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sabato 31 gennaio 2026

FILOSOFI IN LIBERTA'

 

Umberto Eco
FILOSOFI IN LIBERTA’
La Nave di Teseo
2022, cartonato
226 pagine, 12 euro

Che Umberto Eco fosse, oltre che illustre studioso e acclamato scrittore, anche un solenne giocherellone è cosa arcinota. Senza bisogno di citare (ma intanto la cito) la sua traduzione degli “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, e neppure di far correre il pensiero (ma intanto il pensiero ci corre) alle parodie letterarie del “Diario minimo”, basterà dire che sono innumerevoli i suoi articoli e i suoi interventi sull’enigmistica e i giochi di parole (e altri pieni di giochi enigmistici e di parole di propria invenzione), così come lo ricordiamo per testi decisamente umoristici scritti per le sue rubriche su alcune riviste o come divertissement. Esilarante, per esempio, il suo elenco di quaranta regole per scrivere bene in italiano, pubblicato in una "Bustina di Minerva" su "L’Espresso". 
Un convegno di studi dell’Università di Bari si intitolò, non a caso, “Umberto Eco, il giocoliere dell’intelligenza: l’umorista, il filosofo, il narratore”. Esattamente queste tre figure sono rappresentate in “Filosofi in libertà”, aureo libello (citando Vittorio D'Aste) contenente ventidue componimenti umoristici che scherzano, in modo irriverente ma affettuoso, su illustri pensatori e scrittori. Componimenti ritmati in versi di varia metrica, ma sempre scandibili da chiunque, su esempi che vanno dalla Vispa Teresa al Signor Bonaventura, dalla donzelletta leopardiana al decasillabo dei manzoniani squilli di tromba. 
Dopo aver riassunto in filastrocche le dottrine dei filosofi più famosi, da Aristotole a Karl Marx, riuscendo in sintesi perfette più efficaci di un Bignamino, Eco si dedica a un elenco di scrittori (Proust, Mann, Joyce, Sofocle, Manzoni) e prova persino a cambiare i testi di alcune celebri canzonette per fare parodia sui più sommi autori di trattati filosofici. Per esempio, “Canto quel motivetto che mi piace tanto” diventa «Kant / filosofetto che mi piace tant». 
Il primo componimento si intitola “I presocratici” e i versi iniziali fanno così: «Nel dì che gli Argivi / vivevan beati / correndo giulivi / per boschi e per prati / alcuni messeri / con tono profondo / si chiesero seri: / “di che è fatto il mondo?”». Ai componimenti si aggiungono quindici vignette satiriche in tema, disegnate con mano felice dallo stesso Eco. 
Sempre lui, il semiologo piemontese, firma una “Nota dell’autore” in cui spiega che le sue filastrocche (di cui “Filosofi in libertà” costituiscono una limitatissima raccolta, avendone egli composte molte altre) sono state da lui improvvisate “durante convegni noiosissimi” e lette poi nei bar, a congresso finito, a un uditorio di divertiti colleghi. Prima di arrivare all’edizione de La Nave di Teseo del 2022, alcuni componimenti erano stati raccolti nel 1958 dalla Casa editrice Taylor in volumetto rilegato tirato in soli cinquecento esemplari numerati. Spiega Eco, concludendo la sua introduzione: «L’alto ideale etico che ha dominato ciascuna di queste esercitazioni conviviali è sempre stato quello di una assoluta correttezza scientifica. E questo sia di monito per le generazioni a venire: scherzare sì, ma seriamente».
Musica per le mie orecchie, autore a mia volta di (assai meno dotte) filastrocche e avido lettore di libri come "Biancaneve i settenari" o "L'urlando furioso", di cui ci siamo occupati  in questo stesso spazio.
 




domenica 5 gennaio 2025

TEORIA DI GESU’

 


Michael Onfray
TEORIA DI GESU’
Ponte alle Grazie
2024, brossurato
260 pagine, 18 euro

