mercoledì 17 giugno 2026

EX INFERIS

 

Lorenzo Bartoli

Vincenzo Beretta

Bane Kerac

EX INFERIS

Veseli Četvrtak

2023, cartonato

114 pagine, 3000 RSD

 

Ogni tanto capita di riscoprire piccoli gioielli del nostro patrimonio fumettistico che il tempo ha un relegato nell’ombra. È il caso di Ex Inferis” (titolo originale: “Giochi pericolosi”), edito in un bel volume cartonato dalla Casa editrice serba Veseli Četvrtak nella collana Međuvreme, dedicata alle opere legate al grande Bane Kerac.

La storia, sceneggiata da Vincenzo Beretta e Lorenzo Bartoli, vide originariamente la luce nel luglio del 1996 su Zona X n. 17 della Sergio Bonelli Editore. Ricordo bene quel periodo: Zona X era la creatura di Alfredo Castelli, uno spazio di “libero gioco alla fantasia” nato come spin-off di Martin Mystère. Nei primi numeri presentava due storie complete per albo (spesso una legata a Mystère, l’altra autonoma), con un taglio antologico che spaziava dal fantasy alla fantascienza in tutte le sue declinazini. Dal n. 10 in poi la testata evolse verso miniserie e storie più strutturate, diventando un laboratorio ideale per autori emergenti o per sperimentazioni. “Giochi pericolosi” occupava la seconda parte del diciassettesimo volumetto, affiancando l’episodio “I viaggiatori delle tenebre” de La stirpe di Elan. Ambientata in un futuro post-apocalittico, la vicenda mescola realtà virtuale, tecnologia invasiva e un’umanità degradata. Beretta e Bartoli costruiscono una trama solida, con ritmo cinematografico e quel tanto di inquietudine che ben si sposa con lo spirito di Zona X. Bane Kerac, però, la scena ai due autori dei testi. Branislav “Bane” Kerac, nato il 7 settembre 1952 a Novi Sad, è uno dei grandi maestri del fumetto serbo e balcanico. Fin dagli anni Settanta si è fatto le ossa su testate come YU strip, Strip art e Kerempuh, passando con naturalezza dall’umoristico al western, dall’horror all’avventura. Nel 1975 crea Kobra con Svetozar Obradović, un agente segreto dal tratto nervoso e tagliente. Negli anni Ottanta arriva il successo internazionale con Cat Claw, la vigilante felina sexy e parodistica, tradotta in decine di lingue e pubblicata anche negli USA. Ha disegnato Tarzan, poster per Masters of the Universe, Gvozdeni Ratnik e tantissimo altro, sempre con quel suo stile inconfondibile: dinamico, energico, quasi rock (non a caso suona la batteria nei GeroMetal).

Ho avuto la fortuna di incontrarlo nel 2011 a Kragujevac. Abbiamo scoperto di condividere la stessa data di nascita (io dieci anni dopo di lui) e da lì è nata una bella amicizia e una proficua collaborazione. Dal 2015 abbiamo realizzato insieme quattro storie di Zagor per quasi novecento pagine. Lavorare con Bane è un piacere: è un narratore esperto che migliora le sceneggiature con trovate dinamiche, inquadrature spettacolari e un gusto particolare per le figure femminili forti (del resto, viene da Cat Claw). In “Giochi pericolosi”, il suo primo lavoro per la Bonelli – si vede già tutto questo talento: tavole piene di impatto, architetture futuristiche decadenti rese con maestria, corpi in movimento e un bianco e nero profondo e materico.

L’edizione di Veseli Četvrtak è una vera gioia per gli occhi. Il volume cartonato A4, con 112 pagine in bianco e nero, valorizza magnificamente il tratto poderoso di Kerac: le tavole respirano, i neri sono profondi, i dettagli esplodono in grande formato. Certo, il testo è interamente in serbo (traduzione di Aleksandra Milovanović), e chi non conosce la lingua non lo leggerà agevolmente (io per primo, naturalmente). Però, proprio questa bellezza visiva spinge a recuperare il vecchio albo di Zona X per rileggere la storia in italiano. Sarebbe davvero bello avere un’edizione cartonata simile anche in Italia: Kerac lo meriterebbe ampiamente. Dato che ci siamo: vorrei vedere anche una serie di volumi con le avventure di Cat Claw. In appendice al cartonato serbo c’è inoltre una  intervista a Bane Kerac (sempre in serbo), nella quale mi pare di aver visto citare il mio nome. Chissà cosa dice esattamente Branislav di me.

LIBERTY BAR

 

 
Georges Simenon
LIBERTY BAR
Adelphi
brossura
138 pagine, 11 euro

Più si leggono i romanzi con le inchieste del commissario Maigret, più il burbero poliziotto del Quai des Orfèvres, dalle spalle larghe e dalla pipa in bocca, finisce per apparirci come un personaggio reale, di cui Simenon è il semplice biografo. Maigret non è un investigatore alla Sherlock Holmes, con deduzioni brillanti e metodi infallibili: il suo modo di procedere paradossalmente consiste proprio nell’assenza di un metodo rigido. Cerca di cogliere le sensazioni suggerite dall’ambiente e dalle persone, annusa l’aria, legge negli occhi degli interlocutori, si immedesima nel loro microcosmo fino a quando non intuisce una pista. La sua tecnica si basa sulla comprensione delle dinamiche interiori, sull’acume psicologico e sulla capacità di instaurare empatia, soprattutto con l’umanità dei bassifondi. Attenzione, però: i romanzi con Maigret danno dipendenza e una volta che ci si abitua non si riesce più a smettere (per fortuna ci sono settantacinque dosi). Le inchieste sono coinvolgenti e ipnotiche da seguire, si divorano una dopo l’altra. Prima di essere gialli di Maigret, infatti, sono romanzi di Georges Simenon, uno scrittore notevole anche quando non mette in scena il suo commissario. 
"Liberty Bar", scritto nel maggio 1932 presso la tenuta La Richardière di Marsilly, in Francia, e pubblicato a luglio dello stesso anno da Fayard, è il diciassettesimo romanzo della serie con i celebre Commissario. Ci propone, come talvolta accade, un Maigret “in trasferta”, lontano dal Quai des Orfèvres, mandato sulla Costa Azzurra per indagare con la massima discrezione sull’omicidio di William Brown, un ex agente segreto australiano. Niente scandali, niente clamore: così gli ordinano i superiori. Il poliziotto, vestito di scuro fuori luogo sotto il sole abbagliante, si trova a disagio tra le ville bianche, le palme e il lusso  del jet-set. 
abituato ai bassifondi parigini, si sente spaesato sulla Riviera: il caldo, la luce accecante, i rituali mondani e il contrasto tra facciata glamour e la decadenza morale gli danno uggia. Il lettore segue Maigret mentre ricostruisce gli ultimi giorni di Brown: una vita divisa tra i giorni trascorsi in una villa ad Antibes, con l’amante e la suocera, e le periodiche fughe verso il sordido Liberty Bar di Cannes, gestito dalla grassa e materna Jaja, con la giovane Sylvie che si aggira nel locale mezza nuda, e frequentato da una congrega di personaggi falliti, ubriaconi, gente che vuole solo dimenticare il passato e vivere alla giornata. Maigret annusa l’aria, capisce che la chiave per risolvere il mistero è lì e perciò si immerge nel microcosmo del bar come se fosse casa sua. I personaggi sono memorabili, soprattutto Jaja e il suo piccolo mondo di illusoria libertà fatto di bicchieri, confidenze e silenzi. Il finale è amaro, come spesso accade in Simenon: Maigret arriva alla verità, ma di fronte alla scoperta di come tutto abbia girato attorno a una storia d’amore tragicamente conclusa, decide di non fare un rapporto completamente veritiero. "Liberty Bar" propone un Maigret atipico ma intenso: benché  “fuori posto” il Commissario, anche in Costa Azzurra, rimane fedele al suo burbero acume psicologico.                                         
 
