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giovedì 6 novembre 2025

UFO 78

 



Wu Ming
UFO 78
Einaudi
2022, brossurato
520 pagine, 21 euro

La prima volta che mi imbattei nei Wu Ming si firmavano ancora Luther Blissett, era il 1999 e si trattava di un romanzo storico ambientato nel Cinquecento (il più affascinane dei secoli dell’epoca moderna) e intitolato enigmaticamente “Q”. Lo pseudonimo celava (senza nasconderlo) un gruppo di scrittori bolognesi, che nel corso degli anni hanno variato di numero, tra i cinque e i tre. Dal 2000 il collettivo ha cominciato a chiamarsi Wu Ming, che in cinese significa “senza nome”, anche se in realtà visitando il loro sito, o partecipando agli eventi promossi dal team, si risale facilmente all’identità dei tre (o dei quattro, o dei cinque). Leggere “UFO 78”, per me che sono nato nel 1962, è stato come fare un viaggio nel tempo fino alla mia adolescenza. C’è davvero l’intera realtà che avevo attorno negli anni del Liceo: il rapimento di Aldo Moro, il terrorismo di destra e di sinistra, la lotta per il diritto all’aborto, l’affrancamento femminile e la liberazione sessuale, la politica impregnante tutti gli aspetti della società, la droga e le prime comunità di recupero, le comuni, le avanguardie musicali, Sciascia e Pasolini. Il tutto narrato come visto e vissuto dall’interno di quel mondo agitato di cui facevamo parte inconsapevolmente, senza renderci conto che i nostri giorni sarebbero diventati Storia e che li avremmo rimpianti. Ma nel cielo sopra di noi, metafora perfetta di un sogno, una speranza, una paura, un pullulare di astronavi aliene, avvistate dovunque, soprattutto dopo “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, il film di Steven Spielberg uscito nel 1977. Nel 1978 ci fu un “flap”, ovvero un picco di segnalazioni in ogni parte d’Italia, suscitando l’ imperversare di gruppi di ufologi, taluni di impostazione politica, altri mistica, altri scettica. Protagonista del romanzo dei Wu Ming è Gianmaria Zanchini, in arte Martin Zanka, scrittore di successo e autore di libri di paleoastronautica, la pseudoscienza che cerca di dimostrare contatti fra gli extraterrestri e l’umanità dei primordi: una chiara controfigura di Pier Domenico Colosimo, alias Peter Kolosimo (1922-1984), che infatti è il primo nome nel lungo elenco delle persone ringraziate (“perché senza di lui questo romanzo non sarebbe stato immaginato”).  La narrazione prende infatti le mosse dalla misteriosa scomparsa di Jacopo e Margherita, una coppia di due giovani scout, avvenuta nel 1976 sul monte Quarzerone, un massiccio di fantasia ma collocato idealmente in Lunigiana. Le ricerche durano settimane, mesi, ma sono senza frutto. Dato che sulla montagna si sentono speso boati, si avvistano luci, c’è addirittura chi dice di essere entrato in contatto diretto con gli extraterrestri, gli ufologi ipotizzano una “abduction” aliena. Zanka si convince di dover indagare per contribuire alla ricerca della verità, e intende dedicare il suo nuovo libro al caso degli scout svaniti nel nulla. Le sue indagini si intrecciano con le vicende di suo figlio Vincenzo, eroinomane; di Milena Cravero, antropologa incuriosita dalle dinamiche interne ai gruppi di ufologi; del forestale Elio Giornara, detto Gheppi; di Jimmy, gestore di un negozio di dischi; di Orsola, fondatrice della comune “Thanur”; di Giorgio Capoferri, nostalgico fascista. Un microcosmo di personaggi che danno vita a una storia avvincente, ben documentata, piena di citazioni che vanno dallo Zecchino d’Oro ai volantini delle Brigate Rosse.


domenica 27 aprile 2025

WES SHERMAN

 
 
 
 
Raffaele Della Monica
WES SHERMAN
Cut-Up Publishing
Cartonato, 2024
180 pagine, 29.90

Immaginatevi la scena. Un prolifico e meticoloso disegnatore di fumetti passa tutta la giornata a disegnare le sceneggiature che gli arrivano dalla Casa editrice, e lo fa con tutta la cura e l’attenzione che gli viene richiesta da collaborazioni prestigiose e da lettori esigenti. Otto, dieci ore con la matita, il pennino, il pennello in mano. Giunge la sera, è ora di staccare. Uno sbadiglio, una stiracchiata, magari uno spuntino, poi l’autore si chiede: “cosa posso fare, adesso, per rilassarmi un po’?”. Semplice: riprende a disegnare, ma storie sue, di cui elabora anche il testo e i dialoghi e che pertanto gli permettono di andare, con la fantasia, esattamente dove vuole e non dove lo porta lo sceneggiatore di turno. Quel fumettista esiste e si chiama Raffaele Della Monica. Per anni, sono stato abituato a ricevere da lui volumi autoprodotti e stampati in poche copie distribuite in regalo agli amici, con storie a fumetti realizzate per divertimento. La maggior parte di quei racconti erano western e avevano per protagonista lo sceriffo Wes Sherman. Conosco pochi disegnatori con la voglia di disegnare di Raffaele, e di disegnare di tutto e di più, dai personaggi Disney ad Alan Ford, passando con disinvoltura dall’umorismo all’horror, da “Only West Baby” (serie di sua ideazione) a Gordon Link, Tex, Mister No, Zagor. 
 
A proposito di Zagor, conoscendo il forte desiderio di Della Monica di illustrare testi propri, l’ho assecondato inserendo nella saga un’avventura scritta e disegnata tutta da lui, “Braccati!”, lo Zenith Bis dell’estate 2023. E’ cosa assai rara che una storia dello Spirito con la Scure venga scritta e disegnata dalla stessa persona: in passato (all’inizio degli anni Sessanta) era accaduto soltanto con Gallieno Ferri, creatore grafico del personaggio. Eppure, avendo seguito per tanti anni la carriera di Raffaele, essendogli diventato amico, ho capito che poteva riuscirci benissimo, cosa che in effetti è accaduta. Un anno dopo, finalmente, grazie a Cut-Up Publishing, quattro storie di Wes Sherman, finora lette soltanto da pochissimi, vengono raccolte in volume. Storie che sono la quintessenza del western più classico, di cui evidentemente l’autore ha nostalgia. 
 