“Il libro più atteso di Michel Onfray, annunciato da oltre vent’anni”, si legge in quarta di copertina. In effetti, per chi abbia letto il formidabile saggio in cui il filosofo francese smonta Freud (“Crepuscolo di un idolo”, 2011) o il  suo “Trattato di ateologia” (2005), vederlo confrontarsi con i Vangeli è effettivamente irresistibile fonte di curiosità e di interesse.  Il sottotitolo italiano di questo libro è  però fuorviante: “Gesù Cristo è esistito davvero?”. Fa credere, cioè, che l’intento dell’autore sia quello di dimostrare o smentire l’esistenza storica di Gesù. Argomento interessante, oggetto di altri libri, come quello di Bart Ehrman “Gesù è davvero esistito?”, del 2013 (Mondadori), in cui si ribadisce un fondamento storico della figura del Cristo, indipendentemente dal fastello di tradizioni, di miti e credenze che nei secoli ci si è costruito sopra. Ma, leggendo “Teoria di Gesù”, non pare proprio che sia questo aspetto, quello della storicità del personaggio, l’interesse della disamina di Onfray, che si occupa di altro. E’ vero che il filosofo francese parte dall’assunto che “di prove non ce ne sono, a meno di non voler credere che gli evangelisti siano degli storici e non degli apologeti”, tuttavia dicendo questo Onfray si limita a riferire una suo scetticismo riguardo alle fonti a cui altri sono invece maggiormente o decisamente disposti a prestare fiducia. Non propone nessuna dimostrazione della non esistenza di un predicatore o un capopopolo nella Giudea e nella Galilea sotto la dominazione romana, dalla cui figura abbia tratto origine il cristianesimo. Quello che Onfray secondo me fa, o si propone di fare, è costatare come ogni elemento della narrazione attorno a Gesù corrisponda a precedenti narrazioni, talvolta risalenti a miti e leggende antichissime, bibliche e non bibliche. Quando l’autore scrive: “Gesù non è mai esistito storicamente ma solo come concetto”, si riferisce all’idea di Gesù che ci è stata tramandata, l’unica che ci è dato in effetti di conoscere. “La sua esistenza è solo l’effetto di una elettrolisi di tipo spirituale, intellettuale, filosofico, simbolico, allegorico e metaforico, e tutto nel solco dello sviluppo di una storia vecchia di duemila anni. Parliamo di una creatura ideale”. Onfray, con il suo metodo analitico ben noto a chi conosce le sue opere precedenti, esamina i passi dei Vangeli scovando e segnalando le fonti precedenti che li hanno ispirati. Miracoli, parabole, insegnamenti hanno tutti precisi rimandi a qualcosa di antecedente. Perfino l’imperatore Vespasiano, secondo Svetonio e Tacito, aveva compiuto miracoli restituendo la vista ai ciechi e guarendo paralitici ma naturalmente non è da un’aneddotica di questo tipo di cui fa usa Onfray che, con erudizione, indica i passi dell’Antico Testamento (i tanti topoi veterotestamentari) collocati dietro o alla base, per esempio, della parabola dei vignaioli, o segnala come, nei Vangeli, Gesù si nutra solo di simboli (pane, pesce, agnello). “I quattro evangelisti saccheggiano i mattoni dell’Antico Testamento con il progetto di costruire il proprio Tempio chiamato Gesù”, conclude il filosofo francese. Questo, indipendentemente dal fatto che la figura del Cristo si basi su una persona davvero vissuta.



sabato 24 agosto 2024

MAESTRI DEL PENSIERO E DELLA PAROLA

 


 
Georg Popp
MAESTRI DEL PENSIERO E DELLA PAROLA
Fratelli Fabbri Editori
1961, cartonato
90 pagine

Tra i libri per ragazzi di una volta c’erano, oltre ai romanzi ritenuti adatti a loro (a volte anche equivocando), quelli edificanti o educativi destinati ad avvicinare i più giovani alle grandi figure o ai grandi fatti della storia. Le basi della mia personale  conoscenza della mitologica greca risalgono, per esempio, alla lettura fatta durante le elementari di “Storia delle storie del mondo” di Laura Orvieto, un libro scritto nel 1911 e ininterrottamente ristampato. La collana “I grandi personaggi del mondo” dei Fratelli Fabbri proponeva brevi biografie di esploratori (“Uomini alla scoperta della Terra”), scienziati (“Uomini al servizio della scienza”), musicisti (“Creatori di melodie eterne”), artisti (“Maestri dell’arte”). Ho recuperato su una bancarella “Maestri del pensiero e della parola”, tradotto dal tedesco e pubblicato in Italia nel 1961, attirato dal buono stato di conservazione e dalla nostalgia per quel tipo di produzione ben rilegata che veniva proposta ai nipoti dagli zii o dai nonni come regalo di Natale, compleanno, prima comunione e cresima. Ricordo che a me piaceva molto ricevere regali del genere, che preferivo ai calzini o alle maglie. Ad attirarmi ha contribuito anche la copertina di Alessandro Biffignandi (autore anche delle illustrazioni interne), che poi sarebbe diventato celebre anche per le cover del sexy pocket della Edifumetto di Renzo Barbieri. Di chi parla il libro? Di nove caposaldi della filosofia e della letteratura, a ciascuno dei quali viene dedicato un ritratto biografico (proposto in modo laico e tutto sommato corretto, pur se didascalico adatto a lettori giovanissimi) e un racconto che narra un particolare episodio della sua vita (in cui è evidente l’intento agiografico teso a suscitare ammirazione verso la figura di cui si parla). Si parte con Socrate, Platone e Aristotele, dei quali si compendia il pensiero filosofico in modo limitato ma accattivante, per passare poi a Dante Alighieri e, strano ma vero (visto che non è il primo nome che viene in mente), Giambattista Vico. Ci sono poi quattro scrittori stranieri, indicati all’italiana come Michele De Cervantes, Guglielmo Shakespeare, Giovanni Volfango Von Goethe, Giovanni Cristiano Andersen (anche in quest'ultimo caso ci si chiede il motivo della scelta). La lettura è divertente e briosa, alcuni aneddoti mi erano sconosciuti (come quello di Platone ridotto in schiavitù dal tiranno siracusano Dionigi), di altri viene da interrogarsi circa il perché si sia deciso di narrarlo (come la vicenda del cane di Aubry che Goethe non voleva far salire sul palcoscenico del teatro di Weimar). Del resto, però, qualcuno di voi si starà interrogando sul perché io abbia sentito il bisogno di scrivere questa recensione (così come io mi interrogo sul perché voi la stiate leggendo).


giovedì 22 settembre 2022

L’ARTE DI ESSERE FELICI



 

