Visualizzazione post con etichetta giornalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giornalismo. Mostra tutti i post

domenica 27 maggio 2018

LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA




Stieg Larsson
LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA
Marsilio
2009, brossurato
864 pagine, 21.50 euro

Fatemi prima fare la mia dichiarazione d’amore a Lisbeth Salander, un personaggio straordinario, sfaccettato e potente, raccontato così bene e così bene caratterizzato da farmi credere che esista realmente. Quindi: Lisbeth ti amo, entra nel mio computer quando vuoi.
Terminare una lettura e sentire che in realtà il libro vive di vita propria e convincersi che continui ad evolvere le proprie vicende indipendentemente non solo dal lettore ma perfino dal suo autore è quanto di meglio e di più si può ottenere da un racconto. Le buone storie sono quelle che hanno dei buoni personaggi e la trilogia di “Millennium” dello svedese Stieg Larsson ne ha a decine, oltre a Lisbeth.  C’è anche un’altra caratteristica da cui tutti gli scrittori dovrebbero imparare:  “Millennium” ha una trama. Anzi, più di una, in verità, come la vita di ognuno di noi. I buoni personaggi di Larsson non si guardano l’ombelico ma agiscono, a volte come motori dell’azione a volte per reazione a quel che accade loro. Capitano dei fatti,  sicuramente abbastanza intriganti da essere interessanti da raccontare, ma anche raccontanti in modo così interessante da diventare intriganti più che mai.

Ciò detto, chiarisco subito che “La regina dei castelli di carta” è il terzo capitolo di una trilogia pubblicata in Svezia (un volume all’anno) tra il 2005 e il 2007, composta anche da una prima parte intitolata “Uomini che odiano le donne” e da una seconda intitolata “La ragazza che giocava con il fuoco”.  La trilogia è nota complessivamente con il nome di “Millennium”, dal titolo di una rivista la cui redazione fa da centro di gravità permanente agli avvenimenti raccontati. Colpisce il fatto che l’autore non abbia potuto assistere all’enorme successo a livello mondiale della sua saga perché è morto nel 2004 (a soli cinquant’anni, per infarto) e dunque si tratta di romanzi pubblicati postumi. Pare che nelle intenzioni di Larsson i romanzi dovessero essere dieci. Un quarto e un quinto episodio sono stati scritti da un altro svedese, David Lagercrantz, che ha proseguito la serie. Però, questi ulteriori capitoli non reggono il confronto con i primi tre, che per fortuna si possono leggere con un senso compiuto e giungendo a un punto fermo. Per la precisione, “Uomini che odiano le donne” permette una lettura autoconclusiva presentando i personaggi di Lisbeth Salander (una hacker bisex dalla personalità border line e dal passato traumatico che le perseguita anche il presente) e di Mikael Blomkvisk (il direttore della rivista “Millenium”) alle prese con un torbido mistero da risolvere (quello della scomparsa di una ragazza avvenuta trent’anni prima in circostanze misteriose). I due successivi titoli formano invece un’unica storia divisa a metà, quella in cui si svela il passato di Lisbeth e si regolano i conti con il padre, un russo psicopatico,  Alexander Zalachenko, ex spia russa protetta dai servizi segreti svedesi. Perciò, non si può leggere “La regina dei castelli di carta” senza aver letto prima “La ragazza che giocava con il fuoco”. Il romanzo infatti comincia esattamente là dove si era concluso il precedente, che in effetti non si era concluso: un complicato groviglio di vicende aveva  portato Lisbeth e il padre a cercare di uccidersi a vicenda con il risultato di essersi ridotti entrambi in fin di vita (addirittura, la ragazza viene ricoverata con una pallottola nella testa). Il gruppo di agenti segreti che per anni hanno garantito impunità a Zalachenko cerca di impedire che le indagini portino alla luce del sole tutte le loro malefatte. Mikael Blomkvisk mobilita “Millennium” in difesa di Lisbeth. Si resta intrigati e con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina.

