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martedì 31 gennaio 2023

SE UNA NOTTE D’INVERNO UN VIAGGIATORE

 
 

 
 
 
Italo Calvino
SE UNA NOTTE D’INVERNO UN VIAGGIATORE
Mondadori
Brossurato, 2021
266 pagine, 14 euro


Azzeccata la foto che fa da copertina dell’edizione negli Oscar Moderni di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino (1923-1985): una porta aperta su una stanza dove se ne apre un’altra su una seconda stanza e così via in una fuga apparentemente infinita. Infatti, il romanzo è un continuo trasferirsi, da parte del lettore che segue lo scrittore, in un susseguirsi di racconti incompiuti alla ricerca dei finali mancanti. E’ lo stesso Calvino, in una conferenza tenuta a Buenos Aires nel 1984 (un cui estratto è pubblicato nel corredo critico introduttivo) a spiegare nel modo migliore il senso della sua opera: “E’ un romanzo sul piacere di leggere romanzi; protagonista è il Lettore, che per dieci volte comincia a leggere un libro che per vicissitudini estranee alla sua volontà non riesce a finire. Ho dovuto dunque scrivere l’inizio di dieci romanzi di autori immaginari, tutti in qualche modo diversi da me e diversi tra loro: un romanzo tutto sospetti e sensazioni confuse; uno tutto sensazioni corpose e sanguigne; uno introspettivo e simbolico; uno rivoluzionario esistenziale; uno cinico-brutale; uno di manie ossessive; uno logico e geometrico; uno erotico-perverso; uno tellurico-primordiale; uno apocalittico-allegorico. Più che identificarmi con l’autore di ognuno dei dieci romanzi, ho cercato di identificarmi con il lettore: rappresentare il piacere della lettura d’un dato genere, più che il testo vero e proprio. Pure in qualche momento mi sono sentito attraversato dall’energia creativa di questi dieci autori inesistenti. Ma soprattutto ho cercato di dare evidenza al fatto che ogni libro nasce in presenza d’altri libri, in rapporto e confronto ad altri libri”. Per quanto tutti e dieci gli “inizi di romanzo” siano godibili di per se stessi (e peccato non continuino) e formino, con i loro titoli letti di seguito, un altro incipit, è la cornice narrativa che li contiene e li giustifica a essere la parte migliore dell’opera. Le trovate grazie alle quali il Lettore (l’anonimo protagonista) si trova di fronte uno dopo l’altro dieci libri che si interrompono dopo poche decine di pagine sono geniali, o comunque degne di Calvino, il quale è protagonista a sua volta dato che, in qualità di Autore, si rivolge direttamente a chi lo sta leggendo, commentando con lui quanto viene letto. C’è però anche una Lettrice, che invece ha un nome Ludmilla (e una sorella, Lotaria), una donna che ogni Lettore vorrebbe avere come compagna. Così scrive l’autore rivolgendosi alla Lettrice: “Questo libro è stato attento finora a lasciare aperta al Lettore che legge la possibilità d’identificarsi col Lettore che è letto: per questo non gli è stato dato un nome che l’avrebbe automaticamente equiparato a una Terza Persona (mentre a te, in quanto Terza Persona, è stato necessario attribuire un nome, Ludmilla) e lo si è mantenuto nell’astratta condizione dei pronomi, disponibile per ogni attributo e ogni azione. Vediamo se di te, lettrice, il libro riesce a tracciare un vero ritratto, partendo dalla cornice per stringerti da ogni lato e stabilire i contorni della tua figura. Sei apparsa per la prima volta al Lettore in una libreria, hai preso forma staccandoti da una parete di scaffali, come se la quantità di libri rendesse necessaria la presenza di una Lettrice. La tua casa, essendo il luogo in cui tu leggi, può dirci qual è il posto che i libri hanno nella tua vita, se sono una difesa che tu metti avanti per tener lontano il mondo di fuori, un sogno in cui sprofondi come in una droga, oppure se sono dei ponti che getti verso il fuori, verso il mondo che t’interessa tanto da volerne moltiplicare e dilatare le dimensioni attraverso i libri”. In altre pagine del romanzo Calvino descrive le tipologie dei lettori e quelle del libri: libri che non hai letto, libri che puoi fare a meno di leggere, libri fatti per altri usi che la lettura, libri già letti prima ancora d’essere stati scritti, libri che prima ne dovresti leggere degli altri, libri troppo cari che potresti aspettare a comprarli quando saranno rivenduti a metà prezzo, e così via. Come si vede, “Se una notte d’inverno un viaggiatore” è una sorta di hellzapoppin, o di festa happening, in cui però l’apparente caos e la presunta trasgressione delle regola, perfino i toni più umoristici e grotteschi, corrispondono a una struttura geometricamente costruita, a un gioco intellettuale dove niente capita per caso. Gioco intellettuale che fa pensare agli “Esercizi di stile” di Raymond Queneau (di Queneau, Calvino tradusse il quasi intraducibile “I fiori blu”), dove un episodio assolutamente insignificante della vita quotidiana viene raccontato per 99 volte con altrettanti stili letterari diversi. L’edizione Oscar propone, alla fine del romanzo, una interessante postfazione di Giovanni Raboni.

