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lunedì 20 ottobre 2025

TEX, LE ORIGINI DEL MITO

 


 

 

Massimo Capalbo
TEX, LE ORIGINI DEL MITO
VOLUME 1
Amazon
2025, brossurato
230 pagine, p.n.i.

 
Parlando di fumetti, ci sono appassionati più appassionati degli altri. No, detta così è l’affermazione è sbagliata, riproviamo: ci sono appassionati che manifestano la loro passione in modo più sorprendente di altri, che magari la coltivano in solitaria nel chiuso della propria cameretta. Ci sono quelli che animano forum e gruppi di discussione, quelli che fondano dei club, quelli che aprono canali YouTube, quelli che non mancano mai agli incontri con gli autori, quelli che gli autori li perseguitano. Poi ci sono quelli come Massimo Capalbo, specializzato nel compilare libri che sbalordiscono per la mole di lavoro  necessaria al recupero di tutti i dati necessari, dato che si tratta quasi sempre di puntuali schedature di storie, ambienti e personaggi di serie a fumetti di lungo corso (Tex, Zagor, Mister No), schedature che richiedono attente letture di migliaia di pagine, più approfondite ricerche per la documentazione di supporto. Chi ha sfogliato “The Dark Side of Tex”, l’ “Atlante di Mister No” o “Zagor Monsters” sa di che cosa parlo (chi non l’abbia fatto, dovrebbe farlo). Capalbo aggiunge alle sue fatiche il primo volume di "Tex, le origini del mito”, che ha per sottotitolo “Analisi delle storie contenute nei primi 53 albi di Aquila della Notte". Le 230 pagine del saggio, corredate da oltre cento illustrazioni, analizzano in maniera approfondita le 24 storie pubblicate nei primi 16 albi della collana Tex Gigante (seconda serie), quella tuttora in edicola e considera la serie regolare: da "Il totem misterioso" ad "Avventura nell'Utah", passando per "La Mano Rossa", "Uno contro venti", "Il mistero dell'idolo d'oro", "L'eroe del Messico", "Satania!", "Il patto di sangue", "Il tranello", "Il figlio di Tex" e altre ancora. L’autore non si limita a fare il riassunto di ogni episodio e a schedare autori e personaggi ma contestualizza, traccia collegamenti, individua citazioni, propone confronti con la realtà storica, mostra immagini d’epoca e fotogrammi di film, fornisce indicazioni ai collezionisti e un giudizio critico. I volumi sono in programma sono tre, e una volta usciti tutti avranno recensito i primi 53 albi, per un totale di 64 schede. Le origini, secondo Capalbo, si fermano qui, con il quartetto dei pards ormai stabilmente costituito a contrassegnare le definitive caratteristiche della serie dopo il lungo periodo di rodaggio e di assestamento. Attendiamo Massimo al varco. “Tex, le origini del mito” è in vendita esclusivamente su Amazon.



lunedì 28 luglio 2025

OTTO MONDI

 


Marco Tonarelli
OTTO MONDI
Melchisedek
2024, brossura
420 pagine, 24 euro

Pratese, classe 1972, Marco Tonarelli è un avvocato con la passione per la scrittura e “Otto mondi” è la sua opera prima. Cultore di filosofia, mitologia, esoterismo e delle tematiche misteriose in generale, ha riversato nel suo romanzo l’intero campo dei propri interessi e in ogni capitolo si fanno riferimenti a fatti storici, leggende e credenze, luoghi esistenti e continenti perduti, antichi ermetismi e scuole filosofiche, personaggi reali e sorprendenti incarnazioni di minacciose entità immaginarie - ameno, si spera che immaginarie lo siano, visto che il confine mito e realtà viene inteso come molto sottile. Confine che l’autore probabilmente sposta più indietro di quanto potremmo essere disposti a fare noi, ma non è necessario credere agli antichi astronauti o alle teorie (in verità molto affascinanti) di Graham Hancock per leggere un romanzo d’avventura alla Dan Brown. Tonarelli propone  più piani di interpretazione e ogni lettore può scegliere quello che gli è più congeniale. Volendo usare la chiave  di lettura dell’evoluzione spirituale, “Otto mondi” esplora temi profondi come la contrapposizione tra il trascendente e la realtà materiale, l'evoluzione della coscienza umana, il controllo occulto della società e la ricerca della verità nascosta dietro ai miti. La narrazione intreccia elementi di thriller, fantascienza e storia alternativa, suggerendo che molti monumenti antichi e tradizioni spirituali celino conoscenze tecnologiche e cosmologiche avanzate ereditate da civiltà extraterrestri. Il tutto mescolando archeologia megalitica e fantarcheologia, fantascienza e mitologia, new age ed esoterismo, la leggenda della linea di San Michele e la credenza nei flussi energetici sotterranei che attraversano la Terra,  l'alchimia e la numerologia (soprattutto legata al significato esoterico del numero otto), ma anche non banali riferimenti alla fisica quantistica. Un prezioso glossario finale fa da guida alla lettura. 
I punti di riferimento sono i già citati Dan Brown e Graham Hancock, ma se ne ritrovano altri in Martin Mystére (un personaggio a fumetti molto caro a Tonarelli), James Redfield (“La profezia di Celestino”) e Indiana Jones. “Otto mondi”, insomma, può essere inteso come romanzo iniziatico così come racconto d’avventura pieno di colpi di scena, lo è stile accessibile e scorrevole, adatto sia al lettore in cerca di evasione sia a quello più attento ai simbolismi, c’è una buona coerenza interna e una lodevole chiarezza nell’esposizione delle dottrine esoteriche. Alcuni passaggi esplicativi risultano didascalici, ma sono funzionali all’obiettivo divulgativo, l’intreccio ha un efficace equilibrio tra fiction e concetti sapienziali. L’autore dimostra passione e competenza, e trasmette al lettore il fascino della ricerca interiore e della conoscenza perduta. 
Il romanzo inizia con  il protagonista, il giovane avvocato Andrea Tusco, che ricorda l'infanzia legata al nonno Riccardo, il quale gli raccontava storie affascinanti su Ermete Trismegisto, il "Tre volte Grande”, introducendolo al principio ermetico "come in alto, così in basso". Questo ricordo diventa fondamentale quando, al compimento dei trent'anni, Andrea riceve una convocazione da un notaio che gli consegna un lascito del nonno: una lettera sigillata con ceralacca e un cofanetto di legno contenente una moneta d'oricalco. La lettera rivela verità sconvolgenti sulla famiglia Tusco e sulla Confraternita dei Figli di Thoth, un'organizzazione segreta nata ad Atlantide per preservare le antiche conoscenze e opporsi a una minacciosa razza che da millenni domina segretamente l'umanità. Da qui inizia una sarabanda di avventure che portano Andrea Tusco da Lucca a Torino, dal Cairo al Castel del Monte, castello non per caso di forma ottagonale, scelto come luogo simbolico carico di significato esoterico e geometrico. Al viaggio geografico, nello spazio, si alternano flashback, viaggi nel tempo, in cui si narrano avvenimenti avvenuti millenni o secoli prima del nostro presente. Infine, nel romanzo è presente un riferimento diretto a Gavinana, descritto come un luogo simbolico della memoria e delle radici legato alla storia familiare del protagonista. Si dà il caso che il piccolo borgo sulla Montagna Pistoiese sia anche il luogo dove sono nato anch’io e a pagina 58 mi si cita come buon amico di Andrea Tusco e si descrive la mia casa. Tuttavia, giuro, non è per questo che parlo bene del romanzo di Marco.


