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mercoledì 27 maggio 2026

LA DONNA FOCA

             


 
Fred Vignaux
Yann
THORGAL
LA DONNA FOCA
Alessandro Editore
2026, cartonato
50 pagine, 18,90 euro
 

Asterix, Thorgal, Yoko Tsuno, Tintin, Blake et Mortimer, Spirou, Blueberry, Gaston Lagaffe, Lucky Luke, i Puffi, Valérian. Queste, in ordine di gradimento, le dieci serie francesi più apprezzate dal sottoscritto. Mi sorprendo anch’io della seconda e della terza posizione, soprattutto perché precedono la quarta e la quinta, ma tant’è. Quella di Thorgal è una saga a fumetti iniziata Oltralpe nel 1977 sulla rivista "Tintin" ma che io ho imparato ad amare sulle pagine di "Comic Art" e che ho cercato di seguire in ogni possibile edizione italiana. Qualche anno fa ho avuto anche la fortuna di conoscere di persona lo sceneggiatore Jean Van Hamme, in una manifestazione fumettistica in Croazia in cui eravamo entrambi ospiti. Van Hamme, belga classe 1939, è un autore stellare con mille altre opere all’attivo – tra cui ricordo con piacere la serie “I maestri dell’orzo”, basata sulla saga di una famiglia di birrai. Insieme al disegnatore Grzegorz Rosiński, polacco classe 1941, dato vita all’universo fantastico di Thorgal, vichingo dai capelli neri perché piovuto letteralmente dal cielo tra i guerrieri norreni. “La donna foca” è il trentottesimo volume della saga, il secondo firmato da Yann ai testi e Fred Vignaux ai disegni (l’ultimo episodio firmato da Van Hamme e Rosiński è il ventinovesimo, del 2006). È uscito in Francia il 6 novembre 2020 per Le Lombard con il titolo La Selkie, mentre in Italia arriva nel 2026 per Alessandro Editore. Ho talvolta paragonato la saga di Thorgal a quella di Zagor: entrambe sanno mescolano avventura e azione, dramma e sfondo storico, con elementi fantastici, mitologici e a volte fantascientifici. Così come lo Spirito con la Scure combatte banditi, creature sovrannaturali, stregoni e minacce di ogni tipo tra le foreste del Nuovo Mondo, anche in Thorgal l’eroe si trova costantemente a confrontarsi con pericoli creati da avversari umani o sovrumani. In entrambe le serie l’avventura è il motore principale, ma è arricchita da uno strato di profondità emotiva e morale: Zagor è un difensore della giustizia tormentato dal suo passato, Thorgal è un uomo che cerca solo una vita serena con la sua famiglia ma viene continuamente trascinato dal Fato in imprese epiche. Thorgal Aegirsson, detto “il figlio delle stelle”, è un eroe atipico che mi ha sempre affascinato: un guerriero coraggioso ma tormentato, non un superuomo invincibile, ma un uomo comune con un destino straordinario. Orfano adottato da un clan vichingo, scoprirà di avere origini spaziali, discendendo da una razza di viaggiatori delle stelle (il figlio, e non lui, eredita poteri legati a questa ascendenza). Sua moglie Aaricia, figlia di Gandalf il Folle e principessa vichinga, è una donna forte, leale e profondamente umana, legata a Thorgal fin dalla nascita da un oggetto magico. Insieme hanno due figli: Jolan e Louve (Lupa). Pur essendo di ambientazione vichinga con molti riferimenti alla mitologia nordica, gli scenari variano continuamente in modo affascinante. La saga creata da Jean Van Hamme e Grzegorz Rosiński evolve nel tempo, passando da storie più autoconclusive a una vera e propria epopea familiare, dove i legami con Aaricia, Jolan e Louve diventano centrali. Ci sono anche personaggi memorabili come Kriss di Valnor, spietata e affascinante guerriera che si è meritata uno spin-off tutto suo. I testi di Van Hamme sono solidi, ritmati, con dialoghi efficaci e personaggi che crescono volume dopo volume. Sui disegni, Rosiński è un maestro nel rendere scenari suggestivi, battaglie e creature fantastiche. Con “La donna foca” Yann e Vignaux proseguono la nuova fase della serie. Louve viene rapita e portata sull’isola di Kalsoy; Thorgal e Jolan si lanciano al suo salvataggio finendo invischiati nelle trame di una comunità isolana brutale e nell’antica leggenda della Kopakonan, la donna foca (selkie) del folklore norreno. Niente di paragonabile alle storie di Van Hamme e Rosiński, ma l’avventura è solida, con buon ritmo e qualche approfondimento interessante, senza stravolgere la formula ma rispettando le radici mitologiche della saga.

 

Recensioni precedenti su Utili sputi di riflessione:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/05/thorgal.html

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/05/thorgal-volume-2.html

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2021/07/thorgal-volume-3.html

 

domenica 23 novembre 2025

LA GUERRA DI COCHISE



Mauro Boselli
Roberto De Angelis
LA GUERRA DI COCHISE
Sergio Bonelli Editore
2025, cartonato
386 pagine, 29 euro

«Cochise, il saggio capo dei Chiricahuas Apaches, è uno dei migliori amici di Tex, e abbiamo raccontato nel Texone “Il magnifico fuorilegge” come lui e il nostro eroe diventarono fratelli di sangue. Cochise, naturalmente, è veramente esistito, e nella realtà storica lasciò questo mondo terreno nel 1874, ma, con la libertà di narratore e artista, il creatore di Tex, Gianluigi Bonelli, gli allungò la vita per ragioni d’avventura». Così spiega lo sceneggiatore Mauro Boselli nella sua introduzione al volume, l’undicesimo dei cartonati dedicati a Tex Willer. A Tex Willer, appunto, e non a Tex, perché la serie raccoglie in tomi e ripropone in libreria le storie originariamente pubblicate in albi da edicola nella testata omonima, dedicata alle vicende di un giovane Willer, ancora ventenne, inedite ma collegate in gran parte a quanto raccontato da Bonelli e Galleppini ai tempi delle edizioni Audace e inserite in un preciso e documentato contesto storico. La collana libraria con copertina rigida inizia con il volume “Vivo o morto!” (2019), di cui abbiamo parlato su questo blog: potete leggere la recensione cliccando qui.

Riporto comunque qui di seguito, per comodità,  quanto già scritto.
Nel novembre del 2018 fece la sua prima apparizione nelle edicole italiane una nuova collana riservata a Tex, dedicata alle avventure giovanili del personaggio creato da Giovanni Luigi Bonelli nel 1948 (si festeggiavano per l’appunto i settanta anni di vita editoriale di Aquila della Notte), curata (e in gran parte sceneggiata) da Mauro Boselli. Lo spin-off venne intitolato, per differenziarlo dalla testata madre, “Tex Willer”. La foliazione era più agile, sole 64 tavole a fumetti contro le 110 della serie regolare. Ma, soprattutto, oltre alla più giovane età del protagonista era diverso il ritmo, il mood narrativo. Il giovane Tex è scavezzacollo, vive avventure rocambolesche, serrate come erano, anche in ragione del minor spazio concesso dal formato a strisce delle origini, gli episodi degli anni Quaranta e Cinquanta. L’operazione si rivela fortunata, riscontrando l’apprezzamento del pubblico. Nel 2021, la Sergio Bonelli Editore comincia a raccogliere e riproporre in una collana cronologica di volumi cartonati destinati alla distribuzione in libreria le tavole degli albi da edicola, in prima edizione a colori, in bianco e nero nelle successive (il volume del 2023 fotografato nelle mie mani che vedete in apertura è una terza edizione del giugno 2023). Scrive Mauro Boselli nella sua introduzione intitolata “Quando il West era giovane”: “Il Tex che conosciamo ha 45 anni, ed è vedovo, con un figlio grande. I suoi lettori affezionati, però, conservano indelebile, nella memoria e nell’anima, il ricordo del giovane scatenato che era: le due immagini, il fuorilegge coraggioso ingiustamente perseguitato e l’odierno ranger e capo Navajo, si sovrappongono, concorrendo entrambe al fascino del personaggio”. Le avventure del Tex ventenne riempiono gli spazi vuoti lasciati da Giovanni Luigi Bonelli nella sintesi delle sue prime sceneggiature: per esempio, in “Vivo o morto!” scopriamo gli antefatti della vignetta d’esordio del personaggio, quella in cui il giovane ricercato si chiede se i cavalieri che vede giungere sulla sua pista siano gli uomini di un certo sceriffo, e ci vengono fornite esaustive spiegazioni circa i precedenti dell’indianina Tesah (fortunatamente con le cosce scoperte prima della censura imposta nelle ristampe degli anni Cinquanta dal famigerato marchio “Garanzia Morale”). In avventure successive vediamo in azione anche Kit Carson, Mefisto, Montales, Cochise, anch’essi con venticinque anni di meno. Questo primo volume raccoglie quattro albi di “Tex Willer”, illustrati da uno strepitoso Roberto De Angelis, che già si era cimentato con successo con Aquila della Notte nel 2004 con il diciottesimo “Texone” (“Ombre nella notte”, testi di Claudio Nizzi). Tuttavia, in quel caso, era ancora un illustre ospite in prestito dalla serie di Nathan Never. Con “Vivo o morto!” il passaggio al western è (o sembra) definitivo: De Angelis sembra tuttavia non aver fatto altro. 

