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sabato 31 gennaio 2026

FILOSOFI IN LIBERTA'

 

Umberto Eco
FILOSOFI IN LIBERTA’
La Nave di Teseo
2022, cartonato
226 pagine, 12 euro

Che Umberto Eco fosse, oltre che illustre studioso e acclamato scrittore, anche un solenne giocherellone è cosa arcinota. Senza bisogno di citare (ma intanto la cito) la sua traduzione degli “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, e neppure di far correre il pensiero (ma intanto il pensiero ci corre) alle parodie letterarie del “Diario minimo”, basterà dire che sono innumerevoli i suoi articoli e i suoi interventi sull’enigmistica e i giochi di parole (e altri pieni di giochi enigmistici e di parole di propria invenzione), così come lo ricordiamo per testi decisamente umoristici scritti per le sue rubriche su alcune riviste o come divertissement. Esilarante, per esempio, il suo elenco di quaranta regole per scrivere bene in italiano, pubblicato in una "Bustina di Minerva" su "L’Espresso". 
Un convegno di studi dell’Università di Bari si intitolò, non a caso, “Umberto Eco, il giocoliere dell’intelligenza: l’umorista, il filosofo, il narratore”. Esattamente queste tre figure sono rappresentate in “Filosofi in libertà”, aureo libello (citando Vittorio D'Aste) contenente ventidue componimenti umoristici che scherzano, in modo irriverente ma affettuoso, su illustri pensatori e scrittori. Componimenti ritmati in versi di varia metrica, ma sempre scandibili da chiunque, su esempi che vanno dalla Vispa Teresa al Signor Bonaventura, dalla donzelletta leopardiana al decasillabo dei manzoniani squilli di tromba. 
Dopo aver riassunto in filastrocche le dottrine dei filosofi più famosi, da Aristotole a Karl Marx, riuscendo in sintesi perfette più efficaci di un Bignamino, Eco si dedica a un elenco di scrittori (Proust, Mann, Joyce, Sofocle, Manzoni) e prova persino a cambiare i testi di alcune celebri canzonette per fare parodia sui più sommi autori di trattati filosofici. Per esempio, “Canto quel motivetto che mi piace tanto” diventa «Kant / filosofetto che mi piace tant». 
Il primo componimento si intitola “I presocratici” e i versi iniziali fanno così: «Nel dì che gli Argivi / vivevan beati / correndo giulivi / per boschi e per prati / alcuni messeri / con tono profondo / si chiesero seri: / “di che è fatto il mondo?”». Ai componimenti si aggiungono quindici vignette satiriche in tema, disegnate con mano felice dallo stesso Eco. 
Sempre lui, il semiologo piemontese, firma una “Nota dell’autore” in cui spiega che le sue filastrocche (di cui “Filosofi in libertà” costituiscono una limitatissima raccolta, avendone egli composte molte altre) sono state da lui improvvisate “durante convegni noiosissimi” e lette poi nei bar, a congresso finito, a un uditorio di divertiti colleghi. Prima di arrivare all’edizione de La Nave di Teseo del 2022, alcuni componimenti erano stati raccolti nel 1958 dalla Casa editrice Taylor in volumetto rilegato tirato in soli cinquecento esemplari numerati. Spiega Eco, concludendo la sua introduzione: «L’alto ideale etico che ha dominato ciascuna di queste esercitazioni conviviali è sempre stato quello di una assoluta correttezza scientifica. E questo sia di monito per le generazioni a venire: scherzare sì, ma seriamente».
Musica per le mie orecchie, autore a mia volta di (assai meno dotte) filastrocche e avido lettore di libri come "Biancaneve i settenari" o "L'urlando furioso", di cui ci siamo occupati  in questo stesso spazio.
 




martedì 23 dicembre 2025

ECHI DALL'INCUBO

 

Tiziano Sclavi
ECHI DALL’INCUBO
Sergio Bonelli Editore
2025, brossurato
432 pagine, 23 euro


Sopra il titolo, il logo di Dylan Dog. Sotto, la scritta “24 storie brevi”. Il nome dell’autore, Tiziano Sclavi, premesso a tutto, garantisce la qualità del prodotto. Si tratta di un volume talmente necessario che avrebbe meritato una confezione di maggior pregio (ma va bene il balenottero, peraltro con un taglio davanti colorato). “Echi dall’incubo” raccoglie le short story dell’Indagatore dell’Incubo sceneggiate da Sclavi tra il 1989 e il 2000 e pubblicate fuori serie, oppure sui supplementi della testata principale. Sono particolarmente interessanti quelle realizzate per le più svariate riviste, quindi “su commissione”, che colpiscono talvolta per la genialità dell’estro creativo messa al servizio dello spunto offerto. Per esempio, “Il paradiso dei turisti” è una storia allestita per “I viaggi di Repubblica” dell’agosto 2000 ed è perfettamente dyandoghiana così come perfettamente in tema con la pubblicazione. “Spettri”, realizzata per “Max” (febbraio 1993), vede Dylan tenere fra le mani proprio il numero della rivista con se stesso in copertina (e il racconto all’interno). Un altro caso è “Lamiere” apparso su “Auto Oggi” (giugno 1996). Ci sono poi episodi brevi proposti in collaborazione con “Sorrisi e Canzoni” (1992), su “Per Lui” (1989), sul Diario Scolastico di Auguri Mondadori (1993). Altri racconti sono quelli scritti e disegnati come “appendici” o epiloghi di storie lunghe (di solito provenienti dagli Speciali) ristampate in volume dalla Mondadori. Altri short provengono dagli albi giganti dell’Indagatore dell’Incubo, e ci sono assolute chicche come quello in cui Claudio Villa è chiamato a illustrare una storia che cita tutte le sue copertine dylandoghiane, oppure quelli intitolato “Margherite” e “Cuori randagi”. A lettura ultimata, non resta che fare tanto di cappello a Sclavi quale autore di episodi brevi, talento di cui abbiamo parlato recensendo i sei volumi della serie  “I racconti di domani”. Lo scrittore di Broni ha del resto fatto apprendistato nella redazione del “Corriere dei Ragazzi”, dove la brevità delle puntate a fumetti era la regola. Un applauso agli undici disegnatori e a Franco Busatta che firma la prefazione.

domenica 6 aprile 2025

TRAPPERS ALLA RISCOSSA

 
 


