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giovedì 27 agosto 2026

ORPOLINA!



 

Pier Luigi Sangalli
ORPOLINA!
Sbam!Libri
2020, brossurato
210 pagine, 13 euro

 

Pier Luigi Sangalli rideva da solo quando gli veniva in mente una gag, racconta chi lo conosceva. E che l’autore fosse innamorato del proprio lavoro e si divertisse a farlo, il lettore lo percepiva, divertendosi con lui. Lo si capisce ancora oggi, nonostante il fumettista lavorasse con i ritmi da Chaplin operaio in Tempi moderni: fino a duecentosettanta tavole al mese. Una catena di montaggio artigianale che non ha spento il sorriso di chi la muoveva. L’editore milanese Renato Bianconi (1928-1993) sembrava dirigere una fabbrica che sfornava albi a getto continuo, e voleva che il suo stabilimento (la Gem, Grafica Editoriale Metro) girasse sempre a pieno regime. Lo staff creativo sosteneva il pesante carico con risultati che, valutati a distanza di mezzo secolo e oltre, lasciano felicemente sbigottiti: disegno essenziale ma mai abbozzato, trame leggere che, rilette oggi, sono uno specchio dell’Italia di allora. Antonio Marangi, titolare della Sbam! Libri a cui si deve l’antologia di racconti a fumetti Orpolina! dedicata ai personaggi a fumetti di Pier Luigi Sangalli (1938-2025), scrive: «Dietro la leggerezza di vicende dedicate comunque a bambini e ragazzi, non è difficile scorgere numerose chiavi di lettura, con riferimenti alla società italiana del tempo e all’attualità». Qualche esempio? Il diavolo Geppo alle prese con la crisi energetica e le fiamme infernali a corto di combustibile; il gatto Felix in cerca di lavoro per le bollette; il maldestro Provolino sfrattato. Gli autori, consuetudine comune all’epoca, non si firmavano. I nomi di Motta, Sangalli, Colantuoni, Dossi, Manfrin, Del Principe, Sbattella sono affiorati in superficie soltanto di recente e oggi, scrive ancora Marangi, «sono stati finalmente tributati loro i sacrosanti riconoscimenti per il grande lavoro». Orpolina! è un benefico tuffo nella memoria di noi bambini dei tempi in cui c’erano ancora le edicole, dove traboccavano i fumetti. Tra questi, quei giornaletti tascabili che, fra gli anni Sessanta e gli Ottanta, si compravano, si scambiavano e si contendevano: Braccio di Ferro, Geppo, Felix, Soldino, Nonna Abelarda, Provolino, Trottolino. Accanto a questi titoli più noti, Bianconi chiedeva varietà. Sangalli rispose con una sfornata di eroi “minori” che questo volume, contenente storie selezionate dallo stesso autore, riporta in luce: il mago Merlotto, il fantasma Eugenio, il biblico Adam, il professor Rotella, l’apprendista stregone Zurlino, il ladruncolo Al Gallina, il super Superboy, l’olimpica Piccola Dea.

Il contributo di Sangalli all’officina bianconiana è spropositato. Luca Boschi ha individuato in lui uno dei principali responsabili della sedimentazione di uno «stile Bianconi»: tratto pulito, gag che stanno in piedi anche lette di corsa sul tram. Sono soprattutto due personaggi “teste di serie” a impegnarlo: Geppo e Braccio di Ferro. Geppo, probabilmente l’unico diavolo buono della letteratura (disegnata e non), era nato da un’idea di Renato Bianconi e Luciano Bottaro. Sangalli lo riprese, ne scrisse le sceneggiature, ne ridisegnò il volto e dal 1961 firmò le copertine fino al 1996. Quanto a Popeye, fu Sangalli a convincere Bianconi ad acquistare i diritti per realizzare storie inedite italiane destinate ai ragazzi. Dal 1963 la maggior parte degli episodi e tutte le copertine fino alla chiusura sono opera sua. Qualcuno ha stimato che il settanta per cento della produzione mondiale di tavole di Popeye si debba a Sangalli.

Il titolo Orpolina! si riferisce alla tipica espressione di disappunto o di sorpresa di Mago Merlotto, a cui vengono dati l’onore della copertina e l’onere di aprire il libro. Merlotto è una parodia di Merlino, soprattutto quello disneyano di La spada nella roccia: strampalato e incapace di valutare le conseguenze delle proprie azioni. Vive in un Medioevo senza tempo con il gufo Filomeno, più sveglio di lui. Eugenio è uno spettro di animo gentile, a tutti gli effetti il fantasma di un morto che non ha imparato a spaventare la gente, comprimario delle storie di riempimento, senza serie autonoma, ma con un nome e delle caratteristiche che restano in testa. Adam arriva più tardi, negli anni Novanta, quando Sangalli si concede personaggi più audaci. Cavernicolo e primo uomo insieme: la Genesi fonte di gag a raffica senza soggezione alcuna. Piccola Dea è della stessa stagione: divinità dell’Olimpo in miniatura, figura femminile rara in un catalogo sostanzialmente maschile. Oggi, secondo la mistica del politicamente corretto e il terrore di far leggere ai bambini qualcosa che possa offendere qualcuno, personaggi come Geppo (diavolo buono, quindi diavolo), Eugenio (fantasma, quindi morto che cammina) e Adam (protagonista di vicende bibliche messe alla berlina) non potrebbero finire in mano ai ragazzini. Allora, invece, si leggevano senza traumi e senza avvertenze, e si rideva. Roba dell’altro mondo in quello che era, appunto, un altro mondo.

Pier Luigi Sangalli ha premesso una Nota dell’Autore che riporto qui di seguito per intero:

Nota dell’autore

Ho accolto con piacere l’idea di raccogliere in un volume dedicato le storie dei personaggi che ho creato e disegnato nell’arco di 40 anni per l’editore Renato Bianconi.

Il loro scopo era quello di “staccare” ogni tanto la lettura delle storie del personaggio titolare dell’albo, Geppo, e rendere la pubblicazione più ricca e piacevole. Poiché questi personaggi venivano però spesso sostituiti con altri nuovi, nella lunga vita di Geppo essi sono andati via via formando una numerosa schiera.

Cercando in archivio quelle che ho ritenute giuste per questo volume, mi sono accorto che le storie sono ambientate, oltre che nei nostri tempi, in epoche diversissime, che vanno addirittura dalla creazione del mondo (Adam), al Medioevo (Zurlino), fino al futuro, con la possibilità di viaggiare in altre galassie (Superboy). E tutto questo passando tra curiosi fantasmi e maghi capaci di modificare la realtà!

Una buona lettura!

Pier Luigi Sangalli

mercoledì 17 giugno 2026

LIBERTY BAR

 

