoni il piccolo spoiler) i colpevoli degli omicidi non finiscono in prigione ma muoiono prima di essere arrestati, e Montalbano avalla versioni addomesticate nei sui rapporti ufficiali. Quindi, colpisce la quantità di donne seducenti e disinibite sulle cui caratteristiche Camilleri si compiace di indugiare, con apprezzamenti che oggi potrebbero sembrare sessisti, mettendo di continuo Salvo in condizione di sudare freddo e deglutire di frequente, cercando di non cedere alla tentazione in quanto ritiene di dover essere fedele alla sua compagna lontana (vive a Genova), Livia Burlando, di cui si parla poco. Le due donne principali de “La luna di carta” sono Elena e Michela, rispettivamente l’amante e la sorella di Angelo Pardo, informatore farmaceutico ed ex medico radiato dall’Ordine per aver praticato un aborto clandestino (peraltro su una ragazza da lui stesso messa incinta, e sottoposta all’intervento dopo essere stata sedata a tradimento). Pardo viene trovato ucciso a casa sua con un colpo di pistola in fronte e con una mutandina femminile in bocca. L’indagine di Montalbano si intreccia con quella dei suoi colleghi che si occupano di un traffico di droga, peraltro tagliata male al punto da causare vittime illustri tra i notabili locali. La soluzione del giallo è sorprendente quanto basta, la lettura stimolante e divertente per il susseguirsi di situazioni, i dialoghi interessanti e brillanti. Mi sono dispiaciuto, però, per le reiterate riflessioni giustizialiste (eufemismo per forcaiole) del protagonista, che probabilmente esprime le opinioni dell’autore, mentre dovrebbero valere la presunzione di innocenza e il dubbio pro reo.


sabato 26 ottobre 2024

I RAGAZZI DEL MASSACRO

 



Giorgio Scerbanenco
I RAGAZZI DEL MASSACRO
Garzanti
2014, brossurato
240 pagine, 8.90 euro


Con “I ragazzi del massacro”, datato 1968, le indagine di Duca Lamberti giungono alla terza puntata, dopo “Venere privata” e “Traditori di tutti”, entrambi pubblicati nel 1966. In tutto, i romanzi sarebbero stati quattro. L’ultimo, uscito nel 1969, “I milanesi ammazzano al sabato” avrebbe interrotto la serie per la morte dell’autore, Giorgio Scerbanenco, nato da Kiev da padre ucraino e madre italiana (1911-1969). Di lui e del suo talento ci siamo già occupati in questo stesso spazio: potete leggere le recensioni ai primi due romanzi citati poco sopra, cliccando sui titoli evidenziati dal colore.
Non starò dunque a ripetere quando Scerbanenco sia uno scrittore straordinario, né quanto risulti interessante la sua stessa biografia, né come ci sia da rimpiangerne la prematura scomparsa (che tuttavia non gli ha impedito di essere un autore prolifico nei generi più disparati). 
“I ragazzi del massacro” ha comunque delle peculiarità che lo rendono particolarmente interessante arricchendo gli elementi, come l’ambientazione milanese e il corredo di comprimari ricorrenti (Livia Ussaro, il commissario Carrua, l’agente Mascaranti, la sorella Lorenza). A proposito di questi, Scerbanenco continua a dimostrarsi impietoso verso il suo personaggio: al dramma di Livia rimasta sfigurata proprio per colpa di Duca che l’ha esposta (lei consenziente) a un grave rischio, sia aggiunge la grave malattia della nipotina Sara. C’è, insomma, l’intento di collegare fra loro i romanzi di Duca Lamberti in una sorta di continuity e di sottoporre il protagonista a ripetuti stress emotivi, cominciati con la radiazione dall’albo dei medici per una eutanasia che gli costa tre anni di reclusione. Per Lamberti la vita non è certo una passeggiata, anche se l’amico Carrua lo fa entrare il polizia, dopo averlo visto all’opea come collaboratore esterno nei primi due casi. Questa volta il caso riguarda una violenza di gruppo e l’efferata uccisione di una giovane insegnate di una scuola serale, Matilde Crescenzaghi, da parte dei suoi stessi allievi, ragazzi tra gli undici e i vent’anni, che hanno agito in branco ma che, interrogati singolarmente, si dichiarano tutti estranei, semplici spettatori alla violenza degli altri. Eppure c’è chi li ha aizzati, chi ha introdotto nell’aula dell’alcool e della droga. Uno dei ragazzi, o qualcuno venuto da fuori? Duca Lamberti indaga scavando nella personalità di ognuno, scoprendo percorsi diversi anche se tutti segnati dal riformatorio, dal disagio famigliare, dallo squallore della vita nel sottobosco malavitoso e dalle frequentazioni equivoche. C’è anche chi ha tentato di fare qualcosa per recuperarli, ma ci sono anche famiglie che hanno abbandonato i figli al loro destino. Scerbanenco affronta tematiche come l’emarginazione, l’omosessualità, la prostituzione, la tossicodipendenza, la violenza minorile, il carcere e lo fa senza timore di sporcarsi le mani, con i consueti metodi spicci ma anche con la disponibilità a comprendere sentimenti ed emozioni, dimostrando una umanità e un talento da psicologo paragonabili a quelli di Maigret. Troppo ardito paragonare Scerbanenco a Simenon? Chissà. 
Dal romanzo "I ragazzi del massacro", il regista Fernando Di Leo trasse nel 1969 un film dal titolo omonimo, con Pier Paolo Capponi nel ruolo di Duca Lamberti.

