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sabato 9 dicembre 2023

DISEGNI E PAROLE PER ESSERE LIBERI

 

Autori Vari
DISEGNI E PAROLE PER ESSERE LIBERI
Allagalla
Seconda Edizione
Cartonato, 2023
126 pagine, 25 euro


“Grazie ai tanti scrittori e disegnatori che hanno dato il loro contributo a questa iniziativa, che giunge in meno di un anno alla sua seconda edizione, con altri venticinque artisti che si sono accostati con sensibilità e un sorriso – a volte triste, a volte no – al tema della libertà di scelta sul fine vita. Di fronte all’ottusità del potere anche la fantasia è un’arma. L’incursione del fumetto nel frasario denso della bioetica, fa respirare una boccata d’aria fresca e tonificante nel corso di un cammino che non è concluso per poter tutti vivere liberi fino alla fine”.
Questo testo che compare in quarta di copertina spiega il senso sella pubblicazione del volume, i cui autori hanno tutti rinunciato alle proprie royalties e la cui Casa editrice devolve l’intero utile all’Associazione Luca Coscioni - che si batte da anni per giungere anche in Italia a una legge che garantisca il diritto, in certe condizioni, all’eutanasia, al suicidio assistito, alla rinuncia all’accanimento terapeutico, nel rispetto della libertà di scelta. Perché poi di libertà si tratta: non si impongono ad altri comportamenti diversi. Viceversa, chi si oppone pretende di negare i diritti altrui.
Roberto Guarino, curatore del volume, ha chiesto a un centinaio tra sceneggiatori e disegnatori di fumetti di esprimere con un testo scritto o una tavola illustrata il loro sostegno alla battaglia sul fine vita. La partecipazione è stata convinta e ispirata. Sfogliando le pagine ci si imbatte in un racconto di Paola Barbato e in una illustrazione di Giovanni Freghieri, poi in un fulminate testo di Tiziano Sclavi e in una vignetta di Sergio Staino. Non mancano personaggi a fumetti che si espongono in prima persona, come Martin Mystère, Diabolik o Cattivik (grazie alle tavole di Alessandrini, Palumbo e Bonfatti). Ma l’elenco degli artisti coinvolti è lungo e sorprendete. Solo per citare alcuni nomi: Silver, Alfredo Castelli, Claudio Nizzi, Roberto Recchioni, Paolo BacilieriAndrea Venturi, Emanuele Taglietti, Gianfranco Manfredi, Carlo Ambrosini, Bruno Bozzetto, Matteo Bussola, Luca Enoch, Onofrio Catacchio, Corrado Mastantuono, Silvia Ziche, Alfredo Castelli, Sergio Gerasi, Michele Benevento, Massimo Rotundo, Angelo Stano, Danilo Maramotti. Segnalo anche alcuni zagoriani: Joevito Nuccio, Val Romeo, Anna Lazzarini, Fabrizio Russo, Giuliano Piccininno, Stefano Voltolini, Giorgio Sommacal. Mi scuseranno i tanti esclusi dall’elenco, che completo sarebbe stato troppo lungo.
Anch’io ho dato il mio contributo: il volume contiene un epigramma e una scelta di aforismi sul tema del fine vita, più una vignetta scritta per James Hogg che l’ha disegnata.

Gi aforismi sono questi:

L’idea di poter scegliere l’eutanasia mi piace da morire.

L'eutanasia è quella cosa che mi fa desiderare di essere trattato come un cane.

L'unica legge davvero importante su cui conto di basare la mia serenità futura, è quella sull'eutanasia.

Il vero problema del suicidio assistito in Svizzera è che per il candidato non è facile trovare un mutuo per affrontare le spese.

Non capirò mai perché qualcuno che non lo farebbe per sé (e va bene) debba voler impedire la fecondazione o il suicidio assistiti ad altri.

L’epigramma, tratto dall’antologia “Versacci”, è questo:

L’ultimo abbraccio

Al nostro cane che amiamo
un ultimo abbraccio cingendo
pietosa una morte gli offriamo
lasciando che vada dormendo.
Se all’ultimo del tempo mio
nessuna speranza rimane,
allora lo chiedo anche io:
trattatemi al pari di un cane.

domenica 4 giugno 2023

IO SONO ANTONIETTA


 



Giuseppe Reina
IO SONO ANTONIETTA
Algra Editore
2022, brossurato
268 pagine, 16 euro


