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venerdì 21 novembre 2025

ACQUE MISTERIOSE

 

Guido Nolitta
Franco Donatelli
ACQUE MISTERIOSE
Sergio Bonelli Editore
2025, cartonato
250 pagine, 29 euro

«Il mio amore per il soprannaturale è di vecchia data - spiega Sergio Bonelli, creatore ed editore di Zagor,  in un suo articolo intitolato "Il mare ghiacciato che è dentro di noi" (titolo che cita Kafka) - e risale a quando da bambino andavo al cinema a vedere i film di Frankenstein, dell'Uomo Lupo e di tutti i personaggi che hanno popolato l'universo di celluloide orrorifica degli anni Quaranta e Cinquanta. Ricordo che l'immagine di Boris Karloff sconvolta dal trucco mi terrorizzò per molte notti, così come l'ombra di Bela Lugosi mi sembrava dovesse apparire, all'improvviso, sulla parete della mia stanza. A parte la paura, mi divertivo tantissimo perché, e non sono il solo a dirlo, spavento e divertimento vanno, al cinema o sulla pagina stampata, a braccetto e formano un connubio indissolubile. E con il divertimento nacque, di pari passo con la mia carriera, anche un interesse professionale, quando con il nome-de-plume di Guido Nolitta, cominciai a scrivere sceneggiature, i miei miti cinematografici erano tutti lì, a disposizione, nell' immaginario scaffale della memoria.  Non dovevo far altro che creare un'occasione, un contesto perché prendessero vita anche sulle pagine di un fumetto e Zagor è stata l'occasione per poter dare sfogo a questa mia inclinazione». 
Sergio era un cinefilo a 360 gradi: non apprezzava soltanto i film horror ma ne divorava di tutti i generi, andando con il padre Gianluigi (il creatore di Tex) a vedere quelli western, così come i peplum, gli avventurosi, i gialli o quelli di guerra. Sapeva citare intere filmografie da vero appassionato ed esperto, dunque.  Prima di essere il “giocattolo” dei lettori, Zagor è stato il “giocattolo” di Sergio Bonelli, che saccheggiava il grande magazzino delle letture e dei film che aveva visto, scegliendo quello che, da ragazzo, gli aveva fatto paura e lo aveva lasciato a bocca aperta. Filtrando opportunamente le suggestioni ricevute, cercava di trasmettere gli stessi brividi a chi leggeva i suoi fumetti. “Acque misteriose”, avventura pubblicata per la prima volta nel 1974, nasce dal film “Il mostro della laguna nera” (1954). Ma si possono ricordare le evidenti fonti cinematografiche  di molte altre avventure zagoriane. Per esempio, la pellicola “Pericolosa partita” (1932) è alla base de “I cacciatori di uomini”. Potremmo continuare citando “L’uomo Lupo” (ispirato al film con Lon Chaney del 1941), o il personaggio di “Guitar” Jim che trae origine dal cowboy canterino interpretato da  Sterling Hayden nel 1954 in “Johnny Guitar” (1954), arrivando a “Il giorno della vendetta” (1958) su cui si basa il racconto “La rabbia degli Osages”. 
Sergio era abilissimo nel rielaborare le suggestioni cinematografiche rimescolando le carte e contaminandole fra loro fino a realizzare un prodotto del tutto originale, di cui è evidente l’ispirazione ma che non è sovrapponibile al modello di partenza. Fin dall’inizio della saga Nolitta si è divertito spesso a giocare con il suo pubblico non nascondendo i riferimenti ma anzi a “citandoli”, rendendoli palesi: il lettore coglie la strizzata d’occhio dello sceneggiatore che gli propone il rimando a un film famoso, ma subito dopo si lascia rapire dal suo talento di affabulatore che riusciva a rimescolare le carte e rendere perfettamente zagoriana una vicenda che al cinema aveva tutt’altro contesto e svolgimento. I film fanno parte del bagaglio di conoscenza di tutti noi: gli sceneggiatori di fumetti attingono dagli spunti offerti dalle pellicole come da un viaggio fatto, da un programma televisivo visto, da un libro letto. Le personali sensibilità, poi, servono a rielaborare il messaggio ricevuto, trasformandolo e rendendolo personale. C’è chi cerca di farlo quasi nascondendo la fonte originaria, ma tutti hanno altri autori usati come punto di riferimento; oppure c’è chi non esita a dichiarare da quale spunto sia partito, e dimostra il suo talento giocando a scombinarne gli elementi e a ricomporli in modo fa far risultare una figura diversa. E’ il caso appunto di molte storie di Zagor. 
In “Acque misteriose” Zagor accompagna di naturalisti Kruger e Meyer, sue vecchie conoscenze, in una regione inesplorata del Missouri dove, fra le acque di una malsana palude, vivono creature che non si trovano altrove: “Man mano che avanziamo verso Nord, le mutazioni si fanno più evidenti”, dice a un certo punto uno dei due professori. E un altro loro collega, Weiser, aggiunge: “Stiamo avvicinandoci alla zona più interessante, quella cioè dove qualche elemento ancora sconosciuto favorisce l’alterazione della specie animale”. Infatti, la spedizione si imbatte in api con la coda da scorpione, lucertole con le corna e pesci con le zampe. Weiser è talmente invasato dal suo desiderio di conoscenza da non riuscire a porvi dei limiti. Lo vediamo più volte insistere per proseguire le ricerche e avvicinarsi, nonostante i pericoli, sempre più all’epicentro delle mutazioni genetiche che trasformano, per motivi misteriosi, la fauna di una inesplorata zona del Missouri. A differenza dei suoi colleghi decisamente meno atletici, lui è anche in grado di performance fisiche non indifferenti: “sono stato un autentico campione in molte discipline sportive, all’università di Stoccarda”, afferma a un certo punto della storia. Questa vigoria gli consente anche, a un certo punto, di fare a meno della scorta di Zagor e separarsi dal resto del gruppo, per continuare da solo le sue indagini in cerca di quella fama e  di quella gloria  che non intende condividere con nessuno. Il che, non gli porterà fortuna.
Dicevamo che Kruger e Meyer sono vecchie conoscenze. La loro prima apparizione fu sceneggiata da Guido Nolitta nel 1963 per l’edizione francese di Zagor (salvo poi venire pubblicata anche in Italia e inserita nella serie italiana). I due sembrano un’affiatata coppia da film comico: se il professor Kruger, naturalista darwiniano ante litteram, ha l’aspetto e gli atteggiamenti del classico scienziato un po’ svampito, non meno svitato sembra il suo assistente Mayer che, pure, svolgendo mansioni di portaborse e guardia del corpo, dovrebbe essere un pochino di più con i piedi per terra e invece sembra condividere le stramberie del suo capo. Quando li rivediamo, appunto nell’avventura “Acque Misteriose”, sono sempre molto simpatici, ma meno macchiette. Nel 2013 c’è stato un loro ulteriore ritorno.
L’autore delle tavole a fumetti che compongono questo volume è Franco Donatelli. Un nome, il suo, che si è affiancato a quello del creatore grafico di Zagor per quasi trent’anni: la sua prima storia è datata 1967 e la morte ha sorpreso l’illustratore nel 1995. La “sua” foresta di Darkwood era diversa da quella di Ferri, che l'aveva creata. Acquitrinosa, piena di liane e di vegetazione intricata quella del disegnatore ligure, più asciutta e rocciosa, e con meno alberi, pronta a trasformarsi in montagna e deserto quella di Donatelli. Allo stesso modo, diversa era la sua interpretazione di Zagor, e a ben pensarci singolarmente diversa. Sì, perché mentre il problema di tutti i disegnatori che si sono cimentati e con l'atletica e dinamica figura dello Spirito con la Scure è che hanno dovuto fare i conti con il tratto impressionista ferriano, fatto di pennellate rapidi ed efficaci, cercando di adeguarsi a quella impostazione, Donatelli ha trovato invece fin da subito una sua strada personale, caratterizzando alla sua maniera Zagor, Cico e gli altri comprimari della serie, e benché la sua mano fosse sempre e comunque riconoscibilissima, non ha mai tradito lo spirito di personaggi creati da altri. Sapeva mettersi al servizio degli eroi e delle storie forse proprio perché era stato il primo, in assoluto, a mettersi al servizio della appena nata casa editrice "Audace" allorché Gianluigi e Tea Bonelli, nel 1940, l' avevano rilevata. Giovanissimo (era nato ad Alessandria nel 1925), era stato chiamato a fare da factotum in redazione. Il particolare segno di Donatelli ha reso graficamente alcune delle più belle storie di Zagor. Chi non ricorda, per esempio, storie memorabili come "Mohican Jack", "Libertà o morte", "Spedizione punitiva" e, appunto, "Acque misteriose"?  «Franco Donatelli, secondo me, era un artigiano - ha scritto di lui Graziano Frediani - nel senso più nobile e più antico del termine. Disegnava da sempre, con modestia e dedizione, mantenendo un ritmo produttivo costante e senza mai tradire uno standard qualitativo decisamente elevato».  Proprio Frediani firma, con Maurizio Colombo, l’illustratissima introduzione.





lunedì 27 ottobre 2025

ZONA PROIBITA

 

 

Francis Bergese
Le avventure di Buck Danny
ZONA PROIBITA
fumetto - Alessandro Editore
Prima edizione 1998
cartonato - 50 pagine 

