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domenica 24 gennaio 2021

NON VEDO COSA CI SIA DA RIDERE

 
 

 
 
Alfredo Castelli
NON VEDO COSA CI SIA DA RIDERE
AC Press Edizioni
brossurato, 2019
100 pagine, 15 euro


Tempo fa, incontrando Castelli in redazione, gli dissi che sarebbe stato bello raccogliere in un opuscolo i testi dell’esilarante (e politicamente scorrettissima) rubrica “Lombroso aveva ragione”, che ricordavo di aver letto  sulle pagine di "Eureka", quando il Buon Vecchio Zio Alfy, allora Giovane Zio, fu chiamato insieme a Silver da Andrea Corno per un estremo tentativo di salvare la rivista (e ancora oggi la dozzina di numeri dell’”Eureka” di Castelli & Silver vengono ricordati con rimpianto, meraviglia e nostalgia da tutti quelli – temo non tantissimi – che la leggevano a quel tempo). Castelli mi informò del fatto che “Lombroso aveva ragione” non era una rubrica ideata per “Eureka”, ma compariva lì dopo essere apparsa in precedenza su un’altra rivista, “La bancarella del Gorilla”. Mi sono morso le labbra, scoprendo un’altra cosa di Alfredo che non sapevo. E sì che ne so proprio tante. So per esempio che scrisse un articolo proprio sul primo numero di “Eureka”, ancora diretta da Luciano Secchi. So che era lui a disegnare Scheletrino su “Diabolik”. So che è stato uno dei primi fanzinari italiani all’epoca in cui, come suol dire Sergio Bonelli, aveva ancora i calzoni corti (quanto mi piacerebbe vedere una foto di Castelli in calzoni corti). So che ha scritto testi per Antonio Ricci e per Enrico Beruschi, arrivando anche a portare in edicola una rivista dal titolo “Il dottor Beruscus”. So del suo gran lavoro al “Corriere dei Ragazzi”, delle strisce fatte con Carlo Peroni, della sua collaborazione con “Horror”, del fatto che alla fine ha collaborato con tutti i più importanti autori del mondo, ma anche si è volentieri speso e concesso per aiutare la pubblicazione delle rivistine più piccole. So delle sue ricerche e dei suoi studi ormai ventennali, accuratissimi e sterminati, sulla produzione dei fumetti dei primordi. So della sua capacità nel creare eventi, ideare merchandising, vendere diritti all’estero, eccetera eccetera. Le so tutte. Ovvero, credevo di saperle tutte. Non sapevo della “Bancarella del Gorilla”. E chissà dunque quante non ne so. Però, poi, a consolarmi è arrivato un altro pensiero. Quello cioè che per quanto si cerchi di fare un elenco completo delle storie, degli articoli, delle iniziative di Castelli, per quanto ci sia chi si reputi ferratissimo in materia e sappia persino che “Lombroso aveva ragione” apparve sulla “Bancarella del Gorilla”, ebbene si tratterebbe sempre e soltanto della punta dell’iceberg. Perché Alfredo Castelli non si può rinchiudere in una cronologia di opere, per quanto esaustiva e ragionata. Non senza prima, almeno, essersi messi d’accordo sul termine “opere”. Si intende tutto ciò che è frutto di un lavoro professionale destinato a un pubblico? Si sappia allora che Castelli realizza da sempre lavori professionali destinati a pubblici limitatissimi di magari dieci persone, oppure per due o tre, a volte per una persona sola. Sulla rivista “Dime Press”, a cui collaboravo dopo averla fondata ai tempi in cui anch’io (imitando Alfredo) ero un fanzinaro (ma si è fanzinari per sempre), pubblicammo alcune sue battute scritte su fogli di carta volante (che il buon Vianovi intercettava), tra cui un estratto della monumentale raccolta dedicata a Antonio Serra, che ancora oggi è custodita in un album presso la redazione Bonelli. Per chi realizzava quei testi, Castelli? Per chi aveva vicino in quel momento in redazione, magari per Sclavi, per una letterista, per una segretaria, per chi poteva passare e leggere al volo. E le battute erano sempre professionali, mai dilettantesche, per quanto realizzate in fretta. C’era la professionalità, c’era il pubblico. Le battute su Serra si sono salvate, raccolte da qualcuno che ne ha intuito il valore (forse