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sabato 19 ottobre 2024

AMORE E GINNASTICA E ALTRI RACCONTI

 

 
Edmondo De Amicis
AMORE E GINNASTICA E ALTRI RACCONTI
Rizzoli
1986, brossurato
250 pagine, 8000 lire

E’ un peccato che il successo entusiasmante, plurigenerazionale e internazionale di “Cuore” (o meglio, del “libro Cuore”, come è stato, chissà perché, sempre chiamato), pubblicato nel 1886, abbia lasciato in ombra le altre opere di Edmondo De Amicis (1846-1908). Ligure (di Oneglia, in provincia di Imperia), di ideali socialisti (di quel socialismo patriottico e votato all’impegno civile post risorgimentale), combattente nella Terza Guerra d’Indipendenza, fu autore di reportage di viaggi, giornalista brillante, acuto testimone della sua epoca, prosatore gradevole e divertente, scrittore efficace e pertanto di valore. Non fu mai, per quel che ne se dice, uno a cui il successo diede alla testa. In vecchiaia, si raccontava così: “Io non sono che un giornalista, uno che annota la vita d’ogni giorno, e sceglie in essa quel che più d’esemplare vi accade. Certe volte mi piace divertire i miei lettori, ma per consolarli. Non ho altra ambizione”. Spesso, limitandosi a “Cuore”, si è criticato il suo indulgere sulla sfortuna, le malattie, la povertà, le disgrazie che affliggono i protagonisti dei suoi racconti per accattivarsi l'emotività dei lettori (“il povero gobbino”, il bambino “con il braccio morto”, quello che si trascina per tutto il libro sulle stampelle o l’altro con il labbro leporino). Si sono fatti studi che dimostrano però come davvero, in quegli anni, gli infortuni e la miseria fossero la quotidianità, ma resta il fatto che De Amicis si servì delle pagine strappalacrime del suo libro più noto per denunciare drammi e ingiustizie sociali, per parlare di emigrazione, di sanità, dei problemi delle classi più umili e più deboli. Ma non sempre De Amicis si serve dello stesso registro, e lo dimostrano i quattro testi scelti da Giorgio de Rienzo per questa deliziosa antologia, che contiene un romanzo breve, “Amore e ginnastica”, un racconto lungo, “La maestrina degli operai”, e due “ritratti”, divertenti al punto da risultare esilaranti, uno dedicato a un libraio vessato dai ragazzini suoi clienti lungo la strada verso la scuola e l’altro a un pedante professore con il quale non c’è modo di parlare senza venire corretti su ogni frase che si pronunci. Quella di “Amore e ginnastica” è una storia deliziosa e a tratti maliziosa, come da De Amicis non ci si aspetterebbe. Racconta la trasformazione operata dall’innamoramento del rigido segretario Celzani (ex seminarista, soprannominato per questo “don Celzani”) nei confronti della maestra Pedani, insegnante di ginnastica e inquilina del suo stesso casamento. Casamento abitato da una nutrita schiera di pettegoli, tutti ben caratterizzati, che malignano e sghignazzano sulle stramberie che l’inappuntabile Celzani comincia a fare, da autentico imbranato, per dichiarare il suo amore alla maestrina, che non sembra degnarlo della minima considerazione, se non quella del “buongiorno” e “buonasera”. Il moralismo e il perbenismo della società sabauda vengono argutamente presi in giro. Non dirò quale sia il finale dei maneggi del “don”, ma non si resta delusi. Una certa malizia nel descrivere il turbamento della maestra Varetti si può notare anche ne “La maestrina degli operai”, che racconta le inquietudini di una giovane insegnante assegnata suo malgrado a una scuola serale frequentata da studenti lavoratori di vario genere e di varie età, ma certo non ragazzini rispettosi come quelli a cui aveva insegnato fino a quel momento. La Varetti si sente addosso gli sguardi di uomini scafati che la spogliano con gli occhi, al punto che lei giunge a far lezione abbottonata dal collo alle caviglie. Uno degli operai, il Muroni, dapprima gradasso, giunge poi a farle provare un qualche brivido perché il suo comportamento si trasforma progressivamente in un corteggiamento che sembra sincero. Qui, però, non c’è il tono da commedia di “Amore e ginnastica”, predomina l’attenzione alle relazioni fra le classi sociali. Un entrambi i racconti le donne sono protagoniste, e già si intravede l’emancipazione femminile di cui il De Amicis si fa propugnatore, nei modi e nei limiti dell’epoca in cui visse. Di "Amore e ginnastica" esiste una versione cinematografica diretta nel 1973 da Luigi Filippo d'Amico, con Senta Berger e Lino Capolicchio.



