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domenica 12 febbraio 2023

I DUE DOTTORI

 

Alfredo Castelli
Lucio Filippucci
Paul d'Ivoi
Louis Bombled
 
I DUE DOTTORI
 
Cut-Up Publishing
cartonato, 2022
50 pagine, 20.90 euro


Una chicca sicuramente imperdibile per gli appassionati di Martin Mystère , ma apprezzabile anche dai lettori curiosi di ogni genere, non soltanto di fumetti (per esempio, è consigliabile agli amanti della letteratura popolare e d'appendice). Alfredo Castelli spiega all'interno del volume tutti i retroscena che hanno portato alla pubblicazione di questo agile cartonato, e lo fa con dovizia di particolari e con la consueta chiarezza. Cercherò di riepilogare. Lo scrittore francese Paul Deleutre (1856-1915), che si firmava con lo pseudonimo di Paul d'Ivoi, fu autore di molti romanzi e racconti d'avventura che si inserivano nel filone dei "Viaggi straordinari" di Jules Verne. Fra questi, pubblicò nel 1900 il romanzo "Docteur Mystère", illustrato (come all'epoca si usava) con tavole di Louis Bombled. Protagonista ne era un ricco e presumibilmente nobile indiano, il cui vero nome rimane ignoto e che si fa chiamare così come risulta dal titolo in copertina. Costui, caratterizzato da una cultura enciclopedica e dal fatto di viaggiare su un "Hotel Elettrico" di sua invenzione, ha come assistente un giovane francese, trovatello, soprannominato Cigale, ed è giunto in Europa per compiervi una missione misteriosa. Mentre il Docteur non compare più, se non di sfuggita, in altri romanzi di d'Ivoi, Cigale invece diviene protagonista di una serie tutta sua. Trascorso quasi un secolo, nel 1994, Alfredo Castelli scopre in una libreria antiquaria una edizione di "Docteur Mystère", si incuriosisce per la corrispondenza del nome del personaggio principale con quello di Martin Mystère, l'eroe a fumetti da lui creato nel 1982, e decide di inserire il ricco indiano di d'Ivoy nella saga del suo Detective dell'Impossibile, facendone un antenato. Come conciliare, però, i tratti somatici WASP di Martin con le sembianze etniche tipiche dell'India del Docteur? In una storia del 1996 Castelli spiega che Cigale era stato adottato dal suo mentore, assumendone come cognome proprio "Mystère". Quindi Martin Mystère si rivela essere discendente dal trovatello francese e giustamente può avere i capelli biondi. Il Buon Vecchio Zio Alfy non si ferma qui: nel 1998 trasforma il Docteur Mystére e Cigale in protagonisti di avventure scritte ex novo (da lui e da Carlo Recagno) pubblicate in albi fuori serie del Buon Vecchio Zio Marty (sei, per la precisione) e ristampate poi (tre) in volumi cartonati. Le caratteristiche dei due personaggi, ricreati graficamente da Lucio Filippucci, risultano un po' diverse da quelle degli eroi di d'Ivoi, ma resta il sapore della letteratura d'appendice e il fascino dell'ambientazione ottocentesca o d'inizio Novecento, il tutto contaminato con un sottofondo di brioso umorismo, un pizzico di elementi sexy, ed esotismo. A partire dal 2010, infine, l'almanacco annuale "Poe - Criminal Magazine", ideata e diretta da Antonio Vianovi, pubblica tre puntate di una ulteriore avventura scritta in prosa (non a fumetti) proprio da Alfredo Castelli, ripescando appunto la consuetudine della narrazione "à suivre". Il racconto, intitolato "Docteur Mystère e il mistero del corvo", rimane interrotto ma poi è portato a conclusione nel 2019 su un fascicolo distribuito in occasione di Riminicomix. Il riferimento al corvo presente nel titolo non è casuale, ma rimanda appunto a Poe (da cui prende nome la rivista di Vianovi) e al mistero della sua morte, a cui si cerca di dare una spiegazione. Proprio questo racconto, splendidamente illustrato da tavole fuori testo di Filippucci, viene riproposto integralmente, da pagina 29 in poi, nel volume edito da Cut-Up Publishing di cui ci stiamo occupando. Prima, il cartonato si apre con tre capitoli (tradotti per la prima volta in italiano proprio da Castelli), tratti dal romanzo "Docteur Mystère" di Paul d'Ivoi, e precisamente quelli che narrano dell'incontro fra il ricco indiano e il giovane Cigale (con il corredo delle illustrazioni di Louis Bombled). Quindi, ricapitolando: i due Docteur Mystère (quello originale e quello protagonisti delle storie castelliane) vengono messi a confronto tramite scritti in prosa. Non ci sono fumetti, non c'è neppure Martin Mystère, ma è come se ci fossero

giovedì 14 febbraio 2019

PERCHE'?




