domenica 5 settembre 2021

IL CACCIATORE DI AQUILONI

 

 


Khaled Hosseini
Fabio Celoni
Mirka Andolfo
Tommaso Valsecchi
IL CACCIATORE DI AQUILONI
Piemme
2011, brossurato
140 pagine, 9.90 euro


Khaled Hosseini, scrittore statunitense di origine afghana, scrisse "Il cacciatore di aquiloni" nel 2003: fu un esordio di grande successo. Si tratta in effetti di un romanzo coinvolgente ed emozionante che mette a confronto società e culture diverse, narrando una storia di sentimenti forti, contrastati e contrastanti, intessuti con fatti storici reali. Il successo è stato ripetuto e confermato dai titoli successivi dello scrittore.
Ambientato negli States, in Pakistan e in Afghanistan, racconta la storia di due ragazzi, Amir (di etnia pashtun) e Hassan (di etnia hazar), sullo sfondo di drammatiche vicende che prendono il via a Kabul nel 1970, quando la città era libera (pur con tutte le contraddizioni del caso). Hassan vive come servitore nella casa del padre di Amir, il vedovo Baba, ma a dispetto della diversa condizione sociale i due sono grandi amici, nonostante la gelosia del pashtun verso le attenzioni di Baba per il giovane hazar e il senso di colpa di Amir per la morte (di parto) della madre. Si scopre poi che le premure del padre verso Hassan hanno una spiegazione (ma rivelare quale sarebbe spoilerare). Il titolo del romanzo deriva da un gioco molto in voga tra i ragazzi di Kabul in quegli anni: non far volare di più e meglio i proprio aquiloni, ma impossessarsi di quelli degli altri dopo aver tagliato il filo degli avversari. Ma se gli avversari sono bulli violenti e più grandi che non accettano la sconfitta si può andare incontro a grossi guai: a pagarne le conseguenze è Hassan, a cui, un giorno, si deve la vittoria di Amir. Il giovane hazar viene picchiato e addirittura violentato dalla banda del bieco Assef, che poi diventerà, anni dopo, un feroce capo talebano. Lo stupro di Hassan provoca una strana reazione in Amir, che cade vittima dei sensi di colpa per non essersi esposto in soccorso dell'amico, e fa in modo (inscenando un furto) di farlo allontanare dalla casa del padre. Gli eventi precipitano: nel 1981, in seguito all'occupazione russa, Baba e il figlio si trasferiscono negli Stati Uniti, attraversando le difficoltà di una difficile integrazione. Si susseguono gli eventi della vita: il tormentato Amir, che ha perso le tracce di Hassan, si sposa, Baba muore di cancro. Nel 2001, però scopre che il suo vecchio amico è stato ucciso, con sua moglie, in circostanze drammatiche (mentre continuava a far la guardia alla casa di Baba, fedele come sempre), dai talebani che hanno preso il potere a Kabul. E' rimasto un orfano, Sohrab. Hamir capisce che per pagare il debito che ha con Hassan deve sottrarre il bambino ai talebani e portarlo in Occidente. Si imbarca così in una rischiosissima missione di recupero che riporta a Kabul, dove si trova faccia a faccia con Assef intento, con i suoi, a lapidare una donna, rimasto lo stupratore di bambini che era. Una storia che strizza lo stomaco.
Dopo aver pubblicato il romanzo in Italia nel 2004, Piemme pubblica nel 2011 anche "la" graphic novel (così c'è scritto il copertina, al posto di "il"), attribuendo sulla cover l'opera a Fabio Celoni (disegni) e Mirka Andolfo (colori) e citando solo all'interno lo sceneggiatore Tommaso Valsecchi. L'operazione è felice, la trasposizione a fumetti riuscita, anche se (come si dice di solito dei film), "era meglio il libro". Sarebbero servite molte pagine in più, come capita spesso in questi casi. Ma il fumetto che ne è venuto fuori è efficace sia nei testi, che nei disegni, che nei colori.

venerdì 3 settembre 2021

LADRI DI TEMPO




Dean R. Koontz
LADRI DI TEMPO
Urania (Mondadori)
1973, brossurato
150 pagine, 350 lire