La cosa più interessante di questo albo è la quarta di copertina. Lì, finalmente, comprare la cronologia francese di Buck Danny confrontata con quella italiana e si può avere il quadro della situazione nel 1998. Che era la seguente: in Francia, Buck Danny ha avuto quattro team creativi, pubblicati in Italia da due diversi editori, la Cenisio e Alessandro. I team, fino alla collana di Alessandro Editore, erano stati: Hubinon & Charlier per i primi quaranta albi (la serie è stata creata da loro due con Georges Troisfontaines),  Bergese & Charlier dal 41 al 44, Bergese & De Douhet per il 45 e il solo Bergese per il 46 e il 47. “Zone Interdite” è appunto il quarantasettesimo. Attualmente i volumi sono arrivati a quota cinquantasette (e gli autori nel frattempo sono ancora cambiati). Jean-Michel Charlier, già creatore con Giraud di Blueberry, è stato il più prolifico sceneggiatore della collana, fin dalla prima avventura “Les Japs attaquent”, del 1948, pubblicata su “Spirou”. Dopo la sua scomparsa, il disegnatore Bergese, subentrato già nel 1979 dopo la precedente morte di Victor Hubinon, si scrive i testi da solo. In Italia, la Cenisio ha pubblicato i primi quaranta albi, quelli appunto di Hubinon, in ordine sparso e lasciandone ben dieci inediti. Alessandro Pastore ha rilevato i diritti del personaggio dalla gestione grafica di Bergese. In tempi più recenti la Panini ha dato alle stampe i volumi cartonati della collana "Buck Danny L'integrale", poi passati all'Editoriale Cosmo.
Buck Danny è un pilota di caccia dell’aviazione statunitense, eroe di guerra del Pacifico (le prime storie, con i giapponesi, le Tigri Volanti e le Midway son appunto “d’epoca”). A rigor di logica oggi dovrebbe essere in pensione, ma invece è sempre giovane e pimpante e continua a guidare i più sofisticati aerei in dotazione alle portaerei americane, peraltro in compagnia di un altro ben conservato personaggio, Sonny Tuckson, un piccoletto dai capelli rossi e dalla battuta facile, chiaramente ispirato a Mickey Rooney. La storia di “Zone Interdite” vede i nostri piloti inviati in missione uno stato centroamericano chiamato Managua, il cui governo è ritenuto amico degli USA. Le autorità, in cambio di aiuti economici e militari, si sono impegnati a combattere il traffico di droga che parte appunto dalle foreste del paese; però la droga managuense aumenta e sembra che esista un aeroporto ben attrezzato, con tanto di Mig pronti al decollo, al servizio dei trafficanti. Il governo nega che l’installazione faccia parte dei presidi dei loro militari, si tratta di controllare se stia mentendo o se i baroni della droga hanno un aeroporto privato; però non si possono mettere a rischio i rapporti fra i due Paesi. Per cui,  approfittando di un corso di istruzione che Buck e Sonny sono chiamati a fornire ai piloti locali, i nostri dovranno trovare il modo di sorvolare la zona dell’aeroporto. La zona però è proibita al volo perché, spiegano i managuensi, è in mano alla guerriglia. Buck Danny sorvola l’aeroporto con un piccolo aereo da turismo, e scopre che una organizzazione di trafficanti sta cercando di controllare i governi di tutti i piccoli stati dove si produce la droga e ha infiltrati ai vertici di parecchi Paesi, tra cui il Managua. L’avventura si interrompe e rimanda a un seguito, intitolato “Tuoni sulla Cordigliera”. I disegni di Bergese sono chiari, puliti, in linea perfetta con la tradizione, le scene in cui si vedono gli aerei sono le più curate. Certo, negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta i ragazzini dovevano galvanizzarsi vedendo le scene con i velivoli militari in azione, oggi che i simulatori di volo sono in ogni computer il fascino è minore. Un po’ troppo tradizionali (senza violenza, senza sangue, senza sesso, senza pathos) le tavole scandite sulla rigida gabbia delle quattro strisce alla francese.


domenica 12 ottobre 2025

L'ULTIMO SEGRETO

 



Dan Brown
L’ULTIMO SEGRETO
Rizzoli
2025, cartonato
800 pagine, 27 euro

Dopo “Il codice Da Vinci”, almeno per quanto mi riguarda , la pubblicazione di ogni nuovo romanzo di Dan Brown è un piccolo evento. E non mi hanno deluso i successivi “Inferno” e “Origin”, così come ho felicemente recuperato i precedenti con protagonista Robert Langdon, americano, storico dell’arte, insegnante ad Harvard, esperto di simbologia religioso. Un personaggio caratterizzato dalla claustrofobia, da un orologio con Topolino sul quadrante, dalle cinquanta vasche al giorno che lo tengono in allenamento, e da una prodigiosa memoria eidetica. Oltre che, naturalmente, da una accentuata propensione a venire coinvolto in indagini rocambolesche riguardanti casi e misteri di portata planetaria. Al cinema, lo si identifica con l’interpretazione di Tom Hanks, che mi pare azzeccata. Se fino a “L’ultimo segreto” non lo avevamo mai visto coinvolto in una vera e propria storia d’amore (a parte qualche bacio a significare una fuggevole relazione), qui lo ritroviamo decisamente innamorato di Katherine Solomon, studiosa di noetica (“detto in parole povere, è lo studio della coscienza umana”, spiega lei stessa all’inizio del romanzo). I due sono a Praga, dove lei è ospite dell’Università Carlo IV per una conferenza. Proprio Praga è lo scenario su cui si svolgono le avventure a rotta di collo, praticamente concentrate in un’unica giornata, dall’alba alla notte, che portano la coppia a fuggire a gambe levate per tutta la città. Come al solito, l’autore è documentatissimo e la capitale ceca viene disvelata davanti ai nostri occhi in un susseguirsi di luoghi misteriosi, magici, affascinanti, inquietanti che hanno la caratteristica, tranne (forse) la base segreta denominata “la Soglia”, di esistere davvero, per cui i lettori sono invogliati a prenotare un soggiorno nella città di Kafka e del Golem e ripercorre l’itinerario di Langdon e di Katherine Solomon. Il Golem, peraltro, è uno dei personaggi del romanzo e la scoperta di chi si nasconda sotto una maschera di creta e trami nell’ombra è appunto uno dei colpi di scena. Il fatto che ottocento pagine si lascino leggere in pochissimo tempo e che una volta presi dalla narrazione non la si molli più, testimonia come Dan Brown sia sempre Dan Brown, anzi, più facilmente abbordabile del solito nella sua evidente ricerca di un linguaggio basic fruibile da tutti, senza però scadere nella banalità e riuscendo a spiegare una quantità di concetti che collegano fra di loro elementi apparentemente distanti dello scibile umano. Storia, arte, filosofia, scienza, letteratura, leggende si intrecciano con il poliziesco, la politica internazionale, la spy-story, il thriller, il giallo, la fantascienza e il profumo del pot-pourri sicuramente inebria. Tuttavia, e qui cominciano le dolenti note, “L’ultimo segreto” non è il miglior romanzo di Brown (né si può pretendere che il buon Dan sforni sempre capolavori). Non mi hanno convinto neppure un po’ la teoria della coscienza non locale, la credibilità attribuita alle esperienze extracorporee di chi dice di compiere viaggi astrali e alle già abbondantemente debunkate casistiche di NDE (Near Death Experience), i riferimenti alla sindrome del savant acquisita (chiaramente una bufala che ha spiegazioni scientifiche nei pochi casi in cui le testimonianze siano veritiere), i rimandi alla parapsicologia (pseudoscienza che credevo archiviata con Massimo Inardi e Uri Geller). Per di più, alla base della trama (e non spoilero nulla), c’è il tentativo di impedire la pubblicazione di un libro che Katherine Solomon ha appena finito di scrivere e affidato all’editing della sua Casa editrice. Si pretende che degli hacker entrati nel computer dell’editor lo cancellino e che le poche stampate esistenti vengano distrutte. Questo perché la studiosa avrebbe illustrato nel suo saggio ancora inedito una clamorosa scoperta riguardante la mente umana, scoperta di cui qualcuno vuole evitare a ogni costo la rivelazione. Qui la suspension of  disbelief  va a farsi benedire: non è possibile credere né che l’autrice non abbia copie del suo testo salvate ovunque su hard disk, chiavette, cloud e che si possa con facilità cancellarle tutte; ma soprattutto è implausibile che una scienziata arrivi a elaborare una teoria rivoluzionaria lavorandoci da sola, senza uno staff di collaboratori, e che lo studio con cui la si presenta al mondo sia una sorta di saggio divulgativo distribuito in libreria e non venga invece prima pubblicato su una autorevole rivista scientifica che garantisca la peer review (o revisione paritaria), un processo di valutazione critica condotto da esperti indipendenti dello stesso campo. Per carità, si tratta di un romanzo ed è permesso tutto, però Dan Brown mi aveva abituato a una maggior plausibilità di fondo e a suggerire suggestioni illuminanti che stavolta mancano. Tranne il flash finale riguardante i social, che in effetti apre una finestra su inquietanti riflessioni.




venerdì 10 ottobre 2025

L’ANTICA MALEDIZIONE

 

 

Raffaele Della Monica
Gallieno Ferri
Jacopo Rauch
Gianni Sedioli
Marco Verni

L’ANTICA MALEDIZIONE
Zagor contro il Vampiro vol. 4
Sergio Bonelli Editore
2025, brossurato
432 pagine, 17 euro