martedì 12 aprile 2016

PASSEGGERI NOTTURNI



Gianrico Carofiglio
PASSEGGERI NOTTURNI
Einaudi, 2016, 
brossurato, 100 pagine
12.50 euro

Sono un fan del Carofiglio giallista quando scrive le storie dell'avvocato Guerrieri, e già lì definirlo semplicemente "giallista" è riduttivo perché l'ex magistrato barese e, per fortuna (sua), anche ex politico, dimostra uno spessore letterario e una carica umana più che notevole, scandagliando nelle psicologie e nel sociale in modo coinvolgente. Sono però ormai parecchie le sue prove "libere", senza vincoli di genere, fra cui anche alcuni pamphlet in cui, per sfortuna (nostra), dà sfogo a quella vena, pur tenuta intelligente a bada, di supplenza intellettuale e moralisteggiante tipica di chi, forse per retaggio politico o culturale, si tiene comunque un tantino superiore. Ma niente di grave: Gianrico Carofiglio è comunque uno scrittore acuto e gradevole. Doti dimostrate una volta di più in questa raccolta di testi brevi (trenta, di tre pagine l'uno) che però è fuorviante definire "racconti". A parte rarissimi casi ("Il biglietto"), non c'è trama e non ci sono personaggi inventati. Il resto è costituito da elzeviri, ricordi di esperienze vissute, ritratti di gente incontrata, esercizi di stile, apologhi, lezioni di vita citazioni di cose lette (leggende urbane, racconti zen). E' come se Carofiglio avesse raccolto una sua rubrica di commenti, considerazioni, pensieri sparsi sul mondo e sulla vita, tenuta su un giornale. Tutto interessante, ben scritto, condivisibile, intelligente: ma non si tratta di racconti. La definizione più giusta potrebbe essere quella di "zibaldone", ma anche inquadrare il libro nella categoria degli almanacchi, come si fa in quarta di copertina, può andar bene. Viene in mente un Luca Goldoni più serioso e meno umoristico. Peccato per una certa insistenza (forse un tantino freudiana e compiaciuta) sul fatto che lui, Gianrico, frequenta i ristoranti del centro di Roma dove incontra i politici, va alle feste importanti, viene invitato ai congressi e insomma appartiene al bel mondo. Fa piacere comunque vedere Carofiglio in testa alle classifiche con una antologia di testi brevi, a sfatare il mito che in Italia gli scrittori vendono (se li vendono) soltanto romanzi.

