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venerdì 2 maggio 2025

M. LA FINE E IL PRINCIPIO

 


 
 
Antonio Scurati
M.
LA FINE E IL PRINCIPIO
Bompiani
2025, brossurato
410 pagine, 24 euro

Si conclude con questo quinto volume la sconvolgente biografia di Benito Mussolini narrata da Antonio Scurati (1969) in forma di “romanzo documentario” (la definizione è dell’autore). Sconvolgente perché non si può non rimanere turbati da una narrazione asettica come una autopsia, che suscita sdegno ed emozioni proprio per la sua fredda esposizione di fatti non soltanto reali (alla fine di ogni capitolo c’è un corredo di documenti storici a supporto di quanto appena raccontato), ma anche incredibilmente vicini nel tempo e nell’eredità che hanno lasciato. 
Scurati ha iniziato la sua impresa nel 2018, con il primo volume della pentalogia, intitolato “M. Il figlio del secolo” (Premio Strega 201). Di Mussolini, nel primo tomo, si racconta l’ascesa al potere in Italia negli anni che vanno dal 1919 al 1924, più o meno dalla fondazione dei “Fasci di combattimento” fino all’ omicidio di Giacomo Matteotti. Non è solo del Duce che si parla ma, attraverso di lui, si descrivono le figure di molti altri personaggi: Matteotti, appunto, ma anche Gabriele D’Annunzio, Filippo Turati, Italo Balbo, Amerigo Dùmini, Nicola Bombacci. 
Nel 2020 esce il secondo volume, “M. L’uomo della Provvidenza”, che narra gli avvenimenti dal 1924 al 1932. Vi si racconta il consolidamento del regime attraverso la progressiva soppressione delle più elementari regole democratiche e l’accentramento del potete nelle sole mani del Duce, che arriva a sottrarsi addirittura dal controllo del Partito Fascista, il cui Consiglio diventa un mero esecutore della volontà di autocrate, mentre sotto di lui si assiste a una guerra fra fazioni (Farinacci contro Giampaoli e Belloni, Arnaldo Mussolini contro Achille Starace).
Nel 2022 esce la terza parte della biografia. “M. Gli ultimi giorni dell’Europa” racconta avvenimenti accaduti tra il 3 maggio 1938 (inizio della visita di Adolf Hitler in Italia con il suo arrivo a Roma) e il 10 giugno 1940 (data infausta dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco del nazisti).  Per quanto fosse evidente ciò a cui si andava incontro, così come erano evidenti la follia di Hitler e la perdita di lucidità del Duce, nessuno di coloro che potevano fare qualcosa per evitare l’entrata in guerra, lo fece. Sgomento e incredulità anche di fronte alle ignobili leggi razziali, di fronte alle quali troppi furono complici. Tanti i personaggi sulla scena, da Galeazzo Ciano, ministro degli esteri privo di spessore, a Claretta Petacci, cresciuta nel mito di Mussolini e divenuta la sua ultima fiamma, dall’ambasciatore a Berlino Bernardo Attolico (a cui si deve uno degli ultimi tentativi di scongiurare in coinvolgimento italiano nel conflitto) a Edda, figlia del Duce, fervente filonazista.
Ed ecco, nel 2024, il quarto volume,“M. L’ora del destino” che racconta gli avvenimenti che vanno dal giugno 1940 al luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo, con l’appoggio del Re, esautora Mussolini e proclama Primo Ministro Pietro Badoglio, il quale, parlando via radio, dichiara: “la guerra continua”. 
Cliccando sui titoli potete leggere le recensioni pubblicate su questo blog.
Le oltre quattrocento pagine di questo  ultimo tomo sono, forse, per quanto strano possa sembrare, le meno potenti, rispetto a quelle dei volumi precedenti, non soltanto perché i fatti (quelli che vanno dall’estate del 1943 al 29 aprile 1945, con dissolvenza su Piazzale Loreto) sono in gran parte molto noti, a differenza di quelli, per esempio, del volume iniziale, ma anche perché manca il protagonista. Mussolini non c’è più, se non in effige. Imprigionato dal nuovo governo italiano (quello di Badoglio), liberato dai tedeschi e praticamente da loro tenuto in ostaggio, il Duce non è più lui. E’ invecchiato di vent’anni, testimonia chi lo vede. E’ depresso, fiacco, impotente. Per quanto gli ultimi fascisti lo incitino a mettersi di nuovo alla loro testa, e magari guidarli nel ridotto della Valtellina, dove in molti reduci delle camicie nere vogliono cercare la “bella morte”, l’uomo temporeggia, non decide, non si scuote, finisce per fare la fine del topo. Molta più tempra sembra avere Claretta Petacci, che lo segue ovunque fino a condividerne il destino. Per quanto Scurati documenti con minuzia evento dopo evento, non ci mostra la fucilazione dei due. Forse perché non è ancora ben chiaro come andò, forse perché bastano i fatti di piazzale Loreto,  riguardo ai quali l’autore non dimostra compiacimento. Utile appendice, la sezione intitolata “Le morti”, in cui si ritrovano i protagonisti di venticinque anni di storia italiana, da Alessandro Pavolini a Margherita Sarfatti (che personaggio, lei), tracciandone il destino. Fulminante la dedica iniziale: “A tutti quelli che ancora credono nella democrazia. Si Preparino a lottare”. E fulminante la frase finale: “Il cadavere tornerà, io tornerò, perché i morti non pesano soltanto, i morti sopravvivono”.



sabato 7 dicembre 2024

M. L’OMBRA DEL DESTINO



Antonio Scurati
M.
L’OMBRA DEL DESTINO
Bompiani
2024, brossurato
670 pagine, 24 euro

