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domenica 7 gennaio 2024

LA TAVOLA FIAMMINGA

 


 

Arturo Pérez-Reverte

LA TAVOLA FIAMMINGA

Bompiani

Brossurato, 1999

320 pagine -  lire 26.000

 

Grande scrittore, Pérez-Reverte (1951), fin dagli esordi. “La tavola fiamminga” è del 1990, terza opera narrativa dopo “L’ussaro” (1986) e “Il maestro di scherma” (1988). Abilissimo nelle ricostruzioni storiche (di grande successo il ciclo del suo “Capitan Alatriste”), l’autore spagnolo eccelle anche nel giallo. Lo dimostra appunto in questa sua opera in cui le indagini per scoprire un assassino costituiscono l'asse portante e assolutamente dominante della narrazione. Tuttavia, per quanto la storia di detection costituisca l'oggetto del romanzo, non si tratta di un giallo tradizionale. Del resto, a posteriori, è facile capire che non avrebbe potuto esserlo: Pérez-Reverte è un autore con una propria cifra stilistica personale e inconfondibile, e le sue trame poggiano sempre su una robusta documentazione e su una straordinaria cultura, quasi una erudizione, per rimanda continuamente al passato, alla letteratura, alla musica, alla pittura. Se nel "Club Dumas" al centro del romanzo ci sono i libri antichi, qui c'è una tavola dipinta alla fine del Quattrocento da un pittore fiammingo, Pieter Van Huys, raffigurante due giocatori di scacchi e una dama in nero che li osserva dallo sfondo. Julia, la restauratrice chiamata a intervenire sul quadro in vista di un'asta miliardaria scopre che lo stesso pittore, cinquecento anni prima, aveva celato sotto i colori una scritta: "Quis necavit equitem", e cioè: chi ha ucciso il cavaliere? Ricostruendo la storia del quadro e identificando le figure, storiche, che vi compaiono, Julia appura che uno dei due personaggi maschili era morto da poco quando la tavola fu dipinta, ucciso misteriosamente per colpa di una congiura di palazzo. Poiché la vittima fu amico del pittore, è chiaro che Van Huys volle indicare chi lo aveva ucciso proprio utilizzando il quadro. Un vecchio amico di Julia, un antiquario omosessuale di nome Cesar, ritiene che la soluzione dell'enigma sua nella scacchiera che compare nel dipinto, e mette la ragazza in contatto con Munoz, esperto scacchista. Costui, sia pure con qualche difficoltà, ricostruisce la partita che si sta giocando nel quadro e scopre chi é che ha "mangiato" l'unico cavallo, quello bianco, che manca nella scacchiera raffigurata. Si scopre chi è stato giocando la partita a ritroso e si giunge alla soluzione del giallo di cinque secoli prima. Però, intanto, qualcuno interessato al quadro uccide anche nel presente, attorno a Julia, e ben presto è chiaro che è qualcuno che continua a identificarsi con colui che "mangia" personaggi facilmente identificabili con altri pezzi, come Menchu Roch, attempata ninfomane gallerista, amica di Julia, il cui cognome significa appunto "Torre”. Molto cerebrale la spiegazione del perché e del percome, al pari della descrizione delle mosse degli scacchi, fatte con il corredo di schemi illustrati, e l'illustrazione della filosofia sottile della partita che si sta giocando. Tutto assolutamente intrigante.

venerdì 21 gennaio 2022

LA PELLE DEL TAMBURO

 

 





 

Arturo Pérez-Reverte
LA PELLE DEL TAMBURO
Marco Tropea Editore
Prima edizione aprile 1998
Traduzione di Ilide Carmignani
cartonato - 448 pagine -  lire 32.000


