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mercoledì 17 giugno 2026

LIBERTY BAR

 

 
Georges Simenon
LIBERTY BAR
Adelphi
brossura
138 pagine, 11 euro

Più si leggono i romanzi con le inchieste del commissario Maigret, più il burbero poliziotto del Quai des Orfèvres, dalle spalle larghe e dalla pipa in bocca, finisce per apparirci come un personaggio reale, di cui Simenon è il semplice biografo. Maigret non è un investigatore alla Sherlock Holmes, con deduzioni brillanti e metodi infallibili: il suo modo di procedere paradossalmente consiste proprio nell’assenza di un metodo rigido. Cerca di cogliere le sensazioni suggerite dall’ambiente e dalle persone, annusa l’aria, legge negli occhi degli interlocutori, si immedesima nel loro microcosmo fino a quando non intuisce una pista. La sua tecnica si basa sulla comprensione delle dinamiche interiori, sull’acume psicologico e sulla capacità di instaurare empatia, soprattutto con l’umanità dei bassifondi. Attenzione, però: i romanzi con Maigret danno dipendenza e una volta che ci si abitua non si riesce più a smettere (per fortuna ci sono settantacinque dosi). Le inchieste sono coinvolgenti e ipnotiche da seguire, si divorano una dopo l’altra. Prima di essere gialli di Maigret, infatti, sono romanzi di Georges Simenon, uno scrittore notevole anche quando non mette in scena il suo commissario. 
"Liberty Bar", scritto nel maggio 1932 presso la tenuta La Richardière di Marsilly, in Francia, e pubblicato a luglio dello stesso anno da Fayard, è il diciassettesimo romanzo della serie con i celebre Commissario. Ci propone, come talvolta accade, un Maigret “in trasferta”, lontano dal Quai des Orfèvres, mandato sulla Costa Azzurra per indagare con la massima discrezione sull’omicidio di William Brown, un ex agente segreto australiano. Niente scandali, niente clamore: così gli ordinano i superiori. Il poliziotto, vestito di scuro fuori luogo sotto il sole abbagliante, si trova a disagio tra le ville bianche, le palme e il lusso  del jet-set. 
abituato ai bassifondi parigini, si sente spaesato sulla Riviera: il caldo, la luce accecante, i rituali mondani e il contrasto tra facciata glamour e la decadenza morale gli danno uggia. Il lettore segue Maigret mentre ricostruisce gli ultimi giorni di Brown: una vita divisa tra i giorni trascorsi in una villa ad Antibes, con l’amante e la suocera, e le periodiche fughe verso il sordido Liberty Bar di Cannes, gestito dalla grassa e materna Jaja, con la giovane Sylvie che si aggira nel locale mezza nuda, e frequentato da una congrega di personaggi falliti, ubriaconi, gente che vuole solo dimenticare il passato e vivere alla giornata. Maigret annusa l’aria, capisce che la chiave per risolvere il mistero è lì e perciò si immerge nel microcosmo del bar come se fosse casa sua. I personaggi sono memorabili, soprattutto Jaja e il suo piccolo mondo di illusoria libertà fatto di bicchieri, confidenze e silenzi. Il finale è amaro, come spesso accade in Simenon: Maigret arriva alla verità, ma di fronte alla scoperta di come tutto abbia girato attorno a una storia d’amore tragicamente conclusa, decide di non fare un rapporto completamente veritiero. "Liberty Bar" propone un Maigret atipico ma intenso: benché  “fuori posto” il Commissario, anche in Costa Azzurra, rimane fedele al suo burbero acume psicologico.                                         
 
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1. Romanzi con Maigret
 
L’amica della signora Maigret

La balera da due soldi
 
Il cavallante della “Providence”
 
Cécile è morta
 
Félicie
 
Maigret a New York
 
Maigret e il fantasma
 
Maigret e i testimoni recalcitranti
 
Maigret e la Stangona
 
Maigret e l’uomo della panchina
 
Maigret, Lognon e i gangster
 
Il mio amico Maigret
Il morto di Maigret
Pietr, il lettone
 
I sotterranei del Majestic
 
Una testa in gioco
 
La trappola di Maigret
 
Le vacanze di Maigret 
 

2. Romanzi di Simenon senza Maigret
 
L’assassino
 
Le finestre di fronte
La fuga del signor Monde 
 
La neve era sporca
 
Lettera a mia madre
 
Le persiane verdi
 
L’uomo che guardava passare i treni



giovedì 20 novembre 2025

IL CAVALLANTE DELLA “PROVIDENCE”



Georges Simenon
IL CAVALLANTE DELLA “PROVIDENCE”
Adelphi
Brossura, 140 pagine
11 euro