giovedì 24 marzo 2016

LA BALERA DA DUE SOLDI



LA BALERA DA DUE SOLDI

di Georges Simenon
Adelphi - Le inchieste di Maigret
1995, 146 pagine 

10 euro 

Il titolo originale francese "La guinguette à deux sous" (1931) è stato tradotto in Italia anche come "Maigret e l'osteria dei due soldi" e "La balera da due soldi". Si tratta dell'undicesimo romanzo dedicato commissario parigino dalle spalle larghe e dalla pipa in bocca perennemente accesa. Per quanto le inchieste di Maigret siano sempre straordinariamente coinvolgenti e ipnotiche da seguire, questa non si può considerare fra le migliori. Tuttavia non manca di motivi di interesse, a cominciare dal folgorante inizio:
un condannato alla ghigliottina, Jean Lenoir, rivela a Maigret di essere stato testimone di un delitto e di avert ricattato l'assassino insieme a un complice, Victor Gaillard. Quasi per il capriccio di lasciare questo mondo lasciando un enigma da risolvere, il criminale sale sul patibolo senza dire molto di più, e Maigret è costretto a cominciare una verifica su quanto appreso potendo contare su pochissimi elementi, il più concreto dei quali è il nome di un locale, "La balera da due soldi", nel quale quell'uomo, il ricattato, era stato rivisto dopo essere sparito per vari anni, sottraendosi alla morsa di Lenoir e Gaillard. Il commissario individua la "guinguette" in un'osteria sulle rive della Senna, vicino a Morsang, e comincia a frequentarla nel fine settimana, quando sono numerosi i parigini che vi si recano in gita sul fiume.Fra questi, un inglese di nome James, che alza volentieri il gomito e ha una visione disincantata della vita. Quasi sotto gli occhi di Maigret, però, si verifica a Morsang un fatto di sangue: uno dei gitanti, il camiciaio Feinstein viene ucciso, accidentalmente, dall'uomo d'affari Marcel Basso, nel corso di un litigio. Si scopre che Basso era l'amante della bella moglie di Feinstein, Mado, la quale in precedenza, essendo questo il suo costume, aveva avuto una storia anche con James e chissà con quanti altri (tutti sposati) della numerosa compagnia di villeggianti fluviali. Feinstein approfittava di queste relazioni della moglie per chiedere prestiti agli amanti della consorte, fingendo di nulla sapere e facendo intendere che avrebbe tollerato il tradimento (evitando di scombinare i matrimoni altrui) in cambio di qualche aiuto per la sua attività commerciale in difficoltà. Feinstein aveva accumulato un forte debito anche con un tale Ulrich, rigattiere e usuraio, che aveva prestato soldi a diversi personaggi del gruppo prima di scomparire nel nulla: è proprio lui la vittima dell'omicidio di cui Lenoir era stato testimone. L'indagine di Maigret porta alla luce un torbido intreccio di passioni e di interessi, con al centro la bella Mado in grado di far perdere la testa a chiunque, ma incapace di farsi sposare da qualcun altro perché nessun amante, a cui regala comunque momenti di fuga dalla routine coniugale, lascia la legittima consorte per lei. L'assassino si rivela il meno sospettabile (ma non un insospettabile) e il suo caso umano fa comunque compassione e si tende a parteggiare per lui. Notevole, come sempre, l'acume psicologico sia di Maigret (la cui tecnica di indagine si basa sulla comprensione delle dinamiche interiori di chi ha davanti) sia dell'immenso Simenon, uno scrittore a cui si dovrebbe erigere un monumento in una piazza di ogni città.

venerdì 22 gennaio 2016

CIME TEMPESTOSE



CIME TEMPESTOSE
di Emily Brontë 
Crescere Edizioni
2011, 352 pagine
brossurato
7.90 euro

L'edizione che mi sono trovato fra le mani è, ovviamente, soltanto una delle cento altre che è possibile rintracciare, trattandosi di un classico della letteratura inglese disponibile nei cataloghi (presenti e passati) di molte Case editrici. Il titolo originale, "Wuthering Heights", è stato reso famoso anche da una celebre canzone di Kate Bush del 1978, una hit che nel questo alludeva proprio all'amore folle e malato di cui si racconta nel romanzo, uscito per la prima volta nel 1847 sotto pseudonimo. Emily Brontë si firmò infatti Ellis Bell, come del resto anche sua sorella Charlotte aveva pubblicato nello stesso anno "Jane Eyre" con il falso nome di Currer Bell (il pubblico dava minor credito alle autrici piuttosto che agli autori). Va detto anche che le sorelle Brontë (delle quali in Inghilterra si può ancora visitare la casa) erano tre: va aggiunta anche Anne, scrittrice a sua volta ("Agnes Grey", "Il segreto della signora in nero"). In ogni caso, "Cime tempestose" è l'unico romanzo di Emily, ed è un peccato perché si tratta di un racconto coinvolgente ed inquietante dalla struttura innovativa. 