mercoledì 23 luglio 2025

TATA'



Valérie Perrin
TATA’
Edizioni e/o
2024, brossura
608 pagine, 21 euro

Non tutte le ciambelle riescono col buco, e questo quarto romanzo della scrittrice francese Valérie Perrin (1967) è probabilmente quello che le è venuto un po’ più stortignaccolo. Il precedente, “Tre”, invece era decisamente bello: ne avevamo parlato in questo stesso blog.
Dicendo che “Tatà” delude le aspettative comunque va da sé che le aspettative erano alte, visto il talento dell’autrice e la sua abilità di costruire intrecci intriganti di pari passo alla caratterizzazione e all’approfondimento psicologico dei personaggi. La Perrin riesce, insomma, a dar vita a trame avvincenti con misteri da chiarire e ingegnosi colpi di scena senza che le si possa attribuire una etichetta di genere, raccontando di personaggi calati nella realtà della vita quotidiana e nei loro legami famigliari e amicali. Un equilibrio delicato che, però, con “Tatà” si è sbilanciato. Il desiderio di costruire un meccanismo in grado di sorprendere il lettore con impreviste rivelazioni che si susseguono la porta a dar vita a una architettura inutilmente complicata e difficile da credere. Lo stesso difetto di Joël Dicker ne “La verità sul caso Harry Quebert”,anche se, dal punto di vista della qualità della scrittura, la francese surclassa lo svizzero. 
Eppure l’inizio di “Tatà” è promettente:  Agnès, una regista cinematografica di successo che vive il personale dramma di una crisi coniugale, riceve la notizia della morte della zia Colette Septembre. Il fatto è che Colette era già stata dichiarata morta tre anni prima. Agnès si reca nel suo paese natale, a Gueugnon, una cittadina della Borgogna a nord della Francia, per indagare: dopo aver riconosciuto il cadavere della zia, defunta per cause naturali, serve scoprire chi è sepolto, dunque, al posto suo, nella tomba che reca il suo nome e perché la vecchietta abbia deciso di fingersi morta nascondendosi da tutti nei suoi ultimi anni di vita. Le indagini di Agnès ricostruiscono pezzo per pezzo la vita di Tatà Colette e, con la sua, quella dell’intera loro famiglia, dagli anni dell’occupazione nazista della Francia ai giorni nostri, ovvero quelli del romanzo, ambientato nel 2010 nella sua parte principale. Tutto ciò che la regista credeva di sapere sui genitori e i parenti viene rimesso in discussione, e la Perrin esplora la complessità dei legami famigliari, che vanno al di là dei vincoli biologici. Nell’intreccio trovano posto anche le figure di un gruppo di amici d’infanzia che Colette ritrova a Gueugnon, e che la aiutano nella ricerca della verità. L’indagine alterna vari piani temporali saltando di decennio in decennio e tornando indietro, e la narrazione viene affidata a voci diverse, perché attraverso alcune decine di audiocassette la stessa Tatà racconta (ma con una lentezza esasperante) gran parte di ciò che Agnès vuol sapere (se la regista le avesse ascoltate tutte di fila o se la zia, come sembrerebbe più logico, avesse spiegato tutto in una cassetta sola, facendola breve, la faccenda sarebbe stata più credibile. Oppure sarebbe bastata una lettera. Invece, Agnés si fa durare l’ascolto per tutto il romanzo arrivando all’ultima registrazione giusto in fondo al libro. Alla verità, che nella vita reale tutti vorrebbero sapere subito, si giunge in modo frammentato. Ed è poco convincente che la protagonista, di fronte alle cassette audio che potrebbero rivelargli tutto, pensi: “Me la prenderò con calma, voglio scoprire quelle cassette poco a poco, come un regalo. Non le ascolterò in ordine, chiuderò gli occhi e lascerò fare al caso, come quando si legge un libro che non si vuole divorare, ma assaporare. Ho tutto il tempo che voglio”. La sospensione dell’incredulità nel lettore vacilla e viene messa a dura prova. 
Le perplessità aumentano quando ci viene presentatala figura di Blanche, che personalmente ho trovato indigesta e poco credibile. Come poco credibile sono i rapporti fra Blanche e suo padre e quelli fra Colette e sua madre, genitori degeneri decisamente sopra le righe. Soprattutto il papà di Blanche è davvero fuori registro, al punto da assomigliare allo Zalachenko padre di Lisbeth Salander nella saga di “Millennium” (lui sì, però, in grado di creare la suspension of disbelief). Il lettore apprende del perché Blanche debba nascondersi da un vecchietto novantenne e resta di stucco riflettendo sul fatto che sarebbe bastato rivolgersi alla polizia per risolvere ogni problema. Ma accadimenti tirati per i capelli si susseguono per tutto il romanzo e riguardano ogni personaggio: tra quelli più incredibili, l’improbabile storia d’amore fra un diciottenne campione di calcio e la già matura Colette, umile calzolaia – ma anche il matrimonio improvviso, interreligioso, tra un amico di Agnès e una ragazza conosciuta poche settimane prima, nel corso delle indagini. I buoni sentimenti e la correttezza politica imperversano, il potere salvifico dell’amicizia è la panacea di ogni male, il racconto è pieno di morali della favola e il guaio è che non si traggono, ci vengono spiegati.



domenica 6 aprile 2025

TRAPPERS ALLA RISCOSSA

 
 


