venerdì 23 febbraio 2024

LA GIOVENTU’ DI MICKEY

 


Tebo
LA GIOVENTU’ DI MICKEY
Panini Comics
cartonato, 2023
80 pagine, 16.50 euro

Sempre deliziosi i volumi (veri e propri grahic novels) editi Oltralpe dalla Glénat in accordo con la Disney. Si tratta di cartonati da libreria nel classico formato “alla francese” affidati ad artisti a cui è concessa la facoltà di uscire, utilizzando il buon senso, dai paletti dell’ortodossia disneyana interpretando, o reinterpretando, i personaggi legati ai microcosmi di Topolinia e Paperopoli, perlopiù rifacendosi ai cartoni animati o alle strisce delle origini. Ne abbiamo già parlato in questo spazio, per esempio qui e qui (cliccate sui “qui” colorati se volete leggere come). La reinterpretazione di Topolino da parte di Tebo (Caen, 1972) è piuttosto libera, rispetto al Mickey Mouse della tradizione: diciamo che  un “altro” topo, anche se lo spirito avventuroso dei primi cartoni animati e delle prime strips è riconoscibile (come riconoscibili sono Minni, Gambadilegno, Pippo e Paperino che compaiono nel racconto). La prima stranezza è vedere un Topolino ormai vecchio che racconta la propria gioventù al pronipote Norberto, facendo sorgere nel ragazzino (sveglio ma disposto a farsi incantare dalla narrazione) il dubbio che il prozio si stia inventando tutto. A proposito di invenzioni, il Mickey di Tebo è un fantasioso inventore (di una pistola sparamaionese, di un casco a elica antipioggia, di un sommergibile il cui pilota viaggia a testa in giù, di un macchinario per fabbricare la cioccolata…), il che mi pare sia una trovata inedita che offre lo spunto per una serie infinita di gag attraverso gli anni che vanno dall’epoca del Far West fino a quella dell’esplorazione della Luna, passando attraverso la Prima Guerra Mondiale e il Proibizionismo (è vietato il cacao). Gag, va detto, molto divertenti. I disegni sono lontani dallo standard disneyano ma assolutamente deliziosi ed efficaci. Insomma, lettura consigliata a pieni voti anche ai lettori di provata fede Disney.


giovedì 22 febbraio 2024

IL VULCANO D'ORO

 


Jules Verne
IL VULCANO D'ORO
Arnoldo Mondadori Editore
Collana Oscar Leggere i Classici
Prima edizione maggio1997
Traduzione di Pierluigi Pellini
brossurato - 320 pagine - lire 11.000


Potrebbe sembrare strano che un romanzo così avventuroso e intrigante sia uno fra i meno conosciuti di Jules Verne (1828-1905). Una spiegazione, in realtà, c’è: “Il vulcano d'oro” è un racconto rimasto incompiuto, iniziato nel 1899 ma pubblicato postumo nel 1906, un anno dopo la morte dell’autore, in una versione pesantemente rimaneggiata dal figlio Michel. Soltanto nel 1989 è stata data alle stampe una versione filologica fedele al manoscritto originale, chiaramente ancora lontano dalla versione definitiva che Verne avrebbe voluto licenziare, senza revisione, e con alcune parti lasciate in bianco: le note finali di Olivier Dumas dell’edizione negli Oscar Mondadori provvedono a fare chiarezza in proposito. L’ambientazione è quella delle rive del fiume Klondike durante gli anni della Febbre dell’Oro. Come al solito, lo scrittore francese approfitta della trama avventura per far sfoggio di grande documentazione. Vengono fornite al lettore descrizioni puntali e didascaliche delle difficoltà del viaggio nel Grande Nord, della durezza della vita dei minatori, della bellezza straordinaria del selvaggio paesaggio. I protagonisti sono due cugini, Ben Raddle e Summy Skim, che ricevono un'inaspettata eredità: un lotto aurifero in una remota regione del Canada nord-occidentale, ai confini del Circolo Polare Artico. Ben è un ingegnere dotato di spirito avventuroso e trascina il riluttante Summy in un lunghissimo viaggio che inizialmente ha solo lo scopo di vendere il lotto ereditato, salvo poi il convincersi da parte dei due della convenienza di sfruttarlo. Infine, la spedizione diventa la ricerca del mitico Golden Mount, appunto il Vulcano d'Oro. L'incontro dei cugini con due donne (una, Jane, coraggiosa e determinata a diventare una cercatrice d'oro; l'altra, Edith, timida e introversa) rende più intrigante il susseguirsi di avventure.  Leggiamo in quarta di copertina: “Alla trama avventurosa si intreccia una descrizione vivace della vita piena di stenti e delle passioni distruttrici dei cercatori d'oro; ma il tema principale, e tipicamente verniano, del libro è probabilmente la lotta dell'uomo, dell'esploratore, dell'ingegnere, contro le forze tremende di una natura avversa: la febbre dell'oro deve fare i conti con bufere di neve, alluvioni, eruzioni vulcaniche". Il romanzo di Verne ha sicuramente ispirato Claudio Nizzi nella sceneggiatura di una emozionante storia di Tex, “Il risveglio del vulcano”, del 1995. 

domenica 18 febbraio 2024

MICKEY'S CRAZIEST ADVENTURES

 


Lewis Trondheim
Keramidas 
MICKEY'S CRAZIEST ADVENTURES
Panini Comics
cartonato, 2023
50 pagne, 15 euro
 