“Zagor contro il Vampiro”, oltre a essere il titolo di un albo dello Spirito con la Scure divenuto oltre che a essere un classico è senza dubbio un cult (è il n° 86, dell’agosto 1972, e lo si deve ai testi di Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli, e ai disegni di Gallieno Ferri), è anche la denominazione di una collana antologica composta da cinque volumi che raccolgono tutte le avventure in cui l’eroe di Darkwood, nel corso della sua lunga saga, si scontra con il barone Bela Rakosi, non-morto dai canini aguzzi adatti a succhiare sangue. Non soltanto quelle, in verità, perché per esempio nel terzo volume, “Le nere ali della notte”, il Vampiro non compare, ma si seguono le vicende degli altri comprimari che intrecciano in maniera inestricabile il loro destino con il suo, come il dottor Metrevelic, Alan Parkman e Ylenia Varga. 
In questo quarto tomo, contenente due storie (una del 2016 e una del 2017) il tetro Rakosi torna nella prima ma, di nuovo, manca nella seconda. La sua assenza dalla scena è funzionale alla necessità di seguire le vicende del numeroso microcosmo di figure che si muovono attorno a lui e che danno vita (o danno non-morte) a una vera e propria saga ricca di comprimari e di caratteristi. 
Del resto, anche il romanzo di Bram Stoker del 1897, “Dracula”, considerato il capostipite di tutta l’incredibile proliferazione di racconti, film e fumetti, propone un variegato gruppo di personaggi a cui nel tempo se ne sono aggiunti altri nei sequel multimediali che continuano a venire proposti, come Abraham Van Helsing, un medico olandese, letterato e filosofo, che cerca di convincere dell’esistenza dei vampiri il suo allievo dottor Seward, chiamato a curare il male inspiegabile da cui sembra essere stata colpita Lucy Westenra, in realtà vittima dei canini del non-morto transilvanico trasferitosi a Londra. Il personaggio di Van Helsing compare in quasi quaranta opere cinematografiche ispirate al romanzo di Stoker. Ma anche Renfield, un paziente dello psichiatra dottor Seward, che soffre di ontomofagia, cioè ha la mania di nutrirsi di insetti, è stato reso protagonista di storie a lui dedicate. Il conte Dracula lo rende suo schiavo e, nel romanzo di Stoker, alla fine lo uccide. Il folle ha continuato a vivere sugli schermi cinematografici quale protagonista o coprotagonista di numerosi film. Insomma, da storia nasce storia. 
Nelle avventure di Zagor, e a Darkwood, terra della trasversalità tra i generi, là dove il western si contamina di continuo con l’avventura, l’umorismo, la fantascienza e l’horror, e dove hanno piena cittadinanza trapper e pellerossa come scienziati pazzi e licantropi, non poteva mancare anche un vampiro transilvanico venuto a cercare sangue fresco nel Nuovo Mondo. Guido Nolitta, portando avanti  la sua opera di mescolamento delle carte davanti agli occhi dei divertiti lettori, cita i film in cui il Dracula di Bram Stoker è interpretato da Bela Lugosi creando una palese assonanza fra il nome dell’attore e quello del suo tenebroso non-morto, a cui però il disegnatore Gallieno Ferri dà l’aspetto di un altro celebre vampiro cinematografico, Christopher Lee, senza dimenticare di citare, in una copertina, l’ombra del Nosferatu di Murnau. Proprio di Gallieno Ferri, la storia “L’antica maledizione” (la seconda contenuta nel volume) rappresenta l’ultima fatica, rimasta incompiuta. Uscita postuma in prima edizione nel 2017 (come Color Zagor n° 5), l’avventura scritta da Jacopo Rauch risulta disegnasta dal maestro ligure fino alla sessantatreesima tavola delle 126 di cui è composto il racconto: l’esatta metà.  Le pagine mancanti sono state terminate da Gianni Sedioli e Marco Verni, i due più fedeli continuatori della sua opera. Quando, il 2 aprile del 2016, la primavera che ce l’aveva regalato 87 anni prima se l’è portato via, Gallieno Ferri aveva da poco finito di disegnare la sua tavola di Zagor numero 20.810: la prima risaliva al 1961. Al momento della sua scomparsa deteneva tre record ancora imbattuti: era il disegnatore italiano con più anni di ininterrotta presenza in edicola con le cover dello stesso eroe (55); l’autore del maggior numero di tavole di un unico personaggio della scuderia Bonelli (Zagor in entrambi in casi); il copertinista più prolifico nel formato gigante che caratterizza la Casa editrice di Via Buonarroti  (838). A questi dati vanno aggiunte le tante copertine degli albi a striscia (233) e le tavole illustrate per Mister No (119) e Giubba Rossa (48). Questi dati, che si riferiscono soltanto alla sua produzione bonelliana (ne esiste una precedente, soprattutto destinata al mercato francese, che è difficile persino quantificare, tanto è estesa), danno un’idea della quantità del suo lavoro ma non bastano a rendere ragione della qualità che lo contraddistingueva. E’ commovente pensare a quanti sogni, emozioni, brividi, risate ci abbia regalato Gallieno in tanti anni: c’è una sua copertina per ogni momento della vita di chi è cresciuto con Zagor. Si tratta di un tesoro che nessuno potrà portarci via, al pari del ricordo delle storie di Sergio Bonelli, alias Guido Nolitta. Proprio a un character nolittiano e ferriano è dedicata “L’antica maledizione”: si tratta del dottor Metrevelic, un medico che, presentandosi ai lettori nel 1972, diceva di essere originario della Yugoslavia e aggiungeva anche di aver dedicato anni di studio, quando ancora viveva in Europa, allo studio delle leggende riguardanti i vampiri, ed era perciò un’autorità in materia. In effetti, si rivela risolutivo nella lotta contro il barone Rakosi. Lo  abbiamo ritrovato più volte pronto ad affrontare minacce vampiriche ma anche al fianco di Zagor in altri casi legati al mistero e al paranormale. Adesso, Jacopo Rauch ci svela qualcosa sul passato di Metrevelic, chiarendo anche chi fosse la madre di sua figlia Aline, di cui non sapevamo niente.  
Sempre del senese Rauch sono i testi della prima avventura contenuta nel volume: “Vampiri!”, illustrata da un ispirato Raffaele Della Monica. Qui lo sceneggiatore senese riprende i fili della narrazione interrottasi con “Le nere ali della notte”, una storia sempre sua datata 2009, riportando sulla scena la vampira “buona” Ylenia Varga e facendo far ritorno anche al cattivo Bela Rakosi, creduto morto nel rogo di una villa alla fine di un racconto di Mauro Boselli del 1998. I personaggi della saga si sono fatti numerosi: oltre a Metrevelic e Parkman ci sono Manfred Moore, promesso sposo di Frida Lang (un nome che a tutti gli zagoriani ricorda immediatamente un sorprendente bacio), Alec Wallace, ufficiale della Royal Navy, il colonnello Korasi, ex ufficiale asburgico, Jonas Weber, ridotto in schiavitù mentale dal vampiro, Kurt Svatek, capitano degli Ussari, vampiro rivale di Rakosi desideroso di assorbirne i poteri.  Insomma, vale la pena di leggere questo e gli altri volumi della serie. Annotazioni in calce: la cover è opera di Alessandro Piccinelli, che ha sostituto Ferri come copertinista, il lungo saggio introduttivo (sedici pagine) porta la mia firma.



giovedì 28 agosto 2025

VERITIERE MEMORIE DEL DOCTEUR MYSTERE



 
Alfredo Castelli
Lucio Filippucci
VERITIERE MEMORIE DEL DOCTEUR MYSTERE
Sergio Bonelli Editore
2024, cartonato
256 pagine, 32 euro