EsseGesse
TRAPPERS ALLA RISCOSSA
If Edizioni
2024, cartonato
320 pagine, 45 euro

Tutto bello, che altro dire? Belli i contenuti, i colori, l’apparato critico, la rilegatura, la carta, la qualità della stampa, la copertina (opera di Corrado Mastantuono). Il sottotitolo, “Le origini di Blek Macigno”, del resto, spiega quasi tutto. 
If Edizioni, che da tempo manda in edicola collane di albi dedicate agli eroi della EsseGesse, proposte in varie versioni e formati, e allargate alle avventure realizzate all’estero, confeziona un volume da libreria che raccoglie, a colori, i primi ventuno albetti di Blek Macigno originariamente pubblicati nel formato a striscia, in pratica l’intera prima serie (1954-1955). La cronologia del forzuto trapper conta trentatré serie (l’ultima è del 1967), quasi tutte composte, per l’appunto, da ventuno titoli. “Trapper alla riscossa” ci riconsegna dunque il Blek delle origini, ma anche le origini di Blek, che sono due cose diverse. Spiego perché. 
Nella prima avventura, il “gigante dai lunghi capelli biondi” (così lo definisce la didascalia d’esordio) scopre che la capanna di un suo amico, Lassiter, è stata data alle fiamme e l’uomo ucciso da assassini misteriosi. Si è salvato invece il figlio Roddy, di una decina d’anni, che da quel momento in poi, rimasto orfano, vieni praticamente adottato da Blek. Tuttavia, dal racconto è evidente che già Blek e Roddy si conoscono. Facciamo adesso un salto di settata anni. Nel maggio 2024 esce, curata dalla If, una serie a striscia inedita, intitolata “Il prequel”. Si tratta di tre albetti scritti da Nico Adami a partire da un’idea di Luca Barbieri, e illustrati da Raffaele Della Monica e Stefano Di Vitto (matite) e da Manlio Truscia (chine). Come suggerisce il titolo, vi si narrano gli avvenimenti di poco precedenti alla prima apparizione di Blek, e assistiamo all'incontro tra il colosso biondo e il ragazzino lentigginoso in cui i due fanno la reciproca conoscenza. 
A completare il volume giunge, opportunamente, una breve avventura realizzata dalla EsseGesse nel 1953, intitolata “Il piccolo trapper”, il cui protagonista è proprio Roddy, che agisce in solitaria, senza che Blek intervenga in alcun modo. Da notare come il trapper dal berretto di pelo viva le sue avventure negli anni della Rivoluzione Americana e abbia come suoi avversari, il più delle volte, le stesse Giubbe Rosse contro cui combatte anche il Comandante Mark, un altro personaggio della EsseGesse (1966). Due curiosità: la prima vignetta saga mostra il protagonista chino a guardare delle impronte sul terreno nella stessa identica posa (o quasi) di Zagor quando lo vediamo all’inizio de “La foresta degli agguati” (1961); inoltre, nell’ultima avventura fra quelle raccolte nel volume, Blek costringe il professor Occultis (la sua “spalla comica”, al fianco del colosso biondo fin dal sesto albetto a striscia) a tagliarsi i baffi per rendere più credibile un suo travestimento, anzi, glieli toglie lui stesso con un coltello, esattamente come fa lo Spirito con la Scure con Cico, chiamato a sostituire un certo colonnello Clark, in una avventura nolittiana del 1965.
Ho citato diverse volte la sigla EsseGesse dando per scontato che tutti sappiano che cosa significhi. Si tratta della firma, ottenuta dalle iniziali dei loro cognomi, con cui consegnavano alle stampe le loro opere Pietro Sartoris, Dario Guzzon e Giovanni Sinchetto, tre fumettisti torinesi uniti in sodalizio a partire dal 1950. Una sigla, quella della EsseGesse, divenuta leggendaria e popolare quanto i nomi dei loro eroi più famosi, Capitan Miki (1951) e il Grande Blek (1954), pubblicati entrambi dalla Casa editrice Dardo, fondata a Milano nel 1946 da Gino Casarotti.  Prima di cominciare a lavorare insieme, i tre avevano già realizzato alcune storie a fumetti per diverse case editrici. Giovanni Sinchetto, nato nel 1925, era stato il disegnatore di Fulmine Mascherato; Guzzon, classe 1926, aveva  firmato alcuni episodi di Cucciolo; Pietro Sartoris, infine, anch’egli del  1926, si era occupato dei disegni della collana “Tarman”, scritta da Amedeo Martini. Nel 1950, infine, i tre si uniscono in sodalizio per illustrare Kinowa, un personaggio scritto da Andrea Lavezzolo. Nel 1951 compare nelle edicole Capitan Miki, scrito e disegnato dai tre, seguito nel 1954 dal Grande Blek”. Il successo di Miki e Blek è enorme: grazie ai due personaggi, la EsseGesse si impone non solo nel mercato italiano, ma anche in quello europeo. Il trio torinese continua a realizzare le avventure del ranger e del trapper fino al 1965, quando lascia la Dardo, si mette in proprio e sperimenta un nuovo personaggio, Alan Mistero che non ha molta fortuna, suggerendo ai tre autori di riparare presso le edizioni Araldo di Sergio Bonelli, che pubblica l’ultima creazione di Sinchetto-Guizzon-Sartoris: il Comandante Mark. Nel curriculum dei tre, figura anche “Il cavaliere nero”, su testi di G.L. Bonelli.
Tra Miki e Blek, io ho sempre preferito il secondo: Miki è in fondo il classico ragazzino saputello che si muove sullo sfondo del classico West di maniera dei fumetti Anni Cinquanta; Blek invece è un "tipo": un colosso con i capelli lunghi e biondi e il torace offerto impavidamente alle intemperie, che agisce in uno scenario insolito delle foreste care a Fenimore Cooper, in un contesto storico inedito e interessante come quello della Guerra d'Indipendenza americana.


domenica 31 dicembre 2023

LA STORIA INFINITA

 
 
 

 
Michael Ende
LA STORIA INFINITA
Longanesi Editore 
1986
Collana La Gaja Scienza
Traduzione di Amina Pandolfi
cartonato - 450 pagine