Ne ho parlato con Raffaele che mi ha risposto senza staccare la matita dal foglio. Ho preso appunti e in pratica lui vorrebbe che spiegassi quanto segue: «Wes, è leale, ligio al dovere e deciso. Non ama uccidere, ma se capita, lo fa senza scrupoli. Ha una assistente (Arleen), poco attraente e un po' maschiaccio. Una tipa tosta che lo sostituisce quando non c'è. Wes non è credente e spesso discute con il reverendo Mc Nelly del possibile Aldilà. Di volta in volta, Wes si avventura nei tipici paesaggi del West, senza precisi riferimenti. Le sue avventure hanno inizio con "L'oro di Luke", realizzato anni fa. Mi piace non dargli una precisa collocazione storica. Le sue sono avventure senza tempo. Mia intenzione è stata di fare una serie di storie semplici e assolutamente leggibili, con sentimenti autentici. Ne' dalla parte dei bianchi, ne' dalla parte degli indiani. Solo dalla parte dei buoni». Mi sembra giusto. Continua a fare fumetti, Raffaele. E ogni tanto facciamone ancora qualcuno insieme.

L’editore ha chiesto a me di scrivere la prefazione. Riporto qui sotto la biografia professionale di Della Monica compilata per quel testo introduttivo. Vi segnalo anche la mia recensione per il volumetto che raccoglie la serie “Only West, Baby!”: 
 
 
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L’esordio di Della Monica su Alan Ford avvenne con “Superciukissimo” (dopo alcune prove come inchiostratore e il rifacimento di “Ostix” per la collana “Il Gruppo TNT”). Da quel momento in poi lanciai gridolini isterici di giubilo ogni volta che uscivano albi illustrati dal salernitano: “Bellegambe Betty”,  “Una rosa per Bob”, “Il Numero Uno è morto” i miei preferiti, tra la ventina che portano la sua firma. Presto cominciai ad apprezzare un altro giovane disegnatore che venne ad affiancarsi a Raffaele, Giuliano Piccininno, anche lui di Salerno (o giù di lì: di Giffoni Valle Piana): tutti e due sarebbero finiti a lavorare con me a Zagor, un personaggio della Sergio Bonelli Editore. Ma questa è un’altra storia. Ci serve accennare a Piccininno, parlando di Della Monica, perché entrambi avevano frequentato la stessa palestra fumettistica, quella di un gruppo di autori salernitani riuniti attorno a una rivista amatoriale chiamata “Trumoon”, il cui primo numero è del 1981. Non a caso, nella seconda vignetta di tavola 76 dell’Alan Ford n° 171, su una parete di un bar leggiamo un cartellone pubblicitario che dice: “Trumoon Beer”. Sempre non a caso, Della Monica e Piccininno tra il 1985 e il 1986 si fanno aiutare con le chine da noi (accreditati) sugli albi alanfordiani, di Giuseppe De Nardo, Luigi Siniscalchi e Roberto De Angelis, tutti ragazzi (all’epoca) della banda salernitana solita riunirsi in Via Bastioni. “Trumoon”, il cui primo numero è datato 1981, su cui si sono fatti le ossa tutti gli autori della cosiddetta “scuola salernitana”, fra i quali, oltre ai nomi già citrati, figuravano anche Bruno Brindisi, Luigi Coppola e Daniele Bigliardo. Fra i personaggi nati dall’attività del gruppo ci sono gli scalcinati eroi western della serie comica “Texas Strangers”, disegnata da Raffaele con una grande verve umoristica (ci torneremo fra poco). Giuliano Piccininno, nella sua prefazione a una ristampa di questa breve saga, ricorda: "Via Bastioni è una stradina del centro storico di Salerno all'ombra della cattedrale romanica dove, nel 1977, un gruppo di ragazzi sconsiderati decise di aprire uno studio per produrre fumetti".  Tra il 1985 e il 1987, lasciato Alan Ford, Della Monica entra a far parte dello Staff di If: essendo molto versatile, disegna con disinvoltura per testate diversissime fra loro, come “Cucador”, “Masters of the Universe”, “Intrepido” e “Topolino”.  Il disegnatore aiuta quindi Franco Bignotti nella rifinitura di un episodio di Mister No, sempre per Mister No, realizza le matite inchiostrate da Roi e infine comincia a fare tutto da solo. Dopo una breve parentesi con una storia di Martin Mystère, Raffaele passa a Tex. In seguito, per un breve periodo lascia la Bonelli in favore della Dardo e di “Gordon Link” (una serie horror scritta da Gianfranco Manfredi), ma vi fa ritorno per dedicarsi a Zagor, Magico Vento e Shangai Devil. Ma è proprio nello staff dello Spirito con la Scure che il tratto pulito ed efficace del salernitano trova la sua collocazione più consona e proficua, divenendo negli anni un punto di riferimento per i lettori e per i colleghi illustratori. Lo testimonia ancor di più, però la caparbietà con cui convinse i suoi amici di “Trumoon” ad assecondarlo con un esperimento editoriale riconducibile sotto l’etichetta “Only West, Baby”. Raffaele Della Monica aveva una gran voglia di diventare editore di se stesso sulla scorta di ciò che aveva fatto Wally Wood in America (il paragone è di Giuseppe De Nardo). L'esperimento non ottenne i risultati sperati (e che avrebbe meritato) e i numeri usciti furono solo tre. C'è da chiedersi perché, nel 1990, gli autori dei "Only West Baby" abbiano voluto dedicarsi appunto solo al western: "Basta con questo West! Buttiamoci sui supereroi", consiglia Piccininno in una vignetta autoironica. La risposta, probabilmente, è che al cuore non si comanda, e Della Monica è innamorato del genere western. Quello più classico, avventuroso, pieno di polvere da paro e zoccoli di cavalli. Tant’è vero che, pur avendo da disegnare di tutto e di più, e impelagato fino al collo con le consegne delle tavole di Zagor, Raffaele ha continuato imperterrito a tempo perso (dice lui), a scrivere e illustrare storie del West, e a pubblicare in tiratura limitatissima, solo per gli amici, in pratica, le avventure di un suo eroe, Wes Sherman. In altre parole: dopo aver disegnato tutto il giorno, giunto a sera Della Monica si rilassa disegnando roba sua. In realtà fa anche dell’altro: dipinge. Quadri astratti, ma anche ceramiche con vedute della costiera sorrentina e persino affreschi con soggetti religiosi (chiedete al parroco del suo paese). La verità è che disegnatori si nasce e ancor di più fumettisti. Si finisce per vivere a fumetti, pensare a fumetti, sognare a fumetti. Sto scrivendo troppo per una prefazione ma, che volete, anche scrittori di fumetti, e sui fumetti, si nasce e io lo nacqui.




domenica 9 marzo 2025

SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN

 
 

 
Andy Weir
SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN
Newton & Compton
2014, cartonato
380 pagine

