venerdì 7 maggio 2021

THORGAL



 
Jean Van Hamme
Grzegorz Rosinski
THORGAL
Panini Comics
cartonato, 2020
31o pagine, 33 euro


Straordinaria e benemerita questa collezione in sei volumi destinata a raccogliere l'intera saga di Thorgal, una serie a fumetti iniziata nel 1977 sulla rivista "Tintin" e destinata a un grande successo. Una saga che ho imparato ad amare sulle pagine di "Comic Art" e che ho cercato di seguire in ogni possibile riedizione e ristampa in cerca di una collocazione editoriale definitiva. Qualche hanno fa ho avuto anche la fortuna di conoscere di persona Jean Van Hamme, in una manifestazione fumettistica in Croazia in cui eravamo entrambi ospiti (si licet parva componere magnis). Van Hamme, belga, classe 1939, è sceneggiatore stellare con all'attivo mille altre cose, tra cui mi piace però ricordare una serie intitolata "I maestri dell'orzo", basata sulla saga di una famiglia di birrai. Grzegorz Kosinski, polacco, classe 1941, ha magistralmente dato vita all'universo fantastico di Thorgal, vichingo dai capelli neri perché piovuto letteralmente dal cielo tra i guerrieri norreno. Infatti, come scopriamo nel secondo episodio, "L'sola dei mari ghiacciati" (1978), il nostro protagonista è l'ultimo discendente di una stirpe di umani tornati sulla Terra dopo esserne partiti in tempi antidiluviani per sfuggire al "grande cataclisma" (forse, quello che ha portato alla fine di Atlantide). Thorgal Aergisson, questo il suo nome completo, benché si muova su uno scenario fantasy non è però un guerriero alla Conan, o comunque dotato di forza soprannaturale. E' un abile arciere, questo sì, ma tutto sommato è un eroe che agogna a una vita tranquilla, con sua moglie Aaricia e i suoi due figli, Jolan e Lupa. Il susseguirsi delle vicende lo costringe, però, a passare da una avventura all'altra, suo malgrado. Pur essendo di ambientazione vichinga e con molti riferimenti alla mitologia nordica, gli scenari variano, con continui cambiamenti, sempre affascinanti. Questo primo volume della Panini raccoglie gli episodi "La maga tradita" (1978), "Quasi il paradiso" (1979), "L'isola dei mari ghiacciati" (1978), "I tre anziani del paese di Aran" (1979), "La galera nera" (1981), "Al di là delle ombre" (1982), "La caduta di Brek Zarith", (1983).

venerdì 30 aprile 2021

L'ULTIMA MISSIONE

 

 
 
Alfolso Font
Giorgio Giusfredi
L'ULTIMA MISSIONE
Sergio Bonelli Editore
2021, cartonato
52 pagine, 9.90 euro


Continua la galoppata degli albi di Tex cartonati, alla francese, ma distribuiti in edicola a un prezzo più che abbordabile. Questo è il dodicesimo volume, realizzato da un maestro del fumetto internazionale, lo spagnolo Alfonso Font (classe 1946), da tempo messosi al servizio di Aquila della Notte. A fare da contrappasso a tanto veterano, un "giovane talento" (come lo definisce Davide Bonelli nella sua prefazione): Giorgio Giusfredi (classe 1984), lucchese, attivo da alcuni anni sia come redattore bonelliano, che come organizzatore di eventi, che come sceneggiatore (Tex, Dampyr, Zagor). Il fatto che l'abbia conosciuto, Giorgio, quando aveva undici anni ("quando portava ancora i calzoni corti", avrebbe detto Sergio Bonelli) e, a sentir lui, abbia addirittura avuto un piccolo ruolo nella sua vocazione fumettistica, probabilmente inficia il mio giudizio sul suo lavoro, perciò mi limiterò a dire che è oggettivamente bravo perché sa coniugare il rispetto per la tradizione con qualche guizzo innovativo in grado di sorprendere anche i lettori più scafati. La formula dei cartonati texiani prevede, in ogni caso, già di suo, uno scarto rispetto all'ortodossia della serie regolare. La storia è antica ma narrata in modo moderno: un vecchio Ranger del Texas, Joe Beauregard, detto "Lucky", parte per quella che potrebbe la sua ultima missione (che prevede di cambiare il destino di un ragazzo, unitosi a una banda di criminali), e Tex e Carson, suoi vecchi amici, si uniscono a lui nella battaglia finale contro la banda dello spietato Morado...