Un libro che contiene tutti gli altri libri. Uno dei dieci da portare sull’isola deserta. Un libro che si può leggere ai bambini di sei anni, ed esserne partecipi, a sessanta, come loro e più di loro. Non c’è una sola storia da raccontare, ce ne sono infinite, e tutte senza fine. Fantàsia muore quando muore la fantasia, e quando nessuno più crede alle storie. Torna a vivere quando qualcuno ne trova altre da narrare e altri a cui narrarle. Ma nello stesso tempo,  la vita di ciascuno è una Storia Infinita dove ci si può perdere diventando cattivi, o redimersi raggiungendo la fonte dell’Acqua della Vita. Il romanzo di Michael Ende è geniale e complicatissimo, benché godibile a ogni livello. Che si tratti di un libro di idee è evidente fin dalla scelta degli inchiostri bicromatici, con il rosso per le parti in cui Bastiano Baldassarre Bucci (il ragazzo grassoccio protagonista del romanzo) si trova nella nostra realtà, e verdi per le parti ambientate a Fantàsia, prima e dopo la Nuova Creazione. Il libro che Bastiano ruba nel negozio del signor Coriandoli è lo stesso che il lettore stringe in mano mentre lo legge, come se noi stessi fossimo i protagonisti. E il coinvolgimento continua nei mille personaggi fantastici e tutti diversi ma potenti che si susseguono nei ventisei capitoli (uno per ogni lettera dell’alfabeto). La Storia Infinita insegna ciò che anche la vita (la personale storia infinita di ciascuno di noi, con i mille bivi e le mille storie incompiute che generano altre storie, da cui è composta) dovrebbe insegnare: a essere noi stessi. “Fa’ ciò che vuoi”, è il motto inciso su Auryn, l’amuleto magico che schiude tutte le porte, a Fantàsia. Fare ciò che si vuole genera Fantàsia ma degenera l’io, se finisce per significare solo “fare ciò che si desidera” e non “fare ciò che si è”. Perché, in fondo, ciò che la vita insegna è che più si è, meno si fa.

venerdì 10 novembre 2023

ESERCIZI DI STILE

 


Stefano Disegni
Massimo Caviglia
ESERCIZI DI STILE
Fumetto umoristico - Mondadori
Collana oscar Best Seller
Prima edizione Oscar 1996
brossurato - 220 pagine -  lire 14000

Disegni & Caviglia fanno la parodia di una parodia. Alla base di tutto, infatti, c'è il fondamentale "Esercizi di Stile" di Raymond Queneau, testo scritto alla fine degli anni Quaranta e tradotto in italiano da Umberto Eco. Lì, Queneau si divertiva a raccontare in decine di modi diversi (utilizzando i più vari stilemi narrativi, di cui faceva tutto sommato una intelligente e divertentissima parodia) un fatto del tutto banale: un tale nota un altro sull'autobus perché ha un bottone cadente al collo della camicia, e più tardi gli capita di notarlo di nuovo in compagnia di un amico. Questo episodio viene dunque rivisitato più volte, ora in stile giornalistico, ora in stile poetico, ora in stile telegrafico e così via. Disegni & Caviglia utilizzano la stessa idea per raccontare a fumetti un fatto ancora più banale: un uomo ha un appuntamento con una donna, lei arriva un po' ritardo, ma si fa perdonare con un bacio. Le strip dei due autori sono, naturalmente, meno nobili degli esercizi di Queneau, appunto perché ne costituiscono la gradassa parodia. Per cui avremo lo "stile depresso", lo "stile tossico", lo "stile sfigato", lo stile "avanspettacolo" e così via. I risultati sono spesso esilaranti. Prima di venire pubblicato negli Oscar in un insolito formato orizzontale, "Esercizi di Stile" era uscito nel 1994 nella Biblioteca Umoristica Mondadori.


venerdì 25 agosto 2023

L’ESTATE DEI DISCHI VOLANTI

 

 


 

Bepi Vigna
L’ESTATE DEI DISCHI VOLANTI
Condaghes
Collana Il trenino Verde
Prima edizione dicembre 1997
brossurato – 116  pagine -  lire 11.800

Bepi Vigna (Baunei, Nuoro, 1957)  noto sceneggiatore di fumetti (ma anche giornalista, saggista, organizzatore di mostre ed eventi) nel 1997 ha trasfornato in romanzo breve destinato ai ragazzi lo spunto di sua sceneggiatura originariamente scritta per Nathan Never e pubblicata su un Almanacco della Fantascienza. Naturalmente Nathan non c’è e protagonisti sono quattro giovanissimi sardi con il gusto per le camminate in montagna, che un giorno durante un’escursione scoprono le tracce dell’atterraggio di un disco volante, o almeno questo è quel che sembra. Del resto i dischi volanti vengono avvistati anche in paese, e c’è addirittura un rapimento da parte degli alieni. Tuttavia, le apparizioni delle astronavi restano in secondo piano, mentre in evidenza c’è il primo amore fra due degli adolescenti protagonisti, Dario e Vivina, un qualcosa che viene presentato come più magico degli stessi UFO, e in effetti le pulsioni sessuali, al loro primo apparire, sono oggetti non identificati per tutti i giovanissimi. A un certo punto della storia, Dario e Vivina vengono creduti morti in un incendio scoppiato sull’altipiano, appiccato da una coppia di balordi, rimasti essi stessi vittima del loro gesto. Tornano in paese proprio mentre si celebra il loro stesso funerale. Gli alieni spariscono così come sono venuti, dopo aver restituito la vittima rapita. Sparisce anche l’estate e la storia d’amore fra Dario e Vivina, che è stata un’apparizione nel cielo durata il lampo di una stagione, come un cerchio nel grano di difficile decifrazione. Quando i due si rivedranno, molti anni dopo, nulla sarà più come prima. La lettura è molto piacevole e va considerato il target.


domenica 6 agosto 2023

ETERNITY – LA MORTE E' UN DANDY


 



Alessandro Bilotta
Sergio Gerasi
ETERNITY – LA MORTE E' UN DANDY
Sergio Bonelli Editore
2022, cartonato
72 pagine, 17 euro