"Religiosi, banchieri, pirati, duchesse e furfanti, i personaggi e le vicende di questo romanzo sono frutto di fantasia, e qualsiasi collegamento con persone o con fatti realmente accaduti deve essere considerato casuale. Qui tutto è fittizio, eccetto lo scenario. Nessuno riuscirebbe mai a inventare una città come Siviglia". Questa la premessa di Arturo Perez-Reverte al suo romanzo. Che segue l'eccezionale "Club Dumas" senza riuscire a superarlo, ma certo standogli degnamente a ruota. Non c'è che dire, Perez-Reverte è un grande scrittore. Uno che descrive luoghi e personaggi riuscendo a dotarli di spessore, e perciò trascinando i suoi lettori dentro la sua storia. Uno che non è mai banale nelle invenzioni, stilistiche e strutturali, e che sostiene la sua prosa con una storia sempre tesa e coinvolgente. Uno che scrive gialli lasciando i poliziotti sullo sfondo a fare da comparse, e occupandosi di altri e più interessanti personaggi. Come padre Lorenzo Quart, il protagonista della "Pelle del Tamburo". Un agente dello IOE, il servizio segreto vaticano, incaricato di scoprire l'identità di Vespro, un pirata informatico che, superando ogni barriera di controllo, penetra nella rete informatica del Vaticano e lascia messaggi nel computer personale del Papa. Quart, di bell'aspetto e di balda prestanza come si conviene a ogni 007, veste abiti di classe che lui considera una divisa, dovendo avere a che fare, spesso, con personaggi di alto lignaggio davanti ai quali si impone una tenuta di rappresentanza. Non dice messa, ma di solito porta la camicia nera con il collarino. Ma non ha difficoltà a indossare camicie chiare e la cravatta. E' un prete senza fede, ma con la vocazione alla disciplina, che intende il suo lavoro come la militanza di un templare, ligio agli ordini e puntuale ed efficace nella realizzazione di quanto gli viene chiesto dalle gerarchie superiori. Un personaggio davvero originale. Le sue indagini lo portano a Siviglia. C'è una vecchia chiesa cadente e bisognosa di restauri che sia l'Arcivescovo che un ricco banchiere vorrebbero dismettere e radere al suolo per costruirci un albergo, vista la sua posizione strategica nel cuore della città. Al progetto si oppongono però il vecchio parroco, padre Ferro, che dimora nella chiesa e il suo giovane assistente, e anche Macarena Bruner e la sua anziana madre Cruz, ultime superstiti di una antica stirpe dal sangue blu, proprietari del sacro edificio. Che peraltro è intoccabile per un vecchio privilegio: finché il giovedì mattina di ogni settimana verrà celebrata una messa in memoria di una antica loro antenata sepolta nella cripta, nessuno potrà impossessarsi della chiesa. Vespro vuole appunto chiedere l'aiuto del Papa per salvare la parrocchia di padre Ferro. Il fatto è che la chiesa sembra volersi difendere da sola: due estranei venuti a fare ispezioni in vista del futuro abbattimento, finiscono vittima di incidenti provocati da balaustre che cedono e cornicioni che cadono. Padre Ferro si oppone in ogni modo al trasferimento che il suo vescovo cerca di fargli accettare prima di imporlo di imperio, e Lorenzo Quart fatica non poco a capirne il perché. Piano piano esce fuori la non banale filosofia del vecchio religioso, trasmessa al suo giovane cappellano, che è quella della militanza in prima linea al servizio della gente, "pelle di tamburo" che deve essere battuta per comunicare messaggi tutt'intorno, dando speranza e aiuto all'umanità disperata, mentre la Chiesa di Roma è lontana, vive nel lusso, non si occupa della gente. Ma che Dio esista o meno, i preti in prima linea devono offrire la sua speranza a chi ne ha bisogno. In una difficile partita che vede le mosse anche dei banchieri intenzionati a far sgombrare padre Ferro (e si affidano a scagnozzi di bassa lega), di un giornalista disgustoso dalla mano molliccia e di una suora che si occupa di restauri, Lorenzo Quart si troverà nella situazione di dover scegliere se tenersi fuori a osservare dall'esterno, come gli era stata comandato, o entrare nell'agone. Lo fa dicendo lui la messa il giovedì in cui padre Ferro è stato arrestato per l'omicidio del giornalista avvenuto nella chiesa stessa, salvando così il privilegio dell'edificio. Lo fa anche per il suo rapporto con Macarena Bruner, donna bellissima con cui infrange per la prima volta nella sua vita, e dopo una lunga resisistenza, il suo voto di castità. Interessante anche questo personaggio, seprata dal marito, uno dei banchieri pronti a mangiarsi la chiesa, dopo che questi le ha imposto un aborto. Perez-Reverte dice di odiare i lieto fine, e infatti non c'è nessun happy end per padre Quart. I cui nemici in vaticano si fanno forti di una lettera dell'arcivescovo di Siviglia (in cui si criticano il suo comportamento in favore di padre Ferro e della sua Chiesa, e la sua passione per Macarena) e lo spediscono in una nunziatura in Sud-America. Con la speranza di una reintegrazione in tempi migliori. Quart, templare disciplinatissimo, accetta e va a servire il suo esercito là dove lo mandano. Anche lui ha imparato a essere una tesa e lucida pelle di tamburo.