domenica 25 aprile 2021

FONDAZIONE ANNO ZERO

 
 
 
 

 
 
Isaac Asimov
FONDAZIONE ANNO ZERO
Mondadori
cartonato, 1993


Commuove pensare che "Fondazione Anno Zero" sia uscito postumo, nel 1993 un anno dopo la morte di Isaac Asimov, e che la descrizione del funerale del matematico Hari Seldon, il padre della psicostoria, che viene sepolto nello spazio, possa essere paragonata a quella delle stesse esequie dello scrittore, così come l'Epilogo del romanzo in cui lo stesso Seldon ottantenne parla in prima persona come dettando un testamento spirituale, sembra un discorso di commiato del Good Doctor ai suoi lettori. Il robot Daneel, che nei panni do Eto Demerzel,partecipa al funerale dello scienziato, fa venire in mente che qualche androide possa davvero essere stato presente all'addio dell'autore di "Io, robot".  Il primo (e il migliore) dei cinque racconti da cui è costruito "Fondazione Anno Zero" (separati, seppur collegati fra loro cronologicamente, come accade in altri volumi della saga ddi Fondazione, a partire da quello scritto per primo nel 1951) è inseribile a pieno titolo in una delle antologie asimoviane dedicate ai robot: vi si narra di come Eto/Daneel smonti l'accusa di essere un androide ridendo dell'accusa stessa (come gli suggerisce Seldon): un robot, infatti, non può ridere. 
"Fondazione Anno Zero" è il sequel di "Preludio alla Fondazione" (1988), ma è al tempo stesso il prequel di "Fondazione", il capolavoro di Isaac Asimov (primo libro di quella "Trilogia Galattica" che poi sarebbe diventata una eptalogia). Hari Seldon, matematico del pianeta Helicon trasferitosi su Trantor, capitale dell'Impero, sta lavorando alla messa a punto di una nuova scienza, la psicostoria, in grado di prevedere, sulla base probabilistica ma in modo del tutto attendibile, il futuro dell'umanità. Ai suoi occhi, appare evidente che l'Impero entrerà in crisi e seguiranno millenni di barbarie. L'ispirazione venne ad Asimov, alla fine degli anni Quaranta, leggendo l’opera monumentale di Edward Gibbon, "Declino e Caduta dell’Impero Romano". Il fatto che gli sviluppi delle dinamiche sociali possano essere preveniste da una sorta di determinismo storico ha fatto paragonare le idee di Seldon a quelle di Karl Marx, filosofo ed economista che vedeva come ineluttabili certi sviluppi della storia. In realtà, l'approccio di Seldon è diverso: è matematico, scientifico. A distanza di settanta anni, oggi vediamo come lo studio dei cosiddetti "Big Data" già permetta, nei fatti, la previsione esatta del comportamento della massa dei consumatori o degli utenti dei social (mai del singolo, dell'insieme). Asimov ci ha azzeccato, dunque. Non si può dire lo stesso riguardo alla medicina o alla tecnologia, nel senso che i personaggi di Fondazione vivono quanto quelli del XX secolo (a sessanta anni, Seldon si sente già vecchio), frequentano università e biblioteche simili ai campus statunitensi frequentati da Asimov, hanno costumi castigati, e tutto sommato non pare che in migliaia di anni la vita quotidiana venga immaginata troppo diversa da quella del 1950. Ma non è questo, evidentemente, che interessa all'autore. 
Come già "Preludio alla Fondazione", questo secondo romanzo di antefatti manca quasi del tutto degli elementi cari alla fantascienza spaziale: lo scenario è sempre quello di Trantor (per quanto il pianeta capitale sia diviso in variegati settori). L'avventura è sostituita dalle idee discusse dai personaggi. Ci si dedica soprattutto a costruire una biografia di Hari Seldon, attraverso i suoi rapporti con i personaggi di contorno, dal figlio adottivo (che poi gli darò dei nipoti) alla moglie Dors (di cui si scopre la vera identità) ai colleghi e collaboratori (come Yugo). Cinque parti, non tutte brillati allo stesso modo, qualche volta deludenti (il giallo della "limonata", legato a un complotto per uccidere Seldon, sembra un racconto dei Vedovi Neri, tanto si basa su un gioco di parole intraducibile in italiano e, sinceramente, tirato per i capelli): decisamente il peggiore dei sette libri del Ciclo della Fondazione, scritto da un Asimov visibilmente stanco. Tuttavia, l'estro del grande scrittore ancora si vede.