 
Georges Simenon
LIBERTY BAR
Adelphi
brossura
138 pagine, 11 euro

Più si leggono i romanzi con le inchieste del commissario Maigret, più il burbero poliziotto del Quai des Orfèvres, dalle spalle larghe e dalla pipa in bocca, finisce per apparirci come un personaggio reale, di cui Simenon è il semplice biografo. Maigret non è un investigatore alla Sherlock Holmes, con deduzioni brillanti e metodi infallibili: il suo modo di procedere paradossalmente consiste proprio nell’assenza di un metodo rigido. Cerca di cogliere le sensazioni suggerite dall’ambiente e dalle persone, annusa l’aria, legge negli occhi degli interlocutori, si immedesima nel loro microcosmo fino a quando non intuisce una pista. La sua tecnica si basa sulla comprensione delle dinamiche interiori, sull’acume psicologico e sulla capacità di instaurare empatia, soprattutto con l’umanità dei bassifondi. Attenzione, però: i romanzi con Maigret danno dipendenza e una volta che ci si abitua non si riesce più a smettere (per fortuna ci sono settantacinque dosi). Le inchieste sono coinvolgenti e ipnotiche da seguire, si divorano una dopo l’altra. Prima di essere gialli di Maigret, infatti, sono romanzi di Georges Simenon, uno scrittore notevole anche quando non mette in scena il suo commissario. 
"Liberty Bar", scritto nel maggio 1932 presso la tenuta La Richardière di Marsilly, in Francia, e pubblicato a luglio dello stesso anno da Fayard, è il diciassettesimo romanzo della serie con i celebre Commissario. Ci propone, come talvolta accade, un Maigret “in trasferta”, lontano dal Quai des Orfèvres, mandato sulla Costa Azzurra per indagare con la massima discrezione sull’omicidio di William Brown, un ex agente segreto australiano. Niente scandali, niente clamore: così gli ordinano i superiori. Il poliziotto, vestito di scuro fuori luogo sotto il sole abbagliante, si trova a disagio tra le ville bianche, le palme e il lusso  del jet-set. 
abituato ai bassifondi parigini, si sente spaesato sulla Riviera: il caldo, la luce accecante, i rituali mondani e il contrasto tra facciata glamour e la decadenza morale gli danno uggia. Il lettore segue Maigret mentre ricostruisce gli ultimi giorni di Brown: una vita divisa tra i giorni trascorsi in una villa ad Antibes, con l’amante e la suocera, e le periodiche fughe verso il sordido Liberty Bar di Cannes, gestito dalla grassa e materna Jaja, con la giovane Sylvie che si aggira nel locale mezza nuda, e frequentato da una congrega di personaggi falliti, ubriaconi, gente che vuole solo dimenticare il passato e vivere alla giornata. Maigret annusa l’aria, capisce che la chiave per risolvere il mistero è lì e perciò si immerge nel microcosmo del bar come se fosse casa sua. I personaggi sono memorabili, soprattutto Jaja e il suo piccolo mondo di illusoria libertà fatto di bicchieri, confidenze e silenzi. Il finale è amaro, come spesso accade in Simenon: Maigret arriva alla verità, ma di fronte alla scoperta di come tutto abbia girato attorno a una storia d’amore tragicamente conclusa, decide di non fare un rapporto completamente veritiero. "Liberty Bar" propone un Maigret atipico ma intenso: benché  “fuori posto” il Commissario, anche in Costa Azzurra, rimane fedele al suo burbero acume psicologico.                                         
 
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1. Romanzi con Maigret
 
L’amica della signora Maigret

La balera da due soldi
 
Il cavallante della “Providence”
 
Cécile è morta
 
Félicie
 
Maigret a New York
 
Maigret e il fantasma
 
Maigret e i testimoni recalcitranti
 
Maigret e la Stangona
 
Maigret e l’uomo della panchina
 
Maigret, Lognon e i gangster
 
Il mio amico Maigret
Il morto di Maigret
Pietr, il lettone
 
I sotterranei del Majestic
 
Una testa in gioco
 
La trappola di Maigret
 
Le vacanze di Maigret 
 

2. Romanzi di Simenon senza Maigret
 
L’assassino
 
Le finestre di fronte
La fuga del signor Monde 
 
La neve era sporca
 
Lettera a mia madre
 
Le persiane verdi
 
L’uomo che guardava passare i treni



martedì 23 dicembre 2025

ECHI DALL'INCUBO

 

Tiziano Sclavi
ECHI DALL’INCUBO
Sergio Bonelli Editore
2025, brossurato
432 pagine, 23 euro


Sopra il titolo, il logo di Dylan Dog. Sotto, la scritta “24 storie brevi”. Il nome dell’autore, Tiziano Sclavi, premesso a tutto, garantisce la qualità del prodotto. Si tratta di un volume talmente necessario che avrebbe meritato una confezione di maggior pregio (ma va bene il balenottero, peraltro con un taglio davanti colorato). “Echi dall’incubo” raccoglie le short story dell’Indagatore dell’Incubo sceneggiate da Sclavi tra il 1989 e il 2000 e pubblicate fuori serie, oppure sui supplementi della testata principale. Sono particolarmente interessanti quelle realizzate per le più svariate riviste, quindi “su commissione”, che colpiscono talvolta per la genialità dell’estro creativo messa al servizio dello spunto offerto. Per esempio, “Il paradiso dei turisti” è una storia allestita per “I viaggi di Repubblica” dell’agosto 2000 ed è perfettamente dyandoghiana così come perfettamente in tema con la pubblicazione. “Spettri”, realizzata per “Max” (febbraio 1993), vede Dylan tenere fra le mani proprio il numero della rivista con se stesso in copertina (e il racconto all’interno). Un altro caso è “Lamiere” apparso su “Auto Oggi” (giugno 1996). Ci sono poi episodi brevi proposti in collaborazione con “Sorrisi e Canzoni” (1992), su “Per Lui” (1989), sul Diario Scolastico di Auguri Mondadori (1993). Altri racconti sono quelli scritti e disegnati come “appendici” o epiloghi di storie lunghe (di solito provenienti dagli Speciali) ristampate in volume dalla Mondadori. Altri short provengono dagli albi giganti dell’Indagatore dell’Incubo, e ci sono assolute chicche come quello in cui Claudio Villa è chiamato a illustrare una storia che cita tutte le sue copertine dylandoghiane, oppure quelli intitolato “Margherite” e “Cuori randagi”. A lettura ultimata, non resta che fare tanto di cappello a Sclavi quale autore di episodi brevi, talento di cui abbiamo parlato recensendo i sei volumi della serie  “I racconti di domani”. Lo scrittore di Broni ha del resto fatto apprendistato nella redazione del “Corriere dei Ragazzi”, dove la brevità delle puntate a fumetti era la regola. Un applauso agli undici disegnatori e a Franco Busatta che firma la prefazione.

giovedì 20 novembre 2025

IL CAVALLANTE DELLA “PROVIDENCE”



Georges Simenon
IL CAVALLANTE DELLA “PROVIDENCE”
Adelphi
Brossura, 140 pagine
11 euro

Cominciamo dal titolo. Quello originale è Le Charretier de la Providence, pubblicato in Italia come Il carrettiere della “Providence”, tradotto alla lettera. Poi, in altre edizioni si sono preferite scelte diverse:  Maigret si commuove e Il cavallante della "Providence". Sicuramente quest’ultimo è il più corretto, perché il personaggio a cui si fa riferimento,  l’enigmatico e taciturno Jean Liberge, non guida un carretto (e dunque non è un carrettiere) ma conduce a piedi, tenendone le briglie, i cavalli adibiti al traino delle chiatte mercantili lungo gli argini, che siano il bordo dei canali o le sponde dei fiumi. Dunque, è un cavallante. Chiarito il mistero, passiamo a elencare elementi che caratterizzano il romanzo, datato 1931. Innanzitutto, si tratta del secondo poliziesco di Georges Simenon in cui compare il commissario Maigret, ma il primo a venire pubblicato. L’inchiesta con cui inizia la saga del burbero poliziotto parigino, quella intitolata  Pietr il Lettone, era stata scritta nello stesso anno ma, per imponderabili motivi di programmazione editoriale, uscì come terza. Il tutto è spiegato nella recensione che potete leggere cliccando qui.Il commissario non ha, dunque, assunto ancora la sua caratterizzazione definitiva (non agisce neppure a Parigi, ma in trasferta), anche se lo si riconosce benissimo. Un successivo utile spunto di riflessione consiste nel fatto che risulta chiaro quale sia il “metodo Maigret”, così diverso dalle logiche deduzioni di Sherlock Holmes. Un metodo che paradossalmente consiste proprio nell'assenza di un metodo. Il poliziotto cerca di cogliere le sensazioni che gli vengono suggerite dall'ambiente e dalle persone che lo abitano, fino a quando non intuisce una pista. Annusa l’aria, legge negli occhi degli interlocutori, si immedesima in loro e nel loro microcosmo.
Microcosmo che, in questo caso, è rappresentato dal mondo dei battellieri che navigano sui canali che collegano tra loro la Senna, la Marna e la Saona e permettono di attraversare tutta la Francia, dalla Manica al Mediterraneo, lungo un itinerario costellato da chiuse e da stazioni di sosta. Simenon riesce a descriverne perfettamente gli ambienti e i rituali perché, tra la fine degli anni Venti e l'inizio degli anni Trenta, navigò insieme alla prima moglie sul suo battello da diporto di nome "Ostrogoth", a bordo del quale, appunto, scrisse Il cavallante della Providence. Oltre agli ambienti, come al solito è magistrale in Simenon la raffigurazione dei personaggi e l’analisi delle loro psicologie: sir Walter Lampson, un colonnello inglese in pensione, che identifica come sua moglie Mary una donna strangolata in una stalla nei pressi di una chiusa, i suoi compagni di viaggio alloggiati con lui a bordo di uno yacht (Willy Marco, il suo uomo di fiducia, Gloria Negretti, la sua amante, e il russo Vladimir, marinaio e timoniere), e il variegato universo degli osti, degli addetti alle chiuse, dei battellieri e, appunto, dei cavallanti. Maigret, taciturno come al solito, scopre che due dei personaggi non si chiamano, in realtà, come dicono: i loro veri nomi nascondono un passato turbolento e spiegano quel che accade nel presente.