Essendo del mestiere (faccio lo sceneggiatore di professione), quando leggo un fumetto mi viene istintivamente di pensare una fra queste tre cose, a seconda dei casi: avrei saputo scriverlo anch’io, oppure: io lo avrei scritto meglio, oppure: io non sarei mai riuscito a scriverlo. Probabilmente la terza eventualità è quella che capita più spesso, ma resta il fatto che io a un personaggio come Alceste Santacroce non ci sarei mai arrivato. Di fronte al primo volume della serie “Eternity” l’ho letto una prima volta incredulo tavola dopo tavola, tornando spesso indietro per capire se avevo compreso bene, e alla fine, richiuso il volume, l’ho riaperto e l’ho riletto da capo, rimanendo sbalordito dalla seconda lettura quanto dalla prima. A volte si spreca l’aggettivo “capolavoro” per qualcosa di cui, insomma, ci sarebbe da discutere. Nel caso de “La morte di un dandy”, invece, credo proprio che non si possa fare a meno di usarlo. Il problema è riuscire a spiegarlo e giustificarlo, inserendo, come ogni bravo recensore dovrebbe fare, l’opera in un contesto, in una produzione di qualcosa che gli somigli, in una appartenenza. In questo caso è difficile riuscirci. Forse bisogna partire dalla prefazione di Alessandro Bilotta, il quale non parla dell’opera ma di se stesso e il cui senso è raccontare la propria non appartenenza, a partire da una sindrome dell’abbandono che lo affligge: “Ho cercato a lungo dei maestri, soprattutto nel mio mestiere, una figura che si è andata spesso confondendo con quella del padre, forse rifà capolino l’abbandono; li ho cercati, ma non ne ho trovati, potrebbe c’entrare con quel discorso di non appartenenza. A ogni modo ho dovuto quindi imparare a fare da me e, se all’inizio la consideravo una disgrazia, poi mi sono convinto che chi nella vita ha avuto la fortuna di incontrare dei maestri non ha conosciuto la fortuna di non averne incontrati affatto”. Chi ha letto e amato la serie di Mercurio Loi (personaggio che compare in un paio di tavole anche nel primo volume di “Eternity”) sa che cosa aspettarsi da Bilotta: chiede moltissimo al lettore. Siamo di nuovo a Roma, ma non è più quella papalina, anche se non si capisce in quale epoca ci si trovi: in una scenografia vintage convivono elementi degli anni Sessanta e della contemporaneità, come a volerci dire che certe cose non cambiano mai o che viviamo in un eterno presente (o in un eterno passato). Ci sono i bar con i portacenere della Cinzano, le edicole e i giornali di carta; si dice che sono tornate di moda le TV in bianco e nero; ci sono fumetti e fotoromanzi ma anche gli influencer e le installazioni artistiche, ci sono le testate scandalistiche e i carabinieri con la bandoliera, automobili dalla foggia evergreen impossibili da datare, insegne al neon, tavolini sui marciapiedi, ristoranti in cui si può fumare, ma anche cellulari avveniristici. Soprattutto, ci sono tante feste con la cocaina da fiutare in euro arrotolati. Un mondo fatuo e ipocrita in cui Alceste Santacroce sguazza ma con malcelata noia e ostentato disgusto. E’ un dandy cacciatore di scandali sulle cui cronache mondane si basano le fortune di un settimanale di gossip chiamato “L’infinito”, diretto da Quinto Serafini. Costui in passato aveva fatto l’attore in una serie TV (del “servizio pubblico”) interpretando un certo Don Saturnino, educatore ed esempio della fanciullezza tutta, prima di essere scacciato perché tacciato di omosessualità, cosa di cui ride, avendo comunque una montagna di soldi. Alceste potrebbe forse ricordare il Jep Gambardella di "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino, sennonché il personaggio di Bilotta sembra impenetrabile da ogni passione tranne quella per Falco Blu, un eroe dei fumetti di cui ha la collezione completa, l’unica cosa che gli dispiaccia di perdere quando il suo appartamento va a fuoco. Anche quando sembra innamorarsi di Lucrezia, performer e webstar che mostra già però le prime rughe, non esita a violare i segreti del suo cellulare per realizzare un nuovo scoop che porta a far dimettere un ministro. Non che la cosa gli piaccia, lo diverta, lo soddisfi. Pare in preda allo spleen esistenziale, a cui sopravvive chiudendosi in una sorta di atarassia sentimentale, che lo porta a frequentare locali affollatissimi ballando da solo, circondato da piccola gente da cui resta emotivamente lontano. L’imperturbabile Alceste, sigaretta perennemente in bocca o elegantemente tenuta fra le dita, ha l’unica faccia che possa rendere ragione del suo mal di vivere scontato vivendo leggiadro sopra le righe, quella di Jude Law, perfetta nella recitazione resa dallo stupefacente ed elegantissimo Sergio Gerasi, incredibilmente bravo nella ricostruzione di un mondo inesplorato e sincretico efficacemente colorato da Adele Matera, e nel dare mimica agli ipnotici e magistrali dialoghi dell’autodidatta Bilotta.

domenica 28 maggio 2023

EROI E GRANDI CAPI INDIANI

 

 


Charles Eastman
EROI E GRANDI CAPI INDIANI
Racconti di Nativi Americani 
a cura di Raffaella Milandri 
Mauna Kea Edizioni
2023
148 pagine, 16 euro


È uscita nel marzo 2023 la prima edizione italiana di “Eroi e Grandi Capi Indiani” (Indian Heroes and Great Chieftains, del 1918) di Charles A. Eastman, uno dei maggiori autori nativi americani del secolo scorso. L’opera è curata dalla Mauna Kea Edizioni, che sta portando avanti un grande lavoro di recupero e traduzione di opere della letteratura nativa, con autori come Mourning Dove, Zitkala-Sa, Luther Standing Bear e altri, che finalmente sono pubblicati anche in Italia.
In questa serie di ritratti, arricchita da foto originali, si legge tanto orgoglio e fierezza da parte dell’autore nel presentare l’anima dei Nativi Americani, attraverso i valori che hanno animato questi sakem e le loro gesta. Certo, non tutti sono stati eroi immacolati (basti pensare al personaggio controverso di Hole in the Day), ma la maggioranza di queste figure storiche di nativi americani ebbe vite e comportamenti esemplari, in quella che è stata la drammatica lotta per la sopravvivenza dei popoli pellerossa, da Sitting Bull (Toro Seduto) a Red Cloud (Nuvola Rossa), da Crazy Horse (Cavallo Pazzo) a Chief Joseph (Capo Giuseppe) e altri. I grandi Capi Indiani sono raccontati da un Indiano: Eastman, Dakota egli stesso, ha incontrato diversi di loro in prima persona, o ha raccolto le loro storie da di chi li ha conosciuti. I capi Dakota, Lakota e Cheyenne sono quelli più rappresentati. Questa edizione è tradotta e annotata da Raffaella Milandri, attivista per i diritti umani dei Popoli Indigeni, esperta studiosa dei Nativi Americani e antropologa - di cui altre volte abbiamo segnalato le opere in questo spazio.

domenica 21 maggio 2023

EL MORISCO

 