Cominciamo dal titolo. Quello originale è Le Charretier de la Providence, pubblicato in Italia come Il carrettiere della “Providence”, tradotto alla lettera. Poi, in altre edizioni si sono preferite scelte diverse:  Maigret si commuove e Il cavallante della "Providence". Sicuramente quest’ultimo è il più corretto, perché il personaggio a cui si fa riferimento,  l’enigmatico e taciturno Jean Liberge, non guida un carretto (e dunque non è un carrettiere) ma conduce a piedi, tenendone le briglie, i cavalli adibiti al traino delle chiatte mercantili lungo gli argini, che siano il bordo dei canali o le sponde dei fiumi. Dunque, è un cavallante. Chiarito il mistero, passiamo a elencare elementi che caratterizzano il romanzo, datato 1931. Innanzitutto, si tratta del secondo poliziesco di Georges Simenon in cui compare il commissario Maigret, ma il primo a venire pubblicato. L’inchiesta con cui inizia la saga del burbero poliziotto parigino, quella intitolata  Pietr il Lettone, era stata scritta nello stesso anno ma, per imponderabili motivi di programmazione editoriale, uscì come terza. Il tutto è spiegato nella recensione che potete leggere cliccando qui.Il commissario non ha, dunque, assunto ancora la sua caratterizzazione definitiva (non agisce neppure a Parigi, ma in trasferta), anche se lo si riconosce benissimo. Un successivo utile spunto di riflessione consiste nel fatto che risulta chiaro quale sia il “metodo Maigret”, così diverso dalle logiche deduzioni di Sherlock Holmes. Un metodo che paradossalmente consiste proprio nell'assenza di un metodo. Il poliziotto cerca di cogliere le sensazioni che gli vengono suggerite dall'ambiente e dalle persone che lo abitano, fino a quando non intuisce una pista. Annusa l’aria, legge negli occhi degli interlocutori, si immedesima in loro e nel loro microcosmo.
Microcosmo che, in questo caso, è rappresentato dal mondo dei battellieri che navigano sui canali che collegano tra loro la Senna, la Marna e la Saona e permettono di attraversare tutta la Francia, dalla Manica al Mediterraneo, lungo un itinerario costellato da chiuse e da stazioni di sosta. Simenon riesce a descriverne perfettamente gli ambienti e i rituali perché, tra la fine degli anni Venti e l'inizio degli anni Trenta, navigò insieme alla prima moglie sul suo battello da diporto di nome "Ostrogoth", a bordo del quale, appunto, scrisse Il cavallante della Providence. Oltre agli ambienti, come al solito è magistrale in Simenon la raffigurazione dei personaggi e l’analisi delle loro psicologie: sir Walter Lampson, un colonnello inglese in pensione, che identifica come sua moglie Mary una donna strangolata in una stalla nei pressi di una chiusa, i suoi compagni di viaggio alloggiati con lui a bordo di uno yacht (Willy Marco, il suo uomo di fiducia, Gloria Negretti, la sua amante, e il russo Vladimir, marinaio e timoniere), e il variegato universo degli osti, degli addetti alle chiuse, dei battellieri e, appunto, dei cavallanti. Maigret, taciturno come al solito, scopre che due dei personaggi non si chiamano, in realtà, come dicono: i loro veri nomi nascondono un passato turbolento e spiegano quel che accade nel presente.

 

domenica 26 ottobre 2025

L'ASSASSINO


Georges Simenon
L’ASSASSINO
Adelphi
2011, brossurato
160 pagine, 16 euro

Ci sono voluti 76 anni prima che “L’assassino”, scritto da Georges Simenon nel 1935, venisse tradotto in italiano, nel 2011, grazie ad Adelphi. Ci sarebbe da chiedersi il perché, ma del resto la stessa sorte è toccata ad altre opere dello scrittore belga (1903-1989). In Francia, il romanzo è stato pubblicato da Gallimard nel 1937. Resta il fatto che si tratta di una delle più riuscite narrazioni del Simenon al di fuori della produzione dedicata al Commissario Maigret. Lo stesso autore, nel 1948, scrive del suo libro che “se non uno dei migliori, è uno dei più significativi, e ciascun oggetto è disperatamente al punto giusto”. Dato che il capolavoro di Simenon (capolavoro a mio avviso), “L’uomo che guardava passare i treni”, è del 1938, vien fatto di domandarsi se quest’ultimo romanzo non sia lo sviluppo, logico e conseguente, delle stesse tematiche del precedente: un uomo integerrimo che diventa un assassino, la volontà di fuga da una vita domestica intollerabile, il desiderio di rompere il cerchio della mediocrità quotidiana, la ribellione al giudizio della piccola gente, la disperata ricerca di un’autoaffermazione che sfugge di mano non appena la trappola della realtà e delle convenzioni sociali si richiude sulle dita protese di chi ha provato a raggiungerla e ad afferrarla. 
Le vicende si svolgono a Sneek, in Olanda (da notare che anche “L’uomo che passava i treni” ha un protagonista olandese), dove il metodico e abitudinario Hans Kuperus svolge l’attività di medico, conducendo una vita ordinaria. La sua unica ambizione è divenire presidente del circolo del biliardo. Da qui in poi, occhio allo spoiler, necessario per argomentare una conclusione. Un giorno una lettera anonima lo informa del tradimento di sua moglie Alice, che ha una relazione clandestina con il rivale regolarmente eletto alla presidenza del club al posto suo. Ci vuole un anno prima che Kuperus si decida. Poi, freddamente, meccanicamente, sorprende i due amanti e li uccide. Non ci sono testimoni. Non lascia prove. Si è costruito un alibi. Nessuno osa accusarlo, benché in molti sospettino. Kuperus si accorge, anzi, che molti lo temono. I soci del circolo del biliardo lo eleggono presidente senza che neppure si debba candidare. L’assassino si inebria, diventa spavaldo, gode nel rendere pubblica la relazione che instaura con la cameriera Neel, rompe le amicizie ipocrite, cioè quasi tutte. Sennonché, il duplice delitto commesso avrebbe potuto restare sottaciuto dalla comunità, ma non lo scandalo che egli dà. Viene isolato. Il medico comincia a precipitare nell’abisso allorché si accorge che comunque non può fuggire dalla gabbia, e si trova a scoprire quale piccolo, insignificante evento ci sia dietro la lettera anonima all’origine di tutto. E se quell’evento da nulla non si fosse verificato? Se la lettera non fosse stata spedita? Se tutto avesse continuato a scorrere nel tran tran di prima? Sarebbe stato meglio? La domanda resta senza risposta nella mente ormai obnubilata del medico di Sneek, giunto sul baratro dell’autodistruzione.