E’ necessario un riassunto delle puntate precedenti. “M. L’ombra del destino” è la quarta parte di una monumentale biografia di Benito Mussolini, iniziata con “M. Il figlio del secolo”, vincitore del premio Strega 2019. Cliccando sul titolo potete leggere la recensione apparsa a su tempo su questo blog.
Non si tratta di un vero e proprio romanzo, ma non è neppure un saggio storico. L’autore, l’accademico napoletano Antonio Scurati (1969), lo definisce “romanzo documentario”. Di Mussolini, nel primo tomo, si racconta l’ascesa al potere in Italia negli anni che vanno dal 1919 al 1924, più o meno dalla fondazione dei “Fasci di combattimento” fino all’ omicidio di Giacomo Matteotti. Non è solo del Duce che si parla ma, attraverso di lui, si descrivono le figure di molti altri personaggi: Matteotti, appunto, ma anche Gabriele D’Annunzio, Filippo Turati, Italo Balbo, Amerigo Dùmini, Nicola Bombacci, Luigi Facta, solo per citare alcuni dei protagonisti di quel tragico quinquennio.
Nel 2020 esce il secondo volume, “M. L’uomo della Provvidenza”, che narra gli avvenimenti dal 1924 al 1932. Vi si narra il consolidamento del regime attraverso la progressiva soppressione delle più elementari regole democratiche e l’accentramento del potete nelle sole mani del Duce, che arriva a sottrarsi addirittura dal controllo del Partito Fascista, il cui Consiglio diventa un mero esecutore della volontà di autocrate, mentre sotto di lui si assiste a una guerra fra fazioni (Farinacci contro Giampaoli e Belloni, Arnaldo Mussolini contro Achille Starace).
Nel 2022 ecco uscire la terza parte della biografia. “M. Gli ultimi giorni dell’Europa” racconta avvenimenti accaduti tra il 3 maggio 1938 (inizio della visita di Adolf Hitler in Italia con il suo arrivo a Roma) e il 10 giugno 1940 (data infausta dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco del nazisti).  Come nei precedenti volumi, la lettura è angosciante, anche di fronte a pagine volutamente asettiche, di chirurgica elencazione di fatti. Per quanto fosse evidente ciò a cui si andava incontro, così come erano evidenti la follia di Hitler e la perdita di lucidità del Duce, nessuno di coloro che potevano fare qualcosa per evitare l’entrata in guerra, lo fece. Sgomento e incredulità anche di fronte alle ignobili leggi razziali, di fronte alle quali troppi furono complici. Tanti i personaggi sulla scena, da Galeazzo Ciano, ministro degli esteri privo di spessore, a Claretta Petacci, cresciuta nel mito di Mussolini e divenuta la sua ultima fiamma, dall’ambasciatore a Berlino Bernardo Attolico (a cui si deve uno degli ultimi tentativi di scongiurare in coinvolgimento italiano nel conflitto) a Edda, figlia del Duce, fervente filonazista. Personaggi anche stranieri, francesi, inglesi, americani, tedeschi, polacchi, austriaci, di cui assistiamo alle manovre diplomatiche e a squarci di vita privata

Ed ecco, nel 2024, il quarto volume, questo “M. L’ora del destino” che racconta gli avvenimenti che vanno dal giugno 1940 al luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo, con l’appoggio del Re, esautora Mussolini e proclama Primo Ministro Pietro Badoglio, il quale, parlando via radio, dichiara: “la guerra continua”. Tutto lascia supporre e sperare che Scurati prosegua la biografia del Duce fino agli eventi dell’aprile 1954. C’è spazio e abbondanza di materiale per un quinto volume. 
Le seicentosettanta pagine di questo si leggono senza riuscire a staccare gli occhi dalle righe, svelando avvenimenti e retroscena non noti a chi abbia degli anni del regime fascista una conoscenza scolastica. Si assiste allo sgretolamento di un uomo, di un mito artificioso, di una falsa rappresentazione. Come a Mario Rigoni Stern, uno dei protagonisti in positivo,  si aprono gli occhi anche a milioni di italiani, che si riconoscono ingannati e traditi, usati come carne da cannone in imprese folli di conquista e di invasione di terre altrui, peraltro senza mezzi, gettati allo sbaraglio, comandati a eseguire crudeltà inaudite che si ritorcono contro di loro. Anche Mussolini si sente tradito dagli italiani, ritenuti popolo di calabrache senza nerbo. A proposito della tragica situazione dei soldati da lui spediti in Russia, scrive: “Questa neve e questo freddo vanno benissimo, così muoiono le mezze cartucce e si rafforza questa mediocre razza italiana”.  Dopo il primo mese di guerra: “Ho poca fiducia nella nostra razza: al primo bombardamento che distruggesse un campanile famoso, gli italiani alzeranno le braccia”. Nel novembre del 1942: “ E’ inutile, la razza è quello che è; e non la si corregge dall’oggi al domani. Ho inventato un neologismo: i bracaioli, per quelli che stanno sempre con le brache in mano”. Spariscono comunque le adunate oceaniche, la propaganda si fa inefficace, lo scenario di cartapesta si sgretola. Attorno al Duce, Scurati illumina di volta in volta, come sotto uno spot teatrale, le figure di militari, uomini politici, fascisti della prima ora e dell’ultima, a volte rivoltanti e fanatici, a volta lucidamente consapevoli del disastro incombente. Due le donne chiamate alla ribalta: Edda Ciano e soprattutto Claretta Petacci. Se ci sarà un quinto volume, conclusivo, le immagino tragiche protagoniste entrambi.


mercoledì 31 luglio 2024

DI AMORE E DI GUERRA

 


Mino Milani
DI AMORE E DI GUERRA
Interlinea
2018, brossurato
164 pagine, 15 euro

All’anagrafe era Guglielmo, ma tutti lo hanno sempre chiamato Mino. Nato a Pavia nel 1928 e morto nella sua città nel 2022 a 94 anni, Mino Milani è autore di una lista infinita di romanzi e di racconti, per ragazzi e per adulti, e per adulti ragazzi e ragazzi adulti, e di una serie di fumetti ancora più infinita (so che non può esserci un infinito più infinito di un altro, ma per Milani valgono le eccezioni alle regole), per non parlare della divulgazione storica e biografica e della saggistica dedicata alla sua terra e all’Italia intera, medievale come risorgimentale. 
Giornalista e direttore di giornali, collaboratore prolifico del “Corriere dei Piccoli” e del “Corriere dei Ragazzi”, sceneggiatore per fumettisti illustri (tra i quali Pratt, Manara, Battaglia, Toppi e Micheluzzi), maestro di Alfredo Castelli e Tiziano Sclavi, creatore di personaggi memorabili (come Tommy River, Efrem, Melchiorre Ferrari, Selina), Mino Milani è soprattutto uno straordinario affabulatore, in grado di narrare qualunque storia, vera o inventata, facendo restare tutti incantati, trascinati nel suo racconto. Lo dimostra “Di amore e di guerra”, un coinvolgente diario, personale e generazionale, locale e universale, degli anni della Guerra da lui vissuti durante gli anni dell’adolescenza e  del liceo (frequentò il Classico “Ugo Foscolo” di Pavia). “Fu certo una stagione difficile. Per i ragazzi richiamati alle armi; per gli altri, che riuscivano a nascondersi, per altri ancora che per convinzione o per caso o per convenienza si mettevano dall’una o dall’altra parte, chi con i fascisti, cioè, chi con i partigiani”, scrive l’autore. L’autobiografia è limitata agli anni tra il 1940 e il 1945 ma sono anni fondamentali, per Milani e per l’Italia: il titolo ben suggerisce l’idea di un percorso di crescita e di presa di coscienza lungo un percorso da “romanzo di formazione” grazie al quale il giovane Milo scopre il sesso e si confronta con la morte sempre dietro l’angolo. La narrazione è ricca di aneddoti coinvolgenti, a volte divertenti, più spesso drammatici, con l’attenzione sempre puntata sulla vita quotidiana della gente pavese, presa a paradigma dell’intera società, chiamata a una prova suprema. Milani descrive le cose com’erano e come stavano, senza livore ideologico, comprese le difficoltà del decidere che fare di fronte a scelte terribili. Si arriva al momento in cui schierarsi diventa obbligatorio e benché molto giovane (sedici anni) Mino collabora come interprete e corriere con la Resistenza. Non si vanta di imprese gloriose, non si atteggia a eroe, piange anche la morte di ragazzi come lui caduti dalla parte sbagliata. Il racconto è sempre misurato, poche parole bastano a tratteggiare scenari ed emozioni. Un gran bel libro.