Dopo aver letto nel 1985, su un numero speciale di “Urania”, il terrificante romanzo “Phantoms!", pubblicato negli USA nel 1983, mi sono ripromesso di tenere sempre d’occhio il suo autore, Dean R. Koontz, che mi parve subito un fuoriclasse. Così è stato, al punto che nei miei scaffali i libri del prolificissimo Koontz contendono il posto a quelli di Stephen King, un altro che ne sforna in continuazione, e al quale può essere accostato, premesso che King resta comunque il numero uno. “Phantoms!” ha dei punti in comune con il kinghiano “It”, scritto tre anni dopo. Ci sono somiglianze anche nelle biografie dei due autori, entrambi del Nord-Est americano, con alle spalle adolescenze difficili e problemi economici, entrambi con al fianco una grande moglie. Nel caso di Koontz, lei si chiama Gerda: il marito a un certo punto le propone un patto, quello di mantenerlo per cinque anni mentre lui, abbandonato l’insegnamento in una High School, prova a sfondare come scrittore. Se non ci fosse riuscito, avrebbe rinunciato al suo sogno, appunto quello di vivere scrivendo. Gerda accetta, e il sogno di Dean si avvera (al punto che lei ha finito per farle da agente e amministratrice). Il primo romanzo di Koontz (che ha usato anche parecchi pseudonimi), è il fantascientifico “Jumbo-10, il rinnegato”, datato 1968, pubblicato in Italia nel 1969, su “Urania”: dopo secoli di guerra interplanetaria tra i Romaghin e i Setussi, un “uomo tank” si ribella e si schiera dalla parte dei Muties, i mostri reietti senza patria. Date queste premesse, quando ho visto su una bancarella una copia di un altro “Urania”, il n° 620 del giugno 1973, “Ladri di tempo”, scritto sempre da Koontz, me ne sono subito impadronito, nonostante le cattive condizioni. Fruttero & Lucentini, i due curatori dell’epoca, avevano selezionato un romanzo del 1972, “Time Thieves”, che occupa però solo le prime ottanta pagine del libro (le successive settanta ospitano rubriche e un racconto di un altro autore, “Musica nello spazio”, del veterano Stephen Tall). Quindi si tratta di un romanzo breve, a meno che “Urania (cosa, purtroppo, possibilissima) non abbia effettuato dei tagli. “Ladro di tempo” ha comunque la struttura essenziale di un telefilm, di quelli della serie “Ai confini della realtà”, a cui senza dubbio si ispira. Solo due personaggi (almeno quelli umani), Pete Mullion e la moglie Della, e un mistero destinato a risolversi attraverso un percorso da brividi ma senza contorsioni. Il protagonista si ritrova nel garage di casa, a bordo della propria auto con il motore acceso, e si rende conto di non ricordare cosa gli è accaduto, non ha memoria della strada fatta per rientrare né da dove venisse. Quando la moglie lo vede, trasecola: Pete era scomparso da dodici giorni! Sottoposto a visite mediche, il marito risulta perfettamente sano. Lo si ritiene vittima fu amnesia, resta il mistero di dove sia stato, dove abbia dormito e mangiato. Mistero che si infittisce quando Pete si accorge di essere seguito da personaggi apparentemente umani ma che poi si rivelano robot e di aver acquisito la facoltà di leggere nella mente degli altri e poter loro trasmettere i propri pensieri. Spoiler: dietro tutti ci sono degli extraterrestri, di cui Pete ha scoperto lo sbarco sul nostro pianeta e che per cancellare dalla sua mente il ricordo dell’incontro ravvicinato hanno manipolato la sua mente. Il finale è aperto perché i nuovi poteri di cui Mullion si scopre dotato possono essere trasferiti ad altri uomini cambiando la storia dell’umanità. Vista la brevità e la, tutto sommato, essenzialità della trama, ma anche la semplicistica raffigurazione degli alieni (appunto da fantascienza da B-Movie o da telefilm anni Cinquanta e Sessanta), un romanzo davvero minore di Koontz.

martedì 24 agosto 2021

IO SONO MISTER NO

 
 

 
 
Luigi Mignacco
IO SONO MISTER NO
Sergio Bonelli Editore
2021, cartonato
386 pagine, 30 euro