venerdì 17 ottobre 2025

MAIGRET E LA STANGONA

 


Georges Simenon
MAIGRET E LA STANGONA
Adelphi
2003, brossurato
168 pagine, 11.40 euro

Maigret et la Grande Perche (questo il titolo originale), pubblicato anche come “Maigret e la Spilungona”, è datato 1951 e costituisce il trentottesimo romanzo dedicato da Georges Simenon (1903-1989) al commissario che lo ha reso celebre, anche se lo scrittore belga merita la notorietà anche per le sue opere non poliziesche, e mi meraviglio sempre, quando penso che non gli è stato attribuito il Nobel per la letteratura (lo penso anche riguardo Stephen King).  
Da “Maigret e la Stangona” è stato tratto un film nel 1956, diretto da Stany Cordier, con Maurice Manson nel ruolo del commissario parigino, intitolato “Maigret dirige l’inchiesta”.
 
Di Maigret e di Simenon abbiamo parlato moltissimo in questo blog, approfondendo la figura del personaggio e quella del suo autore. Se volete leggere quali romanzi sono stati recensiti, cercate il nome dello scrittore nell’indice di “Utili sputi di riflessione” e poi potete cliccare su ogni titolo raggiungendo così la singola scheda.

 
I romanzi con il burbero poliziotto del Quai des Orfèvres danno dipendenza, e una volta assuefatti non si riesce a smettere (per fortuna ci sono settantacinque dosi). Maigret finisce per apparirci un personaggio reale, di cui Simenon è il semplice biografo. In questo episodio, lo vediamo alle prese con un caso che sembra, inizialmente, di facile soluzione: c’è un sospettato molto sospetto, il dentista Guillaume Serre, molto scaltro nell’evitare di essere incastrato, ma a un certo punto il commissario si rende conto che le cose non sono andate come sembrano. Tra i personaggi, oltre a Serre e alla vecchia madre con cui vive,  spicca Ernestine, ex prostituta che scopriamo essere una vecchia conoscenza del poliziotto (è lei la “stangona”), venuta a chiedere a Maigret di indagare su un cadavere senza nome che suo marito Alfred (un topo d’appartamento) dice di aver visto in una casa dove era penetrato, ma di cui non c’è traccia. Come al solito, il commissario si dimostra abile psicologo e capace di instaurare empatia con l’umanità dei bassifondi. 



mercoledì 20 agosto 2025

LA FUGA DEL SIGNOR MONDE

 

Georges Simenon
LA FUGA DEL SIGNOR MONDE
Adelphi
2011, brossura
160 pagine, 18 euro

La produzione letteraria di Georges Simenon (1903-1989) si divide in romanzi con Maigret e senza Maigret.  Entrambi i gruppi di opere sono sterminati: in totale, più di quattrocento titoli (senza contare racconti, articoli e saggistica). L’autore era in grado di scrivere ottanta pagine al giorno, senza che la quantità andasse a discapito della qualità. Si racconta di una telefonata di Alfred Hitchcock allo scrittore: “Monsieur Simenon è impegnato nella stesura di un romanzo”, spiega la segretaria. E il regista: “Va bene, attendo in linea”. 
I casi del celebre commissario iniziano a venire pubblicati nel 1931, ottenendo un grande successo di pubblico, pubblico che Simenon non volle mai deludere giungendo a dare alle stampe settantacinque romanzi  con protagonista Maigret. Parallelamente, però, firmò con regolarità anche quelli che lui definiva i romans durs: pur ritenendoli la sua produzione migliore, non rinnegò mai, giustamente, i suoi polizieschi. Insomma, ecco uno scrittore di genere che avrebbe meritato il Nobel per la Letteratura, che non ebbe forse proprio per la spocchia degli accademici svedesi messi di fronte a un autore (anche) di  gialli.  
Alcuni dei “romanzi duri” sono autentici capolavori: de “L’uomo che guardava passare i treni” (1938) abbiamo parlato in questo stesso spazio (come di molti altri). Cito questo titolo perché, in qualche modo, “La fuga del signor Monde” (1932) si può collegare alla fuga di Kees Popinga. C’è un altro paragone possibile, quello con “Il fu Mattia Pascal” (1904) di Luigi Pirandello, tolti i risvolti da commedia. In tutti questi casi un uomo improvvisamente scompare, fuggendo dalla gabbia della propria vita precedente, da una famiglia, da un trantran intollerabile. Norbert Monde è il più ricco dei tre, e si allontana da Parigi, a bordo di un treno, dopo aver cambiato aspetto, con trecentomila franchi appena ritirati in contanti dal proprio conto in banca. Un gesto improvviso, ma non inaspettato per lui che lo mette in atto: «Probabilmente lo aveva sognato spesso, o ci aveva pensato così tanto che adesso aveva l’impressione di compiere gesti già compiuti». A differenza di quella di Kees Popinga, l’uomo che guardava passare i treni, il signor Monde non va incontro a esperienze drammatiche, a parte il furto del denaro che subisce quasi subito ma che non lo turba più di tanto vista l’ansia di libertà che lo pervade. L’affascinante scrittura di Simenon, coinvolgente e musicale, ci incanta descrivendo non solo i moti dell’animo del protagonista ma i tanti ambienti che si trova ad attraversare (in particolare di Marsiglia e di Nizza) e la variegata umanità con cui entra in contatto, mentre a Parigi moglie e figli lo cercano. Da ricordare la figura dell’entraineuse Julie, con cui Monde instaura una relazione libera e senza vincoli. La fuga di Norbert si rivela un percorso di crescita interiore che gli fa raggiungere una piena consapevolezza di se stesso, e che giustifica il finale decisamente sorprendente. Un romanzo senza alcun elemento poliziesco (se non per la denuncia di scomparsa presentata alla Polizia dalla moglie del protagonista), non il migliore di Simenon, ma consigliabile come ogni romanzo dello scrittore belga.