Philippe Vandel
PERCHE'?
Longanesi
1995, 274 pagine 
brossurato, 18.000 lire


Il francese Philippe Vandel è giornalista televisivo, autore e conduttore di fortunate trasmissioni. Questo è il suo secondo libro, grande successo in Francia (all'epoca della sua prima uscita) in Francia. Il volumetto, pubblicato da Longanesi in piccolo formato, in effetti è gradevole. Rientra a tutti gli effetti nel genere "trivia", cioè nel campo delle curiosità, delle notizie singolari, del nozionismo non catalogabile nelle scienze ufficiali: l'autore risponde a 120 domande apparentemente sciocche, alle quali esiste tuttavia una risposta interassente da dare. L'idea non è nuova: sulla "Settimana Enigmistica" appare da decenni una rubrica analoga in cui i curatori spiegano i perché di questo o di quello. Ugualmente, su "Tutto Martin Mystere", Alfredo Castelli (noto tuttologo e cultore di "trivia") rispondeva "a tutto". E su riviste tipo "Focus" vengono fornite risposte attendibili e chiare a quesiti di ordine scientifico. Raccogliendo insieme queste risposte qualunque editore potrebbe pubblicare un libro come questo della Longanesi. Però, a dire il vero, Vandel ha selezionato 120 domande molto particolari: non ha cercato di rispondere a domande "serie" come potrebbe essere quella sul perché la luna mostra sempre la stessa faccia o sul come mai l'acqua del mare sia salata e quella dei fiumi invece no. Sono state scelto 120 domande davvero  curiose e singolari: "Perché di un marito tradito si dice che ha le corna?"; "Perché i coltelli di lusso hanno la punta rotonda?", "Perché l'ordine dei tasti della macchina da scrivere non è alfabetico?". Il  merito dell'autore, che si sforza di fornire risposte attendibili ma ha il torto di volerle mettere troppo in burla, sta in proprio in questa scelta. Carino da avere, da rileggere,  o da usare per sfoggiare una cultura enciclopedica. Ah, un'ultima cosa: dei mariti traditi si dice che hanno le corna perché gli animali che le hanno possono vedere quelle degli altri ma non le proprie.

lunedì 24 dicembre 2018

UN DELITTO, UN MISTERO, UN MATRIMONIO





Mark Twain
UN DELITTO, UN MISTERO, UN MATRIMONIO
Rizzoli
Prima edizione gennaio 2002
Traduzione di Mariarosa Bricchi
cartonato – 110  pagine – 10 euro

“Un caso letterario mondiale: dopo 125 anni ricompare un manoscritto dimenticato di Mark Twain”: così in quarta di copertina. La postfazione di Boy Blount Jr, che occupa metà del volume (iniziando, infatti, a pagina 57), spiega il retroscena: “Nel 1876, quando lo scrittore aveva quarant’anni, Mark Twain concepì un progetto, in collaborazione con l’ ‘Atlantic Monthly’, che rimase irrealizzato fino al 2001”. Grossomodo, il progetto era quello di invitare dieci grandi scrittori dell’epoca a sviluppare, ciascuno alla propria maniera e con il proprio stile, la traccia proposta dallo stesso Twain. Traccia che costituisce il romanzo salvato dall’oblio dopo oltre cento anni, visto che, per vari motivi, dell’idea dello scrittore non se ne fece di niente e il manoscritto con la traccia rimase inedito. La postfazione ricostruisce per filo e per segno tutti i particolari, dalla genesi al naufragio del progetto, inserendo ogni cosa nel contesto della movimentata vita di Mark Twain, ma per restare al romanzo in quanto tale si tratta di ben poca cosa, trattandosi appunto di qualcosa da sviluppare. Ciò che colpisce è il bizzarro finale di una vicenducola che potrebbe essere semplicemente un giallo, con venature rosa. In uno sperduto villaggio del Missouri chiamato Deer Liek, un contadino piuttosto spiantato di nome John  Gray ha una figlia di nome Mary innamorata di un certo Hugh Gregory. John ha però un fratello più vecchio, Dave, che, diversamente da lui, ha fatto fortuna. Dave Gray ha fatto testamento, lasciando tutti i suoi soldi alla giovane Mary. Solo che Dave odia mortalmente tutti i Gregory, e se dovesse venire a sapere che Mary sposerà un rampollo di quella famiglia, cambierebbe immediatamente il testamento per impedire che i suoi beni finiscano proprio nelle mani di uno dei suoi nemici. John Gray chiede quindi a Mary di troncare la sua relazione con Hugh prima che Dave cambi il testamento. Intanto, uno strano personaggio è arrivato a Deer Liek: è uno straniero dall’accento francese, ritrovato svenuto sulla neve come se fosse piovuto dal cielo, e che non sa dare spiegazioni su di sé avendo perso la memoria: finisce per farsi chiamare conte di Fontainebleau.
Da qui in poi, occhio allo spoiler perché vi racconto tutto, ma proprio tutto (secondo me non è la soluzione del giallo che segue la cosa importante, ma il divertimento dato dal meccanismo e da tutta l'operazione tentata da Twain).
Dave scopre la tresca fra Hugh e Mary, continuata nonostante John, e salta su tutte le furie. Correrebbe dal notaio a cambiare il suo testamento, se qualcuno non lo uccidesse prima. E purtroppo non sembrano esserci dubbi: tutti gli indizi portano verso il giovane Gregory, che viene arrestato e condannato a morte. Il conte di Fontainebleau, grande amico di Mary, prima consola la povera ragazza, poi si offre come marito. La fanciulla, disperata, accetta: ha bisogno di qualcuno a cui aggrapparsi. Ma ecco che, proprio il giorno delle nozze, si scopre la verità: Hugh è innocente! Dave è stato ucciso dal conte, che voleva sposare Mary eliminando il principale rivale proprio grazie all’accusa di omicidio fatta ricadere su di lui, ottenendo nel contempo l’eredità del morto attraverso la moglie. Il conte confessa, e svela anche i retroscena del suo arrivo a Deer Liek: è caduto sulla neve da una mongolfiera, su cui era salito con Jules Verne, essendo da questi sfruttato come “sperimentatore” dei “Viaggi Straordinari” oggetto dei suoi libri. A parte il ricorso a Verne, peraltro il chiave di ostile presa in giro (pare evidente l’insofferenza di Mark Twain verso lo scrittore francese), il racconto è dunque un giallo.  Il finale grottesco pare incongruo. Il resto, benché limitato a essere traccia, è godibile (senza dubbio più di molti romanzi di autorucoli che pure li hanno portati a termine).