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1. Romanzi con Maigret
 
L’amica della signora Maigret

La balera da due soldi
 
Il cavallante della “Providence”
 
Cécile è morta
 
Félicie
 
Maigret a New York
 
Maigret e il fantasma
 
Maigret e i testimoni recalcitranti
 
Maigret e la Stangona
 
Maigret e l’uomo della panchina
 
Maigret, Lognon e i gangster
 
Il mio amico Maigret
Il morto di Maigret
Pietr, il lettone
 
I sotterranei del Majestic
 
Una testa in gioco
 
La trappola di Maigret
 
Le vacanze di Maigret 
 

2. Romanzi di Simenon senza Maigret
 
L’assassino
 
Le finestre di fronte
La fuga del signor Monde 
 
La neve era sporca
 
Lettera a mia madre
 
Le persiane verdi
 
L’uomo che guardava passare i treni



mercoledì 27 maggio 2026

LA DONNA FOCA

             


 
Fred Vignaux
Yann
THORGAL
LA DONNA FOCA
Alessandro Editore
2026, cartonato
50 pagine, 18,90 euro
 

Asterix, Thorgal, Yoko Tsuno, Tintin, Blake et Mortimer, Spirou, Blueberry, Gaston Lagaffe, Lucky Luke, i Puffi, Valérian. Queste, in ordine di gradimento, le dieci serie francesi più apprezzate dal sottoscritto. Mi sorprendo anch’io della seconda e della terza posizione, soprattutto perché precedono la quarta e la quinta, ma tant’è. Quella di Thorgal è una saga a fumetti iniziata Oltralpe nel 1977 sulla rivista "Tintin" ma che io ho imparato ad amare sulle pagine di "Comic Art" e che ho cercato di seguire in ogni possibile edizione italiana. Qualche anno fa ho avuto anche la fortuna di conoscere di persona lo sceneggiatore Jean Van Hamme, in una manifestazione fumettistica in Croazia in cui eravamo entrambi ospiti. Van Hamme, belga classe 1939, è un autore stellare con mille altre opere all’attivo – tra cui ricordo con piacere la serie “I maestri dell’orzo”, basata sulla saga di una famiglia di birrai. Insieme al disegnatore Grzegorz Rosiński, polacco classe 1941, dato vita all’universo fantastico di Thorgal, vichingo dai capelli neri perché piovuto letteralmente dal cielo tra i guerrieri norreni. “La donna foca” è il trentottesimo volume della saga, il secondo firmato da Yann ai testi e Fred Vignaux ai disegni (l’ultimo episodio firmato da Van Hamme e Rosiński è il ventinovesimo, del 2006). È uscito in Francia il 6 novembre 2020 per Le Lombard con il titolo La Selkie, mentre in Italia arriva nel 2026 per Alessandro Editore. Ho talvolta paragonato la saga di Thorgal a quella di Zagor: entrambe sanno mescolano avventura e azione, dramma e sfondo storico, con elementi fantastici, mitologici e a volte fantascientifici. Così come lo Spirito con la Scure combatte banditi, creature sovrannaturali, stregoni e minacce di ogni tipo tra le foreste del Nuovo Mondo, anche in Thorgal l’eroe si trova costantemente a confrontarsi con pericoli creati da avversari umani o sovrumani. In entrambe le serie l’avventura è il motore principale, ma è arricchita da uno strato di profondità emotiva e morale: Zagor è un difensore della giustizia tormentato dal suo passato, Thorgal è un uomo che cerca solo una vita serena con la sua famiglia ma viene continuamente trascinato dal Fato in imprese epiche. Thorgal Aegirsson, detto “il figlio delle stelle”, è un eroe atipico che mi ha sempre affascinato: un guerriero coraggioso ma tormentato, non un superuomo invincibile, ma un uomo comune con un destino straordinario. Orfano adottato da un clan vichingo, scoprirà di avere origini spaziali, discendendo da una razza di viaggiatori delle stelle (il figlio, e non lui, eredita poteri legati a questa ascendenza). Sua moglie Aaricia, figlia di Gandalf il Folle e principessa vichinga, è una donna forte, leale e profondamente umana, legata a Thorgal fin dalla nascita da un oggetto magico. Insieme hanno due figli: Jolan e Louve (Lupa). Pur essendo di ambientazione vichinga con molti riferimenti alla mitologia nordica, gli scenari variano continuamente in modo affascinante. La saga creata da Jean Van Hamme e Grzegorz Rosiński evolve nel tempo, passando da storie più autoconclusive a una vera e propria epopea familiare, dove i legami con Aaricia, Jolan e Louve diventano centrali. Ci sono anche personaggi memorabili come Kriss di Valnor, spietata e affascinante guerriera che si è meritata uno spin-off tutto suo. I testi di Van Hamme sono solidi, ritmati, con dialoghi efficaci e personaggi che crescono volume dopo volume. Sui disegni, Rosiński è un maestro nel rendere scenari suggestivi, battaglie e creature fantastiche. Con “La donna foca” Yann e Vignaux proseguono la nuova fase della serie. Louve viene rapita e portata sull’isola di Kalsoy; Thorgal e Jolan si lanciano al suo salvataggio finendo invischiati nelle trame di una comunità isolana brutale e nell’antica leggenda della Kopakonan, la donna foca (selkie) del folklore norreno. Niente di paragonabile alle storie di Van Hamme e Rosiński, ma l’avventura è solida, con buon ritmo e qualche approfondimento interessante, senza stravolgere la formula ma rispettando le radici mitologiche della saga.

