lunedì 8 luglio 2024

LA BANDA DI JOHN COFFIN

 

 
Mauro Boselli
Bruno Brindisi
LA BANDA DI JOHN COFFIN
Sergio Bonelli Editore
2022, cartonato
320 pagine, 26 euro

Da quando, nel 2018, venne varata la seconda collana mensile di avventure inedite di Tex, denominata “Tex Willer” per distinguerla dalla testata madre, le storie pubblicate in edicola in prima uscita hanno cominciato a venire raccolte in cartonati destinati alla distribuzione libraria. “La banda di John Coffin” è il quinto volume della serie  (in questo spazio ci siamo già occupati di alcuni altri), ma si rivela particolarmente importante per la ricostruzione della biografia del giovane cowboy divenuto fuorilegge suo malgrado ma destinato a venire arruolato tra i Rangers del Texas e a dar vita a una saga western a fumetti che non ha uguali nel mondo per durata, successo e qualità di testi e disegni. La collana “Tex Willer” nasce infatti, nell’anno del settantennale del personaggio (in edicola ininterrottamente dal 1948), per raccontare la gioventù dell’eroe, ricapitolando ciò che già sapevamo grazie ad alcuni racconti di Giovanni Luigi Bonelli e coordinando le informazioni fornite da certe storie di Mauro Boselli con avventure del tutto inedite. Proprio Boselli confeziona dunque il racconto di cui ci stiamo occupando, che mette insieme quanto narrato nel classico bonelliano “Il passato di Tex”, disegnato nel 1966 da Aurelio Galleppini, collegandolo con il proprio “Nueces Valley” (un Maxi Tex del 2017), in cui si stabilisce nel 1838 l’anno di nascita del futuro Aquila della Notte, ma anche con “Il totem misterioso”, la leggendaria prima striscia di Bonelli & Galep, oltre con “Vivo o morto” l’albo di esordio della nuova testata.  Spiega Boselli nella sua introduzione, intitolata “Ritorno al passato”: “Nella sua prima avventura Tex ha a che fare con un generico bandito del West, John Coffin, che, a parte il nome funereo (‘coffin’ significa ‘bara’) si distingue solo per odiosità e tenacia. Ecco che però, molti anni dopo, scrivendo appunto ‘Il passato di Tex’ sulle origini dell’eroe, Bonelli decise di recuperare  proprio quel primo avverrsario, facendone uno degli sgherri più subdoli e infidi della banda di Rebo e inserendlo nello snodo fondamentale della vita di Tex, la sua vendetta. Coffin assume, alla luce di questa nuova storia, una diversa statura”. Alla fine di “Vivo o morto”, in effetti, del bandito non si vede il cadavere, ma solo la sua casa in fiamme. Scopriamo dunque che il pendaglio da forca si è salvato e Tex se lo ritrova di fronte. Altrettanto in effetti, è vero che all’inizio de “Il totem misterioso” il nostro eroe conosce già il bieco avversario: "Che il diavolo mi porti se quello non è quel dannato di Coffin!", esclama scrutando dall'alto di una collina il polverone di una masnada di ceffi a cavallo. E poiché gli scagnozzi stanno inseguendo una graziosa squaw, il nostro eroe non esita a correrle in soccorso. Coffin e i suoi tirapiedi vengono bloccati all'imbocco di una gola: possiamo così vedere in faccia il losco figuro. Sguardo torvo, barba non rasata, cappellaccio in testa e fazzoletto al collo, Coffin non si distingue in nulla dagli altri pendagli da forca che lo accompagnano. Come ben dice Boselli, scopriremo in seguito, ne "Il passato di Tex" che Coffin apparteneva alla cricca di Tom Rebo, l'assassino di Sam Willer, fratello minore del nostro. Rebo aveva sul suo libro paga anche Steve Mallory,  lo sceriffo di Culver City,  il paese che fa da scenario a parte dello scontro con Coffin. Quando Tex consuma la sua vendetta contro Rebo, è proprio Mallory a imporre una taglia sulla sua testa, trasformandolo in un fuorilegge. Non a caso, nella prima striscia del "Totem misterioso", il futuro Aquila della Notte è braccato dalla giustizia. Boselli è bravissimo a serrare le fila di trame e sottotrame, aggiungendoci del suo, e Bruno Brindisi sembra nato per disegnare racconti western.


domenica 23 giugno 2024

TUTTI NELLA MIA FAMIGLIA HANNO UCCISO QUALCUNO


 

Benjamin Stevenson
TUTTI NELLA MIA FAMIGLIA HANNO UCCISO QUALCUNO
Feltrinelli
2022, brossurato
384 pagine, 19 euro

I gialli che preferisco sono quelli in cui l’autore gioca a carte con il lettore. Quelli, cioè, in cui chi legge alla fine ha a disposizione tutti gli indizi per scoprire la verità anticipando di un soffio la soluzione del mistero. Naturalmente, come in ogni partita a carte, a chi siede al tavolo con noi è richiesto di non barare. Sono ammessi, però, i giochi di prestigio sotto i nostri occhi. Lo so bene (benissimo) che il poliziesco ha tanti sottogeneri (dal legal thriller al police procedural passando per l’hard boiled), tante declinazioni, tante frecce nella propria faretra e che può servire a rappresentare realtà più sfaccettate e credibili di quelle dei romanzi con i delitti della camera chiusa. Sono consapevole che ci sono noir che svolgono persino funzioni di denuncia sociale o gialli contaminati con l’horror, il western, il romanzo storico o la fantascienza. Però, che ci volete fare, a me fa impazzire Ellery Queen che riunisce tutti i  possibili colpevoli in un salotto e spiega per filo e per segno perché l’assassino è il meno prevedibile. Se poi lo scrittore riesce a non limitare il senso e il succo del racconto al “whodunit” (o alla scoperta di “chi è stato”), e quindi a imbastire una buona trama con dei buoni personaggi, tanto meglio. Benjamin Stevenson, brillante autore australiano che ha spopolato in mezzo mondo con questo suo primo giallo, evidentemente la pensa come me e premette al romanzo le dieci regole del “Decalogo del giallo perfetto” scritte nel 1929 da Ronald Knox, ma esiste un elenco di venti stabilite l’anno prima da S.S.Van Dine nell’articolo “Twenty Rules for Writing Detective Stories” apparso su “The American Magazine” nel 1928 (esistono comunque altri elenchi del genere). Stevenson non le cita ma il succo è lo stesso: il colpevole deve essere un personaggio già noto al lettore, sono esclusi interventi soprannaturali e occulti, il detective non può arrivare alla soluzione per caso, lo scrittore non può celare indizi noti a chi conduce le indagini, il Watson della situazione deve essere meno intelligente del lettore medio. E così via (è tutto molto interessante, sia nel decalogo di Konox che della lista di Van Dine). Stabilite queste premesse, l’io narrante di “Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno”, che coincide con il personaggio a cui è assegnato il ruolo di detective, Ernest Cunningham, si rivolge direttamente al lettore come un attore che sfonda la quarta parete e, per tutto il romanzo, gioca a carte con lui o, meglio, si comporta come un prestigiatore che invita il pubblico a controllare come non abbia assi nella manica o come un certo lucchetto sia davvero chiuso. Anticipa all’inizio le pagine in cui ci saranno dei morti, addirittura. Chi scrive e chi legge sono insomma perfettamente consapevoli di stare narrando e ascoltando un giallo e veniamo costantemente rassicurati sul fatto che le regole vengono rispettate. Ciò detto, il romanzo si legge con curiosità e divertimento: una riunione di famiglia in un albergo montano che resta isolato nella neve (come accade in “Trappola per topi” di Agatha Christie) mette a confronto madri, figli, zii, cognati, fratelli e sorelle, tutti con qualcosa da nascondere, e dà il via a una serie di misteriosi omicidi. “Everyone in my family has killed someone” è un titolo che dice il vero, ma che va anche interpretato, caso per caso, fino alla soluzione piuttosto macchinosa, ma rigorosamente onesta. Ci si diverte molto, senza che ci sia nulla di comico: ad Agatha Christie sarebbe piaciuto.
 

