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mercoledì 8 aprile 2020

DIZIONARIO DELLA STUPIDITA'






Piergiorgio Odifreddi
DIZIONARIO DELLA STUPIDITA'
Rizzoli
cartonato, 2016
380 pagine, 18 euro



Oltre a essere un luminare in campo matematico, Piergiorgio Odifreddi (1950) è anche un bravo divulgatore scientifico e un eccellente polemista. Seguendolo nella sua rubrica su ogni numero de "Le Scienze" e lungo il percorso tracciato con i suoi numerosi libri (i libri di un matematico non possono che essere numerosi) lo si scopre esperto anche in campo filosofico e letterario. Quando polemizza, di solito se la prende con tre bersagli: la religione, gli Stati Uniti d'America e gli esponenti dei partiti politici che non sono ostili alla religione e agli Stati Uniti d'America. Se si riesce, e io ci riesco benissimo, a fargli la tara da questo punto di vista, è sempre interessante e piacevole leggerlo. Uno dei libri a sua firma che mi è piaciuto di più è "La Via Lattea", scritto con Sergio Valzania lungo il cammino di Santiago, percorso dai due autori riportando l'uno le proprie riflessioni da ateo, l'altro le proprie meditazioni da cattolico praticante. Il "Dizionario della stupidità" appartiene al filone polemico odifreddiano, e consiste in trecento voci, di una pagina ciascuna, da "Abitudini" a "Zichichi". Le voci possono essere appunto dedicate a persone (Yeats, Croce, Diderot, Berlusconi, Flaubert, papa Francesco...), a teorie scientifiche, economiche o filosofiche (creazionismo, capitalismo, esistenzialismo, metafisica, omeopatia, new age, etica...), alla religione (Dio, Padre Pio, Lucifero, miracoli, transustanziazione, Sacra Famiglia, Maometto...), a fenomeni sociali o di costume (droga, femminicidio, divorzio, crisi, Grande Fratello), o a quel che gli pare (funerali, donne, coincidenze, burocrazia, incompetenti...). Su ogni argomento, Odifreddi dice la sua evidenziando la stupidaggine di questo o quello e rimandando, nel suo commentare, ad altre voci del dizionario (questi rimandi finiscono per essere fastidiosi). Molti temi avrebbero avuto bisogno di ben più lunghe trattazioni, ma l'autore è inflessibile: qualunque sia la caratura dell'oggetto del contendere, lo spazio è di una pagina. Questo permette una lettura agevole anche andando avanti e indietro a spizzichi e bocconi. Talvolta (il più delle volte, per quanto mi riguarda) capita di essere d'accordo, altre volte verrebbe da obiettare. Ma il libro è di Odifreddi e non nostro, ed è giusto che sia lui a dire la sua. Del resto, nella prefazione l'autore ammette che si è tutti un po' stupidi a turno. Sulla stupidità della società che ci circonda è uscito, un paio di anni dopo, un altro libro: "Scemocrazia", di Massimiliano Parente. Ecco, volendo fare un confronto, il testo di Parente è meglio scritto, meglio argomentato e più divertente. A volte il professore matematico sembra un po' troppo saccente, uno di quelli che son tutti scemi tranne lui: il che magari è vero.

martedì 31 marzo 2020

K2 LA VERITA'




