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martedì 6 gennaio 2026

BRIAN THE BRAIN L’INTEGRALE



 
Miguel Angel Martin
BRIAN THE BRAIN
L’INTEGRALE
Nicola Pesce Editore
2015 – cartonato
b/n – 470 pagine -Euro 25.00

“Ho conosciuto Brian The Brain agli inizi degli anni Novanta, quando sono andato al Salon del Comic di Barcellona. In una fanzine molto colta, Krazy Komics, mi appaiono due pagine, pulitissime, asciutte, cariche di emozioni varie e contrastanti, che mi rimasero impresse nella memoria e nel cuore”, racconta nella sua prefazione Jorge Vacca, il primo editore di Brian in Italia. Il quale prosegue: “Due anni dopo torno al Salone e un caro amico mi presenta Miguel Angel Martin, una persona amabile, gentile, solare, a cui piace il vivere. Ma al di là delle qualità umane, il suo profilo artistico confina con il genio. La nostra amicizia è cresciuta attraverso le vicende giudiziari, saloni di fumetti, centri sociali e, principalmente, trattorie e bar. In quegli anni usciva in Spagna il primo albo di Brian The Brain. Appena arriva nelle mie mani, ricordo subito le due pagine viste anni prima: di nuovo fa una breccia nel mio intelletto. Mai fino a quel momento avevo letto un fumetto del genere, dove tutti i sentimenti contrastanti erano condensati in trentadue pagine. Un gioiello letterario e grafico”.

L’editore fa cenno ad alcune vicende giudiziarie. Assurdo, ma vero. 
Nel maggio del 1995 la Digos sequestra nella sede delle Edizioni Topolin albi e tavole originali di  Miguel Angel Martin, quelle del suo volume Psycho Pathyas Sexualis, incurante del valore artistico dell’opera e della fama mondiale dell’autore spagnolo (definito dal Time “uno dei migliori fumettisti europei” e incluso dalla rivista The Face  nella lista dei disegnatori del secolo). L’accusa è di istigazione al delitto e al suicidio. Nel 1997 giunge, fortunatamente, l’assoluzione. Quelli erano gli anni del processo, altrettanto assurdo, a un gruppo di disegnatori e sceneggiatori della rivista Intrepido. Chi volesse saperne di più, può leggere un mio articolo sulla vicenda pubblicato sul blog “Freddo cane in questa palude” (cliccare dove evidenziato).

Ma torniamo a Brian The Brian – L’integrale, volume pubblicato da Nicola Pesce Editore. Brian è un bambino nato deforme (senza calotta cranica) ma con poteri paranormali superiori, a causa degli esperimenti fatti da una società biotech sul corpo della madre - che sottoponeva come cavia volontaria a radiazioni e a farmaci. Vediamo Brian crescere per tutto il volume fino alla morte, attraversando incubi tecnologici e abissi di disumanità, dotato però di una purezza e una delicatezza tutte sue a contatto con altri bambini ammalati o handicappati o freak, messi a confronto con persone ritenute "normali", ma non meno mostruose. 
Un capolavoro inquietante, raggelante, angoscioso eppure accattivante. Martin ha portato avanti altre serie unite da questi comuni denominatori, tutt'altro che minimi. Una, Life fading, racconta di un individuo che fa il libero professionista che si occupa di staccare la spina ai malati terminali e nello stesso tempo di donare il seme per la procreazione in provetta. Un’altra, Bug, parla di un insetto che vive tra i peli pubici di una donna. Da leggere e da restare di stucco: mai disegni tanto semplici, quasi elementari, hanno avuto un simile potere sul lettore. Entrambe queste serie sono state raccolte in volume da Nicola Pesce.





    

domenica 3 novembre 2024

V13

 