Si dice, di solito, che “era meglio il libro”. Nel caso di “The Martian”, pubblicato negli USA nel 2014 (dopo una prima edizione autoprodotta in ebook uscita nel 2011) e tradotto in italiano nello stesso anno, non sono così certo che si possa ripetere la frase fatta. Questo soprattutto perché la forza delle immagini della versione cinematografica che Ridley Scott ha tratto nel 2015 dal romanzo aggiunge e non toglie emozioni alle pagine di Andy Weir (classe 1972). Ma, di certo, “The Martian” è un gran bel libro, e se una volta tanto forse è “meglio il film” è per i meriti della pellicola e non per demerito del racconto scritto. Che, anzi, approfondisce di più gli aspetti scientifici di ogni singola soluzione trovata dall’astronauta Mark Watney, interpretato sullo schermo da Matt Damon. Astronauta creduto morto durante una tempesta di sabbia che costringe i suoi compagni, giunti in missione esplorativa sul Pianeta Rosso, a lasciare il suolo marziano in modo drammatico e frettoloso. Ma Watney in realtà è vivo e si trova solo su Marte, impossibilitato persino, inizialmente, a comunicare con la Terra. Si tratta indubbiamente di una versione spaziale del Robinson Crusoe di Daniel Defoe, con un naufrago che cerca di sopravvivere con i pochi mezzi a sua disposizione. Weir descrive minuziosamente gli stratagemmi di Mark per ricavare una scorta di acqua, di ossigeno, di cibo, sulla base di tecnologie e procedimenti scientificamente plausibili. Seguiamo Watney nel suo (riuscito) tentativo di coltivare patate nel terreno del pianeta alieno, e ci viene in mente il racconto “I fondatori” (Founding Fathers) scritto da Isaac Asimov nel 1965 in cui sono i cadaveri degli astronauti naufragati su un pianeta inabitabile a fertilizzare il terreno e a creare le condizioni per la terraformazione grazie alle specie vegetali da loro coltivate. Ma tra i precedenti c’è anche il romanzo “Martirio lunare” (The Moon is Hell!”, 1950) di John W. Campbell, che descrive la lotta per sopravvivere in un ambiente ostile, quello lunare, di un gruppo di astronauti in attesa di una spedizione di soccorso. Spedizione di soccorso che anche Mark Watney attende per centinaia di “sol” (così sono chiamati i giorni marziani), dovendo percorrere migliaia di chilometri sul suolo di Marte per raggiungere il punto da cui venire prelevato. Ciò che colpisce è non soltanto la lucidità con cui il naufrago affronta uno alla volta i problemi che gli si parano davanti, ma anche la sua incrollabile fiducia di riuscire a superarli. Mancano, e questo un po’ dispiace, le pagine che indaghino invece sui dubbi e lo sgomento dell’uomo di fronte alla concreta possibilità di una morte imminente. Mark sembra non avere una famiglia a cui pensare (ha due genitori a malapena citati), una donna che lo aspetta, un gruppo di amici di cui avere nostalgia, a parte l’equipaggio di colleghi a cui cerca di ricongiungersi. Questo anche perché la descrizione di ciò che Watney fa è affidata a quanto lui stesso racconta in un diario giornaliero in cui si limita ad annotare i fatti e non le emozioni. Il narratore diventa invece impersonale quando lo scrittore descrive ciò che accade sulla Terra. Comunque sia, è meglio il film, ma anche il romanzo è tanta roba.



venerdì 12 gennaio 2024

WEIRD ZAGOR

 



Roberto Azzara
Giuseppe Maresca
WEIRD ZAGOR
IL FANTASTICO NELLA SAGA DELLO SPIRITO CON LA SCURE
Odoya
brossurato, 2023
488 pagine, 28 euro


Prima di tutto, bisogna mettersi d’accordo su che cosa si intende per “weird”. In realtà, chi ne parla tende a dire che non esiste una definizione precisa. Tuttavia si è più o meno tutti d’accordo nel ritenerlo un genere letterario imparentato con il fantasy e l’horror. Però, più si è weird, più si cerca di evitare di venire ingabbiati in un canone e di dover rispettare troppe norme e cliché. L’unica regola è raccontare qualcosa che inquieti, impaurisca e suggestioni i fruitori. Ci deve essere del bizzarro, dell’insolito, del fantascientifico, del mostruoso, del soprannaturale. Lovecraft, uno degli autori solitamente indicati come fra i più rappresentativi di questo tipo di narrativa, la descrisse così: “Il vero weird ha qualcosa di più di ossa insanguinate o catene tintinnanti. Deve essere presente una certa atmosfera di terrore che lascia senza fiato, inspiegabile, forze esterne e sconosciute; e ci deve essere una sospensione o sconfitta maligna di quelle leggi fisse della Natura che sono la nostra unica salvaguardia contro gli assalti del caos e i demoni dello spazio non scandagliato”. 
Chiediamoci adesso: ci sono collegamenti fra Zagor e il weird? Secondo Roberto Azzara e Giuseppe Maresca, autori di “Weird Zagor”, eccome. Del resto, se c’è un eroe che vive avventure il cui genere è difficile da definire a priori, quello è lo Spirito con la Scure: le sue storie, infatti, sono da sempre contaminate dalle suggestioni più diverse e costituiscono un crocevia dei più disparati generi che non di rado si mescolano tra loro. “Odissea americana”, per esempio, che narra di un viaggio in battello su un fiume inesplorato, comincia con un approccio realistico, ma poi lungo la navigazione si incontrano pericoli del tutto fantastici come quelli rappresentati da piante tentacolari carnivore e da scimmioni assassini. Un altro classico, “Il buono e il cattivo” propone una gara tra cugini per recuperare un oggetto che dà diritto a una eredità, ma per farlo i due devono attraversare una regione desertica popolata da misteriose creature subumane che vivono sottoterra. “Il re delle aquile” racconta di una banda che ha rapito il figlio di un capotribù indiano e pretende un riscatto in oro, ma il capo dei banditi ha acquisito lo strano potere di farsi obbedire dai rapaci. Insomma, bizzarro, insolito, mostruoso, sovrannaturale a ogni più sospinto anche quando i canoni sembrano quelli dell’avventura o del western. Sono sempre rimasto stupito di quei lettori che contestano il weird zagoriano ritenendo che l’eroe di Darkwood dovrebbe essere protagonista soltanto di racconti, diciamo così, “realistici”. Azzara e Maresca, censendo tutte, ma proprio tutte, le storie “fantastiche” dello Spirito con la Scure, dimostrano invece come la contaminazione tra i generi sia alla base del personaggio fin dall’inizio. La prima avventura analizzata è “L’uomo volante”, del settembre 1961; l’ultima è “Il capitano Nemo”, del luglio 2023. Nel mezzo, divise per decadi, le recensioni (con la puntuale analisi delle fonti e delle citazioni) di decine e decine di altre, con la precisa schedatura di vicende che, come Lovecraft voleva, lasciano senza fiato e sfidano le leggi della Natura. Chiude il volume una mia intervista sull’argomento.