lunedì 24 dicembre 2018

UN DELITTO, UN MISTERO, UN MATRIMONIO





Mark Twain
UN DELITTO, UN MISTERO, UN MATRIMONIO
Rizzoli
Prima edizione gennaio 2002
Traduzione di Mariarosa Bricchi
cartonato – 110  pagine – 10 euro

“Un caso letterario mondiale: dopo 125 anni ricompare un manoscritto dimenticato di Mark Twain”: così in quarta di copertina. La postfazione di Boy Blount Jr, che occupa metà del volume (iniziando, infatti, a pagina 57), spiega il retroscena: “Nel 1876, quando lo scrittore aveva quarant’anni, Mark Twain concepì un progetto, in collaborazione con l’ ‘Atlantic Monthly’, che rimase irrealizzato fino al 2001”. Grossomodo, il progetto era quello di invitare dieci grandi scrittori dell’epoca a sviluppare, ciascuno alla propria maniera e con il proprio stile, la traccia proposta dallo stesso Twain. Traccia che costituisce il romanzo salvato dall’oblio dopo oltre cento anni, visto che, per vari motivi, dell’idea dello scrittore non se ne fece di niente e il manoscritto con la traccia rimase inedito. La postfazione ricostruisce per filo e per segno tutti i particolari, dalla genesi al naufragio del progetto, inserendo ogni cosa nel contesto della movimentata vita di Mark Twain, ma per restare al romanzo in quanto tale si tratta di ben poca cosa, trattandosi appunto di qualcosa da sviluppare. Ciò che colpisce è il bizzarro finale di una vicenducola che potrebbe essere semplicemente un giallo, con venature rosa. In uno sperduto villaggio del Missouri chiamato Deer Liek, un contadino piuttosto spiantato di nome John  Gray ha una figlia di nome Mary innamorata di un certo Hugh Gregory. John ha però un fratello più vecchio, Dave, che, diversamente da lui, ha fatto fortuna. Dave Gray ha fatto testamento, lasciando tutti i suoi soldi alla giovane Mary. Solo che Dave odia mortalmente tutti i Gregory, e se dovesse venire a sapere che Mary sposerà un rampollo di quella famiglia, cambierebbe immediatamente il testamento per impedire che i suoi beni finiscano proprio nelle mani di uno dei suoi nemici. John Gray chiede quindi a Mary di troncare la sua relazione con Hugh prima che Dave cambi il testamento. Intanto, uno strano personaggio è arrivato a Deer Liek: è uno straniero dall’accento francese, ritrovato svenuto sulla neve come se fosse piovuto dal cielo, e che non sa dare spiegazioni su di sé avendo perso la memoria: finisce per farsi chiamare conte di Fontainebleau.
Da qui in poi, occhio allo spoiler perché vi racconto tutto, ma proprio tutto (secondo me non è la soluzione del giallo che segue la cosa importante, ma il divertimento dato dal meccanismo e da tutta l'operazione tentata da Twain).
Dave scopre la tresca fra Hugh e Mary, continuata nonostante John, e salta su tutte le furie. Correrebbe dal notaio a cambiare il suo testamento, se qualcuno non lo uccidesse prima. E purtroppo non sembrano esserci dubbi: tutti gli indizi portano verso il giovane Gregory, che viene arrestato e condannato a morte. Il conte di Fontainebleau, grande amico di Mary, prima consola la povera ragazza, poi si offre come marito. La fanciulla, disperata, accetta: ha bisogno di qualcuno a cui aggrapparsi. Ma ecco che, proprio il giorno delle nozze, si scopre la verità: Hugh è innocente! Dave è stato ucciso dal conte, che voleva sposare Mary eliminando il principale rivale proprio grazie all’accusa di omicidio fatta ricadere su di lui, ottenendo nel contempo l’eredità del morto attraverso la moglie. Il conte confessa, e svela anche i retroscena del suo arrivo a Deer Liek: è caduto sulla neve da una mongolfiera, su cui era salito con Jules Verne, essendo da questi sfruttato come “sperimentatore” dei “Viaggi Straordinari” oggetto dei suoi libri. A parte il ricorso a Verne, peraltro il chiave di ostile presa in giro (pare evidente l’insofferenza di Mark Twain verso lo scrittore francese), il racconto è dunque un giallo.  Il finale grottesco pare incongruo. Il resto, benché limitato a essere traccia, è godibile (senza dubbio più di molti romanzi di autorucoli che pure li hanno portati a termine).