 

Recensioni precedenti su Utili sputi di riflessione:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/05/thorgal.html

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/05/thorgal-volume-2.html

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/07/thorgal-volume-3.html

 

giovedì 21 maggio 2026

DAMMI UN BACIO DA FUMETTO



                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

Andrea Leggeri

DAMMI UN BACIO DA FUMETTO

Coniglio Editore

Collana ThermoPOP

2007, brossurato

96 pagine, 6.50 euro

Il 14 febbraio 2026 ho inaugurato sul sito uBC Magazine una rubrica intitolata “Saggiamente”, rigorosamente aperiodica e dedicata a riprendere in mano testi critici sul fumetto (anche di qualche tempo fa) per dire la mia, spesso con il senno di poi o con qualche aggiunta di sapore personale. La prima puntata è stata proprio una recensione di Dammi un bacio da fumetto di Andrea Leggeri, libro che si prestava perfettamente al San Valentino di quell’anno. L’aureo libello, però, non è mai stato segnalato qui sul blog “Utili Sputi di Riflessione” e da inguaribile collezionista a me fa piacere la completezza. Colleziono anche delle mie stesse cose e mi diverte l’idea di avere tutto archiviato in casa. La recensione che leggerete è leggermente diversa da quella apparsa su uBC. Per esempio, le note biografiche su Andrea Leggeri (Roma, 1974), che vado subito brevemente a esporre, là erano del tutto assenti. Davo per scontato, infatti, che tutti lo conoscessero per la sua lunga collaborazione con Francesco Coniglio (2002-2012), scrivendo su riviste come Blue, XComics, e Scuola di Fumetto, oltre a contribuire a siti come LoSpazioBianco.it e alla rivista Fumetto dell’ANAFI. Negli ultimi anni si è dedicato alla narrativa.

Leggeri ha collezionato ritagli di baci alla maniera di Giuseppe Tornatore nel finale di Nuovo Cinema Paradiso, e ha confezionato il regalo di San Valentino ideale: romantico, economico, con una copertina iconica che invita a esporla frontalmente sullo scaffale, e gradevolissimo da sfogliare anche per chi non è appassionato di fumetti. Possiamo chiamarlo un aesthetic book? Sì, se è vero che con questo termine si etichettano talvolta le compilation di immagini suggestive. Dammi un bacio da fumetto dimostra che tutti gli eroi della Nona Arte, anche i più duri, in fondo hanno il cuore tenero e lo fa quasi esclusivamente attraverso i disegni, riducendo i testi al minimo indispensabile, riproducendo vignette celebri o significative, tutte dedicate a romantici tête-à-tête. Ogni immagine è accompagnata da una didascalia di una ventina di righe che presenta i personaggi e i loro creatori. L’introduzione è ridotta all’osso: il libro si spiega da sé. Sfogliandolo, però, viene naturale riflettere su quanto il semplice (semplice?) gesto di un bacio sia cambiato nel corso dei decenni nel fumetto. All’inizio, nelle strip americane degli anni Venti, i baci erano rari, castissimi e spesso comici. Con l’arrivo dei supereroi diventarono uno strumento per umanizzare gli eroi, che comunque restavano pudichi. Poi esplose il genere romance negli anni ’40-’50, con baci più passionali (per l’epoca), finché la censura del Comics Code Authority del 1954 non impose regole rigidissime: niente baci appassionati, niente sensualità, in favore di una visione del rapporto fra i sessi in funzione del matrimonio e in difesa dei valori familiari. Solo dalla metà degli anni Sessanta le cose cominciarono a sbloccarsi: relazioni più complesse nei supereroi, primi baci interrazziali, e in Italia il piccolo grande terremoto del fumetto nero. Anche in casa Bonelli, da un certo momento in poi, le figure femminili acquistano un peso diverso e i personaggi smettono di essere eroi monolitici e asessuati (basterà pensare a Mister No e Ken Parker). In totale, Dammi un bacio da fumetto in ci sono quaranta schede, ordinate alfabeticamente da Alan Ford agli X-Men. Sette dedicate ai manga, altrettante ai supereroi, sei ai classici italiani, sei agli eroi bonelliani, tre a quelli disneyani… insomma, un giro d’orizzonte rapido ma godibile. Velocissimo, se pensiamo a quanto si sarebbe potuto includere (per esempio dal fumetto franco-belga, assente). A voler trovare il pelo nell’uovo, si potrebbe discutere se il bacio tra Julia e Alan Webb costituisca davvero una love story, se Tarzan e Jane siano nati sulle strisce come coppia, o se Krazy Kat e Ignazio si siano mai scambiati un vero bacio da fumetto. Sfogliando l’album di Leggeri viene spontaneo chiedersi perché certi personaggi ci siano e altri no. Dove sono i Fidanzatini di Peynet? Andy Capp e Flo? Kriminal e Lola? Capitan Miki e Susy? Il Piccolo Ranger e Claretta? Tex e Lilith? I Puffi e la Puffetta? La risposta è ovvia: con sole quaranta schede bisognava scegliere. Ovviamente. Però, un posticino per Zagor si poteva trovare. Non solo perché la "Z" avrebbe chiuso degnamente l’ordine alfabetico, non solo perché il bacio tra lo Spirito con la Scure e Frida Lang era tanto caro a Sergio Bonelli (che teneva incorniciata nel suo ufficio la tavola originale di Gallieno Ferri), ma soprattutto perché quella scena rappresentò un autentico punto di svolta nel fumetto bonelliano. La sequenza del dicembre 1974 in cui Zagor bacia Frida Lang rimase scolpita nella memoria di noi zagoriani dell’epoca, regalando più emozioni di tante avventure rocambolesche.

mercoledì 20 maggio 2026

AMERICAN CICO


 