Mi ci sono avvicinato dopo aver letto, non troppo tempo fa, un altro classico inglese di qualche anno precedente, "Orgoglio e pregiudizio" (1813), di Jane Austen. Trovato entusiasmante quello, mi sono convinto a saggiare qualche altro titolo del genere. In Emily Brontë si respira già il romanticismo da cui la più algida Austen ancora non poteva essere stata contagiata. "Wuthering Heights" è potente e drammatico nella descrizione delle passioni e dei sentimenti, allude alla presenza dei fantasmi e all'amore dopo la morte, coinvolge gli elementi naturali, descrive personaggi infami, dolci, forti e deboli in una grande varietà di situazioni psicologiche. La realtà sociale non è molto diversa da quella di "Pride and prejudice", ma qui si presta più attenzione alle classi più povere, a partire dal fatto che uno dei due io narranti è una nutrice e governante, Nelly Dean. Dico "io narranti" perché la novità è proprio questa: il narratore non è il dio onniscente che descrive dall'alto le vicende ma sono due personaggi diversi, e di diversa estrazione, il giovane e ricco Mister Loockwood e appunto Nelly, la sovrastante di Thrushcross Grange, la villa da lui affittata nella brughiera del North Yorkshire. Anzi, la magna pars della descrizione è affidata proprio a quest'ultima, invitata dal primo a raccontare i fatti accaduti nei trent'anni precedenti sia in quella casa che nella vicina dimora di Wuthering Heights, che dà il titolo al romanzo. A volte, all'interno della narrazione di Nelli si inseriscono, riferite da costei, le puntuali cronache dei fatti a lei riferire da altre persone, a giustificare la sua conoscenza degli avvenimenti. Il tutto crea un gioco di scatole cinesi che però coinvolge perché è come se realmente stessimo ascoltando le testimonianze riferire a circostanze reali. Poiché il romanzo comincia presentando la strana e quasi inspiegabile situazione di Wuthering Heights come si mostra agli occhi perplessi di Loockwwod (a cui pare addirittura di vedere uno spettro), ecco che una indagine sul passato incuriosisce subito il lettore. Alla fine, lo stesso Lookwood è testimone dell'imprevedibile sviluppo degli eventi nel finale della storia. 

Ma il vero protagonista d tutto il racconto è un inquietante e tormentato personaggio chiamato Heathcliff. Costui è un trovatello dalla pelle scura e il carattere indomabile, forse uno zingaro, trovato in un vicolo di Liverpool fa Mr. Earnshaw, il proprietario originale di Wuthering Heights, proponendolo come nuovo fratello ai suoi due figli, Hindley e Catherine. Heathcliff stringe un rapporto strettissimo con Cathy ma si guadagna l'odio di Hindley che, divenuto nuovo padrone di casa alla morte del padre e della madre, tormenta in ogni modo il fratellastro, abbrutendolo con il costringerlo nel lavoro dei campi. Heathcliff giura vendetta e il suo cure nero, ereditato da chissà chi, lo porta a organizzare la più terribile che si possa immaginare. Costui si sente poi tradito da Catherine, che sposa un raffinato vicino di casa, Edgar Linton, nonostante ami lui. La ragazza lo fa perché crede, così facendo, di poterlo meglio difendere dai soprusi di Hindley, ma Heathcliff fugge e per tre anni non se ne sa più nulla. Quando torna ha il denaro sufficiente per impadronirsi di Wuthering Heights rilevando i debiti del fratellastro, e divenendo tutore del figlio di lui, Hareton. Heathcliff plagia Hareton trasformandolo in un bruto psicologicamente dipedendente da ogni ogni suo volere. Quindi si dedica a vendicarsi di Edgar Linton prima sposando dopo una fuga e rendendo sua schiava la sorella di lui, poi tramando ogni sorta di cattiveria contro la figlia di Cathy, nata mentre la madre moriva di parto. A questo punto Heathcliff diviene ossessionato dal ricordo di Catherine, di cui avverte il fantasma, e si travaglia per vent'anni roso all'amore e dall'odio, continuando però perfidamente a tramare contro gli Earnshaw e i Linton. Non si può non essere turbati dall'incredibile malvagità del personaggio, chiaramente reso folle dalle sue passioni malate. Però, quando la sua vendetta sembra perfetta, ecco che il bene, la vita, l'amore inaspettatamente trovano il modo di incrinare il male... ma lascio a chi non lo conosce il gusto di scoprire il finale della storia.

