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martedì 23 giugno 2026

IL RESPIRO E IL SOGNO

 

 


 

Giancarlo Berardi

Ivo Milazzo

IL RESPIRO E IL SOGNO

Sergio Bonelli Editore

2025, cartonato

140 pagine, 25 euro

Prefazione di Graziano Frediani

Tra le opere di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, Il respiro e il sogno è quella che più mi ha folgorato (e sì che mi hanno folgorato quasi tutte). Si tratta di una raccolta di quattro storie mute con protagonista Ken Parker, una per ogni stagione, pubblicate originariamente su rivista e poi riunite in volume. La prima, “Cuccioli”, apparve su Orient Express nel 1984: una bellissima favola senza parole, tenera e tragica allo stesso tempo. Ambientata in un gelido e innevato bosco invernale, non ha bisogno di dialoghi per trasmettere emozioni profonde. Le altre tre – “La luna delle magnolie in fiore”, “Soleado” e “Pallide Ombre” – completano il ciclo con lo stesso approccio visivo raffinato e poetico. Berardi & Milazzo rinnovano il western tradizionale attraverso un’ottica problematica e psicologicamente profonda, contaminata da cinema, letteratura, musica e fumetto.

Le tavole sono colorate dallo stesso Ivo Milazzo, straordinario disegnatore ma anche copertinista e acquarellista eccezionale. Proprio l’acquerello diventa strumento di narrazione al pari delle chine e della sceneggiatura.  Giancarlo Berardi, del resto, quale sceneggiatore, raggiunge livelli altissimi di finezza espressiva. La sua tecnica è fatta di continua variazione dei campi e dei piani di inquadratura, collegamenti arditamente sintetici, zoomate, controcampi, dissolvenze e corrispondenze simmetriche nella costruzione delle tavole e nella loro scansione. Inquadrature calibrate con precisione, uso magistrale della dissolvenza, soggettive, sguardi “in camera”, rimandi fra oggetti, luoghi e persone: la scrittura di Berardi richiede al lettore un atteggiamento attivo e un livello di cooperazione alto, rivelando quanto il fumetto possa avere strutture elaborate e complesse.

Gli episodi de Il respiro e il sogno coincidono non a caso con il trasferimento di Ken Parker dalla serie mensile bonelliana alla  rivista Orient Express, trasferimento che sottolineava le caratteristiche da “fumetto d’autore” del personaggio. È doveroso, oltre che benemerito, il fatto che la Sergio Bonelli Editore ristampi in eleganti volumi da libreria le migliori opere di Berardi & Milazzo, affiancando la ristampa da edicola dell’intera collana di Ken Parker. 

Da ultimo, una curiosità: nella storia “Ai tempi del Pony Express” (1997), che racconta in flashback un episodio risalente a quando Ken aveva diciotto anni, rivediamo l’indiano Due Pance, amico di gioventù di Ken già apparso in “Pallide Ombre”, l’episodio autunnale de Il respiro e il sogno

 

Su Berardi e Milazzo, in questo blog:

Fin dove arriva il mattino

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2025/10/fin-dove-arriva-il-mattino.html

Julia nel paese dei burattini  

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2022/08/julia-nel-paese-dei-burattini.html

Giancarlo Berardi, un narratore fra le nuvole

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2023/10/giancarlo-berardi-un-narratore-fra-le.html

Il boia rosso

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2020/03/il-boia-rosso.html

 

martedì 6 gennaio 2026

BRIAN THE BRAIN L’INTEGRALE



 
Miguel Angel Martin
BRIAN THE BRAIN
L’INTEGRALE
Nicola Pesce Editore
2015 – cartonato
b/n – 470 pagine -Euro 25.00

“Ho conosciuto Brian The Brain agli inizi degli anni Novanta, quando sono andato al Salon del Comic di Barcellona. In una fanzine molto colta, Krazy Komics, mi appaiono due pagine, pulitissime, asciutte, cariche di emozioni varie e contrastanti, che mi rimasero impresse nella memoria e nel cuore”, racconta nella sua prefazione Jorge Vacca, il primo editore di Brian in Italia. Il quale prosegue: “Due anni dopo torno al Salone e un caro amico mi presenta Miguel Angel Martin, una persona amabile, gentile, solare, a cui piace il vivere. Ma al di là delle qualità umane, il suo profilo artistico confina con il genio. La nostra amicizia è cresciuta attraverso le vicende giudiziari, saloni di fumetti, centri sociali e, principalmente, trattorie e bar. In quegli anni usciva in Spagna il primo albo di Brian The Brain. Appena arriva nelle mie mani, ricordo subito le due pagine viste anni prima: di nuovo fa una breccia nel mio intelletto. Mai fino a quel momento avevo letto un fumetto del genere, dove tutti i sentimenti contrastanti erano condensati in trentadue pagine. Un gioiello letterario e grafico”.

L’editore fa cenno ad alcune vicende giudiziarie. Assurdo, ma vero. 
Nel maggio del 1995 la Digos sequestra nella sede delle Edizioni Topolin albi e tavole originali di  Miguel Angel Martin, quelle del suo volume Psycho Pathyas Sexualis, incurante del valore artistico dell’opera e della fama mondiale dell’autore spagnolo (definito dal Time “uno dei migliori fumettisti europei” e incluso dalla rivista The Face  nella lista dei disegnatori del secolo). L’accusa è di istigazione al delitto e al suicidio. Nel 1997 giunge, fortunatamente, l’assoluzione. Quelli erano gli anni del processo, altrettanto assurdo, a un gruppo di disegnatori e sceneggiatori della rivista Intrepido. Chi volesse saperne di più, può leggere un mio articolo sulla vicenda pubblicato sul blog “Freddo cane in questa palude” (cliccare dove evidenziato).

Ma torniamo a Brian The Brian – L’integrale, volume pubblicato da Nicola Pesce Editore. Brian è un bambino nato deforme (senza calotta cranica) ma con poteri paranormali superiori, a causa degli esperimenti fatti da una società biotech sul corpo della madre - che sottoponeva come cavia volontaria a radiazioni e a farmaci. Vediamo Brian crescere per tutto il volume fino alla morte, attraversando incubi tecnologici e abissi di disumanità, dotato però di una purezza e una delicatezza tutte sue a contatto con altri bambini ammalati o handicappati o freak, messi a confronto con persone ritenute "normali", ma non meno mostruose. 
Un capolavoro inquietante, raggelante, angoscioso eppure accattivante. Martin ha portato avanti altre serie unite da questi comuni denominatori, tutt'altro che minimi. Una, Life fading, racconta di un individuo che fa il libero professionista che si occupa di staccare la spina ai malati terminali e nello stesso tempo di donare il seme per la procreazione in provetta. Un’altra, Bug, parla di un insetto che vive tra i peli pubici di una donna. Da leggere e da restare di stucco: mai disegni tanto semplici, quasi elementari, hanno avuto un simile potere sul lettore. Entrambe queste serie sono state raccolte in volume da Nicola Pesce.





    

venerdì 17 ottobre 2025

MAIGRET E LA STANGONA

 


Georges Simenon
MAIGRET E LA STANGONA
Adelphi
2003, brossurato
168 pagine, 11.40 euro

Maigret et la Grande Perche (questo il titolo originale), pubblicato anche come “Maigret e la Spilungona”, è datato 1951 e costituisce il trentottesimo romanzo dedicato da Georges Simenon (1903-1989) al commissario che lo ha reso celebre, anche se lo scrittore belga merita la notorietà anche per le sue opere non poliziesche, e mi meraviglio sempre, quando penso che non gli è stato attribuito il Nobel per la letteratura (lo penso anche riguardo Stephen King).  
Da “Maigret e la Stangona” è stato tratto un film nel 1956, diretto da Stany Cordier, con Maurice Manson nel ruolo del commissario parigino, intitolato “Maigret dirige l’inchiesta”.
 
Di Maigret e di Simenon abbiamo parlato moltissimo in questo blog, approfondendo la figura del personaggio e quella del suo autore. Se volete leggere quali romanzi sono stati recensiti, cercate il nome dello scrittore nell’indice di “Utili sputi di riflessione” e poi potete cliccare su ogni titolo raggiungendo così la singola scheda.