sabato 22 giugno 2024

LE AVVENTURE DI OLIVER TWIST

 


 
 
Charles Dickens
LE AVVENTURE DI OLIVER TWIST
Rizzoli
brossurato, 1981
482 pagine, 5000 lire

Ci sono romanzi che si leggono da ragazzi e che poi, rileggendoli da adulti, sembrano tutt’altra cosa. “Le avventure di Oliver Twist” (o più propriamente “Oliver Twist”, dato che questo fu il titolo originario) è uno di questi. La prima impressione che ho ricavato dalla rilettura è che non si tratti in nessun modo di un libro per ragazzi. Perché accidenti mi venne dato in mano mentre frequentavo le elementari? Con ogni probabilità lo ebbi in regalo in una edizione purgata ed edulcorata, resta il fatto che veniva ritenuto un classico della letteratura per giovanissimi, al pari di “Pattini d’argento”, “Pel di Carota” e “Pollyanna”. A scanso di ogni equivoco, Charles Dickens si rivolgeva a un pubblico adulto. 
In secondo luogo, mi sono meravigliato di come Oliver Twist, il ragazzino il cui nome dà il titolo al romanzo, non ne sia il personaggio principale. Anzi, fra tutte le figure vividamente descritte e caratterizzate dall’autore, Oliver è la più sbiadita e insignificante. A pensarci bene, è addirittura la meno probabile: come può un bambino cresciuto in un orfanotrofio fra digiuni e percosse, restare incorrotto e incorruttibile, nutrire solo buoni sentimenti, dimostrare tutte le doti del figlio perfetto, proporsi come creatura adorabile? Se c’è un motivo per cui Oliver può attraversare l’inferno senza coprirsi di fuliggine, Dickens non ce lo spiega: non partecipiamo mai davvero ai pensieri del ragazzo, che sembra solo messo lì a dimostrare la cattiveria altrui. Vero è, tuttavia, che Oliver Twist è il primo bambino protagonista di un romanzo in lingua inglese. 
Ciò detto, il romanzo dello scrittore britannico, uscito a puntate mensili tra il 1837 e il 1939 sulla rivista “Bentley’s Miscellany” (e subito raccolto in volume), è ricchissimo di personaggi memorabili che sviluppano una trama non soltanto avvincente ma anche pregna di denunce sociali. L’affresco della Londra della prima metà dell’Ottocento è sconvolgente e drammatico, soprattutto antiromantico e contro ogni retorica celebrativa. La vita quotidiana per le strade sporche affollate di poveri, orfani, ammalati e criminali, affollate di una umanità disperata e abbrutita è descritta senza edulcorazioni, se non quelle riservate al sesso (prostituzione, promiscuità) a cui si allude senza esplicitare ciò che è comunque immediatamente chiaro. Lo stesso Oliver nasce da una relazione extraconiugale. Ci sono pagine crudelissime, come quella dell’uccisione di Nancy da parte di Bill Sikes, la morte dello stesso Sikes, l’impiccagione di Fagin, ma anche, nelle pagine iniziali, la fine di stenti di una giovane donna la cui madre anziana si chiede perché sia morta la figlia e non lei. 
Un’altra caratteristica del romanzo che mi è balzata agli occhi rileggendolo è il ricorso da parte dell’autore, assai più frequente di quanto si possa immaginare, al sarcasmo e all’ironia nel farsi beffe dell’ipocrisia della società dell’epoca, del suo sistema assistenziale ed educativo, ma anche di quello giudiziario. 
Personaggi memorabili, si diceva, e già ne abbiamo citati tre: il crudele Sikes, ladro e assassino; Nancy, la prostituta uccisa perché voleva redimersi; Fagin, il reclutatore di ragazzini da avviare sulla strada del crimine. Ma possiamo aggiungerci l’Artful Dodger, tradotto a volte maldestramente come “Trappolone” o più congruamente “l’Astuto Briccone” in altre occasioni; Monks, che trama perché il passato della madre di Oliver (Agnes Fleming, morta nel partorirlo) non venga mai scoperto; mister Bumble e sua moglie, la signora Corney, squallidi e corrotti nonostante la loro apparenza di persone per bene e i loro incarichi pubblici. Si sono discusse e studiate le fonti di ispirazione da cui Dickens attinse (per Fagin è stato citato lo Shylock di Shakespeare), resta il fatto che la rielaborazione dell’autore dà frutti originali. E poi i “buoni”(fin troppo buoni, in verità) mister Brownlow, che alla fine adotta Oliver, e miss Rose Maylie, che si rivela essere sua zia per una serie di acrobazie dell’intreccio da feuilleton. Senza che Dickens faccia professione di fede, ci si vede lo zampino della Provvidenza e alla fine i buoni ottengono la loro giusta ricompensa e i cattivi la sacrosanta punizione. In questo, l’ l’autore (di cui “Oliver Twist” è un’opera giovanile, essendo stata scritta a venticinque anni di età, lui nato nel 1812) rivela sua concezione, tutto sommato vittoriana, del bene destinato alla vittoria sul male attraverso una faticosa redenzione. 
Ho usato la parola “feuilleton”: non va infatti dimenticata la formula della pubblicazione a puntate, che creò (sarebbe accaduto anche in seguito per altre opere di Dickens) una forte attesa da parte dei lettori, con tentativi da parte di alcuni di scrivere finali alternativi prima che uscisse quello ufficiale, e critiche da parte di detrattori (mi ricorda qualcosa) a cui lo scrittore cercava di rispondere e che gli davano un feedback immediato in corso d’opera. Chissà se Dickens ne fu influenzato.


