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martedì 23 dicembre 2025

ECHI DALL'INCUBO

 

Tiziano Sclavi
ECHI DALL’INCUBO
Sergio Bonelli Editore
2025, brossurato
432 pagine, 23 euro


Sopra il titolo, il logo di Dylan Dog. Sotto, la scritta “24 storie brevi”. Il nome dell’autore, Tiziano Sclavi, premesso a tutto, garantisce la qualità del prodotto. Si tratta di un volume talmente necessario che avrebbe meritato una confezione di maggior pregio (ma va bene il balenottero, peraltro con un taglio davanti colorato). “Echi dall’incubo” raccoglie le short story dell’Indagatore dell’Incubo sceneggiate da Sclavi tra il 1989 e il 2000 e pubblicate fuori serie, oppure sui supplementi della testata principale. Sono particolarmente interessanti quelle realizzate per le più svariate riviste, quindi “su commissione”, che colpiscono talvolta per la genialità dell’estro creativo messa al servizio dello spunto offerto. Per esempio, “Il paradiso dei turisti” è una storia allestita per “I viaggi di Repubblica” dell’agosto 2000 ed è perfettamente dyandoghiana così come perfettamente in tema con la pubblicazione. “Spettri”, realizzata per “Max” (febbraio 1993), vede Dylan tenere fra le mani proprio il numero della rivista con se stesso in copertina (e il racconto all’interno). Un altro caso è “Lamiere” apparso su “Auto Oggi” (giugno 1996). Ci sono poi episodi brevi proposti in collaborazione con “Sorrisi e Canzoni” (1992), su “Per Lui” (1989), sul Diario Scolastico di Auguri Mondadori (1993). Altri racconti sono quelli scritti e disegnati come “appendici” o epiloghi di storie lunghe (di solito provenienti dagli Speciali) ristampate in volume dalla Mondadori. Altri short provengono dagli albi giganti dell’Indagatore dell’Incubo, e ci sono assolute chicche come quello in cui Claudio Villa è chiamato a illustrare una storia che cita tutte le sue copertine dylandoghiane, oppure quelli intitolato “Margherite” e “Cuori randagi”. A lettura ultimata, non resta che fare tanto di cappello a Sclavi quale autore di episodi brevi, talento di cui abbiamo parlato recensendo i sei volumi della serie  “I racconti di domani”. Lo scrittore di Broni ha del resto fatto apprendistato nella redazione del “Corriere dei Ragazzi”, dove la brevità delle puntate a fumetti era la regola. Un applauso agli undici disegnatori e a Franco Busatta che firma la prefazione.

venerdì 21 novembre 2025

ACQUE MISTERIOSE

 

Guido Nolitta
Franco Donatelli
ACQUE MISTERIOSE
Sergio Bonelli Editore
2025, cartonato
250 pagine, 29 euro