domenica 11 maggio 2025

LA NEVE ERA SPORCA

 
 

Georges Simenon
LA NEVE ERA SPORCA
Adelphi
2023, brossurato
270 pagine, 12 euro

Dove si svolge “La neve era sporca”? E in quali anni? A prima vista, siamo durante la Seconda Guerra Mondiale in una città occupata dai nazisti, forse in Francia o forse in Belgio, dato che l’autore, Georges Simenon (1903-1989), è nato a Liegi ma si è trasferito a Parigi poco più che ventenne (vivendo comunque in giro per il mondo per gran parte della sua vita). Quasi tutti a Parigi sono ambientati i romanzi del suo personaggio più famoso, il commissario Maigret. Qualcuno ipotizza che siamo in Olanda. Tuttavia, lo scrittore dichiara: “L’importante è che l’esercito di occupazione non sia riconoscibile, di modo che l’opera abbia un carattere universale. Anche se, a essere sincero, nella mia mente l’azione si svolge nell’Europa centrale, e precisamente durante l’occupazione russa. Ambienti e nomi sono quelli di una città austriaca o ceca.” Commentando un altro straordinario romanzo di Simenon, “Le finestre di fronte” (si può cliccare sul titolo per leggere la recensione), scritto negli anni Trenta, avevo segnalato come quella di Simenon fosse stata una delle prime voci ad aprire uno squarcio sulla realtà dell’URSS, descrivendone in modo incisivo le storture kafkiane. “La neige état sale” è del 1948, l’ordine mondiale è diverso, ma le storture sovietiche evidentemente, agli occhi dell’autore, restano le stesse. Kafkiana è del resto la detenzione del protagonista, il diciannovenne Frank Friedmaier, in un istituto scolastico trasformato dall’esercito occupante in un luogo di prigionia, di tortura e di esecuzione. 
Tuttavia non sono né la guerra, né l’occupazione nemica l’argomento principale della narrazione, a cui si limitano a dare un contesto, a giustificare il clima di alienazione e di povertà degli inquilini del casamento dove vive Frank e del contesto urbano circostante. Alla base dello straordinario romanzo di Simenon c’è il disagio pressoché psicotico del giovane Friedmaier, figlio senza padre della tenutaria di una casa di appuntamenti celata dietro l’apparenza di una attività di manicure, convinto che diventare adulto significhi superare prove di iniziazione che egli stesso si impone, soprattutto non provare empatia verso nessuno, giudicando ogni legame e ogni sentimento quali segni di debolezza. Il tipo di prove che lo illudono di essere un uomo sono uccidere senza motivo, per esempio, o attirare una ragazza innamorata di lui in una trappola per farla stuprare da un altro. Ma anche ostentare rotoli di banconote ricavate smerciando refurtiva, sfidando la sorte contro ogni prudenza, o maltrattare le donne che lavorano per la madre e la madre stessa, Lotte. Soprattutto, giudicare tutto senza importanza, provocare chiunque, desiderare che qualcosa succeda per poterla affrontare. Finché, gli occupanti lo imprigionano: Frank è convinto di potersela cavare sopportando qualunque tortura, beffandosi dei suoi carcerieri. Qualcosa però gli fa cambiare idea e rimpiangere una vita che avrebbe potuto avere se avesse capito prima. Simenon, con la sua scrittura priva di ogni magniloquenza, fatta di frasi brevi, “entra nella testa di questo personaggio al limite fra l’abiezione e una paradossale innocenza” (come si legge in quarta di copertina) e ci consegna una delle sue opere migliori.



martedì 30 luglio 2024

LE FINESTRE DI FRONTE

 
 


Georges Simenon
LE FINESTRE DI FRONTE
Adelphi
2022, brossurato
184 pagine, 12 euro

