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venerdì 25 marzo 2022

M. IL FIGLIO DEL SECOLO

 

 
 
Antonio Scurati
M. IL FIGLIO DEL SECOLO
Bompiani
2018, brossurato
844 pagine, 24 euro


L’ho letto con angoscia. Non soltanto perché è tutto vero, ma anche perché si sa già come va a finire. Si assiste al susseguirsi di eventi che avrebbero potuto prendere una piega diversa, se solamente alcuni avessero capito o previsto come sarebbe andata, ma non ne sono stati capaci. “M. Il figlio del secolo”, vincitore del premio Strega 2019 e accolto con straordinario successo di pubblico, non è un vero e proprio romanzo, ma non è neppure un saggio storico o una biografia. L’autore, l’accademico napoletano Antonio Scurati (1969), lo definisce “romanzo documentario”. La M. del titolo è l’iniziale di Mussolini, di cui si racconta l’ascesa al potere in Italia negli anni che vanno dal 1919 al 1924, più o meno dalla fondazione dei “Fasci di combattimento” fino all’ omicidio di Giacomo Matteotti. Non è solo del duce che si parla ma, attraverso di lui, si descrivono le figure di molti altri personaggi: Matteotti, appunto, ma anche Gabriele D’Annunzio, Filippo Turati, Italo Balbo, Amerigo Dùmini, Nicola Bombacci, Luigi Facta, solo per citare alcuni dei protagonisti di quel tragico quinquennio. Tragico perché insanguinato da inauditi atti di violenza che lo Stato assente e incapace non seppe e non volle fermare. Nonostante la vittoria, la Prima Guerra Mondiale aveva lasciato ferite e strascichi. Da una parte gli interventisti, i reduci, gli Arditi, dall’altra parte quelli che giudicavano il conflitto appena concluso un massacro voluto dalle grandi potenze e auspicavano una rivoluzione russa anche in chiave italiana. Mussolini, un tempo socialista, era diventato interventista e per questo allontanato dai suoi compagni, finendo per fondare, nel 1914, un suo giornale, “Il popolo d’Italia”, a sostegno appunto dell’intervento in guerra, prima, e delle proprie ambizioni politiche, poi. Socialisti e fascisti arrivarono a scontrarsi frontalmente armi alla mano, senza che nessuno ponesse un freno alle violenze, alle vendette, ai raid. In breve prevalsero i fascisti, forgiati dalla guerra, cultori della forza, armati e addestrati, che si scatenarono in una impressionante serie di fatti di sangue: pestaggi, torture, omicidi (il prete Don Minzoni, il sindacalista Spartaco Lavagnini, solo per citare due nomi). Colpisce, leggendo “M. Il figlio del secolo”, la sostanziale impunità dei responsabili. La classe politica italiana viene impietosamente messa a nudo nella sua pochezza, incapacità, irresponsabilità: se Mussolini poté proporsi come l’uomo forte di cui l’Italia aveva bisogno è perché aveva a che fare con degli inetti. Scurati dedica ogni capitolo a un personaggio, una data e un luogo: narra gli eventi con piglio giornalistico, li segue come con una telecamera, non fa invettive o trancia giudizi: descrive come se i fatti accadessero sotto i nostri occhi. Spesso è M. il protagonista, pedinato anche nelle stanze da letto con le sue tante amanti (quella con più spessore, che emerge per intelligenza e dedizione, è Margherita Sarfatti). A supporto dei capitoli, estratti di articoli di giornale e di lettere. Leggendo si resta avvinti (e agghiacciati), e viene spontaneo rivedere in certi fatti sinistre analogie con la situazione dei giorni nostri.

mercoledì 18 marzo 2020

KELLER




Luigi Magnacco
Paolo Raffaelli
KELLER
Sergio Bonelli Editore
2018, brossurato
304 pagine, 22 euro