«Il mio amore per il soprannaturale è di vecchia data - spiega Sergio Bonelli, creatore ed editore di Zagor,  in un suo articolo intitolato "Il mare ghiacciato che è dentro di noi" (titolo che cita Kafka) - e risale a quando da bambino andavo al cinema a vedere i film di Frankenstein, dell'Uomo Lupo e di tutti i personaggi che hanno popolato l'universo di celluloide orrorifica degli anni Quaranta e Cinquanta. Ricordo che l'immagine di Boris Karloff sconvolta dal trucco mi terrorizzò per molte notti, così come l'ombra di Bela Lugosi mi sembrava dovesse apparire, all'improvviso, sulla parete della mia stanza. A parte la paura, mi divertivo tantissimo perché, e non sono il solo a dirlo, spavento e divertimento vanno, al cinema o sulla pagina stampata, a braccetto e formano un connubio indissolubile. E con il divertimento nacque, di pari passo con la mia carriera, anche un interesse professionale, quando con il nome-de-plume di Guido Nolitta, cominciai a scrivere sceneggiature, i miei miti cinematografici erano tutti lì, a disposizione, nell' immaginario scaffale della memoria.  Non dovevo far altro che creare un'occasione, un contesto perché prendessero vita anche sulle pagine di un fumetto e Zagor è stata l'occasione per poter dare sfogo a questa mia inclinazione». 
Sergio era un cinefilo a 360 gradi: non apprezzava soltanto i film horror ma ne divorava di tutti i generi, andando con il padre Gianluigi (il creatore di Tex) a vedere quelli western, così come i peplum, gli avventurosi, i gialli o quelli di guerra. Sapeva citare intere filmografie da vero appassionato ed esperto, dunque.  Prima di essere il “giocattolo” dei lettori, Zagor è stato il “giocattolo” di Sergio Bonelli, che saccheggiava il grande magazzino delle letture e dei film che aveva visto, scegliendo quello che, da ragazzo, gli aveva fatto paura e lo aveva lasciato a bocca aperta. Filtrando opportunamente le suggestioni ricevute, cercava di trasmettere gli stessi brividi a chi leggeva i suoi fumetti. “Acque misteriose”, avventura pubblicata per la prima volta nel 1974, nasce dal film “Il mostro della laguna nera” (1954). Ma si possono ricordare le evidenti fonti cinematografiche  di molte altre avventure zagoriane. Per esempio, la pellicola “Pericolosa partita” (1932) è alla base de “I cacciatori di uomini”. Potremmo continuare citando “L’uomo Lupo” (ispirato al film con Lon Chaney del 1941), o il personaggio di “Guitar” Jim che trae origine dal cowboy canterino interpretato da  Sterling Hayden nel 1954 in “Johnny Guitar” (1954), arrivando a “Il giorno della vendetta” (1958) su cui si basa il racconto “La rabbia degli Osages”. 
Sergio era abilissimo nel rielaborare le suggestioni cinematografiche rimescolando le carte e contaminandole fra loro fino a realizzare un prodotto del tutto originale, di cui è evidente l’ispirazione ma che non è sovrapponibile al modello di partenza. Fin dall’inizio della saga Nolitta si è divertito spesso a giocare con il suo pubblico non nascondendo i riferimenti ma anzi a “citandoli”, rendendoli palesi: il lettore coglie la strizzata d’occhio dello sceneggiatore che gli propone il rimando a un film famoso, ma subito dopo si lascia rapire dal suo talento di affabulatore che riusciva a rimescolare le carte e rendere perfettamente zagoriana una vicenda che al cinema aveva tutt’altro contesto e svolgimento. I film fanno parte del bagaglio di conoscenza di tutti noi: gli sceneggiatori di fumetti attingono dagli spunti offerti dalle pellicole come da un viaggio fatto, da un programma televisivo visto, da un libro letto. Le personali sensibilità, poi, servono a rielaborare il messaggio ricevuto, trasformandolo e rendendolo personale. C’è chi cerca di farlo quasi nascondendo la fonte originaria, ma tutti hanno altri autori usati come punto di riferimento; oppure c’è chi non esita a dichiarare da quale spunto sia partito, e dimostra il suo talento giocando a scombinarne gli elementi e a ricomporli in modo fa far risultare una figura diversa. E’ il caso appunto di molte storie di Zagor. 
In “Acque misteriose” Zagor accompagna di naturalisti Kruger e Meyer, sue vecchie conoscenze, in una regione inesplorata del Missouri dove, fra le acque di una malsana palude, vivono creature che non si trovano altrove: “Man mano che avanziamo verso Nord, le mutazioni si fanno più evidenti”, dice a un certo punto uno dei due professori. E un altro loro collega, Weiser, aggiunge: “Stiamo avvicinandoci alla zona più interessante, quella cioè dove qualche elemento ancora sconosciuto favorisce l’alterazione della specie animale”. Infatti, la spedizione si imbatte in api con la coda da scorpione, lucertole con le corna e pesci con le zampe. Weiser è talmente invasato dal suo desiderio di conoscenza da non riuscire a porvi dei limiti. Lo vediamo più volte insistere per proseguire le ricerche e avvicinarsi, nonostante i pericoli, sempre più all’epicentro delle mutazioni genetiche che trasformano, per motivi misteriosi, la fauna di una inesplorata zona del Missouri. A differenza dei suoi colleghi decisamente meno atletici, lui è anche in grado di performance fisiche non indifferenti: “sono stato un autentico campione in molte discipline sportive, all’università di Stoccarda”, afferma a un certo punto della storia. Questa vigoria gli consente anche, a un certo punto, di fare a meno della scorta di Zagor e separarsi dal resto del gruppo, per continuare da solo le sue indagini in cerca di quella fama e  di quella gloria  che non intende condividere con nessuno. Il che, non gli porterà fortuna.
Dicevamo che Kruger e Meyer sono vecchie conoscenze. La loro prima apparizione fu sceneggiata da Guido Nolitta nel 1963 per l’edizione francese di Zagor (salvo poi venire pubblicata anche in Italia e inserita nella serie italiana). I due sembrano un’affiatata coppia da film comico: se il professor Kruger, naturalista darwiniano ante litteram, ha l’aspetto e gli atteggiamenti del classico scienziato un po’ svampito, non meno svitato sembra il suo assistente Mayer che, pure, svolgendo mansioni di portaborse e guardia del corpo, dovrebbe essere un pochino di più con i piedi per terra e invece sembra condividere le stramberie del suo capo. Quando li rivediamo, appunto nell’avventura “Acque Misteriose”, sono sempre molto simpatici, ma meno macchiette. Nel 2013 c’è stato un loro ulteriore ritorno.
L’autore delle tavole a fumetti che compongono questo volume è Franco Donatelli. Un nome, il suo, che si è affiancato a quello del creatore grafico di Zagor per quasi trent’anni: la sua prima storia è datata 1967 e la morte ha sorpreso l’illustratore nel 1995. La “sua” foresta di Darkwood era diversa da quella di Ferri, che l'aveva creata. Acquitrinosa, piena di liane e di vegetazione intricata quella del disegnatore ligure, più asciutta e rocciosa, e con meno alberi, pronta a trasformarsi in montagna e deserto quella di Donatelli. Allo stesso modo, diversa era la sua interpretazione di Zagor, e a ben pensarci singolarmente diversa. Sì, perché mentre il problema di tutti i disegnatori che si sono cimentati e con l'atletica e dinamica figura dello Spirito con la Scure è che hanno dovuto fare i conti con il tratto impressionista ferriano, fatto di pennellate rapidi ed efficaci, cercando di adeguarsi a quella impostazione, Donatelli ha trovato invece fin da subito una sua strada personale, caratterizzando alla sua maniera Zagor, Cico e gli altri comprimari della serie, e benché la sua mano fosse sempre e comunque riconoscibilissima, non ha mai tradito lo spirito di personaggi creati da altri. Sapeva mettersi al servizio degli eroi e delle storie forse proprio perché era stato il primo, in assoluto, a mettersi al servizio della appena nata casa editrice "Audace" allorché Gianluigi e Tea Bonelli, nel 1940, l' avevano rilevata. Giovanissimo (era nato ad Alessandria nel 1925), era stato chiamato a fare da factotum in redazione. Il particolare segno di Donatelli ha reso graficamente alcune delle più belle storie di Zagor. Chi non ricorda, per esempio, storie memorabili come "Mohican Jack", "Libertà o morte", "Spedizione punitiva" e, appunto, "Acque misteriose"?  «Franco Donatelli, secondo me, era un artigiano - ha scritto di lui Graziano Frediani - nel senso più nobile e più antico del termine. Disegnava da sempre, con modestia e dedizione, mantenendo un ritmo produttivo costante e senza mai tradire uno standard qualitativo decisamente elevato».  Proprio Frediani firma, con Maurizio Colombo, l’illustratissima introduzione.





venerdì 10 ottobre 2025

L’ANTICA MALEDIZIONE

 

 

Raffaele Della Monica
Gallieno Ferri
Jacopo Rauch
Gianni Sedioli
Marco Verni

L’ANTICA MALEDIZIONE
Zagor contro il Vampiro vol. 4
Sergio Bonelli Editore
2025, brossurato
432 pagine, 17 euro

