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giovedì 15 settembre 2022

HOMO DEUS

 

 


 

 

Yuval Noah Harari
HOMO DEUS
Bompiani
Brossurato, 2019
550 pagine


Una lettura affascinante e inquietante al tempo stesso. “Difficile immaginare qualcuno che nel leggere questo libro non provi ogni tanto un brivido di vertigine”, ha scritto “The Guardian”, e io sostituirei “ogni tanto” con “a ogni pagina”. Yuval Noah Harari (1976), saggista israeliano, storico laureato a d Oxford e titolare di una cattedra di storia all’università di Gerusalemme, attivista per i diritti civili e animalista, potrebbe anche fregiarsi del titolo di “futurologo” con cui venne etichettato Roberto Vacca dopo aver scritto, nel 1971, “Il medioevo prossimo venturo”: entrambi cercano di prevedere l’evoluzione della civiltà e della società umana (il sottotitolo di "Homo Deus" è "Breve storia del futuro"). Rispetto alle ipotesi dello studioso italiano, però, il saggio di quello israeliano non prevede una regressione della civiltà per la degradazione dei massimi sistemi destinati a divenire insostenibili, ma uno scontro fra uomo e intelligenze artificiali. Semplificando al massimo, secondo Harari si possono interpretare gli organismi viventi come algoritmi (che cos’è il DNA se non una serie di istruzioni?) e la vita come un processo di elaborazione dati. I computer sono ormai in grado di imparare da soli, correggere i propri errori, trovare strade e soluzioni alternative prima e meglio di come possano fare i cervelli umani, perciò “algoritmi non coscienti e inconsapevoli ma dotati di grande intelligenza potranno presto conoscerci meglio di quanto noi conosciamo noi stessi”, scrive Harari. E’ singolare che il nome Harari ricordi quello di Hari Seldon, lo scienziato nato dalla fantasia di Isaac Asimov, protagonista della saga fantascientifica “Fondazione”, il cui primo volume venne pubblicato nel 1951: Seldon ritiene che il corso della Storia, o meglio, il comportamento di grandi masse di persone (l’umanità nel suo complesso), si possa prevedere su base matematica, disponendo dei dati necessari. Impossibile non notare come l’elaborazione dei “big data” già permetta ai giorni nostri di fare previsioni attendibili sulle scelte non degli utenti di Internet e dei social. Harari esamina lo sviluppo storico della civiltà dell’Homo Sapiens, divenuta ormai la specie dominante sulla Terra con il potete di vita e di morte sulle altre creature e sul destino dell’intero pianeta: siamo già “Homo Deus”. Che cosa accadrà, adesso? Nessuno dice che la nostra evoluzione sia finita, e potrebbe anche accadere che siamo destinati a trasformarci in qualcosa di molto diverso, forse a essere sostituiti da intelligenze nate come artificiali ma in grado di prendere il nostro posto come noi abbiamo fatto con gli uomini di Neanderthal. Il che potrebbe non essere un male e rappresentare anzi l’approdo finale all’immortalità e alla felicità eterna. Di nuovo, viene in mente Asimov con il suo racconto “Biliardo darwiniano” (Darwinian Pool Room, 1950), in cui si ipotizza che la naturale evoluzione dell’essere umano siano i robot. Ma c’è qualcosa di ancora più clamoroso. A pagina 466, Harari scrive: “Gli umani sono meri strumenti per creare un sistema cosmico di elaborazione dati che sarebbe come Dio. Potrebbe alla fine espandersi dal pianeta Terra e invadere l’intera galassia e perfino tutto l’universo. Sarebbe dovunque e controllerebbe tutto quanto, gli uomini sono destinati a fondersi in Lui”. Ora, andate a rileggere uno dei caposaldi asimoviani, il racconto “L’ultima domanda” (The Last Question, 1956): è diviso in sette parti, ognuna delle quali immagina una sempre maggiore evoluzione della scienza e dell’umanità, finché gli uomini si fondono con la coscienza di un elaboratore dati divenuto ormai in grado di fare tutto, compreso creare un nuovo universo.

sabato 4 maggio 2019

DIECI MILIARDI







Stephen Emmott 
DIECI MILIARDI
 Feltrinelli
2013, 210 pagine

brossurato, 16 euro

"Diecimila anni fa la Terra ospitava un milione di uomini. Nel 1800, un miliardo. Nel 1960, tre miliardi. Alla fine di questo secolo, supereremo i dieci miliardi. Quello che penso è che siamo fottuti". Questo, in sintesi (la citazione è un mio montaggio di frasi dell'autore), il succo del libro. La cui lettura è assolutamente angosciante, com'è ovvio. Tanto per dare un'idea ecco come si conclude: "Ho chiesto a uno dei più razionali, brillanti scienziati che conosco: se esistesse una singola cosa che tu potessi fare riguardo alla situazione che abbiamo di fronte, che cosa faresti? La sua risposta? Insegnerei a mio figlio a sparare". Poche pagine prima, si può leggere: "Se l'attuale tasso di riproduzione dovesse mantenersi costante, entro la fine di questo secolo non saremo dieci miliardi. Saremo ventotto miliardi". Il dato dei dieci è stato previsto ottimisticamente ipotizzando un calo della crescita. Nel 2012, Stephen Emmott che insegna Scienze Computazionali all'Univesità di Oxford, ha trasformato le sue idee riguardo la sovrappopolazione in un monologo teatrale messo in scena a Londra, che ha avuto un enorme successo. Il testo, intitolato "10 Billions", è poi divenuto il libro pubblicato in Italia da Feltrinelli. Va detto che, trattandosi di un lavoro non solo divulgativo, ma anche destinato a venire recitato a voce, non è un saggio scientifico vero e proprio (con riferimenti ad altri saggi o alle fonti esatte delle informazioni), ma di una coinvolgente sequenza di frasi a effetto. Il desiderio sarebbe appunto quello di poter leggere invece un testo più argomentato, che approfondisca meglio l'argomento, senza dubbio interessante (anche Dan Brown ha incentrato il suo "Inferno" su questo tema, il che vuol dire che la questione è in grado di catalizzare l'attenzione). Tra i vari spunti offerti da Emmott alla nostra riflessione, alcuni riguardano il livello di inquinamento, altri i cambiamenti climatici, altri il depauperamento delle risorse, altri il problema delle fonti di energia o dello sfruttamento del suolo, per arrivare all'estinzione delle specie private degli habitat sottratte loro dagli uomini o alle guerre per l'acqua o per il cibo che si prevedono per il prossimo futuro. Di solito io sono un ecologista scettico, per cui gli allarmismi mi lasciano sempre perplesso: credo che i progressi della scienza o il mutare delle condizioni invalidino la maggior parte delle teorie catastrofiste (il "Medioevo prossimo venturo" di Roberto Vacca, per dirne una, è stato rimandato a data da destinarsi). Tuttavia, la sovrappopolazione è qualcosa che mi ha sempre spaventato. E' uno dei motivi per cui mi sembrerà giusto togliermi dai piedi al momento opportuno.