Walter Bonatti
K2 LA VERITA'
Rizzoli
2015, brossurato
430 pagine, 13 euro



Straordinario personaggio, Walter Bonatti. Alpinista, esploratore, giornalista, scrittore e fotografo, sempre affascinante da seguire nei suoi racconti, pioniere com'era in molti campi: basti pensare alla prima solitaria invernale sulla parete Nord del Cervino. E anche abile polemista, preciso, piccato, puntuale, difficile da contraddire. Fra le sue straordinarie imprese da scalatore ce n'è una che ha segnato la sua vita: la conquista italiana del K2. Conquista avvenuta il 31 luglio 1954 a opera di Compagnoni e Lacedelli, membri di una squadra messa insieme da Ardito Desio che organizzò la spedizione e la diresse dal campo base. Del gruppo di alpinisti faceva parte anche Bonatti, il quale avrebbe anche potuto esser quello destinato a piantare il tricolore sulla vetta: il gruppo porta uomini e materiali ai campi sempre più alti, poi l'ultimo assalto lo danno quelli più in forma. L'ultimo giorno prima dell'impresa, però, capitò qualcosa di davvero brutto: Compagnoni e Lacedelli, per non rischiare di farsi soffiare il posto e la gloria dal più giovane del gruppo (Bonatti era appena ventiquattrenne) piazzano il loro ultimo campo in un luogo diverso dal convenuto, in modo di non essere raggiunti da Walter, il quale si trova così a dover trascorrere una notte a oltre quota ottomila, in una buca scavata nella neve, impossibilitato a tornare indietro dopo aver trasportato fin lassù l'ossigeno necessario agli scalatori. Quella notte avrebbe potuto costare la vita a lui e un portatore, Mahdi, a cui in seguito dovettero amputare le dita congelate. Desio avrebbe poi in seguito coperto fino all'ultimo Compagnoni e Lacedelli e anzi la responsabilità dell'accaduto venne attribuita allo stesso Bonatti, accusato persino di aver consumato l'ossigeno, in modo da far credere che la conquista del K2 fosse avvenuta senza bombole. In seguito, però, tutta una serie di fotografie analizzate dagli esperti internazionali smontano la ricostruzione dei conquistatori, e dimostrano che essi respirarono ossigeno fino all'ultimo, da erogatori perfettamente funzionanti. Persino nel film documentario che venne realizzato con i filmati degli scalatoti non c'è traccia di Bonatti, che pure fu quello che più si avvicinò alla vetta dopo i due conquistatori. Le solite pastette all'italiana, versioni arrangiate degli eventi e comportamenti da "non disturbiamo i manovratori". Bonatti, vincitore in tribunale di ogni processo di cui è stato protagonista, ricostruisce in questo libro l'intera vicenda, scagliandosi non solo contro Desio ma anche e soprattutto contro l'enstablishment del CAI, reo di non aver mai ufficialmente restituito alla storia la vera versione dei fatti. "K2 La Verità" è in realtà non un libro organico ma una raccolta di testi scritti da Bonatti in varie occasioni nel corso di una vita intera, di fotografie e cartine, e di testimonianze tratte da documenti ufficiali. Ci sono le versioni di Compagnoni, Lacedelli e Desio trascritte da interventi in TV e dai loro libri, e ogni frase viene smontata con una logica inappuntabile. Il difetto del volume è appunto quello di contenere discorsi fatti più volte. Ma alla fine pare di esserci stati anche noi, quella notte, sul K2.

lunedì 19 novembre 2018

DISCORSI SULLE NUVOLE



E' da qualche giorno in distribuzione (nelle librerie e nelle fumetterie che danno spazio anche alla saggistica sul fumetto, ma anche negli shop on line) il mio nuovo libro, intitolato "Discorsi sulle nuvole", edito da Cut-Up (come già "Dall'altra parte", "Facezie" e "Il negromante e altri incubi". Si tratta di una raccolta di "saggi e assaggi sul fumetto", come recita il sottotitolo, vale a dire articoli da me scritto nel corso di parecchi anni. Testi sempre piuttosto brevi, spesso polemici, qualcuno dice brillanti, io spero non noiosi. Se di "critica fumettistica" qualcuno volesse parlare (mi auguro di no), sappia che non ho fatto riferimento ad alcuna sovrastruttura ideologica né ad alcuna scuola metodologica: ho scritto semplicemente quel che mi passava per la testa, sulla base, questo sì, di tante letture e di tanta passione. In quarta di copertina compare un breve testo che dovrebbe farvi venir voglia di comprare il volume (310 pagine, 15 euro). Eccolo:

C’era una volta il fumetto. Gli eroi di carta denunciavano, scandalizzavano, eccitavano, ma soprattutto divertivano. Erano amici, fratelli, complici e compagni di vita. Uno fra i più noti sceneggiatori italiani raccoglie in questo volume ottanta suoi articoli, editi e inediti, che raccontano il fumetto di ieri e quello che oggi ne è rimasto. Una carrellata di saggi e assaggi brillanti, divertenti, polemici e appassionati che consegnano al lettore scorci e istantanee di un panorama indimenticabile, affollato di personaggi e di autori, di editori e di testate, che hanno segnato un’epoca. E che resteranno, mentre degli Youtubers non rimarrà nulla.

I fumetti hanno fatto compagnia per tutta la vita a intere generazioni di lettori.  C’erano riviste come Intrepido e Il Monello che vendevano centinaia di migliaia di copie e praticamente non si sentiva dire di qualcuno che non leggesse o quel fumetto o piuttosto quell’altro. Le idee circolavano anche attraverso le strisce pubblicate su Linus o su Eureka, per non parlare delle storie di Alter, di Frigidaire o di Cannibale. In questo clima fiorivano le case editrici e i giovani autori trovavano sempre il modo di fare gavetta, a bottega da colleghi già affermati o negli studi professionali, pubblicando prima su piccole testate per approdare poi su quelle grandi una volta che si fossero fatte le ossa. Ai giorni nostri, gli editori in grado di portare in fumetto in tutte le edicole si contano sulle dita e in ogni caso non c’è più la ressa per comprare le testate che ci arrivano. Per chi vuol leggere fumetti, è difficile persino rintracciarli perché la distribuzione è quel che è e non tutte le edicole sono rifornite di fumetti allo stesso modo. Ci sono quelle che non lo sono affatto. E i guai sembrano destinati a peggiorare.