domenica 25 luglio 2021

SIDI



Arturo Pèrez-Reverte
SIDI
Rizzoli
2021, brossura
400 pagine

Chi abbia letto la saga del Capitan Alatriste sa dell'incredibile talento di Arturo Pérez-Reverte nel raccontare la Spagna (e l'Europa) dei secoli passati. Un talento non limitato al romanzo storico, in verità, dato che l'autore si è dimostrato in grado di spaziare anche nella contemporaneità e in vari generi (dal giallo al reportage di guerra). In ogni caso, da buono spagnolo appassionato di storia (è nato a Cartagena nel 1951), quando scrive di storie di Spagna, dà il meglio di sé. Vederlo cimentarsi con una rivisitazione dell'epopea del Cid è dunque una festa. El Cid Campeador (cioè "padrone del campo", o meglio "vincitore") è il protagonista di un poema del XII secolo, il "Cantar de Mio Cid", che ha successivamente ispirato mille leggende, racconti, romanzi, film. Alla base di tutto c'è un personaggio storico: Rodrigo Díaz de Vivar, o Ruy Dìaz (come lo chiana Pérez-Reverte), che visse tra il 1040 e il 1099 (nell'epoca della Reconquista), e fu un condottiero e soldato di ventura dotato di grande senso dell'onore, coraggio, carisma, capacità di comando e abilità tattica. Il soprannome Cid deriva dall'arabo "sidi", cioè "mio signore", e il romanzo di Pérez-Reverte ricostruisce le circostanze in cui si guadagnò, per la prima volta, questo appellativo. Lo scrittore sceglie di partire dall'esilio a cui Ruy Dìaz lo condannò la miopia di Re Alfonso IV di Castiglia, a cui comunque El Cid restò fedele destinandogli il quinto di ogni suo bottino. Costretto a lasciare il Regno da lui difeso ai tempi di Re Sancho II (fratello di Alfonso che gli succedette sul trono), Ruy Dìaz si mette al servizio di chi possa pagare la sua spada e quella degli uomini che lo seguono. Il romanzo comincia con la caccia da parte dei soldati di ventura del Cid a una "aceifa" musulmana, cioè una banda di predoni mori che seminano morte e distruzione lungo le frontiere fra i regni cristiani e quelli moreschi nella Spagna del XI secolo. La narrazione è tesa, crudele e drammatica, come se assistessimo al duello fra uno squadrone di soldati e una banda di apache in uno scenario western. In seguito, Ruy Dìaz si mette al servizio di un Re musulmano, Mutaman (figura che dimostra come anche i sovrani mori potessero essere saggi e illuminati), con l'impegno da parte di costui di non chiedergli di combattere contro i castigliani. Il romanzo non procede oltre nella biografia del Cid, segno che Arturo Pérez-Reverte intende (almeno lo spero) continuare con altre puntate di quella che potrebbe essere una saga molto lunga. La ricostruzione degli scenari, dei personaggi, della mentalità dell'epoca è fantastica, sembra di esserci. Tempi crudeli, in cui la vita e la morte avevano un valore diverso da quelli di oggi (come del resto in altre epoche storiche, e come in altre latitudini e longitudini rispetto alle nostre). La personalità di Dìaz, uomo forte ma anche intelligente, prudente, saggio, tormentato e consapevole di trovare una ragione di vita solo nel mestiere delle armi, risalta su tutte le altre, affascinante e, al tempo stesso, realistica, al di là dell'aura leggendaria e idealizzata della figura del Cid. Scrive Pérez-Reverte in una nota: "Ci sono molti Ruy Dìaz nella tradizione spagnola, e questo è il mio".