domenica 10 gennaio 2016

IL SEGRETARIO GALANTE




IL SEGRETARIO GALANTE
di Cesare Causa
Collezione Salani, 1936 
Riedizione anastatica RBA 
2012

Si tratta di un volume della benemerita "Biblioteca del Ricordo" che ristampa nel formato originale i libri di scuola, devozionali, di manualistica spicciola o di letteratura per l'infanzia che leggevano i nostri nonni a tra gli anni Dieci e gli anni Trenta (e di cui abbiamo già parlato). "Il segretario galante", testo di una strepitosa comicità involontaria, ha come sottotitolo "Per imparare a scrivere lettere amorose, di discordia e di accomodamento con aggiuntovi l'epistolario amoroso degli amanti celebri". 

Si tratta, insomma, di un manuale per compilare missive d'amore, ma anche di litigio (se il caso), in anni in cui, mancando le chat e gli sms, gli innamorati (almeno quelli di un certo livello sociale) tenevano rapporti per via epistolare se non erano conviventi. Siccome non tutti avevano la penna facile e la risposta pronta, e un vocabolario abbastanza ricco nel proprio bagaglio culturale, ecco che Cesare Causa offre con dovizia lettere già pronte da copiare. Copiare, sì, ma con qualche accortezza. "E' utile avvertire", scrive infatti l'autore, "di non copiare letteralmente le lettere scelte per modello, ma cambiarle e adattarle in qualche parte e adattarle a seconda delle persone e delle circostanze. Se seguirete questo consiglio, scriverete delle bellissime lettere, e nessuno potrà dirvi che le avete copiate". Mi immagino il rammarico di chi inviava missive alla fidanzata sul modello suggerito, e riceveva puntuali risposte anch'esse ricalcate sui suggerimenti del Causa.
Tra le frasi amorose suggerite ce ne sono alcune come quella di chi sospirando confessa di "pronunziare una parola coll'accento ch'ella sola adopera", e fin qui tutto bene, ma anche di "vendere una casa in cui ella è caduta scendendo le scale". Vedi te per un'impedita che ti tocca a fare. Ma c'è di peggio: "baciare un cavallo ch'ella ha accarezzato", e vabbé, fa un po' schifo ma Edoardo Stoppa potrebbe ancora ancora approvare, ma anche "far morire un cavallo per portare alla nonna di lei un rosario dimenticato in un casa di campagna, distante venti miglia dalla città". Ci sono poi i "segnali convenuti", per potersi scambiare messaggi senza proferir parola, magari in un luogo pubblico dove non sia possibile avvicinarsi. Per esempio, "la soffiata di naso corrisponde al rullo del tamburo, perché richiama l'attenzione di chi la sente". Invece "asciugarsi la bocca con il fazzoletto vuol dire mandare un bacio al suo indirizzo", e rispondere con il medesimo gesto indica il voler contraccambiare. Spero che il fazzoletto non fosse lo stesso della strombata precedente. C'è tutta una simbologia, ovviamente, con i cannocchiali di teatro, il ventaglio, il sigaro. Il sigaro tenuto all'angolo sinistro della bocca, per esempio, vuol dire "io ardo e mi consumo per voi", togliersi il sigaro di bocca e portarlo dietro la schiena significa "vorrei parlarvi nascostamente". Chissà quanta gente, non sapendolo, ha fatto dei discorsi osceni solo perché non gli si accendeva la sigaretta e se l'è tolta e rimessa un bocca più volte. 
Quando si arriva alle lettere vere e proprie, è bello vedere l'inizio di alcune: "Signorina! Ebbi il piacere di vederla e udir la sua voce incantevole". Mi piace il punto esclamativo dopo "signorina". Lei risponde: "Signore, non le nascondo che la sua lettera mi ha oltremodo lusingata". E alla fine: "Le auguro dunque, per entrambi, un lieto successo presso mio padre". Si tratta infatti di ottenere dal babbo di lei "il permesso di fare all'amore", intendendo, alla vecchia maniera, l'autorizzazione al corteggiamento. Il campionario è amplissimo. 
Ma ci sono anche le lettere di litigio. Eccone una: "Donna infedele! Ora che dirai? Tutte le ciarle e le astuzie delle quali è capace il bel sesso, potranno scusare con fondamento ciò che purtroppo questa mattina hanno con evidenza osservato gli occhi miei? Bisogna credere che tu abbia degli interessi molto ma molto importanti con quella persona con la quale io ti ho veduta oggi in uno stretto colloquio. Donna menzognera! Sono dunque questi i sogni della nostra felicità, i giuramenti, la fede promessa? Ti ho finalmente scoperta!". Al che, oggi lei risponderebbe con un sonoro "ma vaffanculo!". Invece, ecco la formula che suggerisce il Causa: "Uomo indiscreto! Se tu riflettessi come sono ingiusti e vani i tuoi sospetti, son persuasa che ti vergogneresti di averli concepiti, e che cercheresti il modo di ritrattarli. Sai tu chi era quello con cui mi vedesti in stretto colloquio ieri mattina? Era mio fratello Daniele, arrivato martedì da Pisa, dove studia Giurisprudenza a quella università". Si, si. E le ha fatto vedere la torre. Risate garantite per 430 pagine.