Sarebbe sbagliato etichettare “Millennium” come una saga poliziesca, nonostante ci siano dei casi giudiziari e dei misteri da svelare. Stieg Larsson orchestra una partitura ricca di elementi e punto d’incontro fra generi diversi: storia, politica, giallo, spionaggio, avventura, erotismo. Ma, soprattutto, porta avanti denunce contro la violenza sulle donne,  sul neonazismo, sulla corruzione, sul potere della stampa e perfino, ante litteram, sulle fake news; affronta i temi della deontologia professionale, dibatte sulla correttezza politica, esplora da competente le nuove tecnologie e l’universo degli hacker. La sua prosa può sembrare basic per come è immediata ed essenziale, ma in realtà riesce a scavare in maniera efficacissima nelle personalità dei personaggi. E che talento da affabulatore!

venerdì 1 dicembre 2017

IL RAGAZZO CATTIVO




Kate Summerscale
IL RAGAZZO CATTIVO
Einaudi
2017, cartonato
360 pagine, 21 euro

Kate Summerscale, narratrice di grande talento, ha trovato un genere letterario che le calza a pennello: la ricostruzione, storica e giornalistica al tempo stesso, di fatti di cronaca nera dell'Inghilterra di fine Ottocento. Il suo primo libro tradotto in Italia (nel 2008), "Omicidio a Road Hill House", ha vinto il Johnson Prize per la saggistica: è strepitoso e, se vi interessa leggerla, trovate una mia recensione qui.
Nel 2013 ha pubblicato "La rovina di Mrs Robinson. Storia segreta di una donna vittoriana" e nel 2016 ecco "Il ragazzo cattivo". In realtà il tredicenne Robert Coombes non è affatto, o non sembra, un ragazzo cattivo, finché non compie un unico, inspiegabile ed efferatissimo gesto: uccide a coltellate la mamma. Poi, come se nulla fosse, chiuso il cadavere nella stanza da letto, per una decina di giorni inventa plausibili scuse per giustificarne l'assenza agli occhi del vicinato e si occupa del fratellino Nattie. Siamo a Londra, in un quartiere povero ma non malfamato, nel 1895. Il padre di Robert è un marinaio assente da casa per lunghe settimane e quando viene informato dei fatti si trova a New York. Una volta scoperto il delitto (il cadavere della madre è ormai preda delle larve e il fetore si diffonde anche all'esterno della casa), Robert viene imprigionato e processato ma, a causa della giovane età, non può essere giudicato pienamente colpevole e viene chiuso in un manicomio (fortunatamente, teso alla riabilitazione dei pazienti e dove i detenuti godono di un trattamento umano) con la formula "finché Sua Maestà lo riterrà opportuno". 
Il giovane Coombes mantiene un contegno impassibile e dignitoso durante tutto il dibattimento, non nega i fatti, non prova a giustificarli. Non si riesce a capire perché un ragazzo che non è mai stato né ribelle né violento e che ha sempre, anzi, dimostrato una intelligenza superiore al normale abbia potuto accoltellare la madre, una donna che non sembrava più severa di tante altre e contro la quale nessuno aveva potuto testimoniare niente. Robert leggeva molti "penny dreadful, ovvero i romanzetti di paura antesignani dei fumetti, ma l'idea che potesse esserne rimasto influenzato venne scartata dai giudici di allora (chissà, forse quelli di oggi l'avrebbero presa in considerazione). Kate Summerscale ricostruisce con dovizia di particolari i fatti, la realtà sociale, economica e culturale in cui avvennero, il meccanismo giudiziario, l'atteggiamento del collegio giudicante e della giuria popolare, la vita in manicomio del giovane assassino. Poi, l'autrice (abilissima nel setacciare i giornali del periodo e gli archivi storici e nel raccogliere testimonianze in ogni dove) segue il percorso di redenzione di Robert: fu un paziente modello durante la detenzione, lavorò come sarto, studiò, imparò a suonare, e nel 1912 (all'età di trent'anni) venne rimesso in libertà. Si trasferì in Australia e tornò in Europa durante la Prima Guerra Mondiale essendosi offerto volontario: fu un soldato coraggioso, protagonista di atti di eroismo, e ricevette encomi e premi. Si sposò e adotto un figlio in Australia, dove morì nel 1949 rispettato a amato da tutti. Una vera redenzione, la sua, un percorso esemplare. Kate Summerscale conclude la sua indagine tentando di capire, con l'aiuto di alcuni psicologi, come possa essere accaduto nella vita di un uomo del genere il folle scatto che all'età di tredici anni lo portò a uccidere la madre. Vengono fornite varie ipotesi, nessuna a mio parere del tutto convincente. Certe cose forse non si possono spiegare. "Il ragazzo cattivo" si legge come un romanzo, ma sono tutti fatti veri.