venerdì 21 giugno 2024

TAU ZERO

 
 

 
 
Paul Anderson
TAU ZERO
Editrice Nord
1989, brossurato
230 pagine

“Tau zero”, straordinario quanto a visione del tempo e dello spazio, è illuminante sulla concezione dell’universo come solo certi capolavori della fantascienza riescono essere. A scriverlo è Paul Anderson (1926-2001), statunitense ma di origini scandinave, uno fra gli autori di science-fiction più amati, a partire dagli anni Quaranta dello scorso secolo, dal pubblico di tutto il mondo e vincitore di numerosi Premi Hugo e Premi Nebula, con all’attivo cicli fantascientifici quali i racconti della Lega Psicotecnica e quelli dei Mercanti dello Spazio. “Tau zero” è la dimostrazione di come la SF possa aprire squarci su ipotesi che vanno oltre il futuro della Terra, del Sistema Solare, della Via Lattea, fino a concepire una possibile fine e un nuovo inizio dell’Universo stesso. Pubblicato per la prima volta nel 1970, scritto sulla scorta delle più audaci teorie scientifiche di allora (e per ora non confutate), il romanzo di Anderson immagina che cosa possa accadere a una astronave con a bordo cinquanta colonizzatori partiti dal nostro pianeta verso un mondo ritenuto abitabile nei paraggi del nostro sistema con la prospettiva di un viaggio lungo alcuni anni. La “Leonora Christine”, questo il nome della nave spaziale, viene lanciata in uno stato di accelerazione costante che deve portarla a una frazione della velocità della luce, per poi decelerare. Un incidente le impedisce però di rallentare e l’astronave si trova a viaggiare sempre più velocemente, senza che niente possa fermarla. Le leggi della fisica dicono che il tempo scorre diversamente per chi si muove rispetto a chi resta fermo. Più ci si avvicina alla velocità della luce, più ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, corrisponde ad anni, secoli, millenni trascorsi sulla Terra. E che cosa può accadere quando si supera il limite estremo previsto da Einstein? L’equipaggio della “Leonora Christine” vive questa incredibile esperienza ed assiste all’evoluzione dell’universo mentre lo attraversa tutto come un oggetto dalla massa incalcolabile. A bordo, i passeggeri subiscono traumi psicologici, qualcuno va in crisi, ad altri sembra di impazzire, serve chi tenga unito il gruppo. Al di là dell’aspetto scientifico (o fantascientifico), Anderson indaga, come suo solito, anche l’intreccio dei rapporti umani (e forse è questo l’aspetto più datato del romanzo). Una curiosità: le origini scandinave dello scrittore sono evidenziate dalla scelta di immaginare un futuro in cui lo svedese è una sorta di lingua franca e la Svezia, al termine di una guerra che ha visto contrapporsi il blocco occidentale e quello orientale, è stata scelta come nazione leader del rinnovato ordine mondiale perché sia Est che Ovest le riconoscono la funzione di mediatrice.


venerdì 31 maggio 2024

STUDIO ITALIA

 

 
Piersandro Pallavicini
STUDIO ITALIA
Helvetia Editrice
2023, brossura
128 pagine, 11 euro

A volte capita di imbattersi in certi libri assolutamente per caso e affacciarsi, grazie a essi, su mondi o universi sconosciuti. E’ successo a me con “Studio Italia”, che mi è finito per le mani senza averlo cercato, che ho cominciato a leggere con perplessità ma che alla fine si è rivelato in grado di solleticare interesse e curiosità. L’autore, Piersandro Pallavicini (professore ordinario di chimica all’Università di Pavia, scrittore e critico letterario, commediografo), è nato come me nel 1962 e di sé scrive: “Ero il secchione perfetto: adoravo stare in laboratorio, leggevo solo fumetti e romanzi di fantascienza, ascoltavo musica fuori moda”. Poi, assecondato anche dalla compagna Manola, scopre le frange più avanzate dell’arte contemporanea e ne rimane folgorato. Ecco, arrivato a questo punto, leggendo una lista di nomi a me sconosciuti (lo confesso a mio disdoro) di artisti, riviste, correnti, scuole, gallerie avrei potuto battere in ritirata e non proseguire la lettura. Invece, ho continuato: perché Pallavicini è gradevole da leggere e non si inoltra in dotte disquisizioni (aliene ai profani) sull’interpretazione, le dinamiche o l’esegesi della produzione artistica d’avanguardia, terreno su cui probabilmente non avrei potuto seguirlo senza prima aver percorso un training di avvicinamento, ma racconta la sua personale esperienza di collezionista. E quindi batte un terreno di cui percepisco il fascino, essendo da sempre raccoglitore seriale di albi a fumetti e tavole originali, libri e dischi. Soprattutto Pallavicini descrive una pratica che trova una certa corrispondenza anche nell’universo parallelo dei fumettisti: lo “studio visit”. Cioè la pratica, descritta come comune tra appassionati e collezionisti di arte contemporanea, di andare a trovare l’artista dove lavora. Quindi conoscerlo di persona, vederlo mentre crea le opere, discutere delle sue tecniche e delle sue quotazioni, ma anche bere con lui un bicchiere di vino, scambiare opinioni sull’arte e sul mondo. Pallavicini racconta nove incontri ravvicinati con altrettanti artisti (Velasco Vitali, Federico Lombardo, Adelisa Selimbasic, Iva Lulashi, Giovanni Frangi, Daniele Galliano, Luca Pignatelli, Laura Paperina, Valentina D’Amaro), presentandoli come persone prima che come autori e descrivendo i loro laboratori o atelier. Non sempre la visita si conclude con l’acquisto di un dipinto o di un disegno, che spesso hanno prezzi fuori portata, tuttavia viene spiegata la dinamica delle gallerie a cui le opere vengono affidate, il metodo con cui si quotano, le tecniche per concludere buoni affari al di fuori dei circuiti ufficiali (su eBay, per esempio). Traspare dal racconto la gioia successiva a ogni acquisizione, con il collezionista che rimira il pezzo di cui è entrato in possesso, oppure il desiderio irresistibile di dare la caccia a un autore che sembra irraggiungibile. Ecco, sensazioni che, nel mio piccolo e in tutt’altro ambito, conosco bene anch’io.

