venerdì 3 febbraio 2023

LETTERA A MIA MADRE

 




George Simenon
LETTERA A MIA MADRE
Adelphi
brossurato, 2016
100 pagine, 10 euro

"Perché sei venuto, Georges?", chiede la novantenne Henriette Brüll, quando (un giorno del 1970) vede entrare nella sua stanza d'ospedale il figlio, Georges Simenon, tornato a Liegi, in Belgio, al suo capezzale dopo anni di lontananza. Ricordando quella frase, e scrivendo nel 1974 la sua "Lettera a mia madre", Simenon annota: "Veramente ti sei meravigliata di vedermi? Ti immaginavi forse che non sarei venuto, che non avrei assistito alla tua agonia, al tuo funerale? Mi credevi indifferente, nemico addirittura? Davvero c'era sorpresa in quei tuoi occhi, nel loro grigio slavato, oppure era un'altra delle tue commedie? Lo sapevi che sarei venuto, mi aspettavi, ne sono sicuro". Del suo difficile rapporto con la madre Simonon ha parlato spesso in interviste e in romanzi autobiografici. Si sentiva più parte del clan dei Simenon, quello di cui faceva parte suo padre Desiré, belga (Henriette Brüll e la sua famiglia erano olandesi). Tre anni e mezzo dopo la morte della mamma, nel 1974, Simenon le scrive la Lettera con cui fa pace con la sua figura: "Ora soltanto, forse, comincio a capirti. Ho trascorso l'infanzia, l'adolescenza insieme a te, sotto lo stesso tetto, e quando a diciannove anni ti ho lasciata, sono partito per Parigi, eri ancora un'estranea per me". La Lettera è composta da brevi frasi, collegate fra loro come frammenti di un flusso di pensiero, attraverso le quali lo scrittore (il terzo autore francese più tradotto nel mondo dopo Verne e Dumas) racconta sia i giorni trascorsi al capezzale della mamma sia frammenti e aneddoti della vita di lei, ricordati in ordine sparso, come in uno spontaneo riaffiorare alla mente. Piano piano il ritratto di Henrietta si va perfezionando senza però che nulla, nella prosa di Simenon, sembri falso o letterario. Una donna orgogliosa, tenace, apparentemente avara di empatia, ma in realtà piena di sentimenti tenuti gelosamente nascosti. "Eri di coloro che non hanno ricevuto niente; di coloro che ogni gioia, anche piccola, la devono conquistare con le unghie e coi denti", scrive Simenon. E conclude: "Madre, io non ho niente da rimproverarti, non ti rimprovero niente, lo vedi bene. Hai seguito il corso della tua vita con una fedeltà rara, rarissima anzi, al tuo scopo. Lo hai raggiunto. Forse per questo nel letto d'ospedale il tuo sguardo è così sereno, per questo a tratti vi brilla persino una pagliuzza d'ironia. Li hai messi tutti nel sacco!".

martedì 31 gennaio 2023

SE UNA NOTTE D’INVERNO UN VIAGGIATORE

 
 

 
 
 
Italo Calvino
SE UNA NOTTE D’INVERNO UN VIAGGIATORE
Mondadori
Brossurato, 2021
266 pagine, 14 euro