“Zagor contro il Vampiro”, oltre a essere il titolo di un albo dello Spirito con la Scure divenuto oltre che a essere un classico è senza dubbio un cult (è il n° 86, dell’agosto 1972, e lo si deve ai testi di Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli, e ai disegni di Gallieno Ferri), è anche la denominazione di una collana antologica composta da cinque volumi che raccolgono tutte le avventure in cui l’eroe di Darkwood, nel corso della sua lunga saga, si scontra con il barone Bela Rakosi, non-morto dai canini aguzzi adatti a succhiare sangue. Non soltanto quelle, in verità, perché per esempio nel terzo volume, “Le nere ali della notte”, il Vampiro non compare, ma si seguono le vicende degli altri comprimari che intrecciano in maniera inestricabile il loro destino con il suo, come il dottor Metrevelic, Alan Parkman e Ylenia Varga. 
In questo quarto tomo, contenente due storie (una del 2016 e una del 2017) il tetro Rakosi torna nella prima ma, di nuovo, manca nella seconda. La sua assenza dalla scena è funzionale alla necessità di seguire le vicende del numeroso microcosmo di figure che si muovono attorno a lui e che danno vita (o danno non-morte) a una vera e propria saga ricca di comprimari e di caratteristi. 
Del resto, anche il romanzo di Bram Stoker del 1897, “Dracula”, considerato il capostipite di tutta l’incredibile proliferazione di racconti, film e fumetti, propone un variegato gruppo di personaggi a cui nel tempo se ne sono aggiunti altri nei sequel multimediali che continuano a venire proposti, come Abraham Van Helsing, un medico olandese, letterato e filosofo, che cerca di convincere dell’esistenza dei vampiri il suo allievo dottor Seward, chiamato a curare il male inspiegabile da cui sembra essere stata colpita Lucy Westenra, in realtà vittima dei canini del non-morto transilvanico trasferitosi a Londra. Il personaggio di Van Helsing compare in quasi quaranta opere cinematografiche ispirate al romanzo di Stoker. Ma anche Renfield, un paziente dello psichiatra dottor Seward, che soffre di ontomofagia, cioè ha la mania di nutrirsi di insetti, è stato reso protagonista di storie a lui dedicate. Il conte Dracula lo rende suo schiavo e, nel romanzo di Stoker, alla fine lo uccide. Il folle ha continuato a vivere sugli schermi cinematografici quale protagonista o coprotagonista di numerosi film. Insomma, da storia nasce storia. 
Nelle avventure di Zagor, e a Darkwood, terra della trasversalità tra i generi, là dove il western si contamina di continuo con l’avventura, l’umorismo, la fantascienza e l’horror, e dove hanno piena cittadinanza trapper e pellerossa come scienziati pazzi e licantropi, non poteva mancare anche un vampiro transilvanico venuto a cercare sangue fresco nel Nuovo Mondo. Guido Nolitta, portando avanti  la sua opera di mescolamento delle carte davanti agli occhi dei divertiti lettori, cita i film in cui il Dracula di Bram Stoker è interpretato da Bela Lugosi creando una palese assonanza fra il nome dell’attore e quello del suo tenebroso non-morto, a cui però il disegnatore Gallieno Ferri dà l’aspetto di un altro celebre vampiro cinematografico, Christopher Lee, senza dimenticare di citare, in una copertina, l’ombra del Nosferatu di Murnau. Proprio di Gallieno Ferri, la storia “L’antica maledizione” (la seconda contenuta nel volume) rappresenta l’ultima fatica, rimasta incompiuta. Uscita postuma in prima edizione nel 2017 (come Color Zagor n° 5), l’avventura scritta da Jacopo Rauch risulta disegnasta dal maestro ligure fino alla sessantatreesima tavola delle 126 di cui è composto il racconto: l’esatta metà.  Le pagine mancanti sono state terminate da Gianni Sedioli e Marco Verni, i due più fedeli continuatori della sua opera. Quando, il 2 aprile del 2016, la primavera che ce l’aveva regalato 87 anni prima se l’è portato via, Gallieno Ferri aveva da poco finito di disegnare la sua tavola di Zagor numero 20.810: la prima risaliva al 1961. Al momento della sua scomparsa deteneva tre record ancora imbattuti: era il disegnatore italiano con più anni di ininterrotta presenza in edicola con le cover dello stesso eroe (55); l’autore del maggior numero di tavole di un unico personaggio della scuderia Bonelli (Zagor in entrambi in casi); il copertinista più prolifico nel formato gigante che caratterizza la Casa editrice di Via Buonarroti  (838). A questi dati vanno aggiunte le tante copertine degli albi a striscia (233) e le tavole illustrate per Mister No (119) e Giubba Rossa (48). Questi dati, che si riferiscono soltanto alla sua produzione bonelliana (ne esiste una precedente, soprattutto destinata al mercato francese, che è difficile persino quantificare, tanto è estesa), danno un’idea della quantità del suo lavoro ma non bastano a rendere ragione della qualità che lo contraddistingueva. E’ commovente pensare a quanti sogni, emozioni, brividi, risate ci abbia regalato Gallieno in tanti anni: c’è una sua copertina per ogni momento della vita di chi è cresciuto con Zagor. Si tratta di un tesoro che nessuno potrà portarci via, al pari del ricordo delle storie di Sergio Bonelli, alias Guido Nolitta. Proprio a un character nolittiano e ferriano è dedicata “L’antica maledizione”: si tratta del dottor Metrevelic, un medico che, presentandosi ai lettori nel 1972, diceva di essere originario della Yugoslavia e aggiungeva anche di aver dedicato anni di studio, quando ancora viveva in Europa, allo studio delle leggende riguardanti i vampiri, ed era perciò un’autorità in materia. In effetti, si rivela risolutivo nella lotta contro il barone Rakosi. Lo  abbiamo ritrovato più volte pronto ad affrontare minacce vampiriche ma anche al fianco di Zagor in altri casi legati al mistero e al paranormale. Adesso, Jacopo Rauch ci svela qualcosa sul passato di Metrevelic, chiarendo anche chi fosse la madre di sua figlia Aline, di cui non sapevamo niente.  
Sempre del senese Rauch sono i testi della prima avventura contenuta nel volume: “Vampiri!”, illustrata da un ispirato Raffaele Della Monica. Qui lo sceneggiatore senese riprende i fili della narrazione interrottasi con “Le nere ali della notte”, una storia sempre sua datata 2009, riportando sulla scena la vampira “buona” Ylenia Varga e facendo far ritorno anche al cattivo Bela Rakosi, creduto morto nel rogo di una villa alla fine di un racconto di Mauro Boselli del 1998. I personaggi della saga si sono fatti numerosi: oltre a Metrevelic e Parkman ci sono Manfred Moore, promesso sposo di Frida Lang (un nome che a tutti gli zagoriani ricorda immediatamente un sorprendente bacio), Alec Wallace, ufficiale della Royal Navy, il colonnello Korasi, ex ufficiale asburgico, Jonas Weber, ridotto in schiavitù mentale dal vampiro, Kurt Svatek, capitano degli Ussari, vampiro rivale di Rakosi desideroso di assorbirne i poteri.  Insomma, vale la pena di leggere questo e gli altri volumi della serie. Annotazioni in calce: la cover è opera di Alessandro Piccinelli, che ha sostituto Ferri come copertinista, il lungo saggio introduttivo (sedici pagine) porta la mia firma.



sabato 2 novembre 2024

IL LEVIATANO

 