A quanto detto restano da aggiungere alcune annotazioni relative specificamente a “La guerra di Cochise”. Innanzitutto, si tratta della raccolta in volume degli albi della collana “Tex Willer” (Sergio Bonelli Editore) dal n° 50 al n° 55, usciti in edicola tra il dicembre 2022 e il marzo 2023. Poi, registriamo una fugace apparizione della futura giovane moglie di Tex, Lilyth. Si tratta di una scena di cinque tavole ambientata nella missione di Nostra Signora della Carità: un navajo di nome Hastin è stato inviato dal capo Freccia Rossa a recuperare presso il convento la propria figlia affidata alle cure e alla scuola delle suore. Soffiano venti di guerra e il sakem preferisce proteggere personalmente Lilyth nel suo villaggio sui monti. “Sono stata bene, qui. Ho imparato tanto”, dice la ragazza salutando suor Patricia, la madre superiora del piccolo monastero. Si tratta di una scena che, evidentemente, prepara l’incontro fra Lilyth e Aquila della Notte, destinato ad avvenire nel proseguo della saga, e giustifica la scolarizzazione della squaw in accordo con quanto detto su di lei da Gianluigi Bonelli.
 
I venti di guerra a cui accennavamo sono quelli tra i Chiricahuas e l’esercito americano, dopo che i guerrieri di Cochise erano stati ingiustamente accusati di aver fatto prigioniero il giovanissimo Felix Ward. Si tratta di un episodio realmente accaduto. Racconta ancora Boselli: «Il 27 gennaio 1861, una banda di predoni apache attaccò il ranch di John Ward in Arizona e rapì un ragazzo. Felix era figlio di Maria Jesus Martinez e di un perdigiorno, Santiago Telles, che li aveva abbandonati senza un soldo. John Ward aveva assunto Maria nel ranch e adottato il piccolo Felix, dandogli il proprio cognome. Felix aveva undici o dodici anni quando venne rapito e con certezza non si è mai stabilito a quale tribù appartenessero i suoi rapitori, se ai Pinal, ai Tonto o ai Coyotero Apaches. Di sicuro venivano dal ramo occidentale della Nazione Diné (così Apache e Navajos chiamavano se stessi), al quale non appartenevano i Chiricahuas». Storica è la figura dell’ufficiale dell’esercito George Bascom, incaricato di liberare il ragazzo, che si intestardì nel ritenere Cochise responsabile del rapimento, che Boselli caratterizza in maniera impeccabile come un ottuso ostinato, a cui va addebitato lo scontro sanguinoso fra i Chiricahuas e le Giacche Blu. Il racconto boselliano corre su due binari paralleli destinati, nel finale, a ricongiungersi: mentre da un lato vediamo il capo apache tenere testa a Bascom, dall’altro seguiamo giovane Tex dare la caccia a Santiago Querquer, responsabile della strage di Galeana nella quale aveva perso la vita il padre di Cochise, alter ego di James Kirker, che nella realtà storica morì nel 1852 e quindi Boselli usa lo stratagemma di una falsa tomba e di una finta morte. La sua dipartita, diciamo così, “fumettistica” avviene in modo molto più drammatico di quella reale e per mano di Cochise, a cui Tex Willer lo consegna. In conclusione: il racconto messo in scena da Mauro Boselli e Roberto De Angelis è western ed è fumetto allo stato puro, decisamente il meglio che si possa desiderare, dal punto di vista della sceneggiatura e da quello grafico, a partire dalla copertina di Massimo Carnevale. Leggere per credere.



domenica 9 novembre 2025

DIABOLIK… SEMPRE PIU’ SOTTOSOPRA


 
 

 
Silvia Ziche
DIABOLIK… SEMPRE PIU’ SOTTOSOPRA
Feltrinelli
2025, brossurato
140 pagine, 20 euro