Prima di essere un autore di fumetti ne sono stato, fin da quando ho memoria di me, un appassionato lettore. E di fumetti ho sempre scritto, tanto e forse troppo. Ho dedicato alla nona arte persino la mia tesi di laurea, che mi è valsa (oltre al massimo dei voti e, inopinatamente, la lode) addirittura il premio  Premio Marchetti, attribuitomi a Roma nel corso di una ExpoCartoon. Non l’ho fatto per guadagnarci qualcosa: raramente sono stato pagato per la pubblicazione dei miei saggi sui comics. Ho iniziato scrivendo su una fanzine ciclostilata a manovella, Collezionare, nel 1985. Poi ho proseguito invadendo qualunque spazio: su altre riviste amatoriali, come su volumi di pregio per i quali mi era stato chiesto un contributo. Ho fondato una rivista, Dime Press, scritto libri miei e decine di introduzioni a libri altrui, firmato centinaia di articoli sul mio blog, curato gli apparati critici di collane come Alan Ford Story della Mondadori o Zagor Collezione Storica di Repubblica. Ho realizzato persino una enciclopedia in cinque volumi su Aquila della notte, “Cavalcando con Tex”.  Non ho mai fatto distinzioni fra grandi e piccoli editori, pubblicazioni fatte da appassionati o testate blasonate. 

Dopo oltre trent’anni, se dovesse fare un bilancio, direi che ho scritto semplicemente per condividere agli altri la mia passione. Scrivendo saggistica per hobby ho potuto occuparmi sempre e soltanto di temi a me cari. Tanti e diversificati sono stati gli spazi su cui ho pubblicato e miei interventi, distribuiti su un lungo arco di tempo, che sarebbe difficile per chiunque, anche per me, rintracciarli tutti nel caso qualcuno, indubbiamente pazzo, volesse farne la raccolta. Peraltro, in alcuni casi si tratta di pubblicazioni non più reperibili da anni. Ecco perciò alcuni pezzi radunato in volume.

Salvo alcuni rari casi in cui era necessario contestualizzare il testo (e dunque troverete la contestualizzazione in una nota), non ho voluto indicare però né la data della stesura originaria stessa, né gli estremi della prima pubblicazione, appunto perché si tratta comunque di testi rivisti e corretti al punto che si spero di poter spacciare per nuovi. Peraltro, alcuni dei saggi sono per l’appunto inediti, pubblicati qui per la prima volta. A voi il compito, se vi va, di scoprire quali. Non c’è un ordine di lettura consigliato, e si può perciò saltare di palo in frasca a piacimento, anche se vi immagino precipitarvi su quelli più polemici. A me piacerebbe se qualcuno di voi si incuriosisse, grazie ai miei Discorsi Sulle Nuvole, riguardo a un fumetto che non ha mai letto, lo leggesse e se ne innamorasse.

Potete acquistare il libro con un clic sullo shop on line di Cut-Up. Qui sotto il link. Di seguito, l'indice dei capitoli.


DISCORSI SULLE NUVOLE
di Moreno Burattini

Caro Gallieno
La dea lo vuole
Perché leggere fumetti?
La nona arte
Fumettone sarà lei
La seduzione degli innocenti
Fattore K
Kriminal
Satanik
Sesso di carta
C'era una volta Biancaneve
Ferri prima di Zagor
Formato Bonelli
Il metodo Nolitta
Un classico calibro 45
Il Tex di Nolitta
IndianaTex
Il Piccolo Ranger
Mark eroe ingenuo
Frank goes to Darkwood
Bella & Bronco
Le origini di Martin Mystère
Gli undici comandamenti
I cavalieri del Graal
La banda aerea
Le donne guerriere
Non assomiglia
Il signor Emilio
Il signor Ilario
Diritto e rovescio
Odio Pazienza
Berardi & Milazzo Book
Il signor Kenneth Parker
Maxmagnus
Io e Silver
Cattivik
Sturmtruppen per sempre

venerdì 23 febbraio 2018

MORTALITA'