Ci erav
amo già imbattuti in Trondheim e Keramidas parlando di un altro volume (In realtà, precedente a questo) della collana "Disney Collection", che propone strepitosi volumi "alla francese", realizzati per l'appunto in Francia (anche se talvolta con il contributo di autori italiani), con protagonisti i personaggi dell'universo disneyano, reinterpretati in modo insolito, rispettoso (se non addirittura affettuoso) ma non canonico. I due autori di "Mickey's Craziest Adventures" sono gli stessi di "Alla ricerca delle felicità" (cliccare per saperne di più) ed è la stessa la colorista Brigitte Findakly.  
Trondheim e Keramidas usano, quale espediente narrativo che giustifichi le caratteristiche di entrambe queste loro storie, tanto bizzarre quanto irresistibili, il ritrovamento in un mercatino dell’usato di alcuni numeri di vecchi albi disneyani di cui si era persa la memoria. Qesto volume nasce, perfinzione narrativa, dal ritrovamento di una collana intitolata “Mickey’s Crazies Adventures” (dunque dedicata a Topolino); in "Alla ricerca della felicità" (il secondo titolo) a saltar fuori da una polverosa bancarella è un intero pacco di “Donald’s Quest”, una testata con invece protagonista Paperino, naturalmente mai vista prima. Lewis e Nicolas ripropongono dunque una avventura completa così come dicono di averla riscoperta, cioè con le pagine un po’ stropicciate e ingiallite dal tempo, qualche macchia di unto su certe vignette, i colori retinati tipici di un tempo, degli strappi e delle abrasioni. Un falso perfetto, tradito solo dal disegno più moderno di quanto ci si aspetterebbe, o perlomeno decisamente non barksiano (ma efficacissino). 
 Il racconto procede sulla misura di una tavola per volta, vale a dire che ogni pagina (quattro strisce) si propone come autoconclusiva, con una battuta finale, come le domenicali americane di un tempo, ma la tavola successiva si riallaccia alla precedente portando avanti il racconto. A complicare e rendere più diverteti le cose c'è una trovata aggiuntiva: non tutte le tavole sono state ritrovate, per cui , per esempio, si cominvcia con la seconda mancando la prima, si salta alla quarta, poi alla settima e via dicendo. Al lettore viene lasciato il compito di immaginare cosa accada tra una puntata e l'altra. E davvero accade di tutto. 
Come già in "Donald's Quest" il microcosmo di Topolino si intreccia con quello di Paperino, e i due vivino rocabolesche avventure alla ricerca del denaro sottratto a Zio Paperoni dai Bassotti grazie a una invenzione di Archimede Pitagorico che riduce persone e oggetti alle minime dimensioni, ma nell'indagine compaiono Basettoni e Pippo, il professor Enigm e le Giovani Marmotte, Minni e Paperina. Si va sulla Luna, in fondo agli oceani, nella giungla e fra le nevi himalayane, al ritmo di gag irresistibili. Fumetto allo stato puro, evviva!

sabato 17 febbraio 2024

49 STORIE BREVI

 

 
Alfredo Castelli
49 STORIE BREVI
Allagalla
Cartonato, 2023
320 pagine, 45 euro

Come giustamente fanno notare Matteo Pollone  e Roberto Guarino nella loro introduzione al volume, “quando, nel 1982, comincia a uscire Martin Mystère, Alfredo Castelli ha trentacinque anni e alle spalle un numero di sceneggiature e di collaborazioni editoriali che da sole varrebbero un’intera carriera”. L’autore aveva infatti iniziato a pubblicare le sue storie fin dal 1965, appena diciottenne (facendo partire il conto da quelle realizzate professionalmente), essendo lui nato nel 1947. Nel momento di dare alle stampe il primo albo del suo Detective dell’Impossibile, Castelli poteva fregiarsi di un curriculum in cui figuravano fumetti dei generi più diversi realizzati per Diabolik, il Monello, Topolino, Horror, il Giornalino, il Corriere dei Piccoli, il Corriere dei Ragazzi, SuperGulp, ma anche per testate straniere. Per non parlare degli articoli e dei saggi scritti, delle esperienze come inventore di fanzine e di riviste o di redattore fac-totum in varie Case editrici. Per Sergio Bonelli aveva scritto vari episodi di Zagor e un volume della collana “Un uomo, un’avventura”. Anche dopo il varo di Martin Mystère, tuttavia l’iperattività castelliana non avrebbe trovato sosta, né la sua vulcanicità creativa sarebbe venuta meno. Il volume edito da Allagalla “49 storie brevi”, curato dallo stesso Castelli (che commenta ogni singolo racconto), raccoglie una selezione di una cinquantina di short stories apparse tra il 1971 e 1978 sul Giornalino, il Corriere dei Ragazzi e SuperGulp. Tutte  (tranne una, la prima) rappresentano esempi di graphic journalism, genere in voga sulle riviste per ragazzi dell’epoca, e sono basate su episodi storici (soprattutto quelle scritte per Il Giornalino) o fatti di cronaca (soprattutto quelle scritte per il Corriere dei Ragazzi). Si tratta dunque di racconti liberi, realizzati da Castelli mentre portava avanti anche serie con personaggi fissi, come “Gli aristocratici” o “L’Ombra”. C'è, evidentemente, un fine didattico o divulgativo dietro ogni storia, ma l'intento non inficia l'approccio accattivante e contagiosamente curioso dell'autore all'argomento affrontato. Stupisce il gran numero di illustratori che affiancano lo sceneggiatore: disegnatori di ottimo, se non straordinario livello, come Sergio Toppi, Attilio Micheluzzi, Aldo Di Gennaro, Franco Caprioli, Ruggero Giovannini, Alarico Gattia, Sergio Zaniboni, Mario Uggeri. Ma ci sono anche i nomi di alcuni che Castelli avrebbe portato con sé nello staff di Martin Mystère, come Giancarlo Alessandrini, Franco Devescovi, Sergio Tuis, Paolo Ongaro. Il disegnatore più sorprendente, rappresentato con ben cinque racconti, è sicuramente Bonvi.