Azzeccata la foto che fa da copertina dell’edizione negli Oscar Moderni di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino (1923-1985): una porta aperta su una stanza dove se ne apre un’altra su una seconda stanza e così via in una fuga apparentemente infinita. Infatti, il romanzo è un continuo trasferirsi, da parte del lettore che segue lo scrittore, in un susseguirsi di racconti incompiuti alla ricerca dei finali mancanti. E’ lo stesso Calvino, in una conferenza tenuta a Buenos Aires nel 1984 (un cui estratto è pubblicato nel corredo critico introduttivo) a spiegare nel modo migliore il senso della sua opera: “E’ un romanzo sul piacere di leggere romanzi; protagonista è il Lettore, che per dieci volte comincia a leggere un libro che per vicissitudini estranee alla sua volontà non riesce a finire. Ho dovuto dunque scrivere l’inizio di dieci romanzi di autori immaginari, tutti in qualche modo diversi da me e diversi tra loro: un romanzo tutto sospetti e sensazioni confuse; uno tutto sensazioni corpose e sanguigne; uno introspettivo e simbolico; uno rivoluzionario esistenziale; uno cinico-brutale; uno di manie ossessive; uno logico e geometrico; uno erotico-perverso; uno tellurico-primordiale; uno apocalittico-allegorico. Più che identificarmi con l’autore di ognuno dei dieci romanzi, ho cercato di identificarmi con il lettore: rappresentare il piacere della lettura d’un dato genere, più che il testo vero e proprio. Pure in qualche momento mi sono sentito attraversato dall’energia creativa di questi dieci autori inesistenti. Ma soprattutto ho cercato di dare evidenza al fatto che ogni libro nasce in presenza d’altri libri, in rapporto e confronto ad altri libri”. Per quanto tutti e dieci gli “inizi di romanzo” siano godibili di per se stessi (e peccato non continuino) e formino, con i loro titoli letti di seguito, un altro incipit, è la cornice narrativa che li contiene e li giustifica a essere la parte migliore dell’opera. Le trovate grazie alle quali il Lettore (l’anonimo protagonista) si trova di fronte uno dopo l’altro dieci libri che si interrompono dopo poche decine di pagine sono geniali, o comunque degne di Calvino, il quale è protagonista a sua volta dato che, in qualità di Autore, si rivolge direttamente a chi lo sta leggendo, commentando con lui quanto viene letto. C’è però anche una Lettrice, che invece ha un nome Ludmilla (e una sorella, Lotaria), una donna che ogni Lettore vorrebbe avere come compagna. Così scrive l’autore rivolgendosi alla Lettrice: “Questo libro è stato attento finora a lasciare aperta al Lettore che legge la possibilità d’identificarsi col Lettore che è letto: per questo non gli è stato dato un nome che l’avrebbe automaticamente equiparato a una Terza Persona (mentre a te, in quanto Terza Persona, è stato necessario attribuire un nome, Ludmilla) e lo si è mantenuto nell’astratta condizione dei pronomi, disponibile per ogni attributo e ogni azione. Vediamo se di te, lettrice, il libro riesce a tracciare un vero ritratto, partendo dalla cornice per stringerti da ogni lato e stabilire i contorni della tua figura. Sei apparsa per la prima volta al Lettore in una libreria, hai preso forma staccandoti da una parete di scaffali, come se la quantità di libri rendesse necessaria la presenza di una Lettrice. La tua casa, essendo il luogo in cui tu leggi, può dirci qual è il posto che i libri hanno nella tua vita, se sono una difesa che tu metti avanti per tener lontano il mondo di fuori, un sogno in cui sprofondi come in una droga, oppure se sono dei ponti che getti verso il fuori, verso il mondo che t’interessa tanto da volerne moltiplicare e dilatare le dimensioni attraverso i libri”. In altre pagine del romanzo Calvino descrive le tipologie dei lettori e quelle del libri: libri che non hai letto, libri che puoi fare a meno di leggere, libri fatti per altri usi che la lettura, libri già letti prima ancora d’essere stati scritti, libri che prima ne dovresti leggere degli altri, libri troppo cari che potresti aspettare a comprarli quando saranno rivenduti a metà prezzo, e così via. Come si vede, “Se una notte d’inverno un viaggiatore” è una sorta di hellzapoppin, o di festa happening, in cui però l’apparente caos e la presunta trasgressione delle regola, perfino i toni più umoristici e grotteschi, corrispondono a una struttura geometricamente costruita, a un gioco intellettuale dove niente capita per caso. Gioco intellettuale che fa pensare agli “Esercizi di stile” di Raymond Queneau (di Queneau, Calvino tradusse il quasi intraducibile “I fiori blu”), dove un episodio assolutamente insignificante della vita quotidiana viene raccontato per 99 volte con altrettanti stili letterari diversi. L’edizione Oscar propone, alla fine del romanzo, una interessante postfazione di Giovanni Raboni.

domenica 29 gennaio 2023

INVECCHIANDO GLI UOMINI PIANGONO

 
 
 

 
 
 
Jean-Luc Seigle
INVECCHIANDO GLI UOMINI PIANGONO
Feltrinellib
brossurato, 2013
180 pagine