Emmanuel Carrère
V13
Adelphi
2023, brossurato
272 pagine, 20 euro


“Niente opinioni, ma lavoro sul campo”. Questa la dichiarazione di intenti con cui Emmanuel Carrére ha proposto a Jérome Garcin, responsabile delle pagine culturali dell’ “Obs” (un settimanale francese) la propria collaborazione per raccontare, per un anno intero, il processo ai responsabili rimasti in vita degli attentati terroristici del 13 novembre 2015, quelli che causarono a Parigi 130 morti e oltre 350 feriti in tre diversi punti della città, tra cui il teatro del Bataclan, dove si contarono novanta vittime. Il dibattimento si è svolto in una apposita struttura allestita sull’ Ile de la Cité tra il settembre 2021 e il giugno 2022. Migliaia di testimoni, centinaia di avvocati, quattordici imputati. V13 è il nome dato alla sala del processo e al processo stesso, e fa riferimento al “venerdì 13”, giorno delle stragi. 
Ogni reportage dalle udienze doveva essere lungo circa ottomila battute, da consegnarsi tutti i lunedì mattina: un impegno a cui Carrère non è mai venuto meno. I suoi articoli, oltre che su due pagine dell’ “Obs”, sono regolarmente apparsi su “Repubblica” in Italia, sul “Paìs” in Spagna, e su Temps” in Svizzera. Nel raccoglierli in un libro (quello di cui stiamo parlando), Carrère li ha ritoccati un po’, spiega, aggiungendo: “soprattutto, ho incorporato qualche brano che non aveva trovato posto nella mia rubrica settimanale. Ecco perché il libro è più lungo di un terzo rispetto a quanto è uscito sui giornali”. 
Ora, chiunque abbia letto qualche precedente scritto di Emmanuel Carrére (da “Limonov” a “Il Regno”, ma soprattutto “L’Avversario”) sa quanto la sua capacità di affabulatore sovrasti l’argomento trattato: è uno che riuscirebbe a rendere interessante la spiegazione dei venti fogli di clausole e di liberatorie della privacy e del trattamento dati in un ufficio pubblico. Scrive maledettamente bene, e il “maledettamente” fa riferimento al fatto che non si riesce a smettere di leggerlo. Una capacità assoluta di raccontare, peraltro parlando in prima persona: le sue esperienze diventano le nostre. Però, mi chiedo: è davvero possibile parlare della strage del Bataclan “senza opinioni”, ma facendo solo “lavoro sul campo”? Inutile dire che io non avrei retto due giorni, nell’aula del V13, ascoltando le vittime (i parenti degli uccisi, e i sopravvissuti) raccontare della poltiglia di sangue e brandelli umani su cui camminarono per uscire dal locale coloro che si salvarono. O di come l’incontro con gli amici ai tavolini di un caffè si sia trasformato in una carneficina. Carrére ci riesce (facendoci comunque stare male), perché racconta le storie delle vittime e quelle degli attentatori, ricostruendo gli anni in cui famiglie intere di radicalizzati partivano per la Siria, con l’intenzione di popolare uno “stato islamico” e poi chi se ne pentiva non riusciva più a tornare indietro, e chi tornava indietro spesso era per compiere attentati. Alcuni felici di farlo, ma anche alcuni pieni di dubbi e pronti a disertare, come nel caso di almeno un paio del commando parigino del 13 novembre. “Non sono nato con un mitra in mano”, dice uno degli imputati. E allora, com’è accaduto che lo ha impugnato? Carrère, con la pacatezza di cui io non sarei capace, indaga in cerca di una risposta. E si finiscono per vedere mille sfumature che da lontano non si distinguono. Non si assolve nessuno, ma si riportano i punti di vista di tutti. Però è certo che il punto di vista di chi dichiara che non si tratta di stupri, ma di programma di ripopolamento è qualcosa che a me disturba, come disturba sentir dire che la strage del Bataclan fu colpa del presidente Holland. A me disturba peraltro anche chi difende gli assassini della strage di “Charlie Hebdo": quelli di “Charlie Hebdo” se la sarebbero cercata, le loro vignette erano offensive. Se qualcuno si ritiene offeso, prenda la matita e satireggi pure lui, se ne è capace. Oppure se ne lagni, tenga il muso, scriva lettere di protesta. Nei casi estremi, se proprio è stata infranta una legge, si rivolga alla magistratura per far pagare una multa agli umoristi. Ma se prendi il mitra e macelli chi ha soltanto disegnato, è evidente che hai perso la ragione. Le idee si combattono con le idee. Se le combatti con le armi, vuol dire che le tue idee sono più deboli. Il fatto che Charb o Wolinski o chiunque altro disegnassero vignette che qualcuno non facevano ridere o che qualcun altro indignavano, non ha nessuna importanza rispetto al principio che quegli autori avessero il diritto (e perfino il dovere) di pubblicarle. In ogni caso, Carrére è molto onesto nel riferire, nel distinguere, nell’empatizzare, prendendo le difese per esempio di tre imputati a piede libero (che poi infatti a piede libero sono rimasti) che con ogni evidenza hanno avuto un ruolo inconsapevole o marginale, al netto della taqiyya (non sono in grado di spiegare bene con Carrére che cosa sia esattamente, ma grazie a lui l’ho capito). Ua figura simbolo di “V13” è sicuramente Nadia Mondeguerre, da sempre impegnata nelle relazioni con il mondo musulmano, studiosa di Islam, in grado di parlare arabo, la cui figlia Lamia figura tra le vittime delle stragi, ma che nel 2018 è tornata al Cairo, dov’è nata, e dove un egiziano, ascoltata la sua storia, le ha detto: “tua figlia e gli altri sono shuhada, martiri”. Loro, non gli assassini che li hanno uccisi.