Rosie Andrews
IL LEVIATANO
Neri Pozza
2024, brossura
320 pagine, 19 euro

C’è un altro libro intitolato “Il Leviatano”, e l’ha scritto il filosofo inglese Thomas Hobbes nel 1651. Chiaramente, non è questo. Sia lui che Rosie Andrews, l’autrice del romanzo di cui ci stiamo occupando, fanno riferimento però allo stesso mostro citato da alcuni passi della Bibbia. Il Leviatano, di cui parlano Giobbe, Isaia, Amos e i Salmi, è una sorta di gigantesco serpente marino, un drago che incarna il caos primordiale, corrispondente a creature simili presenti in altre mitologie. Hobbes lo usa come simbolo del dispotismo dello stato che tiranneggia sui comportamenti dei singoli decidendo per loro. Rosie Andrews, in questo suo primo romanzo di grande successo, lo usa invece fuor di metafora (poi, una metafora si può sempre trovare, anche per la Vispa Teresa) raffigurandolo proprio come un mostro marino serpentiforme. Tuttavia, la scrittrice inglese non sceglie la strada del romanzone horror pronto per gli effetti speciali del cinema, o del kolossal catastrofico facendo emergere dall’Oceano una sorta di Godzilla. Al contrario, la vicenda proposta è minimalista: in parte racconto gotico, in parte romanzo storico (è ambientato nella contea di Norfolk, in Inghilterra, nel Seicento), in parte storia d’avventura e di mistero in cui il Leviatano si vede poco o punto. Eppure sembra esserci proprio lui nella possessione demoniaca che ha come vittima la sedicenne Esther Treadwater, improvvisamente diventata una “non Esther” per quel che dice, per quel che fa. Suo fratello Thomas, rientrato a casa dalla guerra, la trova trasformata e, indagando tra le carte del padre finito in stato comatoso, scopre che Esther non è sua sorella, ma fu adottata dopo essere stata salvata dal relitto di una nave affondata appunto dal Leviatano. Con l’aiuto di una donna accusata di stregoneria e strappata al supplizio, Chrissa Moore, e di un vecchio amico del padre, John Milton,  il razionale Thomas cerca con ogni mezzo di liberare la sorella dalla maledizione. Il tutto è ben raccontato, per carità, così come convince la ricostruzione degli ambienti e della società. Tuttavia, personalmente ho chiuso il libro arricciando il naso, vagamente deluso. Il collegamento fra il mostro marino e la possessione demoniaca di Esther non sembra convincente e resta sbilanciato il rapporto fra il potere distruttivo del Leviatano e la piccola posta in gioco costituita dalla salvezza della famiglia Treadwater.





domenica 28 luglio 2024

FRANKENSTEIN

 



Mary  Shelley
FRANKENSTEIN
Newton & Compton Editori
2003, brossurato
150 pagine

L’edizione di “Frankenstein o il moderno Prometeo” che ho letto è contenuta in una antologia (pregevole in tutto tranne che nel titolo, “Mostri & Co”) insieme ad altri classici ottocenteschi della letteratura horror, praticamente quelli fondativi del genere, come “Dracula” di Bram Stoker, “Il Golem” di Gustav Meyrink, “Il dottor Jekyll e mister Hyde” di Robert Louis Stevenson, “Il signore dei lupi” di Alexandre Dumas, “La mummia” di Theophile Gautier”, “Il vampiro” di John William Polidori. Ciascun romanzo è preceduto da una approfondita introduzione critica. Nel caso di “Frankenstein” c’è anche la nota dell’autrice, Mary Shelley, che fu premessa all’edizione del 1831, la terza e definitiva, dopo quelle del 1818 e del 1823. “Ho accolto con piacere la richiesta dell’editore affinché fornissi qualche informazione su com’è nata la storia”, scrive la Shelley, “perché così potrò dare una volta per tutte risposta a un quesito che mi viene posto con tanta frequenza: come ho potuto io, allora una ragazzina, concepire e sviluppare un’idea così orrenda”. Quando l’idea di “Frankenstein” prese corpo si era nel 1816 e l’autrice aveva soltanto diciannove anni (essendo nata nel 1797). La vicenda è nota: si trovava con il marito, Percy Bysshe Shelley, ospite di lord Byron a villa Diodati, sul lago di Ginevra, in Svizzera, e con loro c’era anche John William Polidori, che di Byron era il medico personale. Il 1816 fu “the year without summer”, l’anno senza estate, per le conseguenze che ebbe sul clima europeo l’eruzione di un vulcano asiatico. I quattro amici furono costretti a restare in casa per giorni e giorni a causa della pioggia incessante, e la forzata clausura li portò a concepire una sorta di sfida: “ognuno di noi scriverà una storia di fantasmi”, propose lord Byron. E la storia di fantasmi di Mary Shelley fu quel “Frankenstein” che le avrebbe portato fama imperitura. Nella sua versione definitiva, quella del 1831, il romanzo della Shelley è un vero gioiello di scrittura. L’analisi delle fonti, delle implicazioni filosofiche, delle influenze sulla letteratura, della fortuna multimediale, dell’iconografia collegata ai due protagonisti (lo scienziato Frankenstein e la creatura da lui portata alla vita) ha riempito centinaia di saggi e di disamine (ne citerò una in grado di compendiarne la maggior parte “Frankenstein, il mito tra scienza e immaginario”, di Marco Ciardi e Pier Luigi Gaspa, edito da Carocci). Certo di non potere aggiungere niente di originale (neppure rimandando ai robot di Asimov, o alla versione di Dean R. Koontz, piuttosto che al Molok zagoriano), mi limiterò a qualche brevissimo appunto. 
Innanzitutto, se qualcuno si chiede se valga la pena di leggere un romanzo scritto nel 1818, temendo una lettura resa faticosa dalla polvere del tempo, la risposta è “assolutamente sì”. Vale la pena. Certo, non è un romanzo di Stephen King (che non sarebbe stato Stephen King senza Mary Shelley), ma si legge con facilità e piacevolezza. Non è neppure troppo horror, nel senso che l’autrice non calca la mano e le emozioni derivano non da scene splatter e violente, ma dal turbinare di inquietudine e disperazione che agita le menti dei due protagonisti, Frankenstein e la sua creatura, che si giudicano entrambi maledetti dall’esperimento che il primo ha condotto e alla seconda data una vita non richiesta e diversa da quella degli altri. Un po’ invecchiata è la struttura, divisa in tre parti (la prima pubblicazione avvenne del resto in tre volumi), con una prima sezione marinaresca-avventurosa narrata dal capitano di una nave che scrive alla sorella raccontando la sua missione esplorativa tra i ghiacci artici, poi una seconda occupata dal resoconto di Frankenstein, qui una terza in cui è la creatura a raccontare le cose dal proprio punto di vista. Mi ha colpito la scoperta del mondo attraverso i sensi, che insegnano al mostro attraverso l’esperienza (mi ha ricordato il “Trattato delle Sensazioni” di Condillac). Mi sono stupito anche del fatto che lo scienziato avesse l’intenzione di dar vita a una creatura di bell’aspetto (intenzione poi fallita) e ho trovato la spiegazione del perché il mostro fosse così gigantesco: lavorare sul formato grande era più facile. Mancano gli approfondimenti scientifici (non si accenna a come Frankenstein possa aver fatto quel che ha fatto), mancano riferimenti al divino (la creatura ha un’anima?), non c’è nessun castello isolato colpito da un fulmine. In ogni caso, ben fatto Mary.