Dopo "Io sono Zagor, "Io sono Cico" e "Io sono Nathan Never" ecco "Io sono Mister No". Il volume ricostruisce una sorta di biografia del personaggio di Mister No, immaginato come reale, così come i primi tre della serie facevano con gli altri eroi. E, allo stesso modo, alterna testi scritti (l'io narrante è lo stesso Jerry Drake, alias Mister No) a pagine a fumetti tratte dagli albi della serie. Gli anni presi in considerazione da Luigi Mignacco, a cui si deve il "confezionamento" del tomo, sono soprattutto quelli del la giovinezza di Jerry, a partire dall'infanzia newyorkese narrata nel secondo Maxi Mister No ("C'era una volta a New York"), procedendo con quanto narrato in "Un giovane americano" (Speciale n° 13) per poi passare alle avventure vissute dal protagonista nel corso della Seconda Guerra Mondiale, compresa quella dell'albo "Il mio nome è Mister No" in cui si racconta come il nostro eroe si guadagnò il suo soprannome. Leggendo il volume si riesce a far chiarezza sul passato del pilota amazzonico, sul perché del conflittuale rapporto con il padre (finito in galera per un omicidio in realtà non commesso), e sui motivi della sua decisione di stabilirsi a Manaus. Si chiarisce anche che Esse Esse non è mai stato nazista (il soprannome gli deriva soltanto, dall'essere tedesco). Poche le tavole ambientate in Amazzonia, visto il tanto da narrare sul periodo precedente, ma si può sperare in un secondo volume. Oltre a Guido Nolitta, tra gli autori rappresentati quali "costruttori" della biografia di Mister No attraverso le loro sceneggiature troviamo lo stesso Mignacco, Michele Masiero, Maurizio Colombo. Tra i disegni, spiccano inevitabilmente quelli di Roberto Diso.

lunedì 23 agosto 2021

CLOFFETE CLOPPETE CLOCCHETE

 

 
 
Piero Manni
CLOFFETE CLOPPETE CLOCCHETE
Manni Editori
2017, brossurato
208 pagine, 16 euro


"Il seguito di 'Che dice la pioggerellina di marzo'", si legge in un bollino in copertina. Di "Che dice la pioggerellina di marzo" ci eravamo già occupati in questo spazio, e volendo potete leggere quel che scrissi (nel 2016) cliccando qui

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../che-dice...

L'antologia precedente, che ebbe grande successo (e che consiglio a tutti) era dedicata alle poesie nei libri di scuola degli anni Cinquanta. Questa (che consiglio ugualmente) alle poesie nei libri di scuola degli anni Sessanta, scelte da Piero Manni (curatore del volume e autore dell'introduzione). Il confronto fra le due raccolte evidenzia un notevole cambiamento nei temi e nei toni delle poesie proposte nelle scuola (elementari e medie) italiane, corrispondente all'evoluzione della società in un periodo cruciale della nostra Storia. Se negli anni Cinquanta ci si rivolgeva a ragazzi di una Italia in gran parte contadina o artigianale, "consolata dalla religione, dagli ideali nazionalisti della patria e del grande passato, dagli affetti famigliari" (come scrive Manni), negli anni Sessanta ci si trova di fronte alla società del boom e dell'industrializzazione, con tutte le contraddizioni del caso, a scolari che guardano la televisione, alle tensioni sociali. Così, accanto ai classici della letteratura italiana (Pascoli, D'Annunzio, Carducci, Manzoni) ecco autori più vicini alla contemporaneità dell'epoca (Montale, Ungarettti, Pavese, Gatto, Cardarelli, Saba, Rodari, Pezzani). Ci sono anche i versi dei cantautori (Gaber, De Andrè), ma soprattutto irrompono poeti stranieri: Brecht, Hikmet, Lorca, Hughes, Masters, Baudelaire). Si affrontano, oltre ai temi eterni della memoria, delle stagioni, della natura, degli affetti, questioni nuove come quelle politiche e sociali: il razzismo, il ruolo dei popoli nella progresso dell'umanità ("Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?"), il lavoro, la Resistenza, la guerra e la pace, persino il mal di vivere. "Duecento pagine di emozioni forti", scrivono Gino e Michele in un loro intervento. Condivido: le poesie scelte le ricordo quasi tutte. In particolare segnalo "Uomo del mio tempo" di Salvatore Quasimodo e "Oltre il ponte" di Italo Calvino. Mi colpisce ritrovare anche Geraldo Bessa Victor, angolano, di cui leggevamo il ritornello antirazzista "Il bambino negro non entrò nel girotondo" in anni in cui si poteva ancora dirlo. Il titolo "Cloffete cloppete clocchete" fa riferimento all'indimenticabile "fontana malata" di Aldo Palazzeschi, naturalmente contenuta nella raccolta.

sabato 21 agosto 2021

VITA DI GIROLAMO SAVONAROLA

 
 