sabato 10 dicembre 2016

IL MANUALE DELLE GIOVANI MARMOTTE


IL MANUALE DELLE GIOVANI MARMOTTE
a cura di Mario Gentilini
Mondadori
1969, cartonato
254 pagine, 1500 lire

Ho una copia originale in ottimo stato di conservazione, ritrovata su una bancarella dell'usato (cinque euro, per la cronaca). Inutile dire della quantità di ricordi legati a un libro come questo. Da bambino leggevo gli albi di Topolino e invidiavo moltissimo Qui, Quo e Qua non perché andavano al campeggio ma perché potevano avere le risposte a tutte le domande proprio consultando il loro "Manuale delle Giovani Marmotte". Nell'universo Disney, il Manuale delle Giovani Marmotte ("Junior Woodchucks Guidebook") è una sorta di prontuario in formato tascabile, in dotazione a tutti i membri (appunto) delle Giovani Marmotte, che costituisce una vera e propria enciclopedia dello scibile umano, utile per cavarsi d'impiccio in tutte le situazioni. In una canzone di Eugenio Finardi, "Vil Coyote", il cantautore accenna a "chi vorrebbe avere tutte le risposte, come nel Manuale delle Giovani Marmotte". Io, appunto. Sarebbe molto utile anche per cavarsela alla mia età, se esistesse. Fatto sta che a sette o otto anni, quando vidi la pubblicità del Manuale realizzato dalla Mondadori feci carte false per farmelo comprare. Ammetto che restai un po' deluso. Il libro era (ed è) delizioso, però tutte le risposte non c'erano. Si parlava soprattutto di campeggio e di bricolage (come costruirsi un arco, come orientarsi nel bosco, come allestire un bivacco per il picnic, come fabbricarsi un piffero). Però c'erano anche consigli su come lavare il cane, suonare i calici con il dito sul bordo, collezionare francobolli. E non mancavano notizie storiche e scientifiche presentate come aneddoti o curiosità divertenti. In pratica è una sorta di almanacco per ragazzini svegli e curiosi - quali eravamo noi negli anni Settanta, indubbiamente. Oggi stupisce la qualità di riferimenti ai pellerossa, che all'epoca andavano di moda nei giochi dei ragazzi ("facciamo a indiani e cowboys?") grazie ai film e ai telefilm western - che non ci sono quasi più, in ogni caso i ragazzi odierni gli Apaches non sanno neppure che siano mai esistiti. Il tutto corredato da decine e decine di gradevolissime illustrazioni di Giovan Battista Carpi. Sarebbe interessante capire cosa pensano di un Manuale come questo i nativi digitali, che per orientarsi nel bosco hanno un'app nel telefonino e non soltanto non si fabbricano pifferi ma non desiderano neppure suonare la chitarra (quelli con chitarra una volta acchiappavano le ragazze e in ogni compagnia ce n'erano almeno un paio). Figuriamoci poi chi colleziona francobolli fra quelli con meno di quarant'anni. Il libro di cui stiamo parlando è comunque solo il primo di una lunga serie: la Mondadori Editore ha pubblicato dal 1969 al 1989 una collana in otto volumi curata da Elisa Penna e Mario Gentilini. Nel 1991 è uscito anche un "Maxi Manuale delle Giovani Marmotte" contenente una selezione del "meglio del meglio", e nel 2002 la Disney Italia ha pubblicato "ll Nuovo Manuale delle Giovani Marmotte".

domenica 27 novembre 2016

FACCE DA COMICS



FACCE DA COMICS
di Adriana Roveda
Allagalla
2016, brossurato
160 pagine, 20 euro. 

Quanti sorrisi e quanta curiosità, sfogliando questa raccolta di scatti di Adriana Roveda, infaticabile frequentatrice di mostre e di convention fumettistici. Il fumetto italiano (e un po' di più) degli ultimi trent'anni c'è quasi tutto, e gli assenti sono giustificati. Poiché, oltre a essere uno degli autori fotografati, sono anche l'autore della prima prefazione ("Scatto matto", la seconda è opera di Fabio Civitelli, fumettista anche fotografo a sua volta), eccola riportata di seguito: mi pare già una più che esaustiva recensione. 