lo stesso Serra?). Ma quanti foglietti volanti saranno andati perduti? E chi potrà farne mai la cronologia? Una volta ho sorpreso Alfredo a fare un fotomontaggio: si era messo in posa, decisamente poco vestito, e si era fatto un autoscatto per poi poter collocare la propria immagine al posto del celebre Menneken pis, la fontana di Bruxelles raffigurante un bambino che fa la pipì. Il lavoro era geniale e impegnativo. Chiesi a chi fosse destinato. Pare che si trattasse di realizzare una falsa foto spiritosa da allegare a una mail destinata a un amico, e naturalmente c’era un motivo (nella mail, assolutamente esilarante, era spiegato il perché del Menneken pis). Che fine avrà fatto quella mail? E la foto, ci sarà ancora? Non si tratta forse di un testo d’autore e di un fotomontaggio professionale? Mi è capitato anche, e ne ho scritto un articolo sempre su “Dime Press”, di andare a casa di Alfredo e di aver bisogno di usare il bagno. Ecco, le pareti della stanza erano coperte dalla sua collezione, rigorosamente incorniciata, di “scritte da cesso”. Si tratta cioè di cartelli vergati a mano da proprietari di bar, ristoranti, negozi o altri locali pubblici, in cui si esorta la clientela (per lo più in modo esilarantemente sgrammaticato) a lasciare pulito il gabinetto. Castelli si impossessa dei cartelli e li incornicia in casa sua (anzi, nel bagno suo). Ora, perché questa vera e propria mostra permanente degna di uno studio di antropologia culturale, non deve essere citata fra le mostre organizzate da Alfredo presso saloni del fumetto, biblioteche o università? C’è la professionalità (quella indiscussa del BVZA) e c’è il pubblico (chiunque abbia bisogno del bagno nel suo appartamento). Appesa alle pareti della redazione di Via Buonarroti c’è poi (sotto cornice) la copertina di uno dei “librini” allegati per anni agli speciali di Martin Mystère. Una copertina assolutamente in stile con tutte le altre, perfettamente mimetizzabile, soltanto falsa e riferita a uno spillato che non è mai uscito: raccoglierebbe l’elenco di tutte le cose che Sergio Bonelli non sopporta (dal pesce all’aria condizionata passando per gli antichi romani) e su cui circolano leggende urbane incontrollabili. Si intitola: "I segreti di Bonelli". Quanta professionalità per realizzare il falso opuscolo! E quanto pubblico: chiunque venga in redazione non può fare a meno di notarlo. Ma esisterà anche il testo o c’è solo la copertina? Mistero. Ma a questo punto, il vero mistero è: quant’è grande l’iceberg delle cose fatte da Castelli e che sfuggono a ogni possibilità di censimento? Mistero. Anzi, Mystero. Però, c'è un però: a rimediare almeno in parte alla mancanza di un censimento, censendo almeno una parte della produzione umoristica e "laterale" del BVZM, giunge questo volume della AC Press Edizioni, che si fregia del marchio "Etna Comics" (sono quasi sicuro che il mio amico Marco Grasso ci abbia messo le mani), distribuito in occasione dell'edizione 2019 della kermesse catanese. C'è il librino "I segreti di Bonelli". Ci sono le vignette su Antonio Serra. C'è il fotomontaggio che mi riguarda, quello con Barack (Obama) e Burattini, c'è la dichiarazione consensuale da far firmare alla donna con cui si esce perché accetti il nostro corteggiamento senza scambiarlo per molestie sessuali, c'è la rubrica "Lombroso aveva ragione". C'è un sacco di altro materiale, quale quello delle "Riviste Impossibili", realizzatr per "La Bancarella", tra cui spiccano Unopiù (parodia di "Duepiù", ma riservata agli onanisti), Prayboy (un "Playboy" per preti) e "La zuppina italiana" ("La cucina italiana" fatta per chi mangia scatolette). Il tutto realizzato anche con la complicità di numeri uno quali Silver e Claudio Villa. Insomma, "Non vedo cosa ci sia da ridere" fa vedere un sacco di cose da ridere.

domenica 27 gennaio 2019

BESTIARIO UMORISTICO





Tino Adamo

Luca Barbieri
BESTIARIO UMORISTICO
Elletì Edizioni
brossurato, 2018
128 pagine, p.n.i.