venerdì 24 maggio 2024

IL REGNO DELLE TENEBRE

 

 
Guido Nolitta
Alfredo Castelli
Gallieno Ferri
IL REGNO DELLE TENEBRE
Sergio Bonelli Editore
2024, brossurato
530 pagine, 18 euro


La collana “Zagor contro il Vampiro” si inserisce sulla scia del successo dei precedenti sette volumi dedicati da Sergio Bonelli Editore alle avventure in cui lo Spirito con la Scure affronta il professor Hellingen. Questa volta i volumi sono soltanto cinque, ma tutti ponderosi, e “Il regno delle tenebre” è il primo. Raccoglie, in un tomo di oltre cinquecento pagine, le prime due storie dell’eroe di Darkwood alle prese con il barone vampiro Bela Rakosi, la prima scritta da Guido Nolitta (alias lo stesso Bonelli) nel 1972, la seconda dovuta ad Alfredo Castelli e giunta in edicola nel 1981, entrambe illustrate da Gallieno Ferri. Nella collana saranno inserite anche gli episodi in cui Rakosi non compare ma ne sono protagonisti la rossa vampira Ylenia Varga e il vampirologo dottor Metrevelic, così da offrire al lettore un quadro completo (ma questo lo vedremo nei prossimi volumi, in questo Rakosi fa la parte del leone). A corredo de “Il regno delle tenebre” trova spazio un apparato critico affidato al sottoscritto. Riporto qui di seguito un estratto della mia (assai più lunga) introduzione.

VITA, NON MORTE E MIRACOLI
di Moreno Burattini

Bela Rakosi: già il nome del vampiro affrontato da Zagor nelle pagine che vi apprestate a leggere rivela, se non tutto, di certo parecchio. Rende evidente, per esempio, come lo sceneggiatore Guido Nolitta (questo lo pseudonimo sotto cui si nascondeva l’editore Sergio Bonelli) non si preoccupò di nascondere più di tanto l’ispirazione cinematografica. Anzi, come si sarebbe detto in seguito, la palesò come una “citazione”. E’ chiaro che alla base della scelta del nome c’è il preciso riferimento all’ungherese Bela Lugosi (1982-1956), un attore, cioè, passato alla storia del cinema per essere stato uno dei più celebri Dracula dello schermo, grazie a un film del 1931 della Casa di produzione americana Universal, diretto da Tod Browning. L’interpretazione di Lugosi caratterizzò per decenni, nell’immaginario collettivo, la figura del vampiro vestito elegantemente e solito a dormire in una bara. Gallieno Ferri, il creatore grafico di Zagor,  scegliendo le sembianze del non morto, fece invece riferimento a Christopher Lee (1922-2015), un altro Dracula cinematografico, protagonista di vari film di produzione inglese della Hammer, a partire dal primo del 1958 diretto da Terence Fisher, senza dimenticarsi di citare, in una copertina, l’ombra del Nosferatu di Murnau (1922).  Che un vampiro di origini ungheresi si dovesse chiamare Bela sembrò a Bonelli una trovata divertente, una sorta di strizzata d’occhio verso i lettori. A trovare il cognome bastò allo sceneggiatore fare riferimento alla politica internazionale: Màtyàs Ràkosi (1892-1971) fu infatti il leader della Repubblica Popolare d’Ungheria fra il 1945 e il  1956. Nolitta e Ferri, insomma, citando rispettivamente Lugosi e Lee nel dar vita (o non morte) al loro vampiro, vogliono indicare chiaramente che non al Conte Dracula del romanzo del 1897 scritto da Bram Stoker  ci si stava rifacendo, ma proprio ai film “di paura” degli loro anni verdi. L’spirazione è cinematografica, dunque, prima che letteraria, anche se poi, nel proseguo della saga zagoriana, i riferimenti alle tradizioni e alle leggende popolari transilvaniche (da cui attinse Stoker e, prima di lui, John Willian Polidori) non sarebbero mancati, come avremo modo di annotare presentando i prossimi volumi di questa collana.




giovedì 23 maggio 2024

INCONTRI RAVVICINATI TRA SCIENZA E CINEMA

 
 

Marco Ciardi
Andrea Sani
INCONTRI RAVVICINATI TRA SCIENZA E CINEMA
Hoepli
2023, brossura
234 pagine, 15.90 euro


Per parlare di questo gioiello di libro, forse si può cominciare da come la Casa editrice stessa descrive la collana "Le basi" in cui il saggio è inserito. Leggiamo infatti in apertura: "Rivolti a un pubblico generale ma scritti da esperti, i libri della collana offrono sintetiche e originali introduzioni su molteplici soggetti nel campo delle scienze umane e intendono essere obiettivi e completi ma al tempo stesso invitare alla riflessionie sui vari temi affrontati". Marco Ciardi, docente di Storia della Scienza presso l'Università di Firenze (ma anche grande appassionato di fumetti), ha già all'attivo un altro saggio pubblicato nei titoli de "Le basi", e cioè "Breve storia delle pseudoscienze", di cui ci siamo occupati anche in questo spazio. Andrea Sani, grande esperto di filosofia, cinema, fumetto francese e disneyano, è un nome ben noto nel comicdom. I due sono accomunati, oltre che da medesimi interessi e passioni, anche dalla grande capacità di sintesi e chiarezza comunicativa, doti fondamentali, oltre all'indispensabile competenza, per fare buona divulgazione. "Incontri ravvicinati tra scienza e cinema" è un libro che si legge rivedendo, pagina dopo pagina, con gli occhi della mente, scene di film che hanno segnato l'immaginario collettivo (da "Ritorno al futuro" a "Il pianeta delle scimmire", da "Blade Runner" alla saga di Indiana Jones, da "Interstellar" al "Sesto Senso"), ma anche ricevendo irresistibili stimoli a cercare di recuperare pellicole fondamentali che non abbiamo ancora visto (nel mio caso, per esempio, "L'uomo che non c'era" o "Creation"). Gli autori suggeriscono nove itinerari tematici selezionando alcune decine di film che mettono in evidenza i rapporti tra il cinema e la scienza, a volte segnalando le incongruenze tra ciò che si vede sullo schermo e la realtà dei fatti, a volte sottolineando la documentazione alla base del lavoro dei cineasti (talora coadiuvati dalla consulenza fattiva degli scienziati), sempre documentando il modo con cui le teorie scienifiche vengono divugate o offrono spunti a sceneggiatori e registi. Mai si critica o si discute la libertà e la fantasia di chi di mestiere fa il catastorie. Peraltro, Ciardi e Sani si rivelano una volta di più due dei nostri, occupandosi, senza traccia di snobbismo, di film che hanno avuto un gande successo anche al btteghino, e non solo di quelli noti unicamente ai cultori e ai frequentatori dei cineforum. Un saggio davvero gradevole e stuzzicante, in cui l'evidente coinvolgimento degli autori ne suscita uno simili in chi legge.