sabato 22 aprile 2023

M. – GLI ULTIMI GIORNI DELL’EUROPA

 


 
 
Antonio Scurati
M. – GLI ULTIMI GIORNI DELL’EUROPA
Bompiani
2022, brossurato
430 pagine, 24 euro


Terzo atto della monumentale biografia di Benito Mussolini, proposta sottoforma di “romanzo documentario” (calzante definizione dell’autore), scritta da Antonio Scurati (Napoli, 1969), docente universitario ed editorialista del Corriere della Sera. “Non vi è niente di romanzato e forse nemmeno di romanzesco, salvo il modo del racconto: non è il romanzo qui a inseguire la storia, ma la storia a farsi romanzo”, scrive Scurati nella sua introduzione.
Il primo volume, uscito nel 2018, “M. – Il figlio del secolo” è stato accolto con straordinario successo di pubblico e ha vinto il premio Strega 2019. Vi si racconta l’ascesa al governo di Mussolini in Italia negli anni che vanno dal 1919 al 1924, più o meno dalla fondazione dei “Fasci di combattimento” fino all’ omicidio di Giacomo Matteotti. Me ne sono occupato in questo spazio con una recensione che potete leggere o rileggere cliccando qui .
 “M. – L’uomo della provvidenza” (2020), il secondo volume si occupa invece degli anni dal 1924 al 1932 e racconta il consolidamento del regime attraverso la progressiva soppressione delle più elementari regole democratiche e l’accentramento del potete nelle sole mani del Duce, che arriva a sottrarsi addirittura dal controllo del Partito Fascista, il cui Consiglio diventa un mero esecutore della volontà di un autocrate. La mia recensione (nel caso foste interessati) è questa: cliccate qui.
“M. – Gli ultimi giorni dell’Europa” narra avvenimenti accaduti tra il 3 maggio 1938 (inizio della visita di Adolf Hitler in Italia con il suo arrivo a Roma) e il 10 giugno 1940 (data infausta dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco del nazisti). Come si vede, Scurati ha scelto di saltare (se non accennandone in retrospettiva) un lungo periodo di cinque anni (1933-1937) e un po’ dispiace. Per completare la biografia del Duce sarà necessario un quarto volume che arrivi fino al 1945. 
“Questo libro racconta come nasce una guerra”, scrive Scurati. E continua: “Una guerra devastante nel cuore dell’Europa, scatenata con deliberata bramosia di conquista contro popoli confinanti e affini, combattuta con brutalità devastatrice. A molti lettori potrà, forse, sembrare inverosimile che i vertici del regime fascista, Mussolini in primis, abbiano deciso, dopo lunga esitazione e rifiutando ogni profferta degli Stati liberali, di gettare il popolo italiano nella carneficina di un nuovo conflitto mondiale, pur essendo ben consapevoli della totale impreparazione militare dell’Italia, della sua cronica mancanza di risorse materiali, dell’avversione di molta parte degli italiani a combattere al fianco dei tedeschi”. Sulla sgomenta incredulità del lettore di fronte alla cronaca di quei giorni ho testimoniato io stesso, parlandone a proposito dei primi due volumi di Scurati. In questo, la sensazione si ripropone alla constatazione che fino all’ultimo la tragedia avrebbe potuto essere evitata. Invece, per quanto fosse evidente ciò a cui si andava incontro, così come erano evidenti la follia di Hitler e la perdita di lucidità del Duce, nessuno di coloro che potevano fare qualcosa, lo fecero. Sgomenta incredulità anche di fronte alle ignobili leggi razziali, di fronte alle quali troppi furono complici, e che colpirono anche Margherita Sarfatti, già amante e ispiratrice di Mussolini nei primi anni della sua ascesa, adesso costretta a fuggire al di là dell’oceano perché di origine ebraica. Leggi razziali che, sorprendentemente, videro opporsi al Duce uno degli squadristi della prima ora, Italo Balbo, amico fraterno di Renzo Ravenna, già podestà di Ferrara, allontanato dai suoi stessi camerati in quanto ebreo. Tanti i personaggi sulla scena, da Galeazzo Ciano, ministro degli esteri privo di spessore, a Claretta Petacci, cresciuta nel mito di Mussolini e divenuta la sua ultima fiamma, dall’ambasciatore a Berlino Bernardo Attolico (a cui si deve uno degli ultimi tentativi di scongiurare in coinvolgimento italiano nel conflitto) a Edda, figlia del Duce, fervente filonazista. Personaggi anche stranieri, francesi, inglesi, americani, tedeschi, polacchi, austriaci, di cui assistiamo alle manovre diplomatiche e a squarci di vita privata. Il “romanzo documentario” è corredato da stralci di documenti tra i quali colpisce uno degli ultimi: in un rapporto segreto della polizia politica, un agente segnala che, al discorso con cui Mussolini annunciava l’entrata in guerra dell’Italia, “nessuna donna ha applaudito”.

venerdì 7 aprile 2023

M. – L’UOMO DELLA PROVVIDENZA

 


 

Antonio Scurati
M. – L’UOMO DELLA PROVVIDENZA
Bompiani
2020, brossura
652 pagine, 23 euro