Spiegherò, più avanti, perché non ritengo “Diabolik… sempre più sottosopra” una parodia del Re del Terrore (una, cioè, delle tante) ma qualcosa di diverso e di più interessante. Tuttavia, prima di arrivare a questa conclusione (appena anticipata), bisognerà intenderci su che cosa sia una parodia e tracciare un breve excursus sulle principali “prese in giro” del criminale in calzamaglia, cominciando da una citazione di un autore di parodie illustri, quali “Nonita” (che mette alla berlina “Lolita”), vale a dire Umberto Eco, il quale si disse preoccupato quando si trattò di ristampare appunto il suo divertissement su Nabokov, contenuto in “Diario Minimo”, negli Oscar Mondadori. "Entrando il libro in una collana popolare di vasta diffusione - scriveva - potrebbe cadere nelle mani di chi non è capace di riconoscere a prima vista i modelli a cui le parodie si ispirano". Nel caso delle parodie di Diabolik, il problema non sussiste. Tale è la popolarità del personaggio delle sorelle Giussani, che basta far vedere un tale mascherato con addosso una tuta aderente nera, per far capire immediatamente quale sia il punto di riferimento. E poiché l'umorismo scatena tanta più ilarità quanto più è immediato, ecco spiegato il motivo per cui le parodie di Diabolik sono state tanto numerose nel corso degli anni. Sia ben chiaro: il fatto che in molti abbiano scherzato sul Re del Terrore non significa affatto che il character sia risibile. Significa solo che è estremamente popolare. Eco spiegava infatti: "Non sempre una parodia si esercita su un modello che considera negativo; sovente parodiare un testo significa anche rendergli omaggio". Questo è dunque lo spirito nel quale vanno intese le buffe controfigure di Diabolik inventate a ripetizione dagli Anni Sessanta a oggi, opera peraltro anche di autori di grandissimo livello.
Alla base di tutto c'era, ovviamente, il boom del fumetto nero iniziato con il Diabolik delle sorelle Giussani, proseguito dal Kriminal e dalla Satanik di Magnus & Bunker e ingigantito dalla proliferazione di testate come Sadik, Zakimort, Demoniak e chi più ne ha più ne metta: una vera e propria inflazione di "kappa" infilati da tutte le parti. Come tutti i fenomeni di costume, anche questo si prestò a far da bersaglio a una nutrita serie di parodie: così, proprio mentre sugli schermi cinematografici giungeva la trasposizione in celluloide di Diabolik per la regia di Mario Bava, al serio si contrapponeva il faceto e veniva immediatamente proposta un'altra pellicola, "Arriva Dorellik" in cui Johnny Dorelli scimmiottava in calzamaglia nera il criminale (e il film non faceva che seguire il successo di una serie di sketch televisivi scritti per Dorelli da Amurri e Jurgens in uno show del sabato sera). 
Anche nei fumetti i cattivi con la "kappa" cominciarono ben presto a essere oggetto di rifacimenti ilari e dissacranti: nelle avventure di Soldino il Reame di Bancarotta iniziò a essere teatro delle criminali imprese di Malvagik e Crudelia (chiaramente ispirati a Diabolik ed Eva Kant). In questo contesto si va dunque a inserire il diabolico Cattivik, che Bonvi non intendeva però solo come una parodia degli eroi neri allora in voga. "Volevo fare un personaggio per bambini che fosse 'cattivo' in maniera dichiarata - ha spiegato l'autore in una intervista - all'epoca il personaggio più 'cattivo' era il Lupo Pugaciov, il che è tutto dire". Nel 1968, “Tilt”, pubblicò l'avventura "Dentiera di sangue", con protagonista un certo Diabetik. Autori dei testi erano Alfredo Castelli (sempre lui) e Mario Gomboli, i disegni portavano la firma di Carlo Peroni. Nel 1969, perfino i Disney italiani presero spunto dal Re del Terrore per creare il personaggio di Paperinik, alter ego di Paperino. La prima storia, "Il diabolico vendicatore", scritta da Guido Martina e disegnata da Giovan Battista Carpi, comparve divisa in due puntate sui numeri 706 e 707 di Topolino. I riferimenti a Diabolik sono molteplici, e non solo limitati alla "kappa" finale nel nome: basti pensare che, rincorso dalla polizia, Paperinik usa alcuni trucchi  nascosti nella sua auto per seminare gli inseguitori. Sembra che alla base del personaggio ci sia stata un'idea di Elisa Penna, redattrice della testata. Martina costruì una storia divertente e intrigante in cui in una villa diroccata, Paperino scova il diario di Fantomius, ladro gentiluomo, e pensa di  imitarne le gesta. Del resto, il nome di "Fantomius" fa immediatamente pensare a Fantomas, ergo allo stesso Diabolik . In un paio di occasioni, negli anni Novanta Cattivik si è scontrato con un personaggio chiamato Diavolik, vale a dire con una puntuale parodia (disegnata con efficacia da Giorgio Sommacal) del suo stesso ispiratore. Autore dei testi delle due storie in questione, il sottoscritto. Ricordo che presentando a Silver la proposta del primo soggetto, mi sentii raccomandare: "Diabolik è l'ispiratore di Cattivik, e dobbiamo rendergli omaggio come si deve: bisogna che venga fuori una signora storia!". Sul risultato, come parte in causa, non mi pronuncio. Ma sul fatto che si trattasse di un omaggio frutto di un grande amore verso il Re del Terrore, non ci sono dubbi.  
Facciamola breve e arriviamo al 2013 quando, rifacendosi alla grafica e alle dimensioni del tradizionale tascabile di Diabolik, nel 2013 Leo Ortolani e la Panini proposero il Re dell’Errore, “Ratolik”, un esilarante “falso” del Re del Terrore intitolato “Trappola d’amore” in cui si gioca sull’equivoco rapporto fra Ratolik e la sua compagna Ada, abbreviazione di Adamo.  E nel 2019 la stessa Astorina distribuì in edicola “L’uomo che non sapeva ridere”, avventura dai toni ilari scritta da Tito Faraci e illustrata da Silvia Ziche, poi riproposta in libreria nel 2021 da Feltrinelli con il titolo “Diabolik sottosopra”. L’esperimento ebbe un successo tale da venire ripetuto: nel 2024 ecco arrivare nei chioschi  “Un posto tranquillo”, opera della stessa coppia di autori (peraltro rodata) che un anno dopo giunge in distribuzione libraria come “Diabolik… sempre più sottosopra”, vale a dire il volume a colori che vedete nella foto in apertura. Lo spunto è molto divertente: Diabolik e Ginko, decisi entrambi a prendersi una vacanza per liberarsi dalla reciproca ossessione, si ritrovano, all’insaputa l’uno dell’altro, nello stesso paesino di campagna isolato dal resto del mondo, dove peraltro vengono coinvolti in un caso decisamente misterioso. Vengo al dunque, riallacciandomi a quanto anticipato in apertura, e spiego perché non si tratta, sia nel caso del primo che del secondo racconto “sottosopra”, di vere e proprie parodie. 
Il punto è che Diabolik, Eva Kant e Ginko non sono controfigure di loro stessi. Il personaggio in calzamaglia non si chiama Diabetik, Dorellik, Malvagik, Cattivik, Paperinik, Diavolik o Ratolik, ma conserva il suo nome reale. I protagonisti delle due storie vengono presentati come i reali (nella realtà della finzione) Diabolik, Eva Kant e Ginko. Solo che vengono fatte vivere loro avventure divertenti, con mood da commedia, che però non contraddicono le caratteristiche di base dei character. Neppure i toni sopra le righe o sottosopra delle trame si scontrano del tutto con il livello di sospensione di incredibilità richiesto al lettore: credere che il Re del Terrore sia capace di mettere a segno i suoi crimini nei modi proposti dalle sorelle Giussani non è poi troppo più facile che credere alla vacanza di Diabolik e di Ginko nello stesso “posto tranquillo”. In più, la bravissima Silvia Ziche, dimostrando (o confermando) la sua versatilità, utilizza uno stile tutto sommato realistico, o perlomeno non da cartoon. Non fa la caricatura dei protagonisti ma cerca, a mio parere riuscendoci, di raffigurarli quanto più possibile in modo accostabile ai disegni della tradizione, pur staccandosene quanto basta a divertire i lettori. Oltre a “Un posto tranquillo” (120 tavole colorate da Manuela Nerolini, il cui cognome è divertente per una colorista quanto il mio per uno sceneggiatore umoristico) il volume Feltrinelli propone anche due altre storie brevi: “Sense off humor” (8 tavole scritte da Mario Gomboli) e “Non agitare prima dell’uso” (8 tavole scritte da Tito Faraci).



venerdì 10 ottobre 2025

L’ANTICA MALEDIZIONE

 

 

Raffaele Della Monica
Gallieno Ferri
Jacopo Rauch
Gianni Sedioli
Marco Verni

L’ANTICA MALEDIZIONE
Zagor contro il Vampiro vol. 4
Sergio Bonelli Editore
2025, brossurato
432 pagine, 17 euro

“Zagor contro il Vampiro”, oltre a essere il titolo di un albo dello Spirito con la Scure divenuto oltre che a essere un classico è senza dubbio un cult (è il n° 86, dell’agosto 1972, e lo si deve ai testi di Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli, e ai disegni di Gallieno Ferri), è anche la denominazione di una collana antologica composta da cinque volumi che raccolgono tutte le avventure in cui l’eroe di Darkwood, nel corso della sua lunga saga, si scontra con il barone Bela Rakosi, non-morto dai canini aguzzi adatti a succhiare sangue. Non soltanto quelle, in verità, perché per esempio nel terzo volume, “Le nere ali della notte”, il Vampiro non compare, ma si seguono le vicende degli altri comprimari che intrecciano in maniera inestricabile il loro destino con il suo, come il dottor Metrevelic, Alan Parkman e Ylenia Varga. 
In questo quarto tomo, contenente due storie (una del 2016 e una del 2017) il tetro Rakosi torna nella prima ma, di nuovo, manca nella seconda. La sua assenza dalla scena è funzionale alla necessità di seguire le vicende del numeroso microcosmo di figure che si muovono attorno a lui e che danno vita (o danno non-morte) a una vera e propria saga ricca di comprimari e di caratteristi. 
Del resto, anche il romanzo di Bram Stoker del 1897, “Dracula”, considerato il capostipite di tutta l’incredibile proliferazione di racconti, film e fumetti, propone un variegato gruppo di personaggi a cui nel tempo se ne sono aggiunti altri nei sequel multimediali che continuano a venire proposti, come Abraham Van Helsing, un medico olandese, letterato e filosofo, che cerca di convincere dell’esistenza dei vampiri il suo allievo dottor Seward, chiamato a curare il male inspiegabile da cui sembra essere stata colpita Lucy Westenra, in realtà vittima dei canini del non-morto transilvanico trasferitosi a Londra. Il personaggio di Van Helsing compare in quasi quaranta opere cinematografiche ispirate al romanzo di Stoker. Ma anche Renfield, un paziente dello psichiatra dottor Seward, che soffre di ontomofagia, cioè ha la mania di nutrirsi di insetti, è stato reso protagonista di storie a lui dedicate. Il conte Dracula lo rende suo schiavo e, nel romanzo di Stoker, alla fine lo uccide. Il folle ha continuato a vivere sugli schermi cinematografici quale protagonista o coprotagonista di numerosi film. Insomma, da storia nasce storia. 
Nelle avventure di Zagor, e a Darkwood, terra della trasversalità tra i generi, là dove il western si contamina di continuo con l’avventura, l’umorismo, la fantascienza e l’horror, e dove hanno piena cittadinanza trapper e pellerossa come scienziati pazzi e licantropi, non poteva mancare anche un vampiro transilvanico venuto a cercare sangue fresco nel Nuovo Mondo. Guido Nolitta, portando avanti  la sua opera di mescolamento delle carte davanti agli occhi dei divertiti lettori, cita i film in cui il Dracula di Bram Stoker è interpretato da Bela Lugosi creando una palese assonanza fra il nome dell’attore e quello del suo tenebroso non-morto, a cui però il disegnatore Gallieno Ferri dà l’aspetto di un altro celebre vampiro cinematografico, Christopher Lee, senza dimenticare di citare, in una copertina, l’ombra del Nosferatu di Murnau. Proprio di Gallieno Ferri, la storia “L’antica maledizione” (la seconda contenuta nel volume) rappresenta l’ultima fatica, rimasta incompiuta. Uscita postuma in prima edizione nel 2017 (come Color Zagor n° 5), l’avventura scritta da Jacopo Rauch risulta disegnasta dal maestro ligure fino alla sessantatreesima tavola delle 126 di cui è composto il racconto: l’esatta metà.  Le pagine mancanti sono state terminate da Gianni Sedioli e Marco Verni, i due più fedeli continuatori della sua opera. Quando, il 2 aprile del 2016, la primavera che ce l’aveva regalato 87 anni prima se l’è portato via, Gallieno Ferri aveva da poco finito di disegnare la sua tavola di Zagor numero 20.810: la prima risaliva al 1961. Al momento della sua scomparsa deteneva tre record ancora imbattuti: era il disegnatore italiano con più anni di ininterrotta presenza in edicola con le cover dello stesso eroe (55); l’autore del maggior numero di tavole di un unico personaggio della scuderia Bonelli (Zagor in entrambi in casi); il copertinista più prolifico nel formato gigante che caratterizza la Casa editrice di Via Buonarroti  (838). A questi dati vanno aggiunte le tante copertine degli albi a striscia (233) e le tavole illustrate per Mister No (119) e Giubba Rossa (48). Questi dati, che si riferiscono soltanto alla sua produzione bonelliana (ne esiste una precedente, soprattutto destinata al mercato francese, che è difficile persino quantificare, tanto è estesa), danno un’idea della quantità del suo lavoro ma non bastano a rendere ragione della qualità che lo contraddistingueva. E’ commovente pensare a quanti sogni, emozioni, brividi, risate ci abbia regalato Gallieno in tanti anni: c’è una sua copertina per ogni momento della vita di chi è cresciuto con Zagor. Si tratta di un tesoro che nessuno potrà portarci via, al pari del ricordo delle storie di Sergio Bonelli, alias Guido Nolitta. Proprio a un character nolittiano e ferriano è dedicata “L’antica maledizione”: si tratta del dottor Metrevelic, un medico che, presentandosi ai lettori nel 1972, diceva di essere originario della Yugoslavia e aggiungeva anche di aver dedicato anni di studio, quando ancora viveva in Europa, allo studio delle leggende riguardanti i vampiri, ed era perciò un’autorità in materia. In effetti, si rivela risolutivo nella lotta contro il barone Rakosi. Lo  abbiamo ritrovato più volte pronto ad affrontare minacce vampiriche ma anche al fianco di Zagor in altri casi legati al mistero e al paranormale. Adesso, Jacopo Rauch ci svela qualcosa sul passato di Metrevelic, chiarendo anche chi fosse la madre di sua figlia Aline, di cui non sapevamo niente.  
Sempre del senese Rauch sono i testi della prima avventura contenuta nel volume: “Vampiri!”, illustrata da un ispirato Raffaele Della Monica. Qui lo sceneggiatore senese riprende i fili della narrazione interrottasi con “Le nere ali della notte”, una storia sempre sua datata 2009, riportando sulla scena la vampira “buona” Ylenia Varga e facendo far ritorno anche al cattivo Bela Rakosi, creduto morto nel rogo di una villa alla fine di un racconto di Mauro Boselli del 1998. I personaggi della saga si sono fatti numerosi: oltre a Metrevelic e Parkman ci sono Manfred Moore, promesso sposo di Frida Lang (un nome che a tutti gli zagoriani ricorda immediatamente un sorprendente bacio), Alec Wallace, ufficiale della Royal Navy, il colonnello Korasi, ex ufficiale asburgico, Jonas Weber, ridotto in schiavitù mentale dal vampiro, Kurt Svatek, capitano degli Ussari, vampiro rivale di Rakosi desideroso di assorbirne i poteri.  Insomma, vale la pena di leggere questo e gli altri volumi della serie. Annotazioni in calce: la cover è opera di Alessandro Piccinelli, che ha sostituto Ferri come copertinista, il lungo saggio introduttivo (sedici pagine) porta la mia firma.