domenica 29 marzo 2020

L'INSETTICIDA ATOMICO







Francisco Ibáñez
L'INSETTICIDA ATOMICO
Edizioni Williams
brossurato, 1972
46 pagine, 600 lire


Fra i grandi misteri della storia c'è il perché Mortadelo y Filemon, e più in generale i fumetti dello spagnolo Francisco Ibáñez, siano stati tradotti pochissimo in italiano e non abbiano goduto nemmeno della metà straordinario successo che li ha sempre accompagnati in Spagna. Perfino i due film esilaranti e pieni di effetti speciali fumettosi che sono stati realizzati nella penisola iberica su Mortadelo non hanno avuto distribuzione nel nostro Paese. Il caso è davvero singolare, perché Mortadella e Filemone (questo il nome italiano dato alla serie dalla Williams negli anni Settanta) sono divertentissimi. Ricordo che quando lessi il mio primo albo, "Olè, Torero", da ragazzino, quasi non credevo che si potesse ridere tanto. La Williams stampò, che io sappia, solo quattro avventure della coppia di agenti segreti della TIA (è chiaro il riferimento alla CIA, ma ricordiamoci che "tia" in spagnolo vuol dire "zia"). Poi ci fu un tentativo di Francesco Coniglio e Silver in appendice a Lupo Alberto, ma senza esito. Trovandomi nell'impossibilità di leggere albi in italiano, negli anni mi sono dato da fare e mi sono comprato tutti i volumi in spagnolo che ho trovato: adesso possiedo una discreta collezione di una cinquantina di titoli, ma in Spagna ce ne sono molti ma molti di più. Peraltro, non ho cercato soltanto albi di Mortadelo ma anche dei tanti altri personaggi del geniale Ibáñez, tra i quali le mie preferite Donna Puña e Donna Pera, vicine di casa sulle scale di un condominio. Ma torniamo a Mortadelo y Filemon. Sono due agenti segreti, si diceva. Mortadella ha la caratteristica di essere un mago del travestimento: un vero trasformista. Mortadelo, il collega con cui fa coppia, rimane spesso vittima delle imprevedibili conseguenze di questi cambiamenti d'abito dell'amico. Una caratteristica dell'umorismo di Ibáñez è di essere totale: cioè le gag si succedono senza soluzione di continuità, quasi una battuta ogni vignetta, ma questo fuoco di fila porta avanti comunque una trama rocambolesca piena di situazioni, sketches, personaggi, tormentoni. Se i testi sono esilaranti, i disegni ancora di più. Lo stile è quello francese, alla Spirou (per intenderci), ma l'umorismo più da cartone animato o da comica velocissima. "L'insetticida atomico", terzo albo Williams su quattro, mette in scena da caccia di Mortadella e Filemone a uno spray creato dal professor Kornibus, uno scienziato alla Q di 007, che invece di uccidere gli insetti (motivo per cui era stato creato) li fa ingigantire e trasforma per esempio le cavallette in bestie grandi come cavalli. La formula è stata rubata dagli agenti della Tirania, un paese guerrafondaio governato da un regime dittatoriale dove i nostri si recano in missione. La propaganda della Tirania riempie le città di cartelloni in cui si esalta la missione del governo in favore della pace del mondo, ma poi dappertutto ci sono fili spinati e carri armati. Su una fabbrica si legge: "Fabbrika di kannoni deztinati a imporre in mondo pace e amore". Insomma, in anni di Guerra Fredda, non manca neppure la satira politica. E allora, perché Ibáñez non è stato tradotto?