sabato 24 aprile 2021

CECILE E' MORTA

 
 
 

 
 
 
Georges Simenon
CECILE E' MORTA
Adelphi
2000, brossurato
170 pagine, 8 euro


Sui settantacinque complessivi, "Cécile è morta" (1942) è il ventiduesimo romanzo di Georges Simenon con protagonista il Commissario Maigret, e, a detta di molti ma anche mia, uno dei migliori. Non soltanto perché il nome di chi ha ucciso la vecchia, taccagna signora Juliette Boynet è davvero insospettabile, e dunque assistiamo a un bel colpo di scena, ma perché tutta l'indagine del poliziotto parigino tiene alta l'attenzione del lettore, grazie al talento dello scrittore nel tratteggiare ambienti e tipi umani. Maigret indaga sulla psicologia dei personaggi coinvolti nel caso, riesce a mettersi nei loro panni, a pensare come loro. A rendersene conto, questa volta c'è anche un visitatore americano, Spencer Oats, criminologo dell'Institute of Criminology of Philadelphia, inviato a studiare il "metodo Maigret". A coinvolgere nell'indagine Maigret più del solito, a livello personale, c'è anche il fatto che Cécile Pardon, nipote della signora Boynet, la seconda vittima è stata uccisa nei suoi stessi uffici, mentre aspettava di essere ricevuta proprio da lui. Si legge tutto d'un fiato, e sembra di essere accanto a Maigret mentre sale e scende le scale del microcosmo del palazzo parigino in cui si è svolto l'omicidio della zia di Cècile.

giovedì 22 aprile 2021

A PROPOSITO DI NIENTE

 

 
 
 
 
Woody Allen
A PROPOSITO DI NIENTE
La nave di Teseo
2020, brossura
400 pagine, 22 euro


A libro chiuso, non saprei dire se sia più l'ammirazione, il divertimento o l'amarezza l'emozione prevalente. Di sicuro, l'autobiografia di Allan Stewart Königsberg, in arte Woody Allen, non lascia indifferenti. Scritta all'età di ottantaquattro anni (è nato nel 1935, naturalmente a New York), in tono assolutamente dimesso, quasi a voler sfatare il mito del suo genio e sottolineando di continuo i propri limiti, il racconto della vita di un artista che ha segnato il cinema e la cultura occidentale è accattivante, rilassato, a tratti esilarante, e la ripercorriamo scoprendo i retroscena di film indimenticabili. L'amarezza subentra pesante nella seconda parte e nel finale, quando, con toni pacati e misurati, Woody Allen racconta la persecuzione da lui subita negli ultimi decenni a causa del clima da caccia alle streghe andato peggiorando in un Paese, il suo, sempre più moralista anche "a proposito di niente", come si potrebbe (anche) intendere il titolo. Sposato da più di vent'anni con una donna che ama e da cui è amato, ma la cui relazione non gli è mai stata perdonata per la differenza di età (nonostante sia cominciata quando lei aveva ventidue anni, dunque perfettamente capace di intendere e di volere), assolto da ogni accusa di molestie intentata da una compagna vendicativa (con cui, peraltro, Woody neppure ha mai convissuto), ciò nonostante continua e si aggrava l'ostracismo verso di lui e la sua opera, al punto che il suo ultimo film "Un giorno di pioggia a New York", poetico e divertente come tanti altri della sua cinematografia, non è stato neppure distribuito negli Stati Uniti. In ogni caso, i film e i libri di Woody restano nella mia storia personale e, personalmente, non gliene sarò mai abbastanza grato.