MORTALITA'
di Christopher Hitchens
Piemme, 
2012, 100 pagine
cartonato, 12 euro

"Tra le più lucide e illuminanti pagine sulla condizione umana": così il New York Times ha recensito questo aureo libretto che raccoglie gli ultimi scritti di Hitchens, giornalista, polemista, intellettuale e conferenziere. Di lui, Richard Dawkins ha detto: "era il più grande oratore del nostro tempo", per la sua capacità di catturare e infiammare le platee. Ne abbiamo parlato, qui e sul blog, a proposito del libro "Processo a Dio", che raccoglie la discussione svoltasi durante un celebre dibattito televisivo dello scrittore con Tony Blair a proposito della religione, e ancora dopo parlando del saggio "La posizione della missionaria" in cui Hitchens puntava l'indice contro Madre Teresa di Calcutta (potete ritrovare tutte e due le mie recensioni da qualche parte nel mare magnum di "Freddo cane in questa palude"). Ma, soprattutto, Hitchens è l'autore del fondamentale "Dio non è grande" (fondamentale anche per chi crede, perché non si può prescindere dal considerare le idee dello scrittore, e nel caso replicare). Nel giugno 2009, mentre era impegnato nel tour promozionale della sua autobiografia "Hitch 22" (anch'essa imperdibile, edita in Italia da Einaudi), al giornalista viene diagnosticato un tumore all'esofago andato in metastasi. Nei successivi diciotto mesi, Hitchens racconta su "Vanity Fair" tutte le fasi della lotta contro il male (anche se scrive: "non sono io che combatto il cancro, è il cancro che combatte contro di me"), mettendo per scritto in modo lucido e impietoso sia le descrizioni delle sofferenze sia il dipanarsi delle sue riflessioni sulla vita e sulla morte. Gli articoli sono stati appunto raccolti in questo libro, e non smentiscono in nulla il grande talento dell'autore sia come polemista (formidabili le sue risposte a chi sosteneva che la sua malattia fosse una punizione divina e ne gioiva) sia come indagatore in campo letterario, filosofico, sociologico, politico. Commoventi gli ultimi appunti rimasti incompleti, raccolti nel capitolo conclusivo, tra cui questo aforisma che racconta tutto di lui: "Se mi converto sarà perché è meglio che muoia un credente che un ateo". Hitchens è morto nel dicembre 2011.


giovedì 1 giugno 2017

GLI ARCHIVI BONELLI: GUIDO NOLITTA




GLI ARCHIVI BONELLI:
GUIDO NOLITTA
a cura di Michele Ginevra 
Rizzoli Lizard
2012, 620 pagine, cartonato, 25 euro 

Si tratta di un voluminoso cartonato, il primo di una serie (interrottasi troppo presto) tesa a recuperare le migliori storie dello smisurato catalogo della più grande Casa editrice di fumetti in Italia (una fra le più importanti nel mondo), iniziando con un tomo monotematico dedicato proprio alla figura che gli dà il nome, Sergio Bonelli. Come tutti sanno, quando l'editore vestiva i panni dello sceneggiatore usava un nome-de-plume per non farsi confondere con il padre, Giovanni Luigi Bonelli, e si firmava Guido Nolitta. Michele Ginevra, dunque, ha raccolto in un solo volume tre racconti-simbolo dell'attività nolittiana, scegliendoli tra la sua produzione riferita a tre personaggi altrettanto simbolici: Tex, Zagor e Mister No. A corredo delle storie, una prefazione di Vittorio Zincone, e tre interventi, puntuali e documentati, dello stesso curatore. A completare l'opera, una chicca davvero imperdibile: ben trentotto tavole inedite di Aquila della Notte, sceneggiate da Nolitta e illustrate da Guglielmo Letteri, tagliate da Decio Canzio (per motivi che vengono ben spiegati nel libro) da una lunga storia texiana del 1993, e rimaste per quasi vent'anni nei cassetti dell'editore. Esiste, senza dubbio, una "calligrafia" nolittiana riconoscibile non solo quando lo sceneggiatore è alle prese con i suoi personaggi (quelli che più gli rassomigliano, Zagor ma soprattutto Mister No) ma anche anche quando si cimenta con Tex. Rileggere i tre racconti scelti ("El Muerto", "Il re delle aquile" e "L'uomo della Guyana", illustrati da rispettivamente da Galep, Ferri e Diso) consente di godere di questa calligrafia, e recuperare le emozioni di una narrazione accattivante ed empatica nella quale Nolitta era abilissimo a esibirsi. Personalmente, ho trovato motivo di rivalsa nei confronti di certi sedicenti esegeti della nolittianità, a cominciare da un paio di soggetti scritti di proprio pugno da Sergio Bonelli e riprodotti fotograficamente come allegato documentario: in quello intitolato "Uragano", riguardante Mister No, si legge chiaramente che fra i protagonisti c'è un personaggio convinto che la famosa città di "Z", cercata in Amazzonia da torme di esploratori fra cui il celebre Fawcett, misteriosamente scomparso nel corso della sua ricerca, sia un avamposto di Atlantide. Ma guarda! Proprio la stessa cosa che scopre Zagor recandosi nella foresta amazzonica, in una mia recente storia, contestata da chi pretende di sapere che Nolitta non avrebbe mai affrontato temi legati al mito atlantideo. Allo stesso modo, singolarmente,qualcuno pretende di dire che Sergio Bonelli non facesse uso di flashback e che, dunque, neppure gli sceneggiatori dei suoi personaggi, io per primo, dovremmo farne. Ebbene: i tre racconti contenuti in questo volume sono un inno al flashback. Soprattutto il primo, "El Muerto", è pieno zeppo di rievocazioni del passato, con narrazioni a ritroso a ogni piè sospinto (leggere per credere). E allo stesso modo, ci sono ripetuti flashback anche ne "Il re delle aquile". Ne "L'uomo della Guyana" mancano le nuvolette retrospettive ma il passato viene rievocato a più riprese nei dialoghi. Dunque, chi crede che Nolitta fosse contrario a parlare di Atlantide e all'uso dei flashback, ha motivo di ricredersi. Unica pecca: nell'introduzione, Vittorio Zincone cita una misteriosa testata "Agenzia Alpha" che, forse, è l'Agenzia Alfa di Nathan Never.