Guido Nolitta

Gallieno Ferri

AMERICAN CICO

Sergio Bonelli Editore

2025, cartonato

140 pagine, 24 euro

 

Nella sua introduzione alla ristampa di Cico Story curata della If nel 2002, Sergio Bonelli spiega: «Nel periodo di tempo compreso fra il 1979 e il 1983, le limitate dimensioni della Casa editrice e la mia conseguente disponibilità di tempo libero mi indussero a dare sfogo a una vocazione che già si era in parte manifestata tra le pagine avventurose, dinamiche e persino drammatiche della serie di Zagor che firmavo con lo pseudonimo di Guido Nolitta. Alludo alla possibilità di scatenare liberamente la mia vena ironica in un albo speciale in cui Cico Felipe Cayetano Lopez Martinez y Gonzales, cioè l’abituale “spalla” comica di Zagor, assumeva il ruolo di protagonista assoluto, in una serie di situazioni umoristiche che lo assimilavano sia ai più celebri personaggi delle farse cinematografiche, da Ridolini a Harold Lloyd, da Stanlio e Ollio a Gianni e Pinotto, sia ai “divi” dei cartoni animati come Bugs Bunny, Wyle Coyote, Gatto Silvestro e Duffy Duck.»

L’esperimento di Cico Story andò così bene che fu inevitabile ripeterlo. Sulla quarta di copertina dello Zagor n° 178 (maggio 1980) apparve la pubblicità del secondo episodio con lo slogan: «173.861 copie vendute nell’estate 1979. E quest’anno tocca ad “American Cico”!». Ai disegni venne riconfermato Gallieno Ferri, creatore grafico del personaggio e perfettamente a suo agio sia nelle gag umoristiche sia nelle scene drammatiche.

Cico è pigro, ingordo, goffo, irascibile e fifone, ma anche intelligente, determinato e geniale quando si tratta di procurarsi da mangiare. Somiglia a Paperino nella silhouette (soprattutto nelle prime tavole di Ferri) e in certi tratti caratteriali, ma resta ancorato a un contesto realistico: le sue gag, per quanto esasperate, rispettano limiti di plausibilità che i cartoni animati ignorano. Il suo umorismo pesca dalla commedia all’italiana, dalla Commedia dell’Arte, da Plauto e dal varietà, ma sa contaminare cinema, fumetto, teatro, TV e letteratura con una vis comica personalissima.

La sezione libraria della Sergio Bonelli Editore ha già ristampato Cico Story in cartonato a colori; questo è il secondo volume della collana dedicato al pancione. Di nuovo, c'è una mia (dotta) prefazione.

In American Cico seguiamo le prime disavventure del baffuto messicano sul suolo statunitense, dopo il varco clandestino della frontiera narrato nel volume precedente. Anche qui Guido Nolitta (il nom-de-plume con cui Sergio firmava le sue sceneggiature) non costruisce una trama tradizionale, ma cuce insieme una serie di esilaranti gag: Cico cambia continuamente mestiere, passando da una scenetta all’altra. La narrazione fila comunque in maniera consequenziale grazie alla sapiente concatenazione delle situazioni comiche. Dopo essere scampato alla prigione, il pancione decide di integrarsi nella società americana: va a scuola e prova svariati mestieri, sempre con risultati disastrosi. Incontriamo una parodia del giudice Roy Bean (magistrato dai metodi sbrigativi) e dell’avvocato Perry Mason. Gag, sketch, parodia: Nolitta conosce tutte le ricette per far ridere. A partire dallo speciale successivo (Un pellerossa chiamato Cico, 1981) le storie acquisteranno una struttura più definita, con un vero inizio e una vera fine. American Cico resta però un gioiello di comicità pura, in cui il talento umoristico di Bonelli/Nolitta e la maestria grafica di Ferri brillano senza filtri.

 

In questo blog abbiamo recensito altre opere di Guido Nolitta (Sergio Bonelli) e Gallieno Ferri. Potete leggere quanto è già stato scritto cliccando sui link dell’elenco sottostante (in ordine alfabetico):

 

Acque misteriose

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2025/11/acque-misteriose.html

Gli Archivi Bonelli: Guido Nolitta

http://utilisputidiriflessione.blogspot.it/2017/06/gli-archivi-bonelli-guido-nolitta.html 

Avventura a Manaus 
 
https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2023/05/avventura-manaus.html 

Cico Story

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2025/03/cico-story.html

Guerra!

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2022/12/guerra.html

Il giorno dell’invasione

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2022/07/il-giorno-dellinvasione.html

Il mostro della laguna

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2023/12/il-mostro-della-laguna.html

Il Re di Darkwood

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2024/08/il-re-di-darkwood.html

Il regno delle tenebre

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2024/05/il-regno-delle-tenebre.html

L’antica maledizione

 https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2025/10/lantica-maledizione.html

La foresta degli agguati

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2022/03/la-foresta-degli-agguati.html

La marcia della disperazione

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2015/11/la-marcia-della-disperazione.html

L’Inferno dei vivi

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2018/08/inferno-dei-vivi.html

L'uomo del Texas 

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2026/04/luomo-del-texas.html

Making of Guido Nolitta (Mister No)

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2018/08/making-of-guido-nolitta-mister-no.html

Samurai 

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2024/12/samurai.html

Supermike!

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/11/supermike.html

 


mercoledì 1 aprile 2026

L'UOMO DEL TEXAS

 
 
 
 
Aurelio Galleppini
Guido Nolitta
L’UOMO DEL TEXAS
Sergio Bonelli Editore
2026, cartonato
70 pagine, 12 euro