Il romanzo, pubblicato in Francia da Flemmarion nel 2012 e in Italia da Feltrinelli l’anno successivo, ha vinto il Gran Prix del Salone del Libro di Parigi. Jean-Luc Seigle, scrittore, sceneggiatore cinematografico e drammaturgo (1955-2020), è autore anche di altri titoli di successo, come “Ti scrivo al buio” (2015). “Invecchiando gli uomini piangono" ha la caratteristica di svolgersi tutto nell’arco di un solo giorno, il 9 luglio 1961. Protagonisti ne sono un operaio di cinquantatrè anni, Albert Chassaing, e la sua famiglia: la moglie Suzanne, il figlio Gilles, l’anziana madre Madeleine, che soffre di demenza senile. Un altro figlio, Henri, è a combattere in Algeria. Siamo a Clermont, in Alvernia, un piccolo borgo un tempo agricolo che però sta vedendo sempre più abitanti impiegarsi nel vicino stabilimento della Michelin, come appunto Albert. Il romanzo è appunto attraversato dal senso della trasformazione, dei tempi che cambiano. Chassaing non riconosce più il suo mondo: quello rurale in cui è nato sta scomparendo, così come l’uso del dialetto del luogo, sostituito dal francese. Suzanne invece vive nell’ansia della modernità, vorrebbe trasferirsi in città e intanto attende, proprio per a quel giorno, l’arrivo del primo televisore che le permetterà di vedere suo figlio Henri intervistato con altri soldati in un servizio del notiziario della sera. La realtà tragica della guerra, messa davanti agli occhi della madre dalle immagini sul piccolo schermo, però, la sconvolgono. Suzanne e Albert non hanno più intimità, il loro matrimonio è finito, ma lei è ancora una donna piacente e c’è chi le fa la corte. Quel 9 luglio segna anche il suo primo tradimento del marito. Gilles, intanto, passa il tempo leggendo: lo vediamo immerso in un romanzo di Balzac, intento a farsi domande sul rapporto tra la vita e la letteratura. I genitori non sembrano capire l’ossessione del figlio per i libri, ma Albert capisce che cosa fare: affidarlo a un insegnante in pensione loro vicino, perché prenda ripetizioni e soprattutto venga guidato verso un futuro migliore dei suoi nonni contadini e del padre operaio. Fin dalla prima pagina ci viene svelato il proposito di Albert di togliersi la vita: “Alber non pensava a morire, aveva il desiderio di farla finita”. La decisione, ormai presa, lo accompagna per tutta la giornata, un giorno qualunque degli anni Sessanta che però, come tuti i giorni della Storia, sono parte del grande racconto dell’umanità. In quarta di copertina è riportata una frase da una recensione de “L’express”: “Alcuni libri possiedono una grazia misteriosa. E’ il caso del romanzo di Jean-Luc Siegle, magnifico e sconvolgente”. Tra le pagine più belle, e forse più inquietanti, quelle in cui Albert deve lavare la vecchia madre, nuda davanti a lui e sotto le sue mani.

martedì 17 gennaio 2023

IL SEGRETO DI ZIA MIRANDA

 


Cosey
IL SEGRETO DI ZIA MIRANDA
Panini Comics
cartonato, 2022
74 pagine, 14.90 euro