Sulle pagine del n° 397 (marzo 2023) di Martin Mystère,  Alfredo Castelli scriveva: “Dopo aver vagabondato per parecchi anni in varie Case editrici e straniere, Docteur Mystère è tornato all’ovile e presto (non subitissimo, ma siamo così felici dell’avvenimento che non vedevamo l’ora di annunciarlo) uscirà un ricco volume di formato oblungo con tre storie mai ristampate da venti anni, riviste e integrate con nuove tavole”. Castelli (classe 1947) ci ha poi lasciato nel febbraio 2024, senza vedere pubblicato il tomo “oblungo”, dato alle stampe nel novembre dello stesso anno. Il formato è effettivamente singolare (lo vedete nella foto qui sopra) ma funzionale alla riproposta delle avventure di Docteur Mystère sottoforma di strisce simili a quelle pubblicate, dagli inizi del Novecento in poi, sui giornali quotidiani americani (le “daily strips”). Una soluzione grafica senza dubbio adatta al tipo di racconto, volutamente ma solo apparentemente retrò sia dal punto di vista grafico che da quello delle trame. Dico “solo apparentemente” perché poi basta leggere per rendersi conto di come sotto la patina vintage si celano (neanche troppo) elementi narrativi del tutto contemporanei: contaminazioni multimediali, paradossi, citazioni, audaci collegamenti, camei, easter eggs e inside jokes, omaggi e parodie, il tutto confezionato con una libertà di ispirazione e di espressione invidiabile e magistrale.
Scrive Carlo Recagno nella sua introduzione: “Si tratta di avventure scanzonate, da non prendere troppo sul serio, con quell’umorismo al limite del demenziale che Castelli non poteva inserire nella serie ‘Martin Mystère’, un eroe che doveva mantenersi ‘serio’. Storie nelle quali i protagonisti nei loro viaggi incontravano bizzarri personaggi tra realtà e invenzione letteraria, prendendo in giro i luoghi comuni dei romanzi d’avventura dell’Ottocento e del primo Novecento. Storie in cui i personaggi del ‘Mago di Oz’ si fondevano con quelli di ‘Miracolo a Milano’, con il protagonista del ‘Fantasma dell’Opera’ che aiutava a sconfiggere il mefistofelico Fu Manchu. E come se non bastasse, il nemico giurato del Docteur era un improbabile Maresciallo Radetzky trasformato in uno sgangherato genio del male da cartone animato, che aveva come animale da compagnia un topo”.
Ma chi è il Docteur Mystère? E che c’entrano lui e il suo assistente Cigale con Martin Mystère, il personaggio creato da Alfredo Castelli nel 1982 e che gli è sopravvissuto? L’ho spiegato in una recensione pubblicata su questo blog a proposito di un volume edito da Cut-Up Publishing, intitolato “I due dottori”,  che potete leggere cliccando sul titolo colorato. Ne riporto qui di seguito i punti essenziali, che cercherò di riepilogare.
Lo scrittore francese Paul Deleutre (1856-1915), che si firmava con lo pseudonimo di Paul d'Ivoi, fu autore di molti romanzi e racconti d'avventura che si inserivano nel filone dei "Viaggi straordinari" di Jules Verne. Fra questi, pubblicò nel 1900 il romanzo "Docteur Mystère", illustrato (come all'epoca si usava) con tavole di Louis Bombled. Protagonista ne era un ricco e presumibilmente nobile indiano, il cui vero nome rimane ignoto e che si fa chiamare così come risulta dal titolo in copertina. Costui, caratterizzato da una cultura enciclopedica e dal fatto di viaggiare su un "Hotel Elettrico" di sua invenzione, ha come assistente un giovane francese, trovatello, soprannominato Cigale, ed è giunto in Europa per compiervi una missione misteriosa. Mentre il Docteur non compare più, se non di sfuggita, in altri romanzi di d'Ivoi, Cigale invece diviene protagonista di una serie tutta sua. Trascorso quasi un secolo, nel 1994, Alfredo Castelli scopre in una libreria antiquaria una edizione di "Docteur Mystère", si incuriosisce per la corrispondenza del nome del personaggio principale con quello di Martin Mystère, l'eroe a fumetti da lui creato, e decide di inserire il ricco indiano di d'Ivoy nella saga del suo Detective dell'Impossibile, facendone un antenato. Come conciliare, però, i tratti somatici WASP di Martin con le sembianze etniche tipiche dell'India del Docteur? In una storia del 1996 Castelli spiega che Cigale era stato adottato dal suo mentore, assumendone come cognome proprio "Mystère". Quindi Martin Mystère si rivela essere discendente dal trovatello francese e giustamente può avere i capelli biondi. Il Buon Vecchio Zio Alfy non si ferma qui: nel 1998 trasforma il Docteur Mystére e Cigale in protagonisti di avventure scritte ex novo (da lui e da Carlo Recagno) pubblicate in albi fuori serie del Buon Vecchio Zio Marty (gli Almanacchi del Mistero) e ristampate poi in volumi cartonati, in Italia e all’estero (con apparizioni persino su spillati distribuiti in occasione di fiere e su quotidiani). Le caratteristiche dei due personaggi, ricreati graficamente da Lucio Filippucci, risultano un po' diverse da quelle degli eroi di d'Ivoi, ma resta il sapore della letteratura d'appendice e il fascino dell'ambientazione ottocentesca o d'inizio Novecento, il tutto contaminato con un sottofondo di brioso umorismo, un pizzico di elementi sexy, ed esotismo.
Il tomo “oblungo” dal titolo “Veritiere memorie del Docteur Mystère raccontate da lui medesimo ai famosi artisti Castelli & Filippucci” raccoglie, nel formato “a striscia” di cui si è detto, le ultime tre avventure che non erano ancora state ristampate. La prima, datata dicembre 1988, apparve in prima edizione sull’ “Almanacco del Mistero 1999, e fin dal titolo (“Gli scorridori del Selvaggio West”) dichiara l’intenzione di vedere il Docteur Mystére, Cigale e il loro “Hotel Elettrico” (una specie di camper-autotreno) alle prese con gli stereotipi del western. Stereotipi che Castelli stravolge non soltanto trascinando Radetzky nel Lontano Ovest ma anche svelando che Calamity Jane è in realtà l’italianissima Bella Gigogin. La seconda storia, “Gli orrori del castello maledetto”, pubblicata per la prima volta sull’ “Almanacco del Mistero 2004”, ha per scenari quelli gotici dei racconti di paura ambientati sui Carpazi o in Transilvania, con un tenebroso maniero abitato da un vampiro e un gobbo di nome Igor. Non mancano il solito Radtzky e il suo topo. La terza avventura, “La donna caduta dal cielo” (pubblicato inizialmente sullo speciale “Martin Mystère: Generazioni” del 2003), ambientata nella Londra dickensiana, non porta la firma di Castelli, sostituito ai testi (fornendo un’ottima prova) da Carlo Recagno, il quale, da appassionato “trekker” qual è, inserisce nella storia collegamenti con i viaggi nel tempo e, appunto, a Star Trek, riuscendo a farci stare anche due personaggi tolti di peso dalla saga mysteriana, Dee e Kelly.  Ogni storia è introdotta da un brevissimo prologo in cui compare Martin Mystère che riceve, in modo sempre originale e diverso, un plico inviatogli dallo zio Paul,  contenente il resoconto dell'avventura che sta per cominciare, spacciato come un estratto dai "veritieri" diari dell'antenato Docteur. Confido in altri volumi “oblunghi”.


lunedì 28 luglio 2025

OTTO MONDI

 


Marco Tonarelli
OTTO MONDI
Melchisedek
2024, brossura
420 pagine, 24 euro

Pratese, classe 1972, Marco Tonarelli è un avvocato con la passione per la scrittura e “Otto mondi” è la sua opera prima. Cultore di filosofia, mitologia, esoterismo e delle tematiche misteriose in generale, ha riversato nel suo romanzo l’intero campo dei propri interessi e in ogni capitolo si fanno riferimenti a fatti storici, leggende e credenze, luoghi esistenti e continenti perduti, antichi ermetismi e scuole filosofiche, personaggi reali e sorprendenti incarnazioni di minacciose entità immaginarie - ameno, si spera che immaginarie lo siano, visto che il confine mito e realtà viene inteso come molto sottile. Confine che l’autore probabilmente sposta più indietro di quanto potremmo essere disposti a fare noi, ma non è necessario credere agli antichi astronauti o alle teorie (in verità molto affascinanti) di Graham Hancock per leggere un romanzo d’avventura alla Dan Brown. Tonarelli propone  più piani di interpretazione e ogni lettore può scegliere quello che gli è più congeniale. Volendo usare la chiave  di lettura dell’evoluzione spirituale, “Otto mondi” esplora temi profondi come la contrapposizione tra il trascendente e la realtà materiale, l'evoluzione della coscienza umana, il controllo occulto della società e la ricerca della verità nascosta dietro ai miti. La narrazione intreccia elementi di thriller, fantascienza e storia alternativa, suggerendo che molti monumenti antichi e tradizioni spirituali celino conoscenze tecnologiche e cosmologiche avanzate ereditate da civiltà extraterrestri. Il tutto mescolando archeologia megalitica e fantarcheologia, fantascienza e mitologia, new age ed esoterismo, la leggenda della linea di San Michele e la credenza nei flussi energetici sotterranei che attraversano la Terra,  l'alchimia e la numerologia (soprattutto legata al significato esoterico del numero otto), ma anche non banali riferimenti alla fisica quantistica. Un prezioso glossario finale fa da guida alla lettura. 
I punti di riferimento sono i già citati Dan Brown e Graham Hancock, ma se ne ritrovano altri in Martin Mystére (un personaggio a fumetti molto caro a Tonarelli), James Redfield (“La profezia di Celestino”) e Indiana Jones. “Otto mondi”, insomma, può essere inteso come romanzo iniziatico così come racconto d’avventura pieno di colpi di scena, lo è stile accessibile e scorrevole, adatto sia al lettore in cerca di evasione sia a quello più attento ai simbolismi, c’è una buona coerenza interna e una lodevole chiarezza nell’esposizione delle dottrine esoteriche. Alcuni passaggi esplicativi risultano didascalici, ma sono funzionali all’obiettivo divulgativo, l’intreccio ha un efficace equilibrio tra fiction e concetti sapienziali. L’autore dimostra passione e competenza, e trasmette al lettore il fascino della ricerca interiore e della conoscenza perduta. 
Il romanzo inizia con  il protagonista, il giovane avvocato Andrea Tusco, che ricorda l'infanzia legata al nonno Riccardo, il quale gli raccontava storie affascinanti su Ermete Trismegisto, il "Tre volte Grande”, introducendolo al principio ermetico "come in alto, così in basso". Questo ricordo diventa fondamentale quando, al compimento dei trent'anni, Andrea riceve una convocazione da un notaio che gli consegna un lascito del nonno: una lettera sigillata con ceralacca e un cofanetto di legno contenente una moneta d'oricalco. La lettera rivela verità sconvolgenti sulla famiglia Tusco e sulla Confraternita dei Figli di Thoth, un'organizzazione segreta nata ad Atlantide per preservare le antiche conoscenze e opporsi a una minacciosa razza che da millenni domina segretamente l'umanità. Da qui inizia una sarabanda di avventure che portano Andrea Tusco da Lucca a Torino, dal Cairo al Castel del Monte, castello non per caso di forma ottagonale, scelto come luogo simbolico carico di significato esoterico e geometrico. Al viaggio geografico, nello spazio, si alternano flashback, viaggi nel tempo, in cui si narrano avvenimenti avvenuti millenni o secoli prima del nostro presente. Infine, nel romanzo è presente un riferimento diretto a Gavinana, descritto come un luogo simbolico della memoria e delle radici legato alla storia familiare del protagonista. Si dà il caso che il piccolo borgo sulla Montagna Pistoiese sia anche il luogo dove sono nato anch’io e a pagina 58 mi si cita come buon amico di Andrea Tusco e si descrive la mia casa. Tuttavia, giuro, non è per questo che parlo bene del romanzo di Marco.