venerdì 9 maggio 2025

LE VOCI DELL’ACQUA

 

 
 
Tiziano Sclavi
Werther Dell’Edera
LE VOCI DELL’ACQUA
Feltrinelli Comics
2019, brossurato
100 pagine, 16 euro

“La prima graphic novel firmata da Tiziano Sclavi”, recita la scritta in quarta di copertina. Non so se altri fumetti di Sclavi come “Là, nel selvaggio West” o “Roy Mann” possano essere considerati “graphic novel” precedenti, ma certamente “Le voci dell’acqua” lo è di più, perlomeno nell’accezione del termine che va per la maggiore. Allo stesso tempo, il volume illustrato da Werther Dell’Edera rispecchia, in ogni singola sequenza, la personale e disperata poetica, intrisa di umorismo nero, dello sceneggiatore pavese così come si è sempre manifestata dalla creazione di Dylan Dog in poi, ma con prodromi anche precedenti. Stravos, “perché è così che si chiama il nostro personaggio”, è l’unico senza ombrello in una città su cui piove sempre, e si muove fra gli altri che invece l’ombrello ce l’hanno e sembrano non accorgersi di niente, neppure dell’arrivo degli alieni. Lui invece sente le voci, ma “solo quando scorre l’acqua”. “Si chiama schizofrenia”, gli dice un amico neurologo. E aggiunge: “Non esistono veri farmaci per la schizofrenia, si usano gli antipsicotici, anche se con scarsi risultati”. Stravos getta la ricetta appena uscito dallo studio del medico, ma il mondo attorno a lui, quello che non sente le voci, non sembra meno psicotico di lui. Lungo il suo vagare senza un motivo (“continua ad andare in un ufficio nella compagnia di assicurazioni di cui è un impiegato, ma non sa perché lo fa”) incrocia personaggi anonimi che vanno incontro a destini assurdi, e sogna di sorvolarli osservando dall’alto “questo oscuro mondo d’angoscia, questo nero universo di dolore”. Stravos è evidentemente (in un racconto in cui però niente è evidente) vittima di un difetto dell’evoluzione: “sapere di dover morire è un tragico errore biologico che porterà inevitabilmente all’estinzione dell’umanità”. C’è chi si ripara sotto l’ombrello delle illusioni e crede alle promesse fatte per sempre, e chi disilluso capisce che “anche sempre ha una fine”. E’ questo che dicono le voci dell’acqua, forse.

 

mercoledì 7 maggio 2025

IL CUORE DI LOMBROSO

 


 
Davide Barzi
Francesco De Stena
IL CUORE DI LOMBROSO
Sergio Bonelli Editore
2021, cartonato
130 pagine, 20 euro

Impossibile, per parlare di questo libro, non partire da Umberto Eco e dal memorabile “Elogio di Franti”, contenuto nel suo “Diario Minimo” (1963), in cui il semiologo piemontese si diverte, ma con assoluta serietà, a esaminare le figure di alcuni personaggi del “Cuore” (1886) di De Amicis, ipotizzando cosa sarebbero diventati crescendo e rivalutando quella dell’ “infame” Franti. Secondo Eco, Derossi muore in guerra, coperto di medaglie, dopo essersi arruolato volontario; Votini spia per l’OVRA; Garrone fa il macchinista dei treni; Enrico è Senatore del Regno; Nobis è divenuto federale, e via dicendo.  Davide Barzi, nella sua postfazione, racconta di aver conosciuto i personaggi deamicisiani prima grazie alla versione a cartoni animati della Nippon Animation trasmessa in TV, in Italia, nei primi anni Ottanta, poi nel quasi contemporaneo adattamento televisivo di Luigi Comencini. Anche lui, come Eco, ci propone un flashforward sul futuro dei ragazzi di “Cuore”, che è ambientato nel 1882, e li immagina adulti una decina di anni dopo. Protagonista del racconto a fumetti, però, non è il maestro Perboni, il primo personaggio a entrare in scena, né Enrico Bottini, né Ernesto Derossi, né tutti gli altri, ma Cesare Lombroso (1835-1909) famoso (e forse anche un po’ famigerato) medico, antropologo e criminologo, noto soprattutto per certe teorie che non riuscì mai a dimostrare riguardo le comuni e determinanti caratteristiche anatomiche dei delinquenti, e purtroppo non altrettanto conosciuto (almeno dal grande pubblico) per altri studi che pure compì. Barzi non manca di mettere benevolmente alla berlina Lombroso per le sue convinzioni sulla fisiognomica ma, nel contempo, lo propone come animato da un profondo desiderio di conoscenza, non privo di una bonaria umanità, mosso da ideali di giustizia e, soprattutto, disposto a rischiare la pelle per risolvere un caso di omicidio. La vittima è Enrico, l’io narrante di “Cuore”. Le circostanze della morte lasciano intendere che qualcuno stia minacciando l’intera classe che fu del maestro Giulio Perboni, e dunque nel corso dell’indagini il professor Lombroso, che si è scelto come assistente e guardia del corpo il robusto Garrone, incontra quasi tutti gli ex alunni della Sezione Baretti, e perfino la “maestrina dalla penna rossa”, la Delcati, rivelando qual è stato il loro destino. Il tutto, ben inserito in una Torino di fine Ottocento ricostruita in maniera documentata e convincente dall’ottimo Francesco De Stena, abile anche nella recitazione dei personaggi e nei costumi che vengono loro messi addosso. Il racconto a fumetti venne pubblicato originariamente nel dicembre 2017 sul n° 63 della collana “Le Storie”, destinata alle edicole. Esiste un sequel molto ben riuscito, realizzato dagli stessi autori, e intitolato “Il naso di Lombroso”: ne abbiamo parlato anche in questo spazio(basta cliccare sul titolo per leggere la recensione). Ci siamo occupati pure di Edmondo De Amicis, e non a proposito di “Cuore” ma del suo “Amore e ginnastica” (anche in questo caso, c’è un link).