Mi è già capitato di parlare, in questo spazio, delle belle storie Disney realizzate in Francia per la pubblicazione in albi cartonati da libreria (come per Asterix, per intenderci, e non uso la definizione "graphic novel" non solo perché mi sta antipatica ma anche perché, in questo caso, non rende l'idea). Di Cosey, in particolare, avevo recensito "Una misteriosa melodia", edito a suo tempo da Giunti. Trovate qui (cliccando) quello che scrissi allora.
Oggi le avventure disneyane di questo tipo (volutamente estranee all'universo dei Topi e dei Paperi evolutosi nel tempo, almeno per quel che si è potuto vedere fino ad adesso) vengono pubblicate da Panini Comics e distribuite sia in libreria che in fumetteria in una collana chiamata Disney Collection. 
Un altro titolo, "Alla ricerca della felicità", è stato da me recensito qui (cliccare sul "qui").
Benché disegnate con piglio moderno (non solo nel tratto ma anche nelle inquadrature e nel ritmo della narrazione), gli albi cartonati dei questa collezione riportano i personaggi (e il mondo che li circonda) alla grafica degli esordi. Per esempio, la Minni protagonista de "Il segreto di Zia Miranda", viaggia in sidecar e ha il gonnellino senza parte alta del vestito, e Topolino (che compare solo nelle ultime pagine) indossa i pantaloni corti con i grossi bottoni davanti. Minnie Mouse fa coppia con Clarabella, anche lei con il vecchio look: le due amiche partono per il paese di montagna di Yellow Rock, coperto di neve in prossimità del Natale. Lì, Minni spera di recuperare un misterioso Taccuino Nero lasciato nella sua casa isolata nel bosco dalla vecchia Zia Miranda che ha preferito trasferirsi al sole del Messico. La zia è stata una esploratrice che, in gioventù, si è dedicata alla ricerca dello Yeti sull'Himalaya, senza trovarlo. Pare invece che abbia trovato tracce di Sasquatch proprio nelle foreste attorno a Yellow Rock, ma nessuno ci crede (non ci sono prove). Minni e Clarabella si accorgono invece che la vecchia Miranda ha ragione. A questo punto entra in scena Pietro Gambedilegno che vuol catturare il Sasquatch per venderlo e farci dei soldi e questo le due ragazze non lo possono permettere. Una storia deliziosa, dal sapore antico e moderno al tempo stesso.

lunedì 16 gennaio 2023

ALLA RICERCA DELLA FELICITA’

 
 

 

Lewis Trondheim
Keramidis
ALLA RICERCA DELLA FELICITA’
Panini Comics
cartonato, 2022
46 pagine, 14.90 euro


A quattro anni dall’uscita francese targata Glenat, la Panini Comics (che ha preso il posto della Giunti nel proporre in Italia le avventure Disney interpretate in modo originale ed eterodosso da autori d’Oltralpe) pubblica “Donald Happiest Adventures: Alla Ricerca della Felicità ”, un piccolo capolavoro scritto da Lewis Trondheim e illustrato da Nicolas Keramidas (colori di Brigitte Findakly). In questo spazio ci eravamo già occupati di un precedente volume di questa formidabile serie, per la precisione di “Una misteriosa melodia”, di Cosey. Piccolo capolavoro anche quello.

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2020/07/una-misteriosa-melodia.html

Trondheim e Keramidas usano, quale espediente narrativo che giustifichi le caratteristiche della loro storia, tanto bizzarra quanto irresistibile, il ritrovamento in un mercatino dell’usato di alcuni numeri di vecchi albi disneyani di cui si era persa la memoria. In un racconto precedente realizzato dal duo, il ritrovamento riguardava una collana intitolata “Mickey’s Crazies Adventures” (dunque dedicata a Topolino); questa volta a saltar fuori da una polverosa bancarella è un intero pacco di “Donald’s Quest”, una testata con invece protagonista Paperino, naturalmente mai vista prima. Lewis e Nicolas ripropongono dunque una avventura completa così come dicono di averla riscoperta, cioè con le pagine un po’ stropicciate e ingiallite dal tempo, qualche macchia di unto su certe vignette, i colori retinati tipici di un tempo. Un falso perfetto, tradito solo dal disegno più moderno di quanto ci si aspetterebbe, o perlomeno decisamente non barksiano (ma efficacissino). Il racconto procede sulla misura di una tavola per volta, vale a dire che ogni pagina (quattro strisce) si propone come autoconclusiva, con una battuta finale, come le domenicali americane di un tempo, ma la tavola successiva si riallaccia alla precedente portando avanti il racconto. Racconto insolito e dinamicissimo, che coinvolge non solo i paperi (Paperino, Zio Paperone, Gastone, Pico De’ Paperis) ma anche Topolino e Gambadilegno. Le battute spesso sono esilaranti, ma è il racconto stesso a divertire e risultare insolito, perché la missione affidata da Paperone a Paperino, o quelle che lui ritiene di aver ricevuto in incarico, è nientemeno che la ricerca della felicità. Ricerca che porta Donald Duck in giro per il mondo, ottenendo sempre risposte diverse da chiunque lui interroghi riguardo a come si possa essere felici. Ognuno, infatti, desidera una felicità su misura. Alla fine, sia lo zione che il nipote troveranno uno sprazzo della propria.