sabato 14 settembre 2024

VENERE PRIVATA

 

 
Giorgio Scerbanenco
VENERE PRIVATA
Garzanti
2014, brossurato
250 pagine, 8.90 euro

Concludendo la lettura di “Venere privata” di Giorgio Scerbanenco mi è venuto immediato un paragone con Georges Simenon. La Milano di Duca Lamberti (l’investigatore sui generis scerbanenchiano) è osservata con occhi simili alla Parigi di Maigret, con attenzione alla reale topografia, ai nomi dei quartieri e delle strade, e le indagini sono condotte tra gente vera, descritta nelle miserie e nelle debolezze al di là delle differenze sociali. E poi ci sono l’alcol, il fumo, la prostituzione, la pornografia, le nevrosi, la polvere, il sudore, le stanze d’albergo e gli appartamenti. C’è la malavita, organizzata e non, c’è la quotidianità di una città calata nel tempo (per Scerbanenco, gli anni Sessanta). C’è una centrale di polizia che non è nel Quai des Orfèvres ma in via Fatebenefratelli, e ci sono i poliziotti ricorrenti e riconoscibili per tratti caratteriali diversi fra loro. C’è un personaggio carismatico burbero e taciturno, Duca Lamberti, in realtà parecchio più problematico di Julius Maigret e con una concezione un po’ particolare della giustizia, ma al pari del francese con le idee chiare su come affrontare le situazioni e gli interrogatori, su come leggere nella testa degli interlocutori al di là di ciò che dicono le apparenze o di ciò che essi vogliono dare a bere. Due grandi scrittori, Simenon e Scerbanenco, peraltro contemporanei, e altrettanto versatili e prolifici. Peccato che la saga di Duca Lamberti conti appena quattro romanzi contro i settantacinque di Maigret. Per fortuna c'è molto altro e il consiglio è di leggere quanto più Scerbanenco possibile, iniziando magari proprio da “Venere privata”. Lo scrittore milanese (ma solo d’adozione) è in realtà nato a Kiev nel 1911 (quando c’era ancora lo zar) da padre ucraino e da madre italiana. Dopo la rivoluzione, il padre venne ucciso (come molti insegnanti) dai bolscevichi e la madre tornò a Roma, sua città di origine, attraverso un rocambolesco rimpatrio via Odessa e Istanbul, portandosi dietro il figlio. Lo racconta lo stesso scrittore in un suo brillante articolo autobiografico che Garzanti pubblica in appendice al romanzo: “Io, Vladimir Scerbanenko”. Non ancora ventenne, dopo aver italianizzato il suo nome, Scerbanenco si trasferisce a Milano, dove non ha vita facile, sia per le condizioni economiche famigliari sia per lo stato di salute (viene ricoverato a lungo in sanatorio). Poi, le cose cambiano: comincia a scrivere racconti, novelle e romanzi (dei generi più disparati: western, rosa, fantascienza, poliziesco), a collaborare con riviste e Case editrici. Dal 1939 inizia a curare per “Grazia” la rubrica “La posta del cuore”: sono le migliaia di lettere che riceve a fornirgli la grande conoscenza (dimostrata poi dai suoi scritti) di ciò che vortica negli animi delle persone. A differenza di Simenon, vissuto ottantasei anni, Scerbanenco scompare prematuramente nel 1969.  “Venere privata” è del 1966. All’inizio del romanzo, Duca Lamberti è appena uscito di prigione, dove ha scontato tre anni di reclusione. E’ anche stato radiato dall’albo dei medici, per lo stesso motivo che gli è costata la condanna: ha aiutato una paziente terminale a morire, praticandole una eutanasia. Si trova dunque nella condizione di dover ricominciare la vita da capo, avendo anche una sorella ragazza madre, Lorenza, da aiutare a mantenersi. Essendo figlio di un poliziotto (morto) di cui tutti, in via Fatebenefratelli, conservano stima e ricordo, può contare sull’amicizia del commissario Càrrua. L'ex medico accetta un incarico da un ricco imprenditore, che lo assume perché aiuti suo figlio, Davide Auseri, a uscire dalla dipendenza dall’alcol. Duca si rende conto che c’è qualcosa che spinge il giovane a bere: Davide si sente responsabile del suicidio di una ragazza, Alberta Radelli, avvenuto un anno prima. Della faccenda Davide non intende parlare, ma Lamberti lo spinge, con sapienza psicologica, a confidarsi. Duca ottiene dai suoi amici poliziotti maggiori informazioni sul caso, e scopre che non si tratta affatto di suicidio. Non solo: Alberta non è l’unica vittima. Salta fuori una torbida storia di sfruttamento della prostituzione. A risolvere il caso contribuisce in maniera fondamentale Livia Ussaro, una giovane donna bella, intraprendente e spigliata, con cui Lamberti sembra sul punto di iniziare una storia d’amore, ma che lui convince a prestarsi a essere usata come esca. Chissà se il nome di Livia dato da Camilleri alla fidanzata del suo Montalbano non derivi proprio dalla Ussaro scerbanenchiana, dato che anche la Livia di Duca Lamberti diviene una figura ricorrente nei successivi romanzi. “Venere privata” non ha però un lieto fine: gli assassini di Alberta pagano le loro colpe, ma ci sono risvolti tragici per l’ex-medico e la donna che ama pur dandole ancora del “lei”. Forse in questa disperazione di fondo c’è, in effetti, una delle più evidenti differenze fra Scerbanenco e Simenon.