 
Roberto Ridolfi
VITA DI GIROLAMO SAVONAROLA
Le Lettere
1997, brossura
470 pagine, 50.000 lire


Potremmo dire, un po' scherzando e un po' no, che biografi di Savonarola si dividono in "piagnoni" e in "arrabbiati", come ai tempi del Frate. Pro o contro, insomma. Difficile restare neutrali. Il fiorentino Roberto Ridolfi (1899-1991), a cui si deve questa monumentale ricostruzione storica e biografica datata 1952, è sicuramente un piagnone, quindi uno schierato sul fronte savonaroliano. Gli si può perdonare facilmente non soltanto per la ricca documentazione messa a disposizione dei lettori (che potranno, volendo, farsi una loro idea sul personaggio) ma anche perché, in ogni caso, qualche ragione ce l'aveva pure il Savonarola. Che per quanto fanatico era sicuramente un puro che viveva in povertà (rinunciò con sdegno persino alla nomina a cardinale che papa Alessandro IV gli propose nel tentativo di accattivarselo), e quando invocava una riforma della Chiesa precedendo (da antesignano) le idee di Lutero diceva sicuramente il giusto. Peccato che brigasse anche per trasformare Firenze in una sorta di stato teocratico con tanto di guardiani della rivoluzione, censura sulle donne scollacciate, rogo di libri proibiti, persecuzione degli omosessuali. 
Nato a Ferrara nel 1452 da famiglia benestante che gli assicurò ottimi studi, fuggito di casa per farsi frate domenicano nel 1475, arrivò a Firenze prima nel 1482 (per un breve incarico di lettore nel convento di San Marco), poi di nuovo nel 1489 dopo essersi fatto le ossa come predicatore in giro per l'Italia del Nord. Questo ritorno fu quello definitivo, e avvenne su richiesta di Lorenzo dei Medici il quale, consigliato da Pico della Mirandola (che aveva conosciuto fra' Girolamo ascoltandolo dibattere di teologia in alcune occasioni), ne chiese il trasferimento in riva all'Arno ai superiori. Fu come darsi la zappa sui piedi, perché nel frattempo (tra il primo e il secondo soggiorno fiorentino) il ferrarese aveva ricevuto, a suo dire, il dono della profezia e se Dio manda un profeta vuol dire che sta per arrivare l'Apocalisse. Savonarola comincia le sue trascinanti prediche contro il potere e i potenti (laici ed ecclesiastici), che radunano ascoltatori da ogni dove, facendo breccia soprattutto (ma non solo) fra i ceti popolari. Del resto proponeva un allargamento della rappresentanza nelle decisioni politiche allora riservate a pochi, la redistribuzione della ricchezza ai poveri, la lotta alla corruzione e al vizio. In più profetava sciagure contro chi non di convertiva e non praticava una rigida osservanza dei precetti cristiani. Profetizzò la morte di Lorenzo de' Medici ("io resterò, lui se ne andrà") e davvero il Magnifico morì, appena quarantenne, nel 1492. L'Apocalisse sembrò arrivare davvero nel 1494 con la calata del re di Francia, Carlo VIII, in Italia. Il precipitare degli eventi politici e militari portò alla fuga di Piero de' Medici e all'instaurazione di una Repubblica. Savonarola fu addirittura incaricato di trattare con il re francese, e negli anni successivi sembrò in grado di dettare al governo fiorentino una road map per le riforme che avrebbero trasformato Firenze in una nuova Gerusalemme, la città di Dio. Machiavelli, anni dopo, avrebbe rimproverato però al Frate l'ingenuità politica del "profeta disarmato" che crede solo a ciò che è scritto nella Bibbia e non si accorge che la Storia va al di là dei testi sacri. Il fanatismo di Savonarola e dei suoi seguaci aveva creato anche dei fieri oppositori (i "compagnacci", i medicei ma anche gli "arrabbiati" antimedicei) ma soprattutto c'era l'ostilità di Alessandro VI, papa Borgia, che oltre a risentirsi per gli attacchi alla dissolutezza della Curia romana, non tollerava l'appoggio del Frate a Carlo VIII (la Chiesa aveva costituito invece una Lega antifrancese). Così, tutto congiurò contro il profeta e portò al sanguinoso attacco contro il convento di San Marco (con la campana "piagnona" che chiamava il seguaci a raccolta in difesa del Frate), seguito dall'arresto di Savonorola e di due dei suoi più stretti collaboratori, al processo, alle torture, alla condanna a morte accusato di eresia, di intenzioni scismatiche ma soprattutto di aver brigato politicamente. Fra' Girolamo venne impiccato e poi bruciato sul rogo il 23 maggio 1498. La Chiesa, in tempi recenti, lo ha dichiarato "Servo di Dio" ed è in corso una causa di beatificazione. Personalmente lascerei perdere. Che si sia trattato di un processo farsa è comunque fuori dubbio.