 
I romanzi con il burbero poliziotto del Quai des Orfèvres danno dipendenza, e una volta assuefatti non si riesce a smettere (per fortuna ci sono settantacinque dosi). Maigret finisce per apparirci un personaggio reale, di cui Simenon è il semplice biografo. In questo episodio, lo vediamo alle prese con un caso che sembra, inizialmente, di facile soluzione: c’è un sospettato molto sospetto, il dentista Guillaume Serre, molto scaltro nell’evitare di essere incastrato, ma a un certo punto il commissario si rende conto che le cose non sono andate come sembrano. Tra i personaggi, oltre a Serre e alla vecchia madre con cui vive,  spicca Ernestine, ex prostituta che scopriamo essere una vecchia conoscenza del poliziotto (è lei la “stangona”), venuta a chiedere a Maigret di indagare su un cadavere senza nome che suo marito Alfred (un topo d’appartamento) dice di aver visto in una casa dove era penetrato, ma di cui non c’è traccia. Come al solito, il commissario si dimostra abile psicologo e capace di instaurare empatia con l’umanità dei bassifondi. 



mercoledì 15 ottobre 2025

I MILANESI AMMAZZANO AL SABATO

 

 


 
Giorgio Scerbanenco
I MILANESI AMMAZZANO IL SABATO
Garzanti
2014, brossura
200 pagine, 8.90 euro


“Scerbanenco sapeva ricostruire i meccanismi imperfetti che portano una persona a compiere un crimine”, scrive Piero Colaprico (il cui giudizio è riportato in quarta di copertina). Non solo, aggiungo io: Giorgio Scerbanenco (1911-1969) era uno scrittore in grado di ricostruire qualunque tipo di meccanismo psicologico e di rappresentare le più diverse realtà con l’efficacia e il talento non soltanto del grande narratore, ma anche dell’affabulatore versatile capace di spaziare attraverso i generi più diversi, nobilitando da par suo quelli considerati di minor pregio. E’ sbagliato, infatti, considerarlo soltanto un autore di gialli, o meglio di polizieschi o di noir. Il lungo elenco dei suoi libri comprende anche romanzi sentimentali o addirittura western. Non c’è dubbio, tuttavia, che sia stato il personaggio di Duca Lamberti a dare a Scerbanenco una grande, seppur tardiva, popolarità. In tutto, le avventure del medico milanese radiato dall’Ordine per aver praticato una eutanasia e poi diventato un poliziotto, sono soltanto quattro. La morte prematura colse il suo creatore lo stesso anno, il 1969, in cui riuscì a dare alle stampe il quarto titolo, appunto “I milanesi ammazzano al sabato”. Il primo episodio della serie, “Venere privata”, era uscito soltanto tre anni prima, nel 1966. Avevano fatto seguito “Traditori di tutti” e “I ragazzi del massacro”. Di Scerbanenco e di Duca Lamberti abbiamo parlato a lungo in questo blog, perciò chi volesse approfondire l’argomento non ha che da cliccare sui titoli colorati, con il link alle singole recensioni. Probabilmente, dei quattro, è proprio “I milanesi ammazzano al sabato” il romanzo meno riuscito, e chissà se è soltanto una mia suggestione quella di leggere fra le righe l’ansia dello scrittore di riuscire a completare l’opera, lasciando qua e là perfino i segni di una mancata revisione. Tuttavia, Scerbanenco non delude neppure quando va di fretta e il livello resta alto. L’indagine di Duca Lamberti, che si svolge tra Milano e Lodi, riguarda la scomparsa di una giovane donna affetta da un ritardo mentale, Donatella Berzaghi, costretta alla prostituzione e poi trovata poi morta (uccisa in modo orrendo, bruciata viva all’interno di un covone di paglia). C’è però chi cerca di arrivare prima di lui a mettere le mani sugli assassini: il padre della ragazza. I quattro romanzi con protagonista Duca Lamberti portano avanti anche le vicende personali e sentimentali del problematico personaggio, come la sua storia d’amore con Livia Ussaro, del cui volto sfregiato si sente responsabile, o come l’eredità morale del padre poliziotto o le conseguenze della scelta del medico di aiutare una malata terminale a porre fine alle sue sofferenze. Nel finale de “I milanesi uccidono al sabato” giunge la riabilitazione dell’Ordine che lo aveva radiato, e resta il dubbio se Duca tornerà a indossare il camice bianco o se invece continuerà a fare il poliziotto.


martedì 14 ottobre 2025

SVENUTO AL MONDO


 

Maurizio Manco
SVENUTO AL MONDO
Edizioni Cenere
2024, brossurato
50 pagine, p.n.i.

“Svenuto al mondo” è una raccolta di aforismi originali, cioè non citati. A parte il fatto che gli aforismi più belli li ha scritti Anonimo, devo confessare la mia passione per questo genere letterario in cui si sono cimentati scrittori, poeti, scienziati, umoristi, pensatori di tutte le epoche. Tant’è vero che nel 1994, i Meridiani Mondadori hanno dato alle stampe una antologia in due volumi “Scrittori italiani di aforismi”, curata da Gino Ruozzi, comprendente cinquanta autori distribuiti su oltre seicento anni di storia, da Taddeo Alderotti (1223-1295) a Pietro Ellero (1833-1933). Fin da giovanissimo mi sono appuntato su un quaderno le frasi che più mi folgoravano, in cui mi imbattevo leggendo. Poi ho cominciato a collezionare raccolte di aforisti illustri, da La Rochefoucauld a Krauss passando per Roberto Gervaso. Ho tenuto per anni una rubrica su un giornaletto in cui segnalavo le sentenze o le battute migliori divise per argomento, intitolata “Cattivi pensieri”. Infine ho preso scriverne io, e più o meno duemila sono stati pubblicati in tre raccolte, “Utili sputi di riflessione”, “Sarò bre” e “Mi ritiro per delirare”. Ritenendomi un discreto cultore della materia, ho la pretesa di spiegare qualcosa che forse non tutti sanno e cioè che le parole “aforisma” e “orizzonte” hanno la medesima etimologia. Derivano infatti dal verbo greco horízo, “separo”. Apó e horízo significano “separo da” ma anche “circoscrivo” e dunque aphorismós  vale come “definizione”. L’orizzonte è ciò che lo sguardo circoscrive separandolo dal tutto, e l’aforisma è ciò che poche parole possono contenere in uno spazio limitato. 
Il primo a usare la parola “aforisma” fu Dante, che nel "Paradiso" scrive: “Chi dietro a iura e chi ad amforismi / sen giva, e chi seguendo sacerdozio”. Vale a dire: c’è chi studia legge, chi medicina e chi si fa prete. Gli “amforismi” sono dunque precetti medici. Quelli di Ippocrate, senza dubbio, i cui detti e le cui sentenze venivano tramandate da secoli come base della scienza medica. Ma anche quelli di Taddeo Alderotti, contemporaneo dell’Alighieri, che abbiamo già citato: si tratta dell’autore di un “libello per conservare la sanità del corpo”, scritto in volgare. Per dare un esempio, ecco cosa raccomanda l’Alderotti: “quando ti levi la mattina de letto distenderai le tue membra, perché la natura ne prende conforto, e il naturale caldo se ne conforta e fortifica le membra”. Insomma, appena alzati bisogna fare stretching . Da questo tipo di aforismi, si passa gradatamente a quelli delle epoche successive che prima propongono massime religiose, poi morali. Dai consigli per la salute a quelli per lo spirito. In ogni caso, “medicina per l’uomo, questa è l’essenza dell’aforisma”, scrive Giuseppe Pontiggia. A partire dalla seconda metà del Seicento, per merito dei francesi, gli aforismi cominciano a diventare anche spiritosi. Meno male, perché tra il serio e il faceto, preferisco il faceto.  Gli aforismi sono una forma d’arte paragonabile alla poesia: ogni singola parola ha un peso enorme e il loro significato va incredibilmente al di là delle dimensioni del testo con cui lo si esprime. Gesualdo Bufalino, del resto, diceva: “un aforisma ben fatto sta in otto parole” (contate quelle usate: sono appunto otto). Si può fare di meglio: “un buon aforisma sta in sette parole” (contate quelle usate, sono appunto sette). Non ne servono molte di più per colpire immediatamente nel segno con più efficacia di qualunque lungo discorso. Del resto, “quando non si sa scrivere, un romanzo riesce più facile di un aforisma”, sosteneva Karl Kraus in "Detti e contraddetti", uno dei miei livres de chevet. E aggiungeva: “Ci sono certi scrittori che riescono a esprimere già in venti pagine cose per cui talvolta mi ci vogliono due righe”. 
Ammetto che mi sono dilungato decisamente troppo per un elogio della brevità. Maurizio Manco, del resto è stato brevissimo: “Svenuto al mondo” conta solo centocinquanta aforismi distribuiti su trenta pagine. Le cinquanta complessive ospitano una postfazione, apprezzabilissima, di Simona Abis, l’indice e i frontespizi. Tanta stringatezza va tutta a vantaggio della qualità della produzione, distillata e non diluita. “Stento a credermi”, recita uno dei motti, buon esempio del talento dell’autore. Ma anche “E finsero tutti felici e contenti”. Ne cito altri tre e facciamo cinque: “Voglio tutto e dubito”; “Non voglio smettere di sfumare”; “Son cose che decapitano”. Gli altri centoquarantacinque li tengo per me nella mia collezione, ormai cospicui, di raccolte di aforismi. Naturalmente, se volete leggerli, potete cercare di procurarvi anche voi l’aureo libello.


lunedì 13 ottobre 2025

FIN DOVE ARRIVA IL MATTINO

 
 
 


Giancarlo Berardi
Ivo Milazzo
FIN DOVE ARRIVA IL MATTINO
Sergio Bonelli Editore
2025, cartonato
138 pagine, 25 euro

“Fin dove arriva il mattino” è il capitolo finale della saga di Ken Parker. Una saga
 che ha segnato la mia vita (e quella di moltissimi altri), iniziata nel 1977 e conclusasi nel 2015 con il cinquantesimo volume di una riedizione distribuita in edicola da Mondadori Comics, contenente l’unica avventura inedita  in una collana che aveva ristampato, nelle quarantanove uscite precedenti, tutti gli episodi di Lungo Fucile. A distanza di dieci anni, Sergio Bonelli Editore (in occasione di una nuova riproposta  dell’intera serie) dà alle stampe un volume cartonato e di pregio, destinato al circuito delle librerie, della storia conclusiva del lungo cammino del personaggio. Storia, secondo me, memorabile. Ma per arrivare a parlarne, ritengo necessario ricapitolare i punti fondamentali riguardanti qualsiasi discorso sull’anti eroe di Berardi & Milazzo.