domenica 5 novembre 2023

LA SCALA A CHIOCCIOLA (SOME MUST WATCH)

 
 
 
Ethel Lina White
LA SCALA A CHIOCCIOLA
(SOME MUST WATCH)
Monadori
I Classici del giallo
Brossurato – 1981
256 pagine, 2000 lire


Vi racconto com’è andata. Durante l’estate 2023 trovo in vendita su una bancarella di libri usati (offerto a un euro) un romanzo dal titolo “La scala a chiocciola”, scritto nel 1908 da Mary Roberts Rinehart. Ho un flash, e ricordo un film in bianco e nero visto una volta da ragazzo (se non da ragazzino) in televisione, intitolato proprio così e che mi è rimasto impresso nella memoria come paurosissimo. Non credo di averlo mai visto più di una volta, ma tanto è bastato per farmi ricordare, oltre a titolo, certe scene e certe inquadrature. Con il tempo, mi sono convinto che il regista fosse nientemeno che Alfred Hitchcock, senza motivo - se non per la tensione creata dalla regia e dalla fotografia, oltre che per il tipo di trama. Tanto “La scala a chiocciola” segnò e turbò i miei ricordi che, molti anni dopo, nello sceneggiare “L’abbazia del mistero”, la mia seconda storia di Zagor, inserii il personaggio di una ragazza diventata muta dopo un shock, che recupera la voce in conseguenza di una nuova emozione vivissima, come capita appunto ad Helen, la protagonista del film, interpretata da Dorothy McGuire. Torniamo alla bancarella di libri usati. Compro il romanzo della Roberts Rinehart e lo leggo. Delusione! Non che sia un brutto giallo, ma è chiaro che NON è quello che ha ispirato il film omonimo. La trama è del tutto diversa. Faccio le dovute ricerche e scopro che The Spiral Staircase è un film del 1946, diretto da Robert Siodmak (e non da Alfred Hitchcock), che recupero anche in Rete, guardandolo dunque per la seconda volta ma senza ricavarne particolari brividi (pellicola apprezzabile ma non entusiasmante, soprattutto non terrorizzante secondo gli standard più recenti). Scopro anche che la pellicola è tratta da un romanzo del 1933 di Ethel Lina White (1876-1944), dal titolo Some Must Watch. Quindi, “La scala a chiocciola” di Mary Roberts Rinehart non c’entra nulla. Scrivo comunque la mia recensione, che potete leggere qui.

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2023/11/la-scala-chiocciola.html

A questo punto devo assolutamente rintracciare “Some Must Watch”, che la Mondadori ha pubblicato nel 1981 nei suoi Classici del Giallo - dandogli il titolo del film, appunto “La scala a chiocciola”. Ecco perché in cima alla recensione trovate indicato il titolo originale. Lo trovo su eBay e questa volta è il romanzo giusto. Tuttavia, ci sono alcune differenze tra il film e il romanzo della White. Per esempio, essendo la scrittrice gallese e il film americano, la pellicola è ambientata negli Stati Uniti invece che in Inghilterra. Ma soprattutto la protagonista Helen Capel nel libro non è affatto muta, anzi, è una ragazza dai capelli rossi molto vivace e intraprendente (diversamente dal personaggio interpretato dalla McGuire, cupo e angosciato). Inoltre il movente del serial killer che colpisce sullo schermo cinematografico è quello di uccidere donne segnate da un handicap (nella prima scena lo vediamo assassinare una zoppa), cosa che rende Helen una possibile vittima in quanto priva di voce; nel romanzo il maniaco dà la caccia semplicemente a ragazze che entrano nel suo raggio d’azione. Ci sono anche differenze nella composizione della famiglia Warren nella cui dimora la giovane donna presta servizio, e nelle dinamiche con cui interagiscono fra loro, ma nel complesso la storia è la medesima: in una notte da tregenda, in cui piove a dirotto, mentre si sa che l’assassino è nei paraggi, Helen rimane man mano sempre più sola nella villa (chi si allontana per un litigio, chi va in cerca dell’ossigeno necessario all’anziana inferma che giace nella Camera Blu, chi si ubriaca, chi prende troppo sonnifero…) finché alla fine chiaro che Helen non ha nessuno in grado di difenderla dal maniaco penetrato nella grande casa. Come si dice spesso, “è meglio il libro”: per quanto si tratti di un giallo d’altri tempi, il romanzo è un thriller assolutamente coinvolgente e alcuni personaggi (la vecchia moribonda, l’infermiera bisbetica che Helen sospetta di essere un uomo) sono decisamente inquietanti. Ho una parziale scusa (tirata per i capelli) anche per aver sospettato che “La scala a chiocciola” fosse un film di Hitchcock. Eccola: Ethel Line White è autrice di altri romanzi di successo, tra cui “Il mistero della signora scomparsa” (The Wheel Spins, del 1936), da cui proprio Alfred Hitchcock trasse, nel 1938, il film “La signora scompare” (The Lady Vanishes).

domenica 9 ottobre 2022

COWBOY!

 

 

 


Don Ward
COWBOY!
Saggistica – Editoriale Cepim
Collana America
Prima edizione 1974
cartonato – 160  pagine -  lire 5.000


Che bella collana, la Collana America! Sergio Bonelli la varò agli inizi degli anni Settanta, deciso ad affiancare libri di saggistica storica alle testate a fumetti prodotte dalla sua Casa editrice, che all’epoca si chiamava Cepim (in una delle varie incarnazioni). Essendo queste testate dedicate all’avventura western, i volumi pubblicati intendevano approfondire, appunto, le tematiche della storia del West, inquadrando in un contesto reale e documentato ciò che si andava raccontando nei fumetti, come a voler fornire ai lettori di Tex, di Zagor o del Piccolo Ranger un adeguato sopporto bibliografico, e forse anche a voler in qualche modo nobilitare il proprio catalogo, forse ancora sensibile al datato pregiudizio, da cui intendeva affrancarsi, secondo il quale i fumetti significavano sottocultura o addirittura erano dannosi per la gioventù. Qualunque fossero i motivi che spinsero la Cepim a realizzare le poche decine di volumi della Collana America, il risultato fu eccezionale per qualità di grafica, rilegatura, ricchezza iconografica e interesse dei testi, la maggior parte dei quali trattava argomenti interessantissimi e poco o punto affrontati dalla saggistica precedentemente pubblicata in Italia. Questo “Cowboy!”, secondo volume della serie dopo “Gli indiani della prateria”, ne è un esempio paradigmatico. Decio Canzio curò da par suo una gradevolissima edizione italiana di un testo americano corredato da foto e illustrazioni rare che ricostruiscono, in maniera divulgativa ma non superficiale, la storia dei cowboy americani, protagonisti di mille film e fumetti ma oggetto più di mito che di effettiva conoscenza da parte dei fruitori delle pellicole e degli albi. Oltre a esaminare come le mandrie cominciarono a essere allevate negli Stati Uniti dopo essere state portate in America dai primi colonizzatori spagnoli e solo successivamente portate oltre il Rio Grande, Don Ward, autore dei testi, presenta la vita quotidiana dei cowboy e le tante difficoltà del loro mestiere irto di incognite e di rischi. Il tutto, molto piacevole da leggere e da guardare: quasi come un fumetto, appunto.