Il 10 luglio 1955, sulle rive del lago di Castelgandolfo (in provincia di Roma), venne rinvenuto il cadavere decapitato di una donna. Il corpo aveva l’addome pugnato in più punti e le erano state asportate le ovaie. Gli investigatori dell’epoca faticarono non poco a stabilire l’identità della vittima, che soltanto un mese dopo venne identificata in Antonietta Longo, nata a Mascalucia (CT) nel 1925, ma da tempo residente a Roma, nella casa di una famiglia benestante presso la quale era a servizio. Il caso della “decapitata di Castengandolfo” scatenò l’interesse della stampa nazionale per molti mesi, suscitando le ipotesi più svariate su tutte le testate, con decine di giornalisti che seguivano gli sviluppi delle indagini segnalando gli indizi e i misteri legati agli strani comportamenti di Antonietta nei giorni precedenti l’omicidio. Come accade anche ai giorni nostri quado ci sono inchieste su omicidi particolarmente efferati di cui è difficile individuare i colpevoli, i cronisti davano la caccia ai parenti e ai conoscenti per riportarne interviste e dichiarazioni. Se ne continuò a parlare ameno fino agli anni Settanta, poi la stampa e gli inquirenti si arresero di fronte all’apparente impossibilità di ricostruire l’accaduto e attribuire responsabilità. Dico “apparente” perché c’è anche chi sospetta che, in realtà, le indagini furono prima depistate poi insabbiate, in ogni caso non si batterono con la dovuta attenzione tutte le piste. A quasi settant’anni di distanza dall’omicidio, il “cold case” viene riaperto da un formidabile libro di Giuseppe Reina, pronipote di Antonietta Longo (che era sorella di sua nonna),il quale per lungo tempo ha raccolto, con la tenacia di un segugio, tutto ciò che era stato detto e scritto all’epoca dei fatti, ha intervistato i testimoni sopravvissuti e fatto ricerche sui luoghi, pur senza ottenere alcun aiuto dalle autorità inquirenti. Reina ha condotto la sua inchiesta dopo una visita alla tomba della prozia nel cimitero di Mascalucia, successivamente all’aver scoperto ciò che in famiglia gli avevano sempre taciuto, perché la triste sorte della donna non lo turbasse, in ragione di un rassegnato silenzio calato anche dai congiunti sulla tragica vicenda. L’autore, mosso dunque da una più che legittima motivazione, riapre il caso e fornisce ai suoi lettori tutti gli indizi che sembrano portare addirittura all’individuazione di un probabile assassino e depistatore. Tutto lascia credere che Antonietta sia morta durante un aborto clandestino a cui era stata costretta con la forza, e le mutilazioni agli organi riproduttivi servissero a nascondere l’evidenza di una gravidanza. La ricostruzione del caso è estremamente puntuale e la narrazione coinvolgente punta a fornire non solo il possibile susseguirsi dei fatti ma anche un ritratto psicologico realistico della vittima, giovane donna di umili origini che cercava un riscatto dalla vita. “Io sono Antonietta” racconta anche una realtà italiana, sociale ed economica, diversa da quella di oggi, facendone rivivere al lettore il clima degli anni Cinquanta. Un saggio che si legge come un romanzo, giungendo all’ultima pagina con la speranza che davvero il caso venga, chissà come, riaperto.

domenica 24 luglio 2022

SPETTRI

 

 

 


Mary Roach
SPETTRI
Einaudib
brossura, 2006
238 pagine, 15.50 euro


“Apparizioni, ectoplasmi e care presenze: la vita dopo la morte secondo la scienza”, recita il sottotitolo. In realtà Mary Roach non indaga sull’esistenza dell’anima e sulla sua sopravvivenza dopo la morte con approccio da scienziata quanto con curiosità giornalistica (è giornalista scientifica del “New York Times Magazine”) e divulga, con una notevole dose di ironia, studi compiuti da altri, ricostruendo in modo accattivante (a volte addirittura esilarante) la storia degli esperimenti fatti, nel corso dei secoli, per cercare di indagare sul trascendente. Per esempio, il famoso tentativo di Duncan Mcdougall eseguito nel 1901 in una clinica di malati terminali del Massachussetts per stabilire il peso esatto dell’anima. L’esperimento consisteva nel porre su una bilancia di precisione il letto dove un incurabile stava per morire, e verificare quanto pesasse un attimo prima e un attimo dopo la morte (cioè, quando l’anima aveva lasciato il corpo). Il paziente n° 1 subì una perdita ponderale di 21 grammi (tre quarti di un’oncia), una misurazione rimasta famosa nonostante non si sia mai più ripetuta in altri esperimenti tutti falsificati da qualche problema, e sebbene anche sulla correttezza scientifica del primo caso sussistano seri dubbi (e ci sia abbondanza di spiegazioni al fenomeno). Mary Roach conduce il suo lettore in India, per verificare casi di reincarnazione (nessuna verifica dà risultati certi), e in castelli infestati dai fantasmi (per lo più, si tratta di casi generati da infrasuoni), ma anche in archivi dove si conservano le materie ectoplasmatiche fuoriuscite dal corpo di sedicenti medium, e del tutto simili a delle garze. Pare che ci fossero medium abilissime nel tirarsele fuori dalla vagina o dal retto dove se le erano infilate poco prima. Interessanti le pagine sull’anima vista come fenomeno quantistico. Là dove lo scetticismo della Roach traballa è di fronte ai casi di NDE (Near Death Experience), quelli cioè di persone date per clinicamente morte che invece si risvegliano raccontando di aver visto il paradiso in fondo a un tunnel. Nonostante abbondino le spiegazioni (ci sono sostanze chimiche che producono gli stessi effetti), la giornalista lascia uno spiraglio possibilista. Mancano però, anche in questo campo, le certezze. Se abbiamo un’anima e sopravvive in qualche modo al nostro trapasso, lo scopriremo solo morendo.