L'albo d'esordio, intitolato “Lungo Fucile” uscì in tutta Italia nel giugno 1977, per i tipi della Cepim di Sergio Bonelli e dunque nel classico formato Tex (anche se con una grafica di copertina originale rispetto alla tradizione). Il personaggio risaliva però a tre anni prima: era nato infatti nel 1974 per essere proposto in un unico episodio autoconclusivo da inserirsi nella Collana Rodeo. Bonelli, tuttavia, aveva bisogno di materiale per riempire gli spazi vuoti tra una puntata e l'altra de "La Storia del West" di Gino D'Antonio; così, dopo aver letto il racconto, chiese allo sceneggiatore Giancarlo Berardi e al disegnatore Ivo Milazzo di realizzarne un secondo, e poi un terzo, finché si convinse che il protagonista di quelle storie aveva un notevole "spessore" e meritava una serie tutta sua. Milazzo, nato a Tortina nel 1947, e Berardi, genovese della classe 1949, si erano conosciuti perché frequentavano la stessa scuola e avevano esordito insieme nel 1970 nel mondo del fumetto (il primo come disegnatore, il secondo in qualità di sceneggiatore) sulla rivisto Horror, diretta da Pier Carpi e Alfredo Castelli. Sempre insieme avevano fatto esperienza lavorando per lo studio ligure Bierreci (che prendeva il nome da Luciano Bottaro, Giorgio Rebuffi e Carlo Chendi)e realizzando storie per Tarzan e Gatto Silvestro. Da lì erano passati  al Giornalino grazie alle avventure di Tiki, un giovane indio amazzonico; e a Lanciostory con la serie di racconti western  Welcome to Springville. Ma a quel punto già arrivava Ken Parker.

Chiunque si trovi oggi a fare i conti con il western deve necessariamente sottostare alla regola dell' Im Westen Nichts Neues: all'Ovest niente di nuovo. Migliaia di film, romanzi e fumetti hanno sfruttato ogni situazione in tutte le possibili salse. Giancarlo Berardi si deve essere reso subito conto dell'impossibilità di dire qualcosa di nuovo in un contesto in cui si è detto tutto. E allora? Come è stato possibile per Ken Parker, nonostante questo handicap di fondo, incidere profondamente nel mondo del fumetto italiano? Innanzitutto, l'approccio verso gli ingredienti più tradizionali del genere western (gli attacchi degli indiani, le rapine alle banche, i ladri di bestiame) è di sostanziale accettazione, peraltro giustificata dalla rappresentazione di una realtà storica. Se non si cerca di modificare le situazioni in quanto tali, si modifica però l'ottica attraverso la quale queste situazioni vengono presentate al lettore. Non più la tradizionale divisione in "buoni" e "cattivi", ma il tentativo di esporre le ragioni degli uni e degli altri; non più eroi a tutto tondo, ma personaggi problematici, spesso tormentati da dubbi, angosce e incertezze; non più un mondo di relazioni interpersonali semplificate (se non banalizzate) ma un'analisi spesso profonda della psicologia e dell'intimo dei protagonisti. Tutto ciò viene raggiunto con una cura certosina, in fase di sceneggiatura, della scansione cinematografica delle sequenze e del loro montaggio, della sottolineatura dei dettagli e degli sguardi, dei dialoghi dove niente viene lasciato al caso e ogni parola ha il suo giusto peso e un preciso ruolo da svolgere. Inotre le avventure di Ken Parker spaziano in una dimensione più ampia di quella del western tradizionale: lo vediamo perciò cacciatore di balene tra gli iceberg e investigatore tra i palazzi di città. Infine, le avventure di "Lungo Fucile" sono caratterizzate da una costante contaminazione tra più generi: dal cinema alla letteratura, dalla musica al fumetto. Ken Parker maneggia i versi di Walt Whitman, commenta "Il Capitale", recita l'Amleto, incontra Ambrose Bierce; ma si imbatte anche in Tex Willer e Totò, marcia con i lavoratori del quadro di Pellizza da Volpedo, prende a pugni Poirot, conversa amichevolmente con i suoi stessi autori, diviene amico del Dersu Uzala di Kurosawa (anche se qui si fa chiamare Nanuk) e di Pippi Calzelunghe (Pat O'Shane), bacia Marilyn Monroe/Norma Jean, si inventa scrittore di dime novels. 
Ma chi è Ken Parker? Ferruccio Giromini, introducendo sulla rivista Orient Express il breve episodio intitolato "Cuccioli", risponde: "un uomo che crede di poter fare qualcosa per cambiare la storia". Giancarlo Berardi, che ne sa ben qualcosa, così replica in una intervista su Popular Press: "Ken Parker non ha questa pretesa. Si sforza solo di essere coerente con le sue idee, con il suo bagaglio di uomo, con i suoi valori che ha pian piano riscoperto. Dato che nella società in cui viveva, e anche in quella in cui viviamo noi, di valori ce ne sono pochi, nasce la necessità di crearsene di propri e vivere coerentemente con essi". Ciò significa fare delle scelte, a volte faticose, altre volte addirittura drammatiche. 
Le avventure di Ken Parker, ex cercatore d'oro in California tornato fra le sue montagne a fare il cacciatore di pellicce, hanno inizio nel Montana il 29 dicembre 1868, quando suo fratello Bill viene ucciso, a scopo di rapina, da alcuni assassini, che, di lì a poco, si arruolano come scout dell'esercito. Ken, deciso a vendicare Bill, fa lo stesso e si trova così coinvolto nel drammatico inseguimento di una tribù di Cheyenne fuggita della riserva da parte di uno squadrone di Giacche Blu. Ken resta nell'esercito anche dopo aver fatto giustizia degli assassini di suo fratello. Nel suo ruolo di guida ed esploratore, ha modo di venire a contatto con la tragica realtà del problema indiano. 
Con il numero 59, “I ragazzi di Donovan”, datato maggio 1984, si chiude la prima serie di albi bonelliani in bianco e nero di Ken Parker. Il personaggio proseguiva però le sue avventure sempre su una testata della stessa casa editrice: appunto la prestigiosa rivista Orient Express, diretta da Luigi Bernardi, da poco entrata a far parte della scuderia Bonelli.  Berardi & Milazzo erano convinti che fosse impossibile continuare a sostenere il ritmo di una storia al mese senza perdere in qualità, parametro a cui gli autori non erano disposti a rinunciare. Per Ken Parker fu dunque decisa la chiusura della collana mensile in bianco e nero (da tutti rimpianta) e la prosecuzione con storie a colori pubblicate a puntate e poi raccolte in albo. L’esordio su rivista del nostro eroe avviene sul n° 20 di Orient Express, datato aprile 1984. Ma l’esperimento non funziona. Berardi & Milazzo si mettono in proprio e tornano alle storie in bianco e nero pubblicate su un magazine intitolato al loro personaggio, poi rilevato da Bonelli. 
Con l'episodio “Un soffio di libertà" (distribuito sui numero 30, 31 e 32 del magazine, datato 1995) le vicende umane di Lungo Fucile giungono a toccare un momento estremamente drammatico della sua vita. Ken Parker, accusato di aver ucciso un poliziotto durante uno sciopero a Boston, in uno scontro di piazza fra operai manifestanti e le forze dell’ordine (in realtà si è trattato di un gesto necessario, in un momento concitato, per salvare una vita in pericolo), è incarcerato nel penitenziario di Jackson County, gestito da un direttore "illuminato", Compton Scott, che però non ha il controllo sui suoi secondini, che si accaniscono sui detenuti a sua insaputa. Proprio mentre un gruppo di giornalisti visita la prigione per scrivere delle idee di Compton Scott, l'uccisione di un galeotto da parte degli aguzzini scatena una rivolta carceraria. Ken Parker si fa portavoce dell'ala moderata dei rivoltosi, quelli che non chiedono di evadere ma di vedere puniti i colpevoli. Intanto, i più facinorosi usano violenza alla moglie e alla figlia del direttore prese in ostaggio e nello stesso tempo il governatore decide di risolvere la questione con una dimostrazione di forza nonostante la trattativa condotta da Ken sia più che ragionevole e abbia ormai messo d'accordo tutti i negoziatori. Così, la rivolta si risolve in un bagno di sangue, da cui Ken Parker è uno dei pochi a uscire vivo. C'è, nello spunto iniziale, il ricordo del film "Braubaker", con Robert Redford (anche se non serve averlo visto).
Ma arriviamo a “Fin dove arriva il mattino”, l'episodio che di "Un soffio di libertà" rappresenta il sequel. Occhio allo spoiler. Ricordo che quando scoprii Ken Parker (in ritardo rispetto all'uscita originaria, e precisamente con l'albo intitolato "Il poeta"), decisi di raccogliere tutti i numeri arretrati che mi erano sfuggiti. Guardavo però la pila dei titoli da leggere con quel senso di angoscia di chi sa che, facendo qualcosa, poi dovrà soffrire. Infatti, quando trovavo il coraggio di affrontare la lettura, spesso la concludevo con il groppo alla gola ed emotivamente sconvolto. "Butch l'implacabile", "Cronaca", "Diritto e rovescio", "Lilly e il cacciatore"... tutti albi che mi hanno lasciato il segno, sui quali appunto ho sofferto per quanto erano coinvolgenti. Ricordo di aver pianto sul finale di "Alcune signore di piccola virtù". Qualcosa del genere mi è successo con l'ultima avventura di Ken Parker. Ho temporeggiato finché ho potuto, sapendo che leggere mi avrebbe oppresso il petto e fatto dormire male. Cosa che è regolarmente accaduta. Per quanto mi riguarda, si tratta di uno degli episodi più belli e più amari della saga, magistralmente raccontato da Berardi in una continua alternanza (piena di corrispondenze) fra il passato e il presente, e disegnato da Milazzo con lo sfoggio del suo stile inconfondibile in grado di comunicare brividi con pochi segni solo apparentemente scarabocchiati: il talento suo proprio che mi ha da sempre fatto innamorare delle sue tavole. La caratteristica principale delle storie di Lungo Fucile è sempre stata quella del realismo, della raffigurazione del dramma senza edulcorazioni: l'episodio finale porta questa connotazione fino alle estreme conseguenze. L'eroe dei fumetti, se è chiuso in prigione, riesce a evadere e a dimostrare la propria innocenza; e soprattutto non invecchia, le ferite su di lui non lasciano cicatrici. Ken invece sconta vent'anni di carcere e quando ne esce, per un indulto, è anziano e dolorante, oppresso dal mal di schiena, costretto ad appoggiarsi al fucile come un bastone. Non è neppure in grado di affrontare una banda di criminali a cui si unisce per cercare di salvare due donne, madre e figlia, che hanno presso in ostaggio, e soltanto alla fine riesce nell'impresa, quando i banditi sono rimasti soltanto in due. Della donna più anziana forse si innamora pure, contraccambiato, ma i guai nascono da quella più giovane che, vittima della sindrome di Stoccolma, reagisce in modo inaspettato alla sua liberazione. Alla fine Ken inevitabilmente muore, come muoiono le persone reali, vecchio e sofferente, senza più forze, aspettando l'alba. E io, di nuovo, piango.