sabato 17 aprile 2021

IL ROSSO E IL NERO

 
 
 

Stendhal

IL ROSSO E IL NERO
Feltrinelli
2013, brossura
568 pagine, 11 euro
 
 
Lo scrittore francese Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal (1783-1842), innamorato dell'Italia (come dimostrano "La certosa di Parma" e l'epigrafe sulla sua tomba a Montmartre, scritta in italiano: “Arrigo Beyle / Scrisse / Amò / Visse”), fu un contemporaneo di Manzoni. La prima edizione de "Il Rosso e il Nero" è del 1831, quella de "I promessi sposi" è del 1827. Se penso a come il romanzo italiano abbia faticato a trovare una sua strada, una sua lingua, mentre in Europa e negli Stati Uniti fioccavano romanzieri modernissimi, mi sorprendo sempre. In Francia avevano Balzac, che da solo ha scritto, a partire dal 1824, cento romanzi, più che godibili anche oggi. Noi, a parte Manzoni ("I promessi sposi" sono un capolavoro), che comunque non si può certo definire romanziere prolifico, fatichiamo a leggere i romanzi di D'Azeglio o del Guerrazzi. Meno male che a fine secolo arrivò Salgari. Un po' prima ci furono anche Verga, Capuana, De Roberto, ma insomma ci fu da aspettare la seconda (inoltrata) metà del secolo. Invece, ecco Stendhal che, mentre Manzoni racconta la conversione dell'Innominato, fa mettere incinta a nobildonna Mathilde de la Mole dal bell'abatino Julien Sorel, segretario del marchese suo padre. Julien, prima di giungere a Parigi, aveva già intessuto a una tresca più che carnale con Madame de Rênal, moglie dei sindaco di Verrières, piccola cittadina (inventata dall'autore) della Franca Contea. Entrambe le relazioni, va detto, frutto di autentiche passioni scatenate e subite dal seminarista Julien e dalle sue amanti, in un turbinare di romantici sentimenti (intendendo per "romantico" come "tipico del romanticismo") che scuotono, travagliano, esaltano, fanno correre rischi mortali e perdere la ragione. Ma al di là del sesso (presente in Stendhal e assente in Manzoni, che non indaga neppure sulle pulsioni di don Rodrigo), la descrizione che lo scrittore francese fa della società francese dell'epoca e del momento storico suo contemporaneo, quello della Restaurazione post- napoleonica, è cinica e disincantata: si entra in seminario per far carriera, si punta ad avere parrocchie o diocesi con una buona rendita, così come si cercano di scalare i gradini della gerarchia militare o si ostentano le proprie rendite valutando le persone sulla base della ricchezza. Lo stesso Julien, che pure entra in seminario, non crede in Dio, o almeno spera, morendo, di non trovarsi di fronte quello vendicativo di cui parla la Bibbia. Sorel è di umili origini (figlio di un carpentiere di provincia, che lo maltratta e disprezza per il suo amore per i libri) e cerca di affrancarsi dalle sue umili condizioni in una una società dove da una parte i fautori della Restaurazione danno ancora importanza ai diritti di nascita, dall'altra i liberali, che hanno raccolto l'eredità della Rivoluzione Francese, danno importanza ai soldi. Julien vuole diventare qualcuno a dispetto della propria origine e della sua povertà, basandosi sulla sua intelligenza e sul suo talento. Divenuto istitutore dei figli in casa di Madame de Rênal, di cui diventa amante, scoperto nella sua relazione amorosa è costretto a chiudersi in seminario, rimpiangendo di non poter fare invece carriera militare (il Rosso è il colore delle divise dell'esercito, il Nero quello delle tonache religiose). Ma anche fra le pareti delle chiese e fra i fumi dell'incenso, cattiverie e sgambetti in ogni, intrighi e raggiri, lotte crudeli fra gesuiti e giansenisti. Il talento e la cultura (che si accresce lettura dopo lettura) di Julien lo conducono a Parigi, dove diventa segretario di un Marchese che si accorge delle sue doti: Stendhal è efficacissimo nel descrivere il passaggio fra il clima piccolo e becero della provincia e quello scintillante e ipocrita della capitale. Julien riesce a farsi strada nel mondo dei salotti, dei teatri, delle cospirazioni politiche e giunge sul punto di riuscire davvero a coronare i suoi sogni di gloria. Quando, però, Madame de Rênal... e qui non rivelo il finale, che a Stendhal venne ispirato da un fatto di cronaca realmente accaduto. "Non ho inventato niente", disse. In un passaggio del romanzo, l'autore si rivolge direttamente ai lettori giustificando la presenza, nel suo scritto, di tresche e trame poco edificanti. Usa questa metafora: lo scrittore è come uno specchio trasportato da qualcuno lungo una strada sconnessa e fangosa, lo specchio ondeggia e talvolta mostra il cielo, talvolta il pantano.