lunedì 9 gennaio 2023

DYLAN DOG NEL SEGNO DI CAVAZZANO

 


Giorgio Cavazzano
Francesco Artibani
Tito Faraci
DYLAN DOG NEL SEGNO DI CAVAZZANO
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2022
146 pagine, 25 euro


Personalmente, metterei il complesso delle tre storie raccolte in questo volume nella top ten dei racconti di Dylan Dog. Anche se Dylan, a guardare bene, è protagonista soltanto di uno degli episodi e negli altri due si limita a fare da comparsa, lasciando la scena a Groucho. Ma basta Giorgio Cavazzano a far salire in classifica le trilogia, sorprendendoci, incantandoci, divertendoci in ogni vignetta. Certo, i bravi Francesco Artibani e Tito Faraci (autori dei testi) gli passano bene la palla perché poi il disegnatore corra a far gol, ma Giorgio parte dal centrocampo e sbaraglia tutti gli avversari. Cavazzano è noto soprattutto per le sue storie disneyane (quasi settecento, a partire dal 1967 a oggi), ma chi ha letto i suoi Altai & Johnson o Silas Finn (testi di Sclavi), i suoi Smalto & Johnny o Oscar & Tango (testi di Pezzin) o magari Capitan Rogers (testi di Pezzin e Correggiani), solo per citare qualcosa d'altro oltre ai Topi e ai Paperi, sa che l'autore, con il suo stile personale sempre riconoscibile, è estremamente versatile, al punto che Sergio Bonelli, una volta, dichiarò che gli sarebbe piaciuto affidargli una storia di Tex. Per la Casa editrice di via Buonarroti ha finito invece per fare qualche escursione estemporanea con Dylan Dog e realizzare due albi della serie "I grandi comici", scritti per lui da Bonvi. Si diceva che il volume "Nel segno di Cavazzano (uscito in occasione di Lucca Comics & Games del 2022 insieme a un voluminoso saggio sul disegnatore, sempre targato Bonelli), raccoglie tre episodi. Due di questi erano già stati pubblicati in precedenza, uno su "Dylan Dog Color Fest" n° 4 ("Manichini", testi di Faraci, 2010) e uno su "Grouchomicon ("Una scatola di polvere", testi di Artibani, 2017). Il terzo racconto, quello che apre il volume, "Stardust" (testi di Artibani), è inedito. Umorismo, genialità, e talento da vendere rendono il volume (arricchito da una prefazione e da una postfazione di Graziano Origa) una gioia per gli occhi, per il cuore e per la mente. Non si tratta solo di mescolare horror e comicità per far la parodia delle storie di paura, cosa che diverte sempre ma che è, tutto sommato, ciò che ci si aspetta. C'è di più: c'è poesia, c'è satira, c'è avventura, ci sono trame e personaggi interessanti. In "Stardust"(la mia storia preferita), che personaggi, poi: vedere per credere. "Una scatola di polvere" deve forse qualcosa a Oscar Wilde ("Il fantasma di Canterville") ma lo spunto si adatta benissimo a Groucho che indaga su un casa infestata al posto di Dylan Dog. "Manichini" è la più dylaniata delle tre avventure, ma Faraci e Cavazzano se la cavano benissimo a sclavizzare.

venerdì 6 gennaio 2023

L'ORA DEL TEX


 

Alessandro Tesauro 
L'ORA DEL TEX
Alessandro Tesauro Editore
brossurato, 2016
64 pagine, 12 euro