domenica 11 dicembre 2016

LA POSIZIONE DELLA MISSIONARIA





LA POSIZIONE DELLA MISSIONARIA
TEORIA E PRATICA DI MADRE TERESA
di Christopher Hitchens 

Minimun Fax

II edizione riveduta e ampliata
2003, brossura
134 pagine, 8,50 euro


Spero di riuscire a parlare di questo libro senza scatenare travasi di bile soltanto nell'accennare all'argomento, e assicuro che lo farò senza sposare la tesi dell'autore, ma soltanto per illustrarla, per far sapere che esiste, poi ognuno giudicherà da sé. Io, personalmente, dubito delle "icone" così come dubito di Hitchens, per cui non ho problemi ad affiancare al "santino" ufficiale di Madre Teresa il parere opposto di un testimone che l'ha conosciuta di persona e che, soprattutto, ne ha studiato il "fenomeno" (un parere espresso, va detto, in modo mai sguaiato o volgare e sempre sorretto quanto meno da un ragionamento logico e lineare, anche se non sempre esercitato su circostanze davvero clamorose). Questa premessa va fatta, dato che qualcuno ha reagito commentando così: "Se esiste un inferno, Hitchens ci andrà per questo libro. E anche i suoi editori". Peraltro, trovo più grave la seconda delle due maledizioni (anche se chi crede all'inferno dovrebbe sapere che è soltanto Dio a decidere chi ci debba finire e non ci si può arrogare il diritto di stabilirlo in vece sua). Di Hitchens sono celebri il saggio "Dio non è grande" e il libro "Processo a Dio", scritto con Tony Blair: il celebre giornalista e polemista inglese sé è comunque scomparso (per cui il suo destino oltretombale, qualunque sia stato, si è già compiuto). Va anche detto, preliminarmente, che Hitchens ha esercitato la sua vena iconoclasta anche con un libro su Lady Diana e dunque non sia nuovo nella pratica di mettere in crisi i ritratti preconfezionati delle icone venerate praticamente da tutti. Prima di leggere "La posizione della missionaria", non avrei mai creduto che si potesse scrivere qualcosa del genere su un personaggio come Madre Teresa, da tutti portato in palmo di mano (in effetti, un po' troppo portato e un po' troppo da tutti). E appunto per questo ho comprato il libro e l'ho letto nel giro di poche ore, per cercare di capire che cosa potesse contenere. 