lunedì 21 luglio 2025

IVANHOE

 
 


Walter Scott
IVANHOE
Rizzoli
1988, brossurato
544 pagine, 10.500 lire

Si dice che Walter Scott (1771-1832) sia stato il primo autore di bestseller appositamente costruiti per raggiungere il più vasto pubblico possibile. Benedetto Croce addirittura scrive che “nel trattare dello Scott conviene, in primo luogo, aver l’occhio all’ufficio sociale che egli ha adempiuto: ufficio che fu semplicemente quello di un produttore industriale, intento a fornire il mercato di oggetti dei quali era altrettanto viva la richiesta quanto legittimo il bisogno. Egli ebbe il genio dell’intrapresa industriale a ciò corrispondente”. “Intrapresa” che fu coronata da una straordinaria fortuna. Personalmente, nel giudizio crociano non ci vedo niente che svilisca l’autore, anzi, viva gli autori che scrivono per il loro pubblico. Si dice anche che Walter Scott abbia inventato, o perlomeno portato in auge, il romanzo storico, che, come nota il Carducci, “non ha nulla a che fare col romanzo cavalleresco e col poema romanzesco”. “Ivanhoe” (1819), la sua opera di maggior successo (ma si potrebbe citare anche “Rob Roy”) non ha per ambientazione un medioevo fantastico, ma si cala nella realtà dell’Inghilterra attorno al 1194, avendo per sfondo luoghi riconoscibili e per protagonisti alcuni personaggi storici (come Riccardo Cuor di Leone e suo fratello Giovanni). Non solo: Scott sceglie di affrontare un argomento spinoso come l’invasione dell’Inghilterra da parte dei Normanni che sottomettono i Sassoni. Lo fa, peraltro, cercando di documentare minuziosamente la sua ricostruzione delle usanze, degli abiti, degli stati d’animo dell’epoca, occupandosi anche di mettere a confronto le rivendicazioni degli sconfitti e le strategie politiche dei colonizzatori, ma anche gli scontri politici attorno alla rivendicazione della corona, rendendo parte del racconto anche le crociate. Prima di “Ivanhoe” lo scrittore, nato a Edimburgo, aveva scritto soltanto di cose scozzesi, e forti furono i suoi dubbi e i suoi timori allargandosi anche a quelle inglesi, al punto he inizialmente pubblicò la sua opera sotto lo pseudonimo di Laurence Templeton. Un’altra cosa ripetuta è che Alessandro Manzoni trasse proprio da Walter Scott la determinazione di scrivere anche lui un romanzo calato nella realtà storica, quella lombarda dei Seicento, “I promessi sposi”. Il Manzoni lo fa in modo diverso, più sofisticato e con intenti pedagogici, ma di certo dello scrittore scozzese dice: “il mondo aspettava ansiosamente e divorava avidamente i romanzi di Scott”, riconoscendogli anch’egli una valenza letteraria e culturale di primo piano, quella che si deve inevitabilmente a ogni autore che abbia la fortuna di essere ascoltato e avere influenza sui suoi lettori.  Tre cose che mi hanno colpito: la prima, rappresentazione (che non pare condivisa dal narratore) di un odioso antisemitismo, che si ritrova, per fare un esempio, anche nelle pagine di Dickens, ambientate nella Londra della prima metà dell’Ottocento, segno che il pregiudizio cristiano contro gli ebrei ha attraversato i secoli. La seconda: la presenza, fondamentale e tutt’altro che accessoria, di Robin Hood e della sua banda (Frate Tuc compreso), anche se all’arciere viene cambiato il nome in Locksley. Infine: “Ivanhoe” viene a torto considerato come un romanzo per ragazzi, forse per la componente avventurosa, le scene di battaglia, gli assalti al castello, i tornei cavallereschi, il mistero che circonda la figura il Cavaliere Nero che alla fine (spoiler) si rivela essere Riccardo Cuor di Leone tornato dalla Crociata. Tuttavia molti aspetti e contenuti del romanzo sono tutt’altro che destinati a lettori particolarmente giovani: i riferimenti storici e politici, la discriminazione verso gli ebrei e soprattutto verso la sfortunata Rebecca, l’odio fra Sassoni e Normanni che vede alla fine una possibilità di fusione tra i due popoli con il matrimonio (spoiler) fra Ivanhoe e Rowena e via dicendo. Il linguaggio di Walter Scott, anche nella versione integrale, resta piacevole da leggere nonostante certe prolissità dovute soprattutto alla minuzia delle descrizioni. Indimenticabili e ottimamente caratterizzati certi personaggi come il buffone Wamba, il servo Gurth, il castellano Cedric, lo sbruffone principe Giovanni, l’Eremita (Frate Tuc), l’usuraio Isaac, la vecchia e folle Urfrida, e i cattivi De Bracy, Bois-Guilbert e Front-de-Boeuf. “Ivanhoe” non sarà “I promessi sposi” ma ci si diverte a leggerlo.



martedì 20 maggio 2025

NERO: OSCURATO IL SOLE E SPENTE LE STELLE

 


Emiliano Mammucari
Matteo Mammucari
Alessio Avallone
NERO: OSCURATO IL SOLE E SPENTE LE STELLE
Sergio Bonelli Editore
2022, cartonato
80 pagine, 17 euro


“Una fortezza chiamata Tell Bashir esiste davvero e si trova a sud-ovest di Edessa. Era un nome troppo bello per abbandonarlo alle sabbie del tempo”. Così concludono la loro postfazione Emiliano e Matteo Mammucari, creatori della saga di Nero e sceneggiatori di questo secondo episodio, come del primo. Primo che era stato disegnato dal solo Emiliano, mentre il volume di cui vedete in alto la copertina porta la firma, per la parte grafica, del bravo Alessio Avallone, perfetto nell’inserirsi senza attriti di sorta in una narrazione già iniziata da altri. Della puntata precedente, intitolata “Così in terra” ci siamo già occupati in questo spazio: cliccate sul titolo per leggere la recensione che commenta l’inizio della saga.
Tell Bashir, dicevamo: un nome che soltanto a pronunciarlo evoca ciò che i disegni ci mostrano fin dalla seconda tavola, una fortezza araba nel deserto siriano, assediata dai franchi durante la terza Crociata e, apparentemente, destinata a cadere. Giova ribadire quel che avevamo segnalato in precedenza: la grande importanza della colorazione in supporto e valorizzazione dei disegni, proprio come strumento della narrazione (questo secondo episodio è colorato da Luca Saponti, già colorista del primo volume, e da Adele Matera); al contrario, la non importanza dell’aspetto religioso nella caratterizzazione degli eserciti in campo e degli eroi, tutti rivali fra loro o disposti ad allearsi, nonostante la fede, mossi da interessi e scopi personali, sulla scorta di avvenimenti del passato che continuano a guidare le loro scelte e le loro azioni. Il fatto che si parli di crociati e di musulmani non ha grande rilevanza, potrebbe trattarsi della guerra fra Sassoni e Normanni, o fra Mongoli e Cinesi, o fra Russi e Teutonici. “Oscurato il sole e spente le stelle” chiarisce meglio le caratteristiche dei personaggi. Nero, guerriero arabo ma cane sciolto, reca sulla fronte una cicatrice che ricorda un rito a cui fu sottoposto da bambino dal suo stesso padre che voleva immolarlo a un Djinn, un demone nascosto nella misteriosa Grotta del Sangue, rito che non finì bene e che l’indisciplinato eroe vorrebbe non si ripetesse mai più; lo Straniero, combattente cristiano disertore, segnato sul corpo a sua volta dagli artigli dello stesso demone, vuole invece che questi venga nuovamente evocato perché si metta al suo servizio; il Qadi, signore di Tell Bashir e zio di Nero, ritiene l’aiuto del Djinn l’unica speranza per salvare la sua fortezza; la Nizarita, una sorta di ninja musulmana, ha un conto aperto con Nero e lo vuole uccidere approfittando del trambusto. Tutti costoro si ritrovano alla Grotta del Sangue a breve distanza di tempo l’uno dall’altro, e sembra che uno di loro abbia iniziato il rito...

martedì 13 maggio 2025

NERO: COSI’ IN TERRA

 
 

 
Emiliano Mammucari
Matteo Mammucari
NERO: COSI’ IN TERRA
Sergio Bonelli Editore
2021, cartonato
80 pagine, 17 euro