Ci sono dappertutto i colleghi battutisti. Quelli che in pausa caffè fanno ridere i presenti con i loro commenti salaci o i loro giochi di parole, sparati a raffica. Luca Barbieri l'hanno cacciato per questo dalla banca dove, prima di venire assunto in Bonelli come redattore, faceva l'impiegato. Lui racconta di essersene andato volontariamente perché appassionato di fumetti, ma tutti conoscono la verità. Adesso anche noi in Bonelli cerchiamo il modo di liberarcene: ne parliamo bene a quelli della Panini sperando che se lo accattino loro. Con Tino Adamo non c'è speranza: non lo vorrebbe nessuno, ci tocca tenercelo noi. Per farlo stare buono gli abbiamo dato da fare i Bonelli Kids. I due hanno stretto comunella e hanno realizzato un libro di battute grafiche: un bestiario di animali fantastici dai nomi storpiati o fraintesi. Il risultato è esilarante.

Nella mia prefazione (sì, perché c'è anche una mia prefazione: l'hanno chiesta a me perché sono il terzo battutista della Bonelli e mi considerano del club) ho citato il cartoonist Mort Walker che con lo pseudonimo di Addison ha disegnato, dal 1968 al 2000, una serie di strisce umoristiche intitolata “Boner’s Ark” con protagonisti gli animali di una sorta di Arca di Noè. Ma, restando in tema di fumetti, c’è anche lo “Zoo pazzo” di Mario Gomboli e Massimo Mattioli che suscitava l’ilarità dei lettori del “Corrierino”. Barbieri e Adamo, ci consegnano adesso un loro bestiario in cui si divertono a giocare, oltre che con le bestie, anche con le parole. Ed è questo il bello: come moderni dottor Moreau danno vita a creature che incrociano le specie viventi con i calembour. Isaac Asimov, uno che sia di humour che di parole se ne intendeva, soleva ripetere: “considero il gioco di parole la forma più nobile di umorismo”. Voleva dire che mentre gli scivoloni sulle bucce di banana o le torte in faccia sono un tipo di humour molto immediato, godibile anche da un analfabeta, il gioco di parole richiede non di rado, per essere perfettamente compreso, una certa cultura, una certa dimestichezza con le lettere, una certa raffinatezza di palato da parte del fruitore. Non mi resta che invitarvi la lettura delle scompiscianti vignette di Luca e Tino:vi assicuro che fanno ridere. Da montanaro qual sono, rido anche adesso pensando al Corilla di Montagna che canta lo jodel, o alla Montide Religiosa che si inerpica un cerca di un santuario alpino. Unico problema: il libro non è in vendita, per ora, se non dagli autori che lo promuovono in giro per le mostre, faticando come bestie e facendo faticare come bestie i loro lettori. Ma potrebbe esserci presto una distribuzione.

mercoledì 2 gennaio 2019

IN CAMPAGNA E’ UN’ALTRA COSA





Achille Campanile
IN CAMPAGNA E’ UN’ALTRA COSA
Rizzoli
Collana Biblioteca Universale Rizzoli
Seconda edizione BUR luglio 1995
brossurato - 308 pagine -  lire 15.000