sabato 21 marzo 2020

IL POVERO PIERO





Achille Campanile
IL POVERO PIERO
Rizzoli
cartonato, 1973
276 pagine


Se volete farvi un regalo, leggete i libri di Achille Campanile, uno dei più grandi umoristi di tutti i tempi, per quanto mi riguarda il migliore tra gli italiani (poi ci sarebbe da discutere su Jerome, Wodehouse e Allen riguardo al resto del mondo). Di solito Campanile gioca sui tempi brevi, e non a caso il suo primo libro, risalente agli anni Venti, si intitola "Tragedie in due battute". Esilaranti sono i suoi racconti, come quelli contenuti in "Manuale di conversazione", "Vite degli uomini illustri" o ne "Gli asparagi e l'immortalità dell'anima", ma anche quando certi romanzi hanno uno sviluppo più lungo si compongono in genere di frammenti, scenette, divagazioni. In "Celestino e la famiglia Gentilissimi" trova una traccia (gli stratagemmi di un padrone di casa per sfrattare un ospite indesiderato) e la sviluppa in inesauribili variazioni su tema anche giocando sui vari generi letterari (il teatrale, l'epistolare, la cronaca giornalistica). Non di rado si gioca sull'assurdo, sul paradosso, sulle parole. "Il povero Piero", del 1973, è invece un romanzo con una trama che si sviluppa in modo apparentemente tradizionale, e che comincia addirittura in modo serio, quasi drammatico: un certo Piero D'Avenza, da tempo malato, muore nel suo letto di casa. Il fatto è che per sua precisa disposizione lasciata scritta, vuole che parenti e amici vengano informati del luttuoso evento solo a esequie avvenute. I famigliari stretti, presenti al momento del trapasso, iniziano quindi a industriarsi per organizzare il funerale senza farsene accorgere. Partono quindi tutta una serie di equivoci, visite improvvise, disavventure con tecnici della luce, che portano al disastro: una folla di persone si raduna attorno al morto, a dispetto del segreto che si voleva mantenere. A quel punto il povero Piero riapre gli occhi, e si trova circondato. E meno male che al suo funerale non voleva nessuno! Ci sarebbe da farne un film. Naturalmente la commedia messa in scena è un pretesto escogitato da Campanile per sfoggiare un garbatissimo humor nero e prendere in giro le convenzioni sociali, le ipocrisie, le frasi fatte legate al naturalissimo e comunissimo evento della dipartita, e non mancano, al di là delle risate, le riflessioni illuminanti.

giovedì 23 agosto 2018

MEGLIO QUI CHE IN RIUNIONE



MEGLIO QUI CHE IN RIUNIONE
a cura di Eugenio Alberti Schatz e Marco Vaglieri
Rizzoli
prima edizione novembre 2009
brossura, 
180 pagine, 14 euro

Di che si tratta? Lo spiega abbastanza bene il sottotitolo: "224 autoepitaffi di italiani celebri e non del nostro tempo". In pratica, i curatori hanno chiesto ad alcune centinaia di persone più o meno illustri, contattandole una per una, di scriversi da soli il proprio epitaffio, vale a dire la frase da incidere sulla propria pietra tombale. Le risposte giunte sono state raccolte in un volume. Ora, a me non l'hanno chiesto (ma non gliene faccio una colpa). Peccato, perché finora di epitaffi me ne sono già scritti quattro e non escludo di compilarne altri da qui al momento dell'effettivo trapasso, allo scopo, è ovvio, di scegliere il migliore sul letto di morte. Per ora, il mio preferito è "Fate come se non ci fossi". Prego Alberti Schatz e Vaglieri di tenerlo presente nel caso di un secondo volume o di una ristampa rivista e corretta del primo. Tuttavia, leggere le oltre duecento frasi contenute nel libro è estremamente divertente (peraltro, tre o quattro dei personaggi sono effettivamente morti nel frattempo, come Candido Cannavò). Il volume si divora in mezz'ora, al termine del quale si può però dire di aver letto a tutti gli effetti un libro, e anche un libro in grado di far riflettere, colto, divertente, commovente e persino poetico. Cito alcuni degli epitaffi. Il giornalista Viviano Domenici: "Nato per soffrire, non ne volle sapere". La scrittrice Elena Loewenthal: "Si farà viva lei". Lo scrittore Aldo Nove: "Dopo una vita da precario, ha trovato il posto fisso". Il regista Riccardo Piferi: "Volevo scrivere qualcosa di intelligente, ma la morte mi ha colto di sorpresa". L'illustratrice Chiara Rapaccini: "Finalmente so che cosa c'era dopo. Ma non ve lo dico". Il viaggiatore Augusto Golin: "Qui si ferma per un po' Augusto Golin, almeno sapete dove trovarlo".