"Keller" è stato uno dei primi fumetti Bonelli a uscire prima in edizione da libreria e poi, parecchi mesi dopo, in tre albi da edicola, nella collana di graphic novel da edicola "Le Storie". Un altro segno della trasformazione della Casa editrice milanese in una media company attiva su più fronti. "Keller" è comunque un prodotto che ben si presta alla pubblicazione in volume, come graphic novel, non avendo un protagonista seriale e proponendo tavole dal tratto sofisticato, graffiato, lontano dalla pulizia del fumetto bolentino tradizionale. La storia, di gangster, dai tratti noir e hard boiled, ambientata negli States tra gli anni Venti e i Trenta, è congeniale a Mignacco, di cui si ricorda con piacere "Il detective senza nome", pubblicato a puntate sulla rivista "Orient-Express" e illustrato da Massimo Rotundo. La storia, che comincia con un drammatico avvenimento, è quella di una vendetta covata per anni, portata dalla Sicilia fino in America, e la domanda a cui si cerca di dare risposta è se Kid Carter, killer della mala, e Tom Keller, mite benzinaio sposato e con un figlio, siano o no la stessa persona. Il volume piacerà soprattutto agli appassionati degli hard-boiled di Hammett e di Chandler,  e se vogliamo parlare di debiti cinematografici si possono ricordare dei classici d’epoca come “Piccolo Cesare”, “Scarface”, “Nemico Pubblico”,  o più recenti, quali “C'era una volta in America”, “Gli Intoccabili”, “Era mio padre”, Per dirla con Marco Nucci, autore dell'intervista in appendice a Raffaelli, “una bellissima dichiarazione d'amore a un intero immaginario”. Mignacco e Raffaelli hanno realizzato insieme anche un numero de “Le Storie”, la collana di “graphic novel” da edicola, quello intitolato “I combattenti”.




venerdì 3 maggio 2019

LESSICO FAMIGLIARE




Natalia Ginzburg
LESSICO FAMIGLIARE
Einaudi
218 pagine, 15.49 euro


Vincitore del Premio Strega nel 1963, “Lessico famigliare” è un album di ricordi dell’autrice. Natalia Ginzburg narra, giurando di dire il vero ma ammettendo di non poterlo dire tutto (“perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito”), raccoglie frammenti di vita famigliare, racconta aneddoti, recupera emozioni, descrive il variegato carattere delle persone così come apparivano ai suoi occhi di bimba prima, di adolescente poi, di donna infine (ma in minor parte). I genitori, i fratelli e le sorelle, i parenti vicini e lontani, gli amici di famiglia: tutti compaiono con il loro vero nome o, a volte, soprannome. Non se ne ricavano biografie complete ma ritratti emozionali. Ciascuno di noi potrebbe, nei limiti del nostro proprio talento di affabulatori, riempire un libro del genere raccontando i ricordi di infanzia, perché tutti abbiamo avuto, e abbiamo, un “lessico famigliare” di riferimento: frasi ricorrenti, esclamazioni, modo di dire, atteggiamenti, giudizi sugli altri tipici del padre e della madre, dei nonni o degli zii. Natalia Ginzburg, sicuramente più dotata di noi quanto a capacità di scrivere e descrivere, ci parla della sua famiglia. La figura che più emerge è quella del padre, Giuseppe Levi, importante biologo e professore universitario, perseguitato dal regime perché ebreo (e antifascista). Uomo burbero come quant’altri mai, talmente antipatico da essere simpatico per paradosso. Ma il teatrino famigliare che gli ruota attorno, sullo scenario della Torino tra gli anni Venti e i Cinquanta, è variegato di personaggi caratterizzati ciascuno in modo diverso come diversi sono i caratteri (che peraltro mutano nel tempo). Colpisce, per quanto la Ginzburg ne parli come di assoluta normalità di frequentazioni, la quantità di figure storiche illustri che compaiono nel libro, elencate nel novero degli amici o dei conoscenti: i fratelli Rosselli, Filippo Turati, Ugo Pajetta, Adriano Olivetti, Pitigrilli, Cesare Pavese e naturalmente Leone Ginzburg, l’intellettuale antifascista morto in carcere a Roma, che Natalia sposò e dal quale ebbe due figli (poi ci fu un secondo marito). Benché “Lessico famigliare” non tracci puntualmente il quadro storico delle vicende politiche, ma vi faccia riferimento soltanto per quanto poteva essere percepito e compreso dall’autrice bambina, è inevitabile ricavarne uno spaccato della realtà italiana durante il fascismo. La Ginzburg non dipinge niente a tinte cupe, ma certamente gli anni al confino, la rocambolesca fuga in Francia di un fratello, la prigionia di un altro così come quella di tanti amici, la deportazione di parenti e conoscenti, la clandestinità sono tutti avvenimenti raccontati con dolore. Il tono complessivo del libro resta comunque brillante, divertente. Si ride, talvolta. In altri casi ci si commuove o ci si preoccupa. Come capita nella vita.