Grande Campanile! Grande come scrittore, grande come umorista. Da leggere, da studiare, da ammirare, da scompisciarsi. Questo romanzo in realtà romanzo non è, vista l’assoluta inconsistenza della trama: il giovane Serenello, scrittore, giornalista, autore teatrale (chiara controfigura dell’autore) si reca in vacanza dagli zii, e qui s’innamora di una ragazza ma litiga con il di lei padre, di cui poi deve ricercare il perdono. Tutto ciò è un pretesto. In realtà il divertimento nasce dalle divagazioni stralunate in cui Campanile si esibisce a ogni piè sospinto, raccontando aneddoti e costruendo battute con una grazia incomparabile. In questo assomiglia un po’ a Jerome Kapkla Jerome, che con il suo “Tre uomini in barca” aveva preso a pretesto una gita lungo il Tamigi per divagare con levità verso ogni dove. Ma a differenza di Jerome, che resta pur sempre con i piedi per terra, o almeno sulla barca, Campanile si concede assai più libertà e costruisce giochi di parole (Serenello smarrisce la ciocca di capelli datagli dalla fidanzata e va in giro a dire che “ha perso i capelli” ricavandone consigli contro la calvizie), inventa aneddoti (esilaranti quelli sul cane Lampone), propone paradossi (uno scrittore che deve compilare trecento pagine di romanzo partendo dalla minuscola idea di una dichiarazione d’amore, lo fa rendendo lui balbuziente e lei sorda). La gag più divertente è quella del visitatore di una esposizione di quadri che per non trovarsi a corto di aggettivi di fronte alle ultime opere che gli verranno mostrate, parte da aggettivi di bassa considerazione proponendosi di arrivare ai superlativi; ma venendo informato i che le tele sono cento, parte da così lontano che comincia con “orripilante”, “vomitevole” e cose del genere, e viene gettato fuori prima di arrivare ai complimenti. Degna di memoria è anche la seguente definizione: “Lettori: personaggi immaginari nati dalla fantasia degli scrittori”. Il che fa capire che anche all’epoca di Campanile la carta stampata languiva in stato di crisi.

martedì 31 luglio 2018

ARRIVANO I BONELLI KIDS




Tino Adamo
Luca Bertelé
Alfredo Castelli
Sergio Masperi
ARRIVANO I BONELLI KIDS
Sergio Bonelli Editore
2018, cartonato
100 pagine, 12 euro

Ancora! Ancora! Ancora! Cento pagine sono decisamente poche se devono essere condivise da un affollatissimo gruppo di protagonisti come i Bonelli Kids, con in più le irruzioni di Alf, il bambino più vecchio del mondo. Perciò, vogliamo altre strisce (che poi in realtà sono mezze tavole quadrate), altre gags, altri mini-eroi (già, dove sono Tex e Dylan Dog?). Ufficialmente, e questo è l'escamotage di partenza, i Bonelli Kids sono dei ragazzini che si vestono come i loro eroi dei fumetti preferiti, in pratica dei cosplayers - con la differenza che la maggior parte dei cosplayers non legge i fumetti dei personaggi da cui si travestono, ma al massimo ne hanno visto qualche cartone animato. I Bonelli Kids invece si identificano in tutto e per tutto in Zagor, Mister No, Dampyr, Morgan Lost, Martin Mystére, Cico, Java, Kurjak, Ringo, Nathan Never, più l'altra parte del cielo: Tesla, Diana, Angie, Sam. Però, escamotage a parte, i Bonelli Kids finiscono per essere dei personaggi a fumetti pure loro, adorabili nella loro esserlo in maniera metafumettistica. I personaggini, senza dubbio, sono la parodia dei loro modelli bonelliani, ma altrettanto indubbiamente vivono di vita propria riuscendo a essere godibili e fruibili anche se non si ha ben presente chi sia e che cosa faccia il personaggio originario. Qualcuno si è chiesto a chi siano indirizzate queste storielle: ai bambini? Ai ragazzi? Agli adolescenti? Ai giovani? Ai grandi? Ai vecchi? Mi sembra una domanda oziosa: sono felicemente intergenerazionali. Quel che più conta, le battute fanno ridere. Dunque una gran bella (e riuscita) alchimia a cui sicuramente hanno giovato la sapienza comica e l'esperienza fumettistica di Alfredo Castelli, giustamente finito tra i Kids pure lui, catalizzatore delle energie positive di Tino Adamo e Sergio Gasperi (autori di fumetti in proprio ma anche grafici in forza alla Sergio Bonelli Editore). Un plauso finale e particolare va al genio e alla sintesi dei disegni di Luca Bertelé. Vedere per credere. Poi, dopo che si è visto, attenti però. Vien voglia di leggerne ancora, magari prima in Rete, come è successo per questa prima ottantina di tavole, poi in volume.

domenica 29 luglio 2018

VIVIANE L'INFERMIERA



Filippo Pieri
Cryx
VIVIANE L'INFERMIERA
Sbam!Libri
2018, brossura
64 pagine, 9.50