sabato 9 aprile 2022

GLI ULTIMI GIORNI DI QUIETE

 
 

 
 
Antonio Manzini
GLI ULTIMI GIORNI DI QUIETE
Sellerio
brossurato, 2020
240 pagine, 14 euro


Che fareste se foste i genitori di un giovane ucciso da un balordo durante un tentativo di rapina, e dopo cinque anni vi capitasse di riconoscere il suo assassino, condannato per omicidio, già in libertà? Capita a Nora e Pasquale, una coppia di Pescara, che dal giorno della morte del figlio vivono una non-vita quasi in stato catatonico, in preda a ricordi, rimpianti, rimorsi e tanto dolore. Alla scoperta che l'omicida, tale Paolo Dainese, è già libero ognuno dei due reagisce in modo diverso. Pasquale, per quanto uomo inoffensivo, si procura per vie traverse una pistola. Nora scopre dove vive il Dainese e lo segue dovunque. Antonio Manzini è bravissimo a descrivere sia gli accadimenti interiori che agitano i protagonisti (il complesso di paure e di pulsioni, oltre che di reminescenze del passato) sia il susseguirsi di vicende che movimentano la trama, sempre più interessante man mano che la lettura procede. Un noir senza poliziotti nè detective privati, senza metropoli tentacolari e locali notturni, animato da persone comuni, in uno scenario di provincia. Il finale sorprende e porta a destini diversi per Pasquale e Nora.

venerdì 16 febbraio 2018

LETTERA AL MIO GIUDICE



Georges Simenon
LETTERA AL MIO GIUDICE
Adelphi
2003, brossurato
206 pagine, 13.50 euro


Mi è parso di riconoscere gran parte delle tematiche de "L'uomo che guardava passare i treni", che Simenon scrisse nel 1938, in questa "Lettera al mio giudice" che invece è del 1946. In ambedue i romanzi il protagonista è un uomo dalla vita tranquilla che improvvisamente si ribella alle convenzioni sociali e sceglie di essere se stesso. O meglio, per usare una metafora contenuta nella "Lettera", di ritrovare la propria ombra. Charles Alavoine, medico di campagna, per due volte si sposa (la seconda dopo essere rimasto vedovo della prima moglie morta di parto) in ossequio a ciò che tutti si aspettano da un uomo come lui: che abbia un lavoro dignitoso, una consorte, dei figli. E lui si adatta, pur essendo insoddisfatto della propria vita. Non è che non veda vie di fuga: non considera l'ipotesi che le cose possano andare diversamente. Però si accorge sempre di più che gli manca l'ombra, come se la sua esistenza fosse senza sostanza, non vera. Finché non scatta una molla che cambia le cose. Charles conosce per caso una ragazza, Martine, di cui si innamora follemente, al punto da non concepire più come possibile la vita senza di lei. La cosa manda a monte il suo matrimonio con la borghesissima seconda moglie Armande, con cui da tempo non ha più neppure rapporto sessuali, che pure si dice disposta a tollerare che il marito sfoghi i propri bisogni con l'altra a patto che ciò avvenga discretamente e occasionalmente al di fuori delle mura domestiche, in modo da salvare le apparenze. Armande non ha capito che per Charles non si tratta di quello: si tratta della propria vita, del diritto di essere felice. Ci sono pagine molto belle che esprimono il concetto di una esistenza che deve assomigliare a chi la vive, e che spiegano cos'è l'amore. "Il bisogno di una presenza, anzitutto. Il bisogno necessario, assoluto, vitale come un bisogno fisico. Poi la smania di spiegarsi, a noi stessi e all'alto, perché siamo così estasiati, così consapevoli di essere di fronte a un miracolo. Abbiamo tanta paura di perdere quella cosa in cui non avevamo mai sperato, che il destino non ci doveva, che forse ci è stata donata per caso, da sentire continuamente il bisogno di rassicurarci e, per rassicurarci, capire". Purtroppo la forza dirompente della scoperta di come l'amore possa cambiare la vita, porta a degli scompensi in Charles. Il crollo delle precedenti certezze, che pure lui rifiuta con piena consapevolezza, è destabilizzante. Martine è una ragazza dal passato torbido. Probabilmente gli anni in cui il romanzo fu scritto non permisero a Simenon di essere più esplicito, o è lo stesso Charles, nel scrivere la sua Lettera al giudice (tutto il romanzo è costruito come una missiva scritta dal carcere), a essere reticente, ma si accenna di continuo all' "altra Martine", quella della vita prima del suo incontro con il medico. Ragazza dolce, docile, facile, che attira gli uomini da cui veniva sfruttata, manipolata, lusingata, e a cui piaceva trarre rassicurazioni dai desideri altrui, Martine forse è stata una prostituta, comunque è passata attraverso esperienze promiscue non meglio specificate. Dal momento in cui Charles se ne innamora, lui la vuole solo per sé. L'idea del suo passato lo manda un bestia e il medico diventa preda di una furia incontenibile - che porterà alla sua perdizione, e a quella della ragazza, che pure accetta il suo destino perché anche lei trova in quell'amore folle una catarsi desiderata. Drammatico e disturbante, soprattutto nel finale. Simenon sempre magistrale. Da questo romanzo è stato tratto il film "Il frutto proibito" (1952), di Henry Verneuil.