venerdì 16 febbraio 2024

CRONACHE DEL MONDO PRIMA DELLA RISOLUZIONE

 


Marco De Angelis
CRONACHE DEL MONDO PRIMA DELLA RISOLUZIONE
Sbam!
brossurato, 2023
210 pagine, 20 euro


“Reperti satirici sulla fine dell’umanità”, recita il sottotitolo, poco sopra l’illustrazione di copertina che mostra un robot scaldarsi bruciando libri in uno scenario da dopobomba. La cover non soltanto rende ragione dei contenuti interni ma ben spiega quale sia la portentosa magia di quegli umoristi che con la forza di una vignetta, senza bisogno di parole, comunicano un messaggio di portata planetaria, persino impossibile da spiegare nello spazio di un articolo di giornale o, talvolta, addirittura in quello di un libro. Il linguaggio dell’illustrazione satirica parla tutte le lingue, ed è per questo che lo possono comprendere anche gli illetterati senza bisogno di mediazione e fa paura ai censori, ai tiranni, ai terroristi. Marco De Angelis (Roma, 1955) è un mostro di bravura, persino più noto all’estero che in Italia, ed ha pubblicato su circa 200 testate ricevendo oltre 150 riconoscimenti internazionali. Per il suo tratto grafico lo si potrebbe paragonare a Quino. Sbam! Raccoglie duecento suoi lavori a colori in una sorta di “best of” suddiviso per temi: la guerra, l’ambiente, la tecnologia, la libertà, i migranti, il rapporto uomo-donna, il consumismo, la società. La riflessione di De Angelis non è mai faziosa e violenta, ma colpisce nel segno: si sorride amaramente e di solito si annuisce in silenzio. Due i testi a commento: l’introduzione di Thierry Vissol (direttore del Centro “Librexpression, del cui consiglio scientifico De Angelis fa parte) e una postfazione di Luigi F. Bona (direttore del Museo del Fumetto di Milano).

domenica 11 febbraio 2024

I PROMESSI SPOSI

 
 