EsseGesse
TRAPPERS ALLA RISCOSSA
If Edizioni
2024, cartonato
320 pagine, 45 euro

Tutto bello, che altro dire? Belli i contenuti, i colori, l’apparato critico, la rilegatura, la carta, la qualità della stampa, la copertina (opera di Corrado Mastantuono). Il sottotitolo, “Le origini di Blek Macigno”, del resto, spiega quasi tutto. 
If Edizioni, che da tempo manda in edicola collane di albi dedicate agli eroi della EsseGesse, proposte in varie versioni e formati, e allargate alle avventure realizzate all’estero, confeziona un volume da libreria che raccoglie, a colori, i primi ventuno albetti di Blek Macigno originariamente pubblicati nel formato a striscia, in pratica l’intera prima serie (1954-1955). La cronologia del forzuto trapper conta trentatré serie (l’ultima è del 1967), quasi tutte composte, per l’appunto, da ventuno titoli. “Trapper alla riscossa” ci riconsegna dunque il Blek delle origini, ma anche le origini di Blek, che sono due cose diverse. Spiego perché. 
Nella prima avventura, il “gigante dai lunghi capelli biondi” (così lo definisce la didascalia d’esordio) scopre che la capanna di un suo amico, Lassiter, è stata data alle fiamme e l’uomo ucciso da assassini misteriosi. Si è salvato invece il figlio Roddy, di una decina d’anni, che da quel momento in poi, rimasto orfano, vieni praticamente adottato da Blek. Tuttavia, dal racconto è evidente che già Blek e Roddy si conoscono. Facciamo adesso un salto di settata anni. Nel maggio 2024 esce, curata dalla If, una serie a striscia inedita, intitolata “Il prequel”. Si tratta di tre albetti scritti da Nico Adami a partire da un’idea di Luca Barbieri, e illustrati da Raffaele Della Monica e Stefano Di Vitto (matite) e da Manlio Truscia (chine). Come suggerisce il titolo, vi si narrano gli avvenimenti di poco precedenti alla prima apparizione di Blek, e assistiamo all'incontro tra il colosso biondo e il ragazzino lentigginoso in cui i due fanno la reciproca conoscenza. 
A completare il volume giunge, opportunamente, una breve avventura realizzata dalla EsseGesse nel 1953, intitolata “Il piccolo trapper”, il cui protagonista è proprio Roddy, che agisce in solitaria, senza che Blek intervenga in alcun modo. Da notare come il trapper dal berretto di pelo viva le sue avventure negli anni della Rivoluzione Americana e abbia come suoi avversari, il più delle volte, le stesse Giubbe Rosse contro cui combatte anche il Comandante Mark, un altro personaggio della EsseGesse (1966). Due curiosità: la prima vignetta saga mostra il protagonista chino a guardare delle impronte sul terreno nella stessa identica posa (o quasi) di Zagor quando lo vediamo all’inizio de “La foresta degli agguati” (1961); inoltre, nell’ultima avventura fra quelle raccolte nel volume, Blek costringe il professor Occultis (la sua “spalla comica”, al fianco del colosso biondo fin dal sesto albetto a striscia) a tagliarsi i baffi per rendere più credibile un suo travestimento, anzi, glieli toglie lui stesso con un coltello, esattamente come fa lo Spirito con la Scure con Cico, chiamato a sostituire un certo colonnello Clark, in una avventura nolittiana del 1965.
Ho citato diverse volte la sigla EsseGesse dando per scontato che tutti sappiano che cosa significhi. Si tratta della firma, ottenuta dalle iniziali dei loro cognomi, con cui consegnavano alle stampe le loro opere Pietro Sartoris, Dario Guzzon e Giovanni Sinchetto, tre fumettisti torinesi uniti in sodalizio a partire dal 1950. Una sigla, quella della EsseGesse, divenuta leggendaria e popolare quanto i nomi dei loro eroi più famosi, Capitan Miki (1951) e il Grande Blek (1954), pubblicati entrambi dalla Casa editrice Dardo, fondata a Milano nel 1946 da Gino Casarotti.  Prima di cominciare a lavorare insieme, i tre avevano già realizzato alcune storie a fumetti per diverse case editrici. Giovanni Sinchetto, nato nel 1925, era stato il disegnatore di Fulmine Mascherato; Guzzon, classe 1926, aveva  firmato alcuni episodi di Cucciolo; Pietro Sartoris, infine, anch’egli del  1926, si era occupato dei disegni della collana “Tarman”, scritta da Amedeo Martini. Nel 1950, infine, i tre si uniscono in sodalizio per illustrare Kinowa, un personaggio scritto da Andrea Lavezzolo. Nel 1951 compare nelle edicole Capitan Miki, scrito e disegnato dai tre, seguito nel 1954 dal Grande Blek”. Il successo di Miki e Blek è enorme: grazie ai due personaggi, la EsseGesse si impone non solo nel mercato italiano, ma anche in quello europeo. Il trio torinese continua a realizzare le avventure del ranger e del trapper fino al 1965, quando lascia la Dardo, si mette in proprio e sperimenta un nuovo personaggio, Alan Mistero che non ha molta fortuna, suggerendo ai tre autori di riparare presso le edizioni Araldo di Sergio Bonelli, che pubblica l’ultima creazione di Sinchetto-Guizzon-Sartoris: il Comandante Mark. Nel curriculum dei tre, figura anche “Il cavaliere nero”, su testi di G.L. Bonelli.
Tra Miki e Blek, io ho sempre preferito il secondo: Miki è in fondo il classico ragazzino saputello che si muove sullo sfondo del classico West di maniera dei fumetti Anni Cinquanta; Blek invece è un "tipo": un colosso con i capelli lunghi e biondi e il torace offerto impavidamente alle intemperie, che agisce in uno scenario insolito delle foreste care a Fenimore Cooper, in un contesto storico inedito e interessante come quello della Guerra d'Indipendenza americana.


domenica 15 settembre 2024

TRADITORI DI TUTTI



 
Giorgio Scerbanenco
TRADITORI DI TUTTI
Garzanti
2014, brossurato
230 pagine, 8.90 euro

Di Giorgio Scerbanenco (1911-1969) e del suo Duca Lamberti (protagonista di quattro romanzi pubblicati tra il 1966 e il 1969) abbiamo già parlato quando ci siamo occupati di “Venere privata”, il primo titolo della serie. Per leggerne la recensione e quanto serve per inquadrare l’autore e il personaggio, basta cliccare qui.
“Traditori di tutti” è la seconda indagine di Duca Lamberti, uscita (come la precedente) nel 1966. Conviene, prima di approfondire alcuni aspetti, aggiustare un poco il tiro riguardo a quando ho scritto introducendo la prima inchiesta. Ho parlato infatti di una similitudine fra Georges Simenon e Giorgio Scerbanenco, elencando i punti di contatto tra i due scrittori e i loro romanzi: calati nella realtà, attenti alla psicologia dei personaggi e a capirne il disagio, pronti a bazzicare i bassifondi e provare empatia verso le vittime di un contesto sociale degradato, grande capacità di scrittura e di affabulazione. Ma ci sono anche diversità, inevitabilmente: Scerbanenco descrive una Milano da due milioni di abitanti, metropoli internazionale e non più città di provincia, crocevia di traffici illeciti di ogni genere, e Duca Lamberti è un duro, molto più duro di Maigret, che pure non scherza. Per di più, Lamberti non è un poliziotto e può agire al di fuori della Legge che, secondo lui, è troppo indulgente. Scerbanenco è uomo del suo tempo e non ci si può aspettare il rispetto della mistica del politicamente corretto. L’interrogatorio di Duca Lamberti al gestore del ristorante “La Binaschina” lascia a bocca aperta (si potrebbe contestare il metodo, ma il risultato è stupefacente). Scerbanenco già ametà anni Sessanta apre la strada all'hard boiled italiano (ma non “all’italiana”).
Oltre a indagare su tre duplici delitti avvenuti con le stesse modalità (le vittime sono annegati chiusi in auto affondate nel Naviglio), Duca Lamberti affronta gli accadimenti della sua vita privata, a partire dal suo senso di colpa per ciò che è accaduto a Livia Ussaro, la donna che ama, fino alla possibilità che gli viene offerta di venire reintegrato nell’Ordine dei medici se firma una dichiarazione in cui prende le distanze dall’eutanasia da lui compiuta per aiutare una paziente terminale a morire (lui risponde copiando l’abiura di Galileo Galilei). Il coinvolgimento dell’ex medico nella vicenda avviene in seguito alla richiesta di praticare una imenoplastica per ripristinare una verginità perduta, pretesa dal fidanzato della procace Giovanna Marelli, ma nel complicato intreccio di personaggi (alcuni ricorrenti, come il commissario Carrua e l’agente Mascaranti, o la sorella Lorenza e la nipotina Sara) si affrontano temi diversi, come il traffico di armi, il terrorismo altoatesino, le relazioni malate, gli psicopatici, i crimini di guerra e la lotta partigiana. Nel turbinare di situazioni, però, sembra esserci una sola certezza: tutti tradiscono tutti, come dice il titolo. Non tradisce, però, lo scrittore: il lettore se ne può fidare, a patto che non si attenda in lieto fine. Almeno, non quello a tarallucci e vino.