domenica 27 aprile 2025

WES SHERMAN

 
 
 
 
Raffaele Della Monica
WES SHERMAN
Cut-Up Publishing
Cartonato, 2024
180 pagine, 29.90

Immaginatevi la scena. Un prolifico e meticoloso disegnatore di fumetti passa tutta la giornata a disegnare le sceneggiature che gli arrivano dalla Casa editrice, e lo fa con tutta la cura e l’attenzione che gli viene richiesta da collaborazioni prestigiose e da lettori esigenti. Otto, dieci ore con la matita, il pennino, il pennello in mano. Giunge la sera, è ora di staccare. Uno sbadiglio, una stiracchiata, magari uno spuntino, poi l’autore si chiede: “cosa posso fare, adesso, per rilassarmi un po’?”. Semplice: riprende a disegnare, ma storie sue, di cui elabora anche il testo e i dialoghi e che pertanto gli permettono di andare, con la fantasia, esattamente dove vuole e non dove lo porta lo sceneggiatore di turno. Quel fumettista esiste e si chiama Raffaele Della Monica. Per anni, sono stato abituato a ricevere da lui volumi autoprodotti e stampati in poche copie distribuite in regalo agli amici, con storie a fumetti realizzate per divertimento. La maggior parte di quei racconti erano western e avevano per protagonista lo sceriffo Wes Sherman. Conosco pochi disegnatori con la voglia di disegnare di Raffaele, e di disegnare di tutto e di più, dai personaggi Disney ad Alan Ford, passando con disinvoltura dall’umorismo all’horror, da “Only West Baby” (serie di sua ideazione) a Gordon Link, Tex, Mister No, Zagor. 
 
A proposito di Zagor, conoscendo il forte desiderio di Della Monica di illustrare testi propri, l’ho assecondato inserendo nella saga un’avventura scritta e disegnata tutta da lui, “Braccati!”, lo Zenith Bis dell’estate 2023. E’ cosa assai rara che una storia dello Spirito con la Scure venga scritta e disegnata dalla stessa persona: in passato (all’inizio degli anni Sessanta) era accaduto soltanto con Gallieno Ferri, creatore grafico del personaggio. Eppure, avendo seguito per tanti anni la carriera di Raffaele, essendogli diventato amico, ho capito che poteva riuscirci benissimo, cosa che in effetti è accaduta. Un anno dopo, finalmente, grazie a Cut-Up Publishing, quattro storie di Wes Sherman, finora lette soltanto da pochissimi, vengono raccolte in volume. Storie che sono la quintessenza del western più classico, di cui evidentemente l’autore ha nostalgia. 
 
Ne ho parlato con Raffaele che mi ha risposto senza staccare la matita dal foglio. Ho preso appunti e in pratica lui vorrebbe che spiegassi quanto segue: «Wes, è leale, ligio al dovere e deciso. Non ama uccidere, ma se capita, lo fa senza scrupoli. Ha una assistente (Arleen), poco attraente e un po' maschiaccio. Una tipa tosta che lo sostituisce quando non c'è. Wes non è credente e spesso discute con il reverendo Mc Nelly del possibile Aldilà. Di volta in volta, Wes si avventura nei tipici paesaggi del West, senza precisi riferimenti. Le sue avventure hanno inizio con "L'oro di Luke", realizzato anni fa. Mi piace non dargli una precisa collocazione storica. Le sue sono avventure senza tempo. Mia intenzione è stata di fare una serie di storie semplici e assolutamente leggibili, con sentimenti autentici. Ne' dalla parte dei bianchi, ne' dalla parte degli indiani. Solo dalla parte dei buoni». Mi sembra giusto. Continua a fare fumetti, Raffaele. E ogni tanto facciamone ancora qualcuno insieme.

L’editore ha chiesto a me di scrivere la prefazione. Riporto qui sotto la biografia professionale di Della Monica compilata per quel testo introduttivo. Vi segnalo anche la mia recensione per il volumetto che raccoglie la serie “Only West, Baby!”: 
 
 
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L’esordio di Della Monica su Alan Ford avvenne con “Superciukissimo” (dopo alcune prove come inchiostratore e il rifacimento di “Ostix” per la collana “Il Gruppo TNT”). Da quel momento in poi lanciai gridolini isterici di giubilo ogni volta che uscivano albi illustrati dal salernitano: “Bellegambe Betty”,  “Una rosa per Bob”, “Il Numero Uno è morto” i miei preferiti, tra la ventina che portano la sua firma. Presto cominciai ad apprezzare un altro giovane disegnatore che venne ad affiancarsi a Raffaele, Giuliano Piccininno, anche lui di Salerno (o giù di lì: di Giffoni Valle Piana): tutti e due sarebbero finiti a lavorare con me a Zagor, un personaggio della Sergio Bonelli Editore. Ma questa è un’altra storia. Ci serve accennare a Piccininno, parlando di Della Monica, perché entrambi avevano frequentato la stessa palestra fumettistica, quella di un gruppo di autori salernitani riuniti attorno a una rivista amatoriale chiamata “Trumoon”, il cui primo numero è del 1981. Non a caso, nella seconda vignetta di tavola 76 dell’Alan Ford n° 171, su una parete di un bar leggiamo un cartellone pubblicitario che dice: “Trumoon Beer”. Sempre non a caso, Della Monica e Piccininno tra il 1985 e il 1986 si fanno aiutare con le chine da noi (accreditati) sugli albi alanfordiani, di Giuseppe De Nardo, Luigi Siniscalchi e Roberto De Angelis, tutti ragazzi (all’epoca) della banda salernitana solita riunirsi in Via Bastioni. “Trumoon”, il cui primo numero è datato 1981, su cui si sono fatti le ossa tutti gli autori della cosiddetta “scuola salernitana”, fra i quali, oltre ai nomi già citrati, figuravano anche Bruno Brindisi, Luigi Coppola e Daniele Bigliardo. Fra i personaggi nati dall’attività del gruppo ci sono gli scalcinati eroi western della serie comica “Texas Strangers”, disegnata da Raffaele con una grande verve umoristica (ci torneremo fra poco). Giuliano Piccininno, nella sua prefazione a una ristampa di questa breve saga, ricorda: "Via Bastioni è una stradina del centro storico di Salerno all'ombra della cattedrale romanica dove, nel 1977, un gruppo di ragazzi sconsiderati decise di aprire uno studio per produrre fumetti".  Tra il 1985 e il 1987, lasciato Alan Ford, Della Monica entra a far parte dello Staff di If: essendo molto versatile, disegna con disinvoltura per testate diversissime fra loro, come “Cucador”, “Masters of the Universe”, “Intrepido” e “Topolino”.  Il disegnatore aiuta quindi Franco Bignotti nella rifinitura di un episodio di Mister No, sempre per Mister No, realizza le matite inchiostrate da Roi e infine comincia a fare tutto da solo. Dopo una breve parentesi con una storia di Martin Mystère, Raffaele passa a Tex. In seguito, per un breve periodo lascia la Bonelli in favore della Dardo e di “Gordon Link” (una serie horror scritta da Gianfranco Manfredi), ma vi fa ritorno per dedicarsi a Zagor, Magico Vento e Shangai Devil. Ma è proprio nello staff dello Spirito con la Scure che il tratto pulito ed efficace del salernitano trova la sua collocazione più consona e proficua, divenendo negli anni un punto di riferimento per i lettori e per i colleghi illustratori. Lo testimonia ancor di più, però la caparbietà con cui convinse i suoi amici di “Trumoon” ad assecondarlo con un esperimento editoriale riconducibile sotto l’etichetta “Only West, Baby”. Raffaele Della Monica aveva una gran voglia di diventare editore di se stesso sulla scorta di ciò che aveva fatto Wally Wood in America (il paragone è di Giuseppe De Nardo). L'esperimento non ottenne i risultati sperati (e che avrebbe meritato) e i numeri usciti furono solo tre. C'è da chiedersi perché, nel 1990, gli autori dei "Only West Baby" abbiano voluto dedicarsi appunto solo al western: "Basta con questo West! Buttiamoci sui supereroi", consiglia Piccininno in una vignetta autoironica. La risposta, probabilmente, è che al cuore non si comanda, e Della Monica è innamorato del genere western. Quello più classico, avventuroso, pieno di polvere da paro e zoccoli di cavalli. Tant’è vero che, pur avendo da disegnare di tutto e di più, e impelagato fino al collo con le consegne delle tavole di Zagor, Raffaele ha continuato imperterrito a tempo perso (dice lui), a scrivere e illustrare storie del West, e a pubblicare in tiratura limitatissima, solo per gli amici, in pratica, le avventure di un suo eroe, Wes Sherman. In altre parole: dopo aver disegnato tutto il giorno, giunto a sera Della Monica si rilassa disegnando roba sua. In realtà fa anche dell’altro: dipinge. Quadri astratti, ma anche ceramiche con vedute della costiera sorrentina e persino affreschi con soggetti religiosi (chiedete al parroco del suo paese). La verità è che disegnatori si nasce e ancor di più fumettisti. Si finisce per vivere a fumetti, pensare a fumetti, sognare a fumetti. Sto scrivendo troppo per una prefazione ma, che volete, anche scrittori di fumetti, e sui fumetti, si nasce e io lo nacqui.