«“Nero” non parla di religione, non parla di guerre e non parla di culture contrapposte. “Nero” parla di demoni». Così concludono la loro introduzione al volume Emiliano e Matteo Mammucari, autori a quattro mani di soggetto e sceneggiatura. Il solo Emiliano, invece, si è occupato degli efficaci disegni, affidati alla colorazione di Luca Saponti. Un nome, quello di Saponti, che va assolutamente citato perché i colori, in questo racconto a fumetti, sono non soltanto spettacolari, ma parte integrante della storia. Colori che, finalmente, valorizzano ed esaltano le chine sottostanti, aggiungendo significato ed emozioni, oltre che atmosfera, sfondo e completamento. Così come merita una segnalazione l’originale lettering di Marina Sanfelice, studiato appositamente per “Nero”. Ma torniamo al fatto che Emiliano e Matteo Mammucari non intendono narrarci precisi eventi storici del 1173 accaduti fra la prima e la seconda crociata nella regione compresa fra Antiochia e Gerusalemme, e non vogliono, dunque schierarsi in favore degli infedeli rispetto a una fede piuttosto che a un’altra. Vogliono narrarci una fabula che usa uno sfondo bellico feroce e insanguinato per introdurci magia, avventura, mistero, personaggi ben caratterizzati che celano segreti legati a un passato i cui segni sono ben visibili sui loro corpi e nelle loro menti. Vogliono sorprenderci e intrigarci, insomma, e mi pare il migliore dei propositi. Peraltro, sembrano intenzionati a farlo usando un linguaggio chiaro, nei testi e nei disegni, senza aggiungere la difficoltà di decfrazione del narrato al mistero che aleggia sulle vicende. “Così in terra” è il primo volume di una serie Bonelli (ma inserita nella produzione Audace) che si preannuncia articolata, e presenta lo scenario: la Siria dell’anno dell’Egira 551. Siccome l’esodo da La Mecca verso Medina di Maometto e dei suoi seguaci avvenne nel 622 del calendario cristiano, siamo appunto nel 1173. I protagonisti sono principalmente due, un arabo chiamato Nero e un cristiano per il momento noto solo come lo Straniero. Il primo reca una cicatrice sulla fronte raffigurante uno strano simbolo, di cui il secondo sembra conoscere il significato. Lo Straniero è appunto in cerca di Nero, che riconosce per i segni sul volto, e che cattura per farsi condurre da lui nella misteriosa e arcana Grotta del Sangue. Fu là dentro che il padre di Nero incise con una lama la pelle del figlio. Si ignora lo scopo del rituale, perché lo Straniero conosca quei fatti, che cosa (di magico) si nasconde nella caverna, per quale motivo il cristiano la voglia raggiungere. L’irrompere sulla scena di una guerriera musulmana, Nizarita, rovescia la situazione: lo Straniero viene fatto prigioniero e condotto nella fortezza di Tell Bashir, che sta per cadere in mano crociata.



lunedì 12 maggio 2025

LA CORSA DEL LUPO

 
 
Gigi Simeoni
LA CORSA DEL LUPO
Sergio Bonelli Editore
2024, cartonato
340 pagine, 28 euro
 
Mi sono imbattuto in Gigi Simeoni, autore dal multiforme ingegno, agli inizi degli anni Novanta, ai tempi della Acme, quando (non ricordo più se su “Splatter” o su “Mostri”) pubblicava, testi e disegni suoi, le avventure umoristiche dello Zompi, una parodia straordinariamente comica (e straordinariamente horror) dei morti viventi di Romero. Siccome a mia volta ho cominciato con la Acme, si può dire che abbiamo mosso i primi passi insieme, professionalmente parlando. Solo che io, pur autodefinendomi “umorista” per un po’ di cosette fatte per il teatro, il “Vernacoliere”, Cico e qualcos’altro ancora, non so disegnare. Simeoni, invece, sì. E’ un eccellente sceneggiatore e un bravissimo illustratore. Ed è spassosissimo, nella vita reale e quando si cimenta su carta, come gagman, così come si dimostra talentuoso scrivendo testi avventurosi o drammatici, che è in grado di disegnarsi da solo così come di affidarli ad altri. La sintesi si compie su episodi di Dylan Dog come “Quel che resta di Barry”, scritto e disegnato dallo stesso Sime (così lo chiamano gli aficionados), in cui orrore e umorismo nero si fondono in maniera perfetta e Groucho è in forma come non mai. Tuttavia c’è anche un Gigi autore completo di graphic novel memorabili, come “Gli occhi e il buio” (2007) o come “Stria” (2011), in cui sono chiari il grande lavoro di documentazione e il livello colto della narrazione, ma anche il desiderio di offrire una fruizione alla portata di tutti o, come si diceva una volta, nel solco del “popolare d’autore”. Tutte caratteristiche che si ritrovano ne “La corsa del lupo”, una storia uscita originariamente nel 2019 sui numeri 76, 77 e 78 della collana bonelliana “Le Storie” (distribuita in edicola) e cinque anni dopo raccolta in unico volume cartonato. Il raccontoè  inserito nella realtà storica dell’occupazione nazista dell’Italia, della guerra di liberazione e della Resistenza, ma anche degli anni di poco successivi, arrivando a comprendere le attività dell’organizzazione Odessa e gli esordi della Mille Miglia. Protagonista in negativo un ufficiale tedesco, Hans Weissmann, soprannominato “Il Lupo”, incaricato dalle SS di dare la caccia a un cimelio storico, la corona di Re Erode, ritrovata a Gerusalemme nel 1931, ritenuta maledetta, finita nelle mani di trafficanti e naturalmente desiderata da Adolf Hitler, nel quadro del “nazismo magico” alla base anche del primo film di Indiana Jones. Protagonisti in positivo, un piccolo gruppo di partigiani che a loro volta cercano di vendicare le vittime dello spietato Weissmann. Se non fosse riduttivo, verrebbe da dire che il fumetto si gode come un film, perciò diciamo che ci sono film appartenenti allo stesso genere che non emozionano come “La corsa del lupo”. E le emozioni non nascono soltanto dalle scene adrenaliniche di combattimenti, corse in automobile, fughe e inseguimenti, ma anche dalla consapevolezza che molti elementi (le impiccagioni, le fucilazioni, i rastrellamenti, i tradimenti) sono parte della Storia con la “S” maiuscola”.

 

giovedì 1 agosto 2024

IL RE DI DARKWOOD



Guido Nolitta
Gallieno Ferri
IL RE DI DARKWOOD
Sergio Bonelli Editore
 2024, cartonato
176 pagine, 27 euro
 
Ci sono storie che non invecchiano mai. Sicuramente, “Zagor racconta…” (1969) è fra queste: un classico evergreen, un capolavoro nei testi come nei disegni.   La prima puntata, su un totale di sei albetti a striscia (in quello che era il formato tipico delle pubblicazioni a fumetti degli anni Cinquanta e Sessanta), apparve in edicola il 10 luglio 1969 proprio con il titolo che serve a identificare tutta la storia. Si trattava del n° 62 della quarta serie della “Collana Lampo”. Seguirono, con cadenza quindicinale, gli episodi “Il demone della vendetta”, “Vento di morte”, “L’orribile verità”, “Zagor entra scena” e “Il re della foresta” (quest’ultimo datato 25 settembre). L’avventura venne poi riproposta sui numeri Zenith Gigante 106 e 107  (1970) e quindi sui numeri 56 e 57 di Zagor Ristampa (1974) e Tutto Zagor (1990). Per ben due volte il racconto è giunto in libreria sottoforma di cartonato a colori, prima con il marchio Cepim (1977) e poi con quello Sergio Bonelli Editore (2016). Il volume che vedete nella foto in apertura rappresenta una terza edizione con una nuova veste grafica e una nuova introduzione, vista la continua richiesta da parte dei lettori. “Il re di Darkwood” narra di come un ragazzo chiamato Patrick Wilding, attraverso una serie di tragici eventi che segnano la sua vita, giunge a vestire i panni dello Spirito con la Scure e a investirsi della missione di portare pace e giustizia nella regione in cui è nato, facendo da peacekeeper fra le varie etnie e comunità che la popolano.
Quando Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) iniziò a sceneggiare l’avventura per affidarla ai pennelli di Gallieno Ferri, erano passati meno di tre anni dall’uscita in edicola di una storia intitolata “Il passato di Tex” (1966), scritta da suo padre, Giovanni Luigi Bonelli. Il successo era stato tale da convincere il figlio che anche i lettori dello Spirito con la Scure avrebbero apprezzato che venissero svelate le origini del loro beniamino. Anche perché il primo numero della saga del Re di Darkwood, intitolato “La foresta degli agguati” (1961), nulla diceva di cosa avesse portato il personaggio a vestire i panni del giustiziere e come fosse riuscito a farsi considerare un inviato di Manito dai pellerossa. Quando l’eroe dalla casacca rossa compare per la prima volta sulla scena, tutto è già accaduto e ciò che ci viene narrato è solo il suo incontro con Cico. Per otto anni, il folto pubblico zagoriano ha ignorato persino il vero nome del protagonista delle loro avventure preferite.  Va detto che, comunque, “Zagor racconta…” questo nome non lo rivela, e Nolitta si limita al cognome: Wilding. Per scoprire che lo Spirito con la Scure si chiama Patrick bisognerà attendere addirittura il 1995, quando lo si scopre nello Special “Darkwood Anno Zero”.
Nel 2019, in occasione del cinquantennale del classico dei classici di cui ci stiano occupando, sono cominciati a uscire in libreria i sei volumi  (poi pubblicati anche come albi da edicola) della serie “Zagor: le Origini”, in cui le vicende del “Re di Darkwood” sono state raccontate in modo più esteso e analitico, fornendo spiegazioni sulle questioni lasciate in sospeso da Nolitta e Ferri.

domenica 19 maggio 2024

IL SEGRETO DEL CARILLON

 

 
Fausto Serra
IL SEGRETO DEL CARILLON
Scatole Parlanti
2024, brossura
190 pagine, 17 euro
Illustrazioni di Walter Venturi
Prefazione di Moreno Burattini
 
Gli appassionati di fumetti conoscono Fausto Serra per essere l'infaticabile organizzatore dei Rendez-Vous sardi degli Amici di Zagor. Ma Fausto è anche uno scrittore, giunto al suo secondo romanzo.
Dopo "L'eredità morale, uscito nel 2021, ecco "Il segreto del carillon".
E' la storia di un ex ergastolano, Ardito, a cui, in vecchiaia, viene concessa la grazia dopo quarant'anni di pena. Il narratore lo incontra casualmente, seduto su una panchina del parco di una casa di riposo, e intuisce di trovarsi davanti a un uomo con una storia particolare e difatti su quella panchina, che diventa il loro ritrovo abituale, Ardito racconta la sua vita: dall'infanzia al quadruplice omicidio che lo ha portato in carcere e alle drammatiche vicissitudini al suo interno. Ma c'è qualcosa che sfugge, un segreto nascosto, una verità che spiega i fatti in un altro modo. C'è da scoprire il segreto del carillon.
Qui di seguito, il testo della mia prefazione.