Devo dire che, in realtà, il fatto che perfino sull'operato di Madre Teresa si possano esprimere delle riserve, mi sembra scontato già che non sono propenso ai tabù. Nel libro-intervista a Paolo Villaggio "Non mi fido dei santi",  il comico genovese ricorda un suo soggiorno in Algeria per le riprese di "Brancaleone", e dice: "Nella località dove era stato allestito il set, un giorno incontro una signora belga che stava attraversando il deserto in pullman. Era stata l'assistente di Albert Schweitzer, quel medico che fece il famoso ospedale a Lambarenè, in Gabon. Io, incuriosito da questo personaggio molto famoso le chiedo: 'Com'era lui?'. Risposta: 'Non lo dica in giro, ma Schweitzer era cattivissimo'. Ma ne racconto un'altra. Vado a Calcutta con mia moglie. Il console onorario italiano ci porta, su mia richiesta, a vedere l'ospedale di Madre Teresa. Durante questa visita, dove tutto è ordinato e pulito, chiedo a suor Angela, una italiana che ci fa vedere il lebbrosario: 'Mi dica la verità, com'è Madre Teresa?'. La suora si guarda attorno e sottovoce mi dice: 'La verità? Una carogna!'. Madre Teresa ha ottenuto una delle più rapide beatificazioni mai viste. Non mi fido dei santi". Sul caratteraccio di Madre Teresa esistono comunque altre testimonianze (ma certo sono tanti i santi dai modi bruschi e magari qualcuno avrà pure avuto ragione). In TV, poi,  ho visto un documentario (realizzato da Roberto Giacobbo) in cui si accennava alla lunga crisi di fede della religiosa confidata al padre spirituale e di cui si è saputo di recente, grazie alla pubblicazione delle sue lettere. Madre Teresa, pare, era disperata di fronte al silenzio di Dio, al fatto che non riusciva più a sentirlo. Lavorava ugualmente esortando gli ammalati ad avere fede, ma lei questa fede non l'aveva più. La si può capire: di fronte al dolore non è facile convincersi che lassù qualcuno ci ama, e anche i deportati di Auschwitz si chiedevano dove fosse Dio in quel momento. 

Chiusa la parentesi, torniamo a Hitchens. Abbiamo accennato al rapidissimo processo di beatificazione di Madre Teresa, poi sfociato alla gloria degli altari quando è stata fatta santa. Ecco, il giornalista inglese vi ha preso parte. E' stato infatti convocato dal Vaticano per fare, in qualche modo, l' "avvocato del diavolo" e testimoniare contro la candidata agli altari. Il che dimostra come sia legittimo anche in questi casi, e anzi, soprattutto in questi casi, cercare di appurare la fondatezza delle voci contrarie alla canonizzazione. Dunque, proprio la Chiesa ha ritenuto Hitchens un testimone abbastanza attendibile da mettere a verbale la sua testimonianza, avendo il polemista conosciuto personalmente la futura santa e realizzato su di lei un documentario, oltre che scritto molti articoli, riassunti poi ne "La posizione della missionaria", i cui argomenti sono basati sul proposito dell'autore di voler giudicare Madre Teresa dai fatti e non sulla base dell'immagine propagandata acriticamente dai media. Quali sono, in buona sostanza, le accuse di Hitchens? La principale è quella di non voler lenire il dolore o sconfiggere la povertà, ma soltanto voler convincere i malati e i poveri a sopportare la loro condizione in nome di un fondamentalismo cattolico ultraconservatore. Negli ospedali di Madre Teresa sarebbero banditi macchinari e strutture mediche moderne, analgesici e terapia del dolore e perfino i letti comodi, al punto che interi edifici avuti in donazione sono stati spogliati delle suppellettili (gettate per strada a partire dal linoleum, con meraviglia di tutti) per puro disprezzo di ogni parvenza di comodità, scambiata per "lusso". Alcune suore che avevano fatto della conserva con i pomodori ricevuti in dono furono maltrattate perché bisognava aver fiducia nella Provvidenza e non mettere da parte niente per il futuro. In molti aneddoti (sempre rigorosamente documentati) si intravede in effetti un po' di fanatismo. Scrive il giornalista, facendo un esempio riguardante una struttura chiamata 'La Casa dei Moribondi': "Le entrate complessive di Madre Teresa bastano e avanzano per attrezzare svariati ambulatori di prim'ordine nel Bengala. La decisione di non farlo, e di gestire invece un centro improvvisato e inefficiente che rischierebbe denunce e proteste se fosse diretto da qualsiasi branca della professione medica, è deliberata. Lo scopo non è quello di dare un'onesta assistenza ai sofferenti, bensì di promulgare un culto basato sulla morte, la sofferenza e la sottomissione". Non sfugge all'analisi di Hitchens il discorso pronunciato dalla futura santa durante la cerimonia della consegna del Nobel per la Pace (l'autore, peraltro, si chiede che cosa, in effetti e praticamente, abbia fatto Madre Teresa per la pace): prendendo la parola, la religiosa paragonò lo sterminio per fame all'aborto, ritenendo anzi l'aborto e la contraccezione i principali mali del mondo. Dunque, colpevolizzando in primo luogo le donne che, spesso, ad abortire sono costrette dalla necessità (e lo fanno con dolore) e non rendendosi conto che una politica di controllo delle nascite limiterebbe di molto lo sterminio per fame. 