domenica 19 maggio 2024

IL SEGRETO DEL CARILLON

 

 
Fausto Serra
IL SEGRETO DEL CARILLON
Scatole Parlanti
2024, brossura
190 pagine, 17 euro
Illustrazioni di Walter Venturi
Prefazione di Moreno Burattini
 
Gli appassionati di fumetti conoscono Fausto Serra per essere l'infaticabile organizzatore dei Rendez-Vous sardi degli Amici di Zagor. Ma Fausto è anche uno scrittore, giunto al suo secondo romanzo.
Dopo "L'eredità morale, uscito nel 2021, ecco "Il segreto del carillon".
E' la storia di un ex ergastolano, Ardito, a cui, in vecchiaia, viene concessa la grazia dopo quarant'anni di pena. Il narratore lo incontra casualmente, seduto su una panchina del parco di una casa di riposo, e intuisce di trovarsi davanti a un uomo con una storia particolare e difatti su quella panchina, che diventa il loro ritrovo abituale, Ardito racconta la sua vita: dall'infanzia al quadruplice omicidio che lo ha portato in carcere e alle drammatiche vicissitudini al suo interno. Ma c'è qualcosa che sfugge, un segreto nascosto, una verità che spiega i fatti in un altro modo. C'è da scoprire il segreto del carillon.
Qui di seguito, il testo della mia prefazione.


 

SLIDING DOORS
di Moreno Burattini

Nel romanzo precedente di Fausto Serra, “L’eredità morale” del 2021, a pagina 63 troviamo l’inizio di un capitolo intitolato “L’adozione mancata”, in cui il lettore si trova di fronte al drammatico racconto di una “sliding door” nella vita di un bambino, il piccolo Minniu. Le “sliding doors”, o “porte scorrevoli” sono quelle situazioni nelle quali qualcuno si trova di fronte a un evento, magari a cui lì per lì non dà troppa importanza, che cambia o potrebbe cambiare la sua vita. A volte ci sono “sliding door” di cui neppure ci accorgiamo: la nostra mano sceglie fra tanti un biglietto della lotteria che non dà diritto a nessun premio, ma quello accanto avrebbe potuto essere il vincente. Altre volte il caso decide per noi: Jack Dawson si imbarca sul “Titanic” vincendo al gioco il biglietto che gli permette di salire a bordo. La definizione deriva da un film del 1998, “Sliding doors”, appunto, diretto dal britannico Peter Howitt, in cui le porte scorrevoli del vagone di un treno di una linea metropolitana cambiano il destino della protagonista Helen (Gwyneth Paltrow). Hewitt aveva tratto ispirazione da un altro film che affronta il tema del fato, “Destino cieco” (1981), del regista polacco Krzysztof Kieślowski. Che cosa capita a Minniu? Il bambino e i suoi fratelli più grandi erano rimasti orfani di entrambi i genitori e vivevano in estrema povertà tra le mura cadenti di una vecchia casa lungo il fiume Coghinas. Si prospetta la possibilità di una adozione. Una coppia di benestanti giunge da Sassari per conoscere Minniu, lo trovano adorabile e manifestano il più vivo interesse per adottarlo. I fratelli più grandi si consultano fra loro per decidere il da farsi: forse per non perdere i contatti con il piccolo di casa, rifiutano l’offerta. Scrive Fausto Serra: “Il bambino andò a finire nelle mani di un padrone che si chiamava Zio Pasquale, che si decise a prenderlo con sé  purché si fosse guadagnato i pasti e l’alloggio, e non come figlio adottivo. Lo attendeva un futuro da servo pastore”. Cosa sarebbe stato di Minniu se i signori di Sassari avessero potuto portarlo nella loro casa? Sembrano riflessioni oziose, ma talvolta la vita ci pone davanti a dei bivi in grado, cambiando anche solo di pochissimo le carte in tavola, di condizionare il resto della nostra esistenza. Mi è tornato in mente Minniu perché anche il destino del protagonista del secondo romanzo dello scrittore, sembra segnato da più di una “sliding door”, la cui esistenza il lettore scopre man mano, fino al colpo di scena finale, allorché viene svelato il segreto del carillon. Carillon che compare fin dalle prime pagine, riaffiorando poi qua e là nel romanzo. Siamo nel 1932, in una sperduta località che sembra essere la Gallura anche se non viene mai nominata, e Angelina, la madre di un bambino di pochi mesi, vede il marito Efisio guardarla mentre, seduta davanti al camino, con una mano dondola la culla e con l’altra tira la cordicella che aziona la melodia del carillon. Gli chiede a che cosa stia pensando. Il padre del piccolo risponde: «Al nostro bambino. È nato da pochi mesi e già mi preoccupa il suo futuro. Cosa gli potrà riservare questo posto dimenticato da Dio, se non una dura vita da pastore, isolato dal resto del mondo? Avrei desiderato per lui un futuro migliore». Quel bambino è stato chiamato Ardito a scopo beneaugurale e il romanzo di Fausto Serra ne racconta l’intera esistenza, segnata da un destino tragico che però avrebbe potuto diverso se le porte scorrevoli si fossero aperte e chiuse in altra maniera al momento giusto. “Il segreto del carillon”, apparentemente, sembra un romanzo carcerario: Ardito, appena ventenne, finisce all’ergastolo dopo aver commesso un quadruplice omicidio mosso, si direbbe, da un impulso folle e sconsiderato, per futili motivi, rovinando la sua vita e quella dei suoi genitori, oltre a privare le vittime della propria. Però, si capisce che c’è qualcosa dietro, qualcosa di cui lo stesso assassino inizialmente non si rende conto ma che piano piano emerge alla sua coscienza. Coscienza che non sembra affatto quella di un delinquente incallito o di uno spietato criminale, come dimostrano le tante avventure vissute fra le mura del penitenziario, dove è costretto a confrontarsi con il suicidio di un caro amico, la rocambolesca evasione di un altro, una rivolta di detenuti.  Si chiede a un certo punto Fausto Serra: «Senza scomodare teorie sull’esistenza di entità superiori che regolano il destino di ogni essere umano, appare chiaro che qualcosa di insondabile ci sfugge. Il percorso di un’esistenza nasce già segnato? E quale potere soprannaturale ne decide le sorti? ». Ognuno cerchi di dare la propria risposta. “Il segreto del carillon” amplia l’orizzonte dell’ “Eredità morale”, dove la narrazione ricostruiva, sulla base di fatti realmente accaduti, la storia di una famiglia (quella dello stesso autore). Adesso, con il secondo romanzo, Serra allarga la visione all’intera condizione umana, anche se lo fa prendendo a paradigma la terra da cui proviene e una realtà storica particolare, questa volta dando libero sfogo all’invenzione. Le porte scorrevoli della fantasia possono condurre dovunque.