Anche se certi ammiccamenti ai manga, nei disegni di Cristiano Corsani (in arte Cryx), indubbiamente ci sono, più Ruko Tatase la procace Viviane l'Infermiera rimanda a Gloria Guida o a Edwige Fenech, che evidentemente sono invece nell'immaginario di Filippo Pieri insieme a tutta la casistica cine-comica e fumetto-comica degli arzilli vecchietti della Casa di Riposo (a partire da quelli, appunto, di Villa Arzilla, sia-com televisiva degli anni Novanta). Ruko Tatase, per capirci, è l’infermiera assistente del dottor Sawaru Ogekurie nella “Clinica dell’Amore”, serie a fumetti creata dal giapponese Haruka Inui nel 1987. Da noi ormai non ci sono più i sexy fumetti, viva il Giappone dove ancora ci sono. In Italia sono persino sparite ai cinema le commedie erotiche, come “L’infermiera di notte” (1979) dove il dottor Nicola Pischella (Lino Banfi) assume per fare da badante notturna al vecchio zio Saverio (Mario Carotenuto) la bella Angela (Gloria Guida). Risate e strip tease erano garantiti, bei tempi che furono. Fuori dai cinema si potevano anche esporre quei manifesti un po’ scollacciati che oggi causerebbero l’intervento della buoncostume allertata dall’Associazione Genitori e dall’Esercito della Salvezza. Con evidente sprezzo del pericolo, Filippo Pieri e Cryx propongono oggi la loro versione di quel tipo di commedia sexy che ha fatto la storia del cinema italiano quando ancora i film incassavano qualche spicciolo. Ovviamente partono da una infermiera, oggetto da sempre di fantasie erotiche maschili. Ruko Tatase incontra Banfi e Carotenuto: come non esserne contenti? Viviane tuttavia non è maliziosa, né tantomeno lasciva e perversa, ma beatamente serafica nella naturale e istintiva ostentazione delle proprie forme. Fra gli influssi ci metterei anche quelli de “Il Vernacoliere”, e viene in mente Luana, la baby sitter di Daniele Caluri, “portatrice sana di topa” (per dirla con Mario Cardinali) e felicemente svampita e inconsapevole (o disinteressata alla cosa) dei ferormoni femminili dalle lei emanati e delle reazioni testosteroniche altrui. Come nelle disavventure di Caluri, anche in quelle di Pieri e Cryx si ride con trovate scatologiche, si possono vedere vomiti e rigurgiti, erezioni sotto i pantaloni, viva la libertà della frittatona di cipolle, birra ghiacciata e del rutto libero. A Casa Nova si può perfino vedere uccidere a pistolettate un pappagallo senza che accorra Edoardo Stoppa. Che liberazione, quella dal politicamente corretto e dal perbenismo imperante. Perbenismo di cui, per loro fortuna, possono essere esentati i vari Principe, Macao e Jesus, gli arzilli e impenitenti ottuagenari di Casa Nova, toscanamente simili ai vecchietti pisani del Bar Lume di Marco Malvaldi (Pilade, Amelio, Emo) ma anche e forse soprattutto ai Mascetti, Melandri, Necchi e Sassaroli, i protagonisti di Amici Miei – Atto III (1985), il film di Nanni Loy in cui i goliardi di Monicelli si ritirano tutti in un ospizio senza perdere la voglia di fare le loro zingarate. Alla fine la serie a fumetti di Pieri e Cryx, a dispetto del titolo, finisce per avere come protagonista non tanto la procace infermiera Viviana, quanto il teatrino di personaggi: il mafioso Don, la cinica e avida direttrice Gabriella Kaputt, l’inserviente di colore Paco, il focoso Raulo e il per nulla focoso dottor Noè. Tanti character che interagiscono dando vita a divertenti episodi di due pagine. Onore al merito al coraggioso editore che investe nell'humor su carta. Per la cronaca, la prefazione al libro è mia.

mercoledì 25 luglio 2018

SESSANTOTTO E DINTORNI



Davide Barzi
Oskar
SESSANTOTTO E DINTORNI
Cut-Up
2018, cartonato
64 pagine, 18.90 euro