venerdì 6 luglio 2018

IO E LEI



Edoardo Boncinelli
IO E LEI
Guanda
brossurato, 2017
192 pagine, 14 euro

Lui è Edoardo Boncinelli, classe 1941, genetista, uno dei più famosi e importanti biologi italiani, titolare di una rubrica fissa sul mensile "Le Scienze". Lei è la morte. "Io sono la mia coscienza", scrive lo scienziato, convinto pertanto che lui e la morte realmente non si incontreranno mai perché giungendo lei, lui se ne andrà. "Nella mia mente la morte non c'è, mentre c'è tanta, troppa vita. Questo non mi impedisce di meditarci sopra, anzi me lo facilita", dice Boncinelli. Ed eccolo dunque a proporci le sue riflessioni di uomo e di scienziato non credente: "Non ho mai creduto neppure un po', fin da quando mi ricordo, in n nessuna forma di religiosità. L'uomo si è costruito la religione immaginando l'esatto opposto della realtà, per compensarne i gravissimi difetti. Agli esordi della mia avventura intellettuale, il primo problema che mi venne in mente fu: perché mai Dio ci ha creati? La risposta del catechismo era, allora, che ci ha fatto per amore. Amore di che e di chi, per Lui che è l'Essere prefettissimo? Io Lo immaginavo superiore, onnisciente e onnipotente; non poteva avere quindi un di più o un di meno di amore. E poi chi lo autorizzava a pensare che le sue creature ne sarebbero state contente? Io certo non lo ero e comunque dubitavo che lo fossero anche altri, che infatti non facevano che lamentarsi. Che lo avesse fatto per bisogno di amore mi riusciva difficile da pensare. Come può aver bisogno di amore un ente perfetto e compiuto in se?". Altrettante perplessità suscitano in Boncinelli l'idea di onniscienza e onnipotenza (come può Dio voler fare una cosa e non farla nell'attimo stesso in cui la vuole e dunque volendo in un certo momento qualcosa che prima non voleva?) ma anche il concetto di Dio personale. Analizzando i propri dubbi, le riflessioni portano lo scienziato a scartare l'idea di una vita dopo la morte. Seguono poi pagine sulla definizione di vita dal punto di vista biologico (interessantissime quelle su gli esseri viventi che vivono lottando quotidianamente contro l'entropia a cui tende l'universo, "espellendo disordine" da se stessi, pompando "informazione"). Altrettanto interessanti le parti sulla spiegazione scientifica della morte: la natura è interessata unicamente a tenerci in vita, sani e robusti, fino all'età della riproduzione (dai 15 ai 30 anni), dopo non siamo programmati per resistere oltre. Se ci riusciamo, è tutto grasso che cola. Non mancano le riflessioni sull'etica, il comportamento e la morale. Boncinelli è convinto che il "comportarsi bene" non sia affatto conseguente alle regole dettate dalla religione. "Che merito ci sarebbe a comportarsi bene solamente per paura di una punizione di natura superiore? Anzi, se Dio non c'è ci corre l'obbligo di occuparci noi delle cose del mondo, come individui e come società. E' nella vita che si manifesta e si realizza la nostra idea della vita, e in niente altro".

sabato 30 giugno 2018

ACCABADORA









Michela Murgia
ACCABADORA
Einaudi
2009, cartonato
164 pagine, 18 euro

In spagnolo, "acabar" vuol dire "finire". E in sardo "accabadora" è colei che finisce. Misericordiosamente, però: la donna che scivola nottetempo nella camera del moribondo e con un cuscino premuto sulla bocca allevia le sue sofferenze, chiamata dai parenti stessi, non è un'assassina. Tra le pagine più belle del libro c'è la spiegazione che delle sue azioni dà Bonaria Urrai, appunto l'accabadora, alla figlia adottiva Maria Listru: "Io sono stata l'ultima madre che alcuni hanno visto". Non si nasce da soli, e a volte c'è bisogno di qualcuno che aiuti a morire. Per quanto mi riguarda, il discorso di Bonaria Urrai andrebbe imparato a memoria, compresa la frase "Non dire mai: io di quest'acqua non ne bevo". Maria se ne rende conto quando si troverà lei nelle condizioni di dover fare la stessa cosa. La "filla de anima", Maria, è stata adottata dalla sarta Bonaria perché alla vera madre (vedove entrambe) pesavano le quattro figlie e la Urrai non aveva mai partorito figli suoi, dunque, come si usava in Sardegna (il romanzo è ambientato a Soreni, paesino immaginario dell'isola, negli anni Cinquanta) l'ultima nata viene ceduta. Maria cresce senza nulla sospettare della "dolce morte" che Bonaria concede a chi ne ha bisogno, ma quando lo scopre (la vittima è un giovane a cui è stata amputata una gamba e che non vuol più vivere) fugge sul continente decisa a troncare ogni rapporto con la madre adottiva. Quando però Bonaria si ammala gravemente, torna in Sardegna e riconosce nella donna le qualità di una vera madre. Oltre alla grande tensione che, con una prosa pulita e dialoghi taglienti, Michela Murgia sa costruire all'interno della sua storia attorno ai due straordinari personaggi di Maria e, soprattutto, Bonaria, molto efficace risulta la ricostruzione di Soreni e della arcaica società rurale sarda, legata all'ancestrale e al tacito appartenere a una comunità dove il non detto e il non scritto regolano i rapporti fra e nelle famiglie. Il romanzo ha vinto il Premio Campiello nel 2010.