venerdì 13 settembre 2024

TORNO A PRENDERTI

 

 
Stephen King
TORNO A PRENDERTI
Pickwick
2013, brossurato
108 pagine, 8.90 euro

Potrebbe sembrare strano che un romanzo di Stephen King sia lungo soltanto poco più di cento pagine. Di solito il Re quando scrive è un fiume in piena. Naturalmente c’è una spiegazione. “Torno a prenderti” non è esattamente un romanzo. E’ un racconto. Come racconto, in effetti, è piuttosto lungo, e tutto torna. E’ un racconto datato luglio 2007, pubblicato originariamente con il titolo “The Gingerbread Girl” sulla rivista statunitense “Esquire” e, prima dell’edizione Pickwick che sto recensendo, era già apparso in traduzione italiana (di Tullio Dobner, particolare che parlando di King non andrebbe mai omesso, almeno secondo i fedeli lettori) prima in appendice al romanzo “Blaze” (2007) a costituire una sorta di trailer per una successiva antologia, poi appunto nella raccolta “Al crepuscolo” (2008), entrambi targati Sperling & Kupfer. Nel 2013 ecco una insolita riproposta in “solitaria”, come un 45 giri estratto da un 33. Riproposta che funziona perché cento pagine si leggono agilmente e perché il racconto è adatto anche per un pubblico non particolarmente interessato all’horror o al fantastico. Non c’è magia, non ci sono streghe, non ci sono fantasmi, non ci sono mostri. O meglio, di mostri ce n’è uno ma è un uomo (cosa che magari terrorizza ancora di più, perché le streghe e i fantasmi non esistono, gli uomini sì). Inoltre la protagonista, Emily, è una giovane donna con cui è facile empatizzare. Ha perso una figlia ancora piccolissima, il trauma ha mandato a pezzi il suo matrimonio, la valvola di sfogo in cui si rifugia è la corsa, disperata, quotidiana, prima lungo le strade attorno a casa, poi in altre che la portano sempre più lontano, finché a casa non torna più. Fugge e si trasferisce nella villetta al mare che suo padre non usa più, su un’isola quasi disabitata durante l’inverno, in cerca di ritrovare una nuova ragione di vita. L’isola, però, non è abbastanza disabitata. O almeno, anche qualcun altro la usa per nascondersi dal mondo. Emily rischia la pelle, e King ci coinvolge nella lotta per sopravvivere della sua gingerbread girl, fino a un finale adrenalinico che fa tirare un sospiro di sollievo. Perché Emily si merita di vivere, come noi lettori siamo tutti d’accordo, e capiamo con lei che la vita stessa è una ragione di vita.


domenica 23 giugno 2024

TUTTI NELLA MIA FAMIGLIA HANNO UCCISO QUALCUNO


 

Benjamin Stevenson
TUTTI NELLA MIA FAMIGLIA HANNO UCCISO QUALCUNO
Feltrinelli
2022, brossurato
384 pagine, 19 euro

I gialli che preferisco sono quelli in cui l’autore gioca a carte con il lettore. Quelli, cioè, in cui chi legge alla fine ha a disposizione tutti gli indizi per scoprire la verità anticipando di un soffio la soluzione del mistero. Naturalmente, come in ogni partita a carte, a chi siede al tavolo con noi è richiesto di non barare. Sono ammessi, però, i giochi di prestigio sotto i nostri occhi. Lo so bene (benissimo) che il poliziesco ha tanti sottogeneri (dal legal thriller al police procedural passando per l’hard boiled), tante declinazioni, tante frecce nella propria faretra e che può servire a rappresentare realtà più sfaccettate e credibili di quelle dei romanzi con i delitti della camera chiusa. Sono consapevole che ci sono noir che svolgono persino funzioni di denuncia sociale o gialli contaminati con l’horror, il western, il romanzo storico o la fantascienza. Però, che ci volete fare, a me fa impazzire Ellery Queen che riunisce tutti i  possibili colpevoli in un salotto e spiega per filo e per segno perché l’assassino è il meno prevedibile. Se poi lo scrittore riesce a non limitare il senso e il succo del racconto al “whodunit” (o alla scoperta di “chi è stato”), e quindi a imbastire una buona trama con dei buoni personaggi, tanto meglio. Benjamin Stevenson, brillante autore australiano che ha spopolato in mezzo mondo con questo suo primo giallo, evidentemente la pensa come me e premette al romanzo le dieci regole del “Decalogo del giallo perfetto” scritte nel 1929 da Ronald Knox, ma esiste un elenco di venti stabilite l’anno prima da S.S.Van Dine nell’articolo “Twenty Rules for Writing Detective Stories” apparso su “The American Magazine” nel 1928 (esistono comunque altri elenchi del genere). Stevenson non le cita ma il succo è lo stesso: il colpevole deve essere un personaggio già noto al lettore, sono esclusi interventi soprannaturali e occulti, il detective non può arrivare alla soluzione per caso, lo scrittore non può celare indizi noti a chi conduce le indagini, il Watson della situazione deve essere meno intelligente del lettore medio. E così via (è tutto molto interessante, sia nel decalogo di Konox che della lista di Van Dine). Stabilite queste premesse, l’io narrante di “Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno”, che coincide con il personaggio a cui è assegnato il ruolo di detective, Ernest Cunningham, si rivolge direttamente al lettore come un attore che sfonda la quarta parete e, per tutto il romanzo, gioca a carte con lui o, meglio, si comporta come un prestigiatore che invita il pubblico a controllare come non abbia assi nella manica o come un certo lucchetto sia davvero chiuso. Anticipa all’inizio le pagine in cui ci saranno dei morti, addirittura. Chi scrive e chi legge sono insomma perfettamente consapevoli di stare narrando e ascoltando un giallo e veniamo costantemente rassicurati sul fatto che le regole vengono rispettate. Ciò detto, il romanzo si legge con curiosità e divertimento: una riunione di famiglia in un albergo montano che resta isolato nella neve (come accade in “Trappola per topi” di Agatha Christie) mette a confronto madri, figli, zii, cognati, fratelli e sorelle, tutti con qualcosa da nascondere, e dà il via a una serie di misteriosi omicidi. “Everyone in my family has killed someone” è un titolo che dice il vero, ma che va anche interpretato, caso per caso, fino alla soluzione piuttosto macchinosa, ma rigorosamente onesta. Ci si diverte molto, senza che ci sia nulla di comico: ad Agatha Christie sarebbe piaciuto.
 