Una delle parole più ripetute quando si parla di fumetto italiano è l’aggettivo “bonelliano”. Lo propongo come uno dei lemmi da inserire in una delle prossime edizioni dello Zingarelli. Infatti, “bonelliano” non significa semplicemente “pubblicato da Bonelli”, come “mondadoriano”. L’accezione è diversa e assai più complessa, riguarda un particolare modo di intendere e fare fumetto e potremmo aprire un dibattito per coniare la definizione più congrua e soddisfacente. In tal caso, un punto risulterebbe controverso: “bonelliano” significa necessariamente “popolare”? Chi abbia in mente la popolarità ormai sessantennale degli eroi di casa Bonelli, sarebbe tentato di rispondere di sì. La “bonellianità” sembra effettivamente sinonimo di una produzione senz’altro di buona qualità, ma rivolta a un pubblico larghissimo e pertanto non sofisticato, né cerebrale, senza pretese “artistiche”. A questo tipo di considerazioni un po’ snob ci sarebbe da ribattere chiedendo perché mai un qualunque frutto dell’ingegno che piaccia al vasto pubblico non possa avere anche uno spessore artistico. Tuttavia c’è dell’altro e c’è di più. Sergio Bonelli, in realtà, ha pubblicato e in gran parte anche prodotto una enorme quantità di fumetto d’autore. E l’ha fatto fin da tempi non sospetti, cioè quando ancora il fumetto d’autore non era una moda: basti pensare alla collana I protagonisti, dieci albi realizzati da Rino Albertarelli, usciti nel 1974. Quella serie, legata al nome di un grande autore e con caratteristiche tutt’altro che “popolari”, può essere a tutti gli effetti considerata come precorritrice della più celebre Un uomo, un’avventura, varata due anni più tardi.
La vocazione popolare e la fedeltà a un formato ben riconoscibile, fanno talvolta dimenticare quanto siano state in realtà differenziate, innovative e variegate le proposte editoriali bonelliane nel corso degli anni. Uno straordinario esempio di “fumetto d’autore” proposto in una strepitosa veste editoriale fu appunto la serie di volumi Un Uomo, un’Avventura (1976), curata da Decio Canzio, il cui titolo ci riporta appunto alla vocazione avventurosa della Casa editrice. Ogni cartonato era affidato al talento grafico dei più grandi illustratori italiani (con rare presenze di maestri stranieri), su testi ora propri (come nel caso di Pratt, Crepax e Battaglia), ora di altrettanto grandi sceneggiatori (Canzio, Castelli, Berardi, D’Antonio). Le storie, autoconclusive, presentano le avventure di uomini in contesti storici e geografici sempre diversi. Di un tipo di avventura, però, costruito su una solida struttura narrativa e contrapposto alla fuga verso mondi fantastici, non-luoghi onirici, grafismi psichedelici e contrapposto anche all’underground espressione del disagio metropolitano. La cronologia dei trenta titoli mostra una successione impressionante di pezzi da novanta, da Toppi a Milazzo, da Battaglia a Micheluzzi, da Manara a Buzzelli. 
Per questa collana, Guido Nolitta, alias Sergio Boneli, scrive nel 1977 il nono volume intitolato “L’Uomo del Texas”, una storia di 48 pagine illustrata da Aurelio Galleppini, meglio noto come Galep, il primo disegnatore di Tex. Il racconto, ambientato nel nord-ovest del Texas nel 1887, viene riproposto nel 2026 (a quindici anni dalla scomparsa di Sergio) all’interno della collana di cartonati da edicola “alla francese”, sotto la dicitura “Tex presenta”. Il racconto (occhio allo spoiler) è basato sulle vicende di Roy, un rapinatore di banche che, dopo un ‘colpo’ finito magramente e malamente, ha un diverbio con il capo della banda e finisce, ferito, malconcio e dato per morto, alla deriva nella corrente di un fiume. Viene poi ritrovato e curato da un distaccamento dell’esercito, dove rincontra un vecchio amico di adolescenza, il capitano di reparto Jerry Vance, ufficiale al comando del 3°cavalleria impegnato in una campagna contro gli ultimi indiani ostili, e vanaglorioso alla stregua di personaggi come Chivington o Custer. Nonostante l’intera tribù dei Cheyennes di Falco Nero, ormai decimata dalla fame e dalla guerra, sia in marcia verso Forte Lyon per arrendersi definitivamente, il fanatico ufficiale ordina la carica e inizia l’assurdo sterminio di quella tribù ormai indifesa. Roy, indignato dall’orribile gesto di follia sanguinaria del vecchio amico, lo insegue e gli si scaglia contro durante la battaglia uccidendolo sparandogli una pallottola in fronte (proprio la pallottola che aveva già destinato al capobanda che lo tradì). Roy subito dopo viene massacrato a colpi di sciabola dai soldati del reggimento: un drammatico e triste epilogo che mette in una luce di quasi-eroismo l’inizialmente ambiguo protagonista, e che testimonia in pieno l’assurda violenza e la spietatezza delle guerre combattute nella vecchia frontiera del West. Non si tratta della migliore storia nolittiana (diciamo che nulla aggiunge alla fama dello sceneggiatore) ma di certo permette a Galep, grazie a strategici vignettoni, di dimostrare (se mai ce ne fosse il bisogno) il suo talento nel trasformare le rocce delle Dolomiti in quelle del Sud Ovest americano, come lui stesso ha raccontato, con effetti spettacolari. 
Singolare la somiglianza fra il vice sceriffo che cade ucciso nelle prime vignette e Tex Willer (chissà se c’è un significato freudiano). Quando Guido Nolitta nel 1976 sceneggia per Aurelio Galleppini la storia “L’Uomo del Texas” per il nono numero della collana Un Uomo un’Avventura, più o meno contemporaneamente a questa avventura, sostituendo il padre Gianluigi vittima di un incidente sugli sci, inizia a sceneggiare anonimamente alcune sue storie per la serie di Tex, esordendo poi con l’albo n.183 del gennaio 1976 intitolata “Caccia all’uomo” e disegnata da Fernando Fusco.



A TAVOLA CON GLI AUTORI VOL. 2

 
 

 
 
 
Autori Vari
A TAVOLA CON GLI AUTORI VOL. 2
SCLS
2026, brossurato
142 pagine, p.n.i.