Arthur Schopenhauer
L’ARTE DI ESSERE FELICI
Adelphi
brossurato - 1997
116 pagine 
 
Un breve saggio di Franco Volpi informa, molto puntualmente, di come questo breve trattato di Schopenahuer, un prezioso livre de chevet che fa da pendant con "L’Arte di Ottenere Ragione", sia, a differenza di quello, un libro mai scritto. Anzi, compare per la prima volta in Italia, senza essere stato dato alle stampe neppure in Germania. Questo perché lo si è ricavato dagli appunti sparsi e dalle note che il filosofo aveva lasciato in vari suoi quaderni con la chiara intenzione di raggruppare poi le annotazioni e farne un breve trattato di “eudemonologia”, ovvero l’arte di comportarsi saggiamente allo scopo di condurre una esistenza felice. La definizione di “esistenza felice” la si ricava dalla massima n° 49 (in tutto, il libretto si divide in 50 massime): “un’esistenza che, considerata in termini puramente oggettivi – ovvero con una riflessione saggia e matura – sarebbe decisamente da preferirsi alla non-esistenza”.  Del resto, nella massima n° 22, Schopenahuer scrive che “il principio primo dell’eudemonologia è che questa stessa espressione è un eufemismo e che ‘vivere felici’ può significare solo vivere il meno infelici possibile, o, in breve, vivere passabilmente”. Nella massima n° 17, si legge: “la vita non ci è data per essere goduta, ma per essere sopportata”.
Giustamente, Franco Volpi annota quanto sia strano andare a lezione di felicità da un maestro del pessimismo come Schopnehauer. “A prima vista - scrive il Volpi – il suo radicale e disincantato pessimismo rende difficile persino associare la sua filosofia all’idea della felicità: essa gli appare una meta irraggiungibile per l’uomo e il termine stesso ‘felicità’, dal suo punto di vista è un eufemismo. Ciò non deve significare, però, deporre preventivamente le armi, cioè rinunciare a sfruttare le regole, gli espedienti e i criteri di prudenza che il nostro ingegno si suggerisce per contrastare le avversità di cui la vita abbonda”. 
L’ingegno, appunto: come nel caso dell’ "Arte di Ottenere Ragione", è questa la principale arma in dotazione di ogni individuo nella lotta contro il mondo. E del resto la massima n° 10 consiste in una citazione da Seneca: “Se vuoi assoggettare ogni cosa, assoggettati alla ragione”. La ragione suggerisce essenzialmente di limitare i castelli in aria, di almanaccare fantasie, di farsi illusioni. “Il giovane crede che il mondo sia fatto per essere goduto e sia un domicilio della felicità, la quale sfugge solo a coloro che non hanno l’abilità di cercarla; lo rafforzano in questa idea romanzi, poesie, e l’ipocrisia che il mondo continuamente e ovunque produce con la sua parvenza esterna” (massima n° 22).  “Il mezzo più sicuro per non diventare molto infelici consiste nel non chiedere di diventare molto felici” (massima n° 36). Le illusioni, per Schopenhauer, sono “alture da cui si può scendere solo cadendo” (massima n° 5). L’importante è convincersi subito, o il più presto possibile, che “il meglio che il mondo ci può offrire è un presente sopportabile, quieto e privo di dolore; se esso ci è dato sappiamo apprezzarlo, e si guardiamo bene dal guastarlo aspirando senza posa a gioie immaginarie o preoccupandoci con timore di un futuro sempre incerto che, per quanto lottiamo, rimane pur sempre, completamente nelle mani del destino” (massima n° 16). Da questo punto di vista, accontentandoci di quanto abbiamo e non coltivando aspettative che la vita difficilmente realizzerà, conviene godere dell’attimo presente senza vivere continuamente nella preoccupazione del futuro. “Coloro che, animati da una continua tensione, vivono solo nel futuro, guardano sempre avanti e corrono incontro con impazienza alle cose che sopraggiungono come alle sole che porteranno la vera felicità, lasciando intanto passare inosservato il presente senza goderne. Costoro vivono sempre solo ad interim fino alla morte. Per  non perdere la quiete di tutta la nostra vita badando a mali incerti e indeterminati, dobbiamo abituarci a considerare i primi come se non giungessero mai e i secondi come se non giungessero certo adesso” (massima n° 14). Del presente, dunque, conviene godere subito, se solo c’è da goderne. “Chi è sereno ha sempre motivo di esserlo, che è appunto il fatto di essere sereno. Niente quanto la serenità può sostituire sicuramente e in abbondanza ogni altro bene. Se si vuole giudicare la felicità di un individuo ricco, giovane, belle e onorato, ci si chieda se è anche sereno; viceversa, se è sereno, risulta indifferente se sia giovane o vecchio, povero o ricco: è felice. Dobbiamo quindi spalancare le porte alla serenità, in qualsiasi momento capiti, poiché non giunge mai inopportuna!”. Altrove il concetto viene ribadito: “Se si è sereni, non chiedere per giunta a se stessi l’autorizzazione a esserlo, stando lì a riflettere se si ha per davvero motivi di essere sereni da tutti i punti di vista” (massima n° 13).  La serenità si raggiunge anche non pensare più a quanto si è deciso dopo aver riflettuto sul da farsi, “tenendo chiuso il cassetto dei pensieri che lo riguardano e tranquillizzandosi con la convinzione che a suo tempo tutto è stato soppesato a dovere” (massima n° 7).  Guai a pensare troppo a quanto è già successo: “una volta che è capitata una sventura e non ci si può fare nulla, non concedersi nemmeno il pensiero che le cose avrebbero potuto andare diversamente” (massima n° 11).  Va coltivato, viceversa, il fatalismo: “ci si deve abituare a considerare ogni evento come necessario” (massima n° 39). Del resto, per mantenere la calma in tutte le avversità della vita bisogna considerare “il male presente come una parte minima di ciò che potrebbe capitargli” (massima n° 15), e dunque essere soddisfatti del fatto che per quanto le cose vadano male, potrebbero andare peggio. C’è, infatti, chi se la passa peggio di noi, ed è buona norma “osservare spesso quelli che stanno peggio di noi” (massima n° 27). Ed è fondamentale “evitare l’invidia” (massima n° 2). “Dobbiamo cercare di arrivare a guardare ciò che possediamo esattamente con gli stessi occhi con cui lo guarderemmo se ci fosse sottratto. Di qualunque cosa si tratti, beni, salute, amici, amata, moglie, figli, per lo più ne percepiamo il valore solo dopo averla perduta” (massima n° 25).  Nella massima n° 1 si legge: “Perché mai dovrebbe essere folle preoccuparsi sempre di godere il più possibile dell’unico, sicuro presente, se la vita intera altro non è che un frammento più grande di presente, e come tale assolutamente transeunte?”. Dunque, non farsi illusioni e godere di ciò che si ha: bisogna “limitare la propria cerchia, si offre così minor presa all’infelicità” (massima n° 8). E ancora: “la fonte del nostro scontento risiede nei nostri tentativi, continuamente rinnovantisi, per aumentare il termine costituito dalle pretese” (massima n° 4). Limitare le proprie pretese significa che “un uomo deve sapere ciò che vuole e sapere ciò che può. Una volta che siamo perfettamente consapevoli delle nostre forze e debolezze, non tenteremo neanche di dimostrare forze che non abbiamo, non giocheremo con la falsa moneta, perché tale ciurmeria finisce col fallire il suo scopo” (massima n° 3). In buona sostanza, occorre “fare di buon grado ciò che si può, e sopportare altrettanto di buon grado ciò che si deve” (massima n° 6). Per capire ciò che si può e ciò che si deve, serve “parlare il meno possibile con gli altri, moltissimo con sé stessi” (massima n° 12). In ogni caso, meglio “non manifestare grande giubilo o grande sofferenza riguardo ad alcun avvenimento” (massima n° 19), e non “lasciare trasparire l’ira o l’odio nelle parole o nelle espressioni del volto”. La massima n° 34 sottolinea come “è facile esagerare con i rimproveri contro se stessi. Il corso della nostra vita, infatti, non è opera nostra in termini così assoluti, ma è il prodotto di due fattori, vale a dire la serie degli eventi e quella delle nostre decisioni”. L’ultima massima, la cinquantesima, conclude: “la nostra felicità dipende da ciò che siamo, dalla nostra individualità, mentre per lo più si tiene conto del nostro destino e di ciò che abbiamo. Il destino può diventare migliore e la moderazione non pretende molto da esso, ma un babbeo rimane un babbeo e un ottuso gaglioffo e un ottuso gaglioffo per tutta l’eternità, fosse egli in paradiso circondato da uri. La personalità è la felicità più alta”.