venerdì 12 luglio 2024

UNA STORIA SEMPLICE



 
 
 
Leonardo Sciascia
UNA STORIA SEMPLICE
Adelphi
2023, brossurato
80 pagine, 10 euro

Leonardo Sciascia (1921-1989) è sempre un autore straordinario, anche nelle opere meno note. Non saprei dire se “Una storia semplice” (1989) sia un’opera meno nota de “Il giorno della civetta”, sicuramente è più breve. Si tratta dell’ultimo romanzo dello scrittore di Racalmuto, da cui nel 1991 è stato tratto un film con Gian Maria Volonté, che a sua volta recitò per l’ultima volta in una pellicola italiana (era stato tra gli interpreti anche delle versioni cinematografiche di “A ciascuno il suo” e di “Todo modo”). “Una storia semplice”, il cui spunto iniziale venne fornito a Sciascia da un fatto di cronaca (il furto della Natività del Caravaggio, tela rubata a Palermo nel 1969 e mai più ritrovata), è in realtà una storia complicata e, com’è regola nei racconti dell’autore, senza lieto fine. Siamo in una località siciliana, Monterosso, dove il 18 marzo 1989 (la data è citata) viene ucciso, in casa propria, l’ex diplomatico Giorgio Roccella, tornato, senza preavviso e dopo una lunga assenza, nella casa di origine, una masseria in campagna, lasciata in custodia al parroco del luogo, padre Cricco. L’assassino, persona nota alla vittima, inscena un suicidio, commettendo però qualche piccolo errore. Inizialmente, proprio come un caso di suicidio si pensa di archiviare le pratica: una storia semplice, appunto. Una storia che si legge, ammirandone la scrittura puntuale ed essenziale, come se fosse un giallo, e in effetti di un giallo si tratta, con indizi disseminati e particolari rivelatori, dalle tinte noir e persino thriller (drammatica e tesissima la scena del commissario che pulisce la pistola puntandola contro il brigadiere), ma i canoni del genere vengono contraddetti allorché si racconta dell’inefficienza degli esperti della scientifica, della rivalità tra poliziotti e carabinieri, della presunzione dei graduati incaricati delle indagini che si rifiutano di ascoltare il parere degli inferiori di grado che però l’hanno vista giusta, della preferenza degli investigatori verso la pista facile, degli arresti senza senso, degli aggiustamenti della realtà da parte delle istituzioni in favore di versioni di comodo che mettano le magagne a tacere, della connivenza con la malavita delle autorità. Si diceva della scrittura puntuale ed essenziale: l’autore parla della propria, allorché descrive il brigadiere (così definito, senza un nome, per tutto il romanzo) che prende appunti sulla scena del delitto. Leggiamo, infatti: “il fatto di dover scrivere delle cose che vedeva, la preoccupazione, l’angoscia quasi, dava alla sua mente una capacità di selezione, di scelta, di essenzialità per cui sensato ed acuto finiva con l’essere quel che poi nella rete dello scrivere restava. Così è forse degli scrittori italiani del meridione, siciliani in specie”. Non manca l’ironia, mutuata da Pirandello, e basta vedere, come esempio, ciò che si dice degli “esperti scientifici” della questura, che erano, secondo il brigadiere, soltanto dei “privilegiati, non avendo fino ad allora esperienza di un solo caso in cui costoro avessero dato un contributo risolutivo, di confusione piuttosto”. Un piccolo gioiello, di poco spessore soltanto quanto a numero di pagine.