Trattandosi di un secondo volume dalle caratteristiche identiche al primo, di cui abbiamo parlato in una apposita e precedente recensione, posso tranquillamente ripetere quanto già scritto, almeno limitatamente a quanto è rimasto invariato. Dunque: questo aureo libretto, gustoso pezzo da collezione (imperdibile anche se introvabile) non contiene testi, a parte le due brevi prefazioni (una scritta da me) e non propone neppure nessun bel disegno. Anzi, i disegni sono proprio brutti, improvvisati, raffazzonati, tirati via al punto da sembrare opera di ubriachi. Cosa che in effetti è, visto che gli autori (tutti professionisti del fumetto) li hanno realizzati al ristorante al momento del caffè e del giro degli amari, dopo un pasto annaffiato da vino e da birra, in occasione di pizzate, pranzi e cene organizzate dagli appassionati forumisti di SCLS, una community di lettori di Zagor molto attiva in Rete (la prima per nascita, ma non l’unica). Esiste infatti una sorta di rito, instauratosi e ufficializzatosi a partire dal 2007, quando già il forum esisteva comunque da alcuni anni, che prevede  il passaggio di mano in mano, tra gli “addetti ai lavori” presenti (cioè riservato agli autori zagoriani soliti fare comunella con i propri lettori), di un album da disegno su cui lasciare un disegno autografo improvvisato, magari con una battuta o una dedica accanto alla firma. 
Quando ho scritto che i disegni sono brutti, a inizio di recensione, ovviamente scherzavo: alcuni sono bellissimi, altri molto divertenti, tutti comunque da contestualizzare. In ogni caso dimostrano come la passione verso l’eroe di Darkwood unisca autori e lettori in una unica comunità.Con il tempo gli album sono diventati numerosi (finito uno, se ne comincia un altro), tutti gelosamente conservati da Marco “Baltorr” Corbetta. Il primo volumetto raccoglieva gli schizzi realizzati dall’edizione 2007 di Lucca Comics fino all’evento svoltosi a Santa Margherita Ligure nel novembre 2014.  Il secondo volume va dal Natale del 2014 alla Lucca Comics 2025. Non cito tutti i disegnatori e gli sceneggiatori rappresentati nel libro, per non dimenticare nessuno, ma ci sono quasi tutti tranne Gallieno Ferri, scomparso nel 2016. Ci sono anche “ospiti” illustri, come Alfredo Castelli, Luca Bertelé, Davide La Rosa e altri. E soprattutto (ehm) ci sono anche io, credo anzi di essere l’autore più rappresentato, con un discreto quantitativo di disegnetti umoristici (almeno nelle intenzioni - si veda l'esempio realizzato a Rapallo nel 2016). Come fare per procurarsi il libretto? Primo: avreste dovuto venire di persona a recuperarlo a Lucca Collezionando 2026; secondo: provate a chiedere sul forum SCLS.
 
 

 

Riporto qui di seguito il testo della mia introduzione, intitolata “Come presentare due volte la stessa iniziativa”.

COME PRESENTARE DUE VOLTE LA STESSA INIZIATIVA
di Moreno Burattini

Qualche tempo fa ho ricevuto una mail da uno dei curatori del volume che avete fra le mani. Nel testo, oltre ai graditi saluti, si leggeva: «Anche in questo 2026, in occasione della prossima “Lucca Collezionando”, SCLS ha intenzione di preparare una seconda raccolta degli sketches che i disegnatori zagoriani hanno realizzato nel corso degli anni, stavolta dal 2015 al 2025, sui registri dei nostri raduni. Sarebbe una bella cosa se, di nuovo, tu potessi scrivere una prefazione». Spiego per i distratti: durante l’edizione 2025 della manifestazione fumettistica “Lucca Collezionando”, il Forum Spirito Con La Scure ha pubblicato un aureo libretto intitolato “A tavola con gli autori” contenente la riproduzione di tutti i disegni e disegnetti autografi schizzati da illustratori e sceneggiatori di Zagor nel corso di pranzi, cene, pizzate o comunque raduni organizzati dai forumisti. Quel primo album copriva il periodo 2007-2014. Chiamato a presentare l’iniziativa, scrissi una introduzione intitolata “Gli abitanti di Darkwood”. A distanza di un anno, mi si chiede di fare il bis, cioè presentare anche la seconda raccolta. Il che mi mette in imbarazzo. Cosa dire di diverso, se non spiegare che il nuovo volumetto prosegue ciò che il primo aveva cominciato a fare? Dunque, la scorsa volta avevo scritto: «La comunità degli zagoriani comprende gli sceneggiatori e disegnatori che spesso e volentieri si uniscono ai lettori nelle tavolate imbandite durante i raduni. E fra gli autori che hanno partecipato figurano anche Sergio Bonelli e Gallieno Ferri, i creatori dello Spirito con la Scure. Troverete infatti i loro autografi nelle pagine di questo libro, che raccoglie gli sketch schizzati dagli illustratori durante pranzi, cene o intervalli fra le conferenze, nel corso degli anni. Ci sono anche alcuni scarabocchi del sottoscritto, dei quali non mi vergogno come dovrei». Purtroppo, c’è da notare che stavolta Sergio Bonelli non c’è, dato che 2014 ci aveva già lasciato da tre anni. Continuo a leggere la mail del maggiorente del Forum: «Potresti parlare dei nostri raduni, con annessi incontri a tavola, facendone un parallelo con i rendez-vous dei trappers di Darkwood (è proprio da quell'idea che sono nati i raduni del Forum SCLS)». Un momento… non avevo fatto un paragone del genere già nella precedente prefazione? Colto dal dubbio, vado a controllare. In effetti, trovo che avevo scritto: «I lettori accumunati dalla stessa passione sentono il bisogno di ritrovarsi come succedeva ai trappers delle foreste del Nord America nella prima metà dell’Ottocento. I “rendez-vous” dei mountain men ebbero il loro momento d’oro nell’arco di tredici anni. Il primo di essi, infatti, si svolse sul fiume Green, al confine tra Utah e Wyoming, nel luglio del 1825. L’ultimo, più o meno dalle stesse parti, ebbe luogo nel giugno del 1837. Il convergere in una vasta radura di centinaia di persone intenzionate a far baldoria faceva sorgere un accampamento che veniva montato e smontato nel volgere di pochi giorni. Gli zagoriani del Forum Spirito con la Scure (per brevità, SCLS) si radunano periodicamente a Milano (nei pressi della Sergio Bonelli Editore) e in città sempre diverse in giro per l’Italia (ma ci sono stati raduni anche all’estero)». Beh, mi pare di aver già detto tutto, se è soltanto un parallelo quello che mi si chiede di tracciare. A meno che non si volesse un vero e proprio saggi storico sui rendez-vous, che necessiterebbe di molto più spazio. Ma se suggeriscono di trattare un argomento che ho già trattato, sarà perché la precedente introduzione non l’ha letta nessuno? Meglio non indagare. In ogni caso, la lettera con cui mi viene commissionato il nuovo testo, continua così: «Naturalmente, sei libero di aggiungere quello che vuoi». Lo spazio, però è limitato: «al massimo, due pagine». Faccio due calcoli. La prefazione precedente era lunga poco meno di 4000 caratteri. Il testo che sto scrivendo adesso è, fin qui, poco più di 4000. Accidenti, non posso aggiungere più niente. E sì che ne avrei di cose da dire. 



domenica 8 marzo 2026

BELLA SCOPERTA!


