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venerdì 14 ottobre 2022

MARIA

 

 



Jacques Duquesne
MARIA
Corbaccio
Prima edizione ottobre 2005
cartonato – 220  pagine -  Euro 15,00


“Ritratto della donna più famosa e meno conosciuta della storia”, recita il sottotitolo in copertina. E in effetti nessuna donna più di Maria di Nazareth è stata raffigurata in quadri, mosaici, affreschi, arazzi e sculture; nessuna più di lei ha ispirato i poeti e dato il nome a chiese; nessun nome più del suo si è diffuso sul pianeta, per non parlare della devozione che la porta a essere invocata, esaltata, lodata, pregata in ogni angolo della Terra. Gli aggettivi, i titoli, le litanie si sprecano. Ma sotto la gran massa di fiori con cui è stata ricoperta, chi era davvero Maria e che cosa sappiamo di lei? Incredibilmente, non sappiamo quasi nulla. Nei quattro vangeli (e già bisognerebbe capire perché i Vangeli sono quattro e chi sono i quattro evangelisti, se davvero sono quattro soltanto – nel saggio un po’ se ne ricostruisce il quadro) le frasi attribuite a Maria sono solo sei. Negli Atti degli Apostoli le viene dedicato soltanto un rigo. Non sappiamo chi fossero i suoi genitori (Anna e Gioacchino, la cui festa pure viene festeggiata dalla Chiesa, non sono citati – fanno parte della tradizione apocrifa). Non sappiamo che fine abbia fatto (né che fine abbia fatto Giuseppe). Pare improbabile che fosse sotto la Croce sul Calvario (lo dice solo Giovanni, ma non è una testimonianza certa, essendo peraltro contraddetta dagli altri). Pare anche che non fosse in buoni rapporti con Gesù (che quando le si rivolge, in un paio di occasioni non è neppure tenero con lei). Pare che abbia avuto altri figli oltre Gesù, anzi, a sentire Duquesne è certo (e pare che neppure i fratelli fossero in buoni rapporti con Gesù). Non c’è alcun fondamento testuale sul fatto che Maria fosse stata concepita senza peccato (eppure c’è il dogma dell’Immacolata Concezione), che fosse vergine al concepimento di Gesù (eppure l’aggettivo di “Vergine” è antonomastico), che sia rimasta vergine all’atto del parto e nel resto della vita, che sia stata assunta in cielo. Peraltro, alcune cose cozzano fra loro: se la grandezza di Maria consiste nell’accettazione del suo ruolo, il fatto che sia nata senza peccato originale fa di lei una predestinata senza possibilità di scelta. La verginità poi sembra frutto dell’ignoranza degli antichi sul meccanismo della fecondazione: per secoli, fino ai tempi moderni, gli uomini hanno creduto che le donne non avessero ruolo alcuno nel concepimento, limitandosi a fare da incubatrice. Il maschio deponeva il suo seme nel ventre della donna, e il seme germogliava (frutto dunque del solo corredo genetico maschile). Ma non è così: la donna ci mette metà del patrimonio cromosomico; e se è plausibile la partenogenesi, cioè il fatto che una donna possa restare incinta senza intervento maschile, duplicando i suoi cromosomi, il figlio sarà necessariamente una figlia, cioè femmina. In realtà che la Madonna fosse Vergine, non detto nel Vangelo, è stato stabilito a tavolino almeno trecento anni dopo. Così come frutto dei sofismi dei teologi  sono l’Immacolata Concezione e l’Assunzione al Cielo. Peraltro, perfino il concetto di “peccato originale” si deve a Sant’Agostino, cioè nasce alcuni secoli dopo Cristo. Ogni “aggiunta” ai meriti di Maria di Nazareth corrisponde ad altrettanti “bisogni” delle epoche storiche. Alla fine, Carl Gustav Jung nota che con il dogma dell’Assunzione in cielo siamo tornati al culto dell’Antica Dea Madre. Certe figure archetipiche dell’inconscio collettivo non possono scomparire. Il saggio di Duquesne, agile e di coinvolgente lettura, non è né polemico né blasfemo. Non tocca i capisaldi della fede né mette in dubbio che una Maria di Nazareth sia esistita né che sia stata la madre di Gesù, il quale (non lo si nega) può benissimo essere morto sulla croce e resuscitato dopo tre giorni. Il problema è tutto il catafalco di sovrastrutture senza fondamento che nei secoli la devozione (se non il fanatismo) hanno costruito sulla figura della Madonna.