venerdì 1 giugno 2018

HO FREDDO








HO FREDDO

di Gianfranco Manfredi
Gargoyle Books

2008, cartonato
552, 16 euro

L'autore è proprio lo stesso di Magico Vento e Volto Nascosto, giusto per dirlo subito e non tornarci su. Alla base del romanzo (un applauso al grafico della copertina) ci sono le lunghe ricerche condotte da Manfredi su alcuni casi di morti misteriose e di ancora più misteriosi risvegli (o presunti tali) nella tomba, davvero accaduti nella seconda metà del Settecento, l'epoca in cui sono ambientate le vicende narrate nel libro, nel Rhode Island. Protagonisti del lungo e complicato racconto, sono tre forti personaggi destinati a colpire il lettore: Valcour e Aline de Valmont, due gemelli, appassionati e antesignani ricercatori scientifici in campo medico, e il reverendo battista Jan Vos, indagatore a suo modo della fenomenologia post mortem e delle credenze che si ingenerano a questo proposito nella popolazione. La prima metà del romanzo è davvero strepitosa. Valcour e Aline (soprattutto il primo) studiano il decorso di una particolare forma di tubercolosi denominata "consunzione" e scoprono come sia questa malattia a provocare attacchi di follia che portano le vittime a desiderare di nutrirsi di sangue. Il fatto che si tratti di una malattia infettiva che si trasmette fra i membri di una stessa famiglia, fa pensare che il primo defunto "chiami" gli altri nella tomba. Sono diversi i casi esaminati e risolti dopo che i misteri si erano sommati ai misteri, scatenando superstizioni e reazioni irrazionali nelle comunità colpite dal susseguirsi di tragici eventi. La tensione della prima parte non regge poi fino alle ultime pagine, quando gli avvenimenti tendono a ripetersi oppure a disperdersi verso altre direzioni non tutte ugualmente avvincenti. Formidabili comunque la documentazione e la ricostruzione di epoche e ambienti. Senz'altro un libro da non perdere.

domenica 6 maggio 2018

I CANTI DI CASTELVECCHIO




Giovanni Pascoli
I CANTI DI CASTELVECCHIO
Oscar Mondadori
1967, brossurato
230 pagine, 350 lire

E’ il mio poeta preferito, il Pascoli. Preferito perché cultore della forma (metrica sempre perfetta, architettura delle composizioni varia ma rigorosa), ma mai artefatto; anzi attento ai moto dell’animo, appassionato, empatico, umano, sensibile, acuto osservatore delle piccole cose. Colto e letterario, pieno di echi e di rimandi, ma lontano dall’Arcadia. Moderno, psicanalitico ante litteram (ma anche post litteram), è talvolta addirittura sensuale se non addirittura audace (“Il gelsomino notturno”, “Digitale purpurea”). Non sa mai di muffa. Ne ho parlato altre volte su questo blog. L’etichetta che gli si mette a scuola è che il Pascoli sia il poeta del Fanciullino, dal titolo di un suo breve saggio del 1897. A patto di intendersi su che cosa sia il Fanciullino e di non limitarsi a questa definizione, il rimando a quello scritto serve a orizzontarsi. 

Secondo il poeta di Castelvecchio la poesia non è “logos”, cioè razionalità, ma consiste in una perenne capacità di stupore tutta infantile, in una disposizione irrazionale che permane dentro di noi anche quando siamo cresciuti. Il Fanciullino dentro si noi “alla luce sogna o sembra sognare ricordando cose non vedute mai, parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle nuvole, popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei”.  Il bambino crede alle favole, crede alla mia, crede all’evocazione. Sente il potere del mistero, dei suoni, della musica; è in comunione con la natura. Sovvertendo le norme dell’angusto e realistico buonsenso che regola la nostra vita, il Fanciullino “rimpicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare”. Questa disposizione alogica (una sorta di sguardo obliquo) fa sì che si scoprano nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose.  E non è necessario che le cose siano insolite o grandiose: anche nelle cose quotidiane o famigliari si scoprono significati nelle cose. Di qui il rifiuto pascoliano, in verità non sempre rispettato, della “letterarietà” per avvicinarsi allo “spontaneità” del linguaggio comune. 

Tuttavia il poeta non è mai naif, vi si atteggia. Il suo enorme background culturale non viene mai meno. Persino ne “La cavalla storna” cita Omero senza farsene accorgere. Ho studiato “I canti di Castelvecchio” per un anno accademico intero, ai tempi dell’università, con il professor Mario Martelli (con cui poi mi sono laureato) e ogni lezione era una scoperta: frequentavo con gioia l’aula di Letteratura Italiana. Di recente, ho riletto i “Canti” e la gioia si è rinnovata. Perciò ho rispolverato qualche appunto e mi sono provato a dare ordine a quel che ho ritrovato.

Non si può non partire da qualche nota biografica. Del resto il Pascoli è stato per tutta la vita un poeta autobiografico. E si sa che la sua vita è stata segnata dall’assassinio del padre, avvenuto a San Mauro di Romagna il 10 agosto 1867. Questa morte, a cui ho dedicati un articolo sul blog “Freddo Cane in questa palude”, fu solo l’inizio di una serie di tragedie che in pochi anni si abbatterono sulla famiglia Pascoli, fino ad allora così unita e felice. Di lì a poco morivano prima, di tifo, la appena diciottenne sorella Margherita (13 novembre 1858), poi la stessa madre, che mai si era rimessa dal grande dolore della perdita del marito (18 dicembre dello stesso anno). Giovanni, (classe 1955) e i suoi fratelli Giacomo e Luigi avevano fino ad allora frequentato il collegio “Raffaello” di Urbino, diretto dai padri Scolopi; Giovanni, in particolare, aveva acquistato una salda cultura classica. Adesso le difficoltà finanziarie impedivano ai fratelli il proseguimento degli studi nell’Istituto urbinate. Con la morte di Luigi, avvenuta per meningite il 19 ottobre 1871, all’età di 17 anni, Giacomo e Giovanni abbandonano definitivamente il collegio e nello stesso novembre si trasferiscono a Rimini con la famiglia. A Rimini, Giacomo, il fratello maggiore, fu costretto a trovare lavoro ed a trasformarsi in “piccolo padre”, mentre Giovanni continuava a frequentare il liceo. Grazie all’aiuto di un suo vecchio maestro, padre Cei, Giovanni poté entrare nel collegio “San Giovanni” di Firenze e completare lì gli studi liceali, per poi frequentare a Bologna la facoltà di lettere, dopo aver vinto una preziosa borsa di studio – che però gli fu tolta allorché partecipò a una dimostrazione studentesca contro il ministro della Pubblica Istruzione, Ruggero Borghi, in visita all’Università. La serie di disgrazie continuò con la morte del fratello Giacomo, anch’essa avvenuta per tifo, il 12 maggio 1876. Giovanni diventò, per forza di cose, il capofamiglia. Ma la famiglia si era dispersa, il “nido” era distrutto, e ormai da tempo.