domenica 31 luglio 2016

LA SECONDA VITA DI MAJORANA


LA SECONDA VITA DI MAJORANA
di Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini
Chiarelettere
2016, brossurato
200 pagine, 16.90 euro

"Finalmente risolto uno dei più misteriosi gialli italiani - uno scoop internazionale", recita la scritta sulla fascetta. Che la misteriosa scomparsa del fisico Ettore Majorana, uno dei geniali "ragazzi di via Palisperna" radunati attorno a Enrico Fermi negli anni Trenta, sia uno dei più affascinanti casi di sparizione nel nulla su cui si sia indagato dal 1938 in poi, non ci sono dubbi. Che il giallo però possa essere del tutto risolto dopo la pubblicazione di questo elettrizzante libro, però, è difficile poter concordare. Vedremo perché dopo aver riassunto per sommi capi la vicenda. Ettore Majorana, catanese classe 1906, è un ragazzo prodigio in grado di intuizioni matematiche fuori del comune e con capacità di calcolo e di analisi in grado di competere con le menti più eccelse della fisica teorica. Enrico Fermi lo chiama a lavorare con lui, il rapporto fra i due però è conflittuale. Majorana ha un carattere introverso, è solitario e riservato, pare sfortunato in amore. Per di più il periodo di Via Panisperna prelude alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, di cui forse Ettore intuisce l'apocalittica portata. Fatto sta che dopo aver lasciato alcune lettere sibilline in cui fa capire di aver maturato una decisione drastica, sparisce nel nulla. Ha però ritirato tutti i suoi risparmi e si è portato dietro il passaporto. Anche per ordine di Mussolini, il giovane scienzato viene cercato dovunque ma le ricerche sono vane. C'è chi teme un suicidio (si sarebbe affogato in mare gettandosi da una nave di linea in navigazione fra Palermo e Napoli - viaggio per cui aveva comprato un biglietto), chi lo ritiene rifugiato in un convento, chi giura di averlo riconosciuto in un barbone che vive alla macchia. Finché, nel 2008, un settantenne di Latina, Enrico Fasano, presenta alla magistratura (dopo aver contattato la trasmissione "Chi l'ha visto?") una foto scattata in Venezuela negli anni Cinquanta (là dove lui era emigrato in cerca di lavoro, essendo in quel periodo quel Paese ricco e pieno di opportunità). La foto lo mostra, lui poco più che ventenne, con un cinquantenne che sembra proprio essere Ettore Majorana, ma che diceva di chiamarsi Bini. Almeno, tutte le perizie effettuate dagli inquirenti danno esito positivo: Bini, stando agli esperti, è Majorana. Fasano ricorda Bini come un amico molto riservato di cui però sapeva poco, proprio in ragione del fatto che non raccontava quasi nulla di sé. Di lui perse le tracce durante un colpo stato avvenuto in Venezuela nel 1958, che lo obbligò a ritornare in Italia. Che fine abbia fatto Bini, non si sa. Fasanbo cita però degli amici comuni, un certo Nardin, un certo Carlo, un certo Ciro. Uno di loro, Carlo, gli avrebbe appunto detto che Bini non era