giovedì 19 agosto 2021

TUTTO BONELLI 1980-2020

 

 
Mauro Giordani
Gisello Puddu
TUTTO BONELLI 1980-2020
Sergio Bonelli Editore
2021, brossurato
660 pagine, 20 euro


Mamma mia! Assolutamente incredibile la mole di date, dati, titoli, annotazioni, informazioni, contenute in questo prezioso volume di Mauro Giordani e Gisello Puddu, che sembrano aver trascorso la vita a catalogare con minuzia certosina tutto ciò che è stato pubblicato per anni dai vari marchi Bonelli. E si tratta, si badi bene, solo del secondo volume, che segue il precedente dedicato al periodo 1941-1979, pubblicato alcuni mesi fa. Il tutto, nasce come aggiornamento del tomo "Tutto Bonelli" usciti nel 1997 edito dalla Glamour di Antonio Vianovi, che i collezionisti consideravano una sorta di Bibbia per dare la caccia alle pubblicazioni bonelliane. Che ci fosse, dopo oltre vent'anni, necessità di integrare quel primo catalogo, è evidente. Ma Giordani e Puddu hanno fatto molto di più: arricchito, corretto, illustrato, completato fino alla maniacalità. Così, il volume originario si è diviso in due parti, corredati di illustrazioni a colori. Dato che il periodo fino al 1979 era comunque stato censito all'epoca, attendevo con particolare curiosità il secondo volume 1980-2020 per avere sotto gli occhi il quadro completo degli ultimi quaranta anni dell'attività della Sergio Bonelli Editore. Anni che mi hanno visto al lavoro proprio per e negli uffici della Casa editrice, e che ho percepito come un tourbillon di idee e di iniziative ma che neppure io credevo così ricchi di titoli. A sfogliare "Tutto Bonelli 1980-2020" si resta a bocca aperta per la varietà di proposte sempre più diversificate allestiti in Via Buonarroti a Milano, sia negli anni in cui Sergio dirigeva l'azienda, sia in quelli in cui il timone è passato nelle mani del figlio Davide. C'è di che stupirsi nel ricordare le accuse di immobilismo che a volte si sono sentite rivolgere da chi riteneva che la Bonelli fosse legata al passato e non battesse strade nuove. Tutto il contrario! Basta sfogliare le coloratissime pagine di questo volume per rendersene conto e riscoprire le migliaia di titoli di genere e formati diversi e le centinaia di autori che ci sono stati proposti negli ultimi quattro decenni. Anno per anno, testata per testata, Giordani e Puddu catalogano tutto quanto è uscito in edicola o in libreria, indicando ogni possibile dato estrapolabile e aggiungendo preziose annotazioni: "Ma non finisce qui!", promette Davide Bonelli nella sua postfazione. Intanto, i due autori continuano a catalogare.

lunedì 16 agosto 2021

1793

 

 

