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lunedì 28 luglio 2025

OTTO MONDI

 


Marco Tonarelli
OTTO MONDI
Melchisedek
2024, brossura
420 pagine, 24 euro

Pratese, classe 1972, Marco Tonarelli è un avvocato con la passione per la scrittura e “Otto mondi” è la sua opera prima. Cultore di filosofia, mitologia, esoterismo e delle tematiche misteriose in generale, ha riversato nel suo romanzo l’intero campo dei propri interessi e in ogni capitolo si fanno riferimenti a fatti storici, leggende e credenze, luoghi esistenti e continenti perduti, antichi ermetismi e scuole filosofiche, personaggi reali e sorprendenti incarnazioni di minacciose entità immaginarie - ameno, si spera che immaginarie lo siano, visto che il confine mito e realtà viene inteso come molto sottile. Confine che l’autore probabilmente sposta più indietro di quanto potremmo essere disposti a fare noi, ma non è necessario credere agli antichi astronauti o alle teorie (in verità molto affascinanti) di Graham Hancock per leggere un romanzo d’avventura alla Dan Brown. Tonarelli propone  più piani di interpretazione e ogni lettore può scegliere quello che gli è più congeniale. Volendo usare la chiave  di lettura dell’evoluzione spirituale, “Otto mondi” esplora temi profondi come la contrapposizione tra il trascendente e la realtà materiale, l'evoluzione della coscienza umana, il controllo occulto della società e la ricerca della verità nascosta dietro ai miti. La narrazione intreccia elementi di thriller, fantascienza e storia alternativa, suggerendo che molti monumenti antichi e tradizioni spirituali celino conoscenze tecnologiche e cosmologiche avanzate ereditate da civiltà extraterrestri. Il tutto mescolando archeologia megalitica e fantarcheologia, fantascienza e mitologia, new age ed esoterismo, la leggenda della linea di San Michele e la credenza nei flussi energetici sotterranei che attraversano la Terra,  l'alchimia e la numerologia (soprattutto legata al significato esoterico del numero otto), ma anche non banali riferimenti alla fisica quantistica. Un prezioso glossario finale fa da guida alla lettura. 
I punti di riferimento sono i già citati Dan Brown e Graham Hancock, ma se ne ritrovano altri in Martin Mystére (un personaggio a fumetti molto caro a Tonarelli), James Redfield (“La profezia di Celestino”) e Indiana Jones. “Otto mondi”, insomma, può essere inteso come romanzo iniziatico così come racconto d’avventura pieno di colpi di scena, lo è stile accessibile e scorrevole, adatto sia al lettore in cerca di evasione sia a quello più attento ai simbolismi, c’è una buona coerenza interna e una lodevole chiarezza nell’esposizione delle dottrine esoteriche. Alcuni passaggi esplicativi risultano didascalici, ma sono funzionali all’obiettivo divulgativo, l’intreccio ha un efficace equilibrio tra fiction e concetti sapienziali. L’autore dimostra passione e competenza, e trasmette al lettore il fascino della ricerca interiore e della conoscenza perduta. 
Il romanzo inizia con  il protagonista, il giovane avvocato Andrea Tusco, che ricorda l'infanzia legata al nonno Riccardo, il quale gli raccontava storie affascinanti su Ermete Trismegisto, il "Tre volte Grande”, introducendolo al principio ermetico "come in alto, così in basso". Questo ricordo diventa fondamentale quando, al compimento dei trent'anni, Andrea riceve una convocazione da un notaio che gli consegna un lascito del nonno: una lettera sigillata con ceralacca e un cofanetto di legno contenente una moneta d'oricalco. La lettera rivela verità sconvolgenti sulla famiglia Tusco e sulla Confraternita dei Figli di Thoth, un'organizzazione segreta nata ad Atlantide per preservare le antiche conoscenze e opporsi a una minacciosa razza che da millenni domina segretamente l'umanità. Da qui inizia una sarabanda di avventure che portano Andrea Tusco da Lucca a Torino, dal Cairo al Castel del Monte, castello non per caso di forma ottagonale, scelto come luogo simbolico carico di significato esoterico e geometrico. Al viaggio geografico, nello spazio, si alternano flashback, viaggi nel tempo, in cui si narrano avvenimenti avvenuti millenni o secoli prima del nostro presente. Infine, nel romanzo è presente un riferimento diretto a Gavinana, descritto come un luogo simbolico della memoria e delle radici legato alla storia familiare del protagonista. Si dà il caso che il piccolo borgo sulla Montagna Pistoiese sia anche il luogo dove sono nato anch’io e a pagina 58 mi si cita come buon amico di Andrea Tusco e si descrive la mia casa. Tuttavia, giuro, non è per questo che parlo bene del romanzo di Marco.