Comincio subito col chiarire che io sono molto più bello di come sembro nelle foto di Adriana Roveda. Invece tutti gli altri miei colleghi fumettisti sono esattamente così, come lei li ha fotografati, cogliendo l’attimo al volo. Click. Li riconosco tutti, quelli che conosco, perché sono veri. Anzi, in alcuni casi ricordo anche quando, come e dove sono stati realizzati quegli scatti: c’ero anch’io, pochi passi più in là. Nessun artificio, nessuna posa, nessuna luce piazzata. Adriana, come una reporter d’assalto, gira con la macchina al collo e colpisce. Poi ci sono anche le foto scattate a quelli che non conosco: in questo caso è bello scoprire che anche i grandi autori sono persone vere pure loro, fotografabili nel loro modo d’essere più naturale e spontaneo. Un libro come questo mi sarebbe sembrato un sogno, trenta o quaranta anni fa: ero un giovane lettore e aspirante autore che da sempre frequentava le due o tre manifestazioni fumettistiche organizzate all’epoca (davvero poche, e in spazi piccoli, come il palazzetto dello sport a Lucca o il palazzo di Re Enzo a Bologna). In quelle occasioni i visitatori avevano la fortuna di vedere di persona figure quasi mitologiche come Milo Manara, Magnus o addirittura Stan Lee (che venne in Italia nel 1974). Al di fuori di questi rari eventi, nessun giornale si occupava dei fumettisti, non c’erano riprese televisive, non circolavano foto se non sul retro degli Eureka Pocket, e naturalmente non esisteva Internet. Quasi impossibile sapere che faccia avessero Gallieno Ferri o Chris Claremont. Per fortuna Jack Kirby si raffigurava nei suoi albi. Poi le cose sono cambiate: le kermesse fumettistiche si sono moltiplicate, gli autori hanno iniziato a mostrarsi al pubblico (non che prima si nascondessero: nessuno li invitava), sui quotidiani sono comparse foto, sono nate le fanzine (prima ciclostilate, per cui foto zero, poi sempre più professionali, e dunque ricche di immagini fotografiche). Infine, ecco Internet. Tuttavia, i lettori di fumetti amano la carta. Vogliono avere un libro, un albo, un portfolio da stringere fra le mani. Vogliono un disegno con dedica dei loro illustratori preferiti (e, per collezione, anche di quelli meno preferiti). Adriana Roveda fotografa i disegnatori proprio mentre schizzano gli sketches per il pubblico. E li fotografa a contatto con il pubblico, appunto, perché se è vero, come purtroppo è vero, che le vendite di fumetti (come di tutto ciò che si stampa) sta subendo un crollo verticale, un piccolo verso l’alto hanno le presenze dei visitatori alle mostre mercato, e sempre di più si allungano le file davanti agli stand in cui chi crea le storie può stringere la mano a chi le legge. Il che è bello e consolante. Questo testimoniano gli scatti di Adrian, oltre a farci vedere appunto le facce (in genere sorridenti) di tanti di questi creatori di sogni. E si tratta di scatti stampati su carta. Da carezzare con le dita. Se carezzerete pure me, tenete conto comunque che sono più bello dal vivo.

sabato 6 agosto 2016

SASQUATCH, ENIGMA ANTROPOLOGICO



SASQUATCH, ENIGMA ANTROPOLOGICO
di Renzo Cantagalli
SugarCo Edizioni
1975, brossurato
210 pagine, 3500 lire

La collana "Universo Sconosciuto" della Sugar, in cui è inserito questo saggio, pubblicava, negli anni Settanta, i best seller di Peter Kolosimo, primo fra tutti "Non è terrestre", su cui hanno sgranato gli occhi i più curiosi della mia generazione. Accanto ai libri di Kolosimo, però, trovavano posto però anche altre indagini sul mistero che poi avrebbero offerto spunti a non finire per la serie di Martin Mystére e oggi vengono saccheggiate dagli autori di "Voyager". Per cui ecco testi sul mostro di Loch Ness, le sculture dell'Isola di Pasqua, la vita oltre la morte e così via. Fra tanti titoli non sfigura questo studio dedicato al Sasquatch, la misteriosa creatura che ha ispirato, oltre a un racconto del BVZM datato 1984, anche uno di Tex (1979) e uno di Zagor (1988). Ma anche molti film, telefilm, cartoni animati,romanzi, brani musicali, documentari, videogiochi e chi più ne più ne metta. "Studio", beninteso, senza valenza scientifica, trattandosi di un onesto lavoro puramente compilatorio, messo insieme rovistando fra un po' tutti gli scritti, le foto e i filmati disponibili all'epoca (oggi il bottino sarebbe stato ancora più ricco), riportando le testimonianze e le opinioni degli studiosi, senza prendere posizione ma mettendo uno accanto all'altro tutti gli elementi perché il lettore possa farsi una propria idea. Cantagalli, comunque, riferisce di aver visitato molti dei luoghi di cui parla e di aver personalmente intervistato alcuni degli abitanti, e c'è da credergli. Il Sasquatch, negli States, viene anche chiamato Bigfoot (ovverosia “piedone”), dato che le impronte del gigantesco scimmione (così viene descritto) rinvenute sul terreno dimostrano infatti come la bestia abbia una pianta podalica grossa il doppio di quelle degli esseri umani, e un peso di diversi quintali, giustificato del resto da una altezza che si aggira mediamente sui due metri e mezzo. Le orme dei piedi, da cui sono stati rilevati degli impressionanti calchi, misurano tra i 40 e i 46 centimetri. Si tratterebbe di un primate bipede dai grandi occhi, senza collo, coperto da una folta pelliccia che varia dal rosso scuro al nero. E’ stato avvistato in tutte le Montagne Rocciose ma soprattutto negli stati di Washington e dell’Oregon. La “caccia al mostro” si scatenò nel 1957, dopo che un certo Albert Ostnam raccontò di essere stato rapito per sei giorni da una di queste misteriose creature, tuttavia i totem dei pellerossa le raffiguravano da molto tempo prima. Anche le cronache dei colonizzatori europei registrano numerosi avvistamenti. La prima risale al 1811, quando l’esploratore David Thompson scoprì delle enormi impronte sulla neve. Da allora in poi è stato un susseguirsi di avvistamenti, in alcuni casi suffragati da foto e video (non in grado però di chiarire il mistero), fino ai giorni nostri. Alcuni scienziati, tra cui l’antropologo Gordon Strasemburg, hanno formulato l’ipotesi secondo cui i Bigfoot potrebbero essere esemplari di ominidi sopravvissuti all’estinzione, forse esemplari di gigantopithecus, una scimmia asiatica di grandi dimensioni. Ma, in generale, tra gli studiosi prevale lo scetticismo. E, se mai foste interessati alla mia opinione in proposito, sono scettico anch'io.