 

venerdì 24 ottobre 2025

RANGER E FUORILEGGE



 
Francangelo Scapolla
RANGER E FUORILEGGE
Il Melangolo
2023, brossura
144 pagine, 14.50 euro

“Le origini di Tex: 1948-49”, recita il sottotitolo, chiarendo l’identità del Ranger e del Fuorilegge evocati dal titolo e dalla sagoma nera sulla copertina gialla, colori del resto non scelti a caso. Tuttavia, la lettura del saggio di Francangelo Scapolla lascia francamente perplessi. Vediamo perché. Il minore dei problemi consiste nel fatto che da pagina 15 a pagina 129 viene semplicemente tracciato il riassunto in prosa delle avventure a fumetti contenute, come si legge, nei primi 59 albetti a striscia (definiti “fascicoli”) della saga di Aquila della Notte,  quelli pubblicati tra il 30 settembre 1948 e il 5 gennaio 1950. Tutto ciò è specificato nella “nota bibliografica” dove si dice che a mandarli in stampa fu la Sergio Bonelli Editore ma, in realtà, mi si perdoni la pedanteria, si trattò delle edizioni Audace. Tuttavia c’è un’altra inesattezza: si cita come “cinquantanovesimo” l’albetto conclusivo della storia con il Sindacato dell’Oppio. Ecco, “L’infernale battaglia” è il n° 5 della II Serie della “Collana del Tex”. La I Serie conta 60 “fascicoli” (da “Il totem misterioso” a “I sicari del drago”), quindi “L’infernale battaglia” è il sessantacinquesimo, e non il cinquantanovesimo. Ciliegina sulla torta, la nota bibliografica cita il Maxi Tex “Nueces Valley”, dell’ottobre 2017, e specifica: “Script: Gianluigi Bonelli; Art: Aurelio Galleppini”. Gli autori, in realtà, sono Mauro Boselli (testi) e Pasquale Del Vecchio (disegni). 
Annotando come 110 pagine su 135 del saggio di Scapolla contengono, in ultima analisi, soltanto un pur articolato e gradevole resumé della prima serie a striscia (più un pezzettino della seconda), intendo dire che soltanto in sei pagine, dalla 9 alla 14, si accenna en passant al contesto editoriale al momento storico e culturale in cui Tex mosse i primi passi, alle fonti di ispirazione cinematografiche, alla figura degli autori, con una sintetica disamina che non aggiunge nulla a quanto già si sa e viene spesso ripetuto. Nel riepilogo delle avventure si sottolineano brevemente frasi e circostanze che servono a descrivere il personaggio così com’era caratterizzato nelle primissime storie seguendolo nella sua iniziale evoluzione, mettendo in evidenza la tempra eccezionale dell’eroe, di cui si lodano a ogni passo la forza, il coraggio, l’abilità, l’intuizione: “le risorse di Tex sono infinite”. Stranamente, si citano le storie degli albetti a striscia senza riferire anche della serie gigante (in questo caso, l’avventura del Sindacato dell’Oppio si conclude a pagina 56 del n° 5, “Satania!”), come se l’autore volesse vestire i panni del purista, fedele custode della tradizione delle primissime origini, ostentando diffidenza verso tutto ciò che è venuto dopo. La sensazione viene confermata dalle affermazioni di Scapolla fa nei capitoli “Premessa”, “Conclusioni” e “Incongruenze”. 
Vale la pena di citare quanto scritto: “Questo saggio è rivolto soprattutto ai lettori di Tex del terzo millennio che hanno scarsa (o nulla) memoria del personaggio delle origini, quello coniato e sceneggiato da Gianluigi Bonelli nel 1948. La personalità di Tex si è modificata nei decenni, essenzialmente da quando i soggettisti successivi a Bonelli hanno iniziato a ideare le trame delle nuove avventure. E in questo percorso Tex ha subito modifiche anche sostanzialmente nell’atteggiamento, nella figura, nel modo di fare, di esprimersi, di rapportarsi col mondo esterno. E’ mutata anche la filosofia del ranger, che non si muove più come un lupo solitario, ma in sintonia con i suoi pards. Quello foggiato e modellato da Gianluigi Bonelli aveva un temperamento anarchico e libertario, che rispecchiava, in una certa misura, la personalità dello stesso Bonelli”. Sembra di capire che il Tex delle origini, il lupo solitario, abbia cambiato pelle, cessando di essere anarchico e libertario, per colpa degli sceneggiatori che hanno preso il posto di Gianluigi Bonelli (compreso, evidentemente, suo figlio Sergio). Si dimentica, forse, che fu lo stesso Gianluigi a creare il quartetto dei pards, facendo rinunciare Tex alla figura del ribelle solitario, facendolo addirittura sposare, diventare capotribù e accettare l’incarico di agente indiano. L’ultima storia scritta da Bonelli senior è data 1991: ha sceneggiato le avventure del suo eroe per oltre quarant’anni. Inevitabilmente c’è stata un’evoluzione “nell’atteggiamento, nella figura, nel modo di fare, di esprimersi, di rapportarsi col mondo esterno”, e anche la filosofia del ranger, ma ciò è avvenuto per mano del creatore del personaggio. Si potrebbe persino sostenere che ciò che gli autori dei testi dal 1991 in poi hanno modificato molto meno dei cambiamenti operati da Gianluigi Bonelli.
Scapolla aggiunge: “Esistono pure incongruenze temporali: i lettori del terzo millennio sono convinti, ad esempio, che Tex sia nato nel 1838, e di conseguenza alcuni eventi importanti hanno subito uno slittamento e uno sfasamento impropri in rapporto alla reale età di Tex, come ad esempio la guerra di secessione americana”. Altra ciliegina: “I fatti che Bonelli aveva descritto sconfessano quelle ipotesi”. Dunque si ritiene che in presenza di incongruenze temporali facciano testo le indicazioni di Gianluigi, e si rinnega come anatema la data del 1838 come anno di nascita di Tex stabilita da Mauro Boselli e tenuta come punto fermo alla base della documentatissima collana “Tex Willer” varata con grande successo nel 2018. 
Qual è, dunque, la datazione proposta da Scapolla? A pagina 140 troviamo la risposta: “dovrebbe essere nato nel 1813/1814”. Per giustificare questa convinzione, il saggista spiega: “Nell’albo ‘Nueces Valley’, pubblicato nel Maxi Tex il 16 ottobre 2017, apprendiamo che Tex sarebbe nato nel 1838, e questa data è inverosimile, in quanto all’inizio della guerra civile (1861) avrebbe 23 anni, mentre secondo la versione di Bonelli e Galep ha già un figlio dell’età di Kit, quindi dovrebbe averne poco più del doppio”.  Ora, chiediamoci: a quale età di Kit si riferisce il dotto saggista? Indubbiamente a quella che dimostra nella storia in cui figura il generale Quantrell, datata 1955 (identifichiamola con il titolo “La traccia di sangue”, quello dell’albo a striscia n° 7 della Serie Smeraldo), in cui compaiono sudisti e nordisti ed è chiaramente in corso la Guerra di Secessione (la si ritrova sul Tex Gigante n° 24). In quella circostanza, Kit Willer dimostra diciotto anni (ma ha poca importanza: effettivamente c’è e sa tenere la pistola in pugno). Scapolla sembra però dimenticare che esiste un’altra avventura, sempre firmata da Bonelli senior e Galleppini, più matura e meglio circostanziata, “Tra due bandiere” (Tex Gigante n° 113, marzo 1970), in cui Aquila della Notte narra ai pards le sue avventure nella guerra tra Nord e Sud, e non solo il figlio si meraviglia di non saperne niente, ma il padre racconta fatti avvenuti durante la propria gioventù, quando faceva ancora il mandriano e Kit non era nato. 
Dunque esistono due versioni date dallo stesso creatore del personaggio, e poiché la seconda giunge dopo a correggere la prima, si deve dar credito a quest’ultima. Scapolla non lo fa perché, evidentemente, ritiene fonte di verità e oro colato solo ciò che compare sui “fascicoli” a striscia. Riguardo all’anno di nascita di Tex stabilito da Boselli, il saggista aggiunge: “E’ più che comprensibile che l’avvicendarsi di nuovi soggettisti in un arco di tempo tanto ampio possa aver ‘annebbiato’ il ricordo di tanti elementi basilari, scelti e inseriti da Gianluigi Bonelli”. Ma allora pare dunque che il primo “annebbiato” sia lo stesso Bonelli, che nel 1970 non ricorda, secondo il saggista, quel che di basilare aveva scritto nel 1955. Lascio tuttavia rispondere a Luca Raffaelli, che affronta il problema nel suo articolo “Un Eroe contro la Guerra” che fa da introduzione al volume n° 52 della Collezione Storica a Colori di Repubblica, dove leggiamo che “si può pensare che Bonelli abbia potuto dimenticare gli accenni alla Guerra di Secessione scritti anni prima. Ma sembra più interessante immaginare che da quelli siano nate idee che era giusto sviluppare nel momento in cui il suo personaggio avesse raggiunto la più alta maturità”. Scapolla elenca alcune altre incongruenze temporali, sempre sostenendo la tesi che facciano fede le storie delle origini, scordando però i tanti anacronismi rintracciabili proprio nelle prime avventure, a partire dalle vignette in cui compare addirittura un’automobile, una Ford T, che è stata fabbricata soltanto nel 1908. Gli esempi potrebbero sprecarsi. Ritenere attendibili, precisi e soprattutto coerenti i riferimenti storici riscontrabili nelle strisce di Tex è come credere che la Bibbia riferisca nel libro della Genesi gli esatti avvenimenti che portarono alla creazione del mondo. In un articolo sul sito “Lo Spazio Bianco” leggiamo: “All’epoca si scriveva di getto e i lettori non si facevano troppe domande: era bello così. Oggi gli sceneggiatori non se lo possono più permettere: devono essere più cauti, e valutare bene quali fatti storici far vivere al ranger e ai suoi pards”. Gianluigi Bonelli, come tutti o quasi gli sceneggiatori di fumetti degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta, davano priorità all’avventura piuttosto che alla documentazione, che di certo non era neppure così facile da reperire come oggi. Per risolvere le incongruenze e le contraddizioni in cui si inciampa nelle prime storie di Tex, Mauro Boselli ha fatto e sta facendo i salti mortali, ed è riuscito a sanare gran parte delle difficoltà e delle aporie, restituendo al personaggio con la serie “Tex Willer” (quella dedicata al Tex ventenne) non soltanto una coerenza logica e cronologica così come una aderenza ai fatti storici, ma anche (udite udite) il primitivo spirito anarchico e libertario, e la sua caratteristica di lupo solitario. 