domenica 9 gennaio 2022

UN SEMPLICE CASO DI INFEDELTA'

 

 
 
Jacqueline Winspear
UN SEMPLICE CASO DI INFEDELTA'
Neri Pozza
brossurato, 2021
304 pagine, 18 euro


Un romanzo davvero singolare, che potrebbe spiazzare chi si fidi degli "strilli" in copertina. Leggiamo infatti in quarta: "il fascino intramontabile del grande romanzo giallo". Poi, si cita la recensione dell'Ellery Queen Mistery Magazine: "Uno dei romanzi crime più belli e influenti del secolo". Sulla cover, poi, c'è la scritta: "Le inchieste di Maisie Dobbs", e il personaggio viene presentato così: "geniale e intuitiva come Sherlock Holmes, decisa e determinata come Lisbeth Salander". Parrebbe proprio di trovarsi di fronte a hard boiled (dato che la protagonista è una investigatrice privata), o quanto meno a una detective story. Alcune indagini in effetti vengono svolte, a proposito di una sospetta infedeltà coniugale (quella a cui allude il titolo), sennonché la moglie di cui si dubita si rivela subito innocente: le sue "scappatelle" sono solo visite a un cimitero, dove giace un vecchio fidanzato morto dieci anni prima. L'ambientazione è inglese, siano nel 1929, il defunto, Vincent, era un soldato della prima Guerra Mondiale, tornato in patria con il volto sfigurato da una esplosione al fronte, ritiratosi in una sorta di casa di riposo per reduci con gravi mutilazioni. E' appunto questa scoperta che porta Maise Dobbs, insolita private-eye in gonnella, a voler sapere di più sulle circostanze della morte, avvenuta in circostanze poco chiare proprio all'interno della struttura. Tuttavia, l'interesse di Maise non è soltanto, diciamo così, professionale (una investigatrice deve necessariamente essere curiosa), ma personale: lei, infatti, dieci anni prima si era arruolata come infermiera e aveva prestato servizio negli ospedali da campo in Francia, offrendo le prime cure ai feriti, che spesso giungevano davanti a lei in condizioni disperate. 
Ecco, gran parte del romanzo racconta appunto la vita di Maise, ragazza povera e orfana di madre, che viene assunta come cameriera nella villa di Lady Rowan Compton. Lì, la padrona di casa (attiva come suffragetta e quindi attivista in favore dell'emancipazione femminile) non tarda ad accorgersi delle rare doti intellettive della fanciulla: lei e suo marito fanno in modo che possa studiare, fino ad arrivare ad essere ammessa al college di Cambridge. Seguono gli anni della guerra, durate la quale nasce l'amore fra la giovane infermiera e un medico militare, Simon, che le chiede di sposarlo. Lei promette di rispondere a eventi bellici conclusi. Il flashback si interrompe senza rivelare la sorte di Simon: sappiano solo che nel 1929 non sembra essere nei paraggi. Che gli è successo? La risposta nelle ultime pagine. Così come la soluzione del mistero della morte di Vincent. Ma, ripeto, la parte gialla del romanzo è minoritaria rispetto al racconto, che parte dickensiano, della faticosa vita di Maise priva di mezzi che riesce ad entrare a Cambridge e poi alla storia di guerra e d'amore. Gradevolissima la narrazione, coinvolgente la ricostruzione storica degli eventi bellici, drammatiche le scene con i feriti al fronte. Però, niente Sherlock Holmes, niente Lisbeth Salander. Un personaggio diverso, di cui sarà interessante leggere altre avventure (e vedere come si evolve): creato nel 2003, ci sono altri quindici romanzi (l'ultimo, "The consequence of fear", è del 2021). "Maise Dobbs", questo il titolo originale di "Un semplice caso di infedeltà", è il primo di una lunga serie ambientata negli anni Venti e Trenta.

venerdì 19 novembre 2021

LA CONQUISTA DEL WEST

 
 
 


 
Jacques Chastenet
LA CONQUISTA DEL WEST
Odoya
brossurato, 2016
272 pagine, 18 euro


Il saggio originale di Chastenet, "En avant vers l'Ouest" è del 1967, e viene riproposto dunque da Odoya come un classico sempreverde. Del resto, l'approccio storico alla materia è moderno, in quanto critico verso gli aspetti più deleteri della colonizzazione del Nord America (di questo, sostanzialmente, si parla, anche della conquista dell'Est), quelli dello sterminio dei nativi e dell'usurpazione delle lotro terre, contrapposti però anche alle istanze di progresso e alla ricerca incessante di un futuro migliore da parte di milioni di immigrati. Senza enfasi, senza retorica, senza trarre bilanci ideologici o politici, Chastenet racconta (in sintesi, ma con efficacia) i fatti salienti e i protaginisti di quattrocento anni di avanzata degli europei dalla costa atlantica a quella pacifica. La prima data citata è quella del 1497, con lo sbarco di Caboto sull'isola di Terranova, fino ad arrivare al 1896 con l'elezione alla Casa Bianca di William McKinley. Dalla fondazione delle prime tredici colonie inglesi, passando per l'acquisizione della Louisiana, le esplorazioni, l'annessione del Nuovo Messico e della California,l'epopea dei Mormoni, la febbre dell'oro, le guerre indiane, la schiavitù, l'epopea delle carovane e dei cowboy... tutto viene raccontato in modo agile, fornendo un buon quadro d'insieme. Poi, chi vuole, approfondirà. Tra le tante storie narrate, mi ha colpito (come sempre accade, quando qualcuno la racconta) quella di Sacajaewa, la shoshone che fece da interprete a Lewis e Clark durante il loro viaggio lungo il Missouri e oltre, fino alla costa pacifica. Una donna coraggiosa, forte, in grado da fare da guida alla spedizione portadosi appresso un bambino appena nato, giustamente ammirata dai bianchi con cui viaggiava. Il simbolo, secondo me, di una collaborazione che avrebbe potuto unire (ma così non fu) uomini di ogni etnia.