venerdì 27 maggio 2016

IL PATIBOLO



IL PATIBOLO
di Dario Papa
Perosini
1994

Si tratta di un agile libretto (settanta pagine) che fa parte della collana "Avventure", diretta da Claudio Gallo, il massimo esperto vivente sulla vita e l'opera di Emilio Salgari. E in effetti un collegamento fra Dario Papa (l'autore del testo) e il creatore del Corsaro Nero, c'è: veronesi entrambi, furono scrittori contemporanei (Papa muore nel 1897, a cinquantun anni), ed ebbero tutti e due una carriera giornalistica, lavorando per qualche tempi al quotidiano "L'Arena". Giornalista, Dario Papa lo restò tutta la vita. E che giornalista, a dar retta non soltanto a quel che dicono di lui l'autrice della prefazione (Lucia Annunziata) e i due postfattori (Antonio Marchesi e lo stesso Claudio Gallo), ma anche alle impressioni che si ricavano dalla lettura dei due suoi testi presentati nel volumetto. Si tratta di un paio di interessanti estratti tratti da un'opera più ampia, "New York", datata 1884, che ho letto (lo confesso) nel mio lavoro di preparazione per una storia di Zagor con lo stesso titolo, dato che si descrivono le famigerate "Tombs", ovvero la prigione newyorkese, non lontana dai Five Points, dove si eseguivano le condanne a morte. E proprio di due processi e due esecuzioni si racconta. Papa, nel suo avventuroso viaggio negli Stati Uniti per scopi giornalistici (attraversò tutta l'America de Nord coast-to-coast) descrive il Paese che visita con acutezza critica e non come un turista in gita di piacere. E' critico e perfino severo, anche se poi fu conquistato dall' american way of life e da fervente monarchico (com'era anche Salgari) divenne repubblicano e federalista. "Il patibolo" descrive però la giustizia com'è amministrata (in modo che a lui pare sommario) a New York. E lo fa con asprezza, sembrandogli che agli imputati, soprattutto se poveri e immigrati, non venisse garantito il diritto di difesa (ovvero: che ci fosse un preponderante vantaggio per l'accusa). Singolarmente, Papa contesta l'invadenza della stampa che, a suo dire, faceva i processi in piazza prima ancora dello svolgimento in aula. Scrive il giornalista: "Qualcuno si chiederà come mai i giornali sapessero tante cose. Gli è che negli Stati Uniti essi passano dappertutto con una facilità straordinaria. Certissimamente là i giudici devono avere delle idee molto diverse da quelle dei nostri anche in fatto di preparazione dei processi: perché mentre da noi i giornalisti trovano le porte chiuse, non foss'altro per la ragione che non si vuole intralciare il processo, mettere la gente sull'avviso, frastornare misure che si son prese, là si può ben dire che i giornalisti istruiscono il processo prima ancora che chi ci ha il dovere". Sconvolgenti e terribili i passaggi in cui Papa descrive una impiccagione per cui ha ottenuto un invito, appunto allo scopo di documentarla: "Vidi ciò che di più orribile io abbia veduto mai. A due metri dal suolo, il condannato si agitava nelle più violente convulsioni". A corredo del testo, e anche a commento di queste parole, alcune belle illustrazioni di Paolo Bacilieri.