giovedì 3 febbraio 2022

L'EDUCAZIONE SENTIMENTALE DI EUGENIO LICITRA

 

 


 
Francesco Recami
L'EDUCAZIONE SENTIMENTALE DI EUGENIO LICITRA
Sellerio
2021, brossurato
310 pagine, 16 euro


Francesco Ghidetti, recensendo "L'educazione sentimentale di Eugenio Licitra", su QN, scrive "Sto per proporvi un capolavoro". Non so se lo si possa definire tale, ma di sicuro è un romanzo divertentissimo, trascinante, entusiasmante come pochi altri. 
Francesco Recami (autore del ciclo, tra l’altro, della "Casa di ringhiera", con gialli ambientati ia Milano), è fiorentino (classe 1956) e ricostruisce una perfetta Firenze anni Settanta, dipinta nel bene e nel male. Per la precisione siano a cavallo tra il 1976 e il 1977, anni di contestazione e di politicizzazione, con la polverizzazione estrema in gruppi e gruppuscoli extraparlamentari in eterna rissa fra di loro all'interno della stessa sinistra. Recami ha facile gioco nel tracciarne un quadro esilarante, per quanto non ci siano dubbi (io c'ero) sul fatto che ironizzi su una realtà che davvero sussisteva. Il protagonista, il diciannovenne Eugenio Licitra, è un giovane siciliano (di Ragusa) che giunge a Firenze per studiare Filosofia (scoprendo tutti corsi incentrati sul marxismo): divide l'appartamento con altri tre studenti fuori sede, tutti abilmente caratterizzati. C'è l'innominabile D. (non è dato di sapere il suo vero nome), il più a sinistra di tutti, che odia quelli del PCI ritenuti troppo di destra, e che riempie la casa di compagni che espropriano proletariarmente le stanze degli altri (compagni pure loro, ma di fazioni diverse); c'è il Saggio, lo studente più anziano che vive nell'immondizia accumulata in anni di mancata pulizia; c'è Loris, romagnolo con la passione delle automobili, che cerca di trasformare la sua Seicento del '63 in una Abarth e perciò puzza perennemente di morchia. Eugenio è il più giovane, il più inesperto, il verginello del gruppo: si fa mille domande sulla filosofia che studia (Recami si fa beffe pure di Hegel, Heidegger, Wittgenstein e Cacciari), cerca di capire il soprasenso dei film che vede (con lui rivediamo "Il cacciatore" e "Il deserto dei tartari"), dei libri che legge ("La nausea") e delle canzoni che ascolta, ma soprattutto cerca di capire le donne, più complicate di ogni teoria filosofica. Il terzetto formato dal Saggio, Loris ed Eugenio (il perfido D. ne è escluso) diventa coeso e vive avventure picaresche da cui si viene inevitabilmente coinvolti. Come si segue ipnotizzati l' "educazione sentimentale" del giovane Licitra, sballottato da esperienze fallimentari, fino alla volta buona, ma senza lieto fine. Alla fine la morale è (secondo me) che la politica e la filosofia deludono, che i film e i libri vanno visti e letti senza cercare per forza il soprasenso, che le donne vanno prese per come sono, che le canzoni più belle sono quelle che cantiamo senza pensieri.