lunedì 20 settembre 2021

ONLY WEST BABY


 
 
Raffele Della Monica
Giuseppe De Nardo
Giuliano Piccininno

ONLY WEST BABY

Festina Lente
2021, brossurato
188 pagine, 16 euro


"Via Bastioni è una stradina del centro storico di Salerno all'ombra della cattedrale romanica dove, nel 1977, un gruppo di ragazzi sconsiderati decise di aprire uno studio per produrre fumetti": così racconta Giuliano Piccininno nella sua prefazione a questo volume. Tra i ragazzi sconsiderati c'era, ovviamente, anche lui. Da quell'esperienza nacque una rivista, chiamata "Trumoon" su cui si sono fatti le ossa numerosi autori-rivelazione degli anni Ottanta, quelli appunto della cosiddetta "scuola salernitana". Il primo numero è datato 1981, e fra i collaboratori troviamo Raffaele Della Monica, Bruno Brindisi, Roberto De Angelis, Luigi Siniscalchi, Daniele Bigliardo, Luigi Coppola e tanti altri, compreso lo sceneggiatore Giuseppe De Nardo, bravo anche come disegnatore umoristico. All'inizio degli anni Novanta alcuni reduci da Via Bastioni si lasciano coinvolgere in un progetto editoriale fortemente voluto da Raffaele Della Monica, il quale aveva una gran voglia di diventare editore di se stesso sulla scorta di ciò che aveva fatto Wally Wood in America (il paragone è di Giuseppe De Nardo, e lo si legge nella postfazione). Nonostante le difficoltà dell'impresa (nella postfazione si racconta di come Sergio Bonelli avesse cercato di scoraggiarla), Raffaele riesce a convincere gli amici più fidati e a mandare in edicola una rivista nel formato orizzontale di "Lupo Alberto", chiamata "Only West Baby" e contenente storie western comiche. Della Monica e Piccininno venivano peraltro dall'esperienza di Alan Ford e avevano (hanno) un indiscutibile talento umoristico. Di quello di De Nardo si è detto. L'esperimento non ottenne i risultati sperati (e che avrebbe meritato) e i numeri usciti furono solo tre (li ho tutti). Oggi, Festina Lente ripropone in un omnibus due delle serie comparse su quei numeri (tra cui un episodio inedito), "Texas Strangers" e "Le Grandi Balle del West", con l'aggiunta di illustrazioni, schizzi, apparato critico. Tra i fumetti della rivista manca "Orazio Brown" di Bruno Brindisi (peccato). I Texas Strangers sono tre uomini della legge (o quasi): il ragazzino B.B. Kid, il vecchietto Fish Bullet, e il ciccione Big Ben. De Nardo, Della Monica e Piccininno li mettono al centro di vicende esilaranti facendo parodia dei tradizionali elementi della mitologia western. "Le grandi balle del West" sono invece appannaggio del solo De Nardo, non hanno un personaggio fisso, e raccontano con garbo e pulizia di tratto storielle divertenti sempre della frontiera americana. messa in burla C'è da chiedersi perché, nel 1990, gli autori dei "Only West Baby" abbiano voluto dedicarsi appunto solo al western: "Basta con questo West! Buttiamoci sui supereroi" consiglia Piccininno in una vignetta autoironica che si legge nel volume. La risposta, probabilmente, è che al cuore non si comanda, e Della Monica (come il sottoscritto) è cresciuto a pane e Tex. Per la cronaca, Della Monica e Piccininno lavorano con me a Zagor e ci troviamo molto bene

mercoledì 16 dicembre 2020

CROCK IL LEGIONARIO

 
 

 
 
 
 
Brant Parker
Bill Rechin
Don Wilder
CROCK IL LEGIONARIO
Mondadori
brossurato, 1980
130 pagine, 2500 lire


Chi conosca, grazie a Wizard Of Id, lo stile grafico di quel genio che fu Brant Parker (1920–2007) a prima vista gli verrebbe voglia di dire che sia sempre lui a occuparsi dei disegni di "Crock il Legionario", una striscia rimasta sulla scena dal 1975 al 2012,  pubblicata su 200 testate in 19 paesi del mondo.  Bill Rechin, il coautore, di conseguenza, dovrebbe del testo. Invece, un'occhiata più attenta alla firma delle strisce mette in evidenza la il nome di Rechin in calce ad ognuna. Rechin ha assorbito a perfezione il tratto di Parker, al punto è difficile distinguerlo dal maestro: essenziale (bastano pochi tratti per delineare uno scenario e i personaggi) ma straordinariamente efficace. Brant Parker, che era già stato mentore di Johnny Hart,  in realtà partecipò  solo qualche tempo allo sviluppo della serie, per poi a dedicarsi a tempo pieno proprio al mago Wiz. Il  il suo posto venne preso da Don Wilder già nel 1976. Per quanto non manchino punti di contatto fra le Legione Straniera di Crock e il Reame di Id, nella caratterizzazione di certi personaggi (i prigionieri, lo scavatore, le truppe, i predoni) e, soprattutto, nell'humour nero che li accomuna, rispetto a "Wizard of Id", Crock è una strip più cinica, più cattiva, dura, meno immediata. Ma ugualmente esilarante. Non si può non ridere quando un legionario riesce a riportare al forte la pattuglia perduta nel deserto (un tormentone della serie), lo dice al comandante, e questi gli chiede: "Bene,e dove sono?". Il legionario si volta e la pattuglia è sparita: "Che strano... erano proprio qui". Si sono persi di nuovo!". Il titolo della serie lo si deve a  Vermin P. Crock è il comandante di un fortino nel deserto, irascibile e crudele, di bassa statura (come il Re di Id), cordialmente detestato da tutti i legionari che devono  sopportare le sue angherie.  Fuori dalle mura, ci sono in agguato predoni arabi che le studiano tutte le penetrare all'interno e saccheggiare il forte. Nel deserto si aggira poi una pattuglia perduta da anni. Nel cortile del forte c'è sempre un condannato a morte in attesa della fucilazione. Ci si affeziona facilmente. Che belli in tempi in cui c'erano strisce del genere. E si poteva anche ridere della guerra, degli arabi, dei colonialisti, dei nasoni, senza dover stare attenti a chi si potrebbe offendere o indignare.

martedì 1 dicembre 2020

LOONEY TUNES: "THAT'S ALL FOLKS!"