domenica 3 gennaio 2016

LA FIGLIA DEL MERCANTE DI CAVALLI



LA FIGLIA DEL MERCANTE DI CAVALLI
di David Herbert Lawrence
Edizioni Corriere della Sera,
2013, brossurato
100 pagine, 2.90 euro

Abbiamo già parlato, lodando l'iniziativa, di questa serie di volumetti uscita in edicola alcuni anni fa in allegato al Corriere della Sera, e denominata "Twin Stories - Piccoli capolavori che fanno grande il tuo inglese". "Storie gemelle" perché la traduzione italiana ha il testo originale a fronte e, in basso, ci sono note di grammatica e di stile per chi volesse approfondire la conoscenza della lingua. Lawrence era già stato ospitato nella collana, con "Biglietti, prego", da me recensito qui.

Lawrence è l'autore del celebre romanzo "L'amante di Lady Chatterley": uno scrittore inquieto, che soffriva l'ansia dei suoi tempi in cui l'industrializzazione, la modernizzazione, la ricerca del profitto, il ritmo frenetico della vita sociale, la civilizzazione stessa gli sembravano opprimere la naturale vita emotiva, interiore, dell'uomo, e interrompere il flusso vitale fra la sua anima e quella del cosmo. Di umili origini (suo padre era minatore), morì giovane, a 45 anni, nel 1930, e la sua breve vita fu segnata dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale, a cui non partecipò per le sue condizioni di salute (era tubercolotico) ma che influì sulla sua percezione della società come qualcosa di più ammalata di lui. Marito più giovane di una baronessa (vedova e fedifraga) che gli permise di viaggiare il mondo con lei in cerca di spazi aperti e incontaminati in cui respirare (unica cosa che sembrava giovare alla sua malattia), Lawrence visse poco ma scrisse moltissimo, spesso dando scandalo per l'audacia della sua prosa. "La figlia del mercante di cavalli", datata 1922, è una novella dalla trama semplicissima che mette il dito, però, nella piaga della condizione femminile nella società post-vittoriana, ancora chiusa e legata alle convenzioni sociali. Per Mabel Pervin, giovane donna nubile coinvolta nel crack economico della sua famiglia, sembra non esserci futuro se non quello di finire a fare la serva. I fratelli, rozzi e insensibili, pensano solo a salvare se stessi. La ragazza, che non vuol cedere a questo destino così diverso da quello delle sue aspirazioni, ma che corrisponde a quello che le regole della società le impongono (la libertà esiste solo per i ricchi), tenta il suicidio gettandosi in uno stagno. Il caso vuole che a soccorrerla sia un giovane medico, Jack Fergusson, anch'egli con i suoi problemi economici ed esistenziali (vive del proprio lavoro senza altri redditi), che la salva e la conduce a casa sua. La passione che scoppia fra i due permette a entrambi di dare un senso alle loro vite: il contatto sensuale pelle a pelle del salvataggio e delle cure rompe l'algidità dei rapporti formali.