lunedì 25 luglio 2016

IL CODICE DA VINCI




IL CODICE DA VINCI
di Dan Brown
Mondadori
Edizione Speciale Illustrata
2005
Traduzione di Riccardo Valla
cartonato - 460 pagine

Nei ringraziamenti finaliDan Brown menziona per primo il suo editor, Jason Kaufman, il quale avrebbe “sinceramente capito il vero significato di questo libro”.  C’è dunque da chiedersi quale sia, questo significato. Secondo me, la “chiave di volta”, se ce n’è una ed è quella che serve per capire, è da rintracciarsi nel penultimo capitolo del romanzo, allorché Marie Chauvel spiega a Robert Langdon come la vera storia del Graal (quella ipotizzata dal racconto che si avvia a conclusione, e cioè legata alla metafora del “calice” femminile, in fondo l’ “urna molle e segreta” cantata anche dal Pascoli nel “Gelsomino notturno”) sia stata raccontata per secoli “dall’arte, dalla musica, dai libri, sempre di più, giorno dopo giorno”. E poiché anche Robert sta lavorando a un saggio sul femminino sacro, la donna lo esorta: “Lo pubblichi, signor Langdon. Canti la canzone alla dea. Il mondo ha bisogno di moderni trovatori”. Ecco, quindi, che cos’è “Il codice da Vinci”: una canzone alla dea. 
Stupisce, perciò, il livore degli ambienti clericali più integralisti riguardo a un romanzo tutto sommato abbastanza moderato, nel senso che volendo stupire con effetti speciali si potevano inventare versioni alternative della vita di Gesù assai più clamorose e spettacolari. Nulla, nelle ipotesi sostenute dai personaggi, contrasta contro la fede in Dio, né si mette in dubbio la grandezza di Cristo, e perfino i cattivi del racconto, alla fine, non sono riconducibili al Vaticano. Anzi, il “colpevole”, Leigh Teabing, è un nemico giurato della Chiesa di Roma. Personalmente, non sono affatto turbato dall’idea che Gesù possa aver avuto dei fratelli e una moglie (io non mi pronuncio sulla faccenda, ma so di biblisti che ne sono convinti). Non capisco in che modo l’idea di un “figlio di Dio” che si fa uomo possa essere messa in crisi dal fatto che l’accettazione dell’umanità sia portata fino al punto di sposare una donna, o generare una prole, come se questo possa rappresentare un male. Dunque, non vedo nella teoria di un ipotetico matrimonio di nostro Signore nulla che possa far dubitare della sua divinità o mettere in discussione i suoi insegnamenti. Quindi, la congettura è di per sé innocua o, a voler essere proprio drastici, non particolarmente dannosa. Mi chiedo perché non disturbino di più i romanzi e i film sull’Anticristo e sugli esorcisti. Dan Brown, in fondo, parla di amore e di eterno femminino. A me, per assurdo, non interessa particolarmente quel che Brown pensa realmente a proposito del Graal: non è uno scienziato. A me interessa, come lettore di un suo romanzo, quel che partorisce la sua fantasia. Ai mei occhi, fa testo solo il suo racconto, e fa testo solo in quanto fabula.