venerdì 1 aprile 2022

PARLAMI DI LEI

 

 


 

Autrici Varie
PARLAMI DI LEI
W4W e altre associazioni
2022, brossurato
76 pagine, in omaggio


Segnalo un aureo libretto che non troverete in libreria né negli shop on line. Si può ottenerlo solo in regalo rivolgendosi alle Associazioni che lo hanno realizzato o ai Comuni di Colorno, di Sorbolo Mezzani e Torrile, in provincia di Parma. L'operazione è degna di nota a tal punto che mi piacerebbe se venisse presa ad esempio in altre parti d'Italia: se conoscete amministrazioni, enti, organizzazioni in grado di replicarla, suggerite loro l'idea. Di che cosa si tratta? Una decina di associazioni di tre Comuni della "bassa", lungo il Po parmense, si sono coordinate per individuare dodici figure di donne del recente passato (dall'Inizio del Novecento fino alla soglia del nuovo millennio) che hanno in qualche modo lasciato il segno nelle rispettive comunità di appartenenza: quattro di Colorno, due di Mezzani, quattro di Sorbolo, due di Torrile. Una levatrice, una maestra, una ristoratrice, una imprenditrice, una ricamatrice, una partigiana, una deportata ad Auschwitz, una insegnante di ballo liscio, una "zia" di tutti in parrocchia, e così via. Donne coraggiose, forti, che in tanti ricordano come esempio di gentilezza, di umiltà, di saggezza, di dedizione. Nove donne di oggi si sono incaricate di cercare i famigliari e chiunque potesse raccontare qualcosa su di loro, raccogliendo foto e testimonianze. Ne sono venuti fuori dodici ritratti vivissimi, commoventi, entusiasmanti. Leggendoli si capisce l'importanza che certe persone rivestono nelle loro comunità, e soprattutto del ruolo fondamentale che hanno ricoperto le donne, anche negli anni passati in cui sembrava che dovessero mostrarsi dimesse e magari a capo chino: parlare di loro serve a schiarire le idee anche a chi oggi le vorrebbe così.
Un plauso dunque alle nove autrici e a chi le ha coordinate, e anche alla Regione e al Ministero che hanno finanziato l'iniziativa permettendo la stampa e la distribuzione gratuita del libro.