Inoltre, è interessante l'analisi che Hitchens fa sui rapporti di Madre Teresa con dittatori, truffatori, criminali di mezzo mondo, tutti fotografati con lei e da cui lei mai avrebbe preso le distanze. Ovviamente, quando la religiosa è stata invitata a restituire ai legittimi proprietari donazioni avute in dono da gente che le ha dato denaro rubato, lei non lo ha fatto (e del resto, sulla sorte di milioni e milioni di dollari ricevuti in anni e anni di apostolato, non è mai stata fatta chiarezza e non si sa come i fondi vengano utilizzati). Così come colpisce la si disamina del giornalista su come la fama della futura santa sia stata costruita con un sapiente uso dei media, a partire dalla pubblicità data a dei miracoli che le sono stati attribuiti e che in realtà non sono mai avvenuti. Un'altra accusa è quella di non fornire un'assistenza umanitaria disinteressata, ma finalizzata al proselitismo, e ci sono anche testimonianze precise di battesimi impartiti in punto di morte su indù e musulmani, prendendo come un assenso la risposta "sì" data alla domanda: "vuoi andare in Paradiso?". Per finire, è significativo un aneddoto: un povero sta per morire straziato dal cancro, rantola e si contorce ripreso da una telecamera; Madre Teresa gli dice: "Stai soffrendo come Cristo sulla croce, sicuramente è Gesù che ti sta baciando". E il moribondo: "Allora, per favore, digli di smettere di baciarmi".

lunedì 25 luglio 2016

IL CODICE DA VINCI




IL CODICE DA VINCI
di Dan Brown
Mondadori
Edizione Speciale Illustrata
2005
Traduzione di Riccardo Valla
cartonato - 460 pagine

Nei ringraziamenti finaliDan Brown menziona per primo il suo editor, Jason Kaufman, il quale avrebbe “sinceramente capito il vero significato di questo libro”.  C’è dunque da chiedersi quale sia, questo significato. Secondo me, la “chiave di volta”, se ce n’è una ed è quella che serve per capire, è da rintracciarsi nel penultimo capitolo del romanzo, allorché Marie Chauvel spiega a Robert Langdon come la vera storia del Graal (quella ipotizzata dal racconto che si avvia a conclusione, e cioè legata alla metafora del “calice” femminile, in fondo l’ “urna molle e segreta” cantata anche dal Pascoli nel “Gelsomino notturno”) sia stata raccontata per secoli “dall’arte, dalla musica, dai libri, sempre di più, giorno dopo giorno”. E poiché anche Robert sta lavorando a un saggio sul femminino sacro, la donna lo esorta: “Lo pubblichi, signor Langdon. Canti la canzone alla dea. Il mondo ha bisogno di moderni trovatori”. Ecco, quindi, che cos’è “Il codice da Vinci”: una canzone alla dea. 
Stupisce, perciò, il livore degli ambienti clericali più integralisti riguardo a un romanzo tutto sommato abbastanza moderato, nel senso che volendo stupire con effetti speciali si potevano inventare versioni alternative della vita di Gesù assai più clamorose e spettacolari. Nulla, nelle ipotesi sostenute dai personaggi, contrasta contro la fede in Dio, né si mette in dubbio la grandezza di Cristo, e perfino i cattivi del racconto, alla fine, non sono riconducibili al Vaticano. Anzi, il “colpevole”, Leigh Teabing, è un nemico giurato della Chiesa di Roma. Personalmente, non sono affatto turbato dall’idea che Gesù possa aver avuto dei fratelli e una moglie (io non mi pronuncio sulla faccenda, ma so di biblisti che ne sono convinti). Non capisco in che modo l’idea di un “figlio di Dio” che si fa uomo possa essere messa in crisi dal fatto che l’accettazione dell’umanità sia portata fino al punto di sposare una donna, o generare una prole, come se questo possa rappresentare un male. Dunque, non vedo nella teoria di un ipotetico matrimonio di nostro Signore nulla che possa far dubitare della sua divinità o mettere in discussione i suoi insegnamenti. Quindi, la congettura è di per sé innocua o, a voler essere proprio drastici, non particolarmente dannosa. Mi chiedo perché non disturbino di più i romanzi e i film sull’Anticristo e sugli esorcisti. Dan Brown, in fondo, parla di amore e di eterno femminino. A me, per assurdo, non interessa particolarmente quel che Brown pensa realmente a proposito del Graal: non è uno scienziato. A me interessa, come lettore di un suo romanzo, quel che partorisce la sua fantasia. Ai mei occhi, fa testo solo il suo racconto, e fa testo solo in quanto fabula.
Infatti, la questione è di lana caprina perché stiamo parlando non delle tesi più o meno eretiche di un teologo, o del saggio di uno storico o comunque di un testo accademico. Forse i detrattori non hanno ben capito che si tratta di un romanzo. Cioè, di fiction. A parlare, e talvolta a citare passi di presunti documenti, sono dei personaggi di fantasia che, come tali, possono inventarsi quello che vogliono. Non mi è parso di scorgere, nelle pagine di Dan Brown, alcuna pretesa di farsi portavoce di qualche presunta verità: l’intento è soltanto quello del romanziere che cerca di accattivarsi la curiosità del lettore, di avvincerlo, di meravigliarlo e stupirlo come il prestigiatore che fa uscire un coniglio dal cilindro. Chi volesse approfondire, insomma, dovrebbe farlo altrove, e non vedo come si possa imputare a un autore ciò che i protagonisti di un suo racconto vanno sproloquiando. Altrimenti, sarebbe come se si rimproverassero a Cervantes i discorsi astrusi di Don Chisciotte  o se qualche scienziato rinfacciasse ad Asimov i balzi nell’iperspazio o le Tre Leggi della robotica. E immagino che la fantasia non manchi neppure in molte biografie dei santi dei tempi che furono, come quelli dove si racconta di Santa Brigida che cambiava l’acqua in birra.
Per di più, i personaggi del Codice da Vinci si limitano a riportare tesi già note, finendo per fornire, sì, interpretazioni suggestive di fatti e opere d’arte ma senza nessuna pretesa di documentare alcunché.Alla base del libro c’è, infatti. un saggio di Richard Leigh, Michael Baigent ed Henry Lincoln, The Holy Blood e The Holy Grail (1982), noto in Italia come Il santo Graal (ovviamente, me lo sono procurato)Non a caso, l’anagramma di Teabing è proprio Baigent, e il nome del cattivo, Leigh, richiama il cognome di un altro degli autori. Dunque, se c’è qualcuno con cui prendersela sono proprio gli autori del volume da cui Brown ha preso ispirazione. Ma, del resto, le leggende su Maria Maddalena non le hanno inventate neppure loro. Dunque, davvero non si capiscono gli anatemi. Eppure, il best seller di Dan Brown ha scatenato tutta una infervorata letteratura a smentita, come se si trattasse di un saggio scientifico e non si è avuta una analoga mobilitazione contro Il santo Graal. Mah.

