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venerdì 1 giugno 2018

HO FREDDO








HO FREDDO

di Gianfranco Manfredi
Gargoyle Books

2008, cartonato
552, 16 euro

L'autore è proprio lo stesso di Magico Vento e Volto Nascosto, giusto per dirlo subito e non tornarci su. Alla base del romanzo (un applauso al grafico della copertina) ci sono le lunghe ricerche condotte da Manfredi su alcuni casi di morti misteriose e di ancora più misteriosi risvegli (o presunti tali) nella tomba, davvero accaduti nella seconda metà del Settecento, l'epoca in cui sono ambientate le vicende narrate nel libro, nel Rhode Island. Protagonisti del lungo e complicato racconto, sono tre forti personaggi destinati a colpire il lettore: Valcour e Aline de Valmont, due gemelli, appassionati e antesignani ricercatori scientifici in campo medico, e il reverendo battista Jan Vos, indagatore a suo modo della fenomenologia post mortem e delle credenze che si ingenerano a questo proposito nella popolazione. La prima metà del romanzo è davvero strepitosa. Valcour e Aline (soprattutto il primo) studiano il decorso di una particolare forma di tubercolosi denominata "consunzione" e scoprono come sia questa malattia a provocare attacchi di follia che portano le vittime a desiderare di nutrirsi di sangue. Il fatto che si tratti di una malattia infettiva che si trasmette fra i membri di una stessa famiglia, fa pensare che il primo defunto "chiami" gli altri nella tomba. Sono diversi i casi esaminati e risolti dopo che i misteri si erano sommati ai misteri, scatenando superstizioni e reazioni irrazionali nelle comunità colpite dal susseguirsi di tragici eventi. La tensione della prima parte non regge poi fino alle ultime pagine, quando gli avvenimenti tendono a ripetersi oppure a disperdersi verso altre direzioni non tutte ugualmente avvincenti. Formidabili comunque la documentazione e la ricostruzione di epoche e ambienti. Senz'altro un libro da non perdere.

sabato 31 marzo 2018

L'ANATOMISTA



Federico Andahazi
L'ANATOMISTA
Frassinelli
1998, cartonato,
220 pagine
Matteo Realdo Colombo fu un anatomista e fisiologo cremonese, ma operante a soprattutto Padova nella prima metà del Cinquecento. Fu autore di un fondamentale trattato medico chiamato "De Re Anatomica", uscito postumo nel 1559, anno della sua morte. Scoprì il funzionamento della circolazione del sangue, smentendo teorie aristoteliche e descrivendo per la prima volta in modo corretto il meccanismo dell'ossigenazione. Il suo maestro fu Andrea Vesalio, medico belga, che insegnò a Pisa, Pavia e Bologna, medico di corte di Carlo V e Filippo II, considerato il fondatore della moderna Anatomia. Anche se pochi lo sanno, fu proprio Matteo Colombo a studiare il clitoride e a descriverlo come "l'organo che governa l'amore delle donne". Nel "De Re Anatomica" lo chiama "Amor Veneris". Clitoride (termine che si può usare sia al maschile che al femminile) è un nome che deriva dal greco, e significa "punto del solletico". Colombo ne descrisse la struttura e le funzioni, stabilendone la finalità non riproduttive. Ciò gli valse l'arresto da parte dell'Inquisizione, che lo sottopose a un processo in cui rischiò seriamente di venire condannato al rogo. Le autorità ecclesiastiche non potevano permettere che si divulgasse la notizia che le donne hanno un organo creato da Dio solo per provare piacere e non finalizzato alla procreazione. Realdo Colombo, essendo medico personale di Paolo III (Alessandro Farnese), a cui aveva salvato la vita, se la cavò con la promessa di non divulgare le sue ricerche (ma provvide affinché la divulgazione avvenisse postuma immediatamente dopo la sua morte). "L'anatomista" è un libro di Federico Andahazi, psicanalista argentino, che racconta in modo romanzesco il processo padovano a Realdo Colombo (stranamente chiamato "Renaldo"), offrendo ai lettori una credibile ricostruzione delle tesi dell'accusa e dell'autodifesa dello scienziato. Dal punto di vista narrativo, Andahazi non brilla come romanziere; tuttavia è estremamente intetessante l'argomento. Dalla documentazione proposta ho tratto spunto per il soggetto di una mia storia a fumetti (illustrata da Davide Perconti e in via di pubblicazione) intitolata "Fra le labbra".