domenica 18 novembre 2018

IL CLUB DUMAS



Arturo Pérez-Reverte
IL CLUB DUMAS
Tropea
1997, 384 pagine

Scritto nel 1993 da un giornalista spagnolo (poi divenuto scrittore a tempo pieno), "Il Club Dumas" è divenuto in breve un caso letterario nella penisola iberica e in Francia, prima di spopolare in mezzo mondo.Il motivo di tanto successo non stupisce chi abbia letto il libro. Che è eccezionale.  Innanzitutto l'autore è, indubbiamente, uno scrittore di razza, e i romanzi successivi (da quelli del ciclo del Capiran Alatriste a "La pelle del tamburo" o a "La tavola fiamminga") lo avrebbero confermato. Pérez-Reverte ha la capacità rara di essere colto ma accattivante, erudito ma non pedante, letterario ma non pesante, di spessore ma non prolisso. Sa scrivere bene, ma mette la sua penna al servizio della storia (e dunque del lettore) e non del bello stile fine a sé stesso (e non, dunque, della sua vanagloria).  A ciò si aggiunge l'ambientazione estremamente affascinante del romanzo, che è un giallo letterario, imbevuto di letteratura dall'inizio alla fine: il protagonista è lo spagnolo Lucas Corso, di professione "cacciatore di libri", vale a dire agente al servizio di importanti librai antiquari di mezza Europa che gli commissionano il recupero di incunaboli, prime edizioni, testi rari, codici e manoscritti. Pur non essendo egli stesso un collezionista, ma ritenendosi solo un "mercenario" della bibliofilia, Corso è un esperto del settore e seguendolo anche il lettore comincia a capire qualcosa della logica di un commercio e di una passione così particolare. A Corso capitano due incarichi in contemporanea, entrambi piuttosto singolari. Il primo è verificare l'autenticità di un manoscritto autografo attribuibile a Dumas di un capitolo dei "Tre Moschettieri" intitolato "Il vino d'Angiò". Il secondo, di controllare quale delle tre copie esistenti di un libro stampato a Venezia nel 1666 sia l'unico originale, dato che il tipografo, condannato dall'Inquisizione, giurò di averne lasciato un solo esemplare. Il libro in questione si intitola "Le nove porte" ed è un testo ritenuto demoniaco, e comunque riguardante formule per evocare Satana. Contiene nove incisioni, proprio confrontando le quali Corso non tarda ad accorgersi di una particolarità: i disegni sono stati modificati e sono diversi in ciascuno dei tre volumi. Proprio studiando il modo in cui le incisioni sono state cambiate e disposte si può arrivare al segreto contenuto nell'opera. Peréz-Reverte ha fatto in modo che le incisioni fossero riportate all'interno del libro in modo che ogni lettore possa arrivare da solo alla decifrazione del messaggio segreto svelato nel finale, allorché si scopre che le morti collegate al mistero delle Nove Porte sono opera dello stesso bibliofilo, Varo Borja, che ha dato l'incarico a Corso di scoprire il libro originale, l'unico utile per evocare il demonio. Demonio la cui presenza aleggia in ogni pagina del libro, sia sottoforma di inquietudine e di mistero che nei panni di una ragazza di cui Corso si innamora, Irene Adler, e che fino all'ultimo mantiene intatti i dubbi su chi sia veramente. Ma anche la vicenda del manoscritto di Dumas tiene con il fiato sospeso, e fino all'ultimo si crede che sia intrecciata con quella delle Nove Porte. Invece, alla fine, si scopre una verità del tutto diversa, molto letteraria: noi siamo ciò che leggiamo, e a volte le troppe letture possono farci fare collegamenti arbitrari, farci percepire diversamente la realtà, come Corso che vede tutte le vicende relative al "Vino d'Angiò" come orchestrate sulla falsariga dei "Tre Moschettieri". Davvero sorprendente la rivelazione di sia il "Richelieu" della vicenda. L'io narrante è un professore universitario studioso di Dumas e dei romanzi di appendice, la cui filosofia è del tutto condivisibile, come il suo disprezzo (che è anche il mio) per i romanzi in cui l'autore non parla altro che di sé stesso, e si crogiola nel proprio bello scrivere, dimenticando l'intreccio e l'avventura. Che anche Peréz-Reverte la pensi così è certo: altrimenti il portatore di queste idee non avrebbe parlato, pur essendo un personaggio fittizio, in prima persona. Peccato per il brutto film che da questo bel libro è stato tratto.