 

venerdì 24 maggio 2024

IL REGNO DELLE TENEBRE

 

 
Guido Nolitta
Alfredo Castelli
Gallieno Ferri
IL REGNO DELLE TENEBRE
Sergio Bonelli Editore
2024, brossurato
530 pagine, 18 euro


La collana “Zagor contro il Vampiro” si inserisce sulla scia del successo dei precedenti sette volumi dedicati da Sergio Bonelli Editore alle avventure in cui lo Spirito con la Scure affronta il professor Hellingen. Questa volta i volumi sono soltanto cinque, ma tutti ponderosi, e “Il regno delle tenebre” è il primo. Raccoglie, in un tomo di oltre cinquecento pagine, le prime due storie dell’eroe di Darkwood alle prese con il barone vampiro Bela Rakosi, la prima scritta da Guido Nolitta (alias lo stesso Bonelli) nel 1972, la seconda dovuta ad Alfredo Castelli e giunta in edicola nel 1981, entrambe illustrate da Gallieno Ferri. Nella collana saranno inserite anche gli episodi in cui Rakosi non compare ma ne sono protagonisti la rossa vampira Ylenia Varga e il vampirologo dottor Metrevelic, così da offrire al lettore un quadro completo (ma questo lo vedremo nei prossimi volumi, in questo Rakosi fa la parte del leone). A corredo de “Il regno delle tenebre” trova spazio un apparato critico affidato al sottoscritto. Riporto qui di seguito un estratto della mia (assai più lunga) introduzione.

VITA, NON MORTE E MIRACOLI
di Moreno Burattini

Bela Rakosi: già il nome del vampiro affrontato da Zagor nelle pagine che vi apprestate a leggere rivela, se non tutto, di certo parecchio. Rende evidente, per esempio, come lo sceneggiatore Guido Nolitta (questo lo pseudonimo sotto cui si nascondeva l’editore Sergio Bonelli) non si preoccupò di nascondere più di tanto l’ispirazione cinematografica. Anzi, come si sarebbe detto in seguito, la palesò come una “citazione”. E’ chiaro che alla base della scelta del nome c’è il preciso riferimento all’ungherese Bela Lugosi (1982-1956), un attore, cioè, passato alla storia del cinema per essere stato uno dei più celebri Dracula dello schermo, grazie a un film del 1931 della Casa di produzione americana Universal, diretto da Tod Browning. L’interpretazione di Lugosi caratterizzò per decenni, nell’immaginario collettivo, la figura del vampiro vestito elegantemente e solito a dormire in una bara. Gallieno Ferri, il creatore grafico di Zagor,  scegliendo le sembianze del non morto, fece invece riferimento a Christopher Lee (1922-2015), un altro Dracula cinematografico, protagonista di vari film di produzione inglese della Hammer, a partire dal primo del 1958 diretto da Terence Fisher, senza dimenticarsi di citare, in una copertina, l’ombra del Nosferatu di Murnau (1922).  Che un vampiro di origini ungheresi si dovesse chiamare Bela sembrò a Bonelli una trovata divertente, una sorta di strizzata d’occhio verso i lettori. A trovare il cognome bastò allo sceneggiatore fare riferimento alla politica internazionale: Màtyàs Ràkosi (1892-1971) fu infatti il leader della Repubblica Popolare d’Ungheria fra il 1945 e il  1956. Nolitta e Ferri, insomma, citando rispettivamente Lugosi e Lee nel dar vita (o non morte) al loro vampiro, vogliono indicare chiaramente che non al Conte Dracula del romanzo del 1897 scritto da Bram Stoker  ci si stava rifacendo, ma proprio ai film “di paura” degli loro anni verdi. L’spirazione è cinematografica, dunque, prima che letteraria, anche se poi, nel proseguo della saga zagoriana, i riferimenti alle tradizioni e alle leggende popolari transilvaniche (da cui attinse Stoker e, prima di lui, John Willian Polidori) non sarebbero mancati, come avremo modo di annotare presentando i prossimi volumi di questa collana.




lunedì 22 aprile 2024

I DELITTI DELLA RUE MORGUE

 


 
Edgar Allan Poe
I DELITTI DELLA RUE MORGUE
Cut-Up Publishing
2023, brossurato
80 pagine, 13.90 euro