Alessandro Manzoni
I PROMESSI SPOSI
Giunti
brossura, 2016
642 pagine, 5.90 euro

Ho riletto, per la quarta volta nella mia vita, “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Ne ho ricavato la medesima impressione riferita da Marcello Fois nel suo breve saggio “Renzo, Lucia e io” (Add edizioni), che ha per sottotitolo “Perché, per me, I Promessi Sposi sono un romanzo meraviglioso". Il problema che molti hanno con il capolavoro manzoniano deriva probabilmente dall’obbligo scolastico che ne impone la lettura e il commento. Se si riuscisse a liberarsi dall’idea che le sue pagine siano imposte dai programmi di studio e si leggessero come faremmo con un qualunque romanzo più o meno coevo (di Balzac, Hugo, Dumas, Melville) ne potremmo che rimanerne conquistati (al netto dei bastian contrari). 
Ora, se volessi approfondire ogni aspetto dell’opera, per il poco che so e mi riesce, rischierei di interrompere qui la lettura di questi appunti da parte dei miei venticinque lettori. Perciò mi limiterò ad annotare le considerazioni e le impressioni colte al volo mentre mi venivano in mente nel rileggere la storia di Renzo Tramaglino e di Lucia  Mondella. Eviterò dunque di raccontare la rava e la fava partendo da Fermo Spolino e Lucia Zarella (quei “Fermo e Lucia” protagonisti della prima versione del romanzo che Manzoni completò nel 1823 e che rimase inedita fino al 1915). Nulla dirò sulla prima edizione de “I promessi sposi” apparsa nel 1827 dopo una riscrittura e della definitiva “Quarantana” (del 1840), frutto della “risciacquatura dei panni in Arno” che è quella che oggi leggiamo, in cui sono evidenti i tentativi dell’autore di eliminare tutto ciò che gli sembrava indigesto nei francesismi e nei lombardismi dei quali aveva fatto uso in precedenza, con il preciso intento di creare, mettendola a disposizione di tutti attraverso lo strumento del romanzo, una lingua condivisa. 
Si potrebbe, ma non lo farò, accennare alle nevrosi dello scrittore di cui resta traccia nelle sue pagine (sulla vita personale di don Lisander va letto “La famiglia Manzoni”, di Natalia Ginzburg, di cui ci siamo occupati in questo spazio anni addietro), sulla sua conversione e la sua religiosità, sulla concezione del Male e della Provvidenza, sulla modernità dei personaggi e sul modo di indagarne la psicologia, arrivando ad approfondire il tema della vicinanza o della simpatia dello scrittore verso le masse popolari vessate dai nobili e dai potenti. Ancora più interessante sarebbe indagare su ciò che c’è di vero e di inventato, sull’identità dell’Innominato, sulle biografie storiche della Monaca di Monza e del cardinale Federigo. Ma mi trattengo e vengo al dunque. Primo punto: “I Promessi sposi” meritano davvero di essere letti? Indubbiamente sì. Sono facili da leggere? Se non ci lascia scoraggiare dalle quattro pagine iniziali dell’Introduzione, in cui il Manzoni finge di ricopiare un antico manoscritto che racconta una storia del Seicento (le vicende cominciano il 7 novembre 1628 e finiscono tre anni dopo), sicuramente sì. Una volta entrati nel mood, è tutto molto avvincente. 
Sicuramente il Manzoni è scrittore assai più gradevole e ancor oggi comprensibili della maggior parte dei romanzieri ottocenteschi italiani (D’Azeglio e Guerrazzi per dirne due che mi sono provato a leggere anch’io). La prima parte è addirittura divertente, piena di dialoghi brillanti e annotazioni spiritose, sembra di leggere il Collodi, e ci sono scenette da teatro vernacolare (si parla di umorismo manzoniano). I personaggi sono quasi tutti strepitosi o degni d’interesse, da don Abbondio a don Rodrigo, da padre Cristoforo ad Agnese, da Gertrude all’Innominato (che a dispetto del Manzoni tutti sanno essere un certo Conte del Sagrado), dal Conte Zio a Perpetua, da Federigo Borromeo a donna Prassede e suo marito don Ferrante. Per non parlare dei bravi, il Griso e il Nibbio su tutti. Forse in questa galleria di figure memorabili quelli a spiccar di meno sono proprio Renzo e Lucia. Lucia, soprattutto, lagnosa e insopportabile, ma alla quale tutto si perdona perché se non avesse attirato l’attenzione di don Rodrigo non ci sarebbe stato il resto del racconto. Bisogna, in realtà, farsi andar bene anche che alla base di tutto ci sia un capriccio di questo tipo: un nobilastro concupisce una giovane contadina e scommette con suo cugino che l’avrà. Pare che il Manzoni abbia attinto lo spunto da Walter Scott e da “Ivanohe” (1819), solitamente indicato come il primo romanzo storico della letteratura (il genere in cui le vicende dei personaggi si intrecciano con quelle della nazione). Mi sono sempre chiesto perché Renzo e Lucia non siano stati sposati fin da subito da padre Cristoforo o da un qualunque prete dicesse messa nel convento di Pescarenico, visto il rifiuto di farlo di don Abbondio, ma le cose hanno preso subito una brutta piega con la separazione dei due sposi promessi e poi si è messa in moto tutta una serie di disgrazie, così che ciò che si poteva risolvere meglio prima non si è potuto aggiustare poi. Renzo e Lucia disturbano un poco anche perché sembrano mancare, in loro, il desiderio e l’attrazione: mai una volta, che io rammenti, in cui si parli d’amore, mai si ricordino languidi baci, mai si accenni a un contatto fisico. Non dico che il Manzoni, figlio del suo tempo, avrebbe dovuto indulgere in qualche passaggio erotico, ma certamente si poteva alludere di più, visto anche il titolo del romanzo e vista l’acutezza con cui lo scrittore indaga nei moti d’animo dei suoi personaggi. L’unico momento in cui Lucia pensa qualcosa che riguardi il sesso, è quando fa il voto di castità trovandosi prigioniera dell’Innominato. 
Resta il dubbio anche sull’aspetto di Lucia: per aver fatto colpo su don Rodrigo la si può immaginare più formosa o avvenente delle altre ragazze della zona, però quando, nel finale del romanzo, la famiglia Tramaglino si trasferisce in territorio bresciano, il Manzoni lamenta il fatto che Lucia fosse derisa perché bruttina, al punto che Renzo deve rispondere così alle malelingue: “Chi v’ha detto che fosse bella? E’ una contadina! V’ho detto mai che v’avrei menato qui una principessa? Non vi piace? Non la guardate. N’avete delle belle donne: guardate quelle!”. E le cose vanno a tal punto che Renzo e Lucia si convincono a cambiar paese. 
A proposito del finale, colpisce che al matrimonio (in conclusione, celebrato da don Abbondio) si accenni a malapena di straforo: “Venne quel benedetto giorno, i due promessi andarono, con sicurezza trionfale, proprio a quella chiesa dove furono sposati”. Tutto qui. Dopo queste poche annotazioni di perplessità non si può che restare affascinati da tutto il resto. 
Milano e la Lombardia sotto il dominio spagnolo sono descritti con efficacia e verosimiglianza, frutto di una straordinaria documentazione. Le scene dei tumulti per il pane e la descrizione degli effetti della carestia del 1629 sono memorabili, ma ancor di più è formidabile la ricostruzione dei mesi del 1630 in cui imperversa la peste. Lo scrittore, forte delle ricerche fatte negli archivi seicenteschi sulle tracce di memoriali e atti ufficiali, ci trascina attraverso veri e propri gironi infernali sconvolgendoci con scene potenti come quella della madre di Cecilia o del tradimento del Griso. Alla luce dei complottismi e dell’irrazionalità che hanno contrassegnato gli anni della pandemia si resta sgomenti nel riconoscere l’attualità della follia popolare che vedeva congiure per sterminare la popolazione nella penuria di grano o l’opera degli untori nel diffondersi del contagio della peste. Il delirio complottista della “caccia all’untore” viene approfondito dal Manzoni in un’altra sua opera, “La storia della colonna infame” (1840). Le pagine dedicate alla peste valgono da sole la lettura dell’intero romanzo, se ne esce a pezzi ma migliori.







sabato 10 febbraio 2024

L'ANNO DEL GIARDINIERE

 


