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sabato 19 luglio 2025

SHANGRI-LA



Alberto Becattini
Marco Ciardi
SHANGRI-LA
Carocci Editore
2025, brossura
142 pagine, 17 euro


“Il mito fra storia, arte e letteratura”, aggiunge il sottotitolo, inquadrando meglio l’argomento. Ma qualcosa in proposito ci dice anche il nome di uno dei due autori, quel Marco Ciardi (professore di Storia della Scienza presso l’Università di Firenze), che fra i tanti libri pubblicati ne annovera alcuni dedicati alla sterminata letteratura sulla mitologia atlantidea e altri sulla nascita di leggende quali quelle degli antichi astronauti e sulla vasta letteratura pseudoscientifica legata alla fantarcheologia, sempre tracciando precise ricostruzioni su come certe credenze siano nate e abbiano poi lasciato il segno nell’immaginario collettivo attraverso la letteratura, il cinema, i fumetti. Se nel caso di Atlantide il mito trae origine da racconti narrati fin dalla notte dei tempi e finiti negli scritti di Platone, lasciando il dubbio in qualcuno che qualche cosa di vero potesse esserci alla base, esaminando la vicenda di Shangri-La, invece, tutto dovrebbe essere molto chiaro: la città nascosta tra le montagne dell’Himalaya è stata immaginata da uno scrittore inglese James Hilton (1900-1954) in un romanzo del 1933 intitolato “Orizzonte perduto”. L’origine del mito potrebbe insomma essere paragonata a quella, altrettanto letteraria, della creatura di Frankenstein, dovuta alla penna di Mary Shelley nel 1818, argomento affrontato sempre da Marco Ciardi, con Pierluigi Gaspa, in un saggio intitolato “Frankenstein, il mito tra scienza e immaginario” (2018). Però, mentre del mostro della Shelley nessuno ha seriamente ipotizzato la reale esistenza, qualcuno ha invece sostenuto che Hilton abbia attinto a fonti reali e che Shangri-La potrebbe sorgere davvero là dove lo scrittore, documentatosi su libri di viaggiatori che hanno visitato il Tibet, ha indicato che si trovi. “Lost Horizon” è un romanzo che si inserisce nel fortunato filone dei “mondi perduti”, genere che vede tra i capostipiti il “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne (1864), “Le miniere di Re Salomone” di Henry Rider Haggard (1885) e “The Lost Word” di Arthur Conan Doyle (1912). Hilton immagina Shangri-La come una cittadella costruita, in una valle sconosciuta alle mappe ufficiali, attorno a un monastero tibetano, una vera e propria comunità utopica i cui abitanti sono dediti all’arte e alla filosofia e si sono dati il compito di preservare e tramandare le opere della cultura e della conoscenza della civiltà. Ci sono biblioteche, strumenti musicali, archivi di ogni tipo. Inoltre, a Shangri-La (il “La” significa “valico” e dunque segnala un passaggio tra il mondo reale e un universo parallelo) il tempo scorre più lentamente e non si invecchia, ma uscendone gli anni trascorsi fra nella valle incantata si recuperano tutti immediatamente. Il romanzo è ambientato nel 1931, e ha per protagonista un diplomatico inglese di nome Hugh Conway, il quale, insieme ad altri passeggeri di un aereo che sorvola l’Himalaya, viene coinvolto in un atterraggio di fortuna tra le nevi del Tibet, il cui impatto è abbastanza violento da provocare la morte del pilota. I naufraghi dell’aria, dopo aver disperato di salvarsi per le bufere e la temperatura estrema delle montagne tra cui sono finiti (privi anche di coordinate geografiche così come della possibilità di chiedere aiuto), vengono soccorsi dagli abitanti di Shangri-La che li accolgono nella loro città dotata di riscaldamento centralizzato e di tutti i comfort moderni, così come di terre fertili coltivate. Il romanzo, che risponde al desiderio universale di pace e alla speranza di progresso in anni difficili, ottiene un grande successo (non immediato ma a partire dall’edizione americana del 1934). Ciardi e Becattini raccontano poi con dovizia di particolari le traversie e le disavventure di Frank Capra nel realizzare il film “Orizzonte perduto”, uscito in una prima versione nel 1937, poi in una rielaborata nel 1942 e quindi in una più beve nel 1952. In ogni caso, l’adattamento cinematografico di Capra è solo il primo di una incredibile e lunghissima serie di film, radiodrammi, riduzioni teatrali e televisive, versioni a fumetti, composizioni musicali. Di ogni influenza lasciata nella cultura di massa da “Lost Horizon” nell’arte e nella fiction, Alberto Becattini (straordinario compilatore di bibliografie) dà conto da par suo, affiancando la disamina storico-letteraria fornita da Marco Ciardi (anche se è facile immaginare una sovrapposizione di ruoli tra i due). A me ha colpito molto scoprire come la residenza vacanziera del presidente americano Franklin Delano Roosevelt, tra i boschi del Maryland, fosse stata da lui battezzata proprio “Shangri-La”, e soltanto in seguito (e un po’ ci dispiace) abbia cambiato nome in “Camp David”.




sabato 22 giugno 2024

LE AVVENTURE DI OLIVER TWIST

 


 
 
Charles Dickens
LE AVVENTURE DI OLIVER TWIST
Rizzoli
brossurato, 1981
482 pagine, 5000 lire