La prima cosa che mi sono chiesto a lettura terminata è se Georges Simenon avesse davvero visitato le coste sovietiche del Mar Nero. Mi sono risposto di sì prima ancora di averne conferma da una breve ricerca nella biografia dello scrittore, che effettivamente nella primavera del 1933 compì un viaggio a Odessa e in altre città  dell’Unione Sovietica spingendosi fino in Georgia, e testimoniò in un celebre reportage su “Le Jour” le conseguenze sulla popolazione della tragica carestia nota come Holodomor. “Le finestre di fronte”, pubblicato nell’autunno di quell’anno, evidentemente sull’onda emotiva che lo spinse a dare al più presto anche la forma di romanzo alle sue esperienze di viaggiatore, è ambientato a Batum, città portuale sul Mar Nero, georgiana ma in territorio sovietico, negli secondi anni Venti. Le vestigia di un passato vivace e mercantile si stanno sfaldando in un lugubre abbandono, stritolato dal regime stalinista (Stalin peraltro era nato in Georgia), dovunque regnano sporcizia, miseria, burocrazia, oppressione, disperazione. Quella di Simenon è una delle prime voci ad aprire uno squarcio sulla realtà dell’URSS, descrivendone in modo incisivo le storture kafkiane.  Commenta Goffredo Parise: “Scritto da un genio, questo breve capolavoro è il romanzo del controllo e dell’annullamento totale dell’uomo sotto la più potente, importante e demiurgica dittatura poliziesca che l’umanità moderna abbia mai conosciuto”. Protagonista sono il giovane console turco Adil bey, appena giunto a Batum dopo la morte (misteriosa) del suo predecessore, e Sonia, la sua interprete e segretaria georgiana che si ostina a dichiarare che tutto va nel migliore dei modi, quando è evidente che non è così: si attendono documenti da Mosca che non arrivano mai, i dischi di musica occidentale vengono sequestrati, ci sono arresti arbitrari e si fucila chiunque solo per il sospetto che si voglia fuggire all’estero. Adil bey cerca personale per il suo consolato e non lo trova nonostante il gran numero di affamati per le strade, perché anche i domestici devono essere selezionati dalle autorità sovietiche tra le spie al proprio servizio, e le finestre della casa di fronte non sono aperture da cui sbirciare la vita dei vicini ma, come il giovane turco capisce troppo tardi, perché chi ci alloggia possa spiare lui. Adil si innamora di Sonia e vorrebbe portarla con sé a Istanbul, scappando dall’URSS prima di fare una brutta fine: ma come? Sembra che l’unico modo sia farla imbarcare clandestinamente su una nave in partenza verso l’Occidente, ma venendo scoperti si rischia l’immediata fucilazione. Le ultime pagine del romanzo sono degne dei migliori thriller.



martedì 26 dicembre 2023

MAIGRET E IL FANTASMA

 

Georges Simenon
MAIGRET E IL FANTASMA
Adelphi
Brossura, 2009
152 pagine, 11 euro

La saga del Commissario Maigret, composta da settantacinque romanzi (di cui questo, pubblicato nel 1964, è il sessantaduesimo), è caratterizzata non soltanto dalla corpulenta figura del burbero poliziotto parigino, ma anche di un microcosmo di personaggi ricorrenti a cui è facile affezionarsi (così come ci si affeziona al Quai des Orfèfrev, il palazzo dove ha sede la centrale di Polizia). Tra questi ci sono la signora Maigret, gli ispettori Lucas e Janvier, il giudice Comélieu, il dottor Moers, ma c’è anche l’ispettore Lognon, in servizio nel XVIII arrondissement. Di lui abbiamo parlato commentando il romanzo “Maigret, Lognon e i gangster”, e per l’esattezza qui:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2022/02/maigret-lognon-e-i-gangster.html

Georges Simenon (1903-1989), maestro nel cesellare le psicologie dei suoi personaggi, lo descrive come lagnoso, sgraziato, lugubre, servile, vittimista, jellato, decisamente insopportabile (al pari della moglie inferma). Maigret tuttavia gli vuol bene e quando viene informato che qualcuno gli ha sparato, ferendolo gravemente mentre si occupava di un’inchiesta di cui non aveva informato nessuno dei colleghi, decide di indagare sul caso. A mettere il Commissario sulla giusta strada è un altro personaggio decisamente ben caratterizzato, il vecchio misantropo Maclet, abituato a spiare dalla sua finestra chiunque passi per strada, il quale convince Maigret a suonare alla porta di Norris Jonker, collezionista d’arte olandese, e di sua moglie Mirella. Gli interrogatori dei due sono capolavori di finezza psicologica. Nonostante i pochi indizi a disposizione, il Commissario riesce a scoprire chi e perché qualcuno ha cercato di assassinare Lognon, che (sempre in cerca di una inchiesta che avrebbe potuto finalmente fargli fare carriera) aveva fiutato la pista di un traffico di dipinti falsi. Non è il miglior giallo di Simenon, ma resta godibile dalla prima all’ultima riga.

venerdì 6 ottobre 2023

DELITTO IMPUNITO

 
 