lunedì 28 marzo 2016

IL MAGO DEI NUMERI





IL MAGO DEI NUMERI
di Hans Magnus Enzensberger
Einaudi
cartonato, 1997
280 pagine, 28000 lire

"Un libro da leggere prima di addormentarsi, dedicato a chi ha paura della matematica", recita il sottotitolo. La divertente illustrazione di Rotraut Susanne Berner in copertina già anticipa tutte le altre (quasi in ogni pagina) contenute all'interno e che aiutano moltissimo a seguire quel che il Mago dei Numeri spiega al refrattario Roberto. Enzensberger (classe 1929) non è un matematico ma un poeta, e confessa (ringraziandoli) vari esperti che gli hanno dato una mano. Tuttavia, forse perché proprio profano ma con il gusto della divulgazione, riesce a rendere affascinante e quasi fiabesco il primo approccio alla matematica. Al protagonista, Roberto, che trova indigesto il mondo dei calcoli e delle cifre, compare in sogno un diavoletto, il Mago dei Numeri, che si picca in dodici notti (come quelle shakesperiane) di insegnarli, facendolo incuriosire, i rudimenti matematici. Per chi già certe cose non le sa è davvero curioso, e sa quasi di magia, scoprire come tutti i numeri pari sono la somma di due numeri primi, e quelli dispari lo sono di tre; così come è incredibile che prendendo un qualunque numero e raddoppiandolo, fra il primo e il secondo c'è sempre almeno un numero primo. Le stesse cose magiche avvengono esaminando la sequenza di Fibonacci piuttosto che il mondo delle potenze, delle frazioni e delle radici quadrate. I disegni aiutano a capire in modo divertente. Certo, non si tratta di un manuale tecnico o di un saggio scientifico, ma davvero vien voglia di saperne di più.

lunedì 22 febbraio 2016

LA DONNA NELLA VITA E NELL'OPERA DI EMILIO SALGARI



LA DONNA NELLA VITA E NELL'OPERA DI EMILIO SALGARI
a cura di Silvino Gonzato
Assessorato Pari Opportunità del comune di Verona 
e Associazione culturale Vivi la Valpolicella
2011, cartonato,
60 pagine, p.n.i.

Si tratta degli atti di un convegno tenutosi a Verona il 22 ottobre 2010 nell'approssimarsi del centenario della morte del "padre degli eroi", Salgari appunto. Il volume è un cartonato formato A4 di 60 pagine stampare su carta patinata e contiene sei interessanti saggi. Il primo, di Roberto Fioraso, si intitola "Il tenue erotismo salgariano da Tay-See a Capitan Tempesta": a leggere le citazioni, tanto tenue questo erotismo non sembra e, anzi, ci si può trovare dell'audacia: "Il sangue gli correva più rapido a quel contatto, si sentiva prendere da ardenti bramosie e le sue dita accarezzavano avidamente quelle tiepide carni frementi d'amore e di ansietà", si legge ne "La Rosa del Dong-Giang". Segue un atrticolo di Felice Pozzo sul tema delle donna (reali) nella vita di Emilio, a partire dalle sue tecniche di seduzione nei confronti della moglie Ida, ricavate dalle sue lettere. Quindi Vittorio Sarti esamina la figura femminile come emerge nei romanzi salgariani e nota i suoi accenti di promotore dell'emancipazione della donna (Capitan Tempesta, basterà ricordarlo, era appunto un'eroina e non un eroe). Seguono le "Considerazioni di un editore donna su Salgari", di Franca Viglongo, che si sofferma a notare, estrapolando le sue considerazioni dalle cronache dei funerali dello scrittore, quanto fosse significativa la presenza femminile fra i lettori salgariani. Per finire, con "Il romanziere e il suo tempo", Gian Paolo Marchi studia i rapporti di Salgari con gli altri scrittori della sua epoca. Chiude il volume il testo di una introduzione a una edizione portoghese di "Attraverso l'Atlantico in Pallone". Per i cultori del "capitano", tanta roba bella (con il corredo di alcune illustrazioni a colori).