 

domenica 23 giugno 2024

TUTTI NELLA MIA FAMIGLIA HANNO UCCISO QUALCUNO


 

Benjamin Stevenson
TUTTI NELLA MIA FAMIGLIA HANNO UCCISO QUALCUNO
Feltrinelli
2022, brossurato
384 pagine, 19 euro

I gialli che preferisco sono quelli in cui l’autore gioca a carte con il lettore. Quelli, cioè, in cui chi legge alla fine ha a disposizione tutti gli indizi per scoprire la verità anticipando di un soffio la soluzione del mistero. Naturalmente, come in ogni partita a carte, a chi siede al tavolo con noi è richiesto di non barare. Sono ammessi, però, i giochi di prestigio sotto i nostri occhi. Lo so bene (benissimo) che il poliziesco ha tanti sottogeneri (dal legal thriller al police procedural passando per l’hard boiled), tante declinazioni, tante frecce nella propria faretra e che può servire a rappresentare realtà più sfaccettate e credibili di quelle dei romanzi con i delitti della camera chiusa. Sono consapevole che ci sono noir che svolgono persino funzioni di denuncia sociale o gialli contaminati con l’horror, il western, il romanzo storico o la fantascienza. Però, che ci volete fare, a me fa impazzire Ellery Queen che riunisce tutti i  possibili colpevoli in un salotto e spiega per filo e per segno perché l’assassino è il meno prevedibile. Se poi lo scrittore riesce a non limitare il senso e il succo del racconto al “whodunit” (o alla scoperta di “chi è stato”), e quindi a imbastire una buona trama con dei buoni personaggi, tanto meglio. Benjamin Stevenson, brillante autore australiano che ha spopolato in mezzo mondo con questo suo primo giallo, evidentemente la pensa come me e premette al romanzo le dieci regole del “Decalogo del giallo perfetto” scritte nel 1929 da Ronald Knox, ma esiste un elenco di venti stabilite l’anno prima da S.S.Van Dine nell’articolo “Twenty Rules for Writing Detective Stories” apparso su “The American Magazine” nel 1928 (esistono comunque altri elenchi del genere). Stevenson non le cita ma il succo è lo stesso: il colpevole deve essere un personaggio già noto al lettore, sono esclusi interventi soprannaturali e occulti, il detective non può arrivare alla soluzione per caso, lo scrittore non può celare indizi noti a chi conduce le indagini, il Watson della situazione deve essere meno intelligente del lettore medio. E così via (è tutto molto interessante, sia nel decalogo di Konox che della lista di Van Dine). Stabilite queste premesse, l’io narrante di “Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno”, che coincide con il personaggio a cui è assegnato il ruolo di detective, Ernest Cunningham, si rivolge direttamente al lettore come un attore che sfonda la quarta parete e, per tutto il romanzo, gioca a carte con lui o, meglio, si comporta come un prestigiatore che invita il pubblico a controllare come non abbia assi nella manica o come un certo lucchetto sia davvero chiuso. Anticipa all’inizio le pagine in cui ci saranno dei morti, addirittura. Chi scrive e chi legge sono insomma perfettamente consapevoli di stare narrando e ascoltando un giallo e veniamo costantemente rassicurati sul fatto che le regole vengono rispettate. Ciò detto, il romanzo si legge con curiosità e divertimento: una riunione di famiglia in un albergo montano che resta isolato nella neve (come accade in “Trappola per topi” di Agatha Christie) mette a confronto madri, figli, zii, cognati, fratelli e sorelle, tutti con qualcosa da nascondere, e dà il via a una serie di misteriosi omicidi. “Everyone in my family has killed someone” è un titolo che dice il vero, ma che va anche interpretato, caso per caso, fino alla soluzione piuttosto macchinosa, ma rigorosamente onesta. Ci si diverte molto, senza che ci sia nulla di comico: ad Agatha Christie sarebbe piaciuto.
 