sabato 6 gennaio 2018

HO MANGIATO ABBASTANZA





Giorgio Serafini Prosperi
HO MANGIATO ABBASTANZA
Sonzogno
2017, brossurato
320 pagine, 17 euro

A volte ci si imbatte in certi libri per caso, e si acquistano (e si leggono) senza sapere perché. Il sottotitolo "come ho perso 60 chili con la meditazione (e altri segreti)" in realtà non è di per sé un incentivo ai miei occhi di ometto leggermente sovrappeso ma a cui basterebbe perdere qualche etto per tornare in forma (qualche decina di etti, facciamo fra i cinquanta e i cento, naturalmente). Credo che sia stato il consiglio della libraia che aveva avuto Giorgio Serafini Prosperi, l'autore, in libreria a fare una presentazione a convincermi. Fatto sta che "Ho mangiato abbastanza" l'ho letto e per rendere conto delle mie impressioni dovrei (cosa che farò) distinguere nettamente il libro in due parti. Premettendo che Serafini Prosperi è un bravo scrittore (del resto è stato ed è autore teatrale e televisivo e ha firmato vari libri), il suo talento di narratore si manifesta nella prima parte in cui descrive, in modo straordinariamente efficace, il dramma della sua obesità e della sua vita da bulimico. Per quarant'anni è stato dipendente di una compulsione che lo rendeva schiavo del cibo ma al tempo stesso terribilmente infelice, vittima dei sensi di colpa, disgustato dal proprio corpo. Serafini Prosperi descrive la sua dipendenza passando in rassegna episodi umilianti, disgustosi, dolorosi, alla fine incredibili, con cui descrive i modi con cui un bulimico cerca di nascondere agli altri le abbuffate fuori orario e senza regole, o la frenesia alimentare per cui ci si ingozza di tramezzini morbidi e spalmati di salse per poterli ingurgitare senza masticare, con bibite gassate bevute per dilatare oltre misura lo stomaco, compulsivamente, per placare un dolore e un'angoscia implacabili. Le pagine (metà del libro) dedicate a questo racconto sono sconvolgenti, come lo sono tutte le cronache che descrivono le dipendenze (da droghe come da alcool). Lo sbaglio è credere che si tratti solo di volontà, e meravigliarsi che non si riesca, con un minimo di sforzo, a smettere. Le diete servono a poco, oppure a niente, o sono addirittura dannose, come gli antipiretici presi per curare una polmonite, se non si risolvono le cause più profonde. Poi, a un certo punto, il riscatto. Dopo aver toccato il fondo, Giorgio Serafini Prosperi (che oggi finalmente sta bene) riprende la sua vita fra le mani, recupera un rapporto sano con la vita, con le figlie, con l'amore, con il proprio corpo. E giustamente spiega come ha fatto, offrendo i suoi consigli. Anzi, ha fatto della sua guarigione il suo nuovo lavoro, dato che di mestiere fa il consulente per gli obesi che vogliono seguire il suo esempio. Tutto giusto, anche perché il modo stesso con cui Prosperi si è reinventato è una testimonianza di come reinventarsi sia possibile. Quando però l'autore comincia a elencare santoni indiani, testi buddisti, massime di Confucio, parole tibetane, aneddoti zen, e a proporre tecniche di meditazione io, che sono un ragazzo pratico, non riesco più a seguirlo, anche se capisco che un mio limite. Yoga e meditazione faranno sicuramente miracoli (sugli altri), ma quando io provo a concentrarmi sul mio respiro e a pensare al trascendente di solito mi viene da ridere e non riesco a sentire le punte dei miei alluci come richiedono le istruzioni dell'esercizio. Personalmente il mio problema è l'ansia, più che il cibo, e mi servirebbe un libro dal titolo "Sono stato ansioso abbastanza", dove non mi si chieda di guarire sdraiandomi supino e "ponendo attenzione ai punti di contatto del nostro corpo con la superficie sulla quale siamo sdraiati". Magari suggerirmi invece una gita in montagna a guardare un panorama potrebbe fare di più al caso mio di queste cineserie, ecco.