Zuzzurro & Gaspare
Silver
BELLA SCOPERTA!
Rizzoli
1992, cartonato
130 pagine, 28.000 lire


Nel suo fondamentale saggio dedicato a Silver e intitolato “Only for fans!” (Acme, 1990), Luca Boschi racconta così l’incontro tra il cartoonist e la coppia comica Zuzzurro e Gaspare (lo faccio narrare a lui copiando pari pari il suo testo perché mi piace ricordare Luca e non avrei saputo narrarlo meglio): «Una bella mattina di aprile, mentre Guido Silvestri sta cercando vanamente di concentrarsi sulla tavola di Lupo Alberto in via di esecuzione, resistendo agli allettamenti climatici che lo spingerebbero a passeggiare nei campi, squilla il telefono di casa. Sono Andrea Brambilla e Antonio Formicola, meglio noti come Zuzzurro e Gaspare. Guido, nonostante i due siano molto famosi, non ha mai visto un loro spettacolo, ma li ha identificati ricordando un manifesto pubblicitario di una loro serata a Modena. I due cabarettisti, tra l’altro, confessano a Silver di essere appassionati lettori della sua produzione; e che per alcune loro vecchie gags si erano anche ispirati, qualche volta, alle strisce di Lupo Alberto. L’amicizia è nata subito, come pure l’intesa professionale che ha trasportato Zuzzurro e Gaspare dal set televisivo alla carta stampata, in una serie di strisce e brevi storielle sceneggiate da Brambilla e Formicola ed illustrate da Silver». In una intervista contenuta nel medesimo volume, Guido Silvestri risponde a Boschi a proposito di questa collaborazione: «Zuzzurro & Gaspare sono degli ottimi amici. Oltre ai libri abbiamo collaborato al quotidiano “La Notte”. Nel 1986, per un mese, ci siamo ritrovati davanti alla televisione per fare il commento ai campionati mondiali di calcio. Loro scrivevano degli articoli umoristici, e io li raffiguravo inventando una battuta». I libri nati dalla collaborazione fra Silver e la strana coppia Brambilla & Formicola sono tre: “I casi di Zuzzurro & Gaspare” (Glénat Italia, 1986), “Ciao, io sono il titolo” (Rizzoli, 1988) e “Bella scoperta!” (Rizzoli, 1992). Un quarto volume, soltanto antologico, è stato pubblicato da Vittorio Pavesio nel 2001 con il titolo di “Zuzzurro & Gaspare show”. 
Quanto a “Bella scoperta!”, è importante sottolineare la scritta in fondo al libro: “Finito di stampare nel mese di ottobre 1992”, cioè in perfetta concomitanza con il cinquecentennale dell’approdo di Cristoforo Colombo sull’isola di San Salvador, o almeno questo è il nome con cui viene ricordata dalla tradizione (evento che segna, per convenzione, la fine del Medioevo). La più divertente battuta del piccolo cartonato è infatti quella in cui dalla Santa Maria si leva in grido “Terra! Terra!” mentre gli indigeni gridano “Nave! Nave!”. Non è tutto qui, naturalmente: i testi di Zuzzurro & Gaspare, efficacemente illustrati da Silver, ripercorrono cinquecento anni di storia, mettendo in parodia luci e ombre del mito americano, dallo schiavismo all’epopea western, dall’atomica su Hiroshima a Walt Disney, senza pregiudizi, senza cattiveria, senza indulgenza. Una spettacolo teatrale a fumetti. Concludo segnalando come Andrea Brambilla ci abbia lasciati nel 2013 (era nato a Varese nel 1946), e come Nino Formicola lo abbia ricordato nel 2014 con un libro intitolato “Io sono quello senza barba” (Rizzoli). 

 

domenica 8 febbraio 2026

ANDRA’ TUTTO BENE

 


 

Leo Ortolani
ANDRA’ TUTTO BENE
Feltrinelli
2020, cartonato
530 pagine, 22 euro


La sera di sabato 7 marzo 2020, Giuseppe Conte annunciava che quattordici province italiane sarebbero state dichiarate “zona rossa” per contrastare la diffusione di un virus che si stava dimostrando molto contagioso. Tra queste c’era anche Parma, dove vive Leo Ortolani, “uno dei più importanti e apprezzati fumettisti italiani”, come spiega una nota in appendice a “Andrà tutto bene”. Ho scritto in “appendice” per restare in tema con l’argomento medico-sanitario del libro, naturalmente. Altrettanto naturalmente, l’argomento è quello del lockdown conseguente alla pandemia dal coronavirus Covid-19. Il termine “pandemia” sottintende che il problema riguardava mezzo mondo, compreso dunque il sottoscritto: a mia volta, infatti,  la sera di quel sabato di marzo, al pari di Ortolani, apprendevo che si stava dichiarando off limits anche l’intera Lombardia. Il decreto governativo avrebbe portato la data del giorno seguente, domenica 8. 
Nei miei programmi, il lunedì ancora successivo avrei dovuto trovarmi dietro la mia scrivania, nella redazione della Sergio Bonelli Editore, per occuparmi delle uscite in edicola del parco testate legato a Zagor. Ero a casa, come tutti i weekend, lontano dalla Lombardia: ho capito che se non fossi tornato a Milano prima che chiudessero il cancello, mi sarebbe stato impossibile svolgere il mio lavoro di editor in via Buonarroti. Così, mentre centinaia di persone cercavano di lasciare la città in fuga scapiccolata in direzione Sud, io risalivo verso Nord. Ho trascorso l’intero lockdown da solo, lontano dai congiunti e dalla fidanzata, rintanato nel mio bilocale milanese, da cui uscivo ogni mattina per raggiungere a piedi l’ufficio semideserto, con la gran parte dei colleghi che lavorava in smart working (io lo smart working non l’ho mai sopportato, mi  ritengo un animale da redazione). Ma non sono qui per parlare di me, ma di Leo Ortolani (di cui, peraltro, su questo blog ho parlato spesso). 
Dunque, mentre io facevo vita solitaria in Lombardia, Ortolani si ritrovava segregato con la famiglia. Scrive: “Veniamo sommersi da un’ondata di virologi, fabbricanti di mascherine, esperti di mascherine, carenza di mascherine, l’amuchina come fosse il Graal, corridori, complottisti, portatori di cane, appassionati di crostate, autocertificazioni e morti. Tanti morto”. Passano due mesi così, e Leo comincia a raccontare il proprio lockdow a fumetti, con vignette pubblicate in Rete. “Ogni giorno ho realizzato una striscia sull’emergenza da Covid-19. Ogni giorno ho cercato di far sorridere i lettori, come se la striscia fosse una pillola di zucchero per togliersi di bocca il sapore della tragedia. Mi piace pensare che abbiano aiutato”. In tutto, i giorni di quarantena sono cinquantasette, e le strisce altrettante. Il diario quotidiano di Ortolani si interrompe con il passaggio alla Fase 2. Ci sarebbero state, purtroppo, molte altre fasi, drammatiche e grottesche al tempo stesso, ma “Andrà tutto bene” si conclude con il 3 maggio. Il cartonato che raccoglie le strisce disegnate durante la Fase 1 è datato luglio 2020, praticamente è un instant book. Rileggerle a distanza di tempo fa una strana impressione, suscita ricordi, smuove barconi abbandonati, forse si sorride meno di quanto facevamo in corso d’opera. Il talento di Ortolani resta straordinario: catartico humor nero (a volte nerissimo), satira di costume, sbeffeggiamenti politici, autoironia, tempi comici perfetti. Il tutto senza ricorrere al complottismo (perfettamente comico esso stesso). 
E io? Scusate se torno a parlare di me, ma sicuramente sarete curiosi di sapere che cosa ha pubblicato in Rete il sottoscritto, tutti i giorni, durante il lockdown. Ecco, ho intrattenuto i miei follower su Twitter (quando ancora si chiamava così) twittando quotidianamente aforismi (finiti raccolti in un volume intitolato “Mi ritiro per delirare”) e epigrammi (dati alle stampe in una silloge, “Versacci”). Dato che se ne presenta l’occasione, riporto qui di seguito una selezione dei primi, che sono comunque tutti reperibili sul mio blog nel post “Andrà tutto beh"). Anche a me piace pensare che abbiano aiutato.