martedì 26 dicembre 2023

MAIGRET E IL FANTASMA

 

Georges Simenon
MAIGRET E IL FANTASMA
Adelphi
Brossura, 2009
152 pagine, 11 euro

La saga del Commissario Maigret, composta da settantacinque romanzi (di cui questo, pubblicato nel 1964, è il sessantaduesimo), è caratterizzata non soltanto dalla corpulenta figura del burbero poliziotto parigino, ma anche di un microcosmo di personaggi ricorrenti a cui è facile affezionarsi (così come ci si affeziona al Quai des Orfèfrev, il palazzo dove ha sede la centrale di Polizia). Tra questi ci sono la signora Maigret, gli ispettori Lucas e Janvier, il giudice Comélieu, il dottor Moers, ma c’è anche l’ispettore Lognon, in servizio nel XVIII arrondissement. Di lui abbiamo parlato commentando il romanzo “Maigret, Lognon e i gangster”, e per l’esattezza qui:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2022/02/maigret-lognon-e-i-gangster.html

Georges Simenon (1903-1989), maestro nel cesellare le psicologie dei suoi personaggi, lo descrive come lagnoso, sgraziato, lugubre, servile, vittimista, jellato, decisamente insopportabile (al pari della moglie inferma). Maigret tuttavia gli vuol bene e quando viene informato che qualcuno gli ha sparato, ferendolo gravemente mentre si occupava di un’inchiesta di cui non aveva informato nessuno dei colleghi, decide di indagare sul caso. A mettere il Commissario sulla giusta strada è un altro personaggio decisamente ben caratterizzato, il vecchio misantropo Maclet, abituato a spiare dalla sua finestra chiunque passi per strada, il quale convince Maigret a suonare alla porta di Norris Jonker, collezionista d’arte olandese, e di sua moglie Mirella. Gli interrogatori dei due sono capolavori di finezza psicologica. Nonostante i pochi indizi a disposizione, il Commissario riesce a scoprire chi e perché qualcuno ha cercato di assassinare Lognon, che (sempre in cerca di una inchiesta che avrebbe potuto finalmente fargli fare carriera) aveva fiutato la pista di un traffico di dipinti falsi. Non è il miglior giallo di Simenon, ma resta godibile dalla prima all’ultima riga.

sabato 4 novembre 2023

LA SCALA A CHIOCCIOLA

 

 
Mary Roberts Rinehart
LA SCALA A CHIOCCIOLA
Corriere della Sera – Polillo Editore
Brossurato, 2008
280 pagine, 6.90 euro