 
Karel Čapek
L’ANNO DEL GIARDINIERE
Sellerio
Brossurato, 2021
180 pagine, 14 euro

Il nome dello scrittore ceco Karel Čapek (1890-1938) viene ricordato, di solito e soprattutto, per essere l’inventore di una delle parole entrate nei vocabolari di tutte le lingue nel corso del ventesimo secolo e che praticamente usiamo o sentiamo usare tutti i giorni (e sempre più lo faremo): la parola “robot”. Čapek la usò per la prima volta (pare facendo suo un suggerimento del fratello Josef, disegnatore satirico) in un testo teatrale del 1920, guarda caso l’anno di nascita di Isaac Asimov (le cui iniziali sono peraltro le stesse di Intelligenza Artificiale), che nel 1950 avrebbe pubblicato la raccolta di racconti “Io, Robot”. Il dramma si intitolava “R.U.R” il cui protagonista, il luciferino Rossum, inventa degli operai meccanici chiamati “robot” come abbreviazione della parola ceca “robota”, che significa “lavoro pesante”. Ho rintracciato il punto esatto del testo in cui per la prima volta si cita il termine, ed eccolo: «Rossum inventò l'operaio con il minor numero di bisogni. Dovette semplificarlo. Eliminò tutto quello che non serviva direttamente al lavoro. Insomma, eliminò l'uomo e fabbricò il Robot». Tutto questo lo dico soltanto per curiosità, dato che non c’entra assolutamente nulla con “L’anno del giardiniere”, pubblicato nel 1929, tranne appunto il fatto che stiamo parlando dello stesso scrittore. Uomo peraltro molto brillante che era (dice nella sua introduzione la traduttrice e curatrice dell’agile libretto, Daniela Galdo) straordinariamente talentuoso nell’uso dei tanti sinonimi ricchi di sfumature di cui dispone la lingua ceca. Era dotato di humor e di grande versatilità, e veniva criticato dai colleghi più paludati che disapprovavano la sua attitudine a sprecare il proprio talento in scritti di poco conto. Scrisse romanzi, opere teatrali, saggi, feuilleton, racconti per bambini, cronache di viaggio. Morì giovane (a 48 anni), lasciando una gran quantità di opere che apparvero postume. Nel 1925 scrisse a un amico di essere stato contagiato dalla passione per il giardinaggio: “se andrà avanti così, lascerò la letteratura e mi dedicherò solo al mio giardino”. Cominciò perfino a raccontare le sue esperienze con la cura delle piante in una rubrica fissa sulla prima pagina del quotidiano “Lidové Noviny”, che tenne fino al giorno della sua morte, avvenuta nel 1938. “L’anno del giardiniere” esamina, in brevi e deliziosi capitoli, tutti i mesi delle quattro stagioni dal punto di vista dei maniaci del giardinaggio, non tanto per dare consigli pratici da manuale, ma descrivendo in modo spiritoso, a tratti esilarante, tutte le piccole e grandi fisime del tipico estirpatore folle di erbacce, rasatore di prati perfetti, potatore millimetrico, programmatore di semine, serchiatore di zolle e chi più ne ha più ne metta. Un affettuoso ritratto della categoria, in cui chi cura un giardino non può non riconoscersi. Chi invece non ha questa fortuna, leggendo potrebbe cominciare a desiderare di comprare il primo rastrello.

lunedì 5 febbraio 2024

DOCTOR NEWTRON

 

 

 
 
Dario Bressanini
DOCTOR NEWTRON
Feltrinelli Comics
brossurato, 2013
208 pagine, 22 euro


Il Dario Bressanini che non ti aspetti: tutti lo conosciamo come docente universitario (insegna chimica) e divulgatore scientifico, ed eccolo invece proporsi come super appassionato e grande esperto di comics e in particolare di supereroi. “La scienza nel fumetto” è in realtà un sottotitolo fuorviante, dato che si parla del rapporto, interessante da scoprire, fra il progresso scientifico e l’evoluzione delle caratteristiche dei fumetti supereroistici statunitensi. Quindi non si parla delle tematiche scientifiche nelle storie di personaggi italiani (come Zagor che incontra Darwin o Martin Mystère e i suoi rapporto con il MIT), o la fantascienza nella BD francese (Yoko Tsuno, Valerian). Però, capito questo, e per capirlo basta in effetti guardare l’illustrazione di copertina che raffigura appunto la sagoma di un supereroe, il saggio di Bressanini è non solo molto chiaro e ben informato (il talento di divulgatore dell’autore si conferma anche al di fuori del suo tradizionale ambito di competenza accademica), ma estremamente brillante grazie anche a una trovata che ha del geniale. Non credo di rivelare niente che comprometta, spoilerando troppo, ciò che viene annunciato a pagina 201, dopo le parole “è arrivato il momento di mettere tutte le carte sul tavolo, anche se sono certo di non stupire i lettori più attenti”. Del resto, non può restare stupito chi abbia dato un’occhiata alla quarta di copertina. Però, nel caso vi piaccia leggere “Doctor Newtron” e farvi cogliere di sorpresa premetto (spoiler) che sto per rivelarvi qual è il colpo di scena che fa allargare un sorrisone da orecchio a orecchio. Dunque: si è detto che Bressanini segue e analizza le caratteristiche dei supereroi in rapporto alle scoperte scientifiche e l’evoluzione del sentire comune (chiamiamolo così) al riguardo. Per esempio: ai tempi di Superman gli scienziati erano perlopiù mad doctors desiderosi di conquistare o distruggere il mondo, poi con l’avvento dei Fantastici Quattro la scienza protegge invece il mondo da chi lo vuole distruggere o conquistare. Ci sono periodi in cui è più forte l’eco della Guerra Fredda e della minaccia nucleare e quindi gli scienziati sono alleati dei supereroi al servizio dell’esercito, del governo, della Nazione. Poi sia i tempi cambiano e si fanno problematici sia il dibattito etico sul razzismo o sulla difesa delle minoranze che le tematiche affrontate dagli sceneggiatori della Marvel o della DC così come i dubbi degli scienziati sulla moralità dei loro esperimenti. Tutti questi cambiamenti vengono dimostrati e seguiti grazie a undici storie a fumetti aventi per protagonista un supereroe nato nel 1947, il Doctor Newtron. Sia il personaggio in sé (origini, costume, superpoteri, psicologia), sia il tipo di avventura di cui è protagonista, sia lo stile dei disegni (struttura delle tavole, colorazione, segno grafico) che delle sceneggiature cambiano di volta in volta, man mano che leggiamo una storia del 1950 (horror), del 1954 (sottoposta al Comics Code), del 1961 (con le radiazioni cosmiche), del 1970 (che indaga sul contesto sociale), del 1990 (che tratta di biotech) e via dicendo. Leggere i racconti a fumetti che esemplificano perfettamente ciò che viene spiegato nella parte saggistica è entusiasmante. Ma se il Doctor Newtron è un personaggio che ha attraversato i decenni rinnovandosi continuamente, perché il suo nome ci giunge nuovo? Perché in realtà non è mai esistito. Bressanini lo ha ideato appositamente per questo volume, sceneggiandone le avventure come un navigato professionista, e affidandone i disegni a Luca Bertelè, Maurizio Rosenzweig, Biagio Leone, Giuseppe Gho, Stefano Landini, Daniel Stella e Andrea Giannini. Bene, bravi, bis.