 
Georges Simenon
DELITTO IMPUNITO
Adelphi
brossurato, 2023
192 pagine, 18 euro


Che Georges Simenon (1903-1989) non sia soltanto l’autore dei gialli di Maigret, è cosa risaputa. Che spesso i suoi romanzi senza Maigret siano ancora migliori di quelli con, lo sanno benissimo tutti coloro che ne hanno letti alcuni. Chi lo ha fatto non avrà mancato di notare come in molti di essi (non in tutti) ci sia comunque un risvolto giallo, o noir, sia pure sottotraccia. É il caso de “L’uomo che guardava passare i treni”, de “La camera azzurra”, de “Il piccolo libraio di Archangelsk” e, anche, di questo “Delitto impunito”, datato 1953. Tuttavia, come spesso capita in Simenon, non è l’aspetto poliziesco, qui ridotto davvero al minimo, a irretire il lettore. E’ sbalorditivo come lo scrittore riesca a descrivere ambienti e personaggi con il minimo delle parole, quelle necessarie a creare il coinvolgimento. Il protagonista di “Delitto impunito” ambientato in una prima parte in Belgio negli anni Venti e nella seconda negli Stati Uniti negli anni Cinquanta, è Élie Waskow, giovane studente ebreo nativo di Vilnius, trasferitosi a Liegi per frequentare la facoltà di matematica nella locale università. Ha trovato alloggio presso la signora Lange, una affittacamere che vive dando a pigione le stanze della propria casa a inquilini solitamente spiantati. Il più spiantato di tutti è proprio Élie, che non ha neppure i soldi per scaldare la propria stanza e dorme con il cappotto addosso. Élie è un tipo decisamente strano, taciturno, introverso, che sembra covare un sordo rancore contro il mondo per la sua povertà ma al tempo stesso rifiuta ogni forma di aiuto, fa un punto d’orgoglio di non essere in debito verso nessuno. Per di più è brutto, con gli occhi sporgenti, i capelli crespi e rossi, del tutto incapace di instaurare una relazione con le donne che pure lo attirano. La signora Lange, per esempio, ha una figlia, Louise, di cui Élie è segretamente innamorato facendo di tutto, però, per non darlo a vedere. Tuttavia, nel microcosmo dei pensionanti lo studente lituano si è ricavato una nicchia, una tana, che sembra assicurargli di non essere disturbato, dato che lo star chiuso in se stesso sembra essere la cosa per lui più importante. Ma tutto cambia quando in casa Lange giunge Michel Zograffi, un rumeno che prende in affitto la stanza più bella e meglio riscaldata, potendola pagare senza difficoltà perché è il rampollo di una famiglia ricca. Non solo: Michel è bello, simpatico, sorridente, felice. Tutto il contrario di Élie. Per di più comincia ad andare a letto con Louise, caduta come una pera matura fra le sue braccia, lei che non ha mai degnato Waskow di uno sguardo. La signora Lange lo coccola e lo porta in palmo di mano. «Lo ucciderò», comincia a ripetersi Élie, come un mantra che finisce per ossessionarlo. Élie, deve eliminare quel¬l’intruso che è venuto a sconvolgere il suo universo, un uomo «felice in tutto e per tutto, sempre e comunque, in ogni momento della giornata». E gli eventi precipitano. Non si può rivelare cosa succede senza rovinare il gusto di scoprirlo a chi non abbia letto il libro, però si può dire che la scena si sposta bruscamente dalla Liegi prima della Guerra alla Carlson City, in Arizona, del Dopoguerra. Lì, Élie ha trovato di nuovo un rifugio. Ma il passato torna a perseguitarlo nel modo più imprevisto, fino a un finale improvviso e sconvolgente. Il tutto raccontato da un narratore che non si riesce a smettere di ascoltare, e che nobilita il noir con la sua scrittura.

lunedì 28 agosto 2023

L’UOMO CHE GUARDAVA PASSARE I TRENI

 
 

 
 
Georges Simenon
L’UOMO CHE GUARDAVA PASSARE I TRENI
Adelphi
Settima edizione settembre 1995
brossurato - 220 pagine -  lire 11.000

Georges Simenon, uno dei più grandi scrittori del XX secolo, non significa solo Maigret. Al contrario, i suoi romanzi migliori non hanno come protagonista il commissario parigino. Trovo straordinario questo "L'uomo che guardava passare i treni", la storia di Kees Popinga, grigio borghese che ha una linda casetta e una bella famigliola in Olanda, conduce una vita assolutamente monotona e rispettosa delle convenzioni. Fuma sempre i soliti sigari sulla solita bella poltrona, va sempre al solito circolo a giocare a scacchi facendo ritorno sempre alla solita ora, si veste sempre al solito modo, scambia poche parole con la moglie e con la figlia e con la donna di servizio, lavora in modo freddo e scrupoloso, non si lascia mai andare, è perfino moralista e guarda con disgusto i bar dove ci si ubriaca e i postriboli dove si scopa. Ha solo un vizio: guarda passare i treni, di notte, e si chiede chi siano e dove vadano i viaggiatori dietro le luci accese dei vagoni letto. Poi, una sera, tutto cambia.  Da qui in poi, occhio allo spoiler (lo scrivo per pridenza, ma si tratta di un romanzo molto noto, scritto nel 1938). 
Incontra il titolare della sua ditta che sta fuggendo con gli ultimi soldi rimasti, e scopre che per anni, sotto il suo naso, l'uomo ha truffato soci e dipendenti e ha portato la società alla bancarotta. L'uomo, prima di eclissarsi, gli rivela come il mondo non vada come lui creda. Lui è l'amante della moglie del farmacista e frequenta una prostituta ad Amsterdam. Tutti truffano tutti, tutti tradiscono tutti, e la stessa moglie di Kees potrebbe non essere fedele come lui crede: perchè se no sua figlia avrebbe i capelli e gli occhi scuri, lì in Olanda dove tutti, Kees compreso, sono biondi? Kees allora, come allucinato, fugge a Parigi. Smette di guardare passare i treni, ci sale sopra. A Parigi comincia a vivere fuori da ogni regola e convenzione, e finisce pure per uccidere una prostituta e viene braccato dalla polizia. A questo punto vale la pena di leggere la sua "confessione", scritta a un giornale parigino durante la latitanza, così come Simenon ce la presenta: "Pare che per sedici anni io sia stato un buon marito e un buon padre. Non è vero. Se non ho mai tradito mia moglie è perché si sarebbe subito saputo e la signora Popinga mi avrebbe reso la vita impossibile. Non avrebbe dato in escandescenze, avrebbe fatto quel che era solita fare quando, per avventura, compravo qualcosa che non era di suo gradimento oppure fumavo un sigaro di troppo. Passava due o tre giorni senza rivolgermi la parola, aggirandosi per casa con aria afflitta. Ho preferito evitare queste scene e ci sono riuscito, a patto di contentarmi, per sedici anni, di una sera la settimana dedicata agli scacchi e di una partita a biliardo di tanto in tanto. A casa mia, o per meglio dire a casa di mia moglie, per sedici anni ho invidiato quelli che escono la sera senza dire dove vanno, quelli che si vedono passare a braccetto di una bella donna, quelli che prendono un treno e vanno via. Quanto a essere stato un buon padre, non lo credo. Se si afferma che sono un buon padre solo perché invento per loro nuovi giochi, ci si inganna. Mi sono sempre annoiato. Ho continuato a lavorare per abitudine, marito di mia moglie e padre dei miei figli per abitudine, perché non so chi ha deciso che così doveva essere e non altrimenti. E se io, proprio io, avessi deciso altrimenti? Non si può immaginare fino a che punto, una volta presa questa decisione, tutto diventi semplice. Non occorre più occuparsi di quel che pensa il Tale o il Talaltro, di quel che è permesso, di quel che è proibito, dignitoso o meno, corretto o scorretto. Dicono che sono fuggito come un pazzo. Ma possibile che nessuno capisca come prima' qualcosa in me non funzionava? Non sono né pazzo né maniaco! Solo che a quarant'anni ho deciso di vivere come più mi garba senza curarmi delle convenzioni né delle leggi perché ho scoperto un po' tardi che nessuno le osserva e che finora sono stato gabbato. Per quarant'anni mi sono annoiato. Per quarant'anni ho guardato la vita come quel poverello che col naso appiccicato alla vetrina di una pasticceria guarda gli altri mangiare i dolci. Adesso so che i dolci sono di coloro che si danno da fare per prenderli. Dite pure che sono pazzo, se questo vi fa piacere. I pazzi siete voi, come lo ero io prima di fuggire". Kees Popinga, al termine del romanzo, viene arrestato e chiuso in manicomio. Dove la moglie lo va a trovare regolarmente tutti i primi martedì del mese.