L’americana Mary Roberts Rinehart (1876-1958) è stata una delle più prolifiche autrici di gialli della storia. Esordì nel 1903, quando aveva 27 anni spinta a scrivere dall’estremo bisogno di guadagnare denaro per risollevare le sorti della propria famiglia, disastrata economicamente da investimenti azionari sbagliati. Il primo racconto, acquistato dalla rivista “Munsey’s”, le fruttò 34 dollari. Nel giro di pochi mesi, Mary riuscì a vedere una cinquantina di testi, guadagnando quasi duemila dollari e l’adorazione di una folta schiera di lettori. Perciò le fu chiesto di passare dai racconti ai romanzi, il primo dei quali fu il celebre “L’uomo della cuccetta n° 10” (1907). “La scala a chiocciola (1908) fu il secondo. In quasi mezzo secolo di attività, la Rinehart scrisse oltre quaranta romanzi, centinaia di racconti, commedie, poesie e articoli (persino come corrispondente di guerra in Europa). I gialli dell’autrice non sono quasi mai polizieschi veri e propri, e di certo non lo è “La scala a chiocciola”, dove le indagini della polizia, che pure vengono effettuate dopo un omicidio avvenuto in una villa di campagna da poco data in affitto per l’estate a una anziana signora cittadina desiderosa di fresco, restano sullo sfondo. E’ proprio Rachel, l’affittuaria, a raccontare la vicenda in prima persona: quasi sempre i romanzi della Rinehart hanno infatti protagoniste femminili. Non polizieschi in senso stretto, dunque, ma “mistery”, tracciando la strada che poi avrebbe seguito, a modo suo, anche John Dickson Carr. Storie in cui si descrivono ambienti, mentalità e costumi della società del tempo, in cui hanno un ruolo anche sottotrame amorose e dove non manca un certo senso dell’humor nella descrizione dei personaggi (deliziosi, per esempio, ne “La scala a chiocciola”, i siparietti tra Rachel e la sua domestica Liddy). La trama di “The circular straircase” è intricata, movimentata, affollata di personaggi, e i colpi di scena si susseguono: ogni capitolo si interrompe appunto nel momento esatto in cui se ne è verificato uno. “Astuta ideatrice di trame”, è del resto stata definita l’autrice dal critico inglese H.R.Keating. I misteri che si intrecciano a Sunnyside (questo il nome della tenuta che fa da perfetto e pressoché unico set del romanzo) coinvolgono due nipoti dell’anziana narratrice, Halsey e Gertrude, la ragazza e il giovane di cui sono rispettivamente innamorati (ma si tratta di amori contrastati e problematici), la famiglia Armstrong proprietaria della villa, i domestici, un paio di medici del luogo, i frequentatori di un vicino golf club. Alla base di tutto c’è l’improvviso crack di una banca, e una stanza segreta celata proprio a Sunnyside dove qualcuno ha nascosto il bottino sottratto. Niente di particolarmente stupefacente, ma la lettura è gradevole. Per dirla tutta: molto meglio, quanto a suspense, il film dallo stesso titolo “La scala a chiocciola”, del 1946, diretto da Robert Siodmak, tratto dal romanzo "Some Must Watch" di Ethel Lina White (1933), che ovviamente non c’entra nulla con l’opera di Mary Roberts Rinehart.

sabato 7 ottobre 2023

IL GIORNO DELLA CIVETTA

 
 

 
 
 
Leonardo Sciascia
IL GIORNO DELLA CIVETTA
Adelphi
brossurato, 2002
137 pagine, 9,50 euro