venerdì 26 ottobre 2018

L'OMBRA DEL CAMPIONE




Luca Crovi
L'OMBRA DEL CAMPIONE
Rizzoli
2018, brossurato
210 pagine, 18 euro

Il massimo esperto di gialli e di noir italiani è sicuramente Luca Crovi, saggista specializzato sull'argomento e infaticabile curatore, organizzatore e conduttore di eventi a tema. Fino a poco tempo fa gestiva anche una trasmissione radiofonica RAI dedicata appunto al poliziesco e al mistery in tutte le sue coniugazioni. E' ferratissimo anche sul thriller internazionale, ovviamente, amico personale com'è dei più grandi scrittori del genere di tutto il mondo, da Joe Lansdale a Wolf Dorn, per citare due nomi. Quando ho saputo che stava scrivendo un libro con protagonista il commissario Carlo De Vincenzo, mi sono allertato per poterlo leggere appena fosse uscito: De Vincenzi è infatti un personaggio del giallista Augusto De Angelis (1888-1944), creato nel 1935 con il romanzo "Il banchiere assassinato" (in tutto sarebbero stato quindici i libri a lui dedicati). Uno dei primi investigatori del giallo italiano, insomma. Negli anni Settanta fu interpretato sul piccolo schermo da Paolo Stoppa. Non un detective alla Sherlock Holmes, ma piuttosto alla Maigret, abituato a raccogliere confidenze dalle portinaie e a frequentare i quartieri popolari di Milano, la città dove vive e opera. Ecco, è questo aspetto che Luca Crovi ha particolarmente sottolineato nel riportare in libreria il poliziotto di De Angelis, rendendolo non-protagonista di un non-giallo, perché (e in questo consiste la trovata alla base de "L'ombra del campione") non c'è un caso preciso su cui indagare, un solo inquietante mistero da risolvere, ma ci sono tante spaccati della realtà quotidiana, politica e sociale della Milano del 1928. Il campione a cui si riferisce il titolo è Giuseppe Meazza, il calciatore, che qui è agli esordi e si allena nei campetti di periferia nei pressi di San Vittore. Anche su di lui vengono raccontati alcuni aneddoti che Crovi ha saccheggiato qua e là. De Vincenzi è il fil rouge che unisce più storie, piccole e grandi, testimone più che protagonista, anche quando si trova coinvolto, suo malgrado, in un attentato al Re in visita alla Fiera. Fallito, ma che costò la vita a decine di persone. Le indagini vengono subito prese in mano da investigatori del regime (siamo nei primi abbi del fascismo), non è il commissario che deve indagare, e infatti non si giunge a scoprire quale sia la verità. Crovi mostra con abilità il clima da anni di piombo della Milano dell'epoca (attentati del genere si ripetevano con drammatica frequenza), ma soprattutto mostra la realtà sociale di una città dinamica e in rapido sviluppo dopo gli anni della Prima Guerra Mondiale, ma che accanto a meraviglie come l'idroscalo e il planetario faceva i conti anche con la povertà atavica di certi quartieri popolari e con una malavita diffusa, solidale però e ben diversa dalla brutalità dei criminali di oggi. Tanti racconti uniti in una unica rassegna, che pare continuerà in altri romanzi.