Se uno, come me, si picca di procurarsi tutta la saggistica pubblicata in Italia su Tex e su Zagor (ha almeno venti ripiani di libri sul fumetto in generale ma non faccio un punto d'onore di averli proprio tutti, mi concentro su alcuni temi e personaggi - comunque domandomi a chi lascerò in eredità la strabordante collezione, dato che l'ora si avvicina), di certo non può non avere anche questo smilzo libretto di Alessandro Tesauro, autore ed editore, dedicato, come recita il sottotitolo, all "avventura inglese di Aquila della Notte". Sottotitolo che giustifica del resto, con un gioco di parole, il titolo "L'ora del Tex". Ci ho messo più del dovuto per capire l'allusione ma alla fine ci sono riuscito, voi sarete senza dubbio molto più veloci nel cogliere al volo la battuta. Il mini-saggio, in realtà, sembra scritto per creare dei dubbi piuttosto che risolverli, e pone un problema: quanti albi di Tex sono usciti nel Regno Unito? Racconta Tesauro di aver trovato un giorno, in un Remainders romano, il libro "The complete catalogne of british comics", di Dennis Gifford, il più importante storico e collezionista di fumetti pubblicati in Gran Bretagna. Fumetti che, come giustamente viene sottolineato, non hanno goduto mai, nelle isole britanniche, di grande fortuna: Tesauro traccia, a questo proposito, una breve storia dei comics inglesi (se ne rimane un po' sconfortati, in confronto invece alle produzioni italiane, francesi, spagnole, americane). Si fornisce al lettore anche una biografia di Gifford, a testimonianza dell'attendibilità del suo lavoro. Qual è dunque il mistero? E' che Gifford segnala soltanto due albi di Tex usciti a Londra nel 1971, ovvero le due puntate della storia "Attack at Fort Summer" (con le copertine degli albi italiani "Massacro!" e "Lo straniero"). Però, i collezionisti delle edizioni estere di Tex sanno che la serie in lingua inglese di cui fanno parte quei due primi numeri conta 14 albi, rintracciabili e posseduti da molti. Questi 14 albi vennero stampati in Scandinavia sia in inglese che in norvegese, per venire distribuiti in vari Paesi. Dunque Gifford ignora che dopo i numeri 1 e 2 ne uscirono altri 12 (ma sembra strano, vista l'estrema perizia del catalogo da lui compilato), o quei 12 non sono mai usciti a Londra (magari per scarsa accoglienza da parte del pubblico)? E se non sono mai usciti a Londra, dove sono stati distribuiti, dato che esistono? A Malta? In altri Paesi del Commonwealth? La risposta è che non si sa. Tesauro, che spiega tutto questo in modo molto colloquiale e senza fronzoli, sembra aver proposto il mistero sperando che qualcuno glielo spieghi. Intanto, io archivio nella mia collezione il suo libretto.

sabato 31 dicembre 2022

TACCUINI

 