venerdì 21 giugno 2019

LO SPECCHIO DI DIO





Andreas Eschbach
LO SPECCHIO DI DIO
Fanucci
cartonato, 2010
496 pagine, 12.90 euro


Il titolo originale del romanzo è "Jesus Video" e, per quanto meno suggestivo di quello italiano, rende immediatamente il senso della trama. Durante degli scavi archeologici condotti dal professor Charles Wilford-Smith nei pressi di Gerusalemme, in una tomba intatta risalente al primo secolo dopo Cristo viene rinvenuto lo scheletro di un uomo che non soltanto ha una dentatura con otturazioni moderne, ma stringe fra le mani una custodia in plastica contenente il libretto di istruzioni di una videocamera. La casa produttrice, interpellata, rivela come si tratti di un modello non ancora in commercio, destinato a uscire soltanto dopo tre anni. Il finanziatore degli scavi, John Kaun, ritiene che lo scheletro appartenga a un viaggiatore temporale, partito dal nostro futuro e poi rimasto imprigionato nel passato. Chiunque abbia intrapreso quel viaggio senza ritorno portandosi dietro una telecamera non può averlo fatto che per un motivo: realizzare un video di Gesù, per poi far ritrovare il filmato a qualcuno nell'epoca di partenza. La telecamera deve essere stata nascosta in un luogo, probabilmente in Palestina, destinato a rimanere intatto per due millenni: ma quale? Questo il punto di partenza dell'avvincente romanzo del tedesco Andreas Eschbach (nato a Ulma nel 1959). Gli sviluppi sono in linea con le premesse: Kaun assolda uno staff per dare la caccia alla telecamera (e del gruppo fa parte persino uno scrittore di fantascienza, Peter Eisenhardt, chiamato a fare da consulente confidando nel contributo del suo "pensiero laterale") mentre si attiva per vendere la scoperta nientemeno che al Vaticano. Infatti, la Chiesa si preoccupa di intercettare il video ritenendo che qualsiasi cosa mostri sia dannosa per la fede. Conscio del fatto che pertanto il filmato sarebbe stato distrutto, se ritrovato, il giovane archeologo Stephen Foxx (a cui si deve, materialmente, il ritrovamento dello scheletro) si convince di dover battere Kaun sul tempo, arrivando prima di lui alla videocamera. Oltre all'intreccio avventuroso, misterioso e fantarcheologico, "Lo specchio di Dio" propone, nel corso della narrazione e nel sorprendente finale, molte riflessioni sui viaggi nel tempo, la religione, la fede, la figura del Cristo. La lettura è consigliata.

lunedì 29 gennaio 2018

IL MISTERO DEL SACRO GRAAL



Graham Hancock
IL MISTERO DEL SACRO GRAAL
Piemme
Tredicesima edizione 1996
cartonato - 590  pagine -  lire 45000