il vero nome dell'uomo, che in realtà si chiamava Majorana ed era uno scienziato. Non solo: Fasano è in grado di esibire una cartolina scritta da un fratello di Majorana a un amico americano, che Bini aveva con sé e che per caso è rimasta nelle sue mani. Purtroppo Fasano è morto nel 2011, ma i tre autori dell'inchiesta alla base del libro hanno potuto ricostruire molti altri particolari parlando con la sua famiglia, depositaria di confidenze e ricordi non finiti nei verbali della magistratura. Borello, Gironi e Sceresini sono partiti per il Venezuela (uno dei paesi del mondo in cui è più difficile indagare, per le difficoltà economiche attuali e l'imperversare di banditi pronti a uccidere chiunque in qualsiasi luogo). "La seconda vita di Majorana" ricostruisce passo per passo la loro inchiesta, e la lettura è avvincente. Il racconto di Fasano trova di decine di conferma, anche solo per "sentito dire". Tutti ci aspettiamo, a un certo punto, una prova regina: che però non c'è. Anzi, se abbondano gli indizi mancano le tracce. Per ogni tassello che va al suoi posto ci sono cento "non ricordo", "non risulta", "niente è agli atti". E' vero che ci sono mille motivi che giustificano la mancanza di riscontri concreti, fatto sta che tutto resta approssimato. L'indagine sembra condurre, a un certo punto, a una sorta di laboratorio segreto del governo venezuelano, dove probabilmente Majorana aveva qualche incarico scientifico: sembra però la trama di un film di spionaggio. Gli elementi ci sono, ma le conclusioni no. I dubbi più clamorosi, secondo me, sono sollevati dagli anni che, a quanto pare, il fisico trascorse a Buenos Aires: varie testimonianze affermano che il catanese vivesse in Argentina con il suo vero nome e frequentasse la comunità italiana. Chi dice di averlo incontrato (senza poter esibire prove) sostiene che la sua fuga fosse dovuta ai dissapori con Fermi. Solo i sommovimenti politici dopo il crollo del peronismo lo avrebbero convinto a spostarsi, con l'amico Carlo, nel vicino e (in quel momento) ospitale Venezuela. Ecco: capisco la difficoltà di trovare tracce di un fantomatico Bini (nome falso) in territorio venezuelano, ma possibile che non resti traccia nei luoghi dei lunghi anni argentini, trascorsi presentandosi proprio come Ettore Majorana? E sarà mai possibile, che uno che scompare ed è risercato dovunque, non si celasse sotto una falsa identità? Anche in questo caso gli autori dell'indagine fanno ipotesi sul perché di certe testimonianze non si trovino conferme, ma ecco, se fossi io a indagare, più che sul Venezuela mi concentrerei su Buenos Aires. Per concludere: Borello e compagni mi hanno convinto sul fatto che Bini fosse Majorana e che dunque il fisico fosse vivo attorno al 1955 in Sud America, mentre resta nel mistero quale fosse il suo lavoro (onesto, o invischiato con i servizi segreti di potenze straniere?). C'è spazio un altri libri. E per cento film, fumetti e romanzi.