Albert Camus
TACCUINI
Bompiani
Brossurato, 2018
576 pagine, 16 euro
 
Albert Camus: scrittore, filosofo, saggista, drammaturgo, regista teatrale, giornalista e alla fine (nel 1957) Premio Nobel per la Letteratura. “Per la sua importante produzione letteraria, che con serietà chiarificante illumina i problemi della coscienza umana nel nostro tempo”, scrivono gli svedesi motivando il prestigioso riconoscimento. Due almeno i suoi romanzi da leggere prima di morire: “Lo straniero” (1942) e “La peste” (1947), entrambi ambientati nell’Algeria francese, dove Camus nacque nel 1913 (e a cui rimase sempre legato). La sua vita attraversò gli anni dei totalitarismi, del secondo conflitto mondiale e della Guerra Fredda, fu antifascista e aderì per un certo periodo al partito comunista, salvo poi uscirne soprattutto per reazione al dispotismo sovietico: “questa sinistra di cui ho fatto parte, mio malgrado e suo malgrado”, scrive nei Taccuini. C’è chi sospetta che il KGB sia stato coinvolto nell’incidente stradale in cui rimase ucciso nel 1960. Colpito giovanissimo dalla tubercolosi, riuscì comunque a laurearsi in filosofia nel 1936 con una tesi su Plotino e Sant’Agostino, ma per tutta la vita dovette trascorrere periodi di cura. Venticinque anni di questa vita sono accompagnati dalle sue annotazioni su quelli che vennero poi pubblicati postumi con il titolo di “Taccuini”. Si tratta di nove quaderni scolastici che Camus compilò senza interruzione dal maggio 1935 fino alla morte. Mentre era ancora in vita, lo scrittore aveva fatto dattilografare e in parte rivisto i primi sette quaderni. Un’edizione postuma dei primi sei, divisa in due tomi, venne curata da Roger Quillot. I quaderni 7, 8, e 9 sono stati pubblicati soltanto nel 1989. Non si tratta di diari: solo alcune pagine raccontano dei suoi viaggi in Francia, in Italia, in Grecia. Per il resto, si tratta di strumenti di lavoro. Camus annotava idee per nuovi romanzi, racconti, commedie, drammi. Poi citava frasi dai libri che leggeva (quante letture!), o si appuntava brani che sarebbero poi finiti in qualche sua opera. Coglieva sfumature nei paesaggi, commentava accadimenti nell’umanità che gli si aggirava attorno, elucubrava contorsioni filosofiche sul senso della vita, della morte, dell'amore, sull'arte e sulla scrittura. Raramente registrava avvenimenti storici (della guerra, per esempio, parla pochissimo). Si teneva lontano, con dichiarato intento, dalle confessioni sulla sua vita privata. Faceva propositi, tra i quali quelli di non entrare in polemica con i detrattori (“bisogna scrivere, non discutere”). Insomma, uno Zibaldone senza alcun filo conduttore se non lo scorrere del tempo. Certo, l’intero universo di Camus è nei suoi Taccuini, ma la scrittura zibaldonesca non favorisce la lettura: difficilmente la si può portare avanti a oltranza. Personalmente, ho letto tutto nel corso di un paio di anni, in ordine cronologico ma procedendo a pochi appunti ogni giorno. Ho estrapolato dai nove quaderni una serie di aforismi (di cui sono, come si sa, appassionato). Li ho copiati qui di seguito, nel caso a qualcuno interessino. Non pretendono di riassumere il senso dei Taccuini nella loro interezza, ma sicuramente illuminano su alcuni temi cari a Camus.
Quaderno 1 – maggio 1935 – settembre 1937
Quaderno 2 – settembre 1937 – aprile 1939
Quaderno 3 – aprile 1939 – febbraio 1942
Quaderno 4 – febbraio 1942 – settembre 1945
Quaderno 5 – settembre 1945 – aprile 1948
Quaderno 6 – aprile 1948 – marzo 1951
Quaderno 7 – marzo 1951 – luglio 1954
Quaderno 8 – agosto 1954 – luglio 1958
Quaderno 9 – luglio 1958 – dicembre 1959