 
 
 

Warner Bros.
LOONEY TUNES
"THAT'S ALL FOLKS!"
Mondadori
cartonato, 2006
254 pagine


I cartoni animati americani della serie "Looney Tunes", gemelli delle "Merrie Melodies" (tutti e due i titoli si riferiscono a musiche pazze e infatti nacquero per imitazione delle Silly Symphonies della Disney) iniziarono a venire realizzatidalla Warner Bros., fin dal 1930, per le platee cinematografiche, ma a partire
dagli anni Settanta diventarono prodotti televisivi, fino ai giorni nostri, nelle loro varie incarnazioni: una, per esempio, quella de i Tiny, con i personaggi dei cartoni immaginati bambini (confesso che questi non lui ho mai potuti digerire). Personaggi comunque davvero molto popolari e divertenti, quali Bugs Bunny, Daffy Duck, Titti e Silvestro, il diavolo della Tasmania, Willy il Coyote, Beep Beep (a me piacevano le versioni dei cartoni animati degli anni d'Oro, quando poi sono stati snaturati facendo fare loro, per esempio, i detective, ho sempre scosso la testa). Dei personaggi della Warner sono state realizzate molte versioni a fumetti, ricordo quelle italiane della Cenisio, in albi di grande formato, molto belli. Ma, sfogliando questo volume, si scopre una produzione di strip come quelle delle strisce sindacate. Strisce quotidiane e tavole domenicali, come nel modello dei Peanuts, per intendersi. Però, la Mondadori, che le pubblica in una antologia, non ci dice chi sono gli autori, dove sono state originariamente pubblicate, in che anni. Lo stile grafico sembra recente. Fa piacere rivedere in carrellata tutti i protagonisti dei vecchi cartoni animati e alcune battute sono divertenti.

mercoledì 18 novembre 2020

STONER

 

 
John Williams
STONER
Fazi
brossura, 2019
336 pagine, 10 euro


"Stoner" viene pubblicato per la prima volta nel 1965, poi una ristampa del 2003 scatena una specie di passaparola letterario e supera in breve le cinquantamila copie vendute. Bret Easton Ellis lo definisce "uno dei grandi romanzi americani del ventesimo secolo". A leggere, però, le prime dieci righe, viene da chiedersi il perché di tanto entusiasmo: "William Stoner si iscrisse all'Università del Missouri nel 1910, all'età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato di ricerca e ottenere un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido". In pratica, John Williams (1922-1994) riassume fin dall'inizio tutto il romanzo. Però, se solo si provano a rileggerle, ci si accorge che queste righe affascinano. Sono limpide, musicali, ipnotiche. Viene voglia di saperne di più. Perché la vita grigia del professor Stoner dovrebbe interessare qualcuno? Che cosa avrà fatto? Niente di speciale, assolutamente niente. Però, leggere la cronaca puntuale che John Williams ne fa è assolutamente irretente. Lo scrittore segue passo passo il suo protagonista e non narra niente che si svolga lontano da lui.  Ci consegna una sorta di piano sequenza. Stoner è assolutamente un brav'uomo, che come unica impresa si affranca dalla vita di suo padre e sua madre, contadini schiavi della loro arida terra, e, inviato a studiare agraria, si appassiona invece alla letteratura inglese, pagandosi gli studi con il suo duro lavoro. Una volta ottenuto un impiego e un magro stipendio, comincia a condurre una vita senza entusiasmi, accettando ciò che il destino ha in serbo per lui, così come i suoi genitori accettavano la pioggia o la siccità. Crede di innamorarsi, con moderazione, ma sposa la donna sbagliata, Edith, che gli rende la vita un inferno. Lui resiste a tutto, e quando un vero amore gli sconvolge l'esistenza, quello per la studentessa Katherine Driscoll, non ritiene di dover rompere il primo matrimonio, anche per non creare drammi alla figlia Grace. Con la stessa volontà di sopportare il destino, resiste anche al la guerra che, per motivi assurdi, gli muove per anni Hollis Lomax, un docente suo superiore nella gerarchia accademica. Fronteggia senza contrattaccare, resiste. Ecco, Stoner incarna la resistenza alla vita, la capacità di adattarsi, di non farsi travolgere, di piegarsi al vento come una canna che però non viene sradicata. Sempre restando fedele a una onestà di fondo imperturbabile. Dalla prima all'ultima parola la scrittura leggera di John Williams ci tiene avvinti alle pagine, senza proporci mai dei colpi di scena, solo facendoci seguire giorno per giorno la vita di un uomo qualunque che in fondo ci somiglia, perché non è un eroe, ma che ci insegna anche che il segreto è non farsi turbare, perché siamo di passaggio.

venerdì 12 aprile 2019

IL CATALOGO DEI LIBRI NAUFRAGATI



Edward Wilson-Lee
IL CATALOGO DEI LIBRI NAUFRAGATI
Bollati Boringhieri
2019, cartonato
350 pagine, 30 euro


Un libro meraviglioso. Meraviglioso per tutti, credo, ma assolutamente fantastico per chi i libri li ama, li colleziona, li custodisce, se ne circonda. A una prima occhiata, magari distratta, si può pensare che si tratti di una biografia: quella di Fernando Colombo, secondo figlio (illegittimo) di Cristoforo, il navigatore. Se il padre, a cui si deve la scoperta dell'America, è unanimemente riconosciuto come figura storica degna di ogni studio, si potrebbe dubitare che ci siano sufficienti motivi per dedicare una qualche attenzione anche al suo secondogenito. Invece, Fernando Colombo di rivela un personaggio straordinario (molto di più del fratello Diego, il primo figlio di Cristoforo). La prima parte del libro è avvincente come un romanzo d'avventura: si racconta dei primi viaggi di Colombo padre verso il Nuovo Mondo, poi si giunge al quarto, quello in cui Cristoforo portò con sé anche il giovanissimo Fernando, e che fu caratterizzato da ogni genere di traversie, le cui cronache potrebbero sembrare tratte da un romanzo di Salgari. Fernando acquisì però, a fianco del padre competenze marinaresche, cartografiche e da astronomo. Cristoforo, a cui il figlio fu sempre devoto, da quanto ci dice Edward Wilson-Lee risulta tuttavia un personaggio venato di follia, visionario, in preda a vaneggiamenti mistici. Dopo la morte del padre, ai figli Diego e Fernando vennero dati incarichi e rendite (non facili da riscuotere e sempre a rischio). In ogni caso i due fratelli, fin da piccoli, avevano bazzicato la Corte reale prima e Imperiale. Gran parte delle entrate di Fernando finirono ben presto per venire dedicate all'acquisto di libri, di cui il giovane Colombo divenne non solo un collezionista, ma un un cultore. Erano gli anni (la prima metà del Cinquecento) in cui cominciava a prendere campo la stampa tipografica: Fernando ne capì la portata rivoluzionaria e raccolse soprattutto libri stampati, addirittura comprendendo nelle sue raccolte gli opuscoli più miseri e popolari. I viaggi al seguito di Carlo V e i soggiorni per vari motivi in tutte le principali città d'Europa (a partire da una permanenza a Roma durata alcuni anni), gli permisero di acquistare migliaia e migliaia di volumi, fino a fargli mettere insieme la più grande biblioteca privata del mondo. Nacque l'esigenza di catalogare tutti quei libri, troppi perché a memoria se ne potesse rintracciare uno, se richiesto: Fernando stilò elenchi e riassunti, guide per parole chiave, codici mnemonici in grado di contraddistinguere ogni volume e renderlo disponibile per le ricerche. Concetti modernissimi che all'epoca furono sperimentati proprio da Colombo per la prima volta. Seguendo Fernando nella sua ricerca della "biblioteca universale", Wilson-Lee ci dipinge anche uno straordinario affresco della realtà storica dell'epoca, delle nuove idee che circolavano, dell'impatto delle scoperte geografiche sulla società europea. Quando morì, Fernando lasciò una biblioteca di oltre ventimila volumi. Oggi ne rimangono solo quattromila. Gli altri si sono dispersi in altre biblioteche o sono andati perduti.