sabato 30 giugno 2018

ACCABADORA









Michela Murgia
ACCABADORA
Einaudi
2009, cartonato
164 pagine, 18 euro

In spagnolo, "acabar" vuol dire "finire". E in sardo "accabadora" è colei che finisce. Misericordiosamente, però: la donna che scivola nottetempo nella camera del moribondo e con un cuscino premuto sulla bocca allevia le sue sofferenze, chiamata dai parenti stessi, non è un'assassina. Tra le pagine più belle del libro c'è la spiegazione che delle sue azioni dà Bonaria Urrai, appunto l'accabadora, alla figlia adottiva Maria Listru: "Io sono stata l'ultima madre che alcuni hanno visto". Non si nasce da soli, e a volte c'è bisogno di qualcuno che aiuti a morire. Per quanto mi riguarda, il discorso di Bonaria Urrai andrebbe imparato a memoria, compresa la frase "Non dire mai: io di quest'acqua non ne bevo". Maria se ne rende conto quando si troverà lei nelle condizioni di dover fare la stessa cosa. La "filla de anima", Maria, è stata adottata dalla sarta Bonaria perché alla vera madre (vedove entrambe) pesavano le quattro figlie e la Urrai non aveva mai partorito figli suoi, dunque, come si usava in Sardegna (il romanzo è ambientato a Soreni, paesino immaginario dell'isola, negli anni Cinquanta) l'ultima nata viene ceduta. Maria cresce senza nulla sospettare della "dolce morte" che Bonaria concede a chi ne ha bisogno, ma quando lo scopre (la vittima è un giovane a cui è stata amputata una gamba e che non vuol più vivere) fugge sul continente decisa a troncare ogni rapporto con la madre adottiva. Quando però Bonaria si ammala gravemente, torna in Sardegna e riconosce nella donna le qualità di una vera madre. Oltre alla grande tensione che, con una prosa pulita e dialoghi taglienti, Michela Murgia sa costruire all'interno della sua storia attorno ai due straordinari personaggi di Maria e, soprattutto, Bonaria, molto efficace risulta la ricostruzione di Soreni e della arcaica società rurale sarda, legata all'ancestrale e al tacito appartenere a una comunità dove il non detto e il non scritto regolano i rapporti fra e nelle famiglie. Il romanzo ha vinto il Premio Campiello nel 2010.

martedì 19 aprile 2016

IL LIBRO DEI SOGNI



IL LIBRO DEI SOGNI
di Un Cabalista Pratico
Salani
1931

Si tratta, di nuovo, di un volume della "Biblioteca del Ricordo", di cui abbiamo già parlato più volte, la collana della RBA Italia che manda in edicola settimanalmente in edizione anastatica libri popolari passati tra le mani dei nostri nonni negli anni fra le due Guerre. Questa volta si tratta di un dizionario di sessantamila voci riguardanti "tutto quello che può esistere sul globo terracqueo", elencate in ordine alfabetico in ragione di suggerire i numeri da giocare al lotto. Il senso del volume è quello di aggiornare i precedenti, e più limitati, dizionari del genere, per far sì che qualunque cosa venga sognata da qualcuno, trovi precisa indicazione di un numero. Il "Cabalista pratico" che ha compilato il tomo è sicuro che il suo libro raccolga "tutto quanto può presentarsi alla mente umana", come scrive nella sua prefazione. Prima del "Libro dei Sogni", insomma, se uno sognava Moreno Burattini non sapeva come giocarselo al lotto; dopo, invece, è semplice constatare come "burattini" corrisponda al numero 65. Per fare una prova, siccome è facile immaginare che i sogni erotici siano i più frequenti, ho cercato di vedere a che cosa corrisponda "sedere". La parola esiste però solo come verbo, in varie accezioni (sedere sulla tavola, sul letto, sul trono, sulla sedia e su sofà), ma non come sostantivo. E manca anche "culo". Però c'è "deretano", che corrisponde al 23. Bisogna dunque che il sognatore sia un fine dicitore, perché se uno sogna un "culo" gli deve venire in mente come invece quello sia, appunto, un deretano. Ovviamente, essendo un volume del 1931 non ci saranno parole come "televisione" o "computer", che sicuramente saranno state inserite in dizionari di questo tipo più recenti. Questo però fa venire in mente un dubbio: con quale criterio vengono attribuiti i numeri? Chi decide che, per esempio, il sottomarino (parola assente nel 1931) corrisponda al 73 piuttosto che al 25? Su che basi lo si stabilisce? Sono stare fatte delle prove con metodo scientifico? Una potrebbe essere questa: esce il 73, e il Cabalista Pratico va a chiedere a un campione di cento persone che cosa abbiano sognato la notte precedente. Se la maggioranza ha sognato un sottomarino, il gioco è fatto. Ma poiché il pluviometro, parola citata, corrisponde al 59, possibile che la notte precedente all'uscita di quel numero, tutti abbiano sognato il pluviometro? Ecco, sono queste le informazioni che mi sarebbe piaciuto trovare nell'introduzione e che non vengono date.