“M. – L’uomo della provvidenza” è il secondo volume della biografia di Benito Mussolini (la M. del titolo fa riferimento al suo cognome) scritta sotto forma di “romanzo documentario”, così come Antonio Scurati la definisce nella sua introduzione. Il primo volume, “M. – Il figlio del secolo” (del quale mi sono occupato in questo spazio con una recensione che potete leggere o rileggere cliccando qui) è stato accolto con straordinario successo di pubblico e ha vinto il premio Strega 2019. Vi si raccontava l’ascesa al governo di Mussolini in Italia negli anni che vanno dal 1919 al 1924, più o meno dalla fondazione dei “Fasci di combattimento” fino all’ omicidio di Giacomo Matteotti. Il seguito della cronistoria proposto in questo secondo volume si va invece dal 1924 al 1932 e si racconta il consolidamento del regime attraverso la progressiva soppressione delle più elementari regole democratiche e l’accentramento del potete nelle sole mani del Duce, che arriva a sottrarsi addirittura dal controllo del Partito Fascista, il cui Consiglio diventa un mero esecutore della volontà di autocrate, mentre sotto di lui si assiste a una guerra fra fazioni (Farinacci contro Giampaoli e Belloni, Arnaldo Mussolini contro Achille Starace) combattuta con coltellate alla schiena e lettere anonime. A supporto dell’autocrazia c’è la polizia fascista, l’Ovra, con a capo Arturo Bocchini, uno di cui si diceva che non dimenticasse nulla, né un nome, né un volto: “lucido, attendista, spietato”. Risolto il caso Matteotti con una vergognosa sentenza che praticamente non punisce i pur identificati responsabili e ribalta sul deputato socialista la responsabilità della “provocazione”, Mussolini vuole liquidare le sue squadracce, nostalgiche delle violenze perpetrate fino a pochi anni prima, e fregiarsi del merito di aver ripristinato l’ordine. Ma la violenza si scatena fuori dai confini italiani nelle colonie dell’Africa del Nord, in Libia, Tripolitania, Cirenaica, Fezzan: leggendo le cronache di Scurati, riprese dai documenti ufficiali e dai diari dei protagonisti, svanisce il mito degli “italiani brava gente” e si scoprono crimini di guerra ordinati da Rodolfo Graziani e Pietro Badoglio: campi di concentramento, esecuzioni di massa, bombardamenti con le terribili bombe all’iprite. I nostri occhi di lettori di cento anni dopo si meravigliano nel vedere, nel capire, come tutto sia accaduto perché a Mussolini glielo hanno lasciato fare. Una reazione della società avrebbe potuto fermare lo scempio quando era ancora agli inizi. Ci si stupisce invece nel vedere come gli italiani (non tutti, naturalmente) siano stati proni, se non entusiastici esaltatori del regime nascente. Fra questi, molti uomini di chiesa e le autorità vaticane, con cui il Duce stringe un concordato. Ancora, come nel “Figlio del secolo”, Scurati dedica ogni capitolo a un personaggio, una data e un luogo: narra gli eventi con piglio giornalistico, li segue come con una telecamera, non fa invettive o trancia giudizi: descrive come se i fatti accadessero sotto i nostri occhi. A supporto dei capitoli, produce estratti di articoli di giornale e di lettere. Non mancano le indiscrezioni sulla vita privata del Duce, e un certo spazio è dedicato alle inquietudini giovanili della figlia Edda, placate dandola in moglie a Galeazzo Ciano, figlio dell’eroe di guerra Costanzo, fascista della prima ora. “M. – L’uomo della provvidenza” ha un seguito in un terzo volume. 

venerdì 25 marzo 2022

M. IL FIGLIO DEL SECOLO

 

 
 
Antonio Scurati
M. IL FIGLIO DEL SECOLO
Bompiani
2018, brossurato
844 pagine, 24 euro


L’ho letto con angoscia. Non soltanto perché è tutto vero, ma anche perché si sa già come va a finire. Si assiste al susseguirsi di eventi che avrebbero potuto prendere una piega diversa, se solamente alcuni avessero capito o previsto come sarebbe andata, ma non ne sono stati capaci. “M. Il figlio del secolo”, vincitore del premio Strega 2019 e accolto con straordinario successo di pubblico, non è un vero e proprio romanzo, ma non è neppure un saggio storico o una biografia. L’autore, l’accademico napoletano Antonio Scurati (1969), lo definisce “romanzo documentario”. La M. del titolo è l’iniziale di Mussolini, di cui si racconta l’ascesa al potere in Italia negli anni che vanno dal 1919 al 1924, più o meno dalla fondazione dei “Fasci di combattimento” fino all’ omicidio di Giacomo Matteotti. Non è solo del duce che si parla ma, attraverso di lui, si descrivono le figure di molti altri personaggi: Matteotti, appunto, ma anche Gabriele D’Annunzio, Filippo Turati, Italo Balbo, Amerigo Dùmini, Nicola Bombacci, Luigi Facta, solo per citare alcuni dei protagonisti di quel tragico quinquennio. Tragico perché insanguinato da inauditi atti di violenza che lo Stato assente e incapace non seppe e non volle fermare. Nonostante la vittoria, la Prima Guerra Mondiale aveva lasciato ferite e strascichi. Da una parte gli interventisti, i reduci, gli Arditi, dall’altra parte quelli che giudicavano il conflitto appena concluso un massacro voluto dalle grandi potenze e auspicavano una rivoluzione russa anche in chiave italiana. Mussolini, un tempo socialista, era diventato interventista e per questo allontanato dai suoi compagni, finendo per fondare, nel 1914, un suo giornale, “Il popolo d’Italia”, a sostegno appunto dell’intervento in guerra, prima, e delle proprie ambizioni politiche, poi. Socialisti e fascisti arrivarono a scontrarsi frontalmente armi alla mano, senza che nessuno ponesse un freno alle violenze, alle vendette, ai raid. In breve prevalsero i fascisti, forgiati dalla guerra, cultori della forza, armati e addestrati, che si scatenarono in una impressionante serie di fatti di sangue: pestaggi, torture, omicidi (il prete Don Minzoni, il sindacalista Spartaco Lavagnini, solo per citare due nomi). Colpisce, leggendo “M. Il figlio del secolo”, la sostanziale impunità dei responsabili. La classe politica italiana viene impietosamente messa a nudo nella sua pochezza, incapacità, irresponsabilità: se Mussolini poté proporsi come l’uomo forte di cui l’Italia aveva bisogno è perché aveva a che fare con degli inetti. Scurati dedica ogni capitolo a un personaggio, una data e un luogo: narra gli eventi con piglio giornalistico, li segue come con una telecamera, non fa invettive o trancia giudizi: descrive come se i fatti accadessero sotto i nostri occhi. Spesso è M. il protagonista, pedinato anche nelle stanze da letto con le sue tante amanti (quella con più spessore, che emerge per intelligenza e dedizione, è Margherita Sarfatti). A supporto dei capitoli, estratti di articoli di giornale e di lettere. Leggendo si resta avvinti (e agghiacciati), e viene spontaneo rivedere in certi fatti sinistre analogie con la situazione dei giorni nostri.