A partire dal 2004, Davide Barzi (sceneggiatore) e Oscar Scalco in arte Oskar (disegnatore) hanno collaborato a lungo (quando si dice le eccellenze italiane all'estero) con la casa editrice belga P&T Production / Joker Editions, realizzando (in perfetto stile franco-belga) numerose tavole a fumetti pubblicati su volumi antologici. Nel 2008 venne loro proposto di pubblicare un libro tutto da soli, e furono così raccolte in quarantotto pagine le disavventure di Hubert e Leopoldine, e dei loro quattro figli, cioè della famiglia protagonista del volume "Les Sixties", ovvero "Sessantotto e dintorni" finalmente (nel 2018) arrivato anche in Italia, con dieci tavole in più, inedite presso i cugini d'Oltralpe. Le vicende raccontate, con gag lunghe ciascuna una tavola di quattro strisce in perfetto stile bedé, percorrono, stagione dopo stagione, i dieci anni cruciali dell'evoluzione della società europea che vanno dal 1959 al 1969. Avrebbe dovuto esserci una seconda serie intitolata "Les Seventies" che poi non si fece ma che appunto con le tavole inedite è accennata nel libro italiano. Ogni sketch gioca su un qualche elemento legato alla storia o alla cronaca (soprattutto riguardo il costume) degli anni Sessanta: si comincia con il trasferimento dalla campagna in città della famiglia di Hubert, per poi passare a raccontare, vicenda dopo vicenda, attraverso l'arrivo degli elettrodomestici, delle minigonne, dei capelli lunghi, dell'uomo sulla Luna. Le gag sono simpatiche e ci si affeziona ai personaggi (ce ne sono altri, oltre a quelli già citati, come la padrona di casa e il disastroso figlio). A rendere più divertenti le storielle ci pensano i disegni di Oskar, deliziosamente francesi al servizio appunto della committenza ma anche della godibilità del racconto (ah, che nostalgia di fumetti così).

giovedì 26 aprile 2018

OH DIO MIO!


Anat Gov
OH DIO MIO!
Giuntina
2016, brossurato,
100 pagine, 10 euro

Scritto come un testo teatrale ma sicuramente da leggersi anche e soprattutto come un testo letterario (del resto i testi teatrali fanno parte a pieno titolo della letteratura), "Oh Dio mio!" è un piccolo capolavoro di umorismo yiddish ma certamente non si può etichettare come scritto comico. Anzi, il drammatico prevale, visti i temi trattati. L'autrice, israeliana di Tiberiade (1953-2012), mette in scena l'incontro impossibile tra un psicoterapeuta, Ella, madre di un ragazzo autistico di dodici anni anni, Lior, e un insolito paziente venuto a farsi psicanalizzare, che si rivela essere Dio. Il Creatore fa un po' di fatica a convincere Ella che si tratta proprio di Lui, ma poi, di fronte all'evidenza di tante cose di lei che solo Colui Che E' può sapere, la psicologa accetta il dato di fatto e, con grande professionalità comincia il suo lavoro. Dio sembra vittima di una sindrome depressiva, dato che le cose, con l'Uomo, non sono andate per il verso giusto. Ella scava con metodo freudiano cercando di capire se alla base del mal di vivere divino ci siano i genitori assenti, e provoca con veri e propri colpi ai fianchi la reazione del paziente, messo sotto accusa. Tanto per cominciare, perché il Creatore ha voluto creare? Si sentiva solo? "Cerchi di ricordare il momento prima della decisione". E poi, possibile che creato l'Uomo, al primo sgarro sia stato così brutalmente punito e abbandonato? E i dieci comandamenti? Perché il primo non è "non uccidere" ma "non avrai altro Dio all'infuori di me"? Paura dell'abbandono? E che dire dell'odio verso le donne, fatte partorire con dolore? Gelosia perché Adamo preferiva Eva a Lui? Dio finisce quasi per perdere le staffe. Alla base della depressione divina sembra esserci il pasticciaccio brutto accaduto con Giobbe. Prima di quel fatto, Dio interveniva, parlava, era presente; dopo, quasi scompare dalla Bibbia. Non parla più. Che accadde, veramente? Alla fine, però, anche Ella si rende conto di venire psicanalizzata da Dio, per il dramma che vive con il figlio autistico. E sembra che il confronto sia terapeutico per entrambi. Dio non può fare a meno dell'uomo e l'uomo non può fare a meno di Dio?