venerdì 16 aprile 2021

LA RAGAZZA CON L'OCCHIO DI VETRO

 
 
 

Stefano Fantelli

LA RAGAZZA CON L'OCCHIO DI VETRO
Cut-Up Publishing
2020, cartonato
240 pagine, 17.90


"E altre storie dark", recita il sottotitolo. In tutto, diciassette storie, tutte, in effetti, molto dark. Scritte da uno scrittore Active Member della Horror Writers Association che prova gusto nel torcere le budella ai suoi lettori ma che sa farlo scrivendo molto ma molto bene, per cui è un piacere farselo fare. Stefano Fantelli è anche uno sceneggiatore di fumetti ("The Cannibal Family", ma anche Zagor). Ho scritto volentieri l'introduzione a questa sua antologia, così come avevo fatto per il romanzo horror-rosa "Brigitte", con target young adults. Ne "la ragazza con l'occhio di vetro" di rosa c'è poco, molto di rosso, sia per il sesso che per il sangue, visto come si mescolano eros e thanatos. Del resto, corpo e anima sono indissobilmente collegati e in ognuno dei racconti assistiamo a una qualche forma di trip rituale in cui le pulsioni di vita e di morte si compenetrano come in un osceno ma travolgente rapporto sessuale. I rituali magici hanno tentato, in ogni epoca, per millenni, di collegare il nostro corpo mortale al divino immortale attraverso il sesso: “l’erotismo cessa di rappresentare un mezzo immorale di piacere, per diventare un metodo che permette di raggiungere degli stadi di intenso misticismo”, scriveva Georges Bataille, filosofo e pornografo francese. Lo tiriamo in ballo, perché anche Fantelli senza dubbio lo è, filosofo e pornografo, a sua volta. Colto nei suoi eruditi riferimenti, compresi proprio quelli a Battaile. Il quale fu autore di un libello intitolato “Histoire de l’oeil”, composto in gioventù e conservato in un cassetto per essere pubblicato postumo dopo la morte dell’autore, avvenuta nel 1962, che secondo Moravia rappresenta un “piccolo capolavoro della letteratura d’avanguardia”. “La storia dell’occhio” segna per sempre i suoi lettori per con la sconvolgente immagine di un occhio che la protagonista si infila nella vulva dopo averlo cavato a un giovane prete da lei stessa strangolato, e che pare guardare tra le ciglia dei peli pubici, facendolo piangere lacrime di orina. Alcune scene de "La ragazza dall'occhio di verro" ricordano appunto Bataille, che del resto scriveva: “l'erotismo è l'approvazione della vita fin dentro la morte”. L'atto erotico dissolve gli esseri che vi prendono parte e ne rivela la continuità. In questo l'erotismo corrisponde alla morte, perché se la nascita crea un abisso fra gli individui, ognuno un diverso "io", la morte sopprime l' "io" e appunto lo dissolve. Da qui la corrispondenza fra l'atto erotico e il sacrificio umano alla divinità. Bataille considera l'erotismo una sfida lanciata alla morte, perché se la vita è mortale la totalità dell'essere non lo è, e poiché appunto l'atto erotico annulla l'individualità e mette in comunicazione con la totalità dell'essere, l'ebbrezza della totalità fa cadere nell'oblio il dramma della discontinuità individuale e destinato a morire.
In moltissime tradizioni ancestrali ereditate dal folklore scene truculente, grandguignolesche, orride e brulicanti di cadaveri in decomposizione si mescolano con atti sessuali mimati, raffigurati, o realmente praticati, al punto da esserne inscindibili. E spesso l’orrido è bello, perché il contrasto tra il bello e l’orrido è da sempre una delle chiavi per accedere alle stanze più segrete della natura umana. Una ragazza protagonista di un racconto di Stefano Fantelli esegue fellatio con la lingua biforcuta, tagliata in due da un bisturi. E proprio con il bisturi una serial killer modella i corpi delle sue vittime, bisbigliano loro: “Tu sarai la mia opera d’arte”. I tentacoli di una mutate penetrano lo sfintere di un bullo (che se lo merita), a un altro cavano gli occhi azzurri, lasciati poi galleggiare come paperelle in una vasca d’acqua putrida.
Gli occhi sono un elemento ricorrente: “la nostra carne si sarebbe dissolta, ma il suo occhio magico era immortale”, commenta l’amante della ragazza con l’occhio di vetro. Stefano Fantelli, da brujo qual è, rinnova le sue e le nostre paure ancestrali, con una straordinaria abilità di scrittura in grado di farci temere, e al tempo stesso desiderare, l’incontro con le sue incarnazioni delle antiche divinità femminili.