venerdì 12 febbraio 2016

I QUADERNI SEGRETI DI AGATHA CHRISTIE






John Curran
I QUADERNI SEGRETI  DI AGATHA CHRISTIE
Oscar Mondadori
2010, brossurato
400 pagine, 13 euro

Una decina di anni fa sono stati ritrovati, in una scatolone nella casa della scrittrice, 73 quaderni contenente frettolosi appunti scritti a mano dalla Christie nel corso di oltre cinquant'anni. Della loro esistenza si sapeva perché la giallista ne aveva parlato nella sua autobiografia, raccontando di averli usati fin dai tempi del primo romanzo per prendere nota delle sue idee, ma di avere anche il difetto di perderli continuamente. Li perdeva e li ritrovava, visto che ogni quaderno contiene appunti riferibili a libri diversi e di epoche diverse, in un calderone inestricabile di scarabocchi di ogni tipo, dall'elenco per i regali di natale ai tentativi di risolvere delle parole incrociate. John Curran, un christologo di prim'ordine, si è preso la briga di decifrare uno per uno tutti i quaderni, convincendosi che sono pochi quelli ad essere stati definitivamente smarriti e assemblando gli appunti sparsi in capitoli riferibili a un periodo o a un romanzo preciso, e commentando ogni annotazione con acume e perspicacia, in modo da svelare in modo brillante il modo di lavorare di lady Agatha. Vedere come la scrittrice ragionava sulle sue trame e cercava di trovare il modo giusto per ingannare i suoi lettori è elettrizzante. Si fanno anche delle scoperte interessanti: per esempio, i personaggi di "Dieci piccoli indiani" all'inizio dovevano essere dodici, "Poirot sul Nilo" avrebbe dovuto essere un romanzo di Miss Marple, il finale di "C'era una volta" originariamente era diverso, per quello di "E' un problema" erano state valutate più soluzioni, e via dicendo. Su Agatha Christie io ho scritto un fumetto, illustrato da James Hogg, pubblicato su "Il giornale dei misteri": ma ogni mio "giallo" zagoriano è costruito secondo gli schemi della magistrale Agatha. Questo libro, è consigliato a tutti coloro che, come me, la adorano.

sabato 30 gennaio 2016

IN VIAGGIO CON TEX



IN VIAGGIO CON TEX
di Aurelio Sangiorgio
Edizioni il Minotauro

1998, brossurato, 
146 pagine b/n, 
lire 26.000

Dov’è nato Tex Willer? In un “piccolo ranch circa tre miglia ad est di Rock Spring nel sud del Texas, poco lontano dalle sorgenti del Nueces”, risponde Bonelli senior nella storia “Il passato di Tex”. Incredibile ma vero, c’è stato chi è andato a controllare se il luogo esiste davvero. Si tratta di Aurelio Sangiorgio, autore di un agile e divertente libretto dal titolo “In viaggio con Tex” in cui si scopre che c’è sul serio una cittadina chiamata Rock Springs (una “s” in più non modifica la sostanza) a metà strada tra le sorgenti del Nueces e quelle del West Nueces. Ai lettori vengono quindi fornite tutte le indicazioni utili per raggiungerla. Lo stesso avviene per tutte le altre più importanti località della saga texiana, compresa Taos, dove nacque Kit Carson, e poi Kayenta, la cittadina più vicina al villaggio centrale dei Navajo, dove Tex riceve la posta (l’indirizzo esatto di Aquila della Notte è: Tex Willer, Post Office Kayenta, Arizona). Quindi Flagstaff, Nogales, Tucson, Tombstone, Yuma, El Paso. Ma non c’è solo il West: grazie ad Aurelio Sangiorgio possiamo scoprire con curiosità tutto quello che può servire per visitare lo Yucatan (i luoghi di Yama), l’Alaska, le grandi città (San Francisco, Washington). La prefazione è di Sergio Bonelli. Peccato per la scarsa qualità delle illustrazioni.


giovedì 7 gennaio 2016

L'ASSASSINIO DI RUE SAINT-ROCHE



L'ASSASSINIO DI RUE SAINT-ROCHE
di Alexandre Dumas
a cura di Ugo Cundari
Dalai Editore
120 pagine
2012, 12.90 euro