sabato 26 aprile 2025

IL DESERTO DEI TARTARI

 

 
Dino Buzzati
Michele Medda
Pasquale Frisenda
IL DESERTO DEI TARTARI
Sergio Bonelli Editore
Cartonato, 2024
180 pagine, 25 euro

La prima cosa da precisare è che “riduzione a fumetti” non si dice. Il fumetto non “riduce” niente, racconta con altri codici e con altre tecniche (e, ovviamente, con altri autori, in altri spazi, su altri supporti). Men che mai si può parlare di “riduzione” di fronte alla versione a fumetti del “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati a opera di Michele Medda e Pasquale Frisenda. Definirlo “versione”, ma anche “adattamento”, rendono l’idea del tipo di lavoro compiuto dallo sceneggiatore sardo e dal disegnatore milanese sul romanzo buzzatiano, pubblicato nel 1940 e da allora considerato uno dei capolavori della letteratura italiana e mondiale. Tuttavia sussiste sempre il sospetto che “adattare” per il cinema, per il teatro o per il fumetto un testo letterario significhi farne il riassunto, fornirne il bignamino. E’ innegabile che certe volte è così. Tuttavia, in certi altri casi, le due opere, quella adattata e quella che ne è l’adattamento, finiscono per rifulgere entrambe di luce propria. Peraltro, “Il deserto dei tartari” rappresenta un banco di prova impegnativo al punto da darsi per vinti in partenza: sembra una montagna troppo difficile da scalare. Eppure, “qui si parrà la tua nobilitate”. Medda e Frisenda ci consegnano la loro Fortezza Bastiani, luogo fuori dal tempo (e dalla geografia) da cui sembra impossibile riuscire a fuggire perché chiunque, una volta entrato, perde la voglia di andarsene, castello kafkiano dove tutto è regolamento senza logica, e niente è più illogico delle regole militari. Una fortezza raccontata guardando Buzzati ma da testimoni che parlano un’altra lingua, in grado però di evocare e suscitare le medesime suggestioni, anzi, altre impercettibilmente diverse, ma a osservare meglio percettibilissime. Non è l’intreccio drammatico il punto di forza del romanzo (sebbene il dramma non manchi), non ci sono scene d’azione e battaglie, mancano perfino gli avversari da combattere. Eppure lo sceneggiatore riesce ad avvincere sfruttando alla perfezione gli strumenti messi a disposizione dalla nona arte, altrettanto perfettamente assecondato dal bianco e nero, e dal grigio, del disegnatore, capace di ricostruire scenari e moti d’animo con uguale maestria. Se era una sfida, è finita alla pari tra Buzzati e i due fumettisti. Belle, colte e raffinate la prefazione di Michele Masiero e la postfazione di Gianmaria Contro.




mercoledì 31 luglio 2024

DI AMORE E DI GUERRA

 


Mino Milani
DI AMORE E DI GUERRA
Interlinea
2018, brossurato
164 pagine, 15 euro

All’anagrafe era Guglielmo, ma tutti lo hanno sempre chiamato Mino. Nato a Pavia nel 1928 e morto nella sua città nel 2022 a 94 anni, Mino Milani è autore di una lista infinita di romanzi e di racconti, per ragazzi e per adulti, e per adulti ragazzi e ragazzi adulti, e di una serie di fumetti ancora più infinita (so che non può esserci un infinito più infinito di un altro, ma per Milani valgono le eccezioni alle regole), per non parlare della divulgazione storica e biografica e della saggistica dedicata alla sua terra e all’Italia intera, medievale come risorgimentale. 
Giornalista e direttore di giornali, collaboratore prolifico del “Corriere dei Piccoli” e del “Corriere dei Ragazzi”, sceneggiatore per fumettisti illustri (tra i quali Pratt, Manara, Battaglia, Toppi e Micheluzzi), maestro di Alfredo Castelli e Tiziano Sclavi, creatore di personaggi memorabili (come Tommy River, Efrem, Melchiorre Ferrari, Selina), Mino Milani è soprattutto uno straordinario affabulatore, in grado di narrare qualunque storia, vera o inventata, facendo restare tutti incantati, trascinati nel suo racconto. Lo dimostra “Di amore e di guerra”, un coinvolgente diario, personale e generazionale, locale e universale, degli anni della Guerra da lui vissuti durante gli anni dell’adolescenza e  del liceo (frequentò il Classico “Ugo Foscolo” di Pavia). “Fu certo una stagione difficile. Per i ragazzi richiamati alle armi; per gli altri, che riuscivano a nascondersi, per altri ancora che per convinzione o per caso o per convenienza si mettevano dall’una o dall’altra parte, chi con i fascisti, cioè, chi con i partigiani”, scrive l’autore. L’autobiografia è limitata agli anni tra il 1940 e il 1945 ma sono anni fondamentali, per Milani e per l’Italia: il titolo ben suggerisce l’idea di un percorso di crescita e di presa di coscienza lungo un percorso da “romanzo di formazione” grazie al quale il giovane Milo scopre il sesso e si confronta con la morte sempre dietro l’angolo. La narrazione è ricca di aneddoti coinvolgenti, a volte divertenti, più spesso drammatici, con l’attenzione sempre puntata sulla vita quotidiana della gente pavese, presa a paradigma dell’intera società, chiamata a una prova suprema. Milani descrive le cose com’erano e come stavano, senza livore ideologico, comprese le difficoltà del decidere che fare di fronte a scelte terribili. Si arriva al momento in cui schierarsi diventa obbligatorio e benché molto giovane (sedici anni) Mino collabora come interprete e corriere con la Resistenza. Non si vanta di imprese gloriose, non si atteggia a eroe, piange anche la morte di ragazzi come lui caduti dalla parte sbagliata. Il racconto è sempre misurato, poche parole bastano a tratteggiare scenari ed emozioni. Un gran bel libro.



sabato 22 giugno 2024

LE AVVENTURE DI OLIVER TWIST

 


 
 
Charles Dickens
LE AVVENTURE DI OLIVER TWIST
Rizzoli
brossurato, 1981
482 pagine, 5000 lire