Infatti, la questione è di lana caprina perché stiamo parlando non delle tesi più o meno eretiche di un teologo, o del saggio di uno storico o comunque di un testo accademico. Forse i detrattori non hanno ben capito che si tratta di un romanzo. Cioè, di fiction. A parlare, e talvolta a citare passi di presunti documenti, sono dei personaggi di fantasia che, come tali, possono inventarsi quello che vogliono. Non mi è parso di scorgere, nelle pagine di Dan Brown, alcuna pretesa di farsi portavoce di qualche presunta verità: l’intento è soltanto quello del romanziere che cerca di accattivarsi la curiosità del lettore, di avvincerlo, di meravigliarlo e stupirlo come il prestigiatore che fa uscire un coniglio dal cilindro. Chi volesse approfondire, insomma, dovrebbe farlo altrove, e non vedo come si possa imputare a un autore ciò che i protagonisti di un suo racconto vanno sproloquiando. Altrimenti, sarebbe come se si rimproverassero a Cervantes i discorsi astrusi di Don Chisciotte  o se qualche scienziato rinfacciasse ad Asimov i balzi nell’iperspazio o le Tre Leggi della robotica. E immagino che la fantasia non manchi neppure in molte biografie dei santi dei tempi che furono, come quelli dove si racconta di Santa Brigida che cambiava l’acqua in birra.
Per di più, i personaggi del Codice da Vinci si limitano a riportare tesi già note, finendo per fornire, sì, interpretazioni suggestive di fatti e opere d’arte ma senza nessuna pretesa di documentare alcunché.Alla base del libro c’è, infatti. un saggio di Richard Leigh, Michael Baigent ed Henry Lincoln, The Holy Blood e The Holy Grail (1982), noto in Italia come Il santo Graal (ovviamente, me lo sono procurato)Non a caso, l’anagramma di Teabing è proprio Baigent, e il nome del cattivo, Leigh, richiama il cognome di un altro degli autori. Dunque, se c’è qualcuno con cui prendersela sono proprio gli autori del volume da cui Brown ha preso ispirazione. Ma, del resto, le leggende su Maria Maddalena non le hanno inventate neppure loro. Dunque, davvero non si capiscono gli anatemi. Eppure, il best seller di Dan Brown ha scatenato tutta una infervorata letteratura a smentita, come se si trattasse di un saggio scientifico e non si è avuta una analoga mobilitazione contro Il santo Graal. Mah.