 
Giovanni Luigi Bonelli – Guglielmo Letteri
EL MORISCO
Arnoldo Mondadori Editore
Collana Oscar Best Seller
Prima edizione giugno 1998
brossurato - 568 pagine - lire 16.000


Quando la Sergio Bonelli Editore non distribuiva ancora i suoi prodotti in libreria (ai tempi, insomma, in cui c'erano ancora le edicole) i volumi destinati al circuito librario venivano, diciamo così, appaltati ad altre Case editrici, tra cui primeggiava la Mondadori. Accanto ai volumi cartonati, c'erano le edizioni Oscar , come questo volumre del 1998 dedicato a Tex, questa volta però con un quinto pard al suo fianco accanto ai soliti altri tre: El Morisco. Nella sua prefazione, Sergio Bonelli così descrive il personaggio: «A rendere vivo e indimenticabile El Morisco, tratteggiandone in maniera magistrale e definitiva i tratti somatici, ha contribuito in maniera sostanziale Gulglielmo Letteri, il disegnatore che ha firmato entrambi gli episodi qui raccolti e che è stato tra i primi ad alternarsi con Aurelio Galleppini, creatore grafico del celebre Ranger, sulle pagine della collana del Tex fin dal lontano 1965. Espediente narrativo di straordinaria efficacia, El Morisco costituisce la chiave con cui Tex, individuo quanto mai razionale e, come suol dirsi, con i piedi per terra, riesce ad accedere alle oscure dimensioni dell’extrasensoriale ma anche per lui altrettanto misteriose frontiere della scienza. Ma chi è, in realtà, El Morisco? Cosa nasconde nella sua strana abitazione, sulla cui facciata svettano inquietanti mascheroni dai denti digrignanti? E perché i suoi compaesani sono convinti, sin quasi all’ossessione, che parlare con lui porti sfortuna? Come scopriranno Tex e Carson ne “Il tesoro del tempio” (l’episodio in cui lo “sciamano” compare per la prima volta) nel corso di un’indagine che, partendo da un banale furto di bestiame, li metterà in contatto con un popolo dimenticato dal tempo, il corpulento individuo dalla pelle brunita che passa le sue giornate studiando volumi polverosi e maneggiando teche ripiene di tarantole, scorpioni e serpenti di ogni genere è, indubbiamente, una figura più unica che rara. Considerato alla stregua di uno stregone dalla popolazione della esolata cittadina di Pilares, dove vive circondati dall’ostilità e dal timore, il misterioso egiziano ha il modo di rivelare, avventura dopo avventura, doti di serio studioso e di accanito ricercatore scientifico, non privo di una salutare dose di ironia. In anni più recenti, Mauro Boselli ne ha svelato il vero nome, Ahmed Jamal, e il passato (sappiamo cioè come e perché è finito in Messico).
Per uno come lui – inguaribilmente curioso e totalmente privo di idee preconcette, e dunque disposto a confrontarsi con qualunque verità, per quanto incredibile possa sembrare – trovarsi coinvolto in casi come quelli che gli propone di volta in volta Tex è un autentico invito a noze. E, al suo fianco, non manca mai il suo “maggiordomo” e fedelissimo servitore, Eusebio: un meticcio messicano dall’aspetto tenebroso che tutti, a Pilares, considerano un rinnegato, essendosi prestato ad aiutare e proteggere uno straniero che intende studiare il mondo indigeno e la sua cultura, mettendone in luce riti e segreti tenuti per secoli gelosamente nacosti». Le due storie scelte da Bonelli sono due classici: “Il Signore degli Abissi” e “Diablero”. La prima, è servita da soggetto per il film di Duccio Tessari. Quando si dice che il fumetto non é un genere, ma un medium dotato di codici propri e perciò non inferiore agli altri mezzi di comunicazione, come il cinema, la musica, la prosa o la poesia, basterebbe citare questa storia per dimostrarlo. Infatti, i risultati di Tessari non sono stati proprio entusiasmanti. Eppure, Tex è un personaggio dal successo ormai cinquantennale, e la storia del Signore degli Abissi è un classico dei classici. Perché sul grande schermo il racconto non dà le stesse emozioni che garantisce sulla carta, considerando che si aggiungono sonoro e movimento? Appunto perché il fumetto gode di potenzialità proprie che gli permettono di sopravanzare, in alcuni casi, la stessa magia del cinema. Le immagini di un film, per quanto suggestive, sono più univoche di quelle disegnate, alle quali ogni lettore è chiamato ad aggiungere un quid di proprio per immaginarle vive, e dunque risultano più evocative. La breve apparizione del monaco rosso, impegnato a rimestare nel fango bollente in una caverna piena di fumo e crateri incandescenti, é molto più inquientate così come la disegna Letteri che come la filma Tessari. E quando, nel fumetto, il Signore degli Abissi scopre il suo cappuccio rivelando la faccia mostruosa (la scena più indimenticabile di tutta la storia, per quanto ne rappresenti soltanto un passaggio), il brivido é assicurato. Al cinema, non altrettanto. Ma chi è, il Signore degli Abissi?  E' un discendente degli Aztechi, ultimo depositario dell'antico segreto delle pietre verdi: un infernale prodotto delle viscere della terra, capaci di trasformare gli esseri viventi in mummie dure come il sasso. La vista delle vittime pietrificate semina il terrore attorno alla Valle dei Giganti, sulla Sierra Encantada, là dove un certo Tulac, novello Montezuma, vuole ricreare l'impero azteco. Il Signore degli Abissi ha messo a disposizione di Tulac le sue conoscenze, e si illude che l'antica civiltà di Tenochtitlan possa tornare a dominare il Messico. "Spero che il giorno della grande liberazione sia vicino - pensa il monaco coperto da un saio e da un cappuccio - Altrimenti i miei occhi non potranno assistere al trionfo di Xiuhtecutli!". Il monaco sente la fine vicina: ma nonostante le esalazioni vulcaniche della sua caverna gli abbiano corroso il volto e gli arti, non saranno quelle a ucciderle. Ci penseranno Tex e Carson, prima che lui abbia modo di soffiare nella cerbottana dardi con intarsiate le micidiali pietre, subito dopo averlmo visto abbassarsi il cappuccio e mostrare il volto orripilante. Quello che, sulla carta, fa davvero rabbrividire. La seconda storia ha per protagonista una fra le più belle donne viste sugli albi di Tex: Mitla. "Quella donna è un demonio in gonnella, e se vi dovesse capitare a tiro di fucile, dimenticate che ha l'aspetto di una femmina e premete il grilletto!". A parlare così è il saggio El Morisco, e certo da un illuminato uomo di scienza come lui non ci si aspetterebbero propositi tanto bellicosi. Ma come al solito, il “brujo” ha ragione da vendere. Da tempo due "diableros", spiriti maligni, terrorizzano gli apaches della Sierra del Hueso: si tratta di Mitla, una bellissima strega di origine atzteca, e suo fratello Guaimas, che grazie ai filtri della sorella è capace di trasformarsi in una sorta di gigantesco licantropo e di comandare i branchi di lupi che infestano la zona. Letteri, qui nel pieno della sua maturità, è tanto abile nel suscitare terrore con la figura del mostro mezzo uomo e mezza bestia, quanto nell’affascinare con l’incredibile bellezza di Mitla, forse il più ammaliante personaggio femminile dell’intera saga di Tex. Ma come spesso accade, la  regola greca del kalòs kai agatòs si ribalta: non sempre il bello è anche il buono. Anzi. La strega azteca, infatti, si rivela spietata e crudele, esattamente il “demonio in gonnella” di cui parlava El Morisco. Alla base del suo agire non c’è un interesse immediato o piano criminoso finalizzato alla ricchezza. C’è soltanto la volontà di potere e di dominio, e forse il desiderio di mortale rivalsa dettata dal suo sangue azteco contro i messicani di origine spagnola e le tribù indiane da sempre considerate barbare dalla stirpe di Montezuma. O forse, nella sua suprema malvagità, cerca il male per il gusto di farlo. "Un diablero è un diablero e basta - commenta lo stregone degli apaches, Mangos - Nascono già così, con la mente piena di cattive cose e il cuore malvagio!". Mitla in realtà non è una strega cattiva qualunque. E’ un personaggio assai più sofisticato: padrona si sé stessa e dello stesso fratello che le è succube, conoscitrice delle arti magiche delle perdute civiltà e donna d’azione pronta a scendere in campo in prima persona, giocando il tutto per tutto. E che fascino perverso emana allorché sceglie funghi e piante per i suoi filtri, con tutti i richiami che Bonelli padre lascia intuire alla cultura degli allucinogeni tipica delle civiltà precolombiane! Nella vicenda, su richiesta del Morisco, intervengono Tex e compagni. I quali, mentre tutta la zona è in preda al panico, riescono a mantenere una imperturbabile calma fra le rocce del deserto che fra le gole dei canyon che fra i ruderi del tempio azteco dove Mitla e il fratello hanno il loro covo. "Contro i diavoli di ogni genere - commenta Tex - abbiamo sempre pronti validi amuleti calibro 45!". Amuleti assai efficaci, e che fanno bene il loro lavoro, soprattutto nei confronti dei branchi di lupi comandati dall'uomo/bestia. Discorso a parte per Mitla, che è una donna e non può essere spedita all'inferno a colpi di Colt. Tex dichiara apertamente di volerla prendere viva, magari sparandole alle gambe. Fortuna che c'è la giustizia divina, che ancora una volta si presenta sotto forma di un provvidenziale serpente velenoso che morde la strega, spedendola pulitamente nel mondo dei più senza che Tex abbia bisogno di colpirla neppure con un fiore.