giovedì 28 agosto 2025

VERITIERE MEMORIE DEL DOCTEUR MYSTERE



 
Alfredo Castelli
Lucio Filippucci
VERITIERE MEMORIE DEL DOCTEUR MYSTERE
Sergio Bonelli Editore
2024, cartonato
256 pagine, 32 euro

Sulle pagine del n° 397 (marzo 2023) di Martin Mystère,  Alfredo Castelli scriveva: “Dopo aver vagabondato per parecchi anni in varie Case editrici e straniere, Docteur Mystère è tornato all’ovile e presto (non subitissimo, ma siamo così felici dell’avvenimento che non vedevamo l’ora di annunciarlo) uscirà un ricco volume di formato oblungo con tre storie mai ristampate da venti anni, riviste e integrate con nuove tavole”. Castelli (classe 1947) ci ha poi lasciato nel febbraio 2024, senza vedere pubblicato il tomo “oblungo”, dato alle stampe nel novembre dello stesso anno. Il formato è effettivamente singolare (lo vedete nella foto qui sopra) ma funzionale alla riproposta delle avventure di Docteur Mystère sottoforma di strisce simili a quelle pubblicate, dagli inizi del Novecento in poi, sui giornali quotidiani americani (le “daily strips”). Una soluzione grafica senza dubbio adatta al tipo di racconto, volutamente ma solo apparentemente retrò sia dal punto di vista grafico che da quello delle trame. Dico “solo apparentemente” perché poi basta leggere per rendersi conto di come sotto la patina vintage si celano (neanche troppo) elementi narrativi del tutto contemporanei: contaminazioni multimediali, paradossi, citazioni, audaci collegamenti, camei, easter eggs e inside jokes, omaggi e parodie, il tutto confezionato con una libertà di ispirazione e di espressione invidiabile e magistrale.
Scrive Carlo Recagno nella sua introduzione: “Si tratta di avventure scanzonate, da non prendere troppo sul serio, con quell’umorismo al limite del demenziale che Castelli non poteva inserire nella serie ‘Martin Mystère’, un eroe che doveva mantenersi ‘serio’. Storie nelle quali i protagonisti nei loro viaggi incontravano bizzarri personaggi tra realtà e invenzione letteraria, prendendo in giro i luoghi comuni dei romanzi d’avventura dell’Ottocento e del primo Novecento. Storie in cui i personaggi del ‘Mago di Oz’ si fondevano con quelli di ‘Miracolo a Milano’, con il protagonista del ‘Fantasma dell’Opera’ che aiutava a sconfiggere il mefistofelico Fu Manchu. E come se non bastasse, il nemico giurato del Docteur era un improbabile Maresciallo Radetzky trasformato in uno sgangherato genio del male da cartone animato, che aveva come animale da compagnia un topo”.
Ma chi è il Docteur Mystère? E che c’entrano lui e il suo assistente Cigale con Martin Mystère, il personaggio creato da Alfredo Castelli nel 1982 e che gli è sopravvissuto? L’ho spiegato in una recensione pubblicata su questo blog a proposito di un volume edito da Cut-Up Publishing, intitolato “I due dottori”,  che potete leggere cliccando sul titolo colorato. Ne riporto qui di seguito i punti essenziali, che cercherò di riepilogare.
Lo scrittore francese Paul Deleutre (1856-1915), che si firmava con lo pseudonimo di Paul d'Ivoi, fu autore di molti romanzi e racconti d'avventura che si inserivano nel filone dei "Viaggi straordinari" di Jules Verne. Fra questi, pubblicò nel 1900 il romanzo "Docteur Mystère", illustrato (come all'epoca si usava) con tavole di Louis Bombled. Protagonista ne era un ricco e presumibilmente nobile indiano, il cui vero nome rimane ignoto e che si fa chiamare così come risulta dal titolo in copertina. Costui, caratterizzato da una cultura enciclopedica e dal fatto di viaggiare su un "Hotel Elettrico" di sua invenzione, ha come assistente un giovane francese, trovatello, soprannominato Cigale, ed è giunto in Europa per compiervi una missione misteriosa. Mentre il Docteur non compare più, se non di sfuggita, in altri romanzi di d'Ivoi, Cigale invece diviene protagonista di una serie tutta sua. Trascorso quasi un secolo, nel 1994, Alfredo Castelli scopre in una libreria antiquaria una edizione di "Docteur Mystère", si incuriosisce per la corrispondenza del nome del personaggio principale con quello di Martin Mystère, l'eroe a fumetti da lui creato, e decide di inserire il ricco indiano di d'Ivoy nella saga del suo Detective dell'Impossibile, facendone un antenato. Come conciliare, però, i tratti somatici WASP di Martin con le sembianze etniche tipiche dell'India del Docteur? In una storia del 1996 Castelli spiega che Cigale era stato adottato dal suo mentore, assumendone come cognome proprio "Mystère". Quindi Martin Mystère si rivela essere discendente dal trovatello francese e giustamente può avere i capelli biondi. Il Buon Vecchio Zio Alfy non si ferma qui: nel 1998 trasforma il Docteur Mystére e Cigale in protagonisti di avventure scritte ex novo (da lui e da Carlo Recagno) pubblicate in albi fuori serie del Buon Vecchio Zio Marty (gli Almanacchi del Mistero) e ristampate poi in volumi cartonati, in Italia e all’estero (con apparizioni persino su spillati distribuiti in occasione di fiere e su quotidiani). Le caratteristiche dei due personaggi, ricreati graficamente da Lucio Filippucci, risultano un po' diverse da quelle degli eroi di d'Ivoi, ma resta il sapore della letteratura d'appendice e il fascino dell'ambientazione ottocentesca o d'inizio Novecento, il tutto contaminato con un sottofondo di brioso umorismo, un pizzico di elementi sexy, ed esotismo.
Il tomo “oblungo” dal titolo “Veritiere memorie del Docteur Mystère raccontate da lui medesimo ai famosi artisti Castelli & Filippucci” raccoglie, nel formato “a striscia” di cui si è detto, le ultime tre avventure che non erano ancora state ristampate. La prima, datata dicembre 1988, apparve in prima edizione sull’ “Almanacco del Mistero 1999, e fin dal titolo (“Gli scorridori del Selvaggio West”) dichiara l’intenzione di vedere il Docteur Mystére, Cigale e il loro “Hotel Elettrico” (una specie di camper-autotreno) alle prese con gli stereotipi del western. Stereotipi che Castelli stravolge non soltanto trascinando Radetzky nel Lontano Ovest ma anche svelando che Calamity Jane è in realtà l’italianissima Bella Gigogin. La seconda storia, “Gli orrori del castello maledetto”, pubblicata per la prima volta sull’ “Almanacco del Mistero 2004”, ha per scenari quelli gotici dei racconti di paura ambientati sui Carpazi o in Transilvania, con un tenebroso maniero abitato da un vampiro e un gobbo di nome Igor. Non mancano il solito Radtzky e il suo topo. La terza avventura, “La donna caduta dal cielo” (pubblicato inizialmente sullo speciale “Martin Mystère: Generazioni” del 2003), ambientata nella Londra dickensiana, non porta la firma di Castelli, sostituito ai testi (fornendo un’ottima prova) da Carlo Recagno, il quale, da appassionato “trekker” qual è, inserisce nella storia collegamenti con i viaggi nel tempo e, appunto, a Star Trek, riuscendo a farci stare anche due personaggi tolti di peso dalla saga mysteriana, Dee e Kelly.  Ogni storia è introdotta da un brevissimo prologo in cui compare Martin Mystère che riceve, in modo sempre originale e diverso, un plico inviatogli dallo zio Paul,  contenente il resoconto dell'avventura che sta per cominciare, spacciato come un estratto dai "veritieri" diari dell'antenato Docteur. Confido in altri volumi “oblunghi”.