martedì 28 dicembre 2021

LA LUNGA NOTTE

 

 
 
Leonardo Gori
LA LUNGA NOTTE
Tea
cartonato, 2021
274 pagine, 15 euro


La saga di Bruno Arcieri, portata avanti dal 2000 da Leonardo Gori (Firenze, 1957) conta a questo punto dodici romanzi ambientati lungo la storia italiana (ma con due excursus parigini) tra il 1938 e il 1970.
Bruno Arcieri è un nome non è scelto a caso, ma un preciso inside joke: è così che venne chiamato l’eroe dei fumetti Brick Bradford alla sua prima apparizione in Italia, proprio negli anni Trenta (e Gori è un grande esperto di comics, sui quali ha scritto una gran quantità di saggi e articoli). L'elemento più caratteristico del personaggio (un ufficiale dei carabinieri, fiorentino, dalla coscienza tormentata) è appunto il suo essere calato nelle vicende storiche in cui si trova ad agire vivendole sul campo, dunque ricostruite con una forte aderenza alla realtà. Il primo romanzo in cui compare Arcieri si intitola "Nero di maggio". 
Ne abbiamo parlato qui: 
E' un thriller che si svolge a Firenze nella primavera del 1938, durante i preparativi e lo svolgimento della visita alla città di Adolf Hitler e Benito Mussolini. L'intreccio giallo, pur accattivante e avvincente, risulta messo in secondo piano dall’interesse che suscita nel lettore la ricostruzione della realtà sociale e politica (fiorentina, toscana, ma indubbiamente anche nazionale) in un momento così cruciale nella storia dell’umanità. Il fascismo permeava di sé ogni aspetto della società, dopo un quindicennio anni di dittatura, ma nel romanzo di Gori appare meno monolitico di quanto possa sembrare da altre più superficiali ricostruzioni, con trame e correnti, con nudi e puri della prima ora e approfittatori della seconda; in ogni caso, con tanti scheletri negli armadi. Ma soprattutto, per la prima volta dopo tanti anni, nel 1938 c’è, nei più acuti osservatori, la sensazione che la storia stia per cambiare, che gli eventi precipitino, e c’è chi teme il futuro, chi lo attende con fatalismo e rassegnazione, con il senso dell’impotenza, chi lotta e lavora per prepararlo e modellarlo. Scrive Gori nelle ultime pagine del romanzo: “Gli anni Trenta, in buona parte spensierati, leggeri, correvano a precipizio per una nuova e ancora inconoscibile strada, verso scelte terribili e destini segnati, lasciando inconsapevoli le folle, indecisi e perplessi gli intellettuali, gli stessi politici ignari. La primavera fiorentina cambiava le carte in gioco non solo per l’Italia ma per l’Europa e il mondo, e si avvicinava prepotente, per tutti, l’ora di scegliere finalmente tra l’opportuno e il vero, tra la vita e l’abisso, tra il bene e il male. Era la fine del quieto vivere borghese all’ombra del fascismo”. 
Arriva il tempo delle scelte, come si vede appunto ne "La lunga notte", romanzo di ambientazione romana: siamo infatti nella capitale tra il 7 e l'8 settembre del 1943. Il fascismo è caduto, e Badoglio sta per proclamare l'armistizio che segnerò l'occupazione nazista in Italia. La Storia avrebbe potuto prendere una piega decisamente diversa se il Re non fosse fuggito da Roma, se si fossero presi accordi con gli Alleati, se alle truppe italiane fossero stati dati ordini precisi secondo un piano prestabilito. Leonardo Gori immagina il capitano Arcieri impegnato a fare da interprete fra le autorità italiane e due militari americani giunti di nascosto per concordare i termini di una intesa. Intesa che qualcuno vuol far fallire. Arcieri si trova faccia a faccia con Badoglio e con il Re, e si rende conto di losche trame ordite da fascisti e agenti segreti, in un clima da fine del mondo. C'è però anche un delitto su cui indagare, e che sembra commesso da Elena Contini, una giovane giovane donna ebrea con cui il capitano ha una relazione e che, dopo l'avvento delle leggi razziali, nasconde in casa propria. Elena era già stata protagonista di "Nero di maggio", dove si proponeva addirittura di compiere un attentato contro Hitler. Qui la vediamo in procinto di fuggire da Roma verso la Palestina, interrompendo la sua relazione con Bruno. Anche se il giallo viene risolto, certamente sua la soluzione diventa di secondaria importante nel dramma di una Italia divisa in due, sgomenta di fonte alla totale incertezza del futuro. "La lunga notte" ha un seguito in quello che io reputo il più bello dei romanzi della serie, "Il passaggio", ambientato durante la liberazione di Firenze, nel 1944 (romanzo pubblicato nel 2002). Altrettanto bello, anche se di argomento diverso, "L'angelo del fango", che racconta di Arcieri durante i giorni della disastrosa alluvione di Firenze del 1966 (pubblicato nel 2005). 
A corredo de "La lunga notte" troviamo un racconto inedito, "La regola del gioco", con protagonista un Arcieri anziano che riflette sulla sua scelta del settembre 1943, quella in cui, dopo il proclama di Badoglio, deve decidere da che parte stare. In questo racconto Arcieri incontra il Commissario Bordelli, il personaggio di Marco Vichi, che già era comparso ne "L'angelo del fango" (i due si scambiano le visite, dato che anche Vichi racconta dell'alluvione in un suo romanzo con Bordelli, e lo fa incontrare con Arcieri). Non si creda, a questo punto, che il prolifico Gori scriva solo avventure di Bruno Arcieri. La sua produzione è molto più variegata, e invito a scoprirla. Si veda, per fare un esempio, qui:
http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../i-delitti...

lunedì 6 dicembre 2021

NERO DI MAGGIO



 

Leonardo Gori
NERO DI MAGGIO
Hobby & Work
2000, cartonato 
290 pagine, lire 28.000