Ci sono romanzi che si leggono da ragazzi e che poi, rileggendoli da adulti, sembrano tutt’altra cosa. “Le avventure di Oliver Twist” (o più propriamente “Oliver Twist”, dato che questo fu il titolo originario) è uno di questi. La prima impressione che ho ricavato dalla rilettura è che non si tratti in nessun modo di un libro per ragazzi. Perché accidenti mi venne dato in mano mentre frequentavo le elementari? Con ogni probabilità lo ebbi in regalo in una edizione purgata ed edulcorata, resta il fatto che veniva ritenuto un classico della letteratura per giovanissimi, al pari di “Pattini d’argento”, “Pel di Carota” e “Pollyanna”. A scanso di ogni equivoco, Charles Dickens si rivolgeva a un pubblico adulto. 
In secondo luogo, mi sono meravigliato di come Oliver Twist, il ragazzino il cui nome dà il titolo al romanzo, non ne sia il personaggio principale. Anzi, fra tutte le figure vividamente descritte e caratterizzate dall’autore, Oliver è la più sbiadita e insignificante. A pensarci bene, è addirittura la meno probabile: come può un bambino cresciuto in un orfanotrofio fra digiuni e percosse, restare incorrotto e incorruttibile, nutrire solo buoni sentimenti, dimostrare tutte le doti del figlio perfetto, proporsi come creatura adorabile? Se c’è un motivo per cui Oliver può attraversare l’inferno senza coprirsi di fuliggine, Dickens non ce lo spiega: non partecipiamo mai davvero ai pensieri del ragazzo, che sembra solo messo lì a dimostrare la cattiveria altrui. Vero è, tuttavia, che Oliver Twist è il primo bambino protagonista di un romanzo in lingua inglese. 
Ciò detto, il romanzo dello scrittore britannico, uscito a puntate mensili tra il 1837 e il 1939 sulla rivista “Bentley’s Miscellany” (e subito raccolto in volume), è ricchissimo di personaggi memorabili che sviluppano una trama non soltanto avvincente ma anche pregna di denunce sociali. L’affresco della Londra della prima metà dell’Ottocento è sconvolgente e drammatico, soprattutto antiromantico e contro ogni retorica celebrativa. La vita quotidiana per le strade sporche affollate di poveri, orfani, ammalati e criminali, affollate di una umanità disperata e abbrutita è descritta senza edulcorazioni, se non quelle riservate al sesso (prostituzione, promiscuità) a cui si allude senza esplicitare ciò che è comunque immediatamente chiaro. Lo stesso Oliver nasce da una relazione extraconiugale. Ci sono pagine crudelissime, come quella dell’uccisione di Nancy da parte di Bill Sikes, la morte dello stesso Sikes, l’impiccagione di Fagin, ma anche, nelle pagine iniziali, la fine di stenti di una giovane donna la cui madre anziana si chiede perché sia morta la figlia e non lei. 
Un’altra caratteristica del romanzo che mi è balzata agli occhi rileggendolo è il ricorso da parte dell’autore, assai più frequente di quanto si possa immaginare, al sarcasmo e all’ironia nel farsi beffe dell’ipocrisia della società dell’epoca, del suo sistema assistenziale ed educativo, ma anche di quello giudiziario. 
Personaggi memorabili, si diceva, e già ne abbiamo citati tre: il crudele Sikes, ladro e assassino; Nancy, la prostituta uccisa perché voleva redimersi; Fagin, il reclutatore di ragazzini da avviare sulla strada del crimine. Ma possiamo aggiungerci l’Artful Dodger, tradotto a volte maldestramente come “Trappolone” o più congruamente “l’Astuto Briccone” in altre occasioni; Monks, che trama perché il passato della madre di Oliver (Agnes Fleming, morta nel partorirlo) non venga mai scoperto; mister Bumble e sua moglie, la signora Corney, squallidi e corrotti nonostante la loro apparenza di persone per bene e i loro incarichi pubblici. Si sono discusse e studiate le fonti di ispirazione da cui Dickens attinse (per Fagin è stato citato lo Shylock di Shakespeare), resta il fatto che la rielaborazione dell’autore dà frutti originali. E poi i “buoni”(fin troppo buoni, in verità) mister Brownlow, che alla fine adotta Oliver, e miss Rose Maylie, che si rivela essere sua zia per una serie di acrobazie dell’intreccio da feuilleton. Senza che Dickens faccia professione di fede, ci si vede lo zampino della Provvidenza e alla fine i buoni ottengono la loro giusta ricompensa e i cattivi la sacrosanta punizione. In questo, l’ l’autore (di cui “Oliver Twist” è un’opera giovanile, essendo stata scritta a venticinque anni di età, lui nato nel 1812) rivela sua concezione, tutto sommato vittoriana, del bene destinato alla vittoria sul male attraverso una faticosa redenzione. 
Ho usato la parola “feuilleton”: non va infatti dimenticata la formula della pubblicazione a puntate, che creò (sarebbe accaduto anche in seguito per altre opere di Dickens) una forte attesa da parte dei lettori, con tentativi da parte di alcuni di scrivere finali alternativi prima che uscisse quello ufficiale, e critiche da parte di detrattori (mi ricorda qualcosa) a cui lo scrittore cercava di rispondere e che gli davano un feedback immediato in corso d’opera. Chissà se Dickens ne fu influenzato.


lunedì 22 aprile 2024

I DELITTI DELLA RUE MORGUE

 


 
Edgar Allan Poe
I DELITTI DELLA RUE MORGUE
Cut-Up Publishing
2023, brossurato
80 pagine, 13.90 euro


Personalmente sono più che convinto che il primo giallo della storia della letteratura sia contenuto nella Genesi, il primo libro della Bibbia. Lì c’è un omicidio, quello di Caino ai danni del fratello Abele, c’è un detective (Dio), vengono svolti degli interrogatori e dunque delle indagini, si scopre il colpevole – che viene condannato e punito. A dire il vero, sul fatto che Caino sia stato il vero assassino ho i miei dubbi, che ho esposto in un racconto intitolato “La signora Miller e Dio” (lo trovate nell’antologia “Dall’altra parte”, edita da Cut-Up Publishing). Ma non divaghiamo. Genesi a parte, il capostipite del genere giallo viene pressoché unanimemente considerato "I delitti della Rue Morgue" di Edgar Allan Poe (1809-1849), datato 1841, anche se non propone un vero poliziotto quale autore delle indagini e propone una trama tutto sommato fantastica che si discosta dal realismo che contraddistingue invece il poliziesco vittoriano, da cui nasce una scuola giunta fino ai nostri giorni. Tuttavia è innegabile che Auguste Dupin (protagonista di altri due racconti dello scrittore bostoniano) sia un perfetto Sherlock Holmes ante litteram e l’amico che funge da io narrante sembra la controfigura del dottor Watson (condizioni economiche a parte). Quando, soltanto grazie al ragionamento, Dupin segue il flusso dei pensieri dell’altro e risponde a voce alta a una considerazione fatta dal compagno soltanto nella propria testa, pare proprio che a scrivere sia Conan Doyle. Oltre a essere il primo giallo letterario della storia, “I delitti della Rue Morgue” è anche il primo caso della “camera chiusa”. Il racconto è perfetto per ritmo, tempistica e climax, e la soluzione del mistero, per quanto insolita, risulta convincente (ne ho fatto la parodia in “Cico Detective”). Aldo Luigi Mancusi firma una nuova traduzione e una interessante postfazione. Cut-Up Publishing confeziona un libretto delizioso.
Va segnalato, però, che c’è chi sostiene che nei “Delitti della Rue Morgue” ci sia in realtà lo zampino di Alexandre Dumas. Un giallo nel giallo. La tesi è di Ugo Cundari e provo a riassumerla. Esiste un racconto di Dumas pubblicato a puntate tra il 28 dicembre 1860 e l’8 gennaio 1861, di cui esistono, negli archivi di tutto il mondo, pochissime copie, e che era, fino a poco tempo fa, praticamente sconosciuto: “L’assassinio di Rue Saint Roche”. La lettura lascia del tutto sbigottiti, perché si tratta di un clamoroso plagio dei "Delitti di Rue Morgue" di Poe. Stessa ambientazione parigina, stessa situazione, stesse vittime, stessa soluzione del caso. Non solo: anche i particolari sono i medesimi, dalle voci provenienti dalla casa chiusa scambiate dai vicini per lingue straniere sempre diverse, al dettaglio delle finestre inchiodate. Che cosa cambia? Cambia, innanzitutto, il fatto che il detective risolutore del caso è lo stesso Edgar Allan Poe. Cioè Dumas racconta di aver incontrato lo scrittore americano a Parigi nel 1832 e, mentre era in sua compagnia, di averlo veduto incuriosirsi di un caso descritto sui giornali e quindi indagare sulla faccenda fino a venirne a capo. Ora, i "Delitti della Rue Morgue" è stato pubblicato nel 1841, dunque vent'anni prima il racconto di Dumas. Dunque tutto lascia pensare che sia stato lo scrittore francese a copiare Poe. Il che non sarebbe neppure improbabile, essendo Dumas uso ad attingere a piene mani di qua e di là, al punto da aver subito diversi processi con l'accusa di appropriazione indebita di scritti altrui. Però, la questione non è così semplice. Nella sua lunga e avvincente postfazione, Cundari elenca tutta una serie di circostanze misteriose. Tanto per cominciare, anche nel racconto di Poe compare un Dumas, che è uno dei personaggi secondari. Una combinazione? E se Dumas e Poe si fossero davvero incontrati, nel 1832? Perché, infatti, Poe ambienta proprio a Parigi il suo giallo, e non a Boston o Philadelphia? Come può conoscere così bene la capitale francese, com'è dimostrato dal suo testo? La biografia di Poe è, incredibilmente, misteriosa e lacunosa sui suoi spostamenti in quell'anno e ci sono testimonianze che lo vogliono in Russia, in Francia, in Inghilterra. Il curatore elenca una serie impressionante di indizi che sembrano far supporre che il contatto ci sia stato, e che una bozza di racconto possa essere stato visto e letto da Poe, oppure discusso con Dumas, che sarebbe stato però l'artefice dell'opera, avendone collocato l'azione su uno sfondo parigino che l'americano non aveva ragione di usare. Per quel che può valere la mia opinione, credo in un plagio del parigino ai danni di Poe, ma è possibile che i due si siano davvero incontrati a Parigi.

domenica 10 marzo 2024

VIVO O MORTO!