sabato 20 maggio 2023

SOTTO FALSO NOME

 

Bart D. Ehrman
SOTTO FALSO NOME
Carocci Editore
2018, brossurato
268 pagine, 17 euro

Il nome di Bart Ehrman, biblista di fama internazionale e professore presso l’università di Chapel Hill, nel North Carolina, è garanzia di un approccio scientifico alle materie di cui si occupa da decenni (la filologia biblica, la storia ebraica e quella del cristianesimo delle origini). Di lui ci siamo occupati più volte in questo spazio, e vi invito a leggere le altre recensioni dei suoi libri cliccando sui link elencati in fondo. In questo suo saggio del 2011, “Sotto falso nome”, si dedica a illustrare il diffusissimo fenomeno dei testi della letteratura cristiana antica che si definiscono pseudo-epigrafi, cioè scritti da qualcuno che si finge qualcun altro. Questo per  dare maggior peso alle proprie affermazioni, o per meglio contrastare quelle di altri. E’ il caso di alcune lettere di San Paolo contenute nel Nuovo Testamento, che si sanno essere (nonostante l’autore dica il contrario) non paoline. Ovviamente la casistica è molto varia, e riguarda testi apocrifi esclusi dal canone, testi anonimi tradizionalmente attribuiti a qualcuno senza che questo qualcuno affermi mai di essere chi si crede (è il caso dei quattro evangelisti), vangeli inverosimili e favolistici che si vogliono addirittura scritti in prima persona da Gesù, scambi di corrispondenza del tutto inventate fra filosofi latini (come Seneca) e cristiani (come San Paolo), testi polemici contro i falsi apostoli e gli eretici scritti proprio da falsi apostoli ed eretici. La disamina di Ehrman riguarda i primi (affascinanti) quattro secoli della storia del cristianesimo, e fa chiarezza sugli studi più recenti condotti sul tema. 
 
 




giovedì 11 maggio 2023

EVEREST

 
 

 
Roberto Mantovani
EVEREST
Edizioni White Star
Cartonato – 150  pagine

Pur mancando sul volume ogni indicazione sulla data di uscita, una fascetta ricorda il cinquantesimo anniversario della conquista dell’Everest da parte di Edmund Hillary e Tenzing Norgay, e dunque si può pensare che il libro sia uscito nel 2003, mentre nel testo la storia delle scalate si ferma al 1994, e dunque si tratta con ogni probabilità di un testo uscito qualche anno fa e ridistribuito per l’occasione. In ogni caso, il volume è molto bello e documentato, completo da tutti i punti di vista: ci sono straordinarie e spettacolari fotografie recenti e una emozionante raccolta di immagini d’epoca, a partire dalle illustrazioni  risalenti agli anni della scoperta dell’Everest, o Cima XV, che fin da subito venne identificata come aspirante alla corona della vetta più alta del mondo attraverso il sistema di rilevazione basato su teodoliti. Sir George  Everest, che fu un pioniere delle cartografia del subcontinente indiano, ebbe l’onore (non da lui richiesto) di dare il suo nome a quella montagna, di cui si ignorava il nome locale anche per l’impossibilità o l’enorme difficoltà di penetrare in Nepal o nel Tibet. Il volume ripercorre la storia delle prime esplorazioni e dei primi tentativi di scalata, con le ricognizioni di George Mallory e la sua misteriosa scomparsa, nel 1924, arrivando poi al dopoguerra con l’impresa di Hillary fino alle successive spedizioni che hanno aperto nuove vie alla cima dopo la via da Nord, tibetana, tentata all’inizio e la via da Sud, nepalese, la più battuta ai nostri giorni. E qui, il volume denuncia l’eccesso di spedizioni degli ultimi anni, quando l’Everest sembra diventata una meta turistica.