mercoledì 7 luglio 2021

TEMPO

 



 

Guido Tonelli
TEMPO
Feltrinelli
brossurato, 2021
196 pagine, 17 euro


Di Guido Tonelli, fisico del Cern di Ginevra, uno degli scienziati che ha scoperto il bosone di Higgs, ci eravamo già occupati a proposito del suo saggio, davvero entusiasmante, dedicato all'0origine dell'Universo: https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../genesi.html
Rispetti a quel libro, Tonelli, con questo ulteriore testo, non aggiunge poi molto, anche se si concentra sul Tempo, uno dei misteri della vita così come della fisica. Per approfondire l'argomento, lo scienziato fornisce (di nuovo, per chi abbia letto "Genesi") le informazioni di base sulla meccanica quantistica, argomento affascinante ma che porta a contraddire tutto ciò che l'esperienza quotidiana ci insegna. Tuttavia, per quanto assurde possano sembrare, le leggi che regolano i quanti (le particelle più piccole, e in buona parte inafferrabili, che compongono la materia) funzionano e sono alla base di gran parte della nostra tecnologia, anche se non riusciamo a capire come sia possibile un fenomeno, per fare un esempio, come quello dell'entanglement, o come possano dei corpuscoli comportarsi come onde. Tra i misteri della fisica quantistica c'è quello del tempo, che forma un tutt'uno con lo spazio nella concezione dello spazio-tempo einsteniano. Il tempo nasce con il big bang (come lo spazio) ma è relativo: non ha nessun senso dire "adesso" e pensare che esista un "adesso" in tutto il cosmo, dato che si riferisce sempre a un osservatore. Molte equazioni riguardanti i fenomeni quantistici sembrano funzionare lo stesso senza il fattore tempo, ma allo stessi tempo pare essere l'entropia, la tendenza al disordine connaturata con la natura delle cose, a dare al tempo una direzione che si direbbe non modificabile. Troppi se e troppi ma? Tonelli stesso confessa, alla fine, che la faccenda non è affatto chiara: ci sono decine di ipotesi sul tappeto (la teoria delle stringhe, per esempio) che soltanto il tempo (scusate il gioco di parole) ci permetterà di verificare sperimentalmente.

domenica 27 giugno 2021

INFERNO E PARADISO

 

 
 