martedì 13 aprile 2021

IL WEST DI GIGITEX

 

Alberto Simioni
IL WEST DI GIGITEX 1982-1988
Festina Lente Edizioni
2017, brossurato
252 pagine, 16.99 euro
 
A me, Gigitex piaceva moltissimo. Ne leggevo le avventure sulla rivista per ragazzi dei padri Comboniani, "Il Piccolo Missionario" che, al pari del "Giornalino", trovavo in parrocchia. Là sopra c'erano anche altri fumetti, tra cui il ragazzino africano "Nerofumo" (un altro personaggio che mi divertiva), di Perogatt, alias Carlo Peroni. Ma Gigitex era il mio preferito, forse perché meno confessionale, non legato alle tematiche missionarie della testata. Gigitex era, più che una parodia di Tex, una di Clint Eastwod (il poncho, il sigaro), e proponeva un western umoristico, per ragazzi, brillante e garbato, disegnato in modo professionale da un autore, Alberto Simioni, che, in realtà, faceva un altro mestiere: il professore di inglese nelle scuole medie nel vicentino (era nativo di Bassano del Grappa). Ricordo che a volte si infilava nelle storie e ce n'era una in cui lo si vedeva disegnare nel tinello di casa sua mentre la famiglia esigeva la tavola, che già stavano apparecchiando per la cena (c'era la tovaglia tirata fin dove lui finiva di spennellare). Era uno che, a dire il vero, avrebbe potuto fare l'autore di fumetti a tempo pieno, come autore completo, tanto era bravo. Appena diciassettenne, nel 1968 (era del 1951), aveva cominciato a disegnare vignette per un giornaletto locale. Poi, nel 1969, ecco Gigitex pubblicato dal "Piccolo Missionario" diretto da don Lorenzo Gaiga. Le avventure del simpatico pistolero proseguirono fino al 1990, anno della prematura scomparsa dell'autore. I disegni di Simioni sono debitori verso Peroni, Cavazzano e Jacovitti, ma il risultato non è rattoppato, anzi, il mix dimostra una propria cifra stilistica. Si respira l'ara di Cocco Bill e di Lucky Luke, ma senza alcuna sensazione di scopiazzatura: il risultato è godibile e originale. Il talento c'era. Pochi mesi dopo la morte dell'autore, Gigitex approdò, con alcuni episodi, sul "Giornalino", ottenendo la diffusione che meritava. Peccato che Alberto non abbia potuto vedersi pubblicato là sopra e, magari, riuscire a dedicarsi a tempo pieno ai fumetti, come certamente avrebbe desiderato, avendone peraltro i numeri. Festina Lente Edizioni ripropone tutte le storie in Gigitex in tre volumi, procedendo il senso inverso (si comincia con le ultime), di cui questo è il primo (1982-1988). Una esaustiva postfazione di Giuseppe Pollicelli inquadra l'autore e il personaggio nel giusto contesto. Da segnalare, la presenza di un archeologo chiamato Martin Enigma, divertente parodia di Martin Mystère (con tanto di assistente pitecantropo).  Se non conoscete Gigitex, sappiate che dovreste. Se lo conoscete, che ve lo dico a fare?