lunedì 24 aprile 2023

EPIGRAMMI ITALIANI

 

 

 
 
Gino Ruozzi
EPIGRAMMI ITALIANI
Einaudi
2001, brossurato
412 pagine, 20.000 lire


“Tieni conto, o lettore, almen di questo: /è tutta roba che si legge presto”. Così Manfredo Vanni (1860-1937) rassicura i lettori dei suoi epigrammi (di cui fu infaticabile forgiatore). L’epigramma, dunque, è qualcosa di breve, a volte di brevissimo. Si tratta di un componimento poetico che si esaurisce in pochi versi pungenti, per lo più ironici o satirici, con cui si cerca di indurre il lettore al riso ma anche alla riflessione. Credo che il miglior modo per far capire di che cosa si tratti sia citarne uno del fiorentino Filippo Pananti (1766-1837): “Un epigramma secco: / ogni marito è becco”. L’epigramma è più o meno questa roba qua. In realtà no, c’è molto di più e ci sarebbe da scrivere fino a domani. Gli epigrammi nacquero per essere incisi sulle lapidi: su una tomba, su un monumento. E’ facile capire come dalla breve descrizione elogiativa di un uomo scolpita come epigrafe si possa passare a usare lo stesso modello per farne un componimento poetico scritto su carta, mutando di registro. Le iscrizioni diventano così ammonimenti o riflessioni sul senso della vita o addirittura commenti satirici in contrapposizione alla troppa seriosità delle epigrafi. Questa doppia linea (quella del serio e del faceto) ha caratterizzato gli epigrammi classici, greci e latini. Fra questi ultimi vengono alla mente soprattutto Catullo e Marziale. Il primo, viene citato quale esempio di epigrammista gentile e riflessivo; il secondo, invece, come autore mordace e velenoso. Il genere torna in auge, nella letteratura in lingua italiana, durante il Rinascimento. Gino Ruozzi traccia la storia di questo particolarissimo genere poetico in una esaustiva introduzione che precede la silloge da lui curata con il titolo “Epigrammi italiani”, La quale, un po’ come l’Antologia Palatina (il codice che ci ha tramandato il maggior numero di epigrammi più antichi) fa con gli epigrammisti greci, raccoglie decine e decine di esempi italiani, composti in vari metri e varie lunghezze. L’origine dell’epigramma dall’epigrafia funeraria messa in satira, risulta evidente con il primo degli autori proposti da Ruozzi, Antonio Di Meglio (1384-1448), che compose versi tutt’altro che elogiativi per alcuni illustri impiccati politici: “Non credo che coniglio o lepre fussi / di me più vile e in parole gagliardo, / poltron, ghiotto, falseron bugiardo, / traditor, son Lodovico de’ Rossi”. Feroce anche Machiavelli nei confronti di Piero Soderini: “La notte che morì Pier Soderini, / l’alma se n’andò de l’Inferno a la bocca, / e Pluto le gridò: Anima sciocca, / che Inferno? Va’ nel Limbo tra’ bambini.” Scopriamo quindi che da Michelangelo Buonarroti a Pietro Aretino, da Annibal Caro ad Alessandro Tassoni, tutti i principali poeti a artisti del Bel Paese (insieme a illustri sconosciuti) si sono cimentati come epigrammisti. Tra i più vicini ai giorni nostri troviamo Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Niccolò Tommaseo, Umberto Saba, Mino Maccari, Curzio Malaparte, Alfonso Gatto, Giorgio Caproni, Ada Merini e tanti altri tutti da scoprire. A chiudere l’antologia è Patrizia Cavalli (1949): “Meglio morire leggeri, / senza proprietà, / ché a essere proprietari / si è morti già a metà”. Al giorni nostri l’epigramma è quasi sempre sostituito dall'aforisma, e concedetemi il vezzo di ricordare che io stesso sono autore di tre libri di aforismi e uno di epigrammi. Tornando all’epigrafe, va segnalato che un celebre poeta statunitense vissuto tra il 1868 e il 1950, Edgar Lee Masters, è l'autore dell' “Antologia di Spoon River”, che racchiude centinaia di epigrammi, i quali raccontano proprio sulle lapidi tombali la vita degli immaginari abitanti di un paesino dell'Illinois.

venerdì 11 novembre 2022

L’ERA DELLA DISINFORMAZIONE

 

 


 

Autori Vari

L’ERA DELLA DISINFORMAZIONE

Le Scienze

brossurato, 2022

144 pagine

 

Un vero libro del terrore, questa raccolta di saggi allegata al n° 650 della rivista “Le Scienze”. All’inizio della travolgente ascesa dei canali di informazione digitale e dei social sembrava di poter essere ottimisti sui vantaggi che il Word Wide Web avrebbe portato, dando la possibilità a tutti di conoscere e aggiornarsi in ogni luogo del mondo, indipendentemente dal proprio grado di cultura e pressoché gratuitamente, promuovendo la democrazia e la consapevolezza. Presto, però, “è arrivata la doccia fredda”, come scrive Marco Cattaneo, direttore appunto de “Le Scienze”, nella sua prefazione. E prosegue notando come in pochi avessero previsto “che con il passare degli anni il sistema dell’informazione sarebbe entrato in una profonda crisi di contenuti. O meglio, che la libera condivisione di informazione on line avrebbe portato a una crisi del sapere condiviso come quella a cui stiamo assistendo, amplificata dalla facilità di circolazione delle notizie attraverso i social network”. Crisi dovuta al proliferare di siti che diffondono fake news, false informazioni, capitalizzando sul traffico o addirittura manipolando le opinioni e interferendo nella politica degli Stati. L’espansione dei social ha favorito la diffusione senza freni di teorie del complotto, affossando l’intelligenza collettiva e minando la sicurezza con l'incitamento all’odio, creando, per dirla con Claire Wardle, “un nuovo disordine mondiale”. Sono undici gli articoli raccolti nel volumetto, tutti pubblicati su “Le Scienze” tra i febbraio 2016 e il gennaio 2021: i saggisti, italiani e stranieri, esaminano da vari punti di vista i meccanismi attraverso i quali si diffondono le false informazioni, il modo in cui i complottisti si aggregano e autoalimentano le loro opinioni, le “camere d’eco”, il fenomeno dei cosiddetti “bot”, le responsabilità degli algoritmi, e via dicendo. Si propone, nel finale, un “attivismo per la verità” in cerca di una via di uscita. Non so dire se le soluzioni proposte possano dare frutti: personalmente sono scettico e guardo con timore al futuro, rimpiangendo l’occasione mancata. Internet avrebbe potuto migliorarci e sembra, invece, aver tirato fuori il peggio di noi. Non sempre, non dovunque, non comunque, ma i pericoli in agguato mi sembrano terribili.