giovedì 17 agosto 2023

LA CASA DEI FIAMMINGHI

 

Georges Simenon
LA CASA DEI FIAMMINGHI
Adelphi
Brossura, 1996,
138 pagine, 11 euro

I primi romanzi di Simenon con protagonista Maigret, quelli degli anni Trenta, hanno la caratteristica di spedire il Commissario a indagare in località diverse e distanti da Parigi (dove ha sede il suo ufficio, nel celebre Quai des Orfèvres). Non che non capiti anche in seguito, nel corso della serie, ma sicuramente agli inizi le trasferte erano più frequenti. Nel secondo episodio, l’indagine è ambientata lungo un canale che unisce la Senna alla Marna; nel sesto Maigret va a Concarneau; nel settimo a Guigneville; nell’ottavo in Olanda; il nono a Fecamp; l’undicesimo a Morsang; il tredicesimo a Saint-Fiacre, che è anche il paese natale del poliziotto. Arriviamo così a “La casa dei fiamminghi”, il quattordicesimo titolo, scritto nel 1932, che si svolge a Givet, una piccola località al confine con il Belgio. Simenon, non va dimenticato, era un belga di lingua francese, essendo nato a Liegi nel 1903, da un padre vallone e da una mamma fiamminga: di lei ci siano occupati in queste spazio commentando la “Lettera a mia madre”, composta dallo scrittore qualche tempo dopo la morte di lei, avvenuta nel 1970.

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2023/02/lettera-mia-madre.html
 

Recensendo via via parecchi gialli con Maigret, abbiamo ricostruito man mano un po’ tutti gli aspetti e le caratteristiche del personaggio, parlando del suo “metodo” psicologico nel condurre le inchieste così come dell’umanità che lo contraddistingue nonostante i modi talvolta burberi, annotando anche il suo essere una buona forchetta, un gran fumatore di pipa, un bevitore di birra e di Calvados in grado di reggere bene l’alcool, un marito fedele di una moglie devota. Ma, soprattutto, ogni volta si è inevitabilmente ribadita la grande capacità di narratore di Simenon, ipnotico nel catturare il lettore nelle sue storie e il suo straordinario talento nel ricostruire ambienti, intendendo non soltanto strade cittadine, quartieri o appartamenti, ma anche il contesto sociale ed umano in cui il Commissario si trova ad indagare, osservato con partecipazione senza mai sentenziare. Per questo bisogna guardarsi bene dal ritenere i casi di Maigret dei semplici polizieschi. Rimando perciò alle altre recensioni, rintracciabili cercando il nome dello scrittore nella categoria “Autori” del blog “Utili Sputi di Riflessione”.