"E se non fosse stato Edgar Allan Poe a scrivere 'I delitti della Rue Morgue'?", domanda perfidamente una frase in quarta di copertina. E in questo dubbio sta tutto il fascino del libro, che si giustifica di fatto proprio dal confronto fra il giallo di Dumas e quello di Poe, ritenuto il primo poliziesco della storia. Ugo Cundari ha infatti ritrovato per caso, in una biblioteca napoletana, un racconto pubblicato dall'autore dei "Tre Moschettieri" su un giornale partenopeo, l' "Indipendente", di cui fu direttore fra il 1860 e il 1864. Si tratta, per la precisione, di un testo apparso a puntate tra il 28 dicembre 1860 e l'8 gennaio 1861, di cui esistono, negli archivi di tutto il mondo, pochissime copie, e che era, fino a poco tempo fa, praticamente sconosciuto. Dumas lo dettò, in francese, a uno scrivano e venne immediatamente tradotto in italiano per poter comparire sul giornale, come si faceva per tutto quello che lo scrittore francese preparava, con la sua solita vulcanicità, per il quotidiano napoletano. La versione proposta da Dalai è appunto quella della traduzione dell'epoca. La lettura de "L'assassinio di Rue Saint-Roche" lascia del tutto sbigottiti, perché si tratta di un clamoroso plagio dei "Delitti di Rue Morgue" di Poe. Stessa ambientazione parigina, stessa situazione, stesse vittime, stessa soluzione del caso. Non solo: anche i particolari sono i medesimi, dalle voci provenienti dalla casa chiusa scambiate dai vicini per lingue straniere sempre diverse, al dettaglio delle finestre inchiodate. Che cosa cambia? Cambia, innanzitutto, il fatto che il detective risolutore del caso è lo stesso Edgar Allan Poe. Cioè Dumas racconta di aver incontrato lo scrittore americano a Parigi nel 1832 e, mentre era in sua compagnia, di averlo veduto incuriosirsi di un caso descritto sui giornali e quindi indagare sulla faccenda fino a venirne a capo. Ora, i "Delitti della Rue Morgue" è stato pubblicato nel 1841, dunque vent'anni prima il racconto di Dumas. Dunque tutto lascia pensare che sia stato lo scrittore francese a copiare Poe. Il che non sarebbe neppure improbabile, essendo Dumas uso ad attingere a piene mani di qua e di là, al punto da aver subito diversi processi con l'accusa di appropriazione indebita di scritti altrui. Però, la questione non è così semplice. Nella sua lunga e avvincente postfazione, Cundari elenca tutta una serie di circostanze misteriose. Tanto per cominciare, anche nel racconto di Poe compare un Dumas, che è uno dei personaggi secondari. Una combinazione? E se Dumas e Poe si fossero davvero incontrati, nel 1832? Perché, infatti, Poe ambienta proprio a Parigi il suo giallo, e non a Boston o Philadelphia? Come può conoscere così bene la capitale francese, com'è dimostrato dal suo testo? La biografia di Poe è, incredibilmente, misteriosa e lacunosa sui suoi spostamenti in quell'anno e ci sono testimonianze che lo vogliono in Russia, in Francia, in Inghilterra. Il curatore elenca una serie impressionante di indizi che sembrano far supporre che il contatto ci sia stato, e che una bozza di racconto possa essere stato visto e letto da Poe, oppure discusso con Dumas, che sarebbe stato però l'artefice dell'opera, avendone collocato l'azione su uno sfondo parigino che l'americano non aveva ragione di usare. Personalmente, dovendo emettere un verdetto, protendo per un semplice plagio del francese. Tuttavia ammetto che Cundari è riuscito a instillarmi il dubbio.

domenica 23 agosto 2015

UNA VACANZA SAMMARCELLINA NEI DIPINTI DI LUIGI PIRANDELLO



Daniela Fratoni
Renata Marsili Antonetti
Vittoria Nesi

UNA VACANZA SAMMARCELLINA 
NEI DIPINTI DI LUIGI PIRANDELLO

Comune di San Marcello Pistoiese
2001, spillato
40 pagine, p.n.i.

Ho l'abitudine, su questo spazio (che del resto è personale) di segnalare anche i testi che riguardano le montagne dove sono nato, tuttavia la pubblicazione su cui dirò qualche parola potrebbe indubbiamente interessare più persone di quanto ci si può aspettare da opuscoli di argomento locale. Infatti, protagonista delle pagine di questo spillato è Luigi Pirandello, il quale trascorse l'estate del 1914 in villeggiatura a San Marcello Pistoiese (mio luogo natale). Renata Marsili Antonietti, nipote dello scrittore, spiega in un suo saggio che brilla per sintesi e chiarezza, com'è che Pirandello giunse proprio in quel luogo: suo fratello Giovanni aveva sposato una ragazza di Cutigliano, un borgo vicino. Trattandosi di località fresche ed amene, ecco il commediografo giungerci in vacanza con un discreto numero di parenti. Il soggiorno è proficuo: Pirandello dipinge alcuni quadri a olio (tutti riprodotti nella pubblicazione), che rendono ragione di un suo certo talento anche come pittore e testimoniano l'aspetto di San Marcello all'inizio del Novecento, ma non solo, scrive anche una novella, "La Rosa", che sembra ambientata proprio sulla montagna pistoiese. Daniela Fratoni e Vittoria Nesi analizzano infatti il testo del racconto (pubblicato su "La lettura" nel novembre del 1914) e trovano puntuali corrispondenze di luoghi descritti e di nomi di persona con la realtà sammarcellina di quegli anni. Naturalmente la novella è pubblicata insieme alla disamina e a molte foto del borgo montano scattate proprio all'epoca della visita di Pirandello.  Due dei mie nonni della vicina Gavinana, seppur bambini o giovanissimi, avrebbero potuto persino aver incontrato l'illustrate villeggiante.