 


mercoledì 24 aprile 2024

ASTERIX E L’IRIS BIANCO


 

Fabcaro
Didier Conrad
ASTERIX E L’IRIS BIANCO
Panini Comics
2023, cartonato
50 pagine, 12.90 euro

Gli albi di Asterix entrano negli “anta”. “Asterix e l’Iris Bianco” è infatti il quarantesimo della serie (iniziata con “Asterix il Gallico” nel 1961). Dei due creatori, lo sceneggiatore René Goscinny e il disegnatore Albert Uderzo, il primo è morto nel 1977 (24 storie all'attivo), il secondo è scomparso nel 2020 e la sua ultima storia è stata "Il compleanno di Asterix e Obelix" del 2009 (autore anche della sceneggiatura). Dopodiché, per altri cinque volte le avventure degli eroi gallici sono state disegnate da Didier Conrad e scritte da Jean-Yves Ferri. Il precedente volume era stato "Asterix e il Grifone".
Conrad (praticamente indistinguibile da Uderzo) viene confermato, mentre per la prima volta a scrivere i testi è Fabrice Caro, in arte Fabcaro – che, va detto, se la cava piuttosto bene. Anzi, continua a essere incredibile come i continuatori della serie riescano a restare fedelissimi ai padri fondatori, pur facendo satira e ironia su temi della contemporaneità, come il traffico in autostrada, i ritardi dei treni ad alta velocità, il sushi e la nouvelle couisine, la moda delle discipline spirituali. Proprio una di queste, chiamata appunto “Iris Bianco”, crea scompiglio nel villaggio gallico di Asterix e Obelix. A ideare il nuovo metodo  caratterizzato da un “pensiero positivo” è il medico capo degli eserciti di Cesare, Vitiumvirtus, che così spiega: “Dentro di noi abbiamo tutti un fiore che aspetta di sbocciare nella gentilezza”. L’impatto della contagiosa filosofia dai connotati new age sui battaglieri Galli guidati da Abraracourcix è impressionante: arrivano persino a tollerare il canto del bardo Assurancetourix. Ma a cadere succube dei modi suadenti e poetici di Vitiumvirtus è soprattutto Beniamina, la moglie del capo, che si convince addirittura di voler abbandonare il rustico villaggio trasferendosi a Lutezia, cioè a Parigi, città senz’altro più consona al suo animo gentile e floreale. Asterix e Obelix partono subito nella missione di recupero, prima che la donna venga consegnata a Cesare, da cui sarebbe subito usata come ostaggio. Gag, battute, trovate in ogni tavola, tutte deliziose quando non esilaranti. Che bello avere sempre una nuova avventura di Asterix da aspettare, certi che gli autori non ci tradiranno mai.



lunedì 22 aprile 2024

I DELITTI DELLA RUE MORGUE

 


 
Edgar Allan Poe
I DELITTI DELLA RUE MORGUE
Cut-Up Publishing
2023, brossurato
80 pagine, 13.90 euro


Personalmente sono più che convinto che il primo giallo della storia della letteratura sia contenuto nella Genesi, il primo libro della Bibbia. Lì c’è un omicidio, quello di Caino ai danni del fratello Abele, c’è un detective (Dio), vengono svolti degli interrogatori e dunque delle indagini, si scopre il colpevole – che viene condannato e punito. A dire il vero, sul fatto che Caino sia stato il vero assassino ho i miei dubbi, che ho esposto in un racconto intitolato “La signora Miller e Dio” (lo trovate nell’antologia “Dall’altra parte”, edita da Cut-Up Publishing). Ma non divaghiamo. Genesi a parte, il capostipite del genere giallo viene pressoché unanimemente considerato "I delitti della Rue Morgue" di Edgar Allan Poe (1809-1849), datato 1841, anche se non propone un vero poliziotto quale autore delle indagini e propone una trama tutto sommato fantastica che si discosta dal realismo che contraddistingue invece il poliziesco vittoriano, da cui nasce una scuola giunta fino ai nostri giorni. Tuttavia è innegabile che Auguste Dupin (protagonista di altri due racconti dello scrittore bostoniano) sia un perfetto Sherlock Holmes ante litteram e l’amico che funge da io narrante sembra la controfigura del dottor Watson (condizioni economiche a parte). Quando, soltanto grazie al ragionamento, Dupin segue il flusso dei pensieri dell’altro e risponde a voce alta a una considerazione fatta dal compagno soltanto nella propria testa, pare proprio che a scrivere sia Conan Doyle. Oltre a essere il primo giallo letterario della storia, “I delitti della Rue Morgue” è anche il primo caso della “camera chiusa”. Il racconto è perfetto per ritmo, tempistica e climax, e la soluzione del mistero, per quanto insolita, risulta convincente (ne ho fatto la parodia in “Cico Detective”). Aldo Luigi Mancusi firma una nuova traduzione e una interessante postfazione. Cut-Up Publishing confeziona un libretto delizioso.
Va segnalato, però, che c’è chi sostiene che nei “Delitti della Rue Morgue” ci sia in realtà lo zampino di Alexandre Dumas. Un giallo nel giallo. La tesi è di Ugo Cundari e provo a riassumerla. Esiste un racconto di Dumas pubblicato a puntate tra il 28 dicembre 1860 e l’8 gennaio 1861, di cui esistono, negli archivi di tutto il mondo, pochissime copie, e che era, fino a poco tempo fa, praticamente sconosciuto: “L’assassinio di Rue Saint Roche”. La lettura lascia del tutto sbigottiti, perché si tratta di un clamoroso plagio dei "Delitti di Rue Morgue" di Poe. Stessa ambientazione parigina, stessa situazione, stesse vittime, stessa soluzione del caso. Non solo: anche i particolari sono i medesimi, dalle voci provenienti dalla casa chiusa scambiate dai vicini per lingue straniere sempre diverse, al dettaglio delle finestre inchiodate. Che cosa cambia? Cambia, innanzitutto, il fatto che il detective risolutore del caso è lo stesso Edgar Allan Poe. Cioè Dumas racconta di aver incontrato lo scrittore americano a Parigi nel 1832 e, mentre era in sua compagnia, di averlo veduto incuriosirsi di un caso descritto sui giornali e quindi indagare sulla faccenda fino a venirne a capo. Ora, i "Delitti della Rue Morgue" è stato pubblicato nel 1841, dunque vent'anni prima il racconto di Dumas. Dunque tutto lascia pensare che sia stato lo scrittore francese a copiare Poe. Il che non sarebbe neppure improbabile, essendo Dumas uso ad attingere a piene mani di qua e di là, al punto da aver subito diversi processi con l'accusa di appropriazione indebita di scritti altrui. Però, la questione non è così semplice. Nella sua lunga e avvincente postfazione, Cundari elenca tutta una serie di circostanze misteriose. Tanto per cominciare, anche nel racconto di Poe compare un Dumas, che è uno dei personaggi secondari. Una combinazione? E se Dumas e Poe si fossero davvero incontrati, nel 1832? Perché, infatti, Poe ambienta proprio a Parigi il suo giallo, e non a Boston o Philadelphia? Come può conoscere così bene la capitale francese, com'è dimostrato dal suo testo? La biografia di Poe è, incredibilmente, misteriosa e lacunosa sui suoi spostamenti in quell'anno e ci sono testimonianze che lo vogliono in Russia, in Francia, in Inghilterra. Il curatore elenca una serie impressionante di indizi che sembrano far supporre che il contatto ci sia stato, e che una bozza di racconto possa essere stato visto e letto da Poe, oppure discusso con Dumas, che sarebbe stato però l'artefice dell'opera, avendone collocato l'azione su uno sfondo parigino che l'americano non aveva ragione di usare. Per quel che può valere la mia opinione, credo in un plagio del parigino ai danni di Poe, ma è possibile che i due si siano davvero incontrati a Parigi.