domenica 11 aprile 2021

QUEI DUE: UN BUON PARTITO

 
 

Tito Faraci

Silvia Ziche
QUEI DUE: UN BUON PARTITO
Sergio Bonelli Editore
2020, cartonato
74 pagine, 16 euro


Non c'è due senza tre, anche per una serie intitolata, in attesa del quarto volume che verrà da sé, anche se il titolo della serie è "Quei due". Delle precedenti uscite abbiamo già parlato, in questo spazio, e valgono le cose già dette. Le potete leggere o rileggere qui:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../quei-due...

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../quei-due...

Torna dunque il teatrino dei personaggi mossi da Tito Faraci e da Silvia Ziche sullo sfondo dei Navigli, con la coppia in crisi (anzi, già definitivamente scoppiata) composta da Marco e Marta, proprietari di un ristorante chiamato "Da Marto". Animale da bar, donnaiolo, immaturo e fifone nei confronti delle malattie (con l'unico pregio di essere un collezionista di fumetti) lui, frantuma-maroni e spietata nei confronti dell'ex che ancora le ingombra la casa con la propria roba, lei. Attorno a loro, un gruppo di amici, fra cui Carlo e Valeria, altra coppia in crisi (qui le simpatie vanno a lui, tanto è stronza lei). Alla ribalta giungono adesso Anna, la dottoressa che cura Marco dal un certo dolorino lì, e Baldo Comini, uomo politico di bell'aspetto, dalle idee illuminate ammirato da tutti ma che nessuno vota. In quest'ultimo, per chi conosca le simpatie e le amicizie di Faraci, è facile riconoscere Pippo Civati. Pare che nasca del tenero fra Comini e Marta, e del resto anch'io su Marta ci farei un pensierino, nonostante il caratteraccio. Assisteremo nel quarto volume alla formazione delle nuove coppie Anna/Marco (in onore di Lucio Dalla) e Marta/Baldo? Ai posteri l'ardua sentenza.

sabato 10 aprile 2021

SOTTOSOPRA 2




 
 
Riccardo Crosa
Luca Enoch
SOTTOSOPRA 2
Sergio Bonelli Editore
2020, cartonato
74 pagine, 19 euro


Di "Sottosopra" parte prima abbiamo già parlato in questo spazio. Qui trovate la recensione: http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/01/sottosopra.html
Di punto in bianco, la gravità si è invertita, anche se solo per uomini e animali. Come spiega l'intraprendente teenanger Giorgia all'amico Alessandro (i due giovani protagonisti), "la materia viva organica cade verso il cielo e quella inorganica verso terra". Però, poi, dice anche: "Il fiume è sparito! Tutta l'acqua di questo fottuto pianeta è volata via!". Quindi ci sono delle eccezioni, dato che l'acqua non è materia viva organica. Però, il succo è che all'improvviso, non si sa perché chi si trova all'aperto viene proiettato verso lo spazio. Se il primo volume si poteva leggere in modo autonomo, risultando autoconclusivo (anche se con un finale aperto e la situazione non risolta), il secondo si riallaccia strettamente al primo e si interrompe sul più bello rimandando al terzo. Alla realtà già descritta nell'episodio di esordio vengono aggiunti nuovi elementi. Alla setta di fanatici che predicano il suicidio (e a volte lo impongono) saltando verso il cielo, si oppone l'esercito che, nel modo peggiore possibile, di prendere in pugno la situazione. Ma, in generale, lo scenario è quello post-apocalisse, da fine del mondo, civiltà finita e pochi sopravvissuti, senza troppe speranze vista la mancanza d'acqua sul pianeta. Alessandro e Giorgia sono una sorta di novelli Adamo ed Eva che rappresentano ciò che resta dell'umanità in un mondo degenerato in un incubo. Bravo Enoch a inventare situazioni sottosopra e ancora più bravo Crosa nel visualizzarle.