Scritto da Leonardo Sciascia nel 1960 e pubblicato da Einaudi nel 1961, “Il giorno della civetta” è considerato il primo grande romanzo che racconta la mafia. In quegli anni, gran parte della politica e dell’informazione della mafia negava addirittura l’esistenza. In una nota, l’autore spiega che i fatti da lui narrati sono inventati “per esempio” ma che ce n’è uno vero, raccontato tale e quale a come è avvenuto: c’è infatti una scena ambientata nell’aula di Montecitorio in cui un viceministro, chiamato a rispondere a una interrogazione parlamentare circa l’ordine pubblico in Sicilia, replica sostenendo che i fatti di sangue che vi avvengono sono da attribuirsi alla criminalità comune, dato che dell’esistenza di una ramificata organizzazione mafiosa si favoleggia soltanto. Scrive Sciascia: «sulla mafia esistevano degli studi, studi molto interessanti, classici addirittura: esisteva una commedia di un autore siciliano che era un'apologia della mafia e nessuno che avesse messo l'accento su questo problema in un'opera narrativa di largo consumo». Ci voleva dunque che la letteratura facesse violenza all’omertà politica mostrando la civetta, animale notturno, ormai abituato a palesarsi anche di giorno (la citazione da cui nasce è il titolo è shakespeariana). Non solo Sciascia descrive dunque la Sicilia così com’è (nel bene e nel male) ma prevede l’infiltrazione mafiosa in tutto il territorio nazionale. Nel finale del racconto, uno dei personaggi dice infatti: «Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia. A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno. La linea della palma… io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato. E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma». Come accade anche in “A ciascuno il suo”, di cui ci siamo occupati in questo spazio, il racconto potrebbe considerarsi un giallo: ci sono degli omicidi (ben tre), vengono svolte le indagini del caso, manca però il lieto fine. Il protagonista è il capitano Bellodi, un ufficiale dei Carabinieri di origini emiliane, convinto di poter condurre le sue inchieste con le stesse modalità in cui si svolgono a Parma, dov’è nato. E dimostra, nell’interrogare testimoni e sospetti con modi gentili che nascondono una grande finezza psicologica, un eccezionale acume. Collega tra loro i tre casi delle morti di Salvatore Colasberna, un imprenditore, di Paolo Nicolosi, un potatore testimone del delitto e di Calogero Dibella, informatore degli uomini della legge. Individua il sicario del rimo omicidio, il suo mandante che fa tacere il testimone, e il boss sopra di loro a cui si deve l’ordine di punire Dibella, don Mariano. Far confessare e arrestare i primi due gli è, per così dire, facile, ma quando tenta di mettere le mani su don Mariano, lo stesso maresciallo Ferlisi che gli fa da assistente si mette in mezzo con inaudita veemenza. Bastano pochi giorni di congedo in cui Bellodi fa ritorno a Parma per vedersi smontare tutta l’inchiesta con alibi costruiti a regola d’arte e ritrattazioni di testimonianze rese. Lo scoramento sembra convincere il capitano a restarsene al Nord e lasciar perdere la Sicilia. Ma… il finale è davvero bello e inquietante al tempo stesso. Sciascia (1921-1989) è un narratore straordinario, con una prosa musicale e ipnotica, fatta di poche parole che riducono il racconto all’essenziale dando però l’idea che sia stato detto tutto. Da leggere incantati. Fra le pagine memorabili, quella in cui don Mariano si rivolge così a Bellodi: «Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.» Da “Il giorno della civetta” il regista Damiano Damiani ha tratto un film nel 1968.

venerdì 24 febbraio 2023

IL MIO AMICO MAIGRET



 


Georges Simenon
IL MIO AMICO MAIGRET
Adelphi
Brossurato, 160 pagine
10 euro


Scritto nel 1949, “Mon ami Maigret” (questo il titolo originale) è il trentunesimo romanzo (su settantacinque) dedicato da Georges Simenon (1903-1989) alle inchieste del Commissario Maigret della polizia parigina. Sicuramente i gialli di Maigret creano dipendenza e non si smetterebbe mai di leggerli, ma tutto Simenon è superlativo, come si è detto più volte in questo spazio: rimando dunque alle altre recensioni sul mio blog “Utili sputi di riflessione” che lo riguardano, a cominciare da questa:

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2023/02/lettera-mia-madre.html