domenica 3 luglio 2016

SUPERZELDA



Tiziana Lo Porto
Daniele Marotta
SUPERZELDA
Minimum Fax
brossurato, 2011
170 pagine, 15 euro


Il sottotitolo di “Superzeda” spiega che si tratta de "la vita disegnata di Zelda Fitzgerald", e dunque di una biografia a fumetti. Nell'accezione più comune (e sbagliata) del termine, quando si dice "a fumetti" si intende "superficiale", "di poche pretese", "all'acqua di rose", se non addirittura banale o senza spessore. Invece, "Superzelda" dimostra come la storia di una vita possa essere raccontata a fumetti con una documentazione che non ha nulla da invidiare a quella di un saggio, con l'aggiunta però del surplus emozionale e di suggestioni tipico della narrazione per immagini. Narrazione che, nel caso dei disegni, è arricchita dalla capacità evocativa del segno grafico, superiore all'univocità delle fotografie o dei filmati, che lasciano assai meno spazio all'interazione con il fruitore. Zelda Sayre, nata il 24 luglio del 1900 in Alabama, è nota soprattutto per essere stata la moglie e la musa ispiratrice di Francis Scott Fitzgerald, l'autore de "Il grande Gatsby" e di "Tenera è la notte". Il libro di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta finisce per essere, in pratica, la biografia di entrambi, essendo stati una coppia indissolubile, nella buona e nella cattiva sorte. Ma Zelda ne esce fuori come un personaggio in grado di brillare di luce propria per vitalità, trasgressività, complessità psicologica, nei pregi e nei (tanti) difetti: mai succube o ancella del genio letterario del marito, in grado di creare delle mode (da lei nacque il look della "maschietta", tipico degli anni Venti), protagonista del jet set e viaggiatrice nel mondo della sua epoca, per molti aspetti più libero e disinibito del nostro, la Fitzgerald fu essa stessa scrittrice, ma anche pittrice di successo e ballerina di talento. La storia della sua vita diventa, a un certo punto, il racconto di un disagio mentale, di una progressiva e altalenante discesa nella follia, e assistiamo ai suoi ripetuti ricoveri in cliniche psichiatriche in cui probabilmente finisce per scontare gli eccessi della sua gioventù. I disegni di Marotta ricreano le suggestioni grafiche del terzo decennio del Novecento e, pur lontanissimi dal realismo grafico, sono perfettamente funzionali al racconto emozionale e rendono empatici con la protagonista. I testi della Lo Porto alternano il didascalismo alle parti dialogate, riuscendo a rendere il libro qualcosa di diverso sia da un romanzo che da un resoconto biografico di taglio saggistico o giornalistico: del resto, la scelta del fumetto come strumento di comunicazione favorisce di per sé l'ibridazione dei media. Infine, last but not least, c'è da segnalare che l'editore non è specializzato in graphic novel, non distribuisce soltanto in fumetteria e il pubblico a cui si rivolge non è quello di nicchia del circuito dei comics: il rinnovato interesse verso le opere di Francis Scott Fitzgerald, riaccesosi dopo che i suoi libri sono diventati di pubblico dominio, ha fatto sì che anche "Superzelda" potesse rientrare in una operazione editoriale di più ampio respiro.

venerdì 11 marzo 2016

IL GRANDE GATSBY




IL GRANDE GATSBY
di Francis Scott Fitzgerald 
edizione con testo a fronte 
Marsilio, 2011
436 pagine, 24 euro