Niklas Natt Och Dag

1793
Einaudi
brossurato, 2019

492 pagine, 20 euro

"Un crime avvincente come 'Il nome della rosa'", secondo The Washington Post. "Un viaggio vivido e avvicente nella Stoccolma del XVIII secolo, nelle sue ingiustizie e nei suoi luoghi oscuri", recensisce The Guardian. "Coinvolgente e scioccante", dice The Times. "Un romanzo livido, febbrile, di una potrenza palpabile. Un esordio eccezionale. Un autore da seguire", commenta Le Parisien. "Un thriller trascinante", aggiunge The Observer. Queste le scritte in copertina, che convincono all'acquisto a dispetto del nome oscuro (e impronunciabile) dell'autore, classe 1979, di cui ci viene detto che è il discendente della più antica famiglia aristocratica svedese, da tempo decaduta. A parte il paragone con "Il nome della rosa", che io non proporrei, i restanti commenti sono assolutamente veritieri. "1793", primo volume di una trilogia, è un romanzo potente, che stringe un nodo alla gola, trascina giù con sé in abissi inimmaginabili che pure si comprendono come reali, data che è evidente la documentazione da cui ha attinto Natt och Dag. Ambientato in Svezia durante la Rivoluzione Francese, di cui giungono gli echi e i cui eventi hanno un ruolo nel racconto, il romanzo descrive una Stoccolma crudele, putrida, corrotta, dissoluta, in preda a epidemie e incendi, in cui la vita umana era senza valore, reduce da guerre insensate e sotto un regime decadente e spietato (quello di Gustavo III si era concluso l'anno precedente con l'assassinio del Re, e il successore Gustavo Adolfo era solo quattordicenne). La sporcizia, le violenze, le ingiustizie, i soprusi, la disperazione, le malattie, l'avidità imperversano. Ciò nonostante, un reduce di guerra senza un braccio assunto nella guardia civica, Mickel Cardell, e un procuratore divorato dalla tisi, a cui già cercano di fare le scarpe per prenderne il posto, Cecil Winge, uniscono le loro forze per risolvere il caso di un orrendo delitto. Un uomo è stato mutilato pezzo per pezzo (prima la lingia, poi gli occhi, poi i denti, quindi gli arti, uno per uno, facendo risargire le ferite prima di procedere con le amputazioni) e il suo cadavere riemerge in un putrido lago dove scolano gli escrementi della città. Nessun indizio sulla sua identità. "1793" non è però solo il resoconto di una difficile indagine, ma la ricostruzione storica di una città, di un'epoca, di una società. Le ricerche di Cardell e Winge si incrociano con le vicende di altri due personaggi seguiti nelle loro drammatiche vicissitudini: il giovane spiantato Kristofer Blix, aspirante chirirgo, e una ragazza, Anna Stina, ingiustamente rinchiusa in un istituto di correzione perché accusata di meretricio, dove le recluse anziché venire rieducate subiscono le più crudeli violenze. Si resta sgomenti dall'inizio alla fine, ma ne vale la pena