sabato 20 gennaio 2024

DINOSAURI CHE CE L'HANNO FATTA

 


Leo Ortolani
DINOSAURI CHE CE L'HANNO FATTA
Laterza
cartonato, 2020
138 pagine, 15 euro
 
Ogni volume a fumetti di Leo Ortolani sorprende e diverte (personalmente sono stato sorpreso anche dall'insolito editore, Laterza) e anche questo dunque fa molto ridere (in questo non è una sorpresa, in effetti). La quarta di copertina mette in chiaro il carattere divulgativo dell'opera: vi si parla del regno dei dinosauri, "l'epoca più selvaggia e feroce che il nostro pianeta abbia mai conosciuto, prima dell'arrivo degli adolescenti".  La prima tavola conferma ancora di più che si vuol fare divulgazione: facciamo conoscenza, infatti, del conduttore di un programma televisivo chiamato "Misterius" (conduttore nel quale scatta l'irrefrenabile voglia di riconoscere Roberto Giacobbo), destinato a erudire e meravigiare l'incolta plebe. Il conduttore, con fare didattico e didascalico, ci introduce ai misteri del Mesozoico, del Permiano, del Triassico, del Giurassico e del Cretaceo, svelando i segreti della paleontologia e della ricerca ossessiva delle feci fossili dei dinosauri dalle quali tante cose si possono imparare. Il bello è che, pur mettendo tutto in burla, Ortolani (che non a caso è un geologo, come ben sanno tutti i suoi più fedeli lettori) divulga davvero e sostanzialmente spiega i diosauri meglio di molti conduttori televisivi (del resto l'autore non è nuovo a raccontare la scienza con l'umorismo, basterà pensare alla sua collaborazione con l'ESA). Naturalmente le battute e le gag non si contano e a me ha fatto paricolarmente ridere quella del Tirannosauro che non offre mai da bere agli amici perché ha il braccino corto. 
 

domenica 14 gennaio 2024

L’ALBERGO DEL PASSO


 

 
Claudio Nizzi
L’ALBERGO DEL PASSO
Adelmo Iaccheri Editore
Brossura, 2023
192 pagine, 16.90 euro


Di Claudio Nizzi scrittore, anziché sceneggiatore di fumetti (Tex, Nick Raider, Il Giornalino) ci siano occupati più volte. L’ultima, per esempio, per commentare il suo romanzo “Omicidio a Lerici”:

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../omicidio...

Ma cliccando sulla voce “NIZZI, Claudio” collocata in ordine alfabetico nell’Indice degli Autori, potete trovare tutte le altre recensioni che danno, credo, un’idea abbastanza chiara dei suoi romanzi che potremmo definire del “ciclo di Borgo Torre”, arrivato a contare otto titoli:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../indice...

Anche “L’albergo del Passo”, uscito in prima edizione nel dicembre 2023, si inserisce nella scia dei precedenti, essendo ambientato nell’immaginario paese del Frignano (sull’Appennino modenese) che Nizzi chiama Borgo Torre ma che si può facilmente sovrapporre a Fiumalbo, località di origine dello scrittore. Anche il Passo del Duca, luogo dove è idealmente collocato l’albergo a cui fa riferimento il titolo, è chiaramente identificabile, al netto delle licenze poetiche, con il Passo dell’Abetone, attraversato da una celebre strada di importanza storica in quando fatta costruire dal Granduca di Toscana Pietro Leopoldo. L’ambientazione è quella degli anni Cinquanta, e fra i personaggi compare il maresciallo Caruso, figura ricorrente e solito condurre le indagini sui delitti che movimentano Borgo Torre e i paesi vicini (ma gli capita di indagare su un omicidio anche andando al mare). Ne “L’albergo del Passo”, tuttavia, Caruso si vede poco, salvo avere un ruolo da deus ex machina nel finale: i veri protagonisti sono Giulia e Marco, promessi sposi che il caso invischia in una situazione così brutta da mettere a repentaglio le nozze imminenti portando il loro rapporto sull’orlo dello scioglimento. La famiglia di Giulia è proprietaria di un vecchio albergo, che si è inaspettatamente popolato di ospiti in occasione dell’ultimo Natale prima della chiusura e della messa in vendita. A turbare il clima natalizio giunge però un delitto: tutto lascia supporre che l’assassino sia uno dei clienti, se non qualcuno del personale. I sospetti, destati da un indizio, si accentrano però su Marco, che il maresciallo chiude in cella in attesa di portare avanti gli interrogatori degli altri. L’intreccio giallo, sobrio e godibile, è però meno interessante rispetto al vero punto di forza della narrazione di Nizzi: la sua scrittura che già in passato ho definito ipnotica e che di nuovo accarezza il lettore con descrizioni essenziali e dialoghi piacevolissimi da seguire, sintetici anch’essi ma in grado caratterizzare i personaggi e fornire gli elementi necessari a portare avanti la trama. Un romanzo che, come al solito, si legge d’un fiato, quasi sorseggiandolo.