lunedì 9 aprile 2018

IL MERCANTE DI LIBRI MALEDETTI





Marcello Simoni
IL MERCANTE DI LIBRI MALEDETTI
Newton Compton
351 pagine, 2011

Siccome sono un sostenitore della mia stessa massima seconda la quale i film di serie B sono meglio di quelli di serie A, non si potrà ritenere offensivo il giudizio per cui "Il mercante di libri maledetti" è un B-novel. Del resto, se un romanzo vince il Premio Bancarella (è successo nel 2012), dà vita a una trilogia, arriva in testa alle classifiche e ci resta a lungo, viene tradotto in mezzo mondo, qualche merito ce lo avrà. Di sicuro, si legge con divertimento e non mancano i colpi di scena. Va detto che se si fa il confronto con "Il nome della rosa" (a cui per certi aspetti si potrebbe paragonare) non c'è trippa per gatti e lasciamo perdere. Se si fa il confronto con Dan Brown (il paragone è meno facile ma la religione, la caccia al tesoro e le società segrete ci sono), vince ancora Dan Brown. Se la partita è fra Simoni e Matilde Asensi, quella dell' "Ultimo Catone", allora lo scrittore italiano se la può giocare. Protagonista de "Il mercante di libri maledetti" è Ignazio da Toledo, avventuriero dal passato turbinoso, specializzato nel commercio di reliquie e di antichi manoscritti nei primi anni del Duecento (quando lo vediamo entrare in scena è il 1218). Al suo fianco ha il giovane francese Willalme de Béziers, scampato ancora bambino al massacro di Beziers (1209) durante la guerra contro i Catari, unitosi alla crociata dei bambini, finito tra i pirati musulmani e quindi salvato da Ignazio che ne fa la sua guardia del corpo. Ma Ignazio Toledo, reduce da lunghi viaggi e in particolare da alcune peripezie in Terra Santa, è in realtà un uomo in fuga braccato dai sicari di un tribunale segreto noto come Saint-Vehme. La caccia all'uomo era cominciata nel 1205 quando lui e il suo amico e socio in affari, padre Vivïen de Narbonne, erano entrati in possesso di un libro, l'Uter Ventorum, che, a quanto si dice, consente di evocare gli angeli e attingere alla loro sapienza. Il libro è per di origine pagana e gli angeli sono divinità di religioni orientali: da cui l'accusa di pratiche negromantiche. Vivïen de Narbonne si crede morto, ucciso dai giustizieri di Dominus (il gran capo della Saint-Vehme) Ignazio cerca di far perdere le proprie tracce finché proprio Vivïen si fa vivo con una misteriosa lettera che lo mette sulle tracce dell'Uter Ventorum, da lui diviso in quattro parti e nascosto lungo il Cammino di Santiago. Naturalmente anche Dominus cerca di impossessarsi del testo magico, mentre la vicenda è complicata dalle trame di un altro personaggio misterioso, un monaco dal volto sfregiato noto come Scipio Lazarus. Ci sono i classici enigmi da decifrare che conducono in luoghi sempre diversi sulle tracce del libro da recuperare, i riferimenti a fatti storici (l'assedio di Tolosa da parte dei crociati, la morte di Simone IV di Montfort), gli assassini dal coltello sguainato, le storie d'amore e di morte, le trame nei monasteri. Soprattutto, ci sono parole come gualdrappa o brando, che fanno andare in brodo di giuggiole.