lunedì 17 agosto 2015

S. - LA NAVE DI TESEO



J. J. Abrams e Doug Dorst
S. - LA NAVE DI TESEO
Rizzoli Lizard
2014, cartonato
472 pagine, 35 euro


Su “S.”, ovvero “La nave di Teseo”, si è scritto di tutto e il contrario di tutto. Leggendo le recensioni in Rete c’è di che divertirsi: i pareri sono opposti, tra chi grida al capolavoro e chi ne lamenta la noia mortale. Personalmente, sono del parere che di fronte a un’opera del genere siano secondarie le trame delle due storie parallele che si sviluppano dentro e fuori (o ai margini) del romanzo scritto dall’immaginario V. M. Straka. Sono più che convinto che sia il falso libro del 1949 (perfettamente riprodotto come oggetto d’antiquariato e proposto al lettore tale e quale ci si aspetta sia un volume ingiallito rubato da una biblioteca) sia le annotazioni ai margini scritte a penna, pennarello e lapis da due diverse mani, offrano indizi degni di approfondimenti in grado di portare a piani di lettura ancora diversi da quelli che appaiono a una prima lettura, e ci sarà chi vorrà studiare ogni dettaglio scoprendo che tutto può essere interpretato come un tassello di un puzzle da ricomporre senza avere sottomano il disegno complessivo. Tuttavia, qualunque sia o possa essere il gigantesco gioco a più livelli che gli autori ci sfidano a scovare, per quanto mi riguarda mi ritengo più che soddisfatto dal miracolo dell’oggetto in sé. 



Un prodigio di cartotecnica che appaga il bibliofilo che ama il libro in quanto tale, ovvero qualcosa da toccare, da palpeggiare, da sfogliare, da restituire più vissuto di quando lo si è ricevuto. “S. – La Nave di Teseo” è il libro perfetto: con le impronte digitali di chi lo ha posseduto, con le annotazioni scritte a mano, con i foglietti di appunti dimenticati fra le pagine e le cartoline usate come segnalibri. J. J. Abrams ha affermato che "il punto è proprio possederlo fisicamente”, e la mia soddisfazione nello sfogliarlo e risfogliarlo consiste anche nel gongolare pensando che non può esisterne una copia digitale. E’ vero che ne esiste una versione e-book ma, per ammissione degli stessi autori, l’esperienza che se ne ricava è del tutto diversa da quella dell’avere tra le mani un tomo dalle cui pagine può cadere a terra di tutto, perché è in questo che consiste la trovata geniale di chi lo ha realizzato: fornire ai lettori un falso perfetto di un vero libro su cui altre dita prima delle nostre hanno passato i loro polpastrelli vergando note e lasciando tracce. 



Ovviamente non è tutto qui: il romanzo che è alla base di tutto, “La nave di Teseo”, si può leggere come un racconto a sé stante, con tanto di introduzione che cerca di fare il punto sul suo enigmatico presunto autore, V. M. Straka. Allo stesso modo si può ignorare il testo principale e concentrarci solo sulle annotazioni a mergine delle pagine: quelle di due studenti universitari, Jennifer ed Eric, che si passano il volume fra di loro, inizialmente senza conoscersi né incontrarsi, e che si innamorano così. Però i due finiscono anche per scoprire un complotto riguardante appunto la vera identità di Straka, e il gioco in cui si invischiano si rivela pericoloso. Insomma, c’è di che divertirsi. Indubbiamente non è facile seguire i diversi piani di lettura e c’è da confondersi. Però, siccome la cosa è intrigante, ci si riesce abbastanza presto, con un po’ di allenamento, e si finisce per appassionarsi. Stupisce, certo, il fatto di seguire lo sviluppo di un libro in un modo tanto insolito. Alla fine, sia la trama del romanzo stampato (“La nave di Teseo”), che parla di uno uomo senza memoria che si imbarca su un vascello il cui equipaggio è quanto mai inquietante, sia l’indagine dei due studenti (lui cacciato dall’Università, in realtà, e in guerra con un professore, Moody, che conduce la sia stessa indagine su Straka) non si risolvono in modo chiaro e netto. Il che lascia un po’ perplessi, ma non delusi, viste le emozioni con cui siamo arrivati fin lì. Del resto, ideatore dell’operazione è proprio quell’Abrams a cui si deve (almeno in buona parte) la serie di “Lost”, un altro racconto innovativo con un finale che ha fatto discutere. C’è lo zampino di Abrams anche nel rilancio della saga di Star Wars: insomma, un nome da cui ci si aspettano idee in grado di stupire. Dal punto di vista pratico, poi, il lavoro è stato affidato a Doug Dost, al quale non si può che fare tanto di cappello. La confezione dell’oggetto è costituito da una sorta di scatola contenitore con i nomi dei veri autori e le indicazioni per la lettura, dentro alla quale c’è il finto libro d’antiquariato stampato con carta ingiallita e imbottito di documenti, lettere, giornali, fotografie, cartoline, biglietti, tutti del tutto credibili come veri e perfetti in ogni dettaglio (fare attenzione nel maneggiarlo).