Non occorre seguire ulteriormente la cronologia delle vicende biografiche d Giovanni Pascoli, dalla prima esperienza politica presto abbandonata, alla laurea conseguita nel 1882; dai suoi successivi spostamenti per l’Italia (fino al suo definitivo stabilirsi a Castelvecchio di Barga), alla storia dei suoi rapporti con i fratelli e soprattutto con le sorelle Ida (il matrimonio della quale gli provocò un lungo “squilibrio nervoso” perché veniva ad intaccare il mito dell’unità familiare) e Maria (che venne poi ad abitare con lui). Non occorre, perché gran parte della psicologia del Pascoli è già venuta a formarsi, i caratteri che poi saranno i fondamenti della sua opera poetica si sono già costruiti.

Se il Pascoli è il poeta del Fanciullino, il Fanciullino è l’infanzia del nido non disfatto, la famiglia prima dell’uccisione del padre, prima dell’intervento brutale degli uomini e della storia che la disarticola. E’ nel traumatizzante succedersi di drammatici eventi, che bruscamente strapparono la Pascoli l’affetto delle persone e delle cose più care e la rasserenante sicurezza del nido familiare, l’origine del bisogno del poeta di ricercare nelle cose il loro aspetto più intimo e segreto, e di condurle fuori dalla realtà spazio-temporale della storia colpevole di aver infranto, con i drammi e le necessità del contingente, la serenità di un nucleo di affetti e sensazioni che sembravano eterne.

Le parole vengono svuotate del loro senso immediatamente contenutistico, e assumono sfumature di mistero: la realtà delle cose viene offuscata e trasformata attraverso un filtro ed una visione onirica, che permettono l’acquisizione di una dimensione diversa, quasi archetipica, realizzata nella poesia. Le cose vengono viste al di fuori della loro dimensione reale, fino ad assumere caratteri eterni e nello stesso tempo dimessi, privati, intimi. Il ripetersi delle immagini della casa-nido, delle morti, delle dolorose memorie familiari diventa quasi ossessivo, come se non ne fosse estranea una componente nevrotica.

Il tema del ricordo, che permea tutta la produzione poetica pascoliana conferendole il caratteristico bisogno di collocazione eterna e segreta delle cose, delle immagini e degli affetti, al riparo dalla violenza operata dalla storia, si manifesta più palesemente in alcuni componimenti come profonda necessità di recuperare con la poesia uno stato di cose ormai irrimediabilmente perduto.

Una sezione dei “Canti”, collocata in appendice e chiamata “Ritorno a San Mauro” (in tutto nove componimenti), costituisce l’unica testimonianza superstite di una serie di “Canti di S. Mauro” che il Pascoli aveva promesso nella prefazione ai “Primi Poemetti”, datata 5 giugno 1897, ma che non furono mai realizzati. Essi rimasero, appunto, in questa forma assai ridotta.   Pascoli tornò veramente in visita a S. Mauro, nel maggio del 1897, ma certo comunque che tutta l’opera poetica del Pascoli fu, in forma più o meno consapevole e più o meno accentuata, un continuo ritorno in quell’ angolo di Romagna. O forse potremmo dire che, nell’intimo del suo cuore, da S. Mauro Pascoli non si era mai mosso: tutta la sua poesia potrebbe essere solo un disperato aggrapparsi ad un “nido” che nella realtà non esisteva più. La quercia che cade lascia una capinera senza nido, il tuono che rimbomba rimbalza e rotola cupo cede il posto ad un canto di madre, la cantilena di una nonna si tramuta nella sicurezza del “nido” familiare per il bambino nella zana che dondola piano piano: e potremmo continuare.

E’ del resto lo stesso Pascoli che lo nota, e ne fornisce quasi una scusa, o una giustificazione, allorché nella prefazione del marzo 1903 ai “Canti di Castelvecchio” scrive: “Devo chiedere perdono, anche questa volta, di ricordare il delitto che mi privò di padre e madre, e via via, di fratelli maggiori, e d’ogni felicità e serenità nella vita? No: questa volta non chiedo perdono. Io devo (il lettore comprende) io devo fare quel che faccio. Altri uomini, rimasti impuniti e ignoti, vollero che un uomo solo innocente, ma virtuoso, sublime di lealtà e bontà, e la sua famiglia, morisse. E io non voglio. Non voglio che sian morti. Se poi qualcuna di queste poesie… ispirasse un più acuto ribrezzo del male, io, oh!, non me ne terrei io, ma ne benedirei la memoria dei miei cari martiri, per i quali nessuno (nemmeno i loro assassini) soffrì, e che dalle loro fosse rendono anche oggi, per male, bene”.