 

SLIDING DOORS
di Moreno Burattini

Nel romanzo precedente di Fausto Serra, “L’eredità morale” del 2021, a pagina 63 troviamo l’inizio di un capitolo intitolato “L’adozione mancata”, in cui il lettore si trova di fronte al drammatico racconto di una “sliding door” nella vita di un bambino, il piccolo Minniu. Le “sliding doors”, o “porte scorrevoli” sono quelle situazioni nelle quali qualcuno si trova di fronte a un evento, magari a cui lì per lì non dà troppa importanza, che cambia o potrebbe cambiare la sua vita. A volte ci sono “sliding door” di cui neppure ci accorgiamo: la nostra mano sceglie fra tanti un biglietto della lotteria che non dà diritto a nessun premio, ma quello accanto avrebbe potuto essere il vincente. Altre volte il caso decide per noi: Jack Dawson si imbarca sul “Titanic” vincendo al gioco il biglietto che gli permette di salire a bordo. La definizione deriva da un film del 1998, “Sliding doors”, appunto, diretto dal britannico Peter Howitt, in cui le porte scorrevoli del vagone di un treno di una linea metropolitana cambiano il destino della protagonista Helen (Gwyneth Paltrow). Hewitt aveva tratto ispirazione da un altro film che affronta il tema del fato, “Destino cieco” (1981), del regista polacco Krzysztof Kieślowski. Che cosa capita a Minniu? Il bambino e i suoi fratelli più grandi erano rimasti orfani di entrambi i genitori e vivevano in estrema povertà tra le mura cadenti di una vecchia casa lungo il fiume Coghinas. Si prospetta la possibilità di una adozione. Una coppia di benestanti giunge da Sassari per conoscere Minniu, lo trovano adorabile e manifestano il più vivo interesse per adottarlo. I fratelli più grandi si consultano fra loro per decidere il da farsi: forse per non perdere i contatti con il piccolo di casa, rifiutano l’offerta. Scrive Fausto Serra: “Il bambino andò a finire nelle mani di un padrone che si chiamava Zio Pasquale, che si decise a prenderlo con sé  purché si fosse guadagnato i pasti e l’alloggio, e non come figlio adottivo. Lo attendeva un futuro da servo pastore”. Cosa sarebbe stato di Minniu se i signori di Sassari avessero potuto portarlo nella loro casa? Sembrano riflessioni oziose, ma talvolta la vita ci pone davanti a dei bivi in grado, cambiando anche solo di pochissimo le carte in tavola, di condizionare il resto della nostra esistenza. Mi è tornato in mente Minniu perché anche il destino del protagonista del secondo romanzo dello scrittore, sembra segnato da più di una “sliding door”, la cui esistenza il lettore scopre man mano, fino al colpo di scena finale, allorché viene svelato il segreto del carillon. Carillon che compare fin dalle prime pagine, riaffiorando poi qua e là nel romanzo. Siamo nel 1932, in una sperduta località che sembra essere la Gallura anche se non viene mai nominata, e Angelina, la madre di un bambino di pochi mesi, vede il marito Efisio guardarla mentre, seduta davanti al camino, con una mano dondola la culla e con l’altra tira la cordicella che aziona la melodia del carillon. Gli chiede a che cosa stia pensando. Il padre del piccolo risponde: «Al nostro bambino. È nato da pochi mesi e già mi preoccupa il suo futuro. Cosa gli potrà riservare questo posto dimenticato da Dio, se non una dura vita da pastore, isolato dal resto del mondo? Avrei desiderato per lui un futuro migliore». Quel bambino è stato chiamato Ardito a scopo beneaugurale e il romanzo di Fausto Serra ne racconta l’intera esistenza, segnata da un destino tragico che però avrebbe potuto diverso se le porte scorrevoli si fossero aperte e chiuse in altra maniera al momento giusto. “Il segreto del carillon”, apparentemente, sembra un romanzo carcerario: Ardito, appena ventenne, finisce all’ergastolo dopo aver commesso un quadruplice omicidio mosso, si direbbe, da un impulso folle e sconsiderato, per futili motivi, rovinando la sua vita e quella dei suoi genitori, oltre a privare le vittime della propria. Però, si capisce che c’è qualcosa dietro, qualcosa di cui lo stesso assassino inizialmente non si rende conto ma che piano piano emerge alla sua coscienza. Coscienza che non sembra affatto quella di un delinquente incallito o di uno spietato criminale, come dimostrano le tante avventure vissute fra le mura del penitenziario, dove è costretto a confrontarsi con il suicidio di un caro amico, la rocambolesca evasione di un altro, una rivolta di detenuti.  Si chiede a un certo punto Fausto Serra: «Senza scomodare teorie sull’esistenza di entità superiori che regolano il destino di ogni essere umano, appare chiaro che qualcosa di insondabile ci sfugge. Il percorso di un’esistenza nasce già segnato? E quale potere soprannaturale ne decide le sorti? ». Ognuno cerchi di dare la propria risposta. “Il segreto del carillon” amplia l’orizzonte dell’ “Eredità morale”, dove la narrazione ricostruiva, sulla base di fatti realmente accaduti, la storia di una famiglia (quella dello stesso autore). Adesso, con il secondo romanzo, Serra allarga la visione all’intera condizione umana, anche se lo fa prendendo a paradigma la terra da cui proviene e una realtà storica particolare, questa volta dando libero sfogo all’invenzione. Le porte scorrevoli della fantasia possono condurre dovunque.

 


giovedì 22 febbraio 2024

IL VULCANO D'ORO

 


Jules Verne
IL VULCANO D'ORO
Arnoldo Mondadori Editore
Collana Oscar Leggere i Classici
Prima edizione maggio1997
Traduzione di Pierluigi Pellini
brossurato - 320 pagine - lire 11.000


Potrebbe sembrare strano che un romanzo così avventuroso e intrigante sia uno fra i meno conosciuti di Jules Verne (1828-1905). Una spiegazione, in realtà, c’è: “Il vulcano d'oro” è un racconto rimasto incompiuto, iniziato nel 1899 ma pubblicato postumo nel 1906, un anno dopo la morte dell’autore, in una versione pesantemente rimaneggiata dal figlio Michel. Soltanto nel 1989 è stata data alle stampe una versione filologica fedele al manoscritto originale, chiaramente ancora lontano dalla versione definitiva che Verne avrebbe voluto licenziare, senza revisione, e con alcune parti lasciate in bianco: le note finali di Olivier Dumas dell’edizione negli Oscar Mondadori provvedono a fare chiarezza in proposito. L’ambientazione è quella delle rive del fiume Klondike durante gli anni della Febbre dell’Oro. Come al solito, lo scrittore francese approfitta della trama avventura per far sfoggio di grande documentazione. Vengono fornite al lettore descrizioni puntali e didascaliche delle difficoltà del viaggio nel Grande Nord, della durezza della vita dei minatori, della bellezza straordinaria del selvaggio paesaggio. I protagonisti sono due cugini, Ben Raddle e Summy Skim, che ricevono un'inaspettata eredità: un lotto aurifero in una remota regione del Canada nord-occidentale, ai confini del Circolo Polare Artico. Ben è un ingegnere dotato di spirito avventuroso e trascina il riluttante Summy in un lunghissimo viaggio che inizialmente ha solo lo scopo di vendere il lotto ereditato, salvo poi il convincersi da parte dei due della convenienza di sfruttarlo. Infine, la spedizione diventa la ricerca del mitico Golden Mount, appunto il Vulcano d'Oro. L'incontro dei cugini con due donne (una, Jane, coraggiosa e determinata a diventare una cercatrice d'oro; l'altra, Edith, timida e introversa) rende più intrigante il susseguirsi di avventure.  Leggiamo in quarta di copertina: “Alla trama avventurosa si intreccia una descrizione vivace della vita piena di stenti e delle passioni distruttrici dei cercatori d'oro; ma il tema principale, e tipicamente verniano, del libro è probabilmente la lotta dell'uomo, dell'esploratore, dell'ingegnere, contro le forze tremende di una natura avversa: la febbre dell'oro deve fare i conti con bufere di neve, alluvioni, eruzioni vulcaniche". Il romanzo di Verne ha sicuramente ispirato Claudio Nizzi nella sceneggiatura di una emozionante storia di Tex, “Il risveglio del vulcano”, del 1995. 

domenica 18 febbraio 2024

MICKEY'S CRAZIEST ADVENTURES

 


Lewis Trondheim
Keramidas 
MICKEY'S CRAZIEST ADVENTURES
Panini Comics
cartonato, 2023
50 pagne, 15 euro
 