venerdì 12 gennaio 2024

WEIRD ZAGOR

 



Roberto Azzara
Giuseppe Maresca
WEIRD ZAGOR
IL FANTASTICO NELLA SAGA DELLO SPIRITO CON LA SCURE
Odoya
brossurato, 2023
488 pagine, 28 euro


Prima di tutto, bisogna mettersi d’accordo su che cosa si intende per “weird”. In realtà, chi ne parla tende a dire che non esiste una definizione precisa. Tuttavia si è più o meno tutti d’accordo nel ritenerlo un genere letterario imparentato con il fantasy e l’horror. Però, più si è weird, più si cerca di evitare di venire ingabbiati in un canone e di dover rispettare troppe norme e cliché. L’unica regola è raccontare qualcosa che inquieti, impaurisca e suggestioni i fruitori. Ci deve essere del bizzarro, dell’insolito, del fantascientifico, del mostruoso, del soprannaturale. Lovecraft, uno degli autori solitamente indicati come fra i più rappresentativi di questo tipo di narrativa, la descrisse così: “Il vero weird ha qualcosa di più di ossa insanguinate o catene tintinnanti. Deve essere presente una certa atmosfera di terrore che lascia senza fiato, inspiegabile, forze esterne e sconosciute; e ci deve essere una sospensione o sconfitta maligna di quelle leggi fisse della Natura che sono la nostra unica salvaguardia contro gli assalti del caos e i demoni dello spazio non scandagliato”. 
Chiediamoci adesso: ci sono collegamenti fra Zagor e il weird? Secondo Roberto Azzara e Giuseppe Maresca, autori di “Weird Zagor”, eccome. Del resto, se c’è un eroe che vive avventure il cui genere è difficile da definire a priori, quello è lo Spirito con la Scure: le sue storie, infatti, sono da sempre contaminate dalle suggestioni più diverse e costituiscono un crocevia dei più disparati generi che non di rado si mescolano tra loro. “Odissea americana”, per esempio, che narra di un viaggio in battello su un fiume inesplorato, comincia con un approccio realistico, ma poi lungo la navigazione si incontrano pericoli del tutto fantastici come quelli rappresentati da piante tentacolari carnivore e da scimmioni assassini. Un altro classico, “Il buono e il cattivo” propone una gara tra cugini per recuperare un oggetto che dà diritto a una eredità, ma per farlo i due devono attraversare una regione desertica popolata da misteriose creature subumane che vivono sottoterra. “Il re delle aquile” racconta di una banda che ha rapito il figlio di un capotribù indiano e pretende un riscatto in oro, ma il capo dei banditi ha acquisito lo strano potere di farsi obbedire dai rapaci. Insomma, bizzarro, insolito, mostruoso, sovrannaturale a ogni più sospinto anche quando i canoni sembrano quelli dell’avventura o del western. Sono sempre rimasto stupito di quei lettori che contestano il weird zagoriano ritenendo che l’eroe di Darkwood dovrebbe essere protagonista soltanto di racconti, diciamo così, “realistici”. Azzara e Maresca, censendo tutte, ma proprio tutte, le storie “fantastiche” dello Spirito con la Scure, dimostrano invece come la contaminazione tra i generi sia alla base del personaggio fin dall’inizio. La prima avventura analizzata è “L’uomo volante”, del settembre 1961; l’ultima è “Il capitano Nemo”, del luglio 2023. Nel mezzo, divise per decadi, le recensioni (con la puntuale analisi delle fonti e delle citazioni) di decine e decine di altre, con la precisa schedatura di vicende che, come Lovecraft voleva, lasciano senza fiato e sfidano le leggi della Natura. Chiude il volume una mia intervista sull’argomento.

giovedì 11 gennaio 2024

POOH TUTTI I TESTI

 

 
Andrea Pedrinelli
POOH
TUTTI I TESTI E LA STORIA DIETRO LE CANZONI
Sperling & Kupfer
Brossurato, 2003
374 pagine