Ai miei occhi, la cosa più incredibile del romanzo è il fatto che la maggior parte degli eventi si svolga nel corso di una notte. Un po’ come accade a Principe Miskin all’inizio dell’Idiota di Dostojevsky, insomma, che in un giorno riesce a fare tante di quelle cose da riempire una settimana. Suona un po’ strano anche il fatto che il vecchio Sauniere, curatore del Louvre, riesca in mezz’ora, prima di morire, ad architettare un così complicato gioco enigmistico perché la nipote, l’esperta in linguaggio cifrati Sophie Neveu. A parte ciò, pur nei limiti di una scrittura senza pretese e non trascendentale, il romanzo è avvincente e affascinante. Cosa non trascurabile, propone un giallo ben architettato, con un colpevole imprevedibile (un alleato di Langdon e Sophie che sembra braccato al pari loro da un misterioso “Maestro” – che pare inviato contro di loro dal Vaticano, mentre così non è), un killer inquietante (un gigantesco monaco albino, Silas), e un potenziale cattivo, su cui cadono inizialmente tutti i sospetti, che poi si rivela innocente (il poliziotto “papista” Fache, della polizia di Parigi). Il protagonista, Langdon, è poi un tipo interessante e si merita un ritorno sulle scene (dopo essere giunto alla sua seconda apparizione proprio con questo romanzo).
Ma sarebbe ingiusto, oltre che sbagliato, parlare del Codice da Vinci soltanto come di un thriller. E’ evidente che, dato l’argomento si cui si indaga,  ci sia di più. Personalmente ho trovato poetica e accattivante la lettura (pur di stampo romanzesco) della figura di Cristo che viene proposta: quasi dispiace che non corrisponda del tutto a quella del catechismo. Ma non solo. Tutta la storia dell’umanità, molti miti, una infinità di simboli, centinaia di opere d’arte e decine di personaggi storici finiscono per essere interpretati alla luce del “femminino sacro”, che rimanda alle società matriarcali della preistoria e alla “magia” del sesso (l’orgasmo come ponte di accesso verso la divinità) e della vita (atto creatore della donna). Il Graal dunque non sarebbe una coppa, che del resto è un simbolo femminile, ma sarebbero Maria Maddalena e la sua discendenza. A lei, Dan Brown ha cantato la sua canzone da moderno trovatore. Il che mi pare bello. 


L’edizione illustrata della Mondatori che io ho letto,  arricchisce ogni passaggio del romanzo con puntali riferimenti iconografici, così efficaci che mi chiedo come possano aver compreso i lettori del romanzo le tante spiegazioni fornite nel testo senza il supporto delle immagini, non presenti nelle altre edizioni.