martedì 21 ottobre 2025

L’ISOLA DEGLI IDEALISTI

 
 

Giorgio Scerbanenco
L’ISOLA DEGLI IDEALISTI
La nave di Teseo
2018, brossurato
230 pagine, 17 euro

Di fronte a piccoli capolavori come “L’isola degli idealisti”, e l’aggettivo “piccolo” è soltanto prudenziale, vien fatto di chiedere quanti altri gioielli inediti di Giorgio Scerbanenco (1911-1969), nascondano gli archivi. Infatti, questo straordinario romanzo è riemerso dopo oltre settantacinque anni dalla sua stesura, avvenuta tra il 1942 e il 1943 all’albergo Toledo sul lago d’Iseo, dove lo scrittore si era ritirato per poter lavorare (collaborava con diverse testate) al riparo dai bombardamenti che bersagliavano Milano, poco prima di fuggire in Svizzera (come fece anche Giovanni Luigi Bonelli, un altro milanese macinatore di trame). Cecilia Scerbanenco, nella sua prefazione, commentando il ritrovamento dell’opera e le poche notizie che riguardano la sua mancata pubblicazione dopo l’effettiva consegna alla stampa, si dice convinta che fosse stata commissionata dal “Corriere della Sera” per la pubblicazione a puntate (trenta, secondo un appunto dell’autore). Alcuni titoli andarono dispersi, “smarriti nel caos scatenatosi in tutta Italia dopo l’8 settembre del 1943”, spiega la prefatrice.  “Una macchina per scrivere storie”, così Oreste del Buono definiva Scerbanenco, narratore “in grado di scrivere quattro o cinque novelle, di mandare avanti due puntate di romanzi, di tenere due o tre rubriche di corrispondenza e di buttar giù, sempre nella stessa, unica settimana, un numero imprecisato di pezzi e pezzetti necessari al completamento di questa o quella testata”. Il corpus di romanzi e racconti dello scrittore ucraino naturalizzato milanese è sterminato e comprende opere dei generi più diversi  (fantascienza, rosa, giallo, western), anche se la vera popolarità gli venne, un po’ tardiva, con il ciclo noir dedicato al personaggio, un medico radiato dall’Albo per aver praticato una eutanasia, Duca Lamberti. Di Scerbanenco e della sua vita avventurosa abbiamo già parlato recensendo “Venere privata” (potete cliccare sul titolo per saperne di più).
Lo spunto de “L’isola degli idealisti” è brillante e originale: sull’Isola della Ginestra, un piccolo scoglio in mezzo a un non precisato lago, vive placidamente, intorno agli anni Trenta, la famiglia (decisamente benestante) del bizzarro Celestino Reffi, medico non praticante con la passione per la matematica e per gli esperimenti insoliti (come riuscire a far contare il cane di casa), composta, oltre che da lui, da sua sorella Carla, scrittrice sena successo e dal loro padre Antonio, otorinolaringoiatra in pensione, dai cugini spiantati Vittorio Bras e da sua moglie Jole, dall’alano Pangloss e dalla servitù, tra cui spicca il custode Marengadi. La tranquillità della villa abbarbicata sullo scoglio è infranta, una sera, dall’irruzione di due ladri d’albergo, Guido e Beatrice, braccati dalle forze dell’ordine, che chiedono di venire nascosti per la notte e di poter riprendere la fuga il mattino successivo. Celestino accetta di dare loro asilo a patto che si trattengano sull’isola dove lui si occuperà di educarli all’onestà: se ne andranno solo se diventeranno persone per bene. Un altro dei singolari esperimenti del giovane Reffi, agli occhi degli altri famigliari, che ne prevedono l’inevitabile fallimento ma non si oppongono. Il susseguirsi degli avvenimenti non è però tanto facilmente immaginabile e i colpi di scena si susseguono. Magistrale Scerbanenco nel caratterizzare ciascuno dei personaggi e nel farli muovere in modo imprevedibile, fino a rovesciare i pronostici.


sabato 18 ottobre 2025

STEREO AKTE NUDES NUS


 
 

 
Serge Nazarieff
STEREO AKTE NUDES NUS
1850-1930 
Taschen
Prima edizione tedesca -  1994
brossura - lire 19000