"Nero di maggio" è il primo romanzo di Leonardo Gori, e il primo in cui compare l'ufficiale dei casrabinieri Brunmo Arcieri, destinato a divenire una figura ricorrente nelle opere dello scrittotre fioretino (noto anche per la sua attività come critico e storico in campo fumettistico).  Il nome non è scelto a caso, ma un preciso inside joke: è così che venne chiamato l’eroe dei fumetti Brick Bradford alla sua prima apparizione in Italia, proprio negli anni Trenta. Di Arcieri, attraverso vari romanzi usciti di seguito a quello d'esordio (anche andando avanti e indietro nel tempo), Gori raccontra a vita, calata nella realtà storica italiana, nell'arco di più di trent'anni, tra il 1938 e il 1970, seguendolo nella sua carriera (da capitano a colonnello), nei suoi amori, nei suoi spostamenti di città in città e soprattutto mettendolo a confronti con fatti e personaggi della Storia, quella con la S maiuscola.  "Nero di maggio" si svolge a Firenze  nella primavera del 1938, durante i preparativi e lo svolgimento della visita alla città di Adolf Hitler e Benito Mussolini. Si tratta di un thriller atipico, perché tutto sommato l’intreccio giallo, pur accattivante e avvincente, risulta messo in secondo piano dall’interesse che suscita nel lettore la ricostruzione della realtà sociale e politica (fiorentina, toscana, ma indubbiamente anche nazionale) in un momento così cruciale nella storia dell’umanità. Il fascismo permeava di sé ogni aspetto della società, dopo un quindicennio anni di dittatura, ma nel romanzo di Gori appare meno monolitico di quanto possa sembrare da altre più superficiali ricostruzioni, con trame e correnti, con nudi e puri della prima ora e maniconi e approfittatori della seconda; in ogni caso, con tanti scheletri negli armadi. Ma soprattutto, per la prima volta dopo tanti anni, nel 1938 c’è, nei più acuti osservatori, la sensazione che la storia stia per cambiare, che gli eventi precipitino, e c’è chi teme il futuro, chi lo attende con fatalismo e rassegnazione, con il senso dell’impotenza, chi lotta e lavora per prepararlo e modellarlo.  Scrive Gori nelle ultime pagine del romanzo: “Gli anni Trenta, in buona parte spensierati, leggeri, correvano a precipizio per una nuova e ancora inconoscibile strada, verso scelte terribili e destini segnati, lasciando inconsapevoli le folle, indecisi e perplessi gli intellettuali, gli stessi politici ignari. La primavera fiorentina cambiava le carte in gioco non solo per l’Italia ma per l’Europa e il mondo, e si avvicinava prepotente, per tutti, l’ora di scegliere finalmente tra l’opportuno e il vero, tra la vita e l’abisso, tra il bene e il male. Era la fine del quieto vivere borghese all’ombra del fascismo”. Arriva il tempo delle scelte, dunque. Il capitano dei carabinieri, Bruno Arcieri è chiamato a indagare su due efferati delitti che hanno insanguinato Firenze proprio alla vigilia della visita in città di Hitler e Mussolini. Le vittime sono due prostitute, ma c’è pure il mistero, che pare collegato agli omicidi, di una ragazza rapita da un orfanotrofio. Le indagini, che Arcieri svolge insieme al maresciallo Carruso, portano alla casa di un fotografo con il vizio del porno, Primo Bianchi, che viene però trovato suicida nel suo studio. Apparentemente, per il rimorso di aver ucciso; oppure perché convinto di non poterla fare franca. Del resto, accanto al cadavere ci sono prove che lo incastrano e sembrano accusarlo anche del rapimento della ragazza scomparsa. Troppo facile, secondo Arcieri. Il dubbio che qualcuno gli abbia offerto Bianchi come colpevole perfetto, tipo d’autore, per nascondere responsabilità altrui si fa più forte allorché al capitano viene bruscamente impedito di approfondire le indagini in seguito a pressioni che vengono da molto in alto. Di sicuro, le autorità fasciste non ci tengono a far giungere il Duce e il Fuhrer in una città dove sia ancora in corso la caccia a un assassino. Ma Arcieri ha l’impressione che ci sia qualcos’altro, qualcosa di ancora più grave, che coinvolgono i pezzi grossi del fascio fiorentino, tra i quali ci sono gelosie e rancori e molti segreti da nascondere. Il capitano non può comunque tirarsi indietro da un ulteriore nuovo compito che gli viene affidato: fare da scorta a un importante Gerarca giunto da Roma per preparare la visita di Hitler. Il Gerarca (di cui non si fa mai il nome ma nel quale si può facilmente riconoscere la figura storica di Alessandro Pavolini) è un personaggio affascinante, grande nel bene e nel male, colto e raffinato ma anche duro ed enigmatico. Seguendo lui e Arcieri il lettore visita la Firenze del 1938 scoprendo le riunioni degli intellettuali nel retrocaffè de “Le Giubbe Rosse”, la tipografia Nerbini dove si stampavano i fumetti americani che il regime voleva far chiudere, le strade e i negozi del centro, i salotti buoni e le case di tolleranza. Il Gerarca incarica Arcieri di svolgere indagini private per suo conto, sugli avvenimenti verificatisi a Firenze a metà degli anni Venti, quando in città ci fu una vera e propria guerriglia fra fascisti e comunisti, neri e rossi, con morti e violenze inaudite da entrambe le parti, prima che il regime di Mussolini prendesse il sopravvento. Arcieri accetta, sia pure controvoglia, ottenendo in cambio di poter proseguire a indagare anche sul caso della ragazza scomparsa e delle due prostitute uccise. Intanto, appare chiaro che c’è anche chi vuole approfittare della visita di Hitler per uccidere il dittatore tedesco, e si tratta di una persona molto vicina al capitano Arcieri. Il romanzo si fa sempre più intrigante e il ritmo sempre più serrato, con i movimenti dei personaggi che seguono quelli della realtà storica (l’autore si è documentato fino alla minuzia circa gli spostamenti del corteo di Mussolini, in città, il 9 maggio).  Un ottimo inizio per una lunga saga.