mercoledì 22 giugno 2016

PROFUGOPOLI



PROFUGOPOLI
di Mario Giordano
Mondadori, 2016
cartonato, 170 pagine
18.50 euro

Per una mia personale idiosincrasia, detesto e non leggo gli "istant books", i libri che commentano l'attualità, le inchieste giornalistiche che battono il ferro finché è caldo. Questo perché si tratta di testi destinati a invecchiare nel giro di un pochi mesi o di pochi anni, superati dagli eventi, contraddetti da ulteriori documenti e approfindimenti giunti in un secondo momento, privi di analisi a palle ferme e di ponderazioni sedimentate. Per la cronaca del presente, a mio avviso, bastano i giornali; per le ricostruzioni storiche (queste sì interessanti) serve che sia passato del tempo e i fatti si possano valutare con il necessario distacco tipico dello studioso. Tuttavia a volte faccio delle eccezioni, di cui di però di solito mi pento. Nel caso di "Profugopoli" il mio giudizio è senza infamia e senza lode, a parte per il grafico che ha ideato la copertina, sicuramente da infamare. Premesso che l'argomento è interessante, Giordano non aggiunge nulla (se non la dovizia di particolari) a quel che già si sa o si può facilmente immaginare su un mangiamangia fra i tanti che infestano lo Stivale. Va detto che l'autore non prende di mira gli immigrati, i profughi, i migranti o comunque i disperati che cercano asilo. Anzi, fin dalla sua introduzione difende i diseredati del mondo e soprattutto chi fa del vero volontariato, e chi cerca di aiutarli in modo onesto, generoso e disinteressato. Il bersaglio del pampleth sono gli approfittatori, i furbetti, le cavallette giunte a pasteggiare sul raccolto destinato ad altri, gli intrallazzatori, tutta la pletora di associazioni create ad hoc, di cooperative cambiate di destinazione, di privati ammanicati con i politici che hanno messo su un formicaio di divoratori di sostanze pubbliche sfruttando l'emergenza. Gente che non ha la minima competenza in materia improvvisamente ottiene l'appalto di forniture destinate all'emergenza e incamera quanto più denaro possibile senza erogare i servizi previsti. La gestione di ogni emergenza, in Italia, attira frotte di parassiti conniventi con i politici che dalla distribuzione di fondi guadagnano clientele o partecipazioni agli utili. Sulla pelle, ovviamente, dei poveracci. La casistica elencata da Giordano è disperante ed esilarante al tempo stesso, come l'accoglienza affidata a Firenze a una società di derattizzazione, o a Vibo Valentia all'Arcipesca. Cooperative che erano in passivo riescono miracolosamente a tornare in attivo, ma con soldi che in teoria non erano destinati a loro, e via dicendo. C'è di che scuotere la testa. Manca, tuttavia. quell'analisi del perché e percome delle migrazioni o sulle alternative proposte per affrontare il problema o sulle prospettive future di fronte al cambiamento epocale a cui siamo di fronte. Mi si dirà che il libro è appunto un'inchiesta giornalistica e non un saggio storico o sociologico. Ne prendo atto e appunto confermo il mio pregiudiziale disinteresse verso il genere.

venerdì 19 febbraio 2016

RASSEGNA STANPA



RASSEGNA STANPA
di Federico Sardelli
Edizioni de Il Vernacoliere
2012, cartonato
120 pagine

Del genio comico grafico e letterario di Federico Sardelli e del suo multiforme ingegno che lo porta a primeggiare anche come serissimo direttore d'orchestra a livello internazionale, ho scritto molte volte. Di recente, ho recensito qui le sue "Proesie". Se non l'avete già fatto, procuratevi i libri del "Vernacoliere" che raccolgono i suoi "Miracoli di Padre Pio", le sue "Più belle cartoline dal mondo", i suoi racconti del libro "Cuore" e tutte le altre antologie destinate a tramandare ai posteri le esilaranti facezie che da anni pubblica sul mensile satirico livornese. Questo nuovo libro (120 pagine di grande formato, cartonato, tutto a colori) raccoglie le prime pagine della sua "Rassegna StaNpa" (il refuso è, evidentemente, voluto) che prende clamorosamente in giro alcuni quotidiani, dal Sole 24 Ore a l'Avvenire, con particolare accanimento nei confronti de "La Nazione", de "L'Osservatore Romano" e de "Il Giornale" (la labrionicità dell'autore non si smentisce, insomma). Le testate vengono storpiate di volta involta in "La Razione (di cazzate quotidiane)", "Il Gi-Orinale", "L'Oscuratore Romano". I titoli sono esilaranti, anticlericali e politicamente scorretti, i falsi articoli (tutti leggibili) ancora di più. Divertente da mozzare il respiro dal gran ridere.