Ai miei occhi, la cosa più incredibile del romanzo è il fatto che la maggior parte degli eventi si svolga nel corso di una notte. Un po’ come accade a Principe Miskin all’inizio dell’Idiota di Dostojevsky, insomma, che in un giorno riesce a fare tante di quelle cose da riempire una settimana. Suona un po’ strano anche il fatto che il vecchio Sauniere, curatore del Louvre, riesca in mezz’ora, prima di morire, ad architettare un così complicato gioco enigmistico perché la nipote, l’esperta in linguaggio cifrati Sophie Neveu. A parte ciò, pur nei limiti di una scrittura senza pretese e non trascendentale, il romanzo è avvincente e affascinante. Cosa non trascurabile, propone un giallo ben architettato, con un colpevole imprevedibile (un alleato di Langdon e Sophie che sembra braccato al pari loro da un misterioso “Maestro” – che pare inviato contro di loro dal Vaticano, mentre così non è), un killer inquietante (un gigantesco monaco albino, Silas), e un potenziale cattivo, su cui cadono inizialmente tutti i sospetti, che poi si rivela innocente (il poliziotto “papista” Fache, della polizia di Parigi). Il protagonista, Langdon, è poi un tipo interessante e si merita un ritorno sulle scene (dopo essere giunto alla sua seconda apparizione proprio con questo romanzo).
Ma sarebbe ingiusto, oltre che sbagliato, parlare del Codice da Vinci soltanto come di un thriller. E’ evidente che, dato l’argomento si cui si indaga,  ci sia di più. Personalmente ho trovato poetica e accattivante la lettura (pur di stampo romanzesco) della figura di Cristo che viene proposta: quasi dispiace che non corrisponda del tutto a quella del catechismo. Ma non solo. Tutta la storia dell’umanità, molti miti, una infinità di simboli, centinaia di opere d’arte e decine di personaggi storici finiscono per essere interpretati alla luce del “femminino sacro”, che rimanda alle società matriarcali della preistoria e alla “magia” del sesso (l’orgasmo come ponte di accesso verso la divinità) e della vita (atto creatore della donna). Il Graal dunque non sarebbe una coppa, che del resto è un simbolo femminile, ma sarebbero Maria Maddalena e la sua discendenza. A lei, Dan Brown ha cantato la sua canzone da moderno trovatore. Il che mi pare bello. 


L’edizione illustrata della Mondatori che io ho letto,  arricchisce ogni passaggio del romanzo con puntali riferimenti iconografici, così efficaci che mi chiedo come possano aver compreso i lettori del romanzo le tante spiegazioni fornite nel testo senza il supporto delle immagini, non presenti nelle altre edizioni.

venerdì 12 febbraio 2016

I QUADERNI SEGRETI DI AGATHA CHRISTIE






John Curran
I QUADERNI SEGRETI  DI AGATHA CHRISTIE
Oscar Mondadori
2010, brossurato
400 pagine, 13 euro

Una decina di anni fa sono stati ritrovati, in una scatolone nella casa della scrittrice, 73 quaderni contenente frettolosi appunti scritti a mano dalla Christie nel corso di oltre cinquant'anni. Della loro esistenza si sapeva perché la giallista ne aveva parlato nella sua autobiografia, raccontando di averli usati fin dai tempi del primo romanzo per prendere nota delle sue idee, ma di avere anche il difetto di perderli continuamente. Li perdeva e li ritrovava, visto che ogni quaderno contiene appunti riferibili a libri diversi e di epoche diverse, in un calderone inestricabile di scarabocchi di ogni tipo, dall'elenco per i regali di natale ai tentativi di risolvere delle parole incrociate. John Curran, un christologo di prim'ordine, si è preso la briga di decifrare uno per uno tutti i quaderni, convincendosi che sono pochi quelli ad essere stati definitivamente smarriti e assemblando gli appunti sparsi in capitoli riferibili a un periodo o a un romanzo preciso, e commentando ogni annotazione con acume e perspicacia, in modo da svelare in modo brillante il modo di lavorare di lady Agatha. Vedere come la scrittrice ragionava sulle sue trame e cercava di trovare il modo giusto per ingannare i suoi lettori è elettrizzante. Si fanno anche delle scoperte interessanti: per esempio, i personaggi di "Dieci piccoli indiani" all'inizio dovevano essere dodici, "Poirot sul Nilo" avrebbe dovuto essere un romanzo di Miss Marple, il finale di "C'era una volta" originariamente era diverso, per quello di "E' un problema" erano state valutate più soluzioni, e via dicendo. Su Agatha Christie io ho scritto un fumetto, illustrato da James Hogg, pubblicato su "Il giornale dei misteri": ma ogni mio "giallo" zagoriano è costruito secondo gli schemi della magistrale Agatha. Questo libro, è consigliato a tutti coloro che, come me, la adorano.