mercoledì 16 dicembre 2015

LA STANZA DEL VESCOVO



LA STANZA DEL VESCOVO
di Piero Chiara
Arnoldo Mondadori Editore

Collana Oscar 
Scrittori del Novecento 
Introduzione di Giancarlo Vigorelli    

2000, 
brossurato

176 pagine  
lire 12.000

La chiave di lettura di questo straordinario romanzo ambientato sul lago Maggiore nell’immediato secondo Dopoguerra, o se si vuole, la metafora che meglio o di più ne riassume il senso, è custodita all’interno della misteriosa cassa conservata da Temistocle Orimbelli nella “stanza del vescovo”, là dove, nella villa della moglie, venivano alloggiati gli ospiti. 
Nel capitolo XVI, scrive Piero Chiara, volgendo a conclusione il suo racconto dopo il suicidio del protagonista: “Il baule venne aperto. Sotto una divisa da capitano c’era una spada d’ordinanza, un pugnale, una machine-pistole tedesca, una rivoltella calibro 9 e un fucile Winchester, avvolti in pezzi di tela. Più sotto, pacchi di lettere di donne legati con lo spago e distinti ognuno con un nome. Ne lessi alcuni: Fanny, Lina, Bruna, Luciana, Marisa. In un angolo del baule, dentro una cappelliera di cuoio, c’era un cappello duro di marca inglese che sul marocchino interno portava stampate in oro le iniziali T.M.O. Fra le altre cianfrusaglie, come ferri di cavallo, talleri di Maria Teresa, pipe e oggettini in avorio, c’era una bussola tascabile, un reggipetto nero, due o tre paia di mutandine femminili, calze lunghe di seta e giarrettiere di velluto d’ogni colore. ‘Ricordi di guerra’, disse il Procuratore della Repubblica. In una specie di grossa tasca, dissimulata nel rivestimento interno del coperchio, vennero rinvenuti dei biglietti di banca a corso legale per il valore di circa un milione di lire. Era tutto quanto l’Orimbelli possedesse in proprio”. 
 



Un baule del genere, probabilmente, è quanto rimarrà di ciascuno di noi dopo la morte, e aprendolo, chi resterà, giudicherà che cosa possedessimo di proprio, che cosa di noi rimarrà a chi resta, il senso intero della nostra vita. Il baule dell’Orimbelli conteneva solo il necessario perché di lui si potesse fare solo del sarcasmo. “Ricordi di guerra”, mutandine e giarrettiere, giacché il protagonista del racconto, costretto a partire soldato, come ufficiale, per evitare uno scandalo, non aveva neppure combattuto ma si era limitato a sedurre con i suoi modi da raffinato marpione una donna dopo l’altra o, più verosimilmente, una donna contemporaneamente a un’altra. Del resto, in vita sua, non aveva fatto nient’altro che vivere alle spalle degli altri, laureandosi solo grazie alle bustarelle elargite da suo padre ai professori, e vivendo fra gli agi garantiti dalla villa della moglie, ma non avendo remore a tessere ogni genere di tresca a danno di chiunque, anche degli amici, senza scrupolo alcuno, ma senza neppure il coraggio di mostrarsi apertamente cinico e disincantato, ma anzi, sempre accampando scuse, inventando bugie, tessendo intrighi. L’ultimo, il più grave, l’omicidio della moglie, organizzato per ottenerne l’eredità e sposare una donna più giovane, e messo in atto sfruttando l’inconsapevole complicità dell’anonimo io narrante, anche lui raggirato in maniera subdola dai modi sfuggenti e insinuanti dell’Orimbelli, e inizialmente incapace di distinguere il vero e il falso, e anzi, portato a sottovalutare la sottile perfidia di un ometto in grado di presentarsi come simpaticamente inoffensivo. 