“Un ricordo”, “Il ritratto”, “Un nido di farlotti” costituiscono una vera e propria “cronaca familiare”, dove, alla rievocazione dei momenti immediatamente precedenti e susseguenti la tragedia della morte del padre, si intrecciano i temi della premonizione e del presagio luttuoso. Ne “La cavalla storna”, invece, la stessa scena acquista una dimensione diversa, più ampia, oracolare e magica, attingendo ulteriori significati.

 “Un nido di farlotti” presenta la scena di casa Pascoli, a S. Mauro, un mese dopo l’assassinio del capofamiglia: la moglie distrutta dal dolore e gli orfani abbandonati appaiono agli occhi commossi di un popolano proprio come una spaurita nidiata di uccellini. E’, se si vuole, un’immagine paragonabile al nido della rondine che, nella celebre poesia “X Agosto”, raccolta in “Myricae”, cade uccisa tra le spine, con ancora nel becco un insetto per i suoi rondinini, così come il padre portava alle figlie un paio di bambole comprate alla Fiera di Cesena: e le stelle cadenti della notte di S. Lorenzo appaiono al poeta il pianto del cielo sulla malvagità di questo mondo.  

Il contenuto di “Un ricordo” è invece così esposto da Benedetto Croce: “Il padre del Pascoli fu assassinato, una sera, sulla via campestre, mentre tornava alla sua casa. La mattina di quel giorno d’inenarrabile strazio e di terrore, l’ultima volta che i suoi lo videro vivo, è ricordata in ogni minimo particolare: con quel perduto dolore dell’animo che dice: potevamo non lasciarlo andare via, quel mattino, e sarebbe ancora tra noi!  E la memoria scopre, o l’illusione fa immaginare, particolari quasi profetici. Il padre stava per salire sulla carrozza, circondata dai suoi, dalla moglie, dai figli grandi e piccini, che escono sulla strada a salutarlo. Ma, nell’appressarsi che egli fece al cavallo, ‘la più piccina a lui toccò la mazza’. Gli prese il bastone, come per tirarlo indietro, e ruppe in pianto. Non voleva ch’egli andasse via: non voleva così, irragionevolmente, come bambina che era; ed egli dovette ingannarla, per acchetarla: farle credere che rientrava in casa e riuscire da un’altra porta. Quella manina di bimba è indimenticabile”. 

Lo stesso si può dire della poesia “Il ritratto”, la quale presenta una notevole comunanza di elementi, a partire da quello del presagio, qui costituito dalla improvvisa e immotivata interruzione delle pittura di un ritratto del padre che Giacomo Pascoli stava eseguendo ad Urbino, dove si trovava a studiare con i fratelli, nella stessa ora in cui Ruggero veniva ucciso.
Siamo di fronte dunque ad una ulteriore costante pascoliana: se il carattere dimesso della poesia del poeta è volto a ricercare gli elementi più intimi ed eterni delle cose, in una visione pessimistica della realtà, e se ciò, insieme al ripetersi ossessivo di certe immagini e certi temi, ha una origine in cui si può rintracciare una componente nevrotica, da notare è che tutto questo assume una forma poetica a dir poco singolare. Una apparente semplicità ed un fascino d’immediata percezione ottenuto con metri, artifici retorici, richiami classici che di naif e di primitivo non hanno proprio nulla

“La cavalla storna” fu una delle ultime poesie composte per i Canti di Castelvecchio, e pubblicata fin dalla prima edizione del 1903. Si tratta di una delle opere pascoliane più popolari e sentimentalmente più celebri. E’ facile intuirne i motivi: la chiave di lettura più immediata è facilmente accessibile ad ogni categoria di lettori; il patetico, il melodramma, la storia di lacrime, sangue e mistero, il tono narrativo e la struttura, la stessa orecchiabilità del metro colpivano e commovevano la sensibilità popolare. Tuttavia, letta con attenzione, "La cavalla storna" rimanda direttamente a Omero, e al cavallo parlante Xanto che rivela ad Achille il nome dell'uccisore di Patroclo. Ci sono persino precise citazioni testuali dei versi omerici. 

“Valentino”, un altro grande classico, commuove perché vediamo il ricco poeta, ammirato dal mondo, a cui non manca nulla, invidiare in silenzio la spensieratezza del povero contadinello che cammina senza scarpe, a piedi nudi, come un uccello: “come l’uccello venuto dal mare, / che tra il ciliegio salta, e non sa / ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare, / ci sia qualch’altra felicità”. Ci sono poi tutti i versi onomatopeici che il Pascoli si inventa per replicare i suoni della natura, c’è l’osservazione della natura, il meravigliarsi di fronte al mistero, lo stupore per il rinnovarsi del ciclo delle stagioni o della vita (in “Ov’è?” il titolo stesso interpreta in forma di domanda, la domanda che il bambino appena nato si pone, il pianto del neonato). Ma il capolavoro resta “Il gelsomino notturno”, e qui rimando a una analisi più dettagliata che ho già scritto a suo tempo.

martedì 6 marzo 2018

ELEGIE DUINESI




Rainer Maria Rilke
ELEGIE DUINESI
Crocetti Editore
1999, brossurato
90 pagine, 22.000 lire