venerdì 20 aprile 2018

L'IDEA FISSA (IL TROIO 5)





IL TROIO 5
L'IDEA FISSA 
di Andrea Camerini
Edizioni del Vernacoliere

2010

Le scritte di copertina "Tutto a colori" e "Contiene un sacco di roba inedita" dovrebbero invogliare all'acquisto gli acquirenti esitanti, ma ovviamente io non ho avuto alcuna esitazione, anche se avevo già letto sul "Vernacoliere" tutte le storie già apparse . A questo punto servono però due parole proprio su questa mitica rivista, "Il Vernacoliere". E' vero che è stampata a Livorno e presenta testi in gran parte in livornese, ma si trova ormai in quasi tutta l'Italia (vedo sempre le irriverenti locandine persino nelle edicole milanesi) e decifrare il vernacolo toscano non è mai stato un problema per nessuno. Si tratta di un mensile satirico che alterna testi e disegni. Ovviamente, bisogna essere pronti a trovarsi di fronte di tutto, parolacce, oscenità e blasfemie. Però, si tratta sempre di un tipo di trivilialità "colta", di un registro stilistico, che va contestualizzato in una tradizione. Il "Vernacoliere" è dissacrante, demistificante, politicamente scorretto, anticlericale. E' "di sinistra" ma fa ridere anche quelli "di destra". Sulle pagine della rivista livornese è nato, per esempio, "Don Zauker" di Daniele Caluri ed Emiliano Pagani, il duo che oggi realizza "Nirvana" per la Panini (i nuovi Magnus & Bunker, li ho definiti io). Un altro pezzo da novanta della rivista, insieme a Federico Sardelli, è Andrea Camerini. Il quale è noto ben oltre i confini del "Vernacoliere" come regista di corti cinematografici e animatore di sigle TV (sono suoi quelle delle rubriche di "Striscia la Notizia", da "I nuovi mostri" a "Fatti e rifatti"). Di Andrea sono amico da una vita (anche se, in effetti, è un po' che non vado a trovarlo nel ristorante di famiglia che gestisce sul golfo di Baratti), ricordo ancora quando, giovanissimo, veniva a farmi vedere un suo fumetto con protagonista un antico etrusco. Da vent'anni, Camerini disegna, fra le altre cose, le avventure del Troio, di cui questa è la quinta raccolta. Un personaggio pessimo e negativo come pochi altri mai (battuto forse solo da Don Zauker), una sorta di coatto livornese, un tamarro al cacciucco, uno Zanardi labronico, ma anche uno che i coatti e i tamarri (e forse anche gli Zanardi) li stende con un rutto, perché lui, indiscutibilmente, è superiore. Trenta/trentacinque anni, bello e biondo, senza voglia di lavorare, totalmente disinteressato ai problemi del mondo se non ai suoi, che sono soltanto quelli di evitare le ire del babbo che lo vuol buttare fuori casa e di trovare compagnia femminile, con qualunque mezzo lecito e meno lecito. Dunque, è questa l'idea fissa del titolo, com'è facile capire fin dalla copertina che cita la locandina del film su Larry Flint. "Ner mondo c'è tanta superficialità e menefreghismo - dice il Troio - ma tanto a me m'importa una sega: mi basta trombà". Scrive Paolo Ruffini nella sua introduzione: "Si legge, si ride e poi ci si sente meglio: una catarsi che sgorga fluente in nome di un concetto molto più alto della libertà: la libertà di essere delle teste di cazzo".

martedì 26 dicembre 2017

I MIRACOLI DI PADREPIO




Federico Sardelli
I MIRACOLI DI PADREPIO
Mario Cardinali Editore
2002, brossurato
100 pagine, 10 euro