venerdì 21 giugno 2024

TAU ZERO

 
 

 
 
Paul Anderson
TAU ZERO
Editrice Nord
1989, brossurato
230 pagine

“Tau zero”, straordinario quanto a visione del tempo e dello spazio, è illuminante sulla concezione dell’universo come solo certi capolavori della fantascienza riescono essere. A scriverlo è Paul Anderson (1926-2001), statunitense ma di origini scandinave, uno fra gli autori di science-fiction più amati, a partire dagli anni Quaranta dello scorso secolo, dal pubblico di tutto il mondo e vincitore di numerosi Premi Hugo e Premi Nebula, con all’attivo cicli fantascientifici quali i racconti della Lega Psicotecnica e quelli dei Mercanti dello Spazio. “Tau zero” è la dimostrazione di come la SF possa aprire squarci su ipotesi che vanno oltre il futuro della Terra, del Sistema Solare, della Via Lattea, fino a concepire una possibile fine e un nuovo inizio dell’Universo stesso. Pubblicato per la prima volta nel 1970, scritto sulla scorta delle più audaci teorie scientifiche di allora (e per ora non confutate), il romanzo di Anderson immagina che cosa possa accadere a una astronave con a bordo cinquanta colonizzatori partiti dal nostro pianeta verso un mondo ritenuto abitabile nei paraggi del nostro sistema con la prospettiva di un viaggio lungo alcuni anni. La “Leonora Christine”, questo il nome della nave spaziale, viene lanciata in uno stato di accelerazione costante che deve portarla a una frazione della velocità della luce, per poi decelerare. Un incidente le impedisce però di rallentare e l’astronave si trova a viaggiare sempre più velocemente, senza che niente possa fermarla. Le leggi della fisica dicono che il tempo scorre diversamente per chi si muove rispetto a chi resta fermo. Più ci si avvicina alla velocità della luce, più ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, corrisponde ad anni, secoli, millenni trascorsi sulla Terra. E che cosa può accadere quando si supera il limite estremo previsto da Einstein? L’equipaggio della “Leonora Christine” vive questa incredibile esperienza ed assiste all’evoluzione dell’universo mentre lo attraversa tutto come un oggetto dalla massa incalcolabile. A bordo, i passeggeri subiscono traumi psicologici, qualcuno va in crisi, ad altri sembra di impazzire, serve chi tenga unito il gruppo. Al di là dell’aspetto scientifico (o fantascientifico), Anderson indaga, come suo solito, anche l’intreccio dei rapporti umani (e forse è questo l’aspetto più datato del romanzo). Una curiosità: le origini scandinave dello scrittore sono evidenziate dalla scelta di immaginare un futuro in cui lo svedese è una sorta di lingua franca e la Svezia, al termine di una guerra che ha visto contrapporsi il blocco occidentale e quello orientale, è stata scelta come nazione leader del rinnovato ordine mondiale perché sia Est che Ovest le riconoscono la funzione di mediatrice.


mercoledì 3 aprile 2024

LA BANCONOTA DA UN MILIONE DI STERLINE


 
Mark Twain
Tiziano Sclavi
Mario Rossi
 LA BANCONOTA DA UN MILIONE DI STERLINE
 Allagalla
2021, cartonato
100 pagine, 19 euro


Un volume decisamente interessante, questo proposto da Allagalla, e per vari motivi. Il primo: il recupero di un fumetto di 47 tavole sceneggiato per “Il Giornalino” nel 1990 da Tiziano Sclavi (il creatore di Dylan Dog, nato a Broni, in provincia di Pavia, nel 1953); il secondo, la riproposizione integrale in una nuova traduzione dall’inglese del racconto di Mark Twain “The Billion Pound Bank Note”, da cui origina la versione sclaviana; il terzo, la ricostruzione degli “anni del Giornalino” sotto la gestione di don Tommaso Mastrandrea e Claudio Nizzi (a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta), rivista per cui lavoravano decine di autori di prima scelta (un po’ come nella redazione del “Corriere dei Ragazzi” di dieci/venti anni prima), tra i quali spiccava il genovese di adozione romana Mario Rossi, classe 1946, l’ottimo illustratore di questo adattamento. “Mario è bravissimo, racconta alla perfezione, le sue storie sono leggibili anche senza testo”, dichiara Sclavi. Il ricco apparato critico a corredo del volume comprende una intervista allo sceneggiatore, un saggio di Loris Cantarelli sulla fortuna del racconto di Mark Twain, alla base di numerose versioni teatrali, fumettistiche e cinematografiche tra cui il celebre film “Una poltrona per due”. Infatti, a dare inizio all’originale trama, c’è la scommessa di due ricchi uomini d’affari, “fratello A” e “fratello B” sul destino di uno spiantato a cui avessero messo tra le mani una grossa fortuna. Ci sono anche una introduzione di Roberto Guarino e Matteo Pollone e una di Giuseppe Noto, professore universitario che propone un utilizzo didattico (nelle scuole) del volume Allagalla. Per quanto lo sceneggiatore pavese sia rimasto abbastanza fedele al racconto di Mark Twain, la sua calligrafia si riconosce per il ricorso agli incubi del protagonista e le citazioni nascoste qua e là, a partire dalla vignetta d’apertura. Sclavi e Rossi hanno firmato insieme per “Il Giornalino” anche la serie “Agente Allen”, di cui ci siamo già occupati in questo spazio:
 

domenica 31 marzo 2024

LA TREGUA

 
 
 
 