lunedì 4 agosto 2025

LA SARDEGNA PREISTORICA

 
 
 

 
Paolo Melis
LA SARDEGNA PREISTORICA
Carlo Delfino Editore
2022, brossura
96 pagine, 10 euro

Durante una vacanza sulle spiagge nei pressi di Oristano, vicino ai resti della città di Tharros (fondata dai Cartaginesi nel VII secolo avanti Cristo), subito dopo una visita al Museo Archeologico di Cagliari, leggo tutto d'un fiato un breve libro sulla Sardegna preistorica, saggio ricco di illustrazioni che ha però l’unico difetto di finire prima di trattare della civiltà nuragica (del resto il titolo non lo prometteva). Quel che ho letto, mi conferma nella convinzione che la Sardegna sia la regione italiana cui più di ogni altra si dovrebbe scavare e indagare archeologicamente, essendo la terra con più misteri e con le più antiche civiltà. Paolo Melis consegna ai suoi lettori un compendio sintetico e divulgativo decisamente ben fatto, nonostante il breve spazio a disposizione. Non manca però una ricca bibliografia per chi volesse approfondire gli argomenti, così come molto utile si rivela il glossario  (da “Absidato” a “Ziggurath”) collocato in appendice. Leggendo apprendiamo come la Sardegna cominci a essere abitata dall’uomo a partire da circa mezzo milione di anni fa, probabilmente da gruppi di Homo Erectus, giunti attraversando il Tirreno grazie a una regressione marina  causata da una glaciazione del Pleistocene Medio, che portò a unire la parte più orientale della Corsica a quelle che adesso sono isole dell’Arcipelago Toscano, all’epoca unite al continente. Una seconda ondata di arrivi avvenne, sempre per un abbassamento del livello del mare, intorno a 165.000 anni fa, e una terza e ultima immigrazione via terra portò gli Homo Sapiens e i Neanderthaliani circa 70.000 anni avanti Cristo. Da quel momento in poi le acque smisero di abbassarsi e rialzarsi, la Sardegna restò circondata dal Mediterraneo e i successivi visitatori vi arrivarono in barca, dato che gli uomini dei Neolitico avevano scoperto la navigazione. Il più antico ritrovamento di resti umani sull’isola risale a 20.000 anni fa, ma numerosi sono i reperti litici o i segni di manipolazione dell’uomo di ossa di animali risalenti a epoche precedenti. La “Venere di Macomer”, raffigurazione della dea madre, è l’unica attestazione di arte paleolitica finora rinvenuta (12.000 anni fa). Paolo Melis elenca tutta una serie di Culture (quella di Bonuighinu, 5000 anni avanti Cristo; quella di Ozieri , 4000 anni, quella di Monte Claro, 3000 anni) caratterizzate dalla produzioni di vasi, punte di frecce, attrezzi, e da un progressivo aumentare delle decorazioni artistiche. Si parla poi delle caratteristiche degli insediamenti, con la forma delle capanne ricostruita grazie alle riproduzioni nelle tombe ipogee (le “domus de janas”), si accenna ai dolmen, ai menhir, alle mura ciclopiche, allo ziggurath di Monte d’Accorddi, chiaramente un luogo sacro, agli scavi di ossidiana, oggetto di commercio con altri popoli. Con l’età del rame si conclude il saggio di Melis, per proseguire la scoperta della storia sarda non resta che cercare notizie su un altro libro che riprenda dove si interrompe questo. Per esempio, potrebbe essere utile un saggio di cui abbiamo già parlato su questo stesso blog: "Sardegna nuragica", di Giovanni Lilliu



martedì 20 maggio 2025

NERO: OSCURATO IL SOLE E SPENTE LE STELLE

 


Emiliano Mammucari
Matteo Mammucari
Alessio Avallone
NERO: OSCURATO IL SOLE E SPENTE LE STELLE
Sergio Bonelli Editore
2022, cartonato
80 pagine, 17 euro


“Una fortezza chiamata Tell Bashir esiste davvero e si trova a sud-ovest di Edessa. Era un nome troppo bello per abbandonarlo alle sabbie del tempo”. Così concludono la loro postfazione Emiliano e Matteo Mammucari, creatori della saga di Nero e sceneggiatori di questo secondo episodio, come del primo. Primo che era stato disegnato dal solo Emiliano, mentre il volume di cui vedete in alto la copertina porta la firma, per la parte grafica, del bravo Alessio Avallone, perfetto nell’inserirsi senza attriti di sorta in una narrazione già iniziata da altri. Della puntata precedente, intitolata “Così in terra” ci siamo già occupati in questo spazio: cliccate sul titolo per leggere la recensione che commenta l’inizio della saga.
Tell Bashir, dicevamo: un nome che soltanto a pronunciarlo evoca ciò che i disegni ci mostrano fin dalla seconda tavola, una fortezza araba nel deserto siriano, assediata dai franchi durante la terza Crociata e, apparentemente, destinata a cadere. Giova ribadire quel che avevamo segnalato in precedenza: la grande importanza della colorazione in supporto e valorizzazione dei disegni, proprio come strumento della narrazione (questo secondo episodio è colorato da Luca Saponti, già colorista del primo volume, e da Adele Matera); al contrario, la non importanza dell’aspetto religioso nella caratterizzazione degli eserciti in campo e degli eroi, tutti rivali fra loro o disposti ad allearsi, nonostante la fede, mossi da interessi e scopi personali, sulla scorta di avvenimenti del passato che continuano a guidare le loro scelte e le loro azioni. Il fatto che si parli di crociati e di musulmani non ha grande rilevanza, potrebbe trattarsi della guerra fra Sassoni e Normanni, o fra Mongoli e Cinesi, o fra Russi e Teutonici. “Oscurato il sole e spente le stelle” chiarisce meglio le caratteristiche dei personaggi. Nero, guerriero arabo ma cane sciolto, reca sulla fronte una cicatrice che ricorda un rito a cui fu sottoposto da bambino dal suo stesso padre che voleva immolarlo a un Djinn, un demone nascosto nella misteriosa Grotta del Sangue, rito che non finì bene e che l’indisciplinato eroe vorrebbe non si ripetesse mai più; lo Straniero, combattente cristiano disertore, segnato sul corpo a sua volta dagli artigli dello stesso demone, vuole invece che questi venga nuovamente evocato perché si metta al suo servizio; il Qadi, signore di Tell Bashir e zio di Nero, ritiene l’aiuto del Djinn l’unica speranza per salvare la sua fortezza; la Nizarita, una sorta di ninja musulmana, ha un conto aperto con Nero e lo vuole uccidere approfittando del trambusto. Tutti costoro si ritrovano alla Grotta del Sangue a breve distanza di tempo l’uno dall’altro, e sembra che uno di loro abbia iniziato il rito...