domenica 21 aprile 2024

STORIE DI GUERRA

 



Angelo Stano
STORIE DI GUERRA
Allagalla
2023, cartonato
100 pagine, 20 euro


Angelo Stano (“uno dei migliori disegnatori del mondo”, secondo Aldo Di Gennaro, che di disegno se ne intende) è nato a Santeramo in Colle, in provincia di Bari, nel 1953.Le sei storie di guerra da lui illustrate raccolte in questo volume da Allagalla sono datate tra il 1976 e il 1977. Quindi, ci ripropongono il lavoro di un autore di ventitré o ventiquattro anni, da poco trasferitosi a Milano e con all’attivo soltanto le prime collaborazioni a fumetti (la prima, datata 1971, è una riduzione del romanzo di Verne “Dalla Terra alla Luna”). Nel 1975 lo troviamo a illustrare racconti di uomini in guerra per la Dardo, una Casa editrice che a partire dai primi anni Sessanta aveva visto furoreggiare in edicola testate come “Collana Eroica” e “Super Eroica”, di provenienza inglese (anche se per la Fleetway che le realizzava lavoravano autori di tutto il mondo, tra cui molti italiani, quali Tacconi, Calegari, D’Antonio, Tarquinio e persino Pratt). A metà degli anni Settanta, però, assecondando il clima politico mutato dalla contestazione giovanile, Giuseppe Casarotti, patron della Dardo, pensa di pubblicare una testata di vicende belliche ma con risvolti antimilitaristi, con ambientazioni storiche e ricostruzioni di contesti più accurati, con personaggi realistici e non necessariamente eroici. Nacque così la collana “Uomini e guerra”, per la quale viene ingaggiato il giovane Stano. La testata non riscuote il successo sperato, ma il disegnatore fa in tempo a realizzare una mezza dozzina di racconti, quelli contenuti in questo volume (cinque pubblicati, uno rimasto inedito), che sicuramente servono a fargli fare le ossa e a gettare le basi per la sua carriera. Le sceneggiature sono di Franco Fattori e dello Staff di If e hanno il torto (forse per una precisa indicazione editoriale) di essere ridondanti di didascalie. Tuttavia, la scelta degli scenari di guerra e della tipologie di trame è interessante: la prima, ambientata sul fronte dell’Altopiano di Asiago nel 1915, comincia ricordando come in trincea finissero fanti “morti di fame”, miseri spediti al macello. Una delle storie ricostruisce il raid di Entebbe, lamentando le vittime ugandesi. I disegni, giovanili ma già straordinariamente efficaci, mostrano controluce il grande autore che muove i primi passi, quelli che lo avrebbero portato a divenire il creatore grafico e il copertinista di Dylan Dog, arrivando a maturare un segno inconfondibile.

sabato 20 aprile 2024

PASQUALE FRISENDA ARTBOOK

 

Pasquale Frisenda
ARTBOOK
Cut-Up Publishing
2024, cartonato
96 pagine, 35 euro


Gli artbook sono un genere a se stante. Si potrebbero definire “cataloghi” o “campionari” delle opere di un artista, realizzati indipendentemente da una mostra che le esponga in una galleria o in un museo. Dunque, vere e proprie mostre essi stessi, da tenersi in casa, da venire portate in giro, da poter essere visitate semplicemente sfogliando le pagine di un libro ogni volta che lo si desideri. Non sono il “ricordo” di una esposizione, sono l’esposizione stessa. Gli artbook risultano particolarmente interessanti quando ripercorrono l’evoluzione di anni di lavoro di un fumettista perché dimostrano come i disegnatori di comics siano al tempo stesso narratori di storie e illustratori, e si dimostrino in grado di eccellere in ambiti diversi, ora al servizio di una storia articolata o di un personaggio dalla lunga tradizione che si intende rispettare o reinterpretare, ora folgorandoci o incantandoci con una sola immagine, che basta a se stessa. Tutto ciò è straordinariamente ben dimostrato dall’artbook di Pasquale Frisenda, classe 1970, milanese, attivo a livello professionale a partire dal 1991 (l’esordio avviene sulla rivista “Cyborg”) ma alle prese con chine e matite (e sogni) già dal 1985, grazie al suo incontro con lo Studio Comix di Carlo Ambrosini, Giampiero Casertano ed Enea Riboldi, dove fa apprendistato. Ci sono, nel volume edito da Cut-Up, anche esercitazioni grafiche precedenti, a testimonianza di come si nasce fumettisti anche prima di imparare la tecnica, esercitandosi, copiando, inventando racconti disegnati. Ma la svolta, per Frisenda, arriva grazie alla collaborazione con Ivo Milazzo che lo mette al lavoro su storie di Ken Parker sceneggiate da Giancarlo Berardi, pubblicate sul “Ken Parker Magazine”. Da Lungo Fucile a Magico Vento il passo è breve: entrambi grandi personaggi autoriali (il secondo è scritto da Gianfranco Manfredi), eroi western fuori dai canoni. Di Magico Vento, Pasquale diventa anche il copertinista. Fuori dal canoni è anche il Texone che Frisenda viene incaricato di illustrare nel 2009, su testi di Mauro Boselli, intitolato “Patagonia”. Un capolavoro che gli vale di Gran Guinigi a Lucca Comics & Games, e che dimostra (se mai ce ne fosse il bisogno) sia la dignità del fumetto popolare in grado di proporsi come produzione “alta” senza rinnegare i propri canoni, sia la vocazione di Frisenda a incarnare il popolare d’autore nella più nobile accezione. Da quel momento in poi è impossibile non considerarlo un maestro, qualunque cosa faccia, a colori e in bianco e nero, in Italia e all’estero (Dylan Dog, Deadwood Dick, Le Storie, Peux Epaisses). Nel 2024 esce la versione a fumetti de “Il deserto dei tartari”, di Dino Buzzati, su sceneggiatura di Michele Medda. L’artbook della Cut-Up si ferma tuttavia al 2021. Ho un solo rimpianto: che manchi l’illustrazione realizzata con la biro e pubblicata su un numero della rivista “Dime Press”, raffigurante un poderoso Zagor la cui sagoma avanza verso il lettore stagliata contro la luce di un fulmine.