ANDRA' TUTTO BEH


Un altro virus al coronavirus: “complimenti per la trasmissione”.

Sopravviveranno solo gli asociali.

Ma chi manifesta i sintomi, si può definire manifestante?

“Abbiamo fatto le analisi e lei risulta non avere il coronavirus ma la leucemia fulminante.” “Che culo!”

Essere ignoranti come capre non ci darà l’immunità di gregge.

Una volta delle città si sapeva dire il nome dello stadio o dell’aeroporto, adesso dell’ospedale.

E io che pensavo che la pandemia forse un dolce come il pandoro, il panettone, il panforte e il pan di Spagna.

Si scoprirà presto che i contagiati sono solo quelli con Saturno contro.

Ma un bel contagio di ninfomania, non era meglio?

Si scoprirà che hanno diffuso il coronavirus per distrarci dalla meteora in arrivo.

L’Epidemia tutte le feste si porta via.

Siccome si può avere il virus senza sintomi, stare bene non promette niente di buono.

Il coronavirus passerà alla storia come il primo virus trasmesso dallo spritz.

Due sono stati i grandi temi dell’informazione durante il lockdown: il numero di morti da Covid e quando sarebbe ripreso il campionato di calcio.

Ma se mi facessero il tampone, potrei dire di essere stato tamponato?

La pandemia mi ha fatto scoprire città che non avevo mai sentito nominare prima: Codogno e Wuhan.

Sono contento di star male con un sacco di sintomi fastidiosissimi che però non assomigliano a quelli del coronavirus. 

Quando andavo a scuola io, le epidemie non succedevano mai.

Il focolaio domestico.

Chi vive la quarantena separato dall’anima gemella, passato il pericolo si sposa. Chi la vive in casa con lei, passato il pericolo divorzia.

Pur di avere qualcosa da fare in casa ho lavato anche i piatti puliti.

Se continuo a ingrassare, quando finirà la quarantena non potrò uscire perché non passerò dalla porta.

Stando tutti in casa risolveremo il problema del coronavirus, ma arriverà quello delle piaghe da decubito.

Tifo per il papa che prega per la fine della pandemia come per lo stregone che fa la danza della pioggia davanti a tutta la tribù speranzosa, e non piove.

Papa sta bene e vuole che d’ora in poi lo si chiami Sua Sanità.

Quando esco di casa spero che la polizia mi fermi, così almeno scambio due parole con qualcuno.

Una conseguenza positiva c’è: vietate le riunioni di condominio.

Ma i virus avranno virus più piccoli che li contaminano? 

Quando si dice che l’epidemia sta raggiungendo il picco, significa che cominceranno ad ammalarsi quelli in montagna?

La chiamano Fase 2 per non chiamarla Lato B, che darebbe meglio l’idea.

Per Pasquetta farò una gita fuori porta fino al sesto piano del palazzo lungo le scale.

Bisogna evitare i luoghi troppi frequentati. Le edicole e le librerie, perciò, vanno benissimo.

Lockdwn. I fumetti continuano a uscire. Beati loro.

La piccola soddisfazione di pensare che se il paziente muore, muore anche lo stupidissimo virus.

Però, dai, meglio morire in una catastrofe epocale piuttosto che inciampando come scemi su uno scalino.

Come dolce pasquale invece delle colombe ci vorrebbero le pipistrelle.

Ma di amuchina quanta se ne deve bere, per immunizzarsi?

Il Tocilizumab era un farmaco usato anche dagli antichi Aztechi.

Secondo me il collutorio Listerine stermina più virus dell’amuchina.

State in casa! “Obbedisco!” (Giuseppe Garibaldi) 

Muoiono i già gravi di altre patologie. “Virus, tu uccidi un uomo morto!” (Francesco Ferrucci) 

Il virus uccide anche gli studiosi. “Eppur si muore...” (Galileo Galilei) 

Contagi anche tra famigliari. “Tu quoque, Brute, infetti mi?” (Giulio Cesare)

Se il virus fosse stato inventato nei laboratori cinesi sarebbe la prima cosa inventata senza copiare.

C’è un altro virus cinese su cui occorrerebbe indagare: quello che nell’antichità trasformò un intero esercito in terracotta, il cui caso venne insabbiato.

Coronavirus: ecco a che cosa serviva la muraglia cinese.

Divertenti le scene viste in Rete in cui gli italiani si accaparrano la pasta. I cinesi hanno riso.