Piero Chiara è abilissimo nel tratteggiare l’Orimbelli e i suoi modi suadenti e piccolo borghesi, portando lentamente alla scoperta della sua vera e squallida natura, fino all’apertura del baule, e al lascito di una vile eredità di cimeli femminili, armi mai usate, pochi soldi di certo non guadagnati. Il tutto, sullo scenario del lago Maggiore, dipinto in maniera straordinariamente efficace.



lunedì 7 dicembre 2015

BIGLIETTI, PREGO




BIGLIETTI, PREGO
di David Herbert Lawrence
Edizioni Corriere della Sera
2012, brossurato
100 pagine, 2.80 euro

Più del racconto (che pure è gradevole) è interessante parlare della collana in cui è inserito, quella delle "Twin Stories" che uscivano in allegato con il "Corriere della Sera", al costo di 2,80 euro più il prezzo del quotidiano. "Piccoli capolavori che fanno grande il tuo inglese", dice lo slogan che presenta la collezione di agili libretti (cento pagine in tutto): questo perché a fronte del testo tradotto in italiano c'è quello in lingua originale, corredato da annotazioni linguistiche e stilistiche. Della collana fanno parte racconti dei più grandi scrittori inglesi e americano, da Scott Fitzgerald a Jack London. Nel caso di Lawrence, i racconti sono due: "Tickets, please" e il brevissimo "Sorriso", scritti poco prima degli anni Venti. Lawrence è l'autore del celebre romanzo "L'amante di Lady Chatterley": uno scrittore inquieto, che soffriva l'ansia dei suoi tempi in cui l'industrializzazione, la modernizzazione, la ricerca del profitto, il ritmo frenetico della vita sociale, la civilizzazione stessa gli sembravano opprimere la naturale vita emotiva, interiore, dell'uomo, e interrompere il flusso vitale fra la sua anima e quella del cosmo. Di umili origini (suo padre era minatore), morì giovane, a 45 anni, nel 1930, e la sua breve vita fu segnata dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale, a cui non partecipò per le sue condizioni di salute (era tubercolotico) ma che influì sulla sua percezione della società come qualcosa di più ammalata di lui.

La guerra ha qualcosa a che vedere anche con "Biglietti, prego": la storia si svolge tra i dipendenti delle ferrovie britanniche, dove lavorano anche molte donne, con l'incarico di bigliettaie, dato che molti uomini sono al fronte. Per Lawrence, ciò rappresenta un abbrutimento, anziché una conquista: lo si capisce anche dall'insistenza con cui descrive la bruttezza dei paesaggi industriali delle Midlands inglesi in cui il treno compie il suo tragitto. Un conducente del convoglio, John Thomas Raynor, forte di essere uno dei pochi maschi disponibili, seduce una per una tutte le colleghe, finché una di esse, abbandonata dopo essersi innamorata, convince le altre vittime a organizzare una vendetta collettiva, un po' come fanno "Le ragazze di San Frediano" nel romanzo di Pratolini (che è del 1949) nei confronti di Bob. La trama è semplicissima, la narrazione essenziale, la lettura in inglese è molto gradevole. 

In aggiunta al primo racconto ce n'è un secondo. "Smile", "Sorriso": un testo che avrebbe fatto la gioia di Freud, e che, appunto per questo, a me ha ricordato i racconti di "Piccola borghesia" di Elio Vittorini, freudiani quant'altri mai. Matthew giunge all'ospedale poco dopo che la moglie Ofelia è morta e, benché ne sia addolorato, viene percorso anche da un senso di liberazione al pensiero della sua nuova vita senza di lei. Perciò, anziché piangere, gli viene da sorridere. Ma subito subentra il senso di colpa e si deve sforzare per assumere l'atteggiamento più consono alle circostanze, quello che tutti si aspettano da lui. "Never was a man more utterly smiless", conclude Lawrence: mai vi fu un uomo più totalmente privo di sorriso.