Ci erav
amo già imbattuti in Trondheim e Keramidas parlando di un altro volume (In realtà, precedente a questo) della collana "Disney Collection", che propone strepitosi volumi "alla francese", realizzati per l'appunto in Francia (anche se talvolta con il contributo di autori italiani), con protagonisti i personaggi dell'universo disneyano, reinterpretati in modo insolito, rispettoso (se non addirittura affettuoso) ma non canonico. I due autori di "Mickey's Craziest Adventures" sono gli stessi di "Alla ricerca delle felicità" (cliccare per saperne di più) ed è la stessa la colorista Brigitte Findakly.  
Trondheim e Keramidas usano, quale espediente narrativo che giustifichi le caratteristiche di entrambe queste loro storie, tanto bizzarre quanto irresistibili, il ritrovamento in un mercatino dell’usato di alcuni numeri di vecchi albi disneyani di cui si era persa la memoria. Qesto volume nasce, perfinzione narrativa, dal ritrovamento di una collana intitolata “Mickey’s Crazies Adventures” (dunque dedicata a Topolino); in "Alla ricerca della felicità" (il secondo titolo) a saltar fuori da una polverosa bancarella è un intero pacco di “Donald’s Quest”, una testata con invece protagonista Paperino, naturalmente mai vista prima. Lewis e Nicolas ripropongono dunque una avventura completa così come dicono di averla riscoperta, cioè con le pagine un po’ stropicciate e ingiallite dal tempo, qualche macchia di unto su certe vignette, i colori retinati tipici di un tempo, degli strappi e delle abrasioni. Un falso perfetto, tradito solo dal disegno più moderno di quanto ci si aspetterebbe, o perlomeno decisamente non barksiano (ma efficacissino). 
 Il racconto procede sulla misura di una tavola per volta, vale a dire che ogni pagina (quattro strisce) si propone come autoconclusiva, con una battuta finale, come le domenicali americane di un tempo, ma la tavola successiva si riallaccia alla precedente portando avanti il racconto. A complicare e rendere più diverteti le cose c'è una trovata aggiuntiva: non tutte le tavole sono state ritrovate, per cui , per esempio, si cominvcia con la seconda mancando la prima, si salta alla quarta, poi alla settima e via dicendo. Al lettore viene lasciato il compito di immaginare cosa accada tra una puntata e l'altra. E davvero accade di tutto. 
Come già in "Donald's Quest" il microcosmo di Topolino si intreccia con quello di Paperino, e i due vivino rocabolesche avventure alla ricerca del denaro sottratto a Zio Paperoni dai Bassotti grazie a una invenzione di Archimede Pitagorico che riduce persone e oggetti alle minime dimensioni, ma nell'indagine compaiono Basettoni e Pippo, il professor Enigm e le Giovani Marmotte, Minni e Paperina. Si va sulla Luna, in fondo agli oceani, nella giungla e fra le nevi himalayane, al ritmo di gag irresistibili. Fumetto allo stato puro, evviva!

domenica 31 dicembre 2023

LA STORIA INFINITA

 
 
 

 
Michael Ende
LA STORIA INFINITA
Longanesi Editore 
1986
Collana La Gaja Scienza
Traduzione di Amina Pandolfi
cartonato - 450 pagine


Un libro che contiene tutti gli altri libri. Uno dei dieci da portare sull’isola deserta. Un libro che si può leggere ai bambini di sei anni, ed esserne partecipi, a sessanta, come loro e più di loro. Non c’è una sola storia da raccontare, ce ne sono infinite, e tutte senza fine. Fantàsia muore quando muore la fantasia, e quando nessuno più crede alle storie. Torna a vivere quando qualcuno ne trova altre da narrare e altri a cui narrarle. Ma nello stesso tempo,  la vita di ciascuno è una Storia Infinita dove ci si può perdere diventando cattivi, o redimersi raggiungendo la fonte dell’Acqua della Vita. Il romanzo di Michael Ende è geniale e complicatissimo, benché godibile a ogni livello. Che si tratti di un libro di idee è evidente fin dalla scelta degli inchiostri bicromatici, con il rosso per le parti in cui Bastiano Baldassarre Bucci (il ragazzo grassoccio protagonista del romanzo) si trova nella nostra realtà, e verdi per le parti ambientate a Fantàsia, prima e dopo la Nuova Creazione. Il libro che Bastiano ruba nel negozio del signor Coriandoli è lo stesso che il lettore stringe in mano mentre lo legge, come se noi stessi fossimo i protagonisti. E il coinvolgimento continua nei mille personaggi fantastici e tutti diversi ma potenti che si susseguono nei ventisei capitoli (uno per ogni lettera dell’alfabeto). La Storia Infinita insegna ciò che anche la vita (la personale storia infinita di ciascuno di noi, con i mille bivi e le mille storie incompiute che generano altre storie, da cui è composta) dovrebbe insegnare: a essere noi stessi. “Fa’ ciò che vuoi”, è il motto inciso su Auryn, l’amuleto magico che schiude tutte le porte, a Fantàsia. Fare ciò che si vuole genera Fantàsia ma degenera l’io, se finisce per significare solo “fare ciò che si desidera” e non “fare ciò che si è”. Perché, in fondo, ciò che la vita insegna è che più si è, meno si fa.

domenica 24 dicembre 2023

IL MOSTRO DELLA LAGUNA

 
 


Guido Nolitta
Gallieno Ferri
IL MOSTRO DELLA LAGUNA
Sergio Bonelle Editore
Cartonato, 2023
210 pagine, 28 euro


A volte del termine “classico” più che un uso si fa un abuso, finendo per considerare classico qualunque cosa ci sembri abbastanza datata da poter figurare in un ideale museo della nostra memoria, ma nel caso d “Il mostro della laguna” non ci sono dubbi di sorta. Si tratta di un vero e proprio classico dello Spirito con la Scure, anzi, della “golden age” della saga zagoriana e della produzione della formidabile coppia formata da Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) ai testi e di Gallieno Ferri ai disegni. Proseguendo nella sua opera di riproposta in volumi cartonati di grande formato delle più belle avventure di Zagor, ecco giungere in libreria questa avventura marinaresca uscita per la prima volta, distribuita su sette albetti a striscia, nel lontano 1968, ma che ancora sorprende per freschezza, tensione, fascino esotico e perfino per umorismo. A rendere memorabile questo racconto contribuiscono senza dubbio le formidabili sequenze marinaresche realizzate da un Gallieno Ferri in stato di grazia, chiamato a illustrare navi, vele, burrasche: pane per i suoi denti, dato che da buon ligure il maestro genovese era un autentico lupo di mare. Non sembri strana una avventura in mezzo all’Oceano dello Spirito con la Scure: una delle caratteristiche dell’eroe dalla casacca rossa è proprio il suo prestarsi a storie dei generi più disparati. Indimenticabili alcuni dei personaggi del racconto, oltre al Re di Darkwood e al suo amico Cico (coprotagonista a pieno titolo non solo come compagno di avventura ma anche come interprete di gag esilaranti). Per esempio, il bieco capitano Nilsen, che Zagor ha la sfortuna di incontrare a Bridgeport, una località della costa dove si è recato ad accompagnare un vecchio amico deciso a imbarcarsi per l’Europa. Nilsen è a corto di marinai sulla sua nave, la “Strega Rossa”, in partenza per un viaggio e, come realmente accadeva talvolta nei porti, decide di arruolarne forzatamente qualcuno. Ma anche lui ha la sfortuna di scegliere Zagor e Cico, che nel proseguo dell’avventura non mancheranno di causargli dei grossi guai. La rotta della “Strega Rossa” conduce il Re di Darkwood lontano dalla sua foresta e gli fa intraprendere quella che può considerarsi, a tutti gli effetti, la sua prima “trasferta” (come verranno poi definiti i lunghi viaggi di Zagor destinati a venire narrati in cicli di varie storie collegate fra di loro). Infatti, dopo l’avventura a bordo della “Strega Rossa” ce ne saranno altre cinque prima che il nostro eroe e il suo amico messicano riescano a far ritorno a casa. Ma altrettanto ben caratterizzato di Nilsen è l’entomologo professor Lookford “Avete idea di quante specie di coleotteri esistano in tutto il mondo?”, chiede il naturalista ai marinai che lo stanno portando verso l’isola di Little Africa. Dato che gli incolti uomini dell’equipaggio non ne hanno la minima idea, lo studioso rivela che le specie in questione, almeno quelle a lui note, sono circa duecentomila. Tutte, comunque, fanno parte della sua collezione. O meglio, tutte tranne una. Manca alla raccolta, infatti, un esemplare di “pisum alatum”: esattamente l’insetto di cui lo scienziato è alla ricerca, una bestiola volante di color verde e dalla forma sferica che lo fa assomigliare a un pisello con ali. Con Lookford, il microcosmo zagoriano si arricchisce di un altro straordinario personaggio, la cui caratterizzazione è più incentrata sulle fisime del collezionista che su quelle dell’uomo di scienza. L’accanimento da monomaniaco con cui il professore dà la caccia all’animaletto oggetto dei suoi desideri, finisce infatti per rendere umoristica la sua figura, che diviene di fatto una riuscita parodia dell’esploratore in cerca di reperti e campioni naturalistici, raccolti sì per interesse scientifico ma anche, e forse soprattutto, per il gusto di poter esibire delle collezioni complete. E’ proprio in chiave comica che sia il “pisum alatum” che il suo irriducibile cacciatore fanno ritorno nelle pagine di uno Speciale Cico uscito nel 2002. Ad arricchire il volume contribuisce l’illustratissimo apparato critico curato da Graziano Frediani e da Luca Barbieri.