lunedì 20 novembre 2017

ORIGIN





Dan Brown
ORIGIN
Mondadori
2017, cartonato
560 pagine, 25 euro

Se qualcuno mi chiedesse perché, dopo aver letto gli ultimi romanzi di entrambi, non comprerò il prossimo di Paolo Cognetti (Premio Strega 2017) mentre certamente divorerò quello che scriverà Dan Brown (che mai vincerà alcun premio letterario), risponderei così: perché Cognetti (che ho cito soltanto perché è il più recente illustre premiato con la medaglia d'oro) non mi fa venire voglia di andare avanti pagina dopo pagina, mentre Dan Brown sì. Mi rendo conto che il limite è tutto mio, se prima del bello stile viene l'interesse per una trama che avvince e coinvolge, però che ci devo fare? La storia dell'amicizia ritrovata fra due ex ragazzi che si sono conosciuti durante le vacanze estive mi fa sbadigliare, quella della scoperta dell'origine della vita che mette in discussione tutte le credenze religiose mi appassiona. Sarò strano, ma è così. Del resto Dan Brown ha il talento (dal mio punto di vista) di saper scegliere proprio gli argomenti che maggiormente mi intrigano: Dio, il destino dell'umanità, una diversa interpretazione dei Vangeli, l'eterno femminino, la sovrappopolazione, le religioni, le opere d'arte, l'entropia, gli sviluppi della tecnologia (ho messo nel calderone le tematiche dei romanzi più noti dello scrittore statunitense). Premesso tutto ciò, il nuovo titolo di Brown, "Origin", che riporta sulle scene il personaggio di Robert Langdon, insegnante di simbologia religiosa ad Harvard, non è il migliore della sua produzione, pur facendosi leggere tutto d'un fiato nonostante le oltre cinquecento pagine. Lascia tuttavia soddisfatti perché effettivamente, alla fine della storia, le ipotesi che si propongono sulll'origine della vita e sul destino dell'uomo sulla Terra sono non soltanto plausibili ma perfino probabili. Come nel caso di "Inferno" riguardo alla sovrappopolazione, Brown ha (secondo me) perfettamente ragione. Del resto le stesse idee, più o meno, sono state sostenute letterariamente da Isaac Asimov (certi suoi racconti come "L'ultima domanda" o "Biliardo darwiniano" sono del tutto in linea), e scientificamente da parecchi studiosi le cui ricerche sono alla base della documentazione che Brown ha poi rimaneggiato per trasformarle in romanzo. Dunque, lo scrittore dà piena soddisfazione alle curiosità iniziali da lui stesse solleticate. Il nome di Asimov risulta particolarmente significativo dal momento che in "Origin" compare un personaggio insolito: un programma (di computer) senziente chiamato Winston, che rende il romanzo a pieno titolo un giallo fantascientifico avvicinabile ai racconti asimoviani con Multivac o con il detective robot Daniel Olivaw. Quel che un pochino lascia perplesso è il fatto che di nuovo, sostanzialmente, la trama ricalchi il deja vu di altri romanzi: Robert Langdon è in fuga, braccato, con una donna al suo fianco (in questo caso una certa Ambra), seguendo il filo di una sorta di caccia al tesoro destinato a trovare la soluzione a un appassionante quiz. Magari questa volta si poteva sperare in qualcosa di diverso, ecco. Poi sa un po' di "americanata" (uso sempre malvolentieri questo termine, ma in questo caso ci vuole) lo show con cui uno scienziato, Edmond Kirsch, intende annunciare al mondo la scoperta che cambierà tutto, in una sorta di grande party in collegamento con tutti i canali multimediali e con i social. Ecco un punto chiave, in effetti: il romanzo mette in evidenza quanto sia diventata importante la comunicazione via Internet. Però, suvvia, gli scienziati le loro scoperte le presentano in un altro modo. Strano anche che Kirsch fosse uno studioso solitario e indipendente e che soltanto lui fosse a conoscenza dei risultati che vuole, a un certo punto, rendere pubblici tramite un evento in stile hollywoodiano. Poiché qualcuno lo uccide prima della rivelazione, la caccia al tesoro condotta da Langdon punta a scoprire la password che dà accesso alla memoria del suo computer. Nella realtà gli scienziati lavorano in equipe e non c'è computer che un buon tecnico non riesca a violare anche senza password. Stupisce infine l'ambientazione spagnola, e soprattutto il ricorso una famiglia reale (nel senso del Re) del tutto irreale. Dato che l'universo di Langdon dovrebbe essere il nostro, e non una realtà parallela (almeno, vista l'attenzione dell'autore nel ricostruire luoghi e figure storiche), o non si fa cenno ai monarchi madrileni (utilizzando figure fittizie del loro entourage) o li si mette in scena con i loro veri nomi e cognomi.