Il vero mistero di questo libro è il titolo italiano (non quello originale, "The Sign and the Seal", che é corretto): cioè, del Sacro Graal proprio non si parla. Ovvero, se ne accenna di sfuggita alludendo alla possibilità che sia identificabile con l'Arca dell'Alleanza. Ed è proprio quest'ultima l'oggetto pressoché esclusivo degli interessi dell'autore, e solo di quella in pratica si parla in questo affascinante saggio del 1992. Ora, la cosiddetta "fantarcheologia" di solito viene guardata con ironia se non sbeffeggiata, e a ragione, dagli studiosi che si basano su metodi scientifici. Non si può tuttavia negare come, in certi casi, la divulgazione presso il grande pubblico dei temi legati agli enigmi della storia delle antiche civiltà sia condotta con perizia didascalica da alcuni autori che dimostrano anche di conoscere abbastanza bene la materia che maneggiano, anche se lo fanno in modo non ortodosso.    Solitamente, le ricostruzioni di certi saggisti che si cimentano nelle indagini sui grandi misteri della storia sono accettabili finché si tracciano i contorni del problema, poi diventano insostenibili al momento di fornire una spiegazione o tirare le somme. Graham Hancock fa la cronistoria di una caccia durata diversi anni seguendo le tracce dell'Arca perduta, fino a una soluzione data per certa, con l'indicazione esatta del luogo dove si trova adesso, anche se poi, materialmente, lui non l'ha vista. L'autore sa accattivarsi l'interesse del lettore e offre continuamente prove di credibilità citando fonti precise e documentando fino alla minuzia ogni sua affermazione; inoltre dimostra una notevole cultura e conoscenza di testi; personaggi, luoghi. Non si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un ciarlatano, anzi, si vorrebbe che molti scritti di storici o divulgatori paludati e acclamati portassero così tanti riscontri quanto lui e visitassero i luoghi di cui parlano conducendo le loro indagini.  Tanto sforzo documentativo non infogna il testo nella cloaca della pedanteria o della noia, al contrario lo stile è brillante come quello di una inchiesta giornalistica e seguire lo svolgimento delle argomentazioni capitolo dopo capitolo è divertente come partecipare a una caccia al tesoro. Il lettore, dopo oltre 500 pagine di suggestiva ricostruzione un percorso, può perfino arrivare a credere che le ipotesi di Hancock siano da prendere un considerazione. Ci si chiede anzi perché gli storici e gli archeologi  non si affrettino a dargli conferma oppure a smentirlo. In fondo dovrebbe essere facile andare là dove viene indicato e vedere se l'Arca c'è o non c'è, visto che Hanckock non ha potuto vederla solo perché si è trovato di fronte all'insormontabile veto di Gebra Mikail, il monaco etiopico che ne é il custode. Quel che ad Hancock è stato vietato perché privato cittadino, sarà pure consentito a uno stuolo di scienziati muniti di tutte le necessarie autorizzazioni. La tesi dell'autore è che l'Arca sia stata portata via da Tempio di Gerusalemme in un periodo in cui, dopo il regno di Salomone, i re del popolo di Israele non furono altrettanto saggi e illuminati, e uno in particolare incoraggiò addirittura il culto degli idoli. I sacerdoti la nascosero altrove, per la precisione in Egitto, sull'isola Elefantina posta nel Nilo, dove effettivamente ci sono i resti di un tempio ebraico. Nel frattempo in Israele le cose peggiorarono e ci furono invasioni e deportazioni ripetute, i secoli passarono e l'Arca non fu più riportata. Anzi, fu trasferita in Etiopia, dove esisteva (ed esiste tutt'oggi) una comunità ebraica locale, detta dei falasha. E nella città di Axum, in un monastero chiuso al mondo e dimenticato da tutti, ancora oggi si conserva l'oggetto più misterioso della storia.  Dove Hancock è meno credibile, anche se il suo racconto non è privo di suggestione, è quando parla di quello che potrebbe essere effettivamente l'Arca, e dell'origine dei suoi poteri. La Bibbia è piena di testimonianze di come l'Arca potesse portare la morte se maneggiata incautamente, ed emettere fuoco  radiazioni mortali a danno di chi, anche con buone intenzioni, gli si avvicinasse senza precauzioni. Hancock fa risalire questi poteri alla tecnologia atlantidea, e collega la figura di Mosé, "salvato dalle acque", a quella degli scienziati di Atlantide scampati all'inabissamento della loro terra. Insomma, si va a cadere nel terreno della fantarcheologia, quella secondo la quale le stesse piramidi non possono essere frutto delle conoscenze scientifiche degli antichi egiziani e che ci devono essere state influenze da parte di una scienza più avanzata. E questo è appunto l'argento di successivi libri di Hancock, come "Impronte degli dei".