Personalmente sono più che convinto che il primo giallo della storia della letteratura sia contenuto nella Genesi, il primo libro della Bibbia. Lì c’è un omicidio, quello di Caino ai danni del fratello Abele, c’è un detective (Dio), vengono svolti degli interrogatori e dunque delle indagini, si scopre il colpevole – che viene condannato e punito. A dire il vero, sul fatto che Caino sia stato il vero assassino ho i miei dubbi, che ho esposto in un racconto intitolato “La signora Miller e Dio” (lo trovate nell’antologia “Dall’altra parte”, edita da Cut-Up Publishing). Ma non divaghiamo. Genesi a parte, il capostipite del genere giallo viene pressoché unanimemente considerato "I delitti della Rue Morgue" di Edgar Allan Poe (1809-1849), datato 1841, anche se non propone un vero poliziotto quale autore delle indagini e propone una trama tutto sommato fantastica che si discosta dal realismo che contraddistingue invece il poliziesco vittoriano, da cui nasce una scuola giunta fino ai nostri giorni. Tuttavia è innegabile che Auguste Dupin (protagonista di altri due racconti dello scrittore bostoniano) sia un perfetto Sherlock Holmes ante litteram e l’amico che funge da io narrante sembra la controfigura del dottor Watson (condizioni economiche a parte). Quando, soltanto grazie al ragionamento, Dupin segue il flusso dei pensieri dell’altro e risponde a voce alta a una considerazione fatta dal compagno soltanto nella propria testa, pare proprio che a scrivere sia Conan Doyle. Oltre a essere il primo giallo letterario della storia, “I delitti della Rue Morgue” è anche il primo caso della “camera chiusa”. Il racconto è perfetto per ritmo, tempistica e climax, e la soluzione del mistero, per quanto insolita, risulta convincente (ne ho fatto la parodia in “Cico Detective”). Aldo Luigi Mancusi firma una nuova traduzione e una interessante postfazione. Cut-Up Publishing confeziona un libretto delizioso.
Va segnalato, però, che c’è chi sostiene che nei “Delitti della Rue Morgue” ci sia in realtà lo zampino di Alexandre Dumas. Un giallo nel giallo. La tesi è di Ugo Cundari e provo a riassumerla. Esiste un racconto di Dumas pubblicato a puntate tra il 28 dicembre 1860 e l’8 gennaio 1861, di cui esistono, negli archivi di tutto il mondo, pochissime copie, e che era, fino a poco tempo fa, praticamente sconosciuto: “L’assassinio di Rue Saint Roche”. La lettura lascia del tutto sbigottiti, perché si tratta di un clamoroso plagio dei "Delitti di Rue Morgue" di Poe. Stessa ambientazione parigina, stessa situazione, stesse vittime, stessa soluzione del caso. Non solo: anche i particolari sono i medesimi, dalle voci provenienti dalla casa chiusa scambiate dai vicini per lingue straniere sempre diverse, al dettaglio delle finestre inchiodate. Che cosa cambia? Cambia, innanzitutto, il fatto che il detective risolutore del caso è lo stesso Edgar Allan Poe. Cioè Dumas racconta di aver incontrato lo scrittore americano a Parigi nel 1832 e, mentre era in sua compagnia, di averlo veduto incuriosirsi di un caso descritto sui giornali e quindi indagare sulla faccenda fino a venirne a capo. Ora, i "Delitti della Rue Morgue" è stato pubblicato nel 1841, dunque vent'anni prima il racconto di Dumas. Dunque tutto lascia pensare che sia stato lo scrittore francese a copiare Poe. Il che non sarebbe neppure improbabile, essendo Dumas uso ad attingere a piene mani di qua e di là, al punto da aver subito diversi processi con l'accusa di appropriazione indebita di scritti altrui. Però, la questione non è così semplice. Nella sua lunga e avvincente postfazione, Cundari elenca tutta una serie di circostanze misteriose. Tanto per cominciare, anche nel racconto di Poe compare un Dumas, che è uno dei personaggi secondari. Una combinazione? E se Dumas e Poe si fossero davvero incontrati, nel 1832? Perché, infatti, Poe ambienta proprio a Parigi il suo giallo, e non a Boston o Philadelphia? Come può conoscere così bene la capitale francese, com'è dimostrato dal suo testo? La biografia di Poe è, incredibilmente, misteriosa e lacunosa sui suoi spostamenti in quell'anno e ci sono testimonianze che lo vogliono in Russia, in Francia, in Inghilterra. Il curatore elenca una serie impressionante di indizi che sembrano far supporre che il contatto ci sia stato, e che una bozza di racconto possa essere stato visto e letto da Poe, oppure discusso con Dumas, che sarebbe stato però l'artefice dell'opera, avendone collocato l'azione su uno sfondo parigino che l'americano non aveva ragione di usare. Per quel che può valere la mia opinione, credo in un plagio del parigino ai danni di Poe, ma è possibile che i due si siano davvero incontrati a Parigi.

giovedì 11 aprile 2024

JULIAN



 
Carlo Lucarelli
Stefano Fantelli
Marcello Mangiantini
JULIAN
Cut-Up Publishing
2024, cartonato
64 pagine, 23.90 euro


Mi sono sempre chiesto che cosa potessero provare i condannati alla ghigliottina nel momento in cui la lama spiccava loro la testa dal collo. La morte era davvero immediata, come spero, oppure la vittima percepiva, sia pure per un breve momento, la caduta del capo nel cesto? Si sa di esperimenti condotti da studiosi, all’epoca della Rivoluzione Francese, prendendo accordi con alcuni destinati al supplizio, che avrebbero dovuto cercare di comunicare con un movimento degli occhi il perdurare di uno stato di coscienza subito dopo l’esecuzione, e pare che tutte le prove avessero dato esito negativo. Nessuna reazione percettibile. Carlo Lucarelli, apprezzato scrittore noir e famoso giornalista specializzato in cronaca nera, prova a immaginare, in un suo racconto realmente orrorifico prestato a fare da soggetto a una storia a fumetti, che cosa possa succedere a una testa, mozzata di netto da una lama troppo affilata e da un meccanismo lubrificato di fresco, che non perda conoscenza ma anzi, ovviamente per un caso più unico che raro, conservi le percezioni visive e uditive e la capacità di elaborare pensieri. Per sceneggiare il fumetto Lucarelli ha precettato un esperto del genere horror (scrittore a sua volta ma anche fumettista), Stefano Fantelli, il quale si è affidato ai disegni di Marcello Mangiantini, con cui ha stretto sodalizio grazie ad alcune storie, decisamente sopra le righe quanto a cupezza e sangue versato, realizzate insieme per Zagor. Mangiantini, peraltro, è decisamente talentoso quando si tratta di illustrare racconti in costume (il suo primo lavoro fu un graphic novel ambientato nel contesto della Rivoluzione Americana). Ai colori, cupi come conviene, Letizia Castagna. Il protagonista del racconto di Lucarelli e Fantelli si chiama Julian, nome che ricorda, variante grafica esclusa, il Julien Sorel de “Il rosso e il nero”, un altro ghigliottinato letterario, anche se il contesto è quello rivoluzionario pre-napoleonico e non, come in Stendhal, quello della restaurazione post-napoleonica. La storia prende inizio proprio con l’esecuzione di Julian, conseguenza infausta di un suo contrasto con Robespierre. Quel che succede dopo, ovvero le traversie di una testa tagliata gettata in una fossa comune e portata in giro da un topo infilatosi nella bocca è una sorta di scommessa tra gli autori e il lettore, con i primi che puntano sul riuscire a condurre in porto, e a una conclusione soddisfacente, una storia in cui il protagonista non solo non parla, ma non può contare neppure sul linguaggio del corpo, non avendone uno.

domenica 10 dicembre 2023

SUSPIRIA: L’ERETICO


 

 
Luca Laca Montagliani
Andrea Bulgarelli
SUSPIRIA: L’ERETICO
Annexia
2023, brossurato, 
128 pagine