venerdì 3 maggio 2019

LESSICO FAMIGLIARE




Natalia Ginzburg
LESSICO FAMIGLIARE
Einaudi
218 pagine, 15.49 euro


Vincitore del Premio Strega nel 1963, “Lessico famigliare” è un album di ricordi dell’autrice. Natalia Ginzburg narra, giurando di dire il vero ma ammettendo di non poterlo dire tutto (“perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito”), raccoglie frammenti di vita famigliare, racconta aneddoti, recupera emozioni, descrive il variegato carattere delle persone così come apparivano ai suoi occhi di bimba prima, di adolescente poi, di donna infine (ma in minor parte). I genitori, i fratelli e le sorelle, i parenti vicini e lontani, gli amici di famiglia: tutti compaiono con il loro vero nome o, a volte, soprannome. Non se ne ricavano biografie complete ma ritratti emozionali. Ciascuno di noi potrebbe, nei limiti del nostro proprio talento di affabulatori, riempire un libro del genere raccontando i ricordi di infanzia, perché tutti abbiamo avuto, e abbiamo, un “lessico famigliare” di riferimento: frasi ricorrenti, esclamazioni, modo di dire, atteggiamenti, giudizi sugli altri tipici del padre e della madre, dei nonni o degli zii. Natalia Ginzburg, sicuramente più dotata di noi quanto a capacità di scrivere e descrivere, ci parla della sua famiglia. La figura che più emerge è quella del padre, Giuseppe Levi, importante biologo e professore universitario, perseguitato dal regime perché ebreo (e antifascista). Uomo burbero come quant’altri mai, talmente antipatico da essere simpatico per paradosso. Ma il teatrino famigliare che gli ruota attorno, sullo scenario della Torino tra gli anni Venti e i Cinquanta, è variegato di personaggi caratterizzati ciascuno in modo diverso come diversi sono i caratteri (che peraltro mutano nel tempo). Colpisce, per quanto la Ginzburg ne parli come di assoluta normalità di frequentazioni, la quantità di figure storiche illustri che compaiono nel libro, elencate nel novero degli amici o dei conoscenti: i fratelli Rosselli, Filippo Turati, Ugo Pajetta, Adriano Olivetti, Pitigrilli, Cesare Pavese e naturalmente Leone Ginzburg, l’intellettuale antifascista morto in carcere a Roma, che Natalia sposò e dal quale ebbe due figli (poi ci fu un secondo marito). Benché “Lessico famigliare” non tracci puntualmente il quadro storico delle vicende politiche, ma vi faccia riferimento soltanto per quanto poteva essere percepito e compreso dall’autrice bambina, è inevitabile ricavarne uno spaccato della realtà italiana durante il fascismo. La Ginzburg non dipinge niente a tinte cupe, ma certamente gli anni al confino, la rocambolesca fuga in Francia di un fratello, la prigionia di un altro così come quella di tanti amici, la deportazione di parenti e conoscenti, la clandestinità sono tutti avvenimenti raccontati con dolore. Il tono complessivo del libro resta comunque brillante, divertente. Si ride, talvolta. In altri casi ci si commuove o ci si preoccupa. Come capita nella vita.

venerdì 1 marzo 2019

LA STORIA






Elsa Morante
LA STORIA
Einaudi
1974
670 pagine in brossura


Ci sono libri che, nella vita, si devono rileggere più volte. “La Storia” di Elsa Morante, per quanto mi riguarda, è uno di questi. Dopo essermene innamorato negli anni del Liceo e averne conservato un vivido ricordo, l’ho ripreso in mano rinnovando le emozioni della prima lettura, aggiungendoci tutte le altre dovute all’esperienza e alla consapevolezza della maturità. Il romanzo risale al 1974 e uscì, per volontà dell’autrice, direttamente in edizione economica, nella collana in brossura “Gli struzzi” della Einaudi, così da raggiungere subito il pubblico più vasto possibile. Del resto, il racconto ha per protagonisti gli umili, i “piccoli” della citazione evangelica che apre il libro, la gente comune che fa la storia, perché, come canta anche De Gregori, “la Storia siamo noi”. Ambientato a Roma negli anni della Seconda Guerra Mondiale e nel periodo immediatamente successivo alla Liberazione, il romanzo non narra quasi nulla delle battaglie e degli eventi bellici, ma descrive la vita delle borgate romane vista con gli occhi dei suoi abitanti, alle prese con i drammi della sopravvivenza quotidiana. Il quadro che ne viene fuori è drammatico ed emozionante. Del resto la Morante e suo marito Albero Moravia attraversarono davvero esperienze simili, e dunque la scrittrice attinge dal suo vissuto. “La Storia” segue principalmente le vicende di due protagonisti, la maestra elementare Ida Ramundo (vedova Mancuso) e di suo figlio Useppe (Giuseppe così come lo diceva lui), uno dei personaggi più belli in cui mi sia imbattuto nelle mie letture. Tuttavia, il racconto è anche corale perché popolato da decine di figure, dal primo figlio di Ida, Nino, all’anarchico ebreo Davide Segre, passando per tutta una serie di incontri ora significativi ora fuggevoli, compresi quelli con i tanti rappresentati della famiglia napoletana dei Mille (così soprannominati per il loro numero). Del coro fanno parte anche parecchi animali, dai due cani Blitz e Bella, al gatto Rossella, ai canarini Peppiniello e Peppiniella. Attraverso le vicende di Ida e Useppe, che subiscono il bombardamento della loro casa nel quartiere di San Lorenzo e vengono alloggiati in un ricovero di sfollati, abbiamo modo di scoprire il dramma della guerra visto dagli abitanti di Roma, sottoposti all’occupazione nazifascista, a rastrellamenti, a fucilazioni, a deportazioni, nell’attesa della liberazione da parte degli Americani che sembrano dover arrivare e non arrivano mai. Nino, cresciuto da Balilla, parte per la guerra ma, ribelle com’è, si dà alla macchia e passa nelle fila dei partigiani, e attraverso lui assistiamo anche alla ricostruzione della vita quotidiana dei combattenti nella Resistenza. Così come si era ribellato all’indottrinamento fascista, Nino si ribella anche a quello comunista impartitogli dai suoi compagni e rifiuta di sostituire l’icona del Duce con quella di Stalin, finendo, a guerra finita, a fare il contrabbandiere. Del tutto aliena a ogni discussione ideologica, Ida alle prime elezioni del Dopoguerra vota comunista perché glielo ha detto l’oste Remo, e perché non c’erano candidati anarchici (segretamente anarchico era stato suo padre), ma sul piano pratico la donna cerca soltanto di condurre la sua esistenza senza furori politici di nessun tipo, avendo come unico scopo quello di allevare il gracile Useppe, nato da una violenza sessuale usatale da un soldato tedesco nel 1941. Soldato inconsapevole di ciò che faceva e destinato a morire di lì a poco del tutto ignaro di aver donato i suoi occhi azzurri a un bambino che sarebbe nato nove mesi dopo. Ida è figlia di una madre ebrea, ma riesce a tenere nascosta la sua linea di sangue, vivendo però nel terrore di essere scoperta (e i suoi figli con lei) dopo la promulgazione delle leggi razziali. Uno dei passi più drammatici è quando la maestra si trova a passare accanto ai vagoni stipati di ebrei, vittime del rastrellamento del ghetto: assiste alla scena di una donna che, sfuggita per caso ai nazisti, va a cercare i suoi parenti chiusi sul treno che sta per partire per Auschwitz e, rintracciatili, vuole salire sul convoglio anche lei, mentre tutti i prigionieri la implorano di andarsene prima che tornino i tedeschi. Ma ogni capitolo presenta momenti drammatici e commoventi, sia che si racconti della lotta contro la fame, sia che si narri la sorte di un certo Giovanni morto congelato durante la ritirata di Russia, ricercato per anni dalla famiglia dopo essere stato per disperso, sia che si mostri il sangue scorso nelle lotte partigiane. Tragico lo scollamento sociale tra i reduci che tornano dopo aver combattuto credendo nel fascismo, partiti per la guerra certi della vittoria, e quelli che, disillusi già da tempo, non hanno pietà per gli arti mutilati di costoro e i dolori da loro patiti sul fronte. Annichilendosi progressivamente, Ida nutre con la propria vita il piccolo Useppe, mentre Nino, per fortuna, energico e volitivo, se la cava benissimo da solo. Infinite le pene da superare, fino alla fine della Guerra. Giungono gli anni della pace, e della scoperta dei campi di sterminio, delle stragi di civili e di partigiani, e anche questo periodo viene raccontato nella sua quotidianità, escludendo quasi del tutto il fronte della politica, gli accordi fra le Grandi Potenze, il processo di Norimberga. Vi si accenna, magari l’eco giunge per sentito dire dalla lettura di un giornale o dall’ascolto della radio o dai commenti al mercato. Si capisce che la Storia la si vive al piano terra, al livello delle strade, ed è fatta dalle vite delle persone comuni, anche se i libri si riempiono con i nomi dei capi di stato, e dei loro generali. E ci sono più chiari gli anni vissuti dai nostri nonni, quelli da cui è nata l’Italia Repubblicana. A pace tornata, non c’è il lieto fine. Non per Ida Ramundo, non per Nino, non per Useppe. Si piange sul finale. Elsa Morante usa una lingua tutta sua, che infarcisce con ninna nanne e cantilene per bambini, di canzoni cantate e suonate dal grammofono, e perfino con la trascrizione dei pensieri degli animali (la Storia è anche loro). Ci si fa l’orecchio anche quando congiuntivi e condizionali suonano strani. Stupisce, oggi, il ricordo delle polemiche che accompagnarono l’uscita del romanzo, polemiche frutto del perverso furore delle ideologie degli anni Settanta: da sinistra si contestò la mancata aderenza ai dogmi del leninismo (si pretendeva, e era accaduto anche con Vittorini, che gli intellettuali fossero inquadrati in una fede politica), mentre il quadro illustrato dalla Morante raccontava la vita com’era senza alcuna aderenza a un manifesto ideologico. Ecco perché rileggere adesso può essere utile.