 
Bart D. Ehrman
INFERNO E PARADISO
Carocci
brossurato, 2020
290 pagine, 23 euro


Per cultura e tradizione siamo abituati a ragionare dell'aldilà, almeno chi ci crede, in termini di inferno e paradiso (magari anche di purgatorio). Cioè in quelli di un premio e di una punizione eterni, per colpe limitate nel tempo, dopo un giudizio (per carità, giusto e indiscutibile) davanti al tribunale divino. Santi, teologi e poeti si sono sbizzarriti nel prevedere le più terribili pene (stranamente, corporali) per le anime (invece spirituali) che vengano dannate, anche se sono molto più vaghe le previsioni, almeno in campo cristiano (a noi non spettano le vergini promesse ad altri), rispetto alla beatitudine paradisiaca. Ci si potrebbe però chiedere se il concetto della punizione eterna post mortem, o quello della resurrezione dei corpi dopo il Giudizio Universale, o quello del purgatorio per i credenti meno meritevoli (sarebbe ingiusto infatti un premio uguale per tutti, se ci sono quelli più freddi), facciano parte da sempre delle convinzioni dell'umanità, se si siano imposti a partire da un certo momento, se si tratti di dogmi immutabili o se abbiano subito evoluzioni. Bart D. Ehrman, che insegna presso l'Università della North Carolina ed è un esperto di studi biblici (di lui ci siano occupati anche di recedente, quando ho recensito un suo saggio sull'Antico Testamento), traccia una sorprendente "storia dell'Aldilà" (come recita il sottotitolo). La sorpresa nasce dal fatto che, contrariamente a quanto si può immaginare, "nella Bibbia ebraica non è possibile identificare le nozioni di inferno e paradiso, non troviamo alcun giudizio né punizione per i peccatori, né alcuna ricompensa per i giusti". Cito fra virgolette una frase di Alan Segal, studioso dell'ebraismo, a sua volta citato da Ehrman. Per gli antichi ebrei il regno dei morti era un regno di vaghe ombre, una zona del crepuscolo non dissimile da quella visitata da Ulisse nell'Odissea di Omero. Fino al libro di Daniele (uno dei più tardi) non si parla di resurrezione dei morti alla fine dei tempi. Ma la prospettiva è quella della eventuale "distruzione" dei malvagi, annientati da Dio, non puniti con una pena eterna. L'idea di un premio post mortem deriva dalla concezione dualistica dell'uomo (corpo e anima) tipico della filosofia di Platone, le cui idee erano giunte in Palestina in seguito all'ellenizzazione successiva alla conquista di Alessandro Magno. Le stesse idee che avevano ispirato a Virgilio, una diversa visione, rispetto ad Omero, vari secoli dopo l'Odissea, dell'aldilà visitato da Enea.
Anche le idee del Gesù storico (lasciando perdere quello leggendario, a cui vengono attribuite affermazioni sicuramente frutto di rielaborazioni fatte nei secoli successivi) non corrispondono alla visione di un aldilà di stampo, diciamo così, dantesco. Gesù era un profeta apocalittico (come altri predicatori suoi contemporanei) e prevedeva una fine del mondo molto vicina, con la quale sarebbero state distrutte le forze del male a cui si attribuivano il disordine e le ingiustizie del mondo, e si sarebbe instaurato un regno del bene. Con l'avvento di questo regno, i malvagi sarebbero stati distrutti, cessando di esistere. "Era questa certamente la visione del Gesù storico e dei suoi primi seguaci", scrive Ehrman, "essi non credevano che al momento della morte l'anima di un uomo andasse all'inferno o in paradiso. Al contrario, credevano che alla fine dei tempi - che sarebbe stata imminente - Dio avrebbe giudicato questo mondo, distrutto le forse del male e risuscitato i corpi, alcuni destinati a entrare in quell'utopia che è il regno di Dio qui sulla terra, altri a perire senza possibilità alcuna di ritorno". Neppure la predicazione di Paolo coincide con i dogmi stabiliti in seguito dalla Chiesa, dato che anche l'apostolo in un primo momento si trovò ad annunciare l'imminente fine del mondo e poi, visto che non arrivava, nella necessità di tranquillizzare i propri seguaci, attraverso le Lettere, sul destino di coloro che morivano prima che la fine fosse giunta, aggiustando il tiro e dovendo a ogni piè sospinto risolvere i legittimi dubbi che continuamente si sollevavano, soprattutto sulla questione della resurrezione della carne, destinata ad attraversare i secoli e a dividere i teologi (segno che la faccenda non era molto chiara nelle Scritture). Anche nell'Apocalisse non si parla di punizione eterna ma di sconfitta (e distruzione) dei malvagi, che vengono annientati una volta per tutte. Tutta l'impalcatura delle credenze riguardanti inferno, purgatorio e paradiso è stata costruita a tavolino, nei secoli successivi, dai padri della Chiesa. Fra essi, ci sono stati a lungo pareri discordanti, di tutti Ehrman dà conto e ragione (così come si citano i miti e le credenze di altre religioni, i cui influssi hanno orientato certe riflessioni cristiane). Si esaminano in dettaglio scritti come gli atti di Tecla, il Vangelo di Tommaso, la Passione di Perpetua e Felicita così come tante castabasi (discesa negli inferi) raccontate ancor prima di Dante (che non inventò certo per primo il tema del viaggio nel'Aldilà). Più che i dubbi crescevano, più la teologia cercava soluzioni, a volte anche astruse, tenendo conto anche del cambiamento dei tempi (diverse le concezioni al tempo dei martiri e delle persecuzioni, da quelle successive con il cristianesimo trionfante). Ci consoliamo con Origene di Alessandria (II secolo) che riteneva gli uomini destinati comunque tutti alla salvezza, dopo un periodo più o meno lungo di purificazione.

martedì 1 settembre 2020

MASSA




Jim Baggott
MASSA
Adelphi
2019, brossurato
290 pagine, 32 euro


Anche quelli che hanno fatto il classico come me, sanno che, negli atomi, la massa (ovvero, quella che in soldoni si potrebbe definire "la quantità di materia", per quanto la definizione sia tutt'altro che soddisfacente) è racchiusa quasi del tutto nei protoni e nei neutroni del nucleo, essendone gli elettroni, che vi orbitano attorno in una nuvola quantistica, quasi del tutto privi. Più protoni e neutroni ci sono, insomma, più un atomo è "pesante" nella tabella degli elementi di Mendeleev. Leggendo lo straordinario saggio di Baggott scopriamo, però, che protoni e neutroni sono costituiti da altre particelle elementari, e più precisamente dai quark u e d. Uno si aspetterebbe che sommando fra loro la massa di questi "mattoncini" si arrivi a ricavare la massa del protone e quella del neutrone. Niente affatto. La massa dei quark uniti insieme costituisce solo l'uno per cento del totale. C'è da rimanerne strabiliati. E dunque? Di che cosa è fatta la materia? Gli studi più recenti suggeriscono che la maggior parte della massa dei protoni e dei neutroni sia una conseguenza delle interazioni fra quark e gluoni (altre particelle che fungono da collante, o meglio sono ciò che i quark si scambiano interagendo fra loro). A loro volta la pur minima massa dei quark è dovuta all'interazione dei medesimi con il bosone di Higgs, la "particella di Dio" che tiene insieme l'Universo. Quindi, la massa praticamente non esiste, è una "qualità secondaria" delle particelle: non è qualcosa che le particelle hanno, è qualcosa che le particelle fanno. Quindi, siamo fatti di energia, letteralmente. Jim Baggott, con chiarezza esemplare, esamina come la scienza, a partire dai filosofi greci, è arrivata a questa conclusione. Che peraltro è in perfetta corrispondenza con l'equazione di Einstein secondo la quale E = mc al quadrato.

martedì 18 agosto 2020

E MARX TACQUE NEL GIARDINO DI DARWIN





Ilona Jerger
E MARX TACQUE NEL GIARDINO DI DARWIN
Neri Pozza
brossurato, 2018
240 pagine, 16.50 euro