Lo stereoscopio è uno strumento ottico che, grazie a un apparato binocolare a lenti prismatiche, consente di fondere in una unica immagine due immagini distinte leggermente diverse l'una dall'altra. Oggi chiamiamo questo effetto semplicemente "3D". La conoscenza dell'effetto stereoscopico è di poco anteriore alla scoperta della fotografia da parte di Daguerre (1839). Stereoscopia e fotografia si combinarono dunque a vicenda nella realizzazione di un apparecchio che fu presto utilizzato per la visione di immagini erotiche. Il bel volume di Serge Nazarief, pubblicato inizialmente in Francia, è qui in edizione tedesca (con testo in tre lingue, dato che si aggiunge anche l'inglese). Viene fornito un pratico occhiale in cartone due "lenti" in plastica trasparente colorate diversamente, per ottenere l'effetto 3D. Le fotografie, che vanno dal 1850 al 1930, sono quasi tutte colorate a mano, come d'usanza. I soggetti vanno da quelli assolutamente casti (pastorelle neppure molto nude in pose oltremodo pudiche e in paesaggi agresti) da quelli inequivocabilmente pornografici (immortalate anche azioni hard). In genere le modelle corrispondono a canoni di bellezza non più attuali, e alcune provocano un senso di perplessità all'occhio del lettore di oggi. Resta il valore della testimonianza di epoche scomparse e dell'eterno voyeurismo (qui maschilista, dunque oggi etichettato come sessista) che da sempre caratterizza l'essere umano. In quarta di copertina, un sottoscrivibile commento di Jacques Cellard: "A voi, lettori e lettrici, giudicare se il potere di suggestione di queste fotografie è rimasto intatto attraverso oltre 100 anni. Io ne sono convinto".


venerdì 17 ottobre 2025

MAIGRET E LA STANGONA

 


Georges Simenon
MAIGRET E LA STANGONA
Adelphi
2003, brossurato
168 pagine, 11.40 euro

Maigret et la Grande Perche (questo il titolo originale), pubblicato anche come “Maigret e la Spilungona”, è datato 1951 e costituisce il trentottesimo romanzo dedicato da Georges Simenon (1903-1989) al commissario che lo ha reso celebre, anche se lo scrittore belga merita la notorietà anche per le sue opere non poliziesche, e mi meraviglio sempre, quando penso che non gli è stato attribuito il Nobel per la letteratura (lo penso anche riguardo Stephen King).  
Da “Maigret e la Stangona” è stato tratto un film nel 1956, diretto da Stany Cordier, con Maurice Manson nel ruolo del commissario parigino, intitolato “Maigret dirige l’inchiesta”.
 
Di Maigret e di Simenon abbiamo parlato moltissimo in questo blog, approfondendo la figura del personaggio e quella del suo autore. Se volete leggere quali romanzi sono stati recensiti, cercate il nome dello scrittore nell’indice di “Utili sputi di riflessione” e poi potete cliccare su ogni titolo raggiungendo così la singola scheda.

 
I romanzi con il burbero poliziotto del Quai des Orfèvres danno dipendenza, e una volta assuefatti non si riesce a smettere (per fortuna ci sono settantacinque dosi). Maigret finisce per apparirci un personaggio reale, di cui Simenon è il semplice biografo. In questo episodio, lo vediamo alle prese con un caso che sembra, inizialmente, di facile soluzione: c’è un sospettato molto sospetto, il dentista Guillaume Serre, molto scaltro nell’evitare di essere incastrato, ma a un certo punto il commissario si rende conto che le cose non sono andate come sembrano. Tra i personaggi, oltre a Serre e alla vecchia madre con cui vive,  spicca Ernestine, ex prostituta che scopriamo essere una vecchia conoscenza del poliziotto (è lei la “stangona”), venuta a chiedere a Maigret di indagare su un cadavere senza nome che suo marito Alfred (un topo d’appartamento) dice di aver visto in una casa dove era penetrato, ma di cui non c’è traccia. Come al solito, il commissario si dimostra abile psicologo e capace di instaurare empatia con l’umanità dei bassifondi. 



mercoledì 15 ottobre 2025

I MILANESI AMMAZZANO AL SABATO

 

 


 
Giorgio Scerbanenco
I MILANESI AMMAZZANO IL SABATO
Garzanti
2014, brossura
200 pagine, 8.90 euro


“Scerbanenco sapeva ricostruire i meccanismi imperfetti che portano una persona a compiere un crimine”, scrive Piero Colaprico (il cui giudizio è riportato in quarta di copertina). Non solo, aggiungo io: Giorgio Scerbanenco (1911-1969) era uno scrittore in grado di ricostruire qualunque tipo di meccanismo psicologico e di rappresentare le più diverse realtà con l’efficacia e il talento non soltanto del grande narratore, ma anche dell’affabulatore versatile capace di spaziare attraverso i generi più diversi, nobilitando da par suo quelli considerati di minor pregio. E’ sbagliato, infatti, considerarlo soltanto un autore di gialli, o meglio di polizieschi o di noir. Il lungo elenco dei suoi libri comprende anche romanzi sentimentali o addirittura western. Non c’è dubbio, tuttavia, che sia stato il personaggio di Duca Lamberti a dare a Scerbanenco una grande, seppur tardiva, popolarità. In tutto, le avventure del medico milanese radiato dall’Ordine per aver praticato una eutanasia e poi diventato un poliziotto, sono soltanto quattro. La morte prematura colse il suo creatore lo stesso anno, il 1969, in cui riuscì a dare alle stampe il quarto titolo, appunto “I milanesi ammazzano al sabato”. Il primo episodio della serie, “Venere privata”, era uscito soltanto tre anni prima, nel 1966. Avevano fatto seguito “Traditori di tutti” e “I ragazzi del massacro”. Di Scerbanenco e di Duca Lamberti abbiamo parlato a lungo in questo blog, perciò chi volesse approfondire l’argomento non ha che da cliccare sui titoli colorati, con il link alle singole recensioni. Probabilmente, dei quattro, è proprio “I milanesi ammazzano al sabato” il romanzo meno riuscito, e chissà se è soltanto una mia suggestione quella di leggere fra le righe l’ansia dello scrittore di riuscire a completare l’opera, lasciando qua e là perfino i segni di una mancata revisione. Tuttavia, Scerbanenco non delude neppure quando va di fretta e il livello resta alto. L’indagine di Duca Lamberti, che si svolge tra Milano e Lodi, riguarda la scomparsa di una giovane donna affetta da un ritardo mentale, Donatella Berzaghi, costretta alla prostituzione e poi trovata poi morta (uccisa in modo orrendo, bruciata viva all’interno di un covone di paglia). C’è però chi cerca di arrivare prima di lui a mettere le mani sugli assassini: il padre della ragazza. I quattro romanzi con protagonista Duca Lamberti portano avanti anche le vicende personali e sentimentali del problematico personaggio, come la sua storia d’amore con Livia Ussaro, del cui volto sfregiato si sente responsabile, o come l’eredità morale del padre poliziotto o le conseguenze della scelta del medico di aiutare una malata terminale a porre fine alle sue sofferenze. Nel finale de “I milanesi uccidono al sabato” giunge la riabilitazione dell’Ordine che lo aveva radiato, e resta il dubbio se Duca tornerà a indossare il camice bianco o se invece continuerà a fare il poliziotto.


mercoledì 20 agosto 2025

LA FUGA DEL SIGNOR MONDE

 

Georges Simenon
LA FUGA DEL SIGNOR MONDE
Adelphi
2011, brossura
160 pagine, 18 euro