Esordire dicendo che il saggio su Lucifero firmato da Fabio Celoni (sì, proprio lui) vale da solo il prezzo dl biglietto, sarebbe ingeneroso verso la storia a fumetti che lo precede, che sicuramente suscita ammirazione, per i testi e per i disegni. Ma cominciano da Lucifero il cui nome, come ben spiega Celoni, significa “portatore di luce”, e che comunemente veniva dato ai bambini almeno fino al terzo secolo dopo Cristo (esiste persino un San Lucifero), prima che il teologo Tertulliano non lo indicasse come quello di un sovrano di Babilonia contro cui si scaglia il profeta Isaia, probabilmente per un errore di traduzione della Bibbia in latino, e quindi venisse indentificato a posteriori con Satana, o il Male assoluto. Del resto nella Bibbia non c’è traccia della leggenda, che pure tutti conoscono, dell’angelo ribelle esiliato dal Paradiso e fatto precipitare sulla Terra, un racconto cominciato a circolare in era volgare. Il personaggio di Suspiria, creato da Luca Laca Montagliani (il massino esperto vivente di fumetto erotico popolare, e s’intende “vivente” nel senso di “prima che Davide Barzi e Sylvester lo facciano fuori e diano inizio a una sua seconda vita zombesca") e protagonista con “l’Eretico” del suo terzo episodio, è la figlia di Lucifero: ma non di quello che noi conosciamo dalla tradizione cristiana, quello esiliato, sì, ma da un diverso pantheon demoniaco. L’Eretico è proprio lui, un dio ribelle che predica agli uomini la necessità di porre fine alla sudditanza dagli altri dei: “Il potere è dentro di voi, non piegatevi a nessuno né in spirito né in carne!”. Satanna, la madre di Suspiria, gli fa notare: “Se l’uomo si affrancasse dai timori e dalle superstizioni, avresti contro l’intero pantheon!”. “Non li temo!” replica Lucifero. Sono però le dee, divinità oscure che nulla hanno con le abitatrici dell’Olimpo o di Asgard, a convincere Lucifero a ritirarsi in una volontaria catalessi destinata a durare secoli, e tutto ciò per il più umano dei sentimenti: l’invidia. Tutte vorrebbero avere un figlio da lui ma è Satanna a essere stata fecondata. La scarnificano dunque il volto e uccidono il feto che ha nel grembo, costringendola a fuggire al di fuori del tempo a vegliare l’amante dormiente. Sopravvivono le figlie Suspiria e Nenia, che in questo episodio retrospettivo (in cui si svelano appunto gli antefatti) vediamo bambine. A quest’ultima è dedicato un albetto disegnato da Pierluigi Abbondanza allegato al volume, che in appendice propone anche una serie di matite di Andrea Bulgarelli, davvero evocative nel raffigurare figure sensuali e demoniache, eros e thanatos, orrore e lussuria. Suspiria va a far visita alla madre, che veglia il simulacro di Lucifero, e le domanda: “Perché non ti sei vendicata?”. “Doveva andare così. Perché…? Vorresti pensarci tu?” risponde Satanna. “Nel tempo eternalico del regno oscuro potrei averlo già fatto!”, replica enigmatica la figlia. I lettori più fedeli sanno o sapranno. Sbaglia chi si attende contenuti porno o trattazione banale della materia. Oltre alla copertina del bravo Andrea Jula, esiste una variant cover in tiratura limitata del maestro Emanuele Taglietti. Un servizio fotografico con una modella praticamente perfetta che si aggira per un cimitero completa l’opera. Dulcis in fundo, una storia bonus disegnata da Werner Maresta: Atto di Dolore.


venerdì 24 novembre 2023

FRANKENSTEIN ILLUSTRATO




Alfredo Castelli
FRANKENSTEIN ILLUSTRATO
Cut-Up Publishing
Cartonato, 2023
114 pagine, 22.90 euro

Sotto il titolo, in copertina, compare la scritta “nuova edizione completamente riveduta e aggiornata al 2023”, e dunque c’è da chiedersi quando sia avvenuta la prima pubblicazione ldi questo “Frankenstein illustrato”. Alfredo Castelli lo spiega subito all’interno, insieme a un milione di altre cose di cui provvede a informarci: il primo varo di questo imprescindibile manuale risale al 2018, quando venne dato alle stampe in tiratura limitata nell’ambito della manifestazione catanese “Etna Comics”. Rispetto a quella, dunque, si aggiorna la filmografia (dal 1910 al 2023) che rappresenta la parte più consistente del libro, una settantina di pagine. Ma sono stati anche rivisti e corretti dimenticanze e refusi (bisognerebbe controllare pagina per pagina per scoprire quali).

Ne abbiamo parlato qui:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2018/07/frankenstein-illustrato.html

Se la prima edizione di questo aureo libello risale dunque al 2018, molto più antico è l’interesse di Castelli verso il romanzo di Mary Shelley “Frankenstein or the modern Prometheus” (1918). Come l’autore riferisce nel primo capitolo, nel 1969, pubblicò ne “I classici a fumetti” della Sansoni un adattamento illustrato da Giorgio Montorio. Visto il buon esito, Castelli propose a Gino Sansoni di dedicare al personaggio della Shelley un saggio sulla storia del libro e sulle sue versioni teatrali, cinematografiche, televisive. Il progetto fu messo in cantiere, si ottenne addirittura una prefazione di Forrest J Ackerman (la “J” senza punto non è un errore), fondatore della rivista “Famous Monsters”, ma poi non se ne fece di nulla. Dopo oltre cinquanta anni, il testo viene finalmente collocato all’inizio del saggio per cui venne scritto. Castelli, con grande abilità di divulgatore essenziale ma esaustivo (peraltro supportato da un ricco corredo iconografico), ripercorre velocemente la genesi del racconto della Shelley, relaziona circa le sue varie riscritture e sulla tardiva prima traduzione italiana, poi accenna agli apocrifi autori di sequel, quindi passa a trattare delle versioni teatrali e degli adattamenti a fumetti. Un capitoletto si intitola “Il mio Frankenstein” e si occupa di tutte le (tante) volte in cui proprio Castelli ha utilizzato il mostro, non mancando di citare l’avventura “Molok” scritta per la serie di Zagor. Segue la riproposta delle trentaquattro tavole della storia del 1969 pubblicata da Sansoni. A questo punto si passa a parlare di film, cartoni animati, programmi TV. Ciliegina sulla torta, un sedicesimo a colori con le locandine delle pellicole più interessanti. Si resta stupiti di quanto il mito di Frankenstein abbia permeato l’immaginario collettivo e la fiction negli ultimi duecento anni.

venerdì 15 settembre 2023

IL FIGLIO DEL DIAVOLO

 
 
 
 
Mauro Boselli
Maurizio Colombo
Majo
IL FIGLIO DEL DIAVOLO
Sergio Bonelli Editore
Brossurato, 2022
200 pagine, 10.99 euro