venerdì 12 aprile 2024

STORIA DELLA COLONNA INFAME


Alessandro Manzoni
STORIA DELLA COLONNA INFAME
Sellerio
2020, brossurato
200 pagine, 12 euro

«La Colonna Infame venne eretta in Milano nel 1630, a ignominia di un barbiere e di un commissario di sanità condannati al taglio della mano, ad essere squarciati a brani con tenaglie roventi, rotti sulla ruota e sgozzati dopo sei ore di agonia. La peste desolava allora la città; e quei due miseri furono accusati di avere sparso veleni e malie per le strade ad accrescere la pubblica sventura. E a che pro? I posteri, vergognandosi della ferocia stolida dei loro maggiori, rasero la colonna innanzi la rivoluzione». Così spiega e riassume i fatti Ugo Foscolo, citato nella postfazione da Leonardo Sciascia. Va aggiunto il particolare che il lugubre monumento sorse nello spiazzo, nei pressi di porta Ticinese, dove sorgeva la casa di uno dei condannati, il barbiere Giangiacomo Mora, che venne abbattuta a somma ingiuria. Il tragico episodio di follia giudiziaria aizzata dalla superstizione del popolino rientra dunque nella cosiddetta “caccia all’untore” resa celebre dalla narrazione che ne fa Alessandro Manzoni dei “Promessi Sposi”. Ciò che colpisce, leggendo oggi la ricostruzione di quei fatti, è constatare come le assurde credenze di un complotto teso a decimare la popolazione non imperversavano soltanto nel Seicento, ma hanno attraversato i secoli fino ai nostri giorni. Sempre Sciascia riferisce quanto segue a proposito dell’influenza diffusasi subito dopo la guerra del 15-18: «Della “spagnola” si diceva fosse effetto di un conto da cui ancora risultava eccedenza di popolazione, essendo la guerra, per errato calcolo, finita un po’ prima di quanto doveva: e dunque la correzione, da parte dei governi, per quel tanto, né più né meno, che ci voleva a far tornare il conto. La convinzione che la mortalità fosse voluta e programmata dal governo era talmente radicata che ad opporvi il fatto che anche alti funzionari governativi ne morivano, la risposta era che “avevano sbagliato bottiglia”: che avevano cioè attinto al veleno invece che al controveleno». Anche nel caso del colera che imperversò in Sicilia tra il 1885 e il 1986 ci si convinse che ci fossero degli “untori”, e addirittura un maresciallo dei carabinieri, citato da Sciascia, scrisse in un libro di memorie: “Tutti lo credevano e, a dire la verità, anch’io penso che qualcosa ci fosse”. Riguardo alla peste di Milano del 1630, il Manzoni, nei “Promessi Sposi”, racconta di un anziano che, recatosi a pregare in Duomo, volle spolverare con un fazzoletto la panca su cui intendeva sedersi, e venne additato dai presenti come spargitore di veleni, e trascinato sul sagrato dalla folla per essere linciato. Volendo documentarsi nel migliore dei modi per scrivere il romanzo di Renzo e Lucia, il Manzoni rintracciò in archivi pubblici e privati una grande quantità di testimonianze d’epoca. S’imbatté perciò nella storia della Colonna Infame, decise di volerla approfondire e raccontare, ma capì che sarebbe stata una digressione troppo lunga se le sue ricerche fossero confluite nel racconto delle traversie dei due fidanzati, e perciò ne ricavò un saggio a parte (1840). Sciascia si meraviglia che il suo “piccolo grande libro” resti tra i meno conosciuti della letteratura italiana. Peccato, perché si tratta di un pamphlet di taglio giornalistico, una perfetta ricostruzione di un caso giudiziario, in cui il Manzoni racconta i fatti nulla trascurando, esamina le testimonianze, riporta gli interrogatori, smonta punto per punto le tesi dell’accusa, fa proprie le idee di Pietro Verri (1728-1797) nel suo saggio “Osservazioni sulla tortura” (1777). Le confessioni di Guglielmo Piazza (il primo sventurato arrestato e costretto a fare i nomi di complici che non aveva) e di Giangiacomo Mora vennero estorte sotto le più crudeli torture, e i disgraziati accettarono di confermare tutto ciò che gli inquisitori volevano che dicessero, salvo ritrattare, inascoltati, fin sul patibolo. Memorabile l’inizio della cronaca dei fatti: “La mattina del 21 giugno 1630, verso le quattro e mezzo, una donnicciola chiamata Caterina Rosa, trovandosi, per disgrazia, a una finestra d’un cavalcavia che allora c’era sul principio di via della Vetra de’ Cittadini, vide venire un uomo con una cappa nera, e il cappello sugli occhi, e una carta in mano, sopra la quale, dice costei nella sua deposizione, metteva su le mani che pareva scrivesse”. Guglielmo Piazza scriveva davvero, ma essendosi macchiato le dita d’inchiostro, cercò di pulirsele sfregandole contro un muro. Ed ecco le parole della donnicciola: “mi venne in pensiero se a caso fosse un poco uno di quelli che andavano ungendo le muraglie”. Un untore, insomma, di quelli che tutti credevo spargere la peste per non si sa quale complotto. In quel “per disgrazia” che dà inizio alla “Storia della Colonna Infame” c’è tutto il senso della perfetta ricostruzione manzoniana di uno dei caso giudiziari più terribili della storia moderna.