domenica 18 maggio 2025

SCRIVERE LA STORIA



 
Simon Sebag Montefiore
SCRIVERE LA STORIA
Mondadori
2024, brossura
296 pagine


“Lettere che hanno cambiato il mondo”, promette il sottotitolo. E, in buona parte, il contenuto mantiene. Emozionante, per esempio, poter leggere la lettera scritta dal reverendo John Stevens Henslow a Charles Darwin, il 24 agosto 1831, con la quale il giovane naturalista viene informato di un posto libero a bordo del brigantino “Beagle” che di lì a poco sarebbe partito per un lungo viaggio di esplorazione attorno al mondo. Posto lasciato libero, per la cronaca, da Marmaduke Ramsay, designato in un primo momento ma inopinatamente morto durante i preparativi della spedizione. Henslow scrive: “Non accampate dubbi o timori dovuti a modestia riguardo le vostre qualifiche, mio caro Darwin, perché vi assicuro che vi considero proprio l’uomo che il capitano FitzRoy sta cercando”. Simon Sebag Montefiore (1965), scrittore e saggista britannico,  raccoglie una settantina di lettere private, rintracciate scartabellando libri e archivi di tutto il mondo e di tutte le epoche, scritte da personaggi quali, solo per citarne alcuni, Bolivar, Churchill, De Sade, Gandhi, Che Guevara, Flaubert, Kafka, Lenin, Lincoln, Machiavelli, Mao, Mozart, Michelangelo, Ramses, Solimano il Magnifico, Stalin, Truman, Wilde. Lettere private, cioè non destinate, quando vennero scritte, alla pubblicazione, dunque non documenti ufficiali ma messaggi che mettono a nudo le personalità, i sentimenti, i vizi, i gusti, il coraggio, la bontà, la saggezza ma anche la spietatezza o perfino la stupidità di figure storiche di cui ci è concesso scoprire aspetti sconosciuti e talvolta insospettabili. Tra i documenti raccolti da Montefiore, commentati uno per uno e inquadrati nel loro contesto, ce ne sono alcuni scritti originariamente in caratteri cuneiformi (come la lettera del re siriano Annurapi al sovrano di Cipro, risalente al 1190 avanti Cristo), altri vergati su papiro o su pergamena, infine su carta, in latino, inglese, arabo, russo, francese, tedesco, e altre lingue ancora. Di alcune lettere, come quella a Darwin citata in apertura, è chiaro il perché Montefiore ritenga che abbiano cambiato la Storia, al pari di quella di Lincoln a Grant scritta il 13 luglio 1863 o quella di Rosa Parks a Jessica Milford datata 26 febbraio 1956, in altri casi si fatica a capirlo ma tutto rientra nella logica secondo la quale lo scritto confidenziale trapelato e giunto fino a noi illumina di nuova o maggior luce l’intimo di un personaggio che nella Storia ha rivestito una qualche importanza. Molto curiose sono le missive, piuttosto numerose, in cui si parla di sesso, mentre altre ci meravigliano per come palpitano d’amore, etero o omosessuale (colpisce quella di Giacomo I al Duca di Buckingham, del 17 maggio 1620). Alcune lettere sono strazianti, scritte in punto di morte (Alan Turing a Norman Routledge, 1952; Franz Kafka a Max Brod, 1924;  Leonard Cohen a Marianne Ihlen, 2016), altre buffe e imbarazzanti (Mozart che racconta la sua gara di peti). Insomma, ogni lettera suscita sorpresa e interesse. Potrei citarle tutte, mi limiterò ad altre due scritte da personaggi che non conoscevo. La prima, quella di Manuela Sàez al marito James Thorne, datata 1823, in cui la coraggiosa donna ecuadoriana che fu amante (la più amata, forse, fra le tante) di Simon Bolivar, dice addio al consorte inglese che era stata costretta a sposare: “Ah! Io non vivo seguendo le convenzioni sociali inventate dagli uomini per recarsi mutuo tormento”. Ma soprattutto colpiscono le parole rivolte ai figli nel 961 da Abd al-Rahman III, governante arabo di al-Andalus, regno musulmano di Spagna: “Ho ormai regnato per più di cinquant’anni. Ricchezze e onori, potere e piaceri, tutto ho avuto di ciò che desideravo, e in apparenza nessuna fortuna terrena mi è mancata. In questa situazione, ho diligentemente conteggiato i giorni di pura e vera felicità di cui ho potuto godere: ammontano a quattordici!”.

 

martedì 13 maggio 2025

NERO: COSI’ IN TERRA

 
 

 
Emiliano Mammucari
Matteo Mammucari
NERO: COSI’ IN TERRA
Sergio Bonelli Editore
2021, cartonato
80 pagine, 17 euro

«“Nero” non parla di religione, non parla di guerre e non parla di culture contrapposte. “Nero” parla di demoni». Così concludono la loro introduzione al volume Emiliano e Matteo Mammucari, autori a quattro mani di soggetto e sceneggiatura. Il solo Emiliano, invece, si è occupato degli efficaci disegni, affidati alla colorazione di Luca Saponti. Un nome, quello di Saponti, che va assolutamente citato perché i colori, in questo racconto a fumetti, sono non soltanto spettacolari, ma parte integrante della storia. Colori che, finalmente, valorizzano ed esaltano le chine sottostanti, aggiungendo significato ed emozioni, oltre che atmosfera, sfondo e completamento. Così come merita una segnalazione l’originale lettering di Marina Sanfelice, studiato appositamente per “Nero”. Ma torniamo al fatto che Emiliano e Matteo Mammucari non intendono narrarci precisi eventi storici del 1173 accaduti fra la prima e la seconda crociata nella regione compresa fra Antiochia e Gerusalemme, e non vogliono, dunque schierarsi in favore degli infedeli rispetto a una fede piuttosto che a un’altra. Vogliono narrarci una fabula che usa uno sfondo bellico feroce e insanguinato per introdurci magia, avventura, mistero, personaggi ben caratterizzati che celano segreti legati a un passato i cui segni sono ben visibili sui loro corpi e nelle loro menti. Vogliono sorprenderci e intrigarci, insomma, e mi pare il migliore dei propositi. Peraltro, sembrano intenzionati a farlo usando un linguaggio chiaro, nei testi e nei disegni, senza aggiungere la difficoltà di decfrazione del narrato al mistero che aleggia sulle vicende. “Così in terra” è il primo volume di una serie Bonelli (ma inserita nella produzione Audace) che si preannuncia articolata, e presenta lo scenario: la Siria dell’anno dell’Egira 551. Siccome l’esodo da La Mecca verso Medina di Maometto e dei suoi seguaci avvenne nel 622 del calendario cristiano, siamo appunto nel 1173. I protagonisti sono principalmente due, un arabo chiamato Nero e un cristiano per il momento noto solo come lo Straniero. Il primo reca una cicatrice sulla fronte raffigurante uno strano simbolo, di cui il secondo sembra conoscere il significato. Lo Straniero è appunto in cerca di Nero, che riconosce per i segni sul volto, e che cattura per farsi condurre da lui nella misteriosa e arcana Grotta del Sangue. Fu là dentro che il padre di Nero incise con una lama la pelle del figlio. Si ignora lo scopo del rituale, perché lo Straniero conosca quei fatti, che cosa (di magico) si nasconde nella caverna, per quale motivo il cristiano la voglia raggiungere. L’irrompere sulla scena di una guerriera musulmana, Nizarita, rovescia la situazione: lo Straniero viene fatto prigioniero e condotto nella fortezza di Tell Bashir, che sta per cadere in mano crociata.



venerdì 2 maggio 2025

M. LA FINE E IL PRINCIPIO

 


 
 
Antonio Scurati
M.
LA FINE E IL PRINCIPIO
Bompiani
2025, brossurato
410 pagine, 24 euro

Si conclude con questo quinto volume la sconvolgente biografia di Benito Mussolini narrata da Antonio Scurati (1969) in forma di “romanzo documentario” (la definizione è dell’autore). Sconvolgente perché non si può non rimanere turbati da una narrazione asettica come una autopsia, che suscita sdegno ed emozioni proprio per la sua fredda esposizione di fatti non soltanto reali (alla fine di ogni capitolo c’è un corredo di documenti storici a supporto di quanto appena raccontato), ma anche incredibilmente vicini nel tempo e nell’eredità che hanno lasciato. 
Scurati ha iniziato la sua impresa nel 2018, con il primo volume della pentalogia, intitolato “M. Il figlio del secolo” (Premio Strega 201). Di Mussolini, nel primo tomo, si racconta l’ascesa al potere in Italia negli anni che vanno dal 1919 al 1924, più o meno dalla fondazione dei “Fasci di combattimento” fino all’ omicidio di Giacomo Matteotti. Non è solo del Duce che si parla ma, attraverso di lui, si descrivono le figure di molti altri personaggi: Matteotti, appunto, ma anche Gabriele D’Annunzio, Filippo Turati, Italo Balbo, Amerigo Dùmini, Nicola Bombacci. 
Nel 2020 esce il secondo volume, “M. L’uomo della Provvidenza”, che narra gli avvenimenti dal 1924 al 1932. Vi si racconta il consolidamento del regime attraverso la progressiva soppressione delle più elementari regole democratiche e l’accentramento del potete nelle sole mani del Duce, che arriva a sottrarsi addirittura dal controllo del Partito Fascista, il cui Consiglio diventa un mero esecutore della volontà di autocrate, mentre sotto di lui si assiste a una guerra fra fazioni (Farinacci contro Giampaoli e Belloni, Arnaldo Mussolini contro Achille Starace).
Nel 2022 esce la terza parte della biografia. “M. Gli ultimi giorni dell’Europa” racconta avvenimenti accaduti tra il 3 maggio 1938 (inizio della visita di Adolf Hitler in Italia con il suo arrivo a Roma) e il 10 giugno 1940 (data infausta dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco del nazisti).  Per quanto fosse evidente ciò a cui si andava incontro, così come erano evidenti la follia di Hitler e la perdita di lucidità del Duce, nessuno di coloro che potevano fare qualcosa per evitare l’entrata in guerra, lo fece. Sgomento e incredulità anche di fronte alle ignobili leggi razziali, di fronte alle quali troppi furono complici. Tanti i personaggi sulla scena, da Galeazzo Ciano, ministro degli esteri privo di spessore, a Claretta Petacci, cresciuta nel mito di Mussolini e divenuta la sua ultima fiamma, dall’ambasciatore a Berlino Bernardo Attolico (a cui si deve uno degli ultimi tentativi di scongiurare in coinvolgimento italiano nel conflitto) a Edda, figlia del Duce, fervente filonazista.
Ed ecco, nel 2024, il quarto volume,“M. L’ora del destino” che racconta gli avvenimenti che vanno dal giugno 1940 al luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo, con l’appoggio del Re, esautora Mussolini e proclama Primo Ministro Pietro Badoglio, il quale, parlando via radio, dichiara: “la guerra continua”. 
Cliccando sui titoli potete leggere le recensioni pubblicate su questo blog.
Le oltre quattrocento pagine di questo  ultimo tomo sono, forse, per quanto strano possa sembrare, le meno potenti, rispetto a quelle dei volumi precedenti, non soltanto perché i fatti (quelli che vanno dall’estate del 1943 al 29 aprile 1945, con dissolvenza su Piazzale Loreto) sono in gran parte molto noti, a differenza di quelli, per esempio, del volume iniziale, ma anche perché manca il protagonista. Mussolini non c’è più, se non in effige. Imprigionato dal nuovo governo italiano (quello di Badoglio), liberato dai tedeschi e praticamente da loro tenuto in ostaggio, il Duce non è più lui. E’ invecchiato di vent’anni, testimonia chi lo vede. E’ depresso, fiacco, impotente. Per quanto gli ultimi fascisti lo incitino a mettersi di nuovo alla loro testa, e magari guidarli nel ridotto della Valtellina, dove in molti reduci delle camicie nere vogliono cercare la “bella morte”, l’uomo temporeggia, non decide, non si scuote, finisce per fare la fine del topo. Molta più tempra sembra avere Claretta Petacci, che lo segue ovunque fino a condividerne il destino. Per quanto Scurati documenti con minuzia evento dopo evento, non ci mostra la fucilazione dei due. Forse perché non è ancora ben chiaro come andò, forse perché bastano i fatti di piazzale Loreto,  riguardo ai quali l’autore non dimostra compiacimento. Utile appendice, la sezione intitolata “Le morti”, in cui si ritrovano i protagonisti di venticinque anni di storia italiana, da Alessandro Pavolini a Margherita Sarfatti (che personaggio, lei), tracciandone il destino. Fulminante la dedica iniziale: “A tutti quelli che ancora credono nella democrazia. Si Preparino a lottare”. E fulminante la frase finale: “Il cadavere tornerà, io tornerò, perché i morti non pesano soltanto, i morti sopravvivono”.