venerdì 13 agosto 2021

FONDAZIONE



Isaac Asimov
FONDAZIONE
Mondadori
200 pagine
C’era una volta la Trilogia Galattica. Erano tre romanzi di una saga, quella della Fondazione, che nel 1966 valse a Isaac Asimov il Premio Hugo quale miglior ciclo fantascientifico. In Italia li conoscevamo con i titoli di “Cronache della Galassia”, “Il crollo della galassia centrale” e “L’altra faccia della spirale”. I titoli americani erano molto diversi: “Foundation”, “Foundation and Empire” e “Second Fundation”. Edizioni italiane successive hanno ripristinato l’aderenza alle denominazioni originali.
Il primo romanzo, “Fondazione” è datato 1951 (prima pubblicazione italiana: 1963). In realtà, si tratta della raccolta di quattro racconti uniti da un unico filo conduttore, comparsi tra il 1942 e il 1944 sulla rivista “Astounding Science-Fiction”, preceduti da un prologo scritto appositamente per l’edizione in volume. La Trilogia Galattica diventò una tetralogia quando, nel 1982, Isaac Asimov si convinse che c’erano i margini per un sequel: “L’orlo della Fondazione”, a cui fece seguito nel 1986 un quinto romanzo, “Fondazione e Terra”. A questo punto l’autore decise di tornare indietro e aggiungere alla pentalogia due prequel, “Preludio alla Fondazione” (1988) e “Fondazione Anno Zer” (1993, uscito postumo). Quindi, il ciclo della Fondazione è composto da sette romanzi. Che diventano undici, se si considerano anche i quattro titoli del ciclo dei robot, che Asimov ha collegato, con due romanzi del 1983 (“I robot dell’alba”) e del 1985 (“I robot e l’Impero”) alle vicende di “Foundation”.
Ma veniamo appunto a “Fondazione”, il primo libro. Benché compaia, di persona, soltanto nelle pagine iniziali, protagonista imprescindibile ne è Hari Seldon, matematico del pianeta Helicon trasferitosi su Trantor, capitale dell'Impero, dove per lunghi anni ha messo a punto di una nuova scienza, la psicostoria, in grado di prevedere, sulla base probabilistica ma in modo del tutto attendibile, il futuro dell'umanità. Ai suoi occhi, appare evidente che l'Impero entrerà in crisi e seguiranno millenni di barbarie. L'ispirazione venne ad Asimov, alla fine degli anni Quaranta, leggendo l’opera monumentale di Edward Gibbon, "Declino e Caduta dell’Impero Romano". Il fatto che gli sviluppi delle dinamiche sociali possano essere preveniste da una sorta di determinismo storico ha fatto paragonare le idee di Seldon a quelle di Karl Marx, filosofo ed economista che vedeva come ineluttabili certi sviluppi della storia. In realtà, l'approccio di Seldon è diverso: è matematico, scientifico. A distanza di settanta anni, oggi vediamo come lo studio dei cosiddetti "Big Data" già permetta, nei fatti, la previsione esatta del comportamento della massa dei consumatori o degli utenti dei social (mai del singolo, solo dell'insieme). Asimov ci ha azzeccato, dunque. Il fascino di “Fondazione” non si basa su battaglie spaziali o su inseguimenti tra astronavi: l’avventura c’è ma, tutto sommato, non è né mozzafiato né fondamentale: il racconto è condotto principalmente attraverso dialoghi che analizzano la situazione su base politica, economica e sociologica, e dimostrano come questa situazione cambi lungo un fluire di decenni e di secoli. Così lo scrittore riassume le basi di “Fondazione” all’inizio di “Fondazione e Impero”, il secondo dei romanzi della Trilogia originaria: “L’impero galattico stava crollando. Era un’istituzione colossale che comprendeva milioni di mondi da un capo all’altro dell’immensa doppia spirale chiamata Via Lattea, e data la sua vastità la rovina era tanto imponente quanto lenta a compiersi. La caduta era iniziata da secoli, prima che qualcuno se ne rendesse conto. Questo qualcuno fu Hari Seldon, che rappresentava l’unica scintilla creativa in un mondo intellettualmente inaridito. Fu Seldon a sviluppare la scienza della psicostoria fino al più alto grado. La psicostoria studia le reazioni non del singolo uomo ma dell’uomo in quanto massa. Una massa formata da milioni di esseri umani. Con l’applicazione di questa scienza si possono prevedere con precisione assoluta le reazioni delle masse a determinati stimoli. Hari Seldon studiò i fattori sociologici ed economici dei suoi tempi, ne vagliò gli sviluppi, previde l’inarrestabile decadenza della civiltà e il conseguente periodo di trentamila anni di caos prima che un nuovo impero potesse nascere dalle rovine del precedente. Era troppo tardi per arrestarne la caduta, ma non troppo per ridurre il periodo di barbarie.” Nasce così il “piano Seldon”, che prevede la costituzione di due Fondazioni, una nota e una segreta (nascosta non si sa dove), con lo scopo di limitare il caos a un periodo di mille anni. La prima Fondazione viene collocata di un piccolo pianeta periferico, Terminus. Pochi conoscono i veri scopi degli scienziati che prendono possesso di Terminus per ordine dello stesso imperatore, che Seldon ha convinto a finanziare la compilazione di una “Enciclopedia Galattica” destinata a raccogliere e tramandare tutto il sapere umano: un lavoro, questo, di copertura. Ma gli stessi enciclopedisti, pur consapevoli di far parte di un piano, nulla sanno di ciò che gli aspetta. I membri della Seconda Fondazione, dovunque siano, conoscono invece qualcosa di più e sono chiamati a controllare che tutto proceda secondo le previsioni. Continua a riassumere Asimov: “A mano a mano che l’impero si disintegrava, le regioni esterne si trasformarono in regni indipendenti. La Fondazione ne fu minacciata. Tuttavia, manovrando questi regni gli uni contro gli altri sotto la guida del suo primo sindaco, Salvor Hardin, la Fondazione riuscì a mantenere una precaria indipendenza.” Qui si può notare come la psicostoria, in grado di prevedere il comportamento delle masse, non possa però fare a meno dell’opera di singoli dotati di intelligenza, talento, abilità politica, capacità di comando, carisma, come Hardin, appunto, e come Hober Marlow, primo dei principi mercanti della Fondazione. Tuttavia, c'è una sorta di "necessità storica" a cui non è possibile (pare) sfuggire. Grazie a Hardin, la Fondazione riesce a imporsi sui regni vicini per il suo livello tecnologico in un contesto di arretramento scientifico, fino al punto da dar vita a una religione che garantisce a Terminus un potere spirituale. In seguito, Marlow fa prosperare la Fondazione, mentre tutto va a catafascio, con l’egemonia economica. Spiega infine Asimov: “Dopo duecento anni la Fondazione era lo stato più potente della Galassia, a eccezione di quanto rimaneva dell’impero stesso. Sembrava inevitabile che il prossimo pericolo che la Fondazione avrebbe dovuto affrontare sarebbe stato il colpo di coda dell’impero morente”. E’ appunto quello che succede in “Fondazione e Impero”. “Foundation” è dunque un susseguirsi di momenti di crisi (dette “crisi Seldon”, dato che sembrano essere state previste dal matematico, il quale compare periodicamente come ologramma a confermare che il suo piano si sta svolgendo regolarmente a dispetto dei pericoli che sembrano incombere), superate non senza angosce. Si riconosce, nel crollo del potere di Trantor (la capitale dell’impero), quello del potere di Roma dal V secolo in poi, dovuto a fattori interni ed esterni: geniale Asimov nel trasferire le dinamiche della storia passata in quelle del futuro.