Primo Levi
LA TREGUA
Einaudi
2014, brossurato
234 pagine, 13 euro

Non c’è niente da ridere, naturalmente. Però, ne “La tregua” di Primo Levi (1919-1987) ci sono senza dubbio anche pagine che muovono al sorriso. Lo stesso, del resto, si potrebbe dire di un altro diario di guerra, “Un anno sull’altipiano”, di Emilio Lussu, quando vengono narrati aneddoti di variopinta e sagace umanità. Il secondo libro di Levi dopo quello dell’esordio, “Se questo è un uomo” (1946) inizialmente passato inosservato, racconta l’avventuroso ritorno a Torino dell'autore nell’ottobre del 1945, dopo la liberazione del lager di Auschwitz, in Polonia, avvenuta nel gennaio dello stesso anno. Per alcune settimane, gli internati del campo rimangono nelle loro baracche e continuano a morire di stenti e di malattie, anche in assenza degli aguzzini nazisti. Poi, il destino decide chi sono i salvati e chi i sommersi. Primo Levi, chimico ed ebreo torinese entrato in clandestinità fra le fila partigiane, era stato arrestato nel dicembre 1943 in Val d’Aosta e tradotto ad Auschwitz nel febbraio del 1944. Lì, riesce a sopravvivere un anno, fino alla fuga dei tedeschi pressati dall’avanzata dell’esercito sovietico. Proprio i russi si fanno carico degli scampati allo sterminio, in una situazione comunque precaria che non risparmia ai liberati altri mesi di privazioni, fame, traduzioni in treno in carri merci in viaggi apparentemente senza senso, tragitti verso destinazione ignote. Neppure la notizia della fine della guerra significa, per Levi e i suoi compagni, che sia giunto il momento del rimpatrio. Il percorso che avrebbe potuto essere lineare assume la forma di un arabesco tra i confini polacchi, bielorussi, russi, rumeni, austriaci, in una odissea durata dieci mesi, attaverso l'Europa distrutta dalla guerra. La prima parte del diario, ambientata ad Auschwitz, è molto drammatica, sia pure scritta con registro asciutto senza indulgere sull’orrore del lager, come pure sarebbe stato lecito, ma anche senza nascondere o tacere niente. Tragico per esempio, il ritratto del bambino Hurbinek, nato (non si sa come) nel campo e lì sempre vissuto nei suoi tre o quattro anni, che non sa neppure parlare ma lotta caparbiamente per la vita. Dopo la partenza dal campo di sterminio comincia a prevalere la speranza, sempre frustrata da cocenti disillusioni. Iniziano però anche gli aneddoti sull’inventiva degli ex-prigionieri per procurarsi da mangiare, o scarpe da calze, ragazze da sposare o soltanto da portare a letto. Fra i compagni di Levi facciamo la conoscenza di Cesare, in grado di vendere qualunque cosa a chiunque pur parlando soltanto romanesco, ma anche del medico Leonardo, a cui lo scrittore fa da infermiere, del gigantesco veneto Avesani, detto il Moro, gran bestemmiatore. Ma si descrivono anche gli arrivisti, gli intrallazzatori, i manipolatori, i millantatori. Colpisce il resoconto degli spettacoli teatrali organizzati durante la permanenza a Staryje Doroghi, la “casa rossa”, segno di una insopprimibile desiderio dell’animo umano di esprimersi attraverso l’arte. Il titolo “La tregua” si riferisce alla breve pausa fra una guerra e le successive, ma anche alla parentesi nella vita di Primo Levi costituita dagli assurdi mesi del viaggio verso casa. Il libro ebbe subito un grande successo e vinse la prima edizione del Premio Campiello, riaccendendo l’attenzione, in Italia e all’estero, anche su “Se questo è un uomo”. Da leggere, assolutamente, tutti e due.

sabato 9 marzo 2024

29 STORIE BREVI

 
 


Ferdinando Tacconi
29 STORIE BREVI
Allagalla
Cartonato, 2022
268 pagine, 40 euro

Se dovessi riassumere l’opera a fumetti di Ferdinando Tacconi con uno slogan, sceglierei il titolo, molto brillante, usato da Gianni Bruno nel suo testo introduttivo a questo volume Allagalla: “Un uomo per tutte le collane”. Infatti, se talvolta si tende a identificare un autore con un personaggio, o con un genere, con Tacconi la cosa è difficile se non impossibile. Al limite, lo si potrebbe legare alla sua passione per gli aerei (di cui era un vero esperto). Per il resto, il disegnatore milanese (1922-2006), attivo a partire da 1946 (come copertinista per la Mondadori), ha giocato sui campi di tutte le squadre e in ogni campionato. Nel 1948 illustra i suoi primi fumetti per l’editore Giurleo: “Morgan il Corsaro”, “Jack il pilota” e “Miss Diavolo”. Passa poi nella scuderia di Tristano Torelli per le assai più impegnativa serie di “Nat del Santa Cruz” e “Sciuscià”. La facciamo breve: dopo questi promettenti esordi,  eccolo incontrare Rinaldo Dami e Giorgio Bellavitis, che facevano gli agenti per i disegnatori italiani al lavoro in Gran Bretagna, e quindi collaborare con vari editori inglesi. Spiega Alfredo Castelli in un altro articolo dell’apparato critico a corredo del volume: «Per un lungo periodo aveva vissuto a Londra, dove aveva dato inizio a una lunga collaborazione con la Casa editrice Fleetway, la maggior produttrice (e la miglior pagatrice, tanto che molti disegnatori italiani e spagnoli cominciarono a collaborarvi) di storie a fumetti d’oltremanica; si era specializzato soprattutto in storie di guerra per la “War Picture Library” (la nostra “Collana Eroica”). Nel 1955-56 aveva addirittura disegnato Jeff Hawke in una serie a colori per il pubblico giovanile pubblicata dall’ “Express Weekly”, ottenendo l’apprezzamento di Sydney Jordan, il creatore del personaggio, che molti anni dopo ha voluto conoscerlo personalmente per complimentarsi con lui». Negli anni Settanta, Ferdinando Tacconi torna a lavorare in Italia e proprio con Castelli realizza la lunga e fortunata serie de “Gli Aristocratici” pubblicata sul “Corriere dei Ragazzi”, testata per la quale illustra anche decine di storie brevi raccontando fatti della storia. Ma c’è anche un Tacconi copertinista e fumettista per Renzo Barbieri e la sua produzione erotica (“Fiabe proibite”, “Il dottor Barnard”). Così come lo troviamo attivo su “Il Giornalino” (ne parla Stefano Gorla in ulteriore articolo che intervalla le sezioni del volume), spesso su testi di Gino d’Antonio. E come tacere del Tacconi “bonelliano”, a partire da ben due storie della collana “Un uomo un’avventura”? Troviamo il suo nome su molti albi di Dylan Dog e di Nick Raider (di cui, secondo me,  il miglior interprete). A chiusura del volume Allagalla c’è un commento di Luigi Siniscalchi, che spiega il suo punto di vista (di disegnatore) sull’arte di Tacconi: «Negli anni Ottanta cercavo di capire, scandagliando tra i segni, le tecniche per disegnare fumetti. Rimasi subito attratto da quella pennellata sicura e veloce che contornava personaggi e parte degli ambienti, con l’aggiunta di grosse campiture di nero. La rigidità precisa degli oggetti e delle onomatopee mi suggeriva che i passaggi e il cambio di strumenti per inchiostrare erano più di uno. I grafismi necessari a personalizzare quel segno sono imprevedibili e servono a creare le masse, i volumi dei visi, dei panneggi e tutto quello che ha bisogno di una caratterizzazione». Tacconi anche maestro e punto di riferimento, dunque. Il multiforme ingegno dell’autore è ben rappresentato da questa antologia di storie degli anni Settanta e Ottanta pubblicate quasi tutte (tranne poche eccezioni) sul “Corriere dei Ragazzi” e sul “Giornalino”. Tra gli autori delle sceneggiature troviamo, oltre al già citato Castelli, anche Claudio Nizzi (a sua volta autore di un breve saggio che racconta dei suoi rapporti con Ferdinando), ma pure Mino Milani, Pier Carpi, Giorgio Pezzin e molti altri.