domenica 15 maggio 2016

IL FARO



IL FARO
di Paco Roca
Tunué
2006 

Paco Roca è sicuramente un grandissimo narratore, nei testi e nei disegni, e chiudendo i suoi libri si resta poi come inebetiti a fissarne la copertina, colpiti, commossi, soddisfatti. Dopo "Rughe" e "L'inverno del disegnatore", "Il faro" è un altro capolavoro da non perdere. Benché ambientato in Spagna (il Paese dell'autore) durante la Guerra Civile del 1936-1939,  non è una storia di guerra. Anzi, è una storia della ricerca di una terra utopica in cui le guerre non ci sono. Il giovane Francisco Guirado, repubblicano, ferito e in fuga, cade in mare e viene salvato dal vecchio Telmo, guardiano di un faro da sempre affidato alla sua famiglia. Solo che il faro è spento perché la grande lampada è rotta, e Telmo è in attesa che le autorità gliene mandino una nuova. La guerra sembra aver bloccato tutto, ma l'uomo attende fiducioso e nell'attesa tiene il faro in perfetta efficienza. Non sembra essere schierato nel conflitto in corso: a Francisco che gli chiede se sia fascista, il vecchio indica l'orizzonte e replica: "Come disse il Capitano Nemo, il mare è il rifugio egli uomini liberi". Il ragazzo vorrebbe ripartire appena guarito, ma Telmo lo trattiene. Anzi, lo convince a costruire insieme a lui una barca per raggiungere un'isola che, a suo dire, sorgerebbe in mezzo al mare davanti alla costa, l'isola di Laputa, dove gli uomini sono saggi e illuminati e dove si può vivere in pace. Nel finale, Francisco scopre che non è Verne la sola lettura di Telmo, il quale si nutre di racconti di viaggi e di storie fantastiche, come quelle che gli narrano i resti dei naufragi che le onde depositano davanti al faro, da cui non si è mai mosso. E fra queste letture c'è anche "I viaggi di Gulliver", da cui l'isola di Laputa è tolta di peso. Inoltre, le lettere che il vecchio custodisce in un cassetto svelano anche che il faro è stato abbandonato e che non riceverò nessuna lampada, e anzi il guardiano, licenziato, viene invitato ad andarsene. Ma ecco l'irruzione dei soldati di Franco: il sacrificio di Telmo permette a Francisco la fuga sulla barca. C'è da notare che Paco Roca non ci consegna una storia in cui, come si si aspetta, i repubblicani sono tutti buoni e i franchisti tutti cattivi. Uno degli episodi mostra anzi la strage di una famiglia di innocenti, fucilata dai comunisti solo perché "qualunque persona avesse del denaro era considerata fascista". Sono cose come queste che spingono a cercare l'isola di Laputa, dovunque essa sia, in cerca di un mondo con meno orrori e più giustizia.