venerdì 5 agosto 2016

AVVICINATEVI ALLA BELLEZZA



AVVICINATEVI ALLA BELLEZZA
di Giovanni Capecchi 
Maria Cristina Masdea
Valerio Tesi e Grazia Tucci
Giorgio Tesi Editrice
2015, brossurato
150 pagine)

Da buon pistoiese ho sempre ritenuto di stupefacentemente belle le ceramiche del fregio che orna la facciata dell'antico, trecentesco Spedale del Ceppo. E mi sono sempre chiesto perché non godessero della fama di tante altre opere d'arte della Toscana. Adesso che è stato portato a termine un lungo e accurato restauro, e i colori delle terracotta invetriate sono tornate al loro primitivo splendore, ci sono buone probabilità che i visitatori accorrano sempre più numerosi ad ammirarle. Insomma, che "si avvicinino alla bellezza", come recita il titolo del catalogo che Giovanni Capecchi, Maria Cristina Masdea, Valerio Tesi e Grazia Tucci hanno confezionato in occasione della fine dei lavori e dell'apertura al pubblico dell'allestimento museale realizzato all'interno del vecchio Ospedale (oggi monumento storico, dato che è stato costruito un moderno nosocomio in periferia). L'allestimento ricostruisce le corsie dei letti così come erano nel medioevo e propone anche ai visitatori i ferri chirurgici in uso nei secoli passati (uno spettacolo degno di un film horror, ma anche una importante testimonianza sulla vita, e sulla morte, dei nostri avi). E' visitabile anche un piccolo ma assolutamente ben conservato teatro anatomico in cui i professori di un tempo sezionavamo i cadaveri per far scuola agli studenti di modicina. 



Ma torniamo al fregio, ovvero a una decorazione di grandi dimensioni sulla facciata dello Spedale, a lungo attribuita alla bottega dei Della Robbia, ma oggi riconosciuta in gran parte come opera del lavoro della famiglia "rivale" e contemporanea di Santi Buglioni. Le ceramiche, lucide e coloratissime, sono state eseguite nei primissimi anni del Cinquecento secondo la tecnica della terracotta invetriata di cui sia i Della Robbia che i Buglioni erano maestri - e, si dice, depositari del segreto della lavorazione, tutt'oggi non del tutto chiarito. La commissione dell'opera si deve a un frate certosino, spedalingo si Santa Maria Nuova a Firenze, Leonardo di Giovanni Buonafede, abile amministratore e amante dell'arte. Da buon mecenate volle farsi raffigurare in prima persona in più punti del fregio, che raffigura le opere di misericordia corporali. Le figure sono tutte a grandezza naturale e dunque gli atteggiamenti sono ben visibili dalla piazza antistante l'edificio, nonostante i trovino a parecchi metri di altezza, Ma se l'insieme, monumentale, stupisce per le dimensioni, lasciano a bocca aperta i particolari e la recitazione dei personaggi. Il catalogo, oltre a inquadrare storicamente il capolavoro pistoiese, mostra in dettaglio decine e decine di volti, la cui perfezione espressiva ha del miracoloso. Inoltre, vengono descritte le difficoltà del restauro e le modalità con cui si è provveduto a eseguirlo, Il mio consiglio è di cercare su Google le immagini del fregio, e poi venire a Pistoia ad ammirarle dal vero.