Frutto di un lungo lavoro di documentazione, questo straordinario romanzo racconta di un incontro mai avvenuto: quello fra Charles Darwin e Carl Marx. Eppure i due realmente avrebbero potuto incrociarsi per strada, a Londra, dato che vissero a lungo a poche miglia di distanza l'uno dall'altro. Marx, infatti, si era rifugiato nella capitale britannica nel 1849, dopo aver abitato a Parigi e a Bruxelles, perseguitato dagli agenti prussiani che facevano di tutto per rendergli la vita difficile, e Darwin, dal canto suo si era trasferito a Downe, un borgo del contado londinese, nel 1842. A Londra tutti e due morirono a poca distanza di tempo l'uno dall'altro, il naturalista nel 1882 (è sepolto in Westminster), l'economista nel 1883 (è sepolto nel cimitero di Highgate). Precise testimonianze riferiscono di copie dei rispettivi libri nelle dimore dell'altro, e nella corrispondenza di entrambi ci sono copie di una lettera che accompagnava Das Kapital fatto giungere in regalo da Marx a Darwin, e della risposta di ringraziamento che Charles scrisse a Carl. La copia del "Capitale" ancora conservara (con dedica dell'autore) nella biblioteca di Downe, ancora oggi consultabile nella magione aperta al pubblico, rivela di essere intonsa da pagine 140 in poi, segno che Darwin non andò troppo avanti nella lettura. Piena di appunti e di sottolineature, invece la copia de "L'origine delle specie" appartenuta a Marx.Soltanto l'idea di mettere a confronto due personalità come il padre dell'evoluzionismo e il fondatore del comunismo, entrambi considerati filosofi in molti manuali di storia della filosofia, è interessante. Il modo con cui la naturalista tedesca Ilona Jerger ricostruisce l'immaginario incontro fra i due è garbato, rispettoso di entrambi e così vivido da farci sembrare di assistervi. Il romanzo, in verità, non ha una trama fatta di avvenimenti clamorosi e di colpi di scena. La scrittrice immagina un medico, il dottor Beckett, che li ha in cura entrambi. E poiché si tratta di persona colta e curiosa, parlando con l'uno dell'altro e viceversa, cerca di combinare una cena a cui possano partecipare tutti e due. Sia Marx che Darwin sono avanti con gli anni e in cattivo stato di salute. Impietosamente, la Jerger ci mostra aspetti disgustosi di certe loro patologie, con le quali eppure i due studiosi convivevano, come le pustole che ricoprivano il corpo di Carl o le flatulenze che tormentavano Charles. Allo stesso modo ci mostra i rispettivi caratteri: irruente quello del tedesco, uso a scatti di collera e al turpiloquio, assolutamente mite e del tutto dedito alla ricerca (al punto da sembrare quasi noioso) quello dell'inglese. Risulta chiaro come per Marx fosse indispensabile l'apporto catalizzatore di Engels, mecenate tedesco che cercava di far lavorare Carl al proseguo del "Capitale" dopo la pubblicazione del primo volume. Si scopre anche la relazione adulterina di Marx con la sua domestica, da cui ebbe un figlio illegittimo, e che le era devota come solo una donna innamorata può esserlo. Darwin invece allevava vermi, e faceva esperimenti per scrivere un ponderoso saggio su di loro, che sarebbe stato l'ultimo della sua vita, "La formazione della terra vegetale per l'azione dei lombrichi". Il dottor Beckett scopre che Marx considera Darwin un potentissimo alleato per le sue teorie: "Ha creato il fondamento scientifico per il materialismo e quindi il comunismo", dice. Marx invece è visto come il demonio incarnato dalla religiosissima moglie di Darwin, Emma, la quale cerca con ogni mezzo la conversione del marito, che si dice non ateo, ma agnostico. Tuttavia ritiene di non poter abbracciare una fede in cui non crede. Quanto al comunismo, Darwin ritiene sacrosanto lo sforzo per affrancare i poveri dallo stato di necessitò, e garantire a tutti i lavoratori dei diritti minimi e certi, però crede che questo scopo vada perseguito attraverso le riforme, e non già per mezzo di una rivoluzione. In natura, sostiene Darwin, ci sono cacciatori e prede, più forti e più deboli, e ci sono lotte e contrasti che creano un equilibrio, ma non c'è e non può esserci uguaglianza perché ogni individuo è diverso. I dialoghi brillantissimi fra Charles e Carl con il dottor Beckett, fra Darwin ed Emma, e poi fra lui e Marx sul confronto fra scienza e religione, fra politica e società, sono una delizia da leggere. Darwin era turbato dagli attacchi dei fondamentalisti cristiani contro di lui, che non aveva mai pensato di scrivere "L'origine delle specie" come un libro contro Dio, tuttavia al suo funerale, che si svolse in forma religiosa, ci furono proteste di atei che ritenevano Darwin un loro paladino. A queste intemperanze, subito sedate, il vescovo replica che chi scopre le leggi della natura non dimostra che Dio non esiste, ma casomai che si serve di quelle. Ilona Jerger immagina che anche Marx fosse presente a quelle esequie in Webminster.

domenica 3 marzo 2019

PANTA REI



Luciano De Crescenzo
PANTA REI
Mondadori
Prima edizione - Novembre 1994
cartonato con sovraccoperta - lire 25.000