La produzione letteraria di Georges Simenon (1903-1989) si divide in romanzi con Maigret e senza Maigret.  Entrambi i gruppi di opere sono sterminati: in totale, più di quattrocento titoli (senza contare racconti, articoli e saggistica). L’autore era in grado di scrivere ottanta pagine al giorno, senza che la quantità andasse a discapito della qualità. Si racconta di una telefonata di Alfred Hitchcock allo scrittore: “Monsieur Simenon è impegnato nella stesura di un romanzo”, spiega la segretaria. E il regista: “Va bene, attendo in linea”. 
I casi del celebre commissario iniziano a venire pubblicati nel 1931, ottenendo un grande successo di pubblico, pubblico che Simenon non volle mai deludere giungendo a dare alle stampe settantacinque romanzi  con protagonista Maigret. Parallelamente, però, firmò con regolarità anche quelli che lui definiva i romans durs: pur ritenendoli la sua produzione migliore, non rinnegò mai, giustamente, i suoi polizieschi. Insomma, ecco uno scrittore di genere che avrebbe meritato il Nobel per la Letteratura, che non ebbe forse proprio per la spocchia degli accademici svedesi messi di fronte a un autore (anche) di  gialli.  
Alcuni dei “romanzi duri” sono autentici capolavori: de “L’uomo che guardava passare i treni” (1938) abbiamo parlato in questo stesso spazio (come di molti altri). Cito questo titolo perché, in qualche modo, “La fuga del signor Monde” (1932) si può collegare alla fuga di Kees Popinga. C’è un altro paragone possibile, quello con “Il fu Mattia Pascal” (1904) di Luigi Pirandello, tolti i risvolti da commedia. In tutti questi casi un uomo improvvisamente scompare, fuggendo dalla gabbia della propria vita precedente, da una famiglia, da un trantran intollerabile. Norbert Monde è il più ricco dei tre, e si allontana da Parigi, a bordo di un treno, dopo aver cambiato aspetto, con trecentomila franchi appena ritirati in contanti dal proprio conto in banca. Un gesto improvviso, ma non inaspettato per lui che lo mette in atto: «Probabilmente lo aveva sognato spesso, o ci aveva pensato così tanto che adesso aveva l’impressione di compiere gesti già compiuti». A differenza di quella di Kees Popinga, l’uomo che guardava passare i treni, il signor Monde non va incontro a esperienze drammatiche, a parte il furto del denaro che subisce quasi subito ma che non lo turba più di tanto vista l’ansia di libertà che lo pervade. L’affascinante scrittura di Simenon, coinvolgente e musicale, ci incanta descrivendo non solo i moti dell’animo del protagonista ma i tanti ambienti che si trova ad attraversare (in particolare di Marsiglia e di Nizza) e la variegata umanità con cui entra in contatto, mentre a Parigi moglie e figli lo cercano. Da ricordare la figura dell’entraineuse Julie, con cui Monde instaura una relazione libera e senza vincoli. La fuga di Norbert si rivela un percorso di crescita interiore che gli fa raggiungere una piena consapevolezza di se stesso, e che giustifica il finale decisamente sorprendente. Un romanzo senza alcun elemento poliziesco (se non per la denuncia di scomparsa presentata alla Polizia dalla moglie del protagonista), non il migliore di Simenon, ma consigliabile come ogni romanzo dello scrittore belga.






lunedì 4 agosto 2025

LA SARDEGNA PREISTORICA

 
 
 

 
Paolo Melis
LA SARDEGNA PREISTORICA
Carlo Delfino Editore
2022, brossura
96 pagine, 10 euro

Durante una vacanza sulle spiagge nei pressi di Oristano, vicino ai resti della città di Tharros (fondata dai Cartaginesi nel VII secolo avanti Cristo), subito dopo una visita al Museo Archeologico di Cagliari, leggo tutto d'un fiato un breve libro sulla Sardegna preistorica, saggio ricco di illustrazioni che ha però l’unico difetto di finire prima di trattare della civiltà nuragica (del resto il titolo non lo prometteva). Quel che ho letto, mi conferma nella convinzione che la Sardegna sia la regione italiana cui più di ogni altra si dovrebbe scavare e indagare archeologicamente, essendo la terra con più misteri e con le più antiche civiltà. Paolo Melis consegna ai suoi lettori un compendio sintetico e divulgativo decisamente ben fatto, nonostante il breve spazio a disposizione. Non manca però una ricca bibliografia per chi volesse approfondire gli argomenti, così come molto utile si rivela il glossario  (da “Absidato” a “Ziggurath”) collocato in appendice. Leggendo apprendiamo come la Sardegna cominci a essere abitata dall’uomo a partire da circa mezzo milione di anni fa, probabilmente da gruppi di Homo Erectus, giunti attraversando il Tirreno grazie a una regressione marina  causata da una glaciazione del Pleistocene Medio, che portò a unire la parte più orientale della Corsica a quelle che adesso sono isole dell’Arcipelago Toscano, all’epoca unite al continente. Una seconda ondata di arrivi avvenne, sempre per un abbassamento del livello del mare, intorno a 165.000 anni fa, e una terza e ultima immigrazione via terra portò gli Homo Sapiens e i Neanderthaliani circa 70.000 anni avanti Cristo. Da quel momento in poi le acque smisero di abbassarsi e rialzarsi, la Sardegna restò circondata dal Mediterraneo e i successivi visitatori vi arrivarono in barca, dato che gli uomini dei Neolitico avevano scoperto la navigazione. Il più antico ritrovamento di resti umani sull’isola risale a 20.000 anni fa, ma numerosi sono i reperti litici o i segni di manipolazione dell’uomo di ossa di animali risalenti a epoche precedenti. La “Venere di Macomer”, raffigurazione della dea madre, è l’unica attestazione di arte paleolitica finora rinvenuta (12.000 anni fa). Paolo Melis elenca tutta una serie di Culture (quella di Bonuighinu, 5000 anni avanti Cristo; quella di Ozieri , 4000 anni, quella di Monte Claro, 3000 anni) caratterizzate dalla produzioni di vasi, punte di frecce, attrezzi, e da un progressivo aumentare delle decorazioni artistiche. Si parla poi delle caratteristiche degli insediamenti, con la forma delle capanne ricostruita grazie alle riproduzioni nelle tombe ipogee (le “domus de janas”), si accenna ai dolmen, ai menhir, alle mura ciclopiche, allo ziggurath di Monte d’Accorddi, chiaramente un luogo sacro, agli scavi di ossidiana, oggetto di commercio con altri popoli. Con l’età del rame si conclude il saggio di Melis, per proseguire la scoperta della storia sarda non resta che cercare notizie su un altro libro che riprenda dove si interrompe questo. Per esempio, potrebbe essere utile un saggio di cui abbiamo già parlato su questo stesso blog: "Sardegna nuragica", di Giovanni Lilliu



lunedì 21 luglio 2025

IVANHOE

 
 