Ci sono romanzi che si leggono da ragazzi e che poi, rileggendoli da adulti, sembrano tutt’altra cosa. “Le avventure di Oliver Twist” (o più propriamente “Oliver Twist”, dato che questo fu il titolo originario) è uno di questi. La prima impressione che ho ricavato dalla rilettura è che non si tratti in nessun modo di un libro per ragazzi. Perché accidenti mi venne dato in mano mentre frequentavo le elementari? Con ogni probabilità lo ebbi in regalo in una edizione purgata ed edulcorata, resta il fatto che veniva ritenuto un classico della letteratura per giovanissimi, al pari di “Pattini d’argento”, “Pel di Carota” e “Pollyanna”. A scanso di ogni equivoco, Charles Dickens si rivolgeva a un pubblico adulto. 
In secondo luogo, mi sono meravigliato di come Oliver Twist, il ragazzino il cui nome dà il titolo al romanzo, non ne sia il personaggio principale. Anzi, fra tutte le figure vividamente descritte e caratterizzate dall’autore, Oliver è la più sbiadita e insignificante. A pensarci bene, è addirittura la meno probabile: come può un bambino cresciuto in un orfanotrofio fra digiuni e percosse, restare incorrotto e incorruttibile, nutrire solo buoni sentimenti, dimostrare tutte le doti del figlio perfetto, proporsi come creatura adorabile? Se c’è un motivo per cui Oliver può attraversare l’inferno senza coprirsi di fuliggine, Dickens non ce lo spiega: non partecipiamo mai davvero ai pensieri del ragazzo, che sembra solo messo lì a dimostrare la cattiveria altrui. Vero è, tuttavia, che Oliver Twist è il primo bambino protagonista di un romanzo in lingua inglese. 
Ciò detto, il romanzo dello scrittore britannico, uscito a puntate mensili tra il 1837 e il 1939 sulla rivista “Bentley’s Miscellany” (e subito raccolto in volume), è ricchissimo di personaggi memorabili che sviluppano una trama non soltanto avvincente ma anche pregna di denunce sociali. L’affresco della Londra della prima metà dell’Ottocento è sconvolgente e drammatico, soprattutto antiromantico e contro ogni retorica celebrativa. La vita quotidiana per le strade sporche affollate di poveri, orfani, ammalati e criminali, affollate di una umanità disperata e abbrutita è descritta senza edulcorazioni, se non quelle riservate al sesso (prostituzione, promiscuità) a cui si allude senza esplicitare ciò che è comunque immediatamente chiaro. Lo stesso Oliver nasce da una relazione extraconiugale. Ci sono pagine crudelissime, come quella dell’uccisione di Nancy da parte di Bill Sikes, la morte dello stesso Sikes, l’impiccagione di Fagin, ma anche, nelle pagine iniziali, la fine di stenti di una giovane donna la cui madre anziana si chiede perché sia morta la figlia e non lei. 
Un’altra caratteristica del romanzo che mi è balzata agli occhi rileggendolo è il ricorso da parte dell’autore, assai più frequente di quanto si possa immaginare, al sarcasmo e all’ironia nel farsi beffe dell’ipocrisia della società dell’epoca, del suo sistema assistenziale ed educativo, ma anche di quello giudiziario. 
Personaggi memorabili, si diceva, e già ne abbiamo citati tre: il crudele Sikes, ladro e assassino; Nancy, la prostituta uccisa perché voleva redimersi; Fagin, il reclutatore di ragazzini da avviare sulla strada del crimine. Ma possiamo aggiungerci l’Artful Dodger, tradotto a volte maldestramente come “Trappolone” o più congruamente “l’Astuto Briccone” in altre occasioni; Monks, che trama perché il passato della madre di Oliver (Agnes Fleming, morta nel partorirlo) non venga mai scoperto; mister Bumble e sua moglie, la signora Corney, squallidi e corrotti nonostante la loro apparenza di persone per bene e i loro incarichi pubblici. Si sono discusse e studiate le fonti di ispirazione da cui Dickens attinse (per Fagin è stato citato lo Shylock di Shakespeare), resta il fatto che la rielaborazione dell’autore dà frutti originali. E poi i “buoni”(fin troppo buoni, in verità) mister Brownlow, che alla fine adotta Oliver, e miss Rose Maylie, che si rivela essere sua zia per una serie di acrobazie dell’intreccio da feuilleton. Senza che Dickens faccia professione di fede, ci si vede lo zampino della Provvidenza e alla fine i buoni ottengono la loro giusta ricompensa e i cattivi la sacrosanta punizione. In questo, l’ l’autore (di cui “Oliver Twist” è un’opera giovanile, essendo stata scritta a venticinque anni di età, lui nato nel 1812) rivela sua concezione, tutto sommato vittoriana, del bene destinato alla vittoria sul male attraverso una faticosa redenzione. 
Ho usato la parola “feuilleton”: non va infatti dimenticata la formula della pubblicazione a puntate, che creò (sarebbe accaduto anche in seguito per altre opere di Dickens) una forte attesa da parte dei lettori, con tentativi da parte di alcuni di scrivere finali alternativi prima che uscisse quello ufficiale, e critiche da parte di detrattori (mi ricorda qualcosa) a cui lo scrittore cercava di rispondere e che gli davano un feedback immediato in corso d’opera. Chissà se Dickens ne fu influenzato.