sabato 26 aprile 2025

IL DESERTO DEI TARTARI

 

 
Dino Buzzati
Michele Medda
Pasquale Frisenda
IL DESERTO DEI TARTARI
Sergio Bonelli Editore
Cartonato, 2024
180 pagine, 25 euro

La prima cosa da precisare è che “riduzione a fumetti” non si dice. Il fumetto non “riduce” niente, racconta con altri codici e con altre tecniche (e, ovviamente, con altri autori, in altri spazi, su altri supporti). Men che mai si può parlare di “riduzione” di fronte alla versione a fumetti del “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati a opera di Michele Medda e Pasquale Frisenda. Definirlo “versione”, ma anche “adattamento”, rendono l’idea del tipo di lavoro compiuto dallo sceneggiatore sardo e dal disegnatore milanese sul romanzo buzzatiano, pubblicato nel 1940 e da allora considerato uno dei capolavori della letteratura italiana e mondiale. Tuttavia sussiste sempre il sospetto che “adattare” per il cinema, per il teatro o per il fumetto un testo letterario significhi farne il riassunto, fornirne il bignamino. E’ innegabile che certe volte è così. Tuttavia, in certi altri casi, le due opere, quella adattata e quella che ne è l’adattamento, finiscono per rifulgere entrambe di luce propria. Peraltro, “Il deserto dei tartari” rappresenta un banco di prova impegnativo al punto da darsi per vinti in partenza: sembra una montagna troppo difficile da scalare. Eppure, “qui si parrà la tua nobilitate”. Medda e Frisenda ci consegnano la loro Fortezza Bastiani, luogo fuori dal tempo (e dalla geografia) da cui sembra impossibile riuscire a fuggire perché chiunque, una volta entrato, perde la voglia di andarsene, castello kafkiano dove tutto è regolamento senza logica, e niente è più illogico delle regole militari. Una fortezza raccontata guardando Buzzati ma da testimoni che parlano un’altra lingua, in grado però di evocare e suscitare le medesime suggestioni, anzi, altre impercettibilmente diverse, ma a osservare meglio percettibilissime. Non è l’intreccio drammatico il punto di forza del romanzo (sebbene il dramma non manchi), non ci sono scene d’azione e battaglie, mancano perfino gli avversari da combattere. Eppure lo sceneggiatore riesce ad avvincere sfruttando alla perfezione gli strumenti messi a disposizione dalla nona arte, altrettanto perfettamente assecondato dal bianco e nero, e dal grigio, del disegnatore, capace di ricostruire scenari e moti d’animo con uguale maestria. Se era una sfida, è finita alla pari tra Buzzati e i due fumettisti. Belle, colte e raffinate la prefazione di Michele Masiero e la postfazione di Gianmaria Contro.




sabato 5 aprile 2025

IL MULINO DEL PO


Riccardo Bacchelli
IL MULINO DEL PO
Mondadori
Edizione Oscar 1979
tre volumi in brossura
2100 pagine complessive

La prima domanda che si pone il lettore, esitante davanti alla prospettiva di iniziare a leggere un’opera come “Il mulino del Po”, è: ma davvero vale la pena affrontare un romanzo in tre volumi, lungo oltre 2100 pagine complessive? Se vi interessa conoscere il mio parere, quello di uno che è felicemente giunto al termine dell’impresa, la risposta è: assolutamente sì. 
 
Mentre leggevo, il paragone che più mi veniva in mente era quello di accostare Riccardo Bacchelli (1891-1985) ad Alessandro Manzoni e di considerare “Il mulino del Po” la risposta novecentesca ai “Promessi Sposi”, più moderna e dunque arricchita da protagonisti che fanno sesso, da trame coinvolgenti che si intrecciano caratterizzati da personaggi vividi e non sempre adamantini, e di opposti schieramenti ideologici i cui conflitti permettono di affrontare tematiche sociali e descrivere le dinamiche e le tensioni politiche. Certo, Bacchelli non ha i meriti manzoniani riguardo alla nascita di una lingua italiana nazionale (che lui si ritrova già confezionata e che sa sfruttare al meglio), ed è sicuramente autore meno nobile ed influente, ma quante somiglianze fra i due scrittori, entrambi alle prese con il romanzo storico di ambientazione italiana, interessati alle vicende dei più umili inserite in contesti reali ricostruiti in maniera rigorosamente documentata, ambedue a fare i conti con la Provvidenza! La fede, in Bacchelli, è vista con maggior disincanto e non ci sono santi frati e illuminati vescovi, ma non si può narrare di contadini senza mostrare la loro religiosità. 

Lo scrittore bolognese diede alle stampe il suo romanzo, ambientato sulle rive del Po presso Ferrara, a spese proprie, tra il 1938 e il 1940. Il primo volume si intitola “Dio ti salvi” (660 pagine), il secondo “La miseria viene in barca” (680 pagine), il terzo “Mondo vecchio sempre nuovo” (790 pagine). L’opera venne poi riproposta in forma unitaria e definitiva nel 1957. Si narra la saga di quattro generazioni della famiglia Scacerni, e di una folta schiera di personaggi di contorno, a partire dalla disfatta di Napoleone in Russia (1812) fino alla Prima Guerra Mondiale (1918). Comincia con la battaglia sul Don e finisce con gli scontri sul Piave, non a caso fiumi, come quello che fa da sfondo a gran parte del racconto, il Po, descritto magistralmente in centinaia di pagine che ne raffigurano la potenza delle piene, la bellezza delle rive, la forza delle correnti, il suo mutar corso e forma, il suo essere amato e temuto da chi vive sulle sponde.
 
La sola lettura dei primi capitoli, ambientati durante la tragica ritirata delle truppe napoleoniche, permette di capire quale saranno i toni e il livello drammatico degli avvenimenti successivi, quelli innescati dall’incontro fra un giovane ferrarese arruolato a forza nell’esercito imperiale francese, Lazzaro Scacerni, e un capitano giacobino a cui salva la vita. Potrebbe essere un buon test, leggere le scene ambientate in Russia, per capire se andare avanti oppure no.  Sopravvissuto alla ritirata e rientrato a Ferrara, attraverso varie traversie Lazzaro diventa mugnaio, riuscendo nell’impresa di fabbricarsi un mulino galleggiante, all’epoca numerosi lungo il corso del Po, che funzionavano grazie alla forza della corrente del fiume. Comincia così una saga famigliare che vede succedersi varie generazioni e personaggi memorabili come Coniglio Mannaro (il cui vero nome è Giuseppe Scacerni, figlio di Lazzaro), Cecilia, il Raguseo, Princivalle, Berta, Orbino, lo Smarazzacucco Luca Virginesi, il latifondista Clapasson. Seguendone le vicende assistiamo alla Restaurazione, al governo del Regno della Chiesa sulle terre ferraresi, al contrabbando con quelle dell’altra riva in mano agli austriaci, poi ai moti risorgimentali, all’unità d’Italia, alle vessazioni del nuovo regno e in particolare all’odiatissima tassa sul macinato. Ma potenti sono anche le pagine riguardanti il propagarsi delle istanze socialiste, l’indizione dei primi scioperi, il boicottaggio verso i “crumiri”. 
 