 

 

 


sabato 28 maggio 2022

SOTTOSOPRA 3

 
 
 
 
 

Luca
Enoch Riccardo Crosa SOTTOSOPRA 3 Sergio Bonelli Editore cartonato, 2022 72 pagine, 19 euro Terzo e ultimo volume della miniserie in tre episodi sceneggiata da Luca Enoch e disegnata da Riccardo Crosa. Miniserie stupefacente per testi e disegni negli sconvolgenti (almeno per il sottoscritto) primo due volumi, e con una inaspettata svolta mistica nell'episodio finale - di cui è difficile parlare senza spoilerare, per cui chi non voglia venire a conoscenza di rilevazioni indesiderate forse è meglio che non prosegua la lettura. Il primo e il secondo "Sottosopra" sono stati puntualmente recensiti in questo spazio e perciò, per non stare a ripetermi e a tessere nuove lodi agli autori, vi rimando a quelle recensioni raggiungibili con questi link: http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/01/sottosopra.html
 
http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/04/sottosopra-2.html Il terzo "Sottosopra" mette sottosopra i precedenti, nel senso che si svela il perché del ribaltamento gravitazionale che ha invertito il basso e l'alto del pianeta Terra (ma solo per ciò che è organico - e per l'acqua), causando in pratica la fine del mondo, con pochi sopravvissuti che non hanno speranza di sopravvivere a lungo. Inquietanti, per come si sino viste nei primi due volumi, le reazioni dei superstiti di fronte a una situazione estrema come quella prospettata da "Sottosopra". I due protagonisti, una ragazza e un ragazzo adolescenti, Giorgia e Alessandro, assistono alle reazioni folli di invasati religiosi e dei militari e alla fine si trovano di fronte a uno stuolo di angeli che inutilmente l'esercito cerca di abbattere. "Angeli" definiti così in termini umani, ma in realtà si tratta di creature la cui natura è ignota e la loro logica del tutto aliena. Il sottosopra l'hanno provocato loro, per motivi ignoti, e come hanno creato il ribaltone, rimettono tutto a posto, senza vere spiegazioni. Scrive Enoch: "Gli Angeli di questa storia fanno parte di una razza ancestrale, evolutasi allo stato di pura energia. Non possono né vogliono interferire nelle faccende, anche drammatiche, all'interno dei diversi mondi, e vigilano attentamente sulle interazioni trai vari universi per preservare la struttura pluridimensionale del Tutto".

giovedì 3 febbraio 2022

L'EDUCAZIONE SENTIMENTALE DI EUGENIO LICITRA

 

 


 
Francesco Recami
L'EDUCAZIONE SENTIMENTALE DI EUGENIO LICITRA
Sellerio
2021, brossurato
310 pagine, 16 euro


Francesco Ghidetti, recensendo "L'educazione sentimentale di Eugenio Licitra", su QN, scrive "Sto per proporvi un capolavoro". Non so se lo si possa definire tale, ma di sicuro è un romanzo divertentissimo, trascinante, entusiasmante come pochi altri. 
Francesco Recami (autore del ciclo, tra l’altro, della "Casa di ringhiera", con gialli ambientati ia Milano), è fiorentino (classe 1956) e ricostruisce una perfetta Firenze anni Settanta, dipinta nel bene e nel male. Per la precisione siano a cavallo tra il 1976 e il 1977, anni di contestazione e di politicizzazione, con la polverizzazione estrema in gruppi e gruppuscoli extraparlamentari in eterna rissa fra di loro all'interno della stessa sinistra. Recami ha facile gioco nel tracciarne un quadro esilarante, per quanto non ci siano dubbi (io c'ero) sul fatto che ironizzi su una realtà che davvero sussisteva. Il protagonista, il diciannovenne Eugenio Licitra, è un giovane siciliano (di Ragusa) che giunge a Firenze per studiare Filosofia (scoprendo tutti corsi incentrati sul marxismo): divide l'appartamento con altri tre studenti fuori sede, tutti abilmente caratterizzati. C'è l'innominabile D. (non è dato di sapere il suo vero nome), il più a sinistra di tutti, che odia quelli del PCI ritenuti troppo di destra, e che riempie la casa di compagni che espropriano proletariarmente le stanze degli altri (compagni pure loro, ma di fazioni diverse); c'è il Saggio, lo studente più anziano che vive nell'immondizia accumulata in anni di mancata pulizia; c'è Loris, romagnolo con la passione delle automobili, che cerca di trasformare la sua Seicento del '63 in una Abarth e perciò puzza perennemente di morchia. Eugenio è il più giovane, il più inesperto, il verginello del gruppo: si fa mille domande sulla filosofia che studia (Recami si fa beffe pure di Hegel, Heidegger, Wittgenstein e Cacciari), cerca di capire il soprasenso dei film che vede (con lui rivediamo "Il cacciatore" e "Il deserto dei tartari"), dei libri che legge ("La nausea") e delle canzoni che ascolta, ma soprattutto cerca di capire le donne, più complicate di ogni teoria filosofica. Il terzetto formato dal Saggio, Loris ed Eugenio (il perfido D. ne è escluso) diventa coeso e vive avventure picaresche da cui si viene inevitabilmente coinvolti. Come si segue ipnotizzati l' "educazione sentimentale" del giovane Licitra, sballottato da esperienze fallimentari, fino alla volta buona, ma senza lieto fine. Alla fine la morale è (secondo me) che la politica e la filosofia deludono, che i film e i libri vanno visti e letti senza cercare per forza il soprasenso, che le donne vanno prese per come sono, che le canzoni più belle sono quelle che cantiamo senza pensieri.