Ho sempre pensato che tra i poeti del nostro tempo ci siano gli autori dei testi delle canzoni. Non soltanto perché, a tutti gli effetti, compongono veri e propri versi di poesia. C'è di più. La poesia, quella “ufficiale” e paludata, quella di coloro che non scrivono per la gente (come li definisce Roberto Vecchioni in un brano intitolato “La corazzata Potemkin”) , non raggiunge quasi più il cuore di nessuno. Sono i testi delle canzoni che hanno assunto il compito della poesia, nella società: sono loro che descrivono i moti dell'animo, che assolvono una funzione catartica o liberatoria, o che incitano a reagire, o illuminano di nuova luce il reale o veicolano idee o semplicemente fanno sognare. Sono i versi dei parolieri e dei cantautori che passano di bocca in bocca, vengono imparati a memoria, ripetuti nelle riunioni fra amici, rimuginati nei momenti di solitudine. Ognuno ha la sua canzone che almeno una volta lo ha fatto piangere.
La letteratura italiana nasce dopo che i trovatori provenzali,  tra il XII e il XIV secolo, hanno cominciato a scrivere versi in volgare, in un neolatino chiamato lingua d'oc (oggi scomparsa, dato che il francese moderno deriva da un altro neolatino, la lingua d'oil). Ebbene, i versi di quei trovatori erano scritti per essere cantati. Non sappiamo esattamente quali fossero le melodie, ma la nostra storia letteraria nasce da lì. Mi infastidiscono sempre quelli che snobbano i parolieri italiani ma anche coloro che riconoscono il titolo di poeta soltanto a qualcuno, magari Mogol, ignorandone altri, come due che (a parer mio) sicuramente lo meritano quali Giancarlo Bigazzi e Valerio Negrini. 
Proprio di Negrini sono la gran parte dei testi di canzoni raccolti in questo libro, che mette in fila oltre trecento composizioni da lui scritte per i Pooh (in tutto i brani sono 356, ce ne sono comprese alcune decine firmate da Stefano D’Orazio). Per motivi misteriosi, c’è chi i Pooh li detesta a priori. Fermo restando che ognuno ascolta la musica che gli fa bene e gli assomiglia, e che mal digerisco le critiche alla musca ascoltata dagli altri (la musica è un dio bambino, scrive appunto Negrini), secondo me costoro si sono persi tante emozioni, tanti bei concerti, tante belle canzoni che sembrano scritte su misura della vita di ciascuno. Sulla lavagna del mio cuore (tanto per citarlo), Negrini ha lasciato parecchi segni. Nato a Bologna nel 1946, morto a Trento nel 2013 all’età di 67 anni, Valerio non era il “quinto Pooh”, era il primo: fu lui, infatti, che era batterista, a fondare il gruppo, nel 1966, per poi ritirarsi nel 1971. Andrea Pedrinelli, che conosce il minimo segreto del gruppo composto da Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian, Stefano D’Orazio e Riccardo Fogli, analizza ogni canzone svelandone i retroscena, elencandone le cover e le nuove incisioni, l’eventuale presenza nella scaletta dei concerti.
Talvolta bastano due righe, in una canzone, per farla sentire nostra. Il paroliere dei Pooh (ma anche di molti altri cantanti) ha avuto il magico talento di raccontare la vita com’è, e non di quella finta di cui parlano quelli nei cui testi “amore” fa rima con “cuore”.  Io ne ho sperimentate parecchie, di situazioni come quelle descritte dall’autore, a partire dal fatto che sono nato un po’ in collina e rotolato giù:

Quelli nati un po’ in collina
fatti in casa come me
caricano a testa bassa e in qualche modo passano

e naturalmente ho scoperto che

gli amori fanno i nodi come i fili dei microfoni.

(Quelli nati un po’ in collina, 1983).

Anch’io, a certe ragazze avrei potuto dire

Entrasti come arriva un uragano
successe come quando passa il vento.

(Tutto alle tre, 1970)

E a qualcun’altra ho chiesto di darmi solo un minuto, un respiro di fiato, un attimo ancora, per convincerla a non gettare alle ortiche la nostra storia, e poi le ho detto

Come mai i tuoi occhi ora stanno piangendo?
dimmi che era un sogno e ci stiamo svegliando.

(Dammi solo un minuto, 1977).

Ma mi è successo pure di dover fare le valigie, cambiando amici e città, salutandola con il groppo in gola:

prendo soltanto la mia vita con me
cambiano posto i giorni miei
col resto fanne ciò che vuoi.

(Dove sto domani, 1981)

Ho avuto donne di quelle che sanno e non possono dir niente, a cui nessuno di solito dedica le canzoni, ma che sono dovunque perché la vita non segue le regole e rompe gli argini:

Sei l'altra donna,
la libertà,
quella che sa perché ritorno.

(L’altra donna, 1990)

E infatti poi scoppia prepotente il bisogno di non nascondersi più e un vento ci gonfia le vele:

Invece adesso ho il vento dentro l'anima
perché non si torna indietro
e adesso non c'è più bisogno di nasconderci
pensando che sia sbagliato
siano lacrime, siano brividi
al mio cuore gli ho detto di sì.

(Vento nell’anima, 2010)

Ma ci sono anche gli “altri uomini”, perché ogni donna, a qualunque età, ha il diritto d’amare:

Piegato in un pacco sottile
c'è il tuo vestito di qualche anno fa;
memoria di un amore che fu primavera
e adesso è precaria routine.
Eppure lo specchio è gentile,
non mostra quasi traccia del tempo che va,
si vedono ragazze coi libri di scuola
che sembran più vecchie di te,
ma lui si addormenta leggendo,
è già tanto se c'è.
 
(Diritto d’amare, 1996)

Ma mi sono anche ritrovato a essere un uomo solo, più volte, in cerca di equilibrio, in attesa di capire, pregando, sperando di essere aiutato a ritrovare il filo:

Dio delle città
e dell'immensità,
magari tu ci sei
e problemi non ne hai
ma quaggiù non siamo in cielo
e se un uomo perde il filo
è soltanto un uomo solo.
 
(Uomini soli, 1990)

La disperazione, la solitudine, la diversità, la discriminazione sono temi che Negrini non ha mai avuto paura di affrontare, scrivendo di soldati di leva o in missione di pace, di prostitute e di omosessuali, di femminismo e manifestazioni di piazza, di carcerati, di giornalisti, di emigranti, di donne stuprate (“se non lo fa nessuno, vi chiedo scusa io”), di ragazze madri, di padri e di figli, di popoli sotto la dittatura, di etnie perseguitate, di guerre e di speranze, di Dio e del suo intollerabile silenzio. Sempre, Negrini ha fatto appello alla speranza nel cielo blu che è comunque in attesa sopra le nuvole, un cielo senza scale su cui ci si deve arrampicare, attingendo alla forza interiore che ognuno ha dentro di sé, senza aspettarsi aiuti da nessuno, senza guardare di sotto mentre si attraversa i ponte (“fa paura se ti fermi a metà”), senza aspettare il futuro, dato che “troppo passato è già andato via”.

Ma il cielo è blu sopra le nuvole
e non è poi cosi lontano,
dobbiamo arrampicarci e crescere
senza bisogno di nessuno.

(Il cielo è blu sopra le nuvole, 1992)