A convincermi a prendere in mano questo classico della letteratura americana, pubblicato nel 1925, è stata, la lettura del graphic novel "SuperZelda" della Minimum Fax, di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta,la biografia fumettata che ho recensito sul  blog "Freddo cane in questa palude". Zelda, personaggio in grado di rivaleggiare, come icona del suo tempo, con il marito, è Zelda Fitzgerald, la moglie di Francis Scott a cui "Il grande Gatsby" è dedicato ("Ancora una volta, a Zelda"). L'approdo al capolavoro di Fitzgerald è stato piacevolmente appassionante, nonostante il romanzo proietti il lettore in un contesto che sembra surreale: quello della New York degli anni Venti, simili per certi versi ai nostri anni Ottanta, sopra le righe, libertini, fatti di apparenza più che di sostanza, arrivisti, cinici, modaioli, festaioli, veloci, disinibiti, in corsa verso il disastro ma a suon di musica, come sul Titanic. La storia non è una storia, dato che alla fine i fatti principali accadono tutti fuori scena, raccontati come sono da un testimone, Nick Carraway, che non li conosce o non è presente mentre accadono, e che li racconta spostandoli nel tempo o collocandoli in modo sbagliato. Però, anche se Gatsby, il protagonista (negativo o positivo, vittima o carnefice, è difficile dirlo), non fa quasi niente mentre è alla ribalta del palcoscenico, cioè sotto gli occhi del narratore, quel che davvero succede o è successo viene fatto intuire al lettore, chiamato a cercare di decifrarlo, e perciò coinvolto e incuriosito. Il senso del racconto è la ricerca di una "grandezza" intesa come scalata sociale da parte dell'uomo che dà il titolo al romanzo: ci viene presentato (ed appare agli occhi del provinciale Nick, venuto dal Middle West a lavorare come agente di borsa a New York) con attributi mitici e leggendari (vive in una villa immensa, dà continuamente feste meravigliose, si favoleggia sulle sue imprese di guerra, sui suoi studi in Europa, sulle sue parentele altolocate, sulla sua ricchezza smisurata, sul suo gusto nel vestire ma anche sulla sua misteriosa solitudine, sul suo non bere, sulla sua malinconia). Ma chi è davvero Gatsby, che cosa vuole, perché è così inquieto? Perché tante feste, se poi non vi partecipa? Lentamente, Nick scopre che Gatsby coltiva il sogno di un amore per una ragazza, Daisy, conosciuta in gioventù, prima degli eventi bellici, quando i due si erano amati ma poi il destino li aveva separati. Adesso, Gatsby vuole riconquistarla nonostante lei si sia sposata con un altro. Ma ci sono altre cose che Nick scopre: la ricchezza di Gasby non deriva da eredità famigliare o da fortuna nel commercio, ma dal fatto di essere a capo di un'organizzazione malavitosa. E l'uomo ha umili, anzi, umilissime origini: tutta la sua ostentazione di ricchezza deriva dalla voglia di riscatto, di affermarsi in una società di cui, in passato, era vissuto ai margini. Se non aveva potuto sposare Daisy, era appunto perché era senza mezzi. Adesso i mezzi li ha, e la rivuole proprio perché la ragazza rappresenta quello che non aveva potuto avere. La fanciulla è un personaggio ambiguo, che nel finale segnerà appunto la rovina di Gatsby, il cui sogno di grandezza si interrompe in modo brusco e imprevedibile: se il personaggio di Fitzgerald rappresenta il sogno americano dell'uomo che costruisce il proprio destino, si tratta di un sogno destinato a infrangersi. L'edizione Marsilio, che gode di una strepitosa e moderna traduzione di Roberto Serrai, ha il testo inglese a fronte: è un piacere, di tanto in tanto, bearsi del suono delle frasi originarie, scoprendo come lo scrittore sappia davvero manovrare in modo magistrale le potenzialità della lingua.