Mauro Boselli
Roberto De Angelis
VIVO O MORTO!
Sergio Bonelli Editore
Cartonato, 2023
258 pagine, 28 euro

Nel novembre del 2018 fece la sua prima apparizione nelle edicole italiane una nuova collana riservata a Tex, dedicata alle avventure giovanili del personaggio creato da Giovanni Luigi Bonelli nel 1948 (si festeggiavano per l’appunto i settanta anni di vita editoriale di Aquila della Notte), curata (e in gran parte sceneggiata) da Mauro Boselli. Lo spin-off venne intitolato, per differenziarlo dalla testata madre, “Tex Willer”. La foliazione era più agile, sole 64 tavole a fumetti contro le 110 della serie regolare. Ma, soprattutto, oltre alla più giovane età del protagonista era diverso il ritmo, il mood narrativo. Il giovane Tex è scavezzacollo, vive avventure rocambolesche, serrate come erano, anche in ragione del minor spazio concesso dal formato a strisce delle origini, gli episodi degli anni Quaranta e Cinquanta. L’operazione si rivela fortunata, riscontrando l’apprezzamento del pubblico. Nel 2021, la Sergio Bonelli Editore comincia a raccogliere e riproporre in una collana cronologica di volumi cartonati destinati alla distribuzione in libreria le tavole degli albi da edicola, in prima edizione a colori, in bianco e nero nelle successive (il volume del 2023 fotografato nelle mie mani che vedete in apertura è una terza edizione del giugno 2023). Scrive Mauro Boselli nella sua introduzione intitolata “Quando il West era giovane”: “Il Tex che conosciamo ha 45 anni, ed è vedovo, con un figlio grande. I suoi lettori affezionati, però, conservano indelebile, nella memoria e nell’anima, il ricordo del giovane scatenato che era: le due immagini, il fuorilegge coraggioso ingiustamente perseguitato e l’odierno ranger e capo Navajo, si sovrappongono, concorrendo entrambe al fascino del personaggio”. Le avventure del Tex ventenne riempiono gli spazi vuoti lasciati da Giovanni Luigi Bonelli nella sintesi delle sue prime sceneggiature: per esempio, in “Vivo o morto!” scopriamo gli antefatti della vignetta d’esordio del personaggio, quella in cui il giovane ricercato si chiede se i cavalieri che vede giungere sulla sua pista siano gli uomini di un certo sceriffo, e ci vengono fornite esaustive spiegazioni circa i precedenti dell’indianina Tesah (fortunatamente con le cosce scoperte prima della censura imposta nelle ristampe degli anni Cinquanta dal famigerato marchio “Garanzia Morale”). In avventure successive vediamo in azione anche Kit Carson, Mefisto, Montales, Cochise, anch’essi con venticinque anni di meno. Questo primo volume raccoglie quattro albi di “Tex Willer”, illustrati da uno strepitoso Roberto De Angelis, che già si era cimentato con successo con Aquila della Notte nel 2004 con il diciottesimo “Texone” (“Ombre nella notte”, testi di Claudio Nizzi). Tuttavia, in quel caso, era ancora un illustre ospite in prestito dalla serie di Nathan Never. Con “Vivo o morto!” il passaggio al western è (o sembra) definitivo: De Angelis sembra tuttavia non aver fatto altro.

domenica 25 febbraio 2024

L'OMBRA DEL PIPISTRELLO



 

Roberto Recchioni
Werther Dell'Edera
Gigi Cavenago
L'OMBRA DEL PIPISTRELLO
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2023
218 pagine, 26 euro
Sergio Bonelli Editore e DC Comics insieme per realizzare tre team up fra alcuni dei loro personaggi: abbiamo visto una storia in cui Zagor incontra Flash, una seconda dove Nathan Never si unisce alla Justice League ed ecco la terza con Dylan Dog e Batman alleati per far fronte a minacce comuni. Tra le tre avventure, pensate per allargare le rispettive platee oltre che per divertire, questa con l'Indagatore dell'Incubo e il Cavaliere Oscuro è quella in cui si avverte meno la distanza tra il modo di raccontare dei comics americani e lo standard bonelliano. Se "La scure e il fulmine" (2022) assomigliava più a un fumetto DC, nel format grafico e narrativo (e cioè sembrava più una storia di Flash che una di Zagor, pur nel rispetto dell'eroe nolittiano), "L'ombra del pipistrello" potrebbe, per molti versi (anche se, inevitabilmente, non in tutti), apparire pienamente una avventura di Dylan, pur sui generis, dato che siamo stati abituati alle più diverse interpretazioni grafiche dell'inquilino di Craven Road e quella di Gigi Cavenago e Werther Dell'Eders non è certo la più fuori registro che ci è stata proposta. Ma, allo stesso tempo, anche i lettori americani potrebbero dire lo stesso, immagino, della versione di Batman che lo staff italiano ha confezionato per loro. Impresa di non poco conto. Tanto di cappello, peraltro, a Roberto Recchioni che, dimostrando di conoscere bene tanto Dylan quanto Bruce Wayne, riesce magistralmente a fondere i rispettivi universi, per cui a incontrarsi non solo soltanto i due titolari di testata ma anche i loro rispettivi più grandi nemici, Xabaras e il Joker. E non finisce qui: del cast fanno parte Bloch e l'omologo commissario Gordon, Groucho e Alfred Pennyworth (il maggiordono di Bruce Wayne), Killer Croc (alias Waylon Jones) e Killex, Madam Trelkovski e John Constantine, che mandano Dylan Dog all'inferno (nel senso letterale dell'espressione) per controllare se un trapassato sia ancora al proprio posto o qualcuno, come purtroppo è, lo abbia fatto risorgere. Ci imbattiamo pure in Jason Blood, parte umana del demone Etrigan, e dopo aver visitato Londra veniamo trasportati anche a Gotham City (sì, l'Indagatore dell'incubo prende anche l'aereo, eccezionalmente). La scena più divertente, per me, resta quella in cui Dylan va a letto con Selina Kyle, senza sospettare (almeno così sembra) che si tratti di Catwoman, neppure quando lei lo graffia. Certo, chi non conosca bene l'universo DC e poco o nulla sappia dei personaggi che Batman si porta dietro andando a suonare il campanello di Craven Road potrebbe fare un po' di fatica a barcamenarsi ma, tutto sommato, l'avventura è godibile anche per i non adepti. Brillanti i dialoghi, le battute di Groucho fanno ridere, Dylan sopravanza Batman quanto a ironia e autoironia, il Pipistrello del resto fa il Cavaliere Oscuro come da contratto, i rispettivi nemici sono tutti temibili e non ci sono primi della classe. Esperimento, dunque, perfettamente riuscito.

venerdì 16 febbraio 2024

CRONACHE DEL MONDO PRIMA DELLA RISOLUZIONE

 


Marco De Angelis
CRONACHE DEL MONDO PRIMA DELLA RISOLUZIONE
Sbam!
brossurato, 2023
210 pagine, 20 euro


“Reperti satirici sulla fine dell’umanità”, recita il sottotitolo, poco sopra l’illustrazione di copertina che mostra un robot scaldarsi bruciando libri in uno scenario da dopobomba. La cover non soltanto rende ragione dei contenuti interni ma ben spiega quale sia la portentosa magia di quegli umoristi che con la forza di una vignetta, senza bisogno di parole, comunicano un messaggio di portata planetaria, persino impossibile da spiegare nello spazio di un articolo di giornale o, talvolta, addirittura in quello di un libro. Il linguaggio dell’illustrazione satirica parla tutte le lingue, ed è per questo che lo possono comprendere anche gli illetterati senza bisogno di mediazione e fa paura ai censori, ai tiranni, ai terroristi. Marco De Angelis (Roma, 1955) è un mostro di bravura, persino più noto all’estero che in Italia, ed ha pubblicato su circa 200 testate ricevendo oltre 150 riconoscimenti internazionali. Per il suo tratto grafico lo si potrebbe paragonare a Quino. Sbam! Raccoglie duecento suoi lavori a colori in una sorta di “best of” suddiviso per temi: la guerra, l’ambiente, la tecnologia, la libertà, i migranti, il rapporto uomo-donna, il consumismo, la società. La riflessione di De Angelis non è mai faziosa e violenta, ma colpisce nel segno: si sorride amaramente e di solito si annuisce in silenzio. Due i testi a commento: l’introduzione di Thierry Vissol (direttore del Centro “Librexpression, del cui consiglio scientifico De Angelis fa parte) e una postfazione di Luigi F. Bona (direttore del Museo del Fumetto di Milano).