 

venerdì 8 marzo 2024

TODO MODO


 
 
Leonardo Sciascia
TODO MODO
Adelphi
brossurato, 2003
124 pagine, 10.45 euro


Credo sia impossibile recensire efficacemente “Todo modo” di Leonardo Sciascia (senza pretendere che queste mie brevi annotazioni si possano dire a pieno titolo recensioni e men che mai efficaci) evitando di accennare al finale e dunque di svelarlo facendo quel che si suole dire “dello spoiler”, peccato tanto più grave quando si tratta di un giallo. Tuttavia, è sommamente vero che il romanzo non si esaurisce nel suo risvolto poliziesco, e forse (anzi, sicuramente) questo aspetto è ciò che meno importa all’autore. Quindi, il fatto di conoscere come va (o non va) a finire non dovrebbe scoraggiare nessun lettore, di certo in grado di apprezzare comunque tutto il resto. Dunque, mettiamoci d’accordo: questa arzigogolata premessa valga come avviso contro lo spoiler: qui di seguito rivelerò il nome dell’assassino (e cercherò di spiegare perché non possa fare a meno di argomentarci sopra). 
Cominciamo dall’autore e dal titolo. Leonardo Sciascia (1921-1989) intitolò così il suo quinto romanzo, ambientato negli anni Settanta e uscito nel 1974 (il primo, “Il giorno della civetta”, è del 1961) utilizzando l’inizio di una citazione dagli “Esercizi spirituali” di Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti: "todo modo para buscar la voluntad divina" cioè "ogni mezzo per cercare la volontà divina". Degli insoliti “esercizi spirituali” che coinvolgono amministratori, notabili e uomini d’affari, sotto la guida dell’ineffabile don Gaetano (vero protagonista del racconto) fanno per l'appunto da sfondo all’intero romanzo, a significare evidentemente la commistione tra la Chiesa e la politica. Il punto di vista laico e non compromesso, quello di Sciascia parrebbe di poter dire, è rappresentato dall’io narrante, di cui si sa soltanto che è un famoso pittore, uomo curioso oltre che di cultura, attento osservatore della realtà come si richiede appunto da chi faccia il suo mestiere. 
Lo scenario è quello di un moderno albergo costruito inglobando un antico romitorio, l’Eremo di Zafer (sulla cui ubicazione non ci sono indizi). Qualcuno fra i commentatori ha notato che negli anni Sessanta e Settanta a Zafferana Etnea si ritiravano periodicamente in ritiro, per così dire, spirituale i maggiorenti della Democrazia Cristiana. Lecito dunque ipotizzare un riferimento con gli “esercizi spirituali” di una settimana organizzati ogni anno da don Gaetano, costruttore dell’albergo (e di altre strutture simili, a dimostrazione della sua abilità nell’avere le mani in pasta e nel saper gestire gli affari mondani oltre quelli religiosi). Invitati a prendervi parte sono un gruppo di esponenti dei potentati, ministri e cardinali e via via scendendo fino a direttori di banca, avvocati e imprenditori. Per alcuni di loro, non si sa chi, è l’occasione per far alloggiare nell’hotel anche le amanti (e infatti il pittore nota cinque donne sole, dall’espetto provocante e appariscente, che già alloggiano nell’Eremo di Zafer prima ancora che arrivino gli ospiti, e si tratta di persone non registrate alla reception: don Gaetano chiude un occhio). Per tutti, la settimana serve a concordare affari, spartirsi mazzette, chiedere e scambiare favori. Il pittore finisce per caso nell’albergo: cerca un luogo per sostare una notte durante un viaggio, viene a sapere del raduno che sta per aver luogo e, incuriosito, chiede a don Gaetano di potersi trattenere qualche giorno in più nonostante la struttura non sia, per la settimana degli “esercizi”, aperta al pubblico. Le conversazioni fra il celebre artista e il prete, che dietro l’aspetto dimesso cela una cultura in grado di rivaleggiare con quella di dotti e porporati, sono affascinanti e inquietanti al tempo stesso, come gli occhiali pince nez che il religioso porta sul naso, identici a quelli indossati dal demonio in un antico dipinto custodito nel suo studio. Il romanzo si tinge di giallo allorché in una breve successione di pochi giorni vengono commessi due omicidi tra gli ospiti dell’hotel, e il procuratore Scalambri impedisce a chiunque di allontanarsi, dimostrandoti comunque soltanto in grado di scoprire, grazie a un Commissario che lo assiste, un giro di mazzette che la prima vittima, il senatore Michelozzi, stava distribuendo a tutti gli altri del gruppo. Nessun progresso invece sull’identità dell’assassino. Il pittore si rivela indagatore ben più dotato ma nulla rivela al lettore, se non che ha capito tutto in seguito a certi sopralluoghi alla ricerca di prove. Quali siano queste prove, però, non lo si sa. Anche se, a dire il vero, non mancano le allusioni. Il romanzo si conclude, in pratica, con un terzo omicidio: quello di don Gaetano. Un vero colpo di scena! Peccato che la soluzione del giallo, con la ricostruzione dei fatti e dei moventi, e la rivelazione del nome dell’assassino, o degli assassini, non ci sia. Qualcuno ha ipotizzato che l’io narrante sia il colpevole almeno dell’uccisione di don Gaetano, e appunto i suoi non detti, simili a quelli di Agatha Christie ne “L’assassinio di Roger Ackroyd”, nascondano le sue effettive mosse. In effetti il pittore, in una frase sibilliana che sembra detta per scherzo, dice di essere per l'apputo lui l'assassino. Io sono di parere diverso, ed ecco cosa ho annotato nel mio diario (da buon grafomane, ne tengo uno): «Finisco di leggere “Todo modo”, restando molto perplesso. Scrittura magnifica, personaggi interessanti, trama che invoglia a proseguire nella lettura, poi improvvisamente un finale aperto in cui tre delitti restano senza spiegazione e si dice espressamente che l’assassino non si troverà mai. Naturalmente capisco che a Sciascia interessi di più, o solamente, alludere al malaffare, ai delitti e agli intrighi del sottobosco della politica (ben rappresentati dal gran burattinaio don Gaetano, prete misterioso e affascinante nella sua ambiguità), di cui non si riesce mai a venire a capo, ma un giallo senza colpevole grida vendetta al cospetto di Dio. Secondo me, l’assassino è lo stesso don Gaetano che da ultimo si è suicidato, vistosi sul punto di venire coinvolto nello scandalo delle mazzette scoperto nel corso del romanzo. Del resto una pistola viene trovata accanto al suo cadavere, a poca distanza dalla sua mano (per di più, una pistola da tutti ricercata dopo il primo delitto, e misteriosamente scomparsa: adesso invece non è stata nascosta). L'ipotesi del suicidio viene fatta ma subigto scartata ma apparentemente soltanto perché non si infaghi il buon nme di don Gaetano o perché non si può ritenere un uomo di tanto spessore capace di una bassezza, ma il titolo del romanzo è "todo modo", "con ogni mezzo", anche quelli più estremi, e che c'è di più estremo del suicidio?». Sciascia comunque mette in bocca ai suoi personaggi due affermazioni: che la verità con sarà mai scoperta, ma anche che, come la “lettera rubata” di Edgar Allan Poe, è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno la vede.