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/p/indice-autori.html

Ciò detto, posso serenamente passare a segnalare come, secondo me, “La casa dei fiamminghi” non vada considerato tra i migliori casi di Maigret. Intendiamoci: è un romanzo più che dignitoso, sicuramente di gran lunga più interessante della maggior parte dei gialli in cui ci si imbatte pescando a caso tra le detective stories. Però, il Commissario in trasferta è meno efficace del solito, non sembra seguire un filo preciso nello svolgere la sua inchiesta, resta in attesa degli eventi, si accontenta della soluzione data per buona dagli investigatori locali, lì a Givet dove si trova, pur sapendo che la verità è un’altra. A Givet, del resto, ci è finito a titolo personale, da solo (senza gli uomini della sua squadra), per un motivo un po’ bizzarro (per fare un favore a un amico), quindi si muove lungo l’argine della Mosa in piena facendo domande senza averne l’autorità. Restano vivide e coinvolgenti le descrizioni della località di confine, dei contrabbandieri, della diffidenza dei francesi verso i fiamminghi, i Peeters, che gestiscono una drogheria che serve soprattutto i numerosi battellieri olandesi. I Peeters sono accusati di aver ucciso (e occultato il corpo) di una ragazza messa incinta da uno di loro, vista entrare nella loro casa prima di scomparire, ma naturalmente alla base dei sospetti c’è anche l’invidia per il talento nei commerci dei fiamminghi, considerati ricchi mentre i francesi del luogo sono quai tutti poveri. Il ritratto collettivo dei anti personaggi assomiglia, alla fine, un quadro di Bruegel.

 

venerdì 24 febbraio 2023

IL MIO AMICO MAIGRET



 


Georges Simenon
IL MIO AMICO MAIGRET
Adelphi
Brossurato, 160 pagine
10 euro


Scritto nel 1949, “Mon ami Maigret” (questo il titolo originale) è il trentunesimo romanzo (su settantacinque) dedicato da Georges Simenon (1903-1989) alle inchieste del Commissario Maigret della polizia parigina. Sicuramente i gialli di Maigret creano dipendenza e non si smetterebbe mai di leggerli, ma tutto Simenon è superlativo, come si è detto più volte in questo spazio: rimando dunque alle altre recensioni sul mio blog “Utili sputi di riflessione” che lo riguardano, a cominciare da questa:

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2023/02/lettera-mia-madre.html

Perciò, dando per acquisite tutte le notizie e considerazioni fornite in precedenza su Maigret e sul suo autore, mi concentrerò su tre caratteristiche peculiari de “Il mio amico Maigret”. Tanto per cominciare, non è ambientato a Parigi: ci sono, è vero, altri romanzi che portano il Commissario a indagare in diverse località della Francia, così come in Olanda o negli Stati Uniti, ma in questo caso la location è su una piccola isola chiamata Porquerolles, realmente esistente (se mai qualcuno ne dubitasse), poco al largo della costa provenzale, e Maigret, che potrebbe sottrarsi alla trasferta, decide di andarci per godersi un po’ di sole sfuggendo alla pioggia primaverile di Parigi e a certi parenti che si sono stabiliti in casa sua invitati incautamente dalla moglie. A Porquerolles un certo Marcellin, balordo di piccolo taglio più che vero e proprio criminale, si vanta con i frequentatori dell’albergo-ristorante nella piazza principale del borgo di pescatori, di conoscere il celebre Commissario Maigret e anzi di essergli amico. Il che in piccola parte è vero, perché in passato il poliziotto lo aveva aiutato a cavarsela da un certo guaio in cui era finito invischiato e soprattutto era riuscito a far ricoverare in sanatorio la sua fidanzata Ginette, malata di tubercolosi. Gli anni sono passati, Marcellin e Ginette hanno preso strade diverse ma tutti e due ricordano con gratitudine Maigret. Marcellin, andato a vivere a Porquerolles, ostenta dunque ad alta voce, una sera al ristorante, la sua amicizia con il Commissario e porta a riprova un biglietto da lui scrittogli una volta. Il mattino successivo l’uomo viene trovato ucciso e al poliziotto locale che raccoglie le prime testimonianze sembra chiaro che il motivo sia stato appunto il riferimento a Maigret fatto e ripetuto davanti a parecchia gente. Gente che è tutta rimasta sull’isola, dato che il mare mosso ha impedito la partenza delle barche e visto che tutti sono stati invitati a non allontanarsi. Dunque, l’assassino non può che essere ancora a Porquerolles, quando il Commissario, avvisato dell’accaduto, vi giunge. Ecco quindi un secondo punto caratterizzante: il giallo si basa del meccanismo del “whodunit”, cioè sul “chi è stato?”, tipico del poliziesco classico, alla Agatha Christie o alla Ellery Queen. Il che non capita sempre nei romanzi di Maigret, che raccontano di indagini in cui il nome del colpevole è meno importante del modo in cui il poliziotto arriva a incastrarlo. Anche ne “Il mio amico Maigret”, tuttavia, Simenon rimane Simenon e sono magistrali le sue descrizioni degli ambienti e degli scenari, in questo caso decisamente insoliti, e le sue ricostruzioni dei variegati personaggi, da Ginette (accorsa sull’isola appena saputo della morte di Marcellin) alla giovanissima cameriera Jojo (dipinta non senza malizia dallo scrittore), dal pittore vagabondo Jef de Greef alla ricca e attempata inglese Ellen Wilcox alloggiata con il suo toyboy sul suo yacht alla fonda nel porto. Infine, a rendere particolare il romanzo c’è la figura dell’ispettore londinese Pyke, giunto da Scotland Yard per “studiare” il “metodo Maigret” di cui tanto si parla anche oltre Manica. Metodo che, come ripete più volte il Commissario, proprio non c’è. Pyke segue Maigret come un’ombra, contraddistinto da una flemma britannica molto marcata che infastidisce il poliziotto francese, che si sente osservato e sotto esame. Impossibile non notare, in un giallo scritto nel 1949 ambientato in mezzo al mare, l’assenza di rilevamenti della polizia scientifica: Maigret giunge alla verità praticamente solo interrogando gli isolani.