Con questo volume Luciano De Crescenzo proseguiva, nel 1994, la sua personalissima  opera di divulgazione della filosofia greca, a cui la napoletanità lo fa sentire per indole particolarmente vicino.  Altri libri simili sarebbero seguiti, per molti anni, alcuni riusciti, altri meno, con puntate anche nella letteratura ellenica ("Nessuno" tratta dell' "Odissea") e nella filosofia latina (si è occupato, per esempio, di Seneca). Però, se nei precedenti volumi della "Storia della Filosofia Greca" l'impianto era più organico e la trattazione degli argomenti seguiva un gradevole filo logico, "Panta Rei" sembra un'accozzaglia disomogenea di capitoli dove tutto si mescola a tutto. Forse proprio in ragione dell'argomento: la teoria del "panta rei" di Eraclito, il filosofo si cui De Crescenzo punta la sua attenzione, noto non solo per la sua convinzione che tutta la realtà sia un divenire, ma anche che il mondo si basi essenzialmente sull'eterna lotta dei contrari e che il fuoco sia l'elemento ultimo delle cose. Chissà: De Crescenzo magari ha voluto che il suo libro su Eraclito fosse informe proprio per renderlo aderente alle tesi dell' "Oscuro" (questo l'aggettivo comunemente attribuito al filosofo); fatto sta che trasportare idealmente il pensatore greco nei nostri giorni, portarlo a mangiare spaghetti, poi metterlo a confronto con altri suoi colleghi in un talk-show di Maurizio Costanzo, usarlo per criticare Berlusconi, quindi mettersi a commentare senza troppo rigore i suoi frammenti (Eraclito non ci ha tramandato opere complete, ma solo massime sparse, per la maggior parte assai criptiche), sorte l'effetto di disturbare il lettore desideroso di ordine e chiarezza, e data l'opera (a distanza di venticinque anni si perdono i punti di riferimento). Non mancano, tuttavia, i pregi. De Crescenzo ha la penna felice e riesce sempre ad accattivarsi l'attenzione del suo pubblico. La sua interpretazione di frammenti apparsi indecifrabili per secoli ai più è spesso e volentieri molto gradevole e funzionale. Riuscire a parlare con tanta facilità di un pensatore enigmatico e ostico come Eraclito è senz'altro opera lodevole, ma secondo me tutto ciò avrebbe potuto essere meglio organizzato in un discorso che avesse un inizio e una fine, come appunto De Crescenzo aveva saputo fare in altre sue opere di divulgazione filosofica.

Una nota di merito va al capitolo iniziale, che vale da solo l'acquisto del volume: il "panta rei" di Eraclito viene applicato al tempo, che scorre e fa cambiare le cose attimo dopo attimo. L'autore trascrive spezzoni di frasi dette e sentite da quando era ragazzo fino ad oggi, in un gioco stordente e malinconico, metafora della vita.

venerdì 6 luglio 2018

IO E LEI



Edoardo Boncinelli
IO E LEI
Guanda
brossurato, 2017
192 pagine, 14 euro

Lui è Edoardo Boncinelli, classe 1941, genetista, uno dei più famosi e importanti biologi italiani, titolare di una rubrica fissa sul mensile "Le Scienze". Lei è la morte. "Io sono la mia coscienza", scrive lo scienziato, convinto pertanto che lui e la morte realmente non si incontreranno mai perché giungendo lei, lui se ne andrà. "Nella mia mente la morte non c'è, mentre c'è tanta, troppa vita. Questo non mi impedisce di meditarci sopra, anzi me lo facilita", dice Boncinelli. Ed eccolo dunque a proporci le sue riflessioni di uomo e di scienziato non credente: "Non ho mai creduto neppure un po', fin da quando mi ricordo, in n nessuna forma di religiosità. L'uomo si è costruito la religione immaginando l'esatto opposto della realtà, per compensarne i gravissimi difetti. Agli esordi della mia avventura intellettuale, il primo problema che mi venne in mente fu: perché mai Dio ci ha creati? La risposta del catechismo era, allora, che ci ha fatto per amore. Amore di che e di chi, per Lui che è l'Essere prefettissimo? Io Lo immaginavo superiore, onnisciente e onnipotente; non poteva avere quindi un di più o un di meno di amore. E poi chi lo autorizzava a pensare che le sue creature ne sarebbero state contente? Io certo non lo ero e comunque dubitavo che lo fossero anche altri, che infatti non facevano che lamentarsi. Che lo avesse fatto per bisogno di amore mi riusciva difficile da pensare. Come può aver bisogno di amore un ente perfetto e compiuto in se?". Altrettante perplessità suscitano in Boncinelli l'idea di onniscienza e onnipotenza (come può Dio voler fare una cosa e non farla nell'attimo stesso in cui la vuole e dunque volendo in un certo momento qualcosa che prima non voleva?) ma anche il concetto di Dio personale. Analizzando i propri dubbi, le riflessioni portano lo scienziato a scartare l'idea di una vita dopo la morte. Seguono poi pagine sulla definizione di vita dal punto di vista biologico (interessantissime quelle su gli esseri viventi che vivono lottando quotidianamente contro l'entropia a cui tende l'universo, "espellendo disordine" da se stessi, pompando "informazione"). Altrettanto interessanti le parti sulla spiegazione scientifica della morte: la natura è interessata unicamente a tenerci in vita, sani e robusti, fino all'età della riproduzione (dai 15 ai 30 anni), dopo non siamo programmati per resistere oltre. Se ci riusciamo, è tutto grasso che cola. Non mancano le riflessioni sull'etica, il comportamento e la morale. Boncinelli è convinto che il "comportarsi bene" non sia affatto conseguente alle regole dettate dalla religione. "Che merito ci sarebbe a comportarsi bene solamente per paura di una punizione di natura superiore? Anzi, se Dio non c'è ci corre l'obbligo di occuparci noi delle cose del mondo, come individui e come società. E' nella vita che si manifesta e si realizza la nostra idea della vita, e in niente altro".