giovedì 7 gennaio 2016

L'ASSASSINIO DI RUE SAINT-ROCHE



L'ASSASSINIO DI RUE SAINT-ROCHE
di Alexandre Dumas
a cura di Ugo Cundari
Dalai Editore
120 pagine
2012, 12.90 euro

"E se non fosse stato Edgar Allan Poe a scrivere 'I delitti della Rue Morgue'?", domanda perfidamente una frase in quarta di copertina. E in questo dubbio sta tutto il fascino del libro, che si giustifica di fatto proprio dal confronto fra il giallo di Dumas e quello di Poe, ritenuto il primo poliziesco della storia. Ugo Cundari ha infatti ritrovato per caso, in una biblioteca napoletana, un racconto pubblicato dall'autore dei "Tre Moschettieri" su un giornale partenopeo, l' "Indipendente", di cui fu direttore fra il 1860 e il 1864. Si tratta, per la precisione, di un testo apparso a puntate tra il 28 dicembre 1860 e l'8 gennaio 1861, di cui esistono, negli archivi di tutto il mondo, pochissime copie, e che era, fino a poco tempo fa, praticamente sconosciuto. Dumas lo dettò, in francese, a uno scrivano e venne immediatamente tradotto in italiano per poter comparire sul giornale, come si faceva per tutto quello che lo scrittore francese preparava, con la sua solita vulcanicità, per il quotidiano napoletano. La versione proposta da Dalai è appunto quella della traduzione dell'epoca. La lettura de "L'assassinio di Rue Saint-Roche" lascia del tutto sbigottiti, perché si tratta di un clamoroso plagio dei "Delitti di Rue Morgue" di Poe. Stessa ambientazione parigina, stessa situazione, stesse vittime, stessa soluzione del caso. Non solo: anche i particolari sono i medesimi, dalle voci provenienti dalla casa chiusa scambiate dai vicini per lingue straniere sempre diverse, al dettaglio delle finestre inchiodate. Che cosa cambia? Cambia, innanzitutto, il fatto che il detective risolutore del caso è lo stesso Edgar Allan Poe. Cioè Dumas racconta di aver incontrato lo scrittore americano a Parigi nel 1832 e, mentre era in sua compagnia, di averlo veduto incuriosirsi di un caso descritto sui giornali e quindi indagare sulla faccenda fino a venirne a capo. Ora, i "Delitti della Rue Morgue" è stato pubblicato nel 1841, dunque vent'anni prima il racconto di Dumas. Dunque tutto lascia pensare che sia stato lo scrittore francese a copiare Poe. Il che non sarebbe neppure improbabile, essendo Dumas uso ad attingere a piene mani di qua e di là, al punto da aver subito diversi processi con l'accusa di appropriazione indebita di scritti altrui. Però, la questione non è così semplice. Nella sua lunga e avvincente postfazione, Cundari elenca tutta una serie di circostanze misteriose. Tanto per cominciare, anche nel racconto di Poe compare un Dumas, che è uno dei personaggi secondari. Una combinazione? E se Dumas e Poe si fossero davvero incontrati, nel 1832? Perché, infatti, Poe ambienta proprio a Parigi il suo giallo, e non a Boston o Philadelphia? Come può conoscere così bene la capitale francese, com'è dimostrato dal suo testo? La biografia di Poe è, incredibilmente, misteriosa e lacunosa sui suoi spostamenti in quell'anno e ci sono testimonianze che lo vogliono in Russia, in Francia, in Inghilterra. Il curatore elenca una serie impressionante di indizi che sembrano far supporre che il contatto ci sia stato, e che una bozza di racconto possa essere stato visto e letto da Poe, oppure discusso con Dumas, che sarebbe stato però l'artefice dell'opera, avendone collocato l'azione su uno sfondo parigino che l'americano non aveva ragione di usare. Personalmente, dovendo emettere un verdetto, protendo per un semplice plagio del francese. Tuttavia ammetto che Cundari è riuscito a instillarmi il dubbio.