venerdì 7 dicembre 2018

D'ANNUNZIO



Giordano Bruno Guerri
D'ANNUNZIO
Mondadori
2018, brossurato
390 pagine


La più notevole opera d'arte di Gabriele d'Annunzio, a cui egli lavorò incessantemente, fu senza dubbio la sua vita. Scrisse Lucio D'Ambra: "Meraviglioso commediante, creò la sua magica finzione e poi dentro vi s'adagiò come in verità assoluta e non più relativa; né poteva più sapere dove realtà e finzione si separassero, distinte". Una vita avventurosa, piena di svolte, colpi d'ala, clamori, sempre sulla cresta dell'onda. Una vita, quella del Vate, che sicuramente trascende quel che è stata la sua produzione letteraria. Conclude Giordano Bruno Guerri, tirando le somme al termine della biografia: "Il suo genio letterario è passibile di valutazioni anche contrastanti, ma il vero genio di d'Annunzio fu nella visionarietà politica e sociale con cui seppe anticipare sia le correnti nazionalistiche e superoministiche che avrebbero condotto ai fascismi, sia i movimenti più libertari del XX secolo: in una visione del mondo che andava oltre le categorie della destra e della sinistra e che ebbe sempre al centro l'individuo". 
Si tende a etichettare d'Annunzio con il Vate del fascismo. Si dimenticano però i lunghi mesi in cui fu governatore di Fiume (1919-1920), da lui occupata, quando diede alla città una sorta di carta costituzionale libertaria al massimo: voto alle donne, libertà di divorzio e di omosessualità, in anticipo di decenni sulle conquiste che sarebbero arrivare, tardi e male, solo molto in seguito. "Città di Vita", venne definito il capoluogo istriano. 
Di d'Annunzio Mussolini diceva che era come un dente marcio: o lo si estirpava o lo si ricopriva d'oro. Venne ricoperto d'oro purché stesse ritirato, nei suoi ultimi anni, nel Vittoriale, la villa che diventò la sua ultima, fantasmagorica opera. Guerri, che della Fondazione del Vittoriale è da anni il presidente, quasi non si sofferma nella disamina dell'infinità di poesie, tragedie teatrali, racconti e romanzi, di cui pure si parla senza però farne analisi critica, quanto piuttosto segue le rocambolesche vicissitudini del pescarese Gabriele Rapagnetta, in arte d'Annunzio, intrecciate in modo indissolubile con le dinamiche della storia, della società e del costume dei suoi tempi (1863-1938). 
E' difficile per noi capire l'importanza e l'influenza di un simile personaggio nella cultura e nella cronaca: chi ha condiviso gli anni in cui il Vate calcava il palcoscenico (in senso lato) aveva senza dubbio quotidianamente a che fare con una presenza invadente, se non ingombrante, che divideva, esaltava, polemizzava, combatteva, creava, scriveva, arringava, scandalizzava. D'Annunzio ideava marchi di fabbrica (La Rinascente, Saiwa), coniava vocaboli (velivolo), scriveva film ("Cabiria"), dava adito (anche volontariamente) a gossip, fuggiva dai creditori, guadagnava milioni e li sperperava, creava motti ("memento audere sempre", "ardisco, non ordisco"). Fu uno dei primi italiani a volare in aereo, uno dei primi ad avere un travolgente successo all'estero con i suoi romanzi. Dopo aver sollecitato l'ingresso in guerra dell'Italia nel primo conflitto mondiale, combattè sul serio (e non per modo di dire) andando al fronte (perse persino un occhio). Che dire poi delle sulle centomila amanti? Davvero si resta di stucco leggendo il resoconto delle sue battaglie amorose con il "gonfalon selvaggio" sempre pronto all'azione, e questo dall'adolescenza fino alla più tremebonda vecchiaia. Una voracità sessuale senza pari, "badesse di passaggio" ricevute tre per volta per maggior libidine. Che fosse simpatico, proprio no. Però certe sue battute sono esilaranti, come quella dell'epiteto di "cretino fosforescente" dato a Marinetti. Vanitoso, egocentrico, iperbolico, grafomane, prolisso, retorico, magniloquente, gradasso, noioso, saccente e pedante, ma di sicuro un personaggio, un guerriero.