Walter Scott
IVANHOE
Rizzoli
1988, brossurato
544 pagine, 10.500 lire

Si dice che Walter Scott (1771-1832) sia stato il primo autore di bestseller appositamente costruiti per raggiungere il più vasto pubblico possibile. Benedetto Croce addirittura scrive che “nel trattare dello Scott conviene, in primo luogo, aver l’occhio all’ufficio sociale che egli ha adempiuto: ufficio che fu semplicemente quello di un produttore industriale, intento a fornire il mercato di oggetti dei quali era altrettanto viva la richiesta quanto legittimo il bisogno. Egli ebbe il genio dell’intrapresa industriale a ciò corrispondente”. “Intrapresa” che fu coronata da una straordinaria fortuna. Personalmente, nel giudizio crociano non ci vedo niente che svilisca l’autore, anzi, viva gli autori che scrivono per il loro pubblico. Si dice anche che Walter Scott abbia inventato, o perlomeno portato in auge, il romanzo storico, che, come nota il Carducci, “non ha nulla a che fare col romanzo cavalleresco e col poema romanzesco”. “Ivanhoe” (1819), la sua opera di maggior successo (ma si potrebbe citare anche “Rob Roy”) non ha per ambientazione un medioevo fantastico, ma si cala nella realtà dell’Inghilterra attorno al 1194, avendo per sfondo luoghi riconoscibili e per protagonisti alcuni personaggi storici (come Riccardo Cuor di Leone e suo fratello Giovanni). Non solo: Scott sceglie di affrontare un argomento spinoso come l’invasione dell’Inghilterra da parte dei Normanni che sottomettono i Sassoni. Lo fa, peraltro, cercando di documentare minuziosamente la sua ricostruzione delle usanze, degli abiti, degli stati d’animo dell’epoca, occupandosi anche di mettere a confronto le rivendicazioni degli sconfitti e le strategie politiche dei colonizzatori, ma anche gli scontri politici attorno alla rivendicazione della corona, rendendo parte del racconto anche le crociate. Prima di “Ivanhoe” lo scrittore, nato a Edimburgo, aveva scritto soltanto di cose scozzesi, e forti furono i suoi dubbi e i suoi timori allargandosi anche a quelle inglesi, al punto he inizialmente pubblicò la sua opera sotto lo pseudonimo di Laurence Templeton. Un’altra cosa ripetuta è che Alessandro Manzoni trasse proprio da Walter Scott la determinazione di scrivere anche lui un romanzo calato nella realtà storica, quella lombarda dei Seicento, “I promessi sposi”. Il Manzoni lo fa in modo diverso, più sofisticato e con intenti pedagogici, ma di certo dello scrittore scozzese dice: “il mondo aspettava ansiosamente e divorava avidamente i romanzi di Scott”, riconoscendogli anch’egli una valenza letteraria e culturale di primo piano, quella che si deve inevitabilmente a ogni autore che abbia la fortuna di essere ascoltato e avere influenza sui suoi lettori.  Tre cose che mi hanno colpito: la prima, rappresentazione (che non pare condivisa dal narratore) di un odioso antisemitismo, che si ritrova, per fare un esempio, anche nelle pagine di Dickens, ambientate nella Londra della prima metà dell’Ottocento, segno che il pregiudizio cristiano contro gli ebrei ha attraversato i secoli. La seconda: la presenza, fondamentale e tutt’altro che accessoria, di Robin Hood e della sua banda (Frate Tuc compreso), anche se all’arciere viene cambiato il nome in Locksley. Infine: “Ivanhoe” viene a torto considerato come un romanzo per ragazzi, forse per la componente avventurosa, le scene di battaglia, gli assalti al castello, i tornei cavallereschi, il mistero che circonda la figura il Cavaliere Nero che alla fine (spoiler) si rivela essere Riccardo Cuor di Leone tornato dalla Crociata. Tuttavia molti aspetti e contenuti del romanzo sono tutt’altro che destinati a lettori particolarmente giovani: i riferimenti storici e politici, la discriminazione verso gli ebrei e soprattutto verso la sfortunata Rebecca, l’odio fra Sassoni e Normanni che vede alla fine una possibilità di fusione tra i due popoli con il matrimonio (spoiler) fra Ivanhoe e Rowena e via dicendo. Il linguaggio di Walter Scott, anche nella versione integrale, resta piacevole da leggere nonostante certe prolissità dovute soprattutto alla minuzia delle descrizioni. Indimenticabili e ottimamente caratterizzati certi personaggi come il buffone Wamba, il servo Gurth, il castellano Cedric, lo sbruffone principe Giovanni, l’Eremita (Frate Tuc), l’usuraio Isaac, la vecchia e folle Urfrida, e i cattivi De Bracy, Bois-Guilbert e Front-de-Boeuf. “Ivanhoe” non sarà “I promessi sposi” ma ci si diverte a leggerlo.



sabato 19 luglio 2025

SHANGRI-LA



Alberto Becattini
Marco Ciardi
SHANGRI-LA
Carocci Editore
2025, brossura
142 pagine, 17 euro


“Il mito fra storia, arte e letteratura”, aggiunge il sottotitolo, inquadrando meglio l’argomento. Ma qualcosa in proposito ci dice anche il nome di uno dei due autori, quel Marco Ciardi (professore di Storia della Scienza presso l’Università di Firenze), che fra i tanti libri pubblicati ne annovera alcuni dedicati alla sterminata letteratura sulla mitologia atlantidea e altri sulla nascita di leggende quali quelle degli antichi astronauti e sulla vasta letteratura pseudoscientifica legata alla fantarcheologia, sempre tracciando precise ricostruzioni su come certe credenze siano nate e abbiano poi lasciato il segno nell’immaginario collettivo attraverso la letteratura, il cinema, i fumetti. Se nel caso di Atlantide il mito trae origine da racconti narrati fin dalla notte dei tempi e finiti negli scritti di Platone, lasciando il dubbio in qualcuno che qualche cosa di vero potesse esserci alla base, esaminando la vicenda di Shangri-La, invece, tutto dovrebbe essere molto chiaro: la città nascosta tra le montagne dell’Himalaya è stata immaginata da uno scrittore inglese James Hilton (1900-1954) in un romanzo del 1933 intitolato “Orizzonte perduto”. L’origine del mito potrebbe insomma essere paragonata a quella, altrettanto letteraria, della creatura di Frankenstein, dovuta alla penna di Mary Shelley nel 1818, argomento affrontato sempre da Marco Ciardi, con Pierluigi Gaspa, in un saggio intitolato “Frankenstein, il mito tra scienza e immaginario” (2018). Però, mentre del mostro della Shelley nessuno ha seriamente ipotizzato la reale esistenza, qualcuno ha invece sostenuto che Hilton abbia attinto a fonti reali e che Shangri-La potrebbe sorgere davvero là dove lo scrittore, documentatosi su libri di viaggiatori che hanno visitato il Tibet, ha indicato che si trovi. “Lost Horizon” è un romanzo che si inserisce nel fortunato filone dei “mondi perduti”, genere che vede tra i capostipiti il “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne (1864), “Le miniere di Re Salomone” di Henry Rider Haggard (1885) e “The Lost Word” di Arthur Conan Doyle (1912). Hilton immagina Shangri-La come una cittadella costruita, in una valle sconosciuta alle mappe ufficiali, attorno a un monastero tibetano, una vera e propria comunità utopica i cui abitanti sono dediti all’arte e alla filosofia e si sono dati il compito di preservare e tramandare le opere della cultura e della conoscenza della civiltà. Ci sono biblioteche, strumenti musicali, archivi di ogni tipo. Inoltre, a Shangri-La (il “La” significa “valico” e dunque segnala un passaggio tra il mondo reale e un universo parallelo) il tempo scorre più lentamente e non si invecchia, ma uscendone gli anni trascorsi fra nella valle incantata si recuperano tutti immediatamente. Il romanzo è ambientato nel 1931, e ha per protagonista un diplomatico inglese di nome Hugh Conway, il quale, insieme ad altri passeggeri di un aereo che sorvola l’Himalaya, viene coinvolto in un atterraggio di fortuna tra le nevi del Tibet, il cui impatto è abbastanza violento da provocare la morte del pilota. I naufraghi dell’aria, dopo aver disperato di salvarsi per le bufere e la temperatura estrema delle montagne tra cui sono finiti (privi anche di coordinate geografiche così come della possibilità di chiedere aiuto), vengono soccorsi dagli abitanti di Shangri-La che li accolgono nella loro città dotata di riscaldamento centralizzato e di tutti i comfort moderni, così come di terre fertili coltivate. Il romanzo, che risponde al desiderio universale di pace e alla speranza di progresso in anni difficili, ottiene un grande successo (non immediato ma a partire dall’edizione americana del 1934). Ciardi e Becattini raccontano poi con dovizia di particolari le traversie e le disavventure di Frank Capra nel realizzare il film “Orizzonte perduto”, uscito in una prima versione nel 1937, poi in una rielaborata nel 1942 e quindi in una più beve nel 1952. In ogni caso, l’adattamento cinematografico di Capra è solo il primo di una incredibile e lunghissima serie di film, radiodrammi, riduzioni teatrali e televisive, versioni a fumetti, composizioni musicali. Di ogni influenza lasciata nella cultura di massa da “Lost Horizon” nell’arte e nella fiction, Alberto Becattini (straordinario compilatore di bibliografie) dà conto da par suo, affiancando la disamina storico-letteraria fornita da Marco Ciardi (anche se è facile immaginare una sovrapposizione di ruoli tra i due). A me ha colpito molto scoprire come la residenza vacanziera del presidente americano Franklin Delano Roosevelt, tra i boschi del Maryland, fosse stata da lui battezzata proprio “Shangri-La”, e soltanto in seguito (e un po’ ci dispiace) abbia cambiato nome in “Camp David”.