Partiamo dal presupposto che Federico Sardelli è un genio. Detto a ragion veduta, considerando che si tratta sia di un grande direttore d'orchestra specializzato in musica barocca (è uno dei massimi esperti di Vivaldi), sia di uno dei massimi autori de "Il Vernacoliere", celebre e irrispettosa rivista satirica livornese. "I miracoli di Padrepio" (scritto tutt'attaccato) fanno parte di questa secondo aspetto della sua personalità, e dimostrano il suo talento comico quale scrittore di testi comici quanto disegnatore umoristico. Di Sardelli abbiamo già parlato più volte recensendo altri libri pubblicati da Mario Cardinali (lo storico, appunto, direttore del "Vernacoliere"), ma anche commentando il romanzo "Il caso Vivaldi" edito da Sellerio. Fra i libri comici dell'autore ci sono l'esilarante parodia di Cuore, la raccolta delle sue "proesie", i falsi giornali della "Rassegna StaNpa", l'irresistibile carrellata de "Le più belle cartoline del mondo" ma anche questa antologia delle cronache dei miracoli di Padre Pio già apparse su rivista. Le cronache, tutte rigorosamente false (del resto l'autore considera falsi anche i miracoli considerati veri, dunque per lui, giustamente, non c'è molta differenza), sono raccontate in un dialetto toscano/campano/pugliese non ben identificabile (ma molto buffo), costruito, si direbbe, a imitazione del modo di parlare di Padre Pio o dei suoi confratelli d'una volta. Ne è esempio il sottotitolo, dove parlando dei miracoli si avverte "Che avventeremmo veramente, potesse stiantare chi non cui crede, Ame". Foto e disegni esemplificano il tipo di interventi miracolosi, come il prodigio per cui il povero Bulbesio Lupi che rimase schiacciato da un TIR non morì ma rimase soltanto con le gambe triturate, o quello grazie al quale un uomo che andava dal barbiere e stava per pestare una cacca venne avvisato per tempo da una apparizione e non la pestò. Una postfazione dello stesso Sardelli propone (in modo serio ma piuttosto critico nei confronti del santo) alcuni cenni storico-biografici di Francesco Forgione (appunto San Pio). Ovviamente un libro del genere può far accapponare la pelle ai devoti del Padre in questione, ma nello spirito trasgressivo e anticlericale del "Vernacoliere", che si rifà alla satira di storiche riviste come "L'asino" e a una tradizione di goliardia e di fiera mancanza di rispetto, è uso anche scherzare con i santi. Chi apprezza legga (e si divertirà), chi non apprezza non legga (e non si arrabbierà).

lunedì 18 settembre 2017

IL MANUALE ILLUSTRATO DELL'IDIOTA DIGITALE



Diego Cajelli
IL MANUALE ILLUSTRATO DELL'IDIOTA DIGITALE
Panini Books
2017, cartonato
220 pagine, 16.90 euro

Ottimo nelle intenzioni, questo manuale avrebbe però dovuto intitolarsi "dizionario" perché poi la magna pars è costituita appunto da brevi voci in ordine alfabetico e manca la parte saggistica più consistente e articolata sull'idiozia digitale che uno si sarebbe aspettato (e che io, personalmente, auspicavo). In altre parole, Cajelli ha compilato un testo social, con testi brevi e sparsi, e non si è impegnato in una disamina complessiva del problema. Del resto, una prima versione è stata pubblicata appunto in Rete. Non che la lettura non sia divertente, lo è: dalla voce "autismo" (causato, secondo gli idioti digitali, dai vaccini) a "zoccole" (le vittime degli stupratori italiani) ci si possono riconoscere tutte le perversioni mentali dei naviganti meno illuminati. Però si tratta appunto di un elenco di voci, neppure completo (Cajelli recrimina giustamente per gli insulti rivolti alla Kyenge ma improperi del medesimo tenore vengono rivolti a chiunque anche della parte politica opposta). C'è però un apparato di corredo al dizionario che è la parte migliore del libro ed è quello che lo rende imperdibile: sono le sei leggi del Web contemporaneo ("L'idiota digitale vive la libertà di espressione come suo diritto inalienabile di insultarti e diffamarti, ma se diffami e insulti lui ti denuncia"); l'atlante dei Social Network viventi, estinti e Google + (la maggior parte di questi io non sapevo neppure che esistesse o fosse esistito); e il tutorial "Come identificare un idiota digitale in dieci mosse" ("Condivide, diffonde e cede alle bufale più imbecilli che circolano sul Web").