Un vero libro di storia dentro il romanzo, con l’autore che si rivolge (manzonianamente) ai suoi venticinque lettori e approfondisce le questioni che le vicende sollevano riguardo alla politica, gli affari, le tensioni sociali. Bacchelli si dimostra espertissimo riguardo al modo di condurre i campi e ai rapporti che legavano i contadini dei vari poderi ai proprietari terrieri, rapporti che si evolvono nel tempo, con l’innovazione della mezzadria che non trova tutti concordi, anzi. Ferrato è l’autore anche nella nomenclatura esatta degli attrezzi dei mugnai, degli allevatori, dei carrettieri, dei calafati, degli sterratori. Tutti, sempre e comunque, poveri, minacciati dalle carestie e dalle piene, senza istruzione, vittime di ricorrenti epidemie. Un romanzo fluviale, è stato definito, in tutti i sensi. Sai che bella serie TV in tre stagioni ne verrebbe fuori oggi.



domenica 29 settembre 2024

AGOSTINO



Alberto Moravia
AGOSTINO
Bompiani
1989, brossurato
142 pagine, 8000 lire

A volte i libri devono aspettare il momento giusto della vita di un lettore per riuscire a farsi apprezzare, o addirittura amare. Confesso di aver avuto per la prima volta per le mani “Agostino”, di Alberto Moravia (1907-1990), durante gli anni del liceo, e di aver smesso di leggerlo, infastidito se non disgustato, dopo il primo capitolo, giunto a pagina venti. Mi era sembrato che l’argomento fosse un insano rapporto edipico fra madre e figlio, o quantomeno che si parlasse, più o meno morbosamente, di un adolescente attratto dal corpo della giovane mamma, o di lei innamorato. Mi parve qualcosa di cui non volevo sapere niente, e lasciai perdere il romanzo. Ma, convinto come sono che un libro iniziato lo si deve finire per forza, e con il bagaglio di letture e conoscenze maturato in oltre quarant’anni dal primo tentativo, eccomi a recuperare il racconto, anche perché, tutto sommato, poco più di cento pagine si leggono, volendo, in una sera. E mi sono accorto così che il romanzo comincia in realtà con il secondo capitolo, e la narrazione dà luogo a uno sviluppo del tutto diverso, in cui la figura della madre di Agostino si dissolve piano piano, fino a trasformarsi in qualcosa da cui il figlio si vuole allontanare, alla scoperta del resto del misterioso e conturbante universo femminile, e ancora di più alla scoperta del resto del mondo. Pubblicato per la prima volta nel 1943 in una edizione semiclandestina a causa della censura fascista che giudicò il romanzo troppo scabroso (in realtà, anche i temi dell’omosessualità, della pedofilia e della prostituzione vengono affrontati senza compiacimento, per allusioni, lasciando immaginare cose non dette), si ebbe una edizione definitiva nel 1945, a guerra conclusa. La vicenda è ambientata durante un’assolata estate in Versilia, e Agostino, che frequenta uno stabilimento balneare riservato ai benestanti, scopre l’esistenza delle spiagge popolari dove bivaccano ragazzi di strada da cui viene “iniziato” alla vita così com’è, al di là delle protettive braccia della mamma, fuori dalla bambagia. Non gli si rivela il “male” del mondo, ma la sua “non purezza”. L'adolescente scopre che vivere è crescere, scegliere, imparare a cavarsela, a fidarsi e a non fidarsi. La scrittura di Moravia è magistrale. Insomma, lieto di averti ritrovato, Agostino.



sabato 24 agosto 2024

MAESTRI DEL PENSIERO E DELLA PAROLA

 


 
Georg Popp
MAESTRI DEL PENSIERO E DELLA PAROLA
Fratelli Fabbri Editori
1961, cartonato
90 pagine

Tra i libri per ragazzi di una volta c’erano, oltre ai romanzi ritenuti adatti a loro (a volte anche equivocando), quelli edificanti o educativi destinati ad avvicinare i più giovani alle grandi figure o ai grandi fatti della storia. Le basi della mia personale  conoscenza della mitologica greca risalgono, per esempio, alla lettura fatta durante le elementari di “Storia delle storie del mondo” di Laura Orvieto, un libro scritto nel 1911 e ininterrottamente ristampato. La collana “I grandi personaggi del mondo” dei Fratelli Fabbri proponeva brevi biografie di esploratori (“Uomini alla scoperta della Terra”), scienziati (“Uomini al servizio della scienza”), musicisti (“Creatori di melodie eterne”), artisti (“Maestri dell’arte”). Ho recuperato su una bancarella “Maestri del pensiero e della parola”, tradotto dal tedesco e pubblicato in Italia nel 1961, attirato dal buono stato di conservazione e dalla nostalgia per quel tipo di produzione ben rilegata che veniva proposta ai nipoti dagli zii o dai nonni come regalo di Natale, compleanno, prima comunione e cresima. Ricordo che a me piaceva molto ricevere regali del genere, che preferivo ai calzini o alle maglie. Ad attirarmi ha contribuito anche la copertina di Alessandro Biffignandi (autore anche delle illustrazioni interne), che poi sarebbe diventato celebre anche per le cover del sexy pocket della Edifumetto di Renzo Barbieri. Di chi parla il libro? Di nove caposaldi della filosofia e della letteratura, a ciascuno dei quali viene dedicato un ritratto biografico (proposto in modo laico e tutto sommato corretto, pur se didascalico adatto a lettori giovanissimi) e un racconto che narra un particolare episodio della sua vita (in cui è evidente l’intento agiografico teso a suscitare ammirazione verso la figura di cui si parla). Si parte con Socrate, Platone e Aristotele, dei quali si compendia il pensiero filosofico in modo limitato ma accattivante, per passare poi a Dante Alighieri e, strano ma vero (visto che non è il primo nome che viene in mente), Giambattista Vico. Ci sono poi quattro scrittori stranieri, indicati all’italiana come Michele De Cervantes, Guglielmo Shakespeare, Giovanni Volfango Von Goethe, Giovanni Cristiano Andersen (anche in quest'ultimo caso ci si chiede il motivo della scelta). La lettura è divertente e briosa, alcuni aneddoti mi erano sconosciuti (come quello di Platone ridotto in schiavitù dal tiranno siracusano Dionigi), di altri viene da interrogarsi circa il perché si sia deciso di narrarlo (come la vicenda del cane di Aubry che Goethe non voleva far salire sul palcoscenico del teatro di Weimar). Del resto, però, qualcuno di voi si starà interrogando sul perché io abbia sentito il bisogno di scrivere questa recensione (così come io mi interrogo sul perché voi la stiate leggendo).


mercoledì 31 luglio 2024

DI AMORE E DI GUERRA

 


Mino Milani
DI AMORE E DI GUERRA
Interlinea
2018, brossurato
164 pagine, 15 euro

All’anagrafe era Guglielmo, ma tutti lo hanno sempre chiamato Mino. Nato a Pavia nel 1928 e morto nella sua città nel 2022 a 94 anni, Mino Milani è autore di una lista infinita di romanzi e di racconti, per ragazzi e per adulti, e per adulti ragazzi e ragazzi adulti, e di una serie di fumetti ancora più infinita (so che non può esserci un infinito più infinito di un altro, ma per Milani valgono le eccezioni alle regole), per non parlare della divulgazione storica e biografica e della saggistica dedicata alla sua terra e all’Italia intera, medievale come risorgimentale. 
Giornalista e direttore di giornali, collaboratore prolifico del “Corriere dei Piccoli” e del “Corriere dei Ragazzi”, sceneggiatore per fumettisti illustri (tra i quali Pratt, Manara, Battaglia, Toppi e Micheluzzi), maestro di Alfredo Castelli e Tiziano Sclavi, creatore di personaggi memorabili (come Tommy River, Efrem, Melchiorre Ferrari, Selina), Mino Milani è soprattutto uno straordinario affabulatore, in grado di narrare qualunque storia, vera o inventata, facendo restare tutti incantati, trascinati nel suo racconto. Lo dimostra “Di amore e di guerra”, un coinvolgente diario, personale e generazionale, locale e universale, degli anni della Guerra da lui vissuti durante gli anni dell’adolescenza e  del liceo (frequentò il Classico “Ugo Foscolo” di Pavia). “Fu certo una stagione difficile. Per i ragazzi richiamati alle armi; per gli altri, che riuscivano a nascondersi, per altri ancora che per convinzione o per caso o per convenienza si mettevano dall’una o dall’altra parte, chi con i fascisti, cioè, chi con i partigiani”, scrive l’autore. L’autobiografia è limitata agli anni tra il 1940 e il 1945 ma sono anni fondamentali, per Milani e per l’Italia: il titolo ben suggerisce l’idea di un percorso di crescita e di presa di coscienza lungo un percorso da “romanzo di formazione” grazie al quale il giovane Milo scopre il sesso e si confronta con la morte sempre dietro l’angolo. La narrazione è ricca di aneddoti coinvolgenti, a volte divertenti, più spesso drammatici, con l’attenzione sempre puntata sulla vita quotidiana della gente pavese, presa a paradigma dell’intera società, chiamata a una prova suprema. Milani descrive le cose com’erano e come stavano, senza livore ideologico, comprese le difficoltà del decidere che fare di fronte a scelte terribili. Si arriva al momento in cui schierarsi diventa obbligatorio e benché molto giovane (sedici anni) Mino collabora come interprete e corriere con la Resistenza. Non si vanta di imprese gloriose, non si atteggia a eroe, piange anche la morte di ragazzi come lui caduti dalla parte sbagliata. Il racconto è sempre misurato, poche parole bastano a tratteggiare scenari ed emozioni. Un gran bel libro.