Perciò, dando per acquisite tutte le notizie e considerazioni fornite in precedenza su Maigret e sul suo autore, mi concentrerò su tre caratteristiche peculiari de “Il mio amico Maigret”. Tanto per cominciare, non è ambientato a Parigi: ci sono, è vero, altri romanzi che portano il Commissario a indagare in diverse località della Francia, così come in Olanda o negli Stati Uniti, ma in questo caso la location è su una piccola isola chiamata Porquerolles, realmente esistente (se mai qualcuno ne dubitasse), poco al largo della costa provenzale, e Maigret, che potrebbe sottrarsi alla trasferta, decide di andarci per godersi un po’ di sole sfuggendo alla pioggia primaverile di Parigi e a certi parenti che si sono stabiliti in casa sua invitati incautamente dalla moglie. A Porquerolles un certo Marcellin, balordo di piccolo taglio più che vero e proprio criminale, si vanta con i frequentatori dell’albergo-ristorante nella piazza principale del borgo di pescatori, di conoscere il celebre Commissario Maigret e anzi di essergli amico. Il che in piccola parte è vero, perché in passato il poliziotto lo aveva aiutato a cavarsela da un certo guaio in cui era finito invischiato e soprattutto era riuscito a far ricoverare in sanatorio la sua fidanzata Ginette, malata di tubercolosi. Gli anni sono passati, Marcellin e Ginette hanno preso strade diverse ma tutti e due ricordano con gratitudine Maigret. Marcellin, andato a vivere a Porquerolles, ostenta dunque ad alta voce, una sera al ristorante, la sua amicizia con il Commissario e porta a riprova un biglietto da lui scrittogli una volta. Il mattino successivo l’uomo viene trovato ucciso e al poliziotto locale che raccoglie le prime testimonianze sembra chiaro che il motivo sia stato appunto il riferimento a Maigret fatto e ripetuto davanti a parecchia gente. Gente che è tutta rimasta sull’isola, dato che il mare mosso ha impedito la partenza delle barche e visto che tutti sono stati invitati a non allontanarsi. Dunque, l’assassino non può che essere ancora a Porquerolles, quando il Commissario, avvisato dell’accaduto, vi giunge. Ecco quindi un secondo punto caratterizzante: il giallo si basa del meccanismo del “whodunit”, cioè sul “chi è stato?”, tipico del poliziesco classico, alla Agatha Christie o alla Ellery Queen. Il che non capita sempre nei romanzi di Maigret, che raccontano di indagini in cui il nome del colpevole è meno importante del modo in cui il poliziotto arriva a incastrarlo. Anche ne “Il mio amico Maigret”, tuttavia, Simenon rimane Simenon e sono magistrali le sue descrizioni degli ambienti e degli scenari, in questo caso decisamente insoliti, e le sue ricostruzioni dei variegati personaggi, da Ginette (accorsa sull’isola appena saputo della morte di Marcellin) alla giovanissima cameriera Jojo (dipinta non senza malizia dallo scrittore), dal pittore vagabondo Jef de Greef alla ricca e attempata inglese Ellen Wilcox alloggiata con il suo toyboy sul suo yacht alla fonda nel porto. Infine, a rendere particolare il romanzo c’è la figura dell’ispettore londinese Pyke, giunto da Scotland Yard per “studiare” il “metodo Maigret” di cui tanto si parla anche oltre Manica. Metodo che, come ripete più volte il Commissario, proprio non c’è. Pyke segue Maigret come un’ombra, contraddistinto da una flemma britannica molto marcata che infastidisce il poliziotto francese, che si sente osservato e sotto esame. Impossibile non notare, in un giallo scritto nel 1949 ambientato in mezzo al mare, l’assenza di rilevamenti della polizia scientifica: Maigret giunge alla verità praticamente solo interrogando gli isolani.

domenica 20 febbraio 2022

MAIGRET LOGNON E I GANGSTER

 
 

 

Georges Simenon
MAIGRET, LOGNON E I GANGSTER
Adelphi
2003, brossurato
170 pagine, 10 euro


Il trentanovesimo romanzo (su settantacinque) con protagonista Maigret, pubblicato per la prima volta nel 1952, è decisamente insolito, perché Simenon mette il suo commissario di fronte al sospetto che davvero la polizia francese abbia gioco facile nella sua lotta contro il crimine, avendo a che fare con dei dilettanti. Ben altri avversari sono invece quelli che si trovano di fronte i poliziotti americani: gangster organizzati in associazioni a delinquere che mettono a tacere i testimoni, corrompono i giudici, non parlano se catturati, insomma: dei professionisti. Gente che è meglio non avere come avversari. A Maigret lo ripetono in parecchi, a partire dal ristoratore italo-americano trasferitosi a Parigi, Pozzo: uno che non vede, non sente, non parla quando il Commissario lo va a interrogare a proposito di due killer giunti dagli Stati Uniti, Charlie Cinaglia e Tony Cicero. Killer che Pozzo sicuramente conosce, ma sui quali non apre bocca se non per mettere in guardia il poliziotto sul fatto che sia meglio lasciar perdere, perché da uno scontro con dei professionisti di quel calibro gli uomini della legge francesi non potevano che uscirne con le ossa rotte. E difatti per buona parte del romanzo Cinaglia e Cicero fanno il bello e il cattivo tempo, riuscendo addirittura e ferire gravemente due uomini di Maigret. Con il risultato di farlo infuriare, e spingerlo a usare le maniere forti (anche in barba ai regolamenti) pur di dimostrare che neppure i gangster americani non possono prendersi gioco impunemente di lui. Degna di nota è anche la figura di Lognon, ispettore parigino da cui prende le mosse il caso: una figura lagnoso, lugubre, insopportabile (al pari della moglie), ma appunto per questo irresistibile quando si trova a confronto con Maigret. Come al solito, Simenon è un maestro nel cesellare le psicologie dei suoi personaggi.