venerdì 23 febbraio 2024

LA GIOVENTU’ DI MICKEY

 


Tebo
LA GIOVENTU’ DI MICKEY
Panini Comics
cartonato, 2023
80 pagine, 16.50 euro

Sempre deliziosi i volumi (veri e propri grahic novels) editi Oltralpe dalla Glénat in accordo con la Disney. Si tratta di cartonati da libreria nel classico formato “alla francese” affidati ad artisti a cui è concessa la facoltà di uscire, utilizzando il buon senso, dai paletti dell’ortodossia disneyana interpretando, o reinterpretando, i personaggi legati ai microcosmi di Topolinia e Paperopoli, perlopiù rifacendosi ai cartoni animati o alle strisce delle origini. Ne abbiamo già parlato in questo spazio, per esempio qui e qui (cliccate sui “qui” colorati se volete leggere come). La reinterpretazione di Topolino da parte di Tebo (Caen, 1972) è piuttosto libera, rispetto al Mickey Mouse della tradizione: diciamo che  un “altro” topo, anche se lo spirito avventuroso dei primi cartoni animati e delle prime strips è riconoscibile (come riconoscibili sono Minni, Gambadilegno, Pippo e Paperino che compaiono nel racconto). La prima stranezza è vedere un Topolino ormai vecchio che racconta la propria gioventù al pronipote Norberto, facendo sorgere nel ragazzino (sveglio ma disposto a farsi incantare dalla narrazione) il dubbio che il prozio si stia inventando tutto. A proposito di invenzioni, il Mickey di Tebo è un fantasioso inventore (di una pistola sparamaionese, di un casco a elica antipioggia, di un sommergibile il cui pilota viaggia a testa in giù, di un macchinario per fabbricare la cioccolata…), il che mi pare sia una trovata inedita che offre lo spunto per una serie infinita di gag attraverso gli anni che vanno dall’epoca del Far West fino a quella dell’esplorazione della Luna, passando attraverso la Prima Guerra Mondiale e il Proibizionismo (è vietato il cacao). Gag, va detto, molto divertenti. I disegni sono lontani dallo standard disneyano ma assolutamente deliziosi ed efficaci. Insomma, lettura consigliata a pieni voti anche ai lettori di provata fede Disney.


domenica 18 febbraio 2024

MICKEY'S CRAZIEST ADVENTURES

 


Lewis Trondheim
Keramidas 
MICKEY'S CRAZIEST ADVENTURES
Panini Comics
cartonato, 2023
50 pagne, 15 euro
 
Ci erav
amo già imbattuti in Trondheim e Keramidas parlando di un altro volume (In realtà, precedente a questo) della collana "Disney Collection", che propone strepitosi volumi "alla francese", realizzati per l'appunto in Francia (anche se talvolta con il contributo di autori italiani), con protagonisti i personaggi dell'universo disneyano, reinterpretati in modo insolito, rispettoso (se non addirittura affettuoso) ma non canonico. I due autori di "Mickey's Craziest Adventures" sono gli stessi di "Alla ricerca delle felicità" (cliccare per saperne di più) ed è la stessa la colorista Brigitte Findakly.  
Trondheim e Keramidas usano, quale espediente narrativo che giustifichi le caratteristiche di entrambe queste loro storie, tanto bizzarre quanto irresistibili, il ritrovamento in un mercatino dell’usato di alcuni numeri di vecchi albi disneyani di cui si era persa la memoria. Qesto volume nasce, perfinzione narrativa, dal ritrovamento di una collana intitolata “Mickey’s Crazies Adventures” (dunque dedicata a Topolino); in "Alla ricerca della felicità" (il secondo titolo) a saltar fuori da una polverosa bancarella è un intero pacco di “Donald’s Quest”, una testata con invece protagonista Paperino, naturalmente mai vista prima. Lewis e Nicolas ripropongono dunque una avventura completa così come dicono di averla riscoperta, cioè con le pagine un po’ stropicciate e ingiallite dal tempo, qualche macchia di unto su certe vignette, i colori retinati tipici di un tempo, degli strappi e delle abrasioni. Un falso perfetto, tradito solo dal disegno più moderno di quanto ci si aspetterebbe, o perlomeno decisamente non barksiano (ma efficacissino). 
 Il racconto procede sulla misura di una tavola per volta, vale a dire che ogni pagina (quattro strisce) si propone come autoconclusiva, con una battuta finale, come le domenicali americane di un tempo, ma la tavola successiva si riallaccia alla precedente portando avanti il racconto. A complicare e rendere più diverteti le cose c'è una trovata aggiuntiva: non tutte le tavole sono state ritrovate, per cui , per esempio, si cominvcia con la seconda mancando la prima, si salta alla quarta, poi alla settima e via dicendo. Al lettore viene lasciato il compito di immaginare cosa accada tra una puntata e l'altra. E davvero accade di tutto. 
Come già in "Donald's Quest" il microcosmo di Topolino si intreccia con quello di Paperino, e i due vivino rocabolesche avventure alla ricerca del denaro sottratto a Zio Paperoni dai Bassotti grazie a una invenzione di Archimede Pitagorico che riduce persone e oggetti alle minime dimensioni, ma nell'indagine compaiono Basettoni e Pippo, il professor Enigm e le Giovani Marmotte, Minni e Paperina. Si va sulla Luna, in fondo agli oceani, nella giungla e fra le nevi himalayane, al ritmo di gag irresistibili. Fumetto allo stato puro, evviva!