martedì 4 settembre 2018

SE L'UNIVERSO BRULICA DI ALIENI, DOVE SONO TUTTI QUANTI?



Stephen Webb
SE L'UNIVERSO BRULICA DI ALIENI, DOVE SONO TUTTI QUANTI?
Sironi
2018, 494 pagine
brossura, 25 euro 

La domanda è quella del cosiddetto “paradosso di Fermi”, e cioè: se l’universo brulica di vita, dove sono tutti quanti? Fu questo, infatti, il quesito che Enrico Fermi pose ai suoi colleghi di Los Alamos durante un pranzo di lavoro nell’estate del 1950. E nel 2002, Stephen Webb ha scritto un brillante saggio intitolato proprio così: “If the Universe is teeming with aliens, where is everybody?”. Il libro è stato pubblicato in Italia nel 2004 da Alpha Test e  inserito nella collana “I saggi di Focus”. Adesso viene ripreso, in edizione ampliata da Sironi. Il punto di partenza del “Fermi’s paradox” è che tutte le evidenze sembrano dirci che ci siano nell’universo migliaia (se non milioni) di pianeti su cui sia possibile la vita e che questa, pertanto, dovrebbe essersi sviluppata, con estrema probabilità, in molti di essi. Dunque, perché non ne scorgiamo la minima traccia? Dove si nascondono gli alieni? Webb fornisce decine di possibili risposte, tutte perfettamente argomentate con i pro e i contro. Le spiegazioni si dividono in tre gruppi. Il primo, risolve il paradosso ipotizzando che in realtà non sussista, perché il contatto è già avvenuto anche se non è di dominio pubblico. Il secondo, parte dal presupposto che gli alieni esistano ma che sia impossibile comunicare con loro. Il terzo gruppo, contiene tutte le teorie che descrivono la vita come un evento molto raro, se non unico, e comunque tendente a estinguersi con grande velocità a causa dei fattori più diversi, compresi i lampi di raggi gamma che sterilizzano intere galassie (e potrebbero verificarsi in ogni momento anche nella nostra). Insomma, gli alieni o sono già qui, o esistono ma non possiamo contattarli, o non esistono. La teoria finale di Webb è che non esistono: la vita potrebbe essere una singolarità irripetibile. Isaac Asimov, che all'argomento dedicò il suo saggio "Civiltà extraterrestri",  la pensava diversamente: secondo lui gli extraterrestri esistono, ma le distanze interstellari sono impossibili da superare anche per loro, come per noi, e dunque siamo destinati non incontrarci. Personalmente, preferirei che non ci trovassero. Non si sa mai.

venerdì 6 ottobre 2017

IL MAGO WIZ- 1971




Brant Parker - Johnny Hart
IL MAGO WIZ-  1971
Panini Comics
cartonato, 2011

 "Il mago Wiz - 1971", di Brant Parker e Johnny Hart, un volume della Panini Comics (2011) che raccoglie tutte le strisce giornaliere e le tavole domenicali del '71 di "Wizard of Id". Non ho ben capito perché proprio il 1971, dato che Il Mago Wiz è stato creato nel 1964 e, volendo iniziare una serie di volumi cronologici bisognava partire dunque da sette anni prima. Speriamo almeno che ci siano presto il 1972 e tutti i seguenti (fino ai giorni nostri, dato che la strip continua tuttora, dopo la morte dei due creatori, avvenuta nel 2007, grazie al lavoro dei rispettivi figli e famigliari). Le strisce sono tutte molto divertenti, alcune esilarati, e il talento grafico di Parker è strepitoso. Mi è molto piaciuto il corredo critico del volume, con articoli sugli autori e degli autori. Così Johnny Hart racconta la nascita di Wizard of Id: "Due anni dopo l'esordio di B.C. nacque Il Mago Wiz, che rimase in letargo per diverso tempo. Ne feci parola con Brant Parker e gli chiesi se gli andasse l'idea di illustrarlo. Con mia grande gioia, lui accettò. Io e Brant completammo Wiz insieme nel corso di tre giornate (e nottate) di fuoco in una piccola e umida stanza di hotel a New York, appendendo alle pareti le strisce appena disegnate. Quando non ci fu più spazio sui muri, chiamammo il syndacate per chiedergli se fossero interessati a una nuova striscia. La risposta fu affermativa. I tizi del syndacate giunsero prima del previsto, sorprendendo Brant a piedi nudi e senza camicia e me in mutande che mi radevo la barba di tre giorni. Ignorandoci completamente, iniziarono a percorrere le pareti e a esaminare il nostro duro lavoro, spostando di tanto in tanto coi piedi l'occasionale bottiglia di birra vuota, via via che leggevano. Quando ebbero terminato, si sedettero in mezzo a quelle macerie fissandoci dritti negli occhi. Dissero: 'Vi troviamo assolutamente disgustosi, ma la striscia è grandiosa. La prendiamo!". La testimonianza di Hart si conclude con una frase che mi devo incorniciare, perché descrive qualcosa che tutti gli autori di fumetti di trovano a vivere: la paura di restare a secco di idee. "Per anni ho avuto problemi a farmele venire perché ne avevo bisogno per il mio lavoro. Poi un giorno mi è venuta in mente una cosa: restare a secco di idee è assolutamente impossibile. E allora... wow!".