Le Duineser Elegien, ovvero “Le elegie duinesi”, sono una raccolta lirica di Rainer Maria Rilke, poeta e drammaturgo boemo di lingua tedesca (nato a Praga nel 1875, morto in Svizzera nel 1926) . Le dieci composizioni furono iniziate nel 1912 durante un soggiorno di Rilke a Duino (nei pressi di Trieste), ma dopo un fulmineo impeto creativo che portò alla composizione di un primo nucleo, l’opera fu portata a compimento soltanto dieci anni dopo. In una sua introduzione a una edizione del 2006, il critico Michele Ranchetti scrive: “Ogni Elegia deve considerarsi come come una tesi che Rilke illustra in una serie di ragionamenti in poesia. Alcuni passi sono oscuri». In che conforta chi, affrontando la lettura delle liriche, resti turbato e spiazzato dalla loro bellezza quanto dalla loro oscurità. 
Tuttavia, cimentandosi nell’interpretazione, sia o non sia quella che gli voleva dare Rilke, c’è di che rimanere affascinati. Si può partire dalla constatazione di come il poeta, nato e cresciuto in un ambiente cattolico e borghese, e istintivamente portato verso una naturale religiosità, si sia progressivamente distaccato dal tradizionale modo di intendere la spiritualità e di rapportarsi a Dio. Si potrebbe dire che entra in crisi, anche perché si sente senza patria e vive in nel clima del decadentismo artistico di fine Ottocento e di inizio Novecento. Perde le certezze basilari della vita e ne cerca altre, influenzato anche dai suoi contemporanei Kafka, Freud e Nietzsche e dal precedente Schopenhauer. Rilke osserva il mondo, fa indagini sullo spirito e sulla natura, si interroga filosoficamente sull’esistenza e sulla morte. Da questo tumultuare di riflessioni, nascono le domande delle Elegie. “Essere qui è stupendo”, dice il poeta in un passaggio della settima Elegia, dove si inneggia alla vita contro il destino della morte. Nell settima il concetto è ribadito: l’uomo è fragile, ma “essere qui è tanto”, al punto che, sia pure apparentemente, “ogni cosa qui ha bisogno di noi, noi più fragili di tutto”. L’esistenza è resa più preziosa dal fatto che viviamo una sola volta: “una volta e mai più. Mai più”. Non che “essere stati di questa terra” conti qualcosa per le stelle. A loro, nulla importa. Loro sono “indicibili”. Ma conta per noi, per poter “dire”. “Dire: casa, ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutta, finestra – al più colonna, torre… ma per dire, capisci, oh, per dire così come le cose stesse non hanno mai veramente creduto di essere”. Conta il nostro dolore, la nostra fatica, la nostra “esperienza d’amore”, la nostra testimonianza. “Qui è il tempo del dicibile, qui la sua patria”, contrapposta alle dimensioni indicibili. “Vedi, io vivo. Vita sovrabbondante mi zampilla nel cuore”. Questi versi mi ricordano, e chissà se c’è davvero un collegamento, quelli di una canzone di Roberto Vecchioni, “La stazione di Zima”, in cui l’uomo parla a Dio sentendosi estraneo alla sua grandezza e orgoglioso della sua dimensione umana. La dimensione divina, del resto, che Rilke racchiude nel concetto degli Angeli a cui fa costante riferimento, è inarrivabile. E’ ciò che esprime il famoso incipit della prima Elegia: “E chi allora, se gridassi mi sentirebbe, degli ordini angelici?”. La risposta è scontata: nessuno. Ma se anche uno degli Angeli scendesse a stringerci, che sarebbe di noi? “Morirei della sua più forte essenza. Perché la bellezza non è altro che l’inizio del tremendo, che appena riusciamo a sopportare, e ci fa tanta meraviglia perché, tranquillo, disdegna di distruggerci. Ogni angelo è tremendo”. Un verso magnifico, questo. Non a caso la triestina Susanna Tamaro ha intitolato proprio “Ogni angelo è tremendo” la propria autobiografia. La cosa più vicina a Dio che un uomo può provare è l’amore, soprattutto quello doloroso, non contraccambiato. Gli innamorati sono le creature più vicine agli Angeli, che comunque li ignorano. 
Un simbolo ricorrente è quello dell’albero, che dalla terra nella quale ha le radici protende i suoi rami, come braccia disperate, verso il cielo. Tra le altre tematiche delle Elegie Duinesi ci sono anche la maternità, la paternità, l’infanzia, gli eroi, la memoria, la caducità della vita sublimata però dalla creazione artistica, la paura della morte. Nell’ottava Elegia si confronta il diverso destino degli uomini e degli animali: entrambi abbiamo, come creature dal tempo limitato, la morte che ci segue. Però loro guardano davanti, noi guardiamo indietro. La morte la vediamo soltanto noi. “L’animale, libero, ha la sua morte sempre dietro di sé e Dio davanti, e quando se ne va, allora va in eterno, come scorrono le fontane. Noi non abbiamo mai davanti, neanche per un sol giorno, il puro spazio nel quale i fiori sbocciano in continuazione”. Nella decima Elegia si affronta il tema della felicità. Secondo Rilke, la felicità è come una pioggia “che cade a primavera sulla terra nera”. Piove quando vuole lei, non quando vogliamo noi. Se lo capissimo, “noi che pensiamo alla felicità come a qualcosa che sale, sentiremmo l’emozione, che quasi ci sgomenta, di quando una cosa felice cade”.