“Il fumetto da cui è tratto il film”, recita una scritta in copertina. Il film è “Dampyr”, distribuito nelle sale nel 2022, diretto da Riccado Chemello e prodotto da Bonelli Entertainment, Eagle Pictures e Brandon Box. Si tratta del primo progetto del Bonelli Cinematic Universe, che prende le mosse da un personaggio a fumetti creato nel 2000 da Mauro Boselli e Maurizio Colombo, protagonista di una saga che da allora continua a inanellare episodi. Il “dampyr” è una figura del folklore balcanico, quella del figlio nato dall’unione tra un vampiro e una umana. Boselli e Colombo se ne sono appropriati dando vita a una versione post-moderna del mito del non-morto, intendendo la rielaborazione delle leggende sui vampiri immaginate come se facessero parte della realtà contemporanea (cioè, se i non-morti esistessero, non dormirebbero nelle bare ma sarebbero come su Dampyr vengono descritti). I due sceneggiatori hanno inoltre costruito complesse e ben congegnate “regole del gioco”, proponendo una differenziazione gerarchica tra i Maestri della Notte (creature mutaforma giunte in un remoto passato sul nostro pianeta da un mondo al crepuscolo) e i loro schiavi, vampiri soggiogati mentalmente che essi sono in grado di creare. I Maestri non temono la luce del sole, i loro succubi sì. Entrambi si nutrono, comunque, di sangue umano. Il Dampyr protagonista della serie si chiama Harlan Draka, e Draka è appunto il nome del Maestro suo padre, una figura misteriosa e carismatica. Ai Maestri della Notte, secondo le leggi che essi stessi si sono dati, è proibito procreare: questo perché il sangue di un eventuale figlio è mortale per loro (e per i vampiri che li servono). Anzi, è l’unica cosa che può ucciderli. Tuttavia, Draka ha sfidato i suoi simili permettendo la nascita di Harlan. Il tutto è reso più interessante (ma anche più complicato) dal fatto che ai Maestri e più in generale alle forze oscure si contrappongono gli Amesha, creature di un’altra dimensione votate a quello che potremmo definire “il bene” (si tratta insomma dell’eterna lotta tra angeli e demoni). Uno di essi si chiama Caleb Lost, vive a Praga in un teatro invisibile (perché collocato su un diverso piano della realtà), e arruola, se così si può dire, Harlan e i suoi amici Kurjak e Tesla nella propria squadra di “pronto intervento”. L’incontro fra il Dampyr con Kurjak (un ex miliziano della guerra nei Balcani) e Tesla (una vampira liberatasi dal giogo del proprio Maestro, Gorka) è raccontato nei primi due albi della serie a fumetti, quelli da cui è stato tratto il film, molto fedele (secondo me, fortunatamente) al modello originario. Sullo schermo, di Caleb Lost non c’è traccia, dato che anche nella serie su carta compare in un secondo momento (lo si vedrà, probabilmente, in una eventuale seconda produzione). Il volume “Il figlio del diavolo” presenta in copertina una delle locandine della versione cinematografica, con i volti degli azzeccati protagonisti: Wade Briggs nei panni di Harlan, Frida Gustavsson in quelli di Tesla, Stuart Martin nel ruolo di Kurjak. Si vede anche Sebastian Croft, che interpreta Yuri, un amico di Harlan (che Gorka rende suo schiavo). Il racconto, sia sullo schermo che sulla carta, narra della progressiva scoperta del protagonista della propria natura di Dampyr, a lui ignota anche se sempre più chiaramente svelata da incubi ricorrenti e da visioni inviate da Draka. Si dice sempre che “il libro è meglio del film”, ed anche in questo caso è vero: dato che il film è bello, il fumetto è bellissimo. I disegni di un Majo (Mario Rossi) in stato di grazia ci trascinano negli scenari della tragica guerra nei Balcani e rendono perfettamente la paura e l’inquietudine generate dal racconto immaginato da Boselli e Colombo, che originariamente avevano pensato di dar vita a una miniserie di pochi numeri destinata alla collana-contenitore “Zona X”. Fu Sergio Bonelli, intuendo le potenzialità del prodotto, a chiedere agli autori di realizzare invece una testata autonoma. Valutando i primi due episodi (“Il figlio del diavolo” e “La stirpe della notte”) raccolti in questo volume (distribuito in edicola con la “Gazzetta dello Sport”) si nota come l’orrore sia ancorato al realismo di fondo di scenari di guerra e di vampiri calati nella realtà. In seguito, quando la serie sarebbe finita nelle mani del solo Boselli, facendosi sempre più rari i contributi di Colombo, l’horror dampyriano sarebbe stato declinato maggiormente in chiave fantasy e letteraria, maggiormente nelle corde boselliane. Colombo sembra più suggestionato dal cinema (materia di cui è straordinariamente competente), Boselli pare invece maggiormente legato alla letteratura. Lo si direbbe aver divorato intere biblioteche, dimostrandosi particolarmente ferrato quando tratta argomenti legati alla storia, alla narrativa fantastica, al calderone dei miti e delle leggende studiate dall’antropologia culturale, all’esplorazione del mondo. Così, nelle sue sceneggiature si ritrovano flashback e viaggi nel tempo che ricreano alla perfezione, con una eccezionale freschezza documentativa, epoche storiche vicine e lontane, viaggi in paesi esotici scelti fra quelli da dove nessuno riceve cartoline, echi e rimandi a racconti e romanzi, incontri con personaggi veramente vissuti e fatti rivivere, citazioni di canzoni e di poesie.

lunedì 10 aprile 2023

MINI FIABE E ALTRE STORIE

 


Paolo Massagli
MINI FIABE E ALTRE STORIE
Cut-Up Publishing
cartonato, 2022
52 pagine, 17.90 euro

"Le pagine a fumetti di Paolo Massagli sono piene di uno spietato humor più nero della pece infernale con la quale sembrano illustrate. Il grottesco diventa creepy e weird. Grazie al suo talentuoso pennello i corsetti, i meccanismi, le cuciture, gli innesti metallivci e i bendaggi, diventano sublime bellezza. Le illustrazioni sono disturbanti e allo stesso seducenti, cariche di una tensione erotica annodata alla celebrazione della morte, Eros e Thanatos, bianco e nero che stanno in perfetto equilibrio". Così scrive Giuseppe Di Bernardo nella sua prefazione e lo scrive così bene che non trovo niente di meglio da fare se non copiarlo pari pari. Aggiungerò solo, in via accessoria, che io ci trovo molto Tim Burton. Dal punto di vista della semplice cronaca contenutistica, si tratta di una antologia di brevissime rivisitazioni in chiave horror delle favole più famose, e per "brevissime" intendo "di una sola (fulminante) tavola". Questo fino a metà del libro, confezionato con cura da Cut-Up Publishing, quando troviamo "Nanetti" (4 tavole), "Babao" (16 tavole) e "Labyrinth" (5 tavole), che anziché essere brevissimi sono soltanto brevi. Di Paolo Massagli si sa che ha collaborato con la serie horror-splatter "The Cannibal Family" creata da Stefano Fantelli e Rossano Piccioni, e che è autore di due altri volumi, "Come un insetto" (candidato come miglior autore unico italiano al Treviso Comic Book Festival) e "Oscura Ossessione".