martedì 10 giugno 2025

SOLO BAGAGLIO A MANO

 

 
Gabriele Romagnoli
SOLO BAGAGLIO A MANO
Feltrinelli
2017, brossurato
90 pagine, 9 euro

Più che leggere il libro (peraltro molto breve) sembra di ascoltare una conferenza, quella di un viaggiatore che ha viaggiato in 75 paesi di quattro continenti e vissuto in otto diverse città del mondo. Una conferenza sicuramente affascinante ma certamente non un saggio di psicologia basato su studi clinici o un manuale strutturato lungo un percorso compiuto. Il giornalista Gabriele Romagnoli (1960) salta di palo in frasca incuriosendo i suoi lettori raccontando aneddoti, ricordando avvenimenti, citando letture. L’intento, esposto nel primo capitolo, è questo: “trarrò qui alcune conclusioni dai miei viaggi e traslochi dandone per certa una e basta: cercate di portare soltanto il bagaglio a mano”. Del resto, viene citato un proverbio napoletano secondo il quale “l’ultimo vestito è senza tasche”. Viaggiare leggeri è una scelta di vita che impone di decidere quali sono le cose davvero importanti, e quali inutili zavorra. Il grande viaggiatore è quello con il piccolo bagaglio. Il consiglio è quello di sfrondare e ridurre all’essenziale persino la rubrica dei numeri salvati sul telefonino. Un esempio del vantaggio del resettare, liberare spazio, non accumulare il superfluo è dato dall’incubo che rappresenta per tutti l’esperienza di un trasloco: “il peggior trauma dopo un lutto”. Un trauma liberatorio, perché fa scoprire la quantità di cose inutili da cui siamo appesantiti. Possedere significa in realtà essere posseduti. Accumulare, secondo l’autore, è una malattia socialmente pericolosa. Persino riguardo ai ricordi: ricordare tutto fa male. A un certo punto Romagnoli arriva a paragonare il vantaggio dell’essere “maneggevole e veloce” alla necessità di rappresentare un bersaglio mobile sotto il tiro dei cecchini. Chi è più lento viene ucciso. Conta che nessuno e niente ci ancori. “Perché accettare situazioni o rapporti che ti impongono di essere ciò che non sei? Di un oggetto di valore, facile da reimmettere sul mercato, si dice: è un assegno circolare. Circolare, muoversi, scambiare, cambiare. Ne hai il diritto. Oggi se questo, sei qui. Domani potresti voler provare a essere un altro e altrove. Portando con te chi conta e quel che conta. O facendoti portare da loro, giacché tu per primo non devi essere una zavorra”. Del bagaglio a mano, però, deve far parte quello che Romagnoli chiama “Piano B”. Qualcosa che prevede una via d’uscita in caso di necessità. Fin qui, ho cercato di riferire il senso di “Solo bagaglio a mano” riducendo la valigia rappresentata dalla dissertazione a un borsellino per gli spiccioli, però credo che potrei scrivere un pamphlet lungo, ovviamente, il doppio in difesa della consolazione rappresentata dagli oggetti, dalle abitudini, dalle persone, dai libri che ci somigliano e di cui perciò tanti di noi si circondano. E’ vero che l’ultimo vestito è senza tasche, ma che bello averne tante in tutti quelli precedenti, da riempire di sassi e legnetti, figurine e spaghi.


domenica 18 maggio 2025

SCRIVERE LA STORIA



 
Simon Sebag Montefiore
SCRIVERE LA STORIA
Mondadori
2024, brossura
296 pagine


“Lettere che hanno cambiato il mondo”, promette il sottotitolo. E, in buona parte, il contenuto mantiene. Emozionante, per esempio, poter leggere la lettera scritta dal reverendo John Stevens Henslow a Charles Darwin, il 24 agosto 1831, con la quale il giovane naturalista viene informato di un posto libero a bordo del brigantino “Beagle” che di lì a poco sarebbe partito per un lungo viaggio di esplorazione attorno al mondo. Posto lasciato libero, per la cronaca, da Marmaduke Ramsay, designato in un primo momento ma inopinatamente morto durante i preparativi della spedizione. Henslow scrive: “Non accampate dubbi o timori dovuti a modestia riguardo le vostre qualifiche, mio caro Darwin, perché vi assicuro che vi considero proprio l’uomo che il capitano FitzRoy sta cercando”. Simon Sebag Montefiore (1965), scrittore e saggista britannico,  raccoglie una settantina di lettere private, rintracciate scartabellando libri e archivi di tutto il mondo e di tutte le epoche, scritte da personaggi quali, solo per citarne alcuni, Bolivar, Churchill, De Sade, Gandhi, Che Guevara, Flaubert, Kafka, Lenin, Lincoln, Machiavelli, Mao, Mozart, Michelangelo, Ramses, Solimano il Magnifico, Stalin, Truman, Wilde. Lettere private, cioè non destinate, quando vennero scritte, alla pubblicazione, dunque non documenti ufficiali ma messaggi che mettono a nudo le personalità, i sentimenti, i vizi, i gusti, il coraggio, la bontà, la saggezza ma anche la spietatezza o perfino la stupidità di figure storiche di cui ci è concesso scoprire aspetti sconosciuti e talvolta insospettabili. Tra i documenti raccolti da Montefiore, commentati uno per uno e inquadrati nel loro contesto, ce ne sono alcuni scritti originariamente in caratteri cuneiformi (come la lettera del re siriano Annurapi al sovrano di Cipro, risalente al 1190 avanti Cristo), altri vergati su papiro o su pergamena, infine su carta, in latino, inglese, arabo, russo, francese, tedesco, e altre lingue ancora. Di alcune lettere, come quella a Darwin citata in apertura, è chiaro il perché Montefiore ritenga che abbiano cambiato la Storia, al pari di quella di Lincoln a Grant scritta il 13 luglio 1863 o quella di Rosa Parks a Jessica Milford datata 26 febbraio 1956, in altri casi si fatica a capirlo ma tutto rientra nella logica secondo la quale lo scritto confidenziale trapelato e giunto fino a noi illumina di nuova o maggior luce l’intimo di un personaggio che nella Storia ha rivestito una qualche importanza. Molto curiose sono le missive, piuttosto numerose, in cui si parla di sesso, mentre altre ci meravigliano per come palpitano d’amore, etero o omosessuale (colpisce quella di Giacomo I al Duca di Buckingham, del 17 maggio 1620). Alcune lettere sono strazianti, scritte in punto di morte (Alan Turing a Norman Routledge, 1952; Franz Kafka a Max Brod, 1924;  Leonard Cohen a Marianne Ihlen, 2016), altre buffe e imbarazzanti (Mozart che racconta la sua gara di peti). Insomma, ogni lettera suscita sorpresa e interesse. Potrei citarle tutte, mi limiterò ad altre due scritte da personaggi che non conoscevo. La prima, quella di Manuela Sàez al marito James Thorne, datata 1823, in cui la coraggiosa donna ecuadoriana che fu amante (la più amata, forse, fra le tante) di Simon Bolivar, dice addio al consorte inglese che era stata costretta a sposare: “Ah! Io non vivo seguendo le convenzioni sociali inventate dagli uomini per recarsi mutuo tormento”. Ma soprattutto colpiscono le parole rivolte ai figli nel 961 da Abd al-Rahman III, governante arabo di al-Andalus, regno musulmano di Spagna: “Ho ormai regnato per più di cinquant’anni. Ricchezze e onori, potere e piaceri, tutto ho avuto di ciò che desideravo, e in apparenza nessuna fortuna terrena mi è mancata. In questa situazione, ho diligentemente conteggiato i giorni di pura e vera felicità di cui ho potuto godere: ammontano a quattordici!”.