domenica 25 luglio 2021

SIDI



Arturo Pèrez-Reverte
SIDI
Rizzoli
2021, brossura
400 pagine

Chi abbia letto la saga del Capitan Alatriste sa dell'incredibile talento di Arturo Pérez-Reverte nel raccontare la Spagna (e l'Europa) dei secoli passati. Un talento non limitato al romanzo storico, in verità, dato che l'autore si è dimostrato in grado di spaziare anche nella contemporaneità e in vari generi (dal giallo al reportage di guerra). In ogni caso, da buono spagnolo appassionato di storia (è nato a Cartagena nel 1951), quando scrive di storie di Spagna, dà il meglio di sé. Vederlo cimentarsi con una rivisitazione dell'epopea del Cid è dunque una festa. El Cid Campeador (cioè "padrone del campo", o meglio "vincitore") è il protagonista di un poema del XII secolo, il "Cantar de Mio Cid", che ha successivamente ispirato mille leggende, racconti, romanzi, film. Alla base di tutto c'è un personaggio storico: Rodrigo Díaz de Vivar, o Ruy Dìaz (come lo chiana Pérez-Reverte), che visse tra il 1040 e il 1099 (nell'epoca della Reconquista), e fu un condottiero e soldato di ventura dotato di grande senso dell'onore, coraggio, carisma, capacità di comando e abilità tattica. Il soprannome Cid deriva dall'arabo "sidi", cioè "mio signore", e il romanzo di Pérez-Reverte ricostruisce le circostanze in cui si guadagnò, per la prima volta, questo appellativo. Lo scrittore sceglie di partire dall'esilio a cui Ruy Dìaz lo condannò la miopia di Re Alfonso IV di Castiglia, a cui comunque El Cid restò fedele destinandogli il quinto di ogni suo bottino. Costretto a lasciare il Regno da lui difeso ai tempi di Re Sancho II (fratello di Alfonso che gli succedette sul trono), Ruy Dìaz si mette al servizio di chi possa pagare la sua spada e quella degli uomini che lo seguono. Il romanzo comincia con la caccia da parte dei soldati di ventura del Cid a una "aceifa" musulmana, cioè una banda di predoni mori che seminano morte e distruzione lungo le frontiere fra i regni cristiani e quelli moreschi nella Spagna del XI secolo. La narrazione è tesa, crudele e drammatica, come se assistessimo al duello fra uno squadrone di soldati e una banda di apache in uno scenario western. In seguito, Ruy Dìaz si mette al servizio di un Re musulmano, Mutaman (figura che dimostra come anche i sovrani mori potessero essere saggi e illuminati), con l'impegno da parte di costui di non chiedergli di combattere contro i castigliani. Il romanzo non procede oltre nella biografia del Cid, segno che Arturo Pérez-Reverte intende (almeno lo spero) continuare con altre puntate di quella che potrebbe essere una saga molto lunga. La ricostruzione degli scenari, dei personaggi, della mentalità dell'epoca è fantastica, sembra di esserci. Tempi crudeli, in cui la vita e la morte avevano un valore diverso da quelli di oggi (come del resto in altre epoche storiche, e come in altre latitudini e longitudini rispetto alle nostre). La personalità di Dìaz, uomo forte ma anche intelligente, prudente, saggio, tormentato e consapevole di trovare una ragione di vita solo nel mestiere delle armi, risalta su tutte le altre, affascinante e, al tempo stesso, realistica, al di là dell'aura leggendaria e idealizzata della figura del Cid. Scrive Pérez-Reverte in una nota: "Ci sono molti Ruy Dìaz nella tradizione spagnola, e questo è il mio".