Perché sono un artista e non un filosofo? E’ che io penso in base alle parole e non alle idee.
La civiltà non consiste in un livello più o meno alto di raffinatezza, ma in una coscienza comune a tutto un popolo. Credere che la civiltà sia opera di un’élite significa identificarla con la cultura, che tutt’altra cosa.
Incapacità di essere solo, incapacità di non esserlo.
La tentazione più pericolosa: non assomigliare a nulla.
Il bisogno di aver ragione: segno di spirito volgare.
Ci si determina man mano che si vive. Conoscersi alla perfezione equivale a morire.
Un uomo intelligente su un certo piano può essere imbecille su altri.
Ogni volta che ascolto un discorso politico o leggo le parole di costoro che ci dirigono, constato da anni con spavento che non c’è niente in loro che abbia un suono umano. Sono sempre le stesse frasi che ripetono le stesse menzogne.
Dovessi scrivere io un trattato di morale, avrebbe cento pagine, novantanove delle quali assolutamente bianche. Sull’ultima, poi, scriverei: “Conosco un solo dovere, ed è quello di amare.”
La vita è difficile da vivere.
L’innocente è colui che non spiega.
La mia sola missione è vivere.
La tentazione comune a tutte le intelligenze: il cinismo.
C’è chi è fatto per amare e c’è chi è fatto per vivere.
La donna del piano di sopra si è uccisa gettandosi in cortile. Prima di morire ha detto: “Finalmente!”
Bisogna essere in due quando si scrive.
Un giorno che il popolo lo applaudiva: “Che abbia detto qualche sciocchezza?” si domandò Focione.
Forse la vita sessuale è stata data all’uomo per distoglierlo dalla sua vera vita. E’ il suo oppio.
Nessun popolo può vivere fuori della bellezza. Può al massimo sopravvivere per qualche tempo.
Non esiste libertà per l’uomo fin quando non ha superato il timore della morte.
Neanche Dio, se esistesse, potrebbe modificare il passato
Libertà è poter dare ragione all’avversario.
Ho vissuto per tutta la giovinezza con l’idea della mia innocenza, cioè con nessuna idea.
Preferisco gli uomini impegnati alle letterature impegnate. Sembra che oggi scrivere una poesia sulla primavera equivalga a servire il capitalismo.
Mi conosco troppo per credere alla virtù assolutamente pura.
Soppressione della pena di morte. Motivo: l’assassino ha delle scuse nelle passioni della natura. La legge no.
Mi si rimprovera perché i miei libri non danno rilievo all’aspetto politico. Traduzione: vorrebbero che mettessi in scena dei partiti. Ma io metto in scena soltanto individui che si oppongono alla macchina dello stato.
Secondo gli egiziani, dopo la morte il giusto deve poter dire: “Non ho fatto soffrire nessuno”. Se no, c’è il castigo.
Bisogna incontrare l’amore prima di aver incontrato a morale. Altrimenti, lo strazio.
Ho cercato con tutte le forse, conoscendo le mie debolezze, d’essere un uomo morale. La morale uccide.
Non si dice neppure la quarta parte di ciò che si sa. Altrimenti, tutto crollerebbe. Quel poco che si dice, ed ecco che già urlano.
Se c’è un’anima, è un errore credere che ci sia stata data già creata. Si crea qui, nel corso della vita. E vivere non è che questo parto lungo e faticoso. Quando l’anima è pronta, creata da noi e dal dolore, ecco la morte.
Secondo i cinesi, gli imperi che sono ormai prossimi alla fine, hanno leggi molto numerose.
Quelli che scrivono in modo oscuro hanno una bella fortuna: avranno dei commentatori. Gli altri avranno soltanto dei lettori, il che, sembra, è spregevole.
E’ solo rinviando le conclusioni, anche quando gli sembrano evidenti, che un pensatore progredisce.
Io non seduco, io cedo.
Quelli che preferiscono i propri principi alla propria felicità si rifiutano di essere felici al di fuori delle condizioni che essi stessi hanno stabilito per esserlo.
La disgrazia più grande non è non essere amati, ma non amare.
Mi sento in diritto di morire tranquillo, potendo dire: “Ero debole, e tuttavia ho fatto ciò che ho potuto.”
I martiri devono scegliere tra farsi dimenticare e farsi adoperare.
Con alcune persone manteniamo rapporti di verità. Con altre, rapporti di menzogna. Questi ultimi non sono meno duraturi.
Sembrava che si amasse la libertà; si scopre che ci si limitava a odiare il padrone.
Non sono così buono da perdonare le offese, ma le dimentico sempre.
Bomba termonucleare. Gli uomini giungono finalmente a eguagliare Dio, ma nella crudeltà.
L’arte è un’esagerazione calcolata.
Leggi spesso che sono ateo, sento parlare del mio ateismo. Ma queste parole non mi dicono niente, non hanno senso per me. Io non credo in Dio e non sono ateo.
Dopo trenta conversazioni in Italia, comincio a farmi un’idea della vera situazione di questo paese. Non opinioni, ma fazioni.
Quelli che hanno davvero qualcosa da dire non ne parlano mai.
Non rifiutarsi di riconoscere ciò che è vero, neanche quando il vero si rivela l’opposto del desiderabile.
Il mio mestiere è di fare libri e di combattere quando la libertà dei miei e del mio popolo è minacciata. Tutto qui.
La democrazia non è la legge della maggioranza, ma la protezione della minoranza.

 Io non amo l’umanità in generale. Mi sento soprattutto solidale con lei, e non è la stessa cosa. E poi amo alcuni uomini, vivi o morti, con una tale ammirazione che sono sempre desideroso, o ansioso, di preservare o proteggere in tutti gli altri ciò che, per